Notiziario "C", n. 2, 1968
Contenuto
- Titolo
- Notiziario "C", n. 2, 1968
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
- Ai marittimi della linea "C" e alle loro famiglie, p. 2 - 3
- Giornale di bordo, p. 4 - Data testuale
- 1968 marzo - aprile
- Estremi cronologici
- marzo 1968 – aprile 1968
- Consistenza
- pp. 4
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Famiglia Costa
- Identificativo
- PER.000364/38
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
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- Collocazione
- Emeroteca
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- Comunicazione d'impresa
- Navi passeggeri
- Navigazione crocieristica
- Vita di bordo
- Welfare aziendale
- contenuto
-
NOTIZIARIO
E ì
Linea ‘’C,, - ditta Giacomo Costa fu Andrea - via G. D'Annunzio, 2 - Genova
Anno VIII - Marzo-Aprile 1968 Periodico bimestrale Spedizione in Abbonamento Postale - Gruppo IV
N. 2
Determinazione astronomica del punto
Ai marittimi della Linea “G,, e alle loro
Preghiamo i nostri marittimi e i loro familiari
di leggere attentamente gli stralci di due articoli
pubblicati dal quotidiano « l'Unità » (organo del Par-
tito comunista italiano) e di uno pubblicato del gior-
nale di ispirazione socialista « Genova Notte ». Chi
avesse interesse a conoscere i testi integrali dei tre
articoli può scriverci e gli faremo pervenire le foto-
copie.
La via per superare la crisi investe flotte, porti e cantieri
Per il pareggio 1 milione di tonnellate l’anno
Proposte organiche dei sindacati per lo sviluppo della flotta di Stato - Incentivi e armamento privato - Lo scan
dalo del «contratto chiuso) e del € prezzo aperto » dvi cantieri di costruzione - Cos'è che soffoca la società di PIN
Pompa: Genoa, Via fio 2 > tai mn
Rossi Casetta a ra: Spegiraeri in bei
do poetale Gr. 1 MO/TO - Mianoccrity e iste me ped&ieste nea i restii
Oburne, Badasione. Ammimeranane
2 36417 Casellario Stampe (Atno Bo
Mercoledì 17 Apele 1068
\ILOA
BISETTIMANALE INDIPENDENTE D'INFORMAZIONE
anno L 3000, semente Li 1409 + CIC Postale 421536 — Pubbiona
torems per 3 men di abario pu uno totsoneli Corser è. Comosiograià. ite
Lion ieraigia L' air iactmani: Lace”! nese Las
Anno VM - NM L 00
La prima era diretta alla concorrente flotta di Stato
Altra «bordata » di Costa
contro il porto di Genova
Si cerca di scavalcare le banchine della Lanterna e imporre
lo scarico delle merci a Rivalta Scrivia. La proposta di studio
della WINAC (che raggruppa gli armatori di tutto il mondo
interessati a questo traffico) e la denuncia dell'on. G. Machiavelli
« l'Unità » - sabato 13 aprile 1968.
«Come fa il ”’clan” dei Costa
a mettere le mani sulla FINMA-
RE ».
Omissis ... Sinora il «clan»
dei Costa si è schierato in «con-
correnza » con la FINMARE più
per le sovvenzioni statali che
per i traffici in mare aperto. Ma
uno stato moderno non può più
ormai ispirarsi ad anacronisti-
che concezioni liberalistiche per
assicurarsi un servizio d’interes-
se pubblico qual'è il trasporto
marittimo e neanche Costa può
risuscitare i fantasmi mercantili-
stici di fine ’800 per continuare
a gestire, sovvenzionato, un tra-
sporto marittimo che non può
organizzare nell’interesse pub-
blico.
Omissis ... La direzione della
politica marinara nelle mani del-
l'armamento privato è stata un
fallimento. Questo Costa finge
di ignorare e non «pensa in
grande » quando vuole risolvere
i suoi guai scalzando la FINMA-
RE nei traffici, incamerandone
le sovvenzioni.
NOTIZIARIO ‘’’C,,: pagina due
« l'Unità » - Mercoledì 17 aprile
1968.
Omissis ... I Governi hanno
affidato la politica marinara nel-
le mani rapaci dell’armamento
privato. Sembra abbiano fatto
l'impossibile per costringere la
FINMARE a soccombere ai pri-
vati. Questi ultimi hanno accap-
parrato in un ventennio 600 mi-
liardi di sovvenzioni statali a
fondo perso e dato in cambio
al Paese un crescente passivo
nel bilancio dei noli.
Omissis ... Nei cantieri deve
intanto cessare lo scandalo dei
«contratti chiusi» e del «prez-
zo aperto ». Di che cosa si trat-
ta? Col contratto chiuso Costa
si è fatto costruire dai cantieri
dello Stato l’ammiraglia Euge-
nio C. per 18 miliardi in parte
sovvenzionati, ma allo Stato la
nave è venuta a costare 4 mi-
liardi di più: grazie al contratto
chiuso l'aumento dei costi inter-
venuto se lo sono addossato i
cantieri senza rivalsa. Alla Socie-
tà Italia è stato invece imposto
il «prezzo aperto »: ogni aumen-
to del costo oltre il previsto, ci
ha detto il compagno on. Dale-
ma, è andato a suo carico. Il
costo della Michelangelo, previ-
sto in 28/30 miliardi è quindi ar-
rivato a 46 miliardi e si vergo-
gnano a dire di quanto li su-
peri.
« Genova Notte » - Mercoledì 17
aprile 1968.
« Altra bordata di Costa con-
tro il porto di Genova ».
Si cerca di scavalcare le ban-
chine della Lanterna ed imporre
lo scarico delle merci a Rivalta
Scrivia.
Omissis ... Preme invece se-
gnalare alla pubblica opinione
l’altro colpo che la famiglia Co-
sta si appresta a dare ad un al-
tro caposaldo dei traffici marit-
timi: il porto di Genova.
Omissis ... Però è altrettanto
vero che la costruzione del cen-
tro di Rivalta Scrivia costituisce
un pericolo per il porto di Ge-
nova, qualora acquisisca merce
non in base alla competitività,
ma in base a manovre, accordi
che nulla hanno a che fare con
l'economia di mercato.
Omissis ... Nel corso di una
riunione della Winac che rag-
gruppa tutti gli armatori di tut-
to il mondo che trafficano tra
l’Italia occidentale ed il Nord
America, Costa ha proposto la
adozione della polizza obbligato-
ria per Rivalta anziché su Ge-
nova per tutte le merci che una
volta transitavano attraverso il
nostro porto.
Omissis... Tutte le spese che
andrebbero a beneficio del grup-
po Costa, padrone di Rivalta, sa-
rebbero a carico degli importa-
tori costretti ad accettare un ag-
gravio che oltre tutto privereb-
be di una cospicua fonte di la-
voro il porto di Genova.
Ci asteniamo da commenti per-
ché è troppo facile, per voi, fare
le valutazioni e vedere chi è che
attenta al vostro lavoro.
Ci limitiamo a fare alcune pre-
cisazioni.
Per quanto riguarda i proble-
mi della FINMARE.
La LINEA C. non ha mai vo-
luto sostituirsi alla FINMARE,
né intende minimamente farlo;
e non ha mai aspirato alle sov-
venzioni di cui gode la FIN-
MARE.
La LINEA C. ha la sola colpa
di avere dimostrato che lo Sta-
to — anche disponendo di valen-
ti dirigenti — non è capace di
fare l’armatore: la dimostrazione
è stata data esercendo senza sov-
venzioni linee che, esercite dallo
Stato, costano al popolo italiano
molti miliardi ogni anno.
Priva di fondamento è l’affer-
mazione (che si continua a ripe-
tere pur sapendo che non rispon-
de a verità) che l'armamento pri-
vato abbia ricevuto sovvenzioni
per 600 miliardi: l'armamento
privato, tranne linee minori per
le Isole, che non riguardano pe-
raltro la LINEA C., non riceve,
né ha mai ricevuto sovvenzioni
dallo Stato.
I cantieri per le navi costrui-
te per l'armamento privato rice-
vono gli stessi contributi che ri-
cevono quando costruiscono na-
vi per la FINMARE. Fantasiosa e
priva di fondamento l’afferma-
zione che Costa sia intervenuto
per una riconferma dell’ing. Ro-
sini a Presidente della FIN-
MARE.
Poco serio è il tentativo di far |
credere che sulla differenza tra
la gestione della LINEA C. —
che nulla costa allo Stato — e
quella della FINMARE — che co-
sta allo Stato 60 miliardi annui
come denunciato da «l'Unità»
(in verità di più) — abbia un pe-
so sostanziale il fatto che la LI-
NEA C. ha acquistato l’« Euge-
nio C.» a prezzo chiuso, mentre
la FINMARE ha acquistato la
«Michelangelo » e la « Raffael
lo» a prezzo aperto.
La LINEA C. ha comperato
l« Eugenio C.» a prezzo chiuso,
condizione praticata da tutti î
cantieri del mondo, e per questo
motivo ha pagato un prezzo su-
periore a quello che i cantieri
avrebbero accettato con la clau-
sola di variabilità prezzo.
Non è vero che la differenza
fra prezzo di contratto e prezzo
definitivo della « Michelangelo »
e della « Raffaello » — che sareb-
be di sedici miliardi — sia tutta
dovuta a revisione prezzo: per la
maggior parte è dovuta ad extra
prezzi per lavori aggiunti che, sia
pure in misura più limitata, ci
sono stati anche per l’« Eugenio
(CRY
Se si fa il conto di quanto iîn-
cide la variabilità prezzo delle
navi, si rileva che l’onere che ne
deriva annualmente per interessi
e per ammortamento, e conse-
guentemente sulla sovvenzione,
è inferiore ai due miliardi, som-
ma certo ingente ma di peso tra-
scurabile rispetto agli oltre ses-
santa miliardi di sovvenzione.
La verità è che se i soldi della
FINMARE fossero destinati allo
sviluppo della Marina mercantile
italiana si potrebbero fare tutti î
servizi della FINMARE (esclu-
dendone soltanto alcuni di im-
portanza secondaria e di nessu-
na utilità) ed avere uno sviluppo
della Marina italiana, per cuù ci
sarebbe la possibilità di tante na-
vi che non basterebbero î ma-
rittimi italiani per armarle e î
cantieri italiani per costruirle.
In più lo Stato potrebbe far
fronte ai suoî doveri in materia
di previdenza marinara, allegge-
rendo gli oneri che oggi gravano
pesantemente sugli armatori e
sui marittimi.
Per quanto sì riferisce a Ri-
valta, precisiamo.
Rivalta è stata costruita per
famiglie
consentire al porto di Genova un
lavoro razionale, anche in rela-
zione alle nuove tecniche di tra-
sporto, impossibile nelle attuali
condizioni per deficienza di
spazio.
I promotori di Rivalta non si
sono mai proposto fine di lucro,
tanto è vero che la quota di par-
tecipazione massima per qualsia-
si gruppo partecipante era fis-
sata in cinquanta milioni di capi-
tale, portata poi, per necessità,
a cento milioni. Costa, qualifica-
to « padrone di Rivalta », ha nel-
la Rivalta cento milioni di capi-
tale su quattro miliardi e mezzo,
cioè poco più del due per cento.
Nessun dividendo ha mai da-
to Rivalta; il titolare della LI-
NEA C., che da anni tanto lavo-
ro ha dedicato a Rivalta, non ha
ricevuto alcuna remunerazione.
Rivalta non chiede alcun pri-
vilegio: domanda soltanto che la
merce che transita per il porto
di Genova paghi tariffe propor-
zionate ai costi e non paghi co-
sti di altre merci.
Fantasiosa e priva di fonda-
mento la motizia pubblicata, e
ripetutamente riportata, che Co-
sta e la «Winac » abbiano pen-
sato di rendere obbligatorio lo
instradamento delle merci via
Rivalta.
La merce deve essere libera di
seguire la via più economica.
Chi ha la responsabilità della
politica portuale ha il dovere di
garantire questa libertà e di
creare una situazione per cui
nessuno debba farsi pagare da
altri i propri costi.
IA NAVE NEL TEMPO
XIII
Le linee dello scafo, che in un
primo periodo mantengono l’an-
damento arcuato del galeone e
della caracca, lentamente si af-
finano.
Di grado in grado sparisce ogni
elemento di rinforzo, si snelli-
sce l'avviamento della carena e
prende sempre maggiore consi-
stenza la fisionomia marinara
del bastimento con linee che ri-
velano in senso sia orizzontale
che verticale la più organica
e razionale distribuzione dell’os-
satura, mentre sempre più si
perfezionano le installature in-
terne sia per uno di guerra che
di commercio.
Le soprastrutture macchinose
del castello e del cassero decisa-
mente diminuiscono.
Il castello, primo a cedere, si
abbassa, si restringe, non è più
proteso in avanti sul mare, men-
tre sotto al bompresso il pun-
tale tende a sua volta a rove-
sciarsi fino a diventare sostegno
di una balconata aperta, detta
serpa, sotto la quale sempre me-
glio si profila la linea del taglia-
mare. Poi, sempre più congiun-
gendosi tagliamare e puntale nel-
la parte più decorata di esso,
cioè nella polena, e sempre più
unificandosi serpa e polena con
lo scafo, si finirà con l'avere il
tipico profilo ultimo dei vascelli
in cui la prora s’affina nella li-
nea unica del tagliamare.
D'altra parte la poppa piatta
del galeone gradualmente si
gonfia e si arrotonda in balco-
nate, in gallérie, in ripiani, in
Vascelli del ‘700
trabeazioni, in oggetti massicci,
in preziosità sculturali, in pit-
ture, in dorature, in tutti gli
espedienti ai quali il barocco ri-
corre per trarre partito dal gio-
co di luci e di ombre, fino a rag-
giungere quel fastosissimo com-
plesso architettonico e ornamen-
tale che è vanto delle costruzio-
ni seicentesche, esponente non
ultimo del gusto barocco del
tempo.
Nel Settecento, a poco a poco,
questi eccessi si attenuano, la
poppa sempre più restringe il
proprio specchio alla parte su-
periore, si sopprimono o si di-
minuiscono le sporgenze dei bal-
latoi degli oggetti e delle menso-
le, si limitano gli intagli e le
sculture, e le decorazioni pop-
piere si riducono ad una sem-
plice serie di vari ripiani sovrap-
posti di finestrate e di balcona-
te arieggianti a cantorie d’orga-
ni a palchi di teatri, le cui linee
tendono a rivelare ancora più la
forma marinara della nave, men-
tre i raccordi con le fianca-
te, ritraendosi e arrotolandosi,
prendono quell’aspetto caratteri-
stico per il quale dai francesi
sono chiamati addirittura bot-
tiglie. Gli stessi fanali, fino allo-
ra alti e slanciati, vanno assu-
mendo forme più panciute e più
raccolte, meglio intonate al com-
plesso poppiero.
D'altra parte il taglio e la di-
sposizione delle vele diventano
sempre più razionali con una di-
stribuzione della superficie ve-
lica di ogni albero in un conve-
niente numero di parti manovra-
CURIOSITA’
Chi sfoglia le opere di scienze
naturali scritte nell’antichità o
nel Medioevo, e anzi fino alla
metà del secolo XVIII, è colto
dal più grande stupore nel ve-
dere che, intercalate da geniali
intuizioni e da originali scoper-
te di indiscussa validità, vi fi-
gurano assurdità e credenze pri-
ve di ogni fondamento. Se un
poeta dei tempi andati ci descri-
ve la chimera, o l’idra, o l’ippo-
grifo, possiamo bene indulgere
ai suoi voli fantastici; ma come
giustificare il credito dato da
scienziati famosi all'esistenza di
esseri favolosi, partoriti soltan-
to dalla superstiziosa immagina-
zione dei popoli primitivi? E in-
vece ogni opera di storia natu-
rale delle civiltà precristiane e
dei secoli successivi fino alle
soglie dell'Ottocento appare co-
stellata di popoli con la coda,
draghi volanti, serpenti con la
testa di donna, uomini e mono-
IL LIOCORNO
(animale favoloso)
coli e così via.
Ma fra tutti questi « mostri »,
quello che più a lungo ha fatto
parlare di sé è stato senza dub-
bio il «licorno », l’animale dal
corpo equino e dal lungo cor-
no in mezzo alla fronte, che i
famosi Aristotele e Plinio ci han-
no descritto per primi con una
minuzia di particolari morfolo-
gici tali da fare breccia anche
sull’incredulità del lettore più
scettico. Dal canto loro, gli au-
tori successivi aggiunsero via via
altre « nozioni » per una miglio-
re conoscenza di quella bestia
inesistente; vi fu chi lo definì co-
me un animale mite, pauroso di
ogni stormir di foglie, amante
dei recessi boschivi e degli sta-
gni segreti, mentre altri, invece,
affermarono con eguale sicurez-
za che esso era dotato di una
forza straordinaria e di una fan-
tastica velocità, due doti che im-
pedivano all’uomo di catturar-
lo. Tutti però concordavano nel
ritenere che esso avesse stanza
nella misteriosa India, e così si
continuò a credere fino al Medio-
evo, quando la Chiesa lo accol.
se nella sua ricca zoologia sim-
bolica, facendone l’emblema del-
la verginità e della purezza (ma
una delle sue più belle riprodu-
zioni è senza dubbio quella che
ne fece il Moretto da Brescia
nella tela dipinta in onore di
Santa Giustina, ora conservato
nel Museo di Vienna).
In seguito il «licorno » tra-
smigrò dal campo religioso a
quello gentilizio, e non pochi fu-
rono i baroni e i marchesi del-
l’età di mezzo che lo effigiarono
nei loro scudi. Alla fine, quan-
do ormai la scienza ufficiale non
dava alcun credito alla sua esi-
stenza, esso salì addirittura ai
fastigi del trono, come è testi
moniato dallo stemma reale di
Inghilterra.
bili, indipendentemente una dal-
l’altra, in modo da poterne va-
riare la superficie in rapporto
alla forza del vento, conseguen-
do anche un meraviglioso siste-
ma di resistenza alle violente raf-
fiche mediante un armonico
equilibrio tra i vari elementi co-
stitutivi, la tela delle vele, la ca-
napa delle manovre, il legname
dell’alberatura.
La superficie velica può in tal
modo diventare immensa, fino
ad oltre tremila metri quadrati,
mentre la distribuzione delle ve-
le si stabilizza in un unico tipo:
vele latine ed auriche agli estre-
mi, fiocchi a prora e rande a
poppa, vele quadre al centro,
maestra e trinchetto.
Questa evoluzione si sviluppa
con costanti piccoli perfeziona-
menti dalla metà del Seicento
alla fine del secolo successivo.
Alla metà del Seicento già il
vascello aveva assunto, nei suoi
elementi principali, la sua for-
ma definitiva.
Il celebre «Sovereign of the
seas », primo vascello inglese a
tre ponti costruito da Phineas
Petti nel 1637, può già dirsi il
prototipo della lunga serie dei
vascelli costruiti nei successivi
due secoli. Di 1600 tonn., con
112 cannoni e un equipaggio di
600 uomini, esso, come scrive il
Shoutey in « Lifes of the British
Admirals », «ha due gallerie la-
terali, e d’ogni parte scolpito al-
l'esterno a trofei d'artiglieria,
con simboli e figure attinenti al-
l’arte del navigare e stemmi dei
sovrani, sostenuti da angeli.
Questi ornamenti sono tutti do-
rati, né si vede altra tinta che
oro e nero. Sulla poppa sono
cinque lanterne di cui la più
grande può contenere dieci per-
sone in piedi, ha tre ponti con-
tinui e correnti, con castello di
prora, un mezzo ponte, un cas-
sero e una cassetta: è munito di
undici ancore delle quali una pe-
sa 4.400 libbre ».
Il tipo di vascello settecente-
sco è ancora più di questo equi-
librato. La lunghezza è di metri
54 a 60; la larghezza di 14 a
16,40; l’altezza totale di 14,50 a
15,50; l'immersione di 6,50 a 7,80;
il dislocamento di 3000 ad ol-
tre 5000 tonnellate; e le artiglie-
rie, aumentate di potenza e di-
minuite di numero, sono razio-
nalmente disposte esclusivamen-
te sui fianchi in batterie sovrap-
poste e a scacchiera, in modo
che i singoli portelli della bat-
teria inferiore si aprissero negli
intervalli della batteria superio-
re. Sui vascelli a tre ponti i pez-
zi erano così disposti: 30 da 36
libbre, cioè con proiettili pesan-
ti 36 libbre, sul primo ponte; 32
da 24 sul secondo; 32 da 12 sul
terzo; 16 da 8 sul castello.
(continua)
(Da «La nave nel tempo» di Mi-
chele Vocino, edizioni Alfieri, Mi-
lano)
NOTIZIARIO ‘’C,,: pagina tre
GIORNALE DI BORDO
IL CALENDARIO DEL MARITTIMO
Le campane
di Sant'Eugenio
salutano
due amici
Carmine Ientile ed Egidio Ur-
so presto ci lasceranno per an-
darsene in pensione. Hanno spe-
so una grossa porzione della lo-
ro vita sul mare: lo hanno fatto
perché a loro piaceva così, ma
adesso conviene così, non fosse
altro che per ragioni di salute.
Tante volte avranno detto, co-
me, del resto, tutti noi: « Ah...
se dovessi ricominciare... ».
Bene. Se dovessero 0, meglio,
potessero ricominciare, ripren-
derebbero da dove cominciaro-
no molti... molti anni fa; siatene
certi. Il navigare è una malat-
tia come un’altra e non c’è bar-
ba di dottore che possa guarir-
la. Ecco perché più sopra abbia-
mo detto: «...non foss’altro che
per ragioni di salute... ».
Più di una volta, e ci sembra
fi vederli e di ascoltarli, si ri-
troveranno per caso in piazza
Principe a Genova... Diranno di
trovarsi lì per caso e, sempre
per... caso, parleranno di navi.
Ma noi sappiamo benissimo che
essi si troveranno lì, in piazza
Principe, perché di lì si vede il
porto e si vedono gli alberi di
quelle navi che ti rubano tanti
anni di gioventù, ma che ti dan-
no qualcosa che soltanto il ma-
re sa e può dare.
In tanti anni di mare, quanta
esperienza! E, siccome l’espe-
rienza non è che un cumulo di
errori, noi non giudichiamo que-
sti signori, che ci permettiamo
di chiamare amici, né nel bene e
né nel male, finché non salti su
qualcuno a dire: «Io non ho mai
sbagliato... ».
Ci permettiamo, però, questa
piccola e semplice considerazio-
ne: se, com’è giusto e umana-
mente logico, le nuove leve del
mare debbono guardarsi avanti
migliorandosi per migliorare, è
altrettanto umanamente giusto e
logico che non dovrebbero mai
dimenticare chi, con un compor-
tamento serio e dignitoso come
quello tenuto dagli amici Tentile
e Urso, durante la loro laborio-
sa vita trascorsa sul mare, ha
contribuito non poco a un mi.
gliore avvenire.
Ai nostri amici Egidio e Car-
mine, e alle loro famiglie, un
grazie da tutti noi. Dalla nostra
redazione tante, tante felicita-
zioni.
MIFE
Dal giornaletto di bordo
« Parrocchia di Sant'Eugenio »
NOTIZIARIO ‘C,,: pagina quattro
Avete mai visto il calendario
di un marittimo?
E’ veramente singolare. Ad
ogni giorno corrisponde un se-
gno, più o meno marcato e di
ogni tipo, che è profondamente
significativo e rivelatore di una
mentalità e dei più vari senti-
menti.
A bordo si perde la cognizio-
ne del tempo perché i giorni
sono un po’ tutti eguali. AUa
domenica non c’è la partita di
calcio, non c’è l’incontro al bar
con gli amici, non c’è la gita con
la moglie e con i figli. C'è la
Messa ma anche quella qualche
volta viene dimenticata. C'è il
La nuova Pasqua
Era d’obbligo per i giudei re-
carsi a Gerusalemme tre volte
l’anno: per la Pasqua, per la Pen-
tecoste e per la festa dei Taber-
nacoli.
Con la Pasqua, essi commemo-
ravano la loro liberazione dalla
schiavitù d’Egitto, cioè quell’av-
venimento della loro storia che
può essere tenuto come princi.
pale. Con l’esodo, infatti, una
«nuova vita » iniziava per il po-
polo di Dio e veniva alimentata
la speranza in una ulteriore libe-
razione per opera del Messia at-
teso.
Gesù, ossequiente alle leggi, era
solito celebrare la Sua Pasqua.
L’ultima della sua vita però la
volle celebrare con « ardente de-
siderio » (Luca, 22, 15) perché
era nella sua intenzione cambiar-
ne radicalmente il significato e
l’effetto. Quell’ultima volta egli
non si attenne con tutta esat-
tezza alle prescrizioni; già il fat-
to di anticipare la cerimonia dal
venerdì al giovedì rappresenta-
va uno strappo alla consuetudi-
ne e l’inizio di qualcosa di
nuovo.
Accanto all’agnello rituale Ge-
sù innesta l’istituzione dell’Euca-
restia: prende il pane, rende gra-
zie, benedice il pane, lo spezza,
lo porge ai suoi dicendo « Pren-
dete e mangiate. Questo è il mio
corpo immolato per voi ». Sulla
mensa stava il corpo dell’agnel-
lo, simbolo della vecchia Pasqua,
e il Suo corpo, simbolo della
nuova Pasqua. D’ora innanzi sa-
rà Lui l’agnello pasquale che im-
moleremo nel sacrificio della
Messa.
Come ai tempi dell’esodo, il
sangue di un agnello, con cui si
segnarono le porte, ha salvato
i primogeniti degli ebrei così 0g-
gi il sangue del nuovo Agnello
salverà il suo popolo dai peccati
«Sapete che non foste riscatta-
ti con oro o argento ma a prez-
zo del sangue prezioso dell’A-
gnello illibato e innocente, Cri-
sto » (1 Pietro 1, 18).
D'ora innanzi inoltre non si
tratterà più di ricordi e di arida
commemorazione di fatti che
sempre più si allontanano nella
storia ma della nascita di una
nuova Creatura liberata, dal san-
gue del nuovo Agnello, dai pro-
pri peccati e fatta partecipe del-
la natura divina.
Il Battesimo è il rito per mez-
zo del quale l’uomo riceve que-
sta nuova vita; con esso viene
in noi quello stesso principio di
vita che si è manifestato nella
persona di Cristo alla sua resur-
rezione e si manifesterà nella no-
stra persona con la resurrezione
dai morti, ma che è già in opera
dal giorno del nostro battesimo.
Questa relazione stretta tra Re-
surrezione e Battesimo ha fat-
to, fin dai primi tempi della
Chiesa, della Pasqua la data pri.
vilegiata per il conferimento del
battesimo e ancora oggi conser-
va alla festa un carattere spicca-
tamente battesimale.
Festeggiare la resurrezione di
Cristo non significa, dunque,
semplicemente ricordare il fatto
miracoloso della sua uscita dal-
la tomba, ma prendere coscien-
za del fatto che, da quel momen-
to, un nuovo tipo di uomo è ve-
nuto al mondo, che per mezzo
del battesimo a noi è partecipa-
ta la natura di questo uomo, e
che per mezzo della Eucarestia
tale natura viene consolidata.
IL CAPPELLANO
Dal giornaletto di bordo
« Parrocchia di Sant'Eugenio »
pollo a pranzo, ma adesso lo
danno anche al giovedì. C'è il
bucato ma quello, qualche volta,
va a rischio di rimanere alcuni
giorni a bagno nel secchio. Una
volta c’era il « Totocalcio », ma
ora è scomparso anche quello, ed
è logico siù scomparso così co-
me sono sparite tante altre bel
le cose. E allora... per ricordar-
ci che giorno è... giù un bel se.
gno sul calendario...
Questo modo di scarabocchia.
re è innocente e saggio, ma,
ahimé, ci sono altri tipi di scara-
bocchi che, a parer mio, dovreb-
bero scomparire. Voglio allude-
re a quando il segno non è più
un segno, ma una cancellatura
di un giorno come a dire: «...E
uno di meno! ».
Questo è veramente brutto |
perché equivale a desiderare che —
la vita passi e che giunga presto
il giorno della pensione. Deside-
rio di invecchiare.
Mentre a terra si dice « siamo
già a sabato », a bordo si dice:
«Siamo ancora a sabato ».
Questo è brutto perché signifi
ca che la vita è diventata un pe-
so, perché non si sa più coglie-
re la preziosità del tempo. Que-
sto non è vivere! Vivere vuol di-
re prendere cosciente contatto
col dolore, con la gioia e con la
preziosità del momento pre-
sente.
Chi cancella il giorno del ca-
lendario inconsciamente rivela
una sua sbagliata concezione del-
bietet
la vita; che non è bella soltanto —
quando è gioia, ma anche quan
do è tristezza .
Anch’io sono un marittimo; pe-
rò ho deciso, di proposito, di
non cancellare i giorni del mio
calendario e ne ricevo, în com-
penso, una saggia lezione quoti- |
diana.
MARITTIMO
Dal giornaletto di bordo
« Parrocchia di Sant'Eugenio »
NOTIZIARIO «€»
Periodico aziendale bimestrale
Anno VIII - Marzo-Aprile 1968
“Genova, Via D'Annunzio 2 (piano XX)
Autor. Trib. di Genova N. 526 del 23-2-1961 Siampa: BI-ESSE Genova
FLAVIO MAGNARIN
Direttore responsabile
Tel. 58.18.51 - Casella postale 492
- extracted text
-
NOTIZIARIO
E ì
Linea ‘’C,, - ditta Giacomo Costa fu Andrea - via G. D'Annunzio, 2 - Genova
Anno VIII - Marzo-Aprile 1968 Periodico bimestrale Spedizione in Abbonamento Postale - Gruppo IV
N. 2
Determinazione astronomica del punto
Ai marittimi della Linea “G,, e alle loro
Preghiamo i nostri marittimi e i loro familiari
di leggere attentamente gli stralci di due articoli
pubblicati dal quotidiano « l'Unità » (organo del Par-
tito comunista italiano) e di uno pubblicato del gior-
nale di ispirazione socialista « Genova Notte ». Chi
avesse interesse a conoscere i testi integrali dei tre
articoli può scriverci e gli faremo pervenire le foto-
copie.
La via per superare la crisi investe flotte, porti e cantieri
Per il pareggio 1 milione di tonnellate l’anno
Proposte organiche dei sindacati per lo sviluppo della flotta di Stato - Incentivi e armamento privato - Lo scan
dalo del «contratto chiuso) e del € prezzo aperto » dvi cantieri di costruzione - Cos'è che soffoca la società di PIN
Pompa: Genoa, Via fio 2 > tai mn
Rossi Casetta a ra: Spegiraeri in bei
do poetale Gr. 1 MO/TO - Mianoccrity e iste me ped&ieste nea i restii
Oburne, Badasione. Ammimeranane
2 36417 Casellario Stampe (Atno Bo
Mercoledì 17 Apele 1068
\ILOA
BISETTIMANALE INDIPENDENTE D'INFORMAZIONE
anno L 3000, semente Li 1409 + CIC Postale 421536 — Pubbiona
torems per 3 men di abario pu uno totsoneli Corser è. Comosiograià. ite
Lion ieraigia L' air iactmani: Lace”! nese Las
Anno VM - NM L 00
La prima era diretta alla concorrente flotta di Stato
Altra «bordata » di Costa
contro il porto di Genova
Si cerca di scavalcare le banchine della Lanterna e imporre
lo scarico delle merci a Rivalta Scrivia. La proposta di studio
della WINAC (che raggruppa gli armatori di tutto il mondo
interessati a questo traffico) e la denuncia dell'on. G. Machiavelli
« l'Unità » - sabato 13 aprile 1968.
«Come fa il ”’clan” dei Costa
a mettere le mani sulla FINMA-
RE ».
Omissis ... Sinora il «clan»
dei Costa si è schierato in «con-
correnza » con la FINMARE più
per le sovvenzioni statali che
per i traffici in mare aperto. Ma
uno stato moderno non può più
ormai ispirarsi ad anacronisti-
che concezioni liberalistiche per
assicurarsi un servizio d’interes-
se pubblico qual'è il trasporto
marittimo e neanche Costa può
risuscitare i fantasmi mercantili-
stici di fine ’800 per continuare
a gestire, sovvenzionato, un tra-
sporto marittimo che non può
organizzare nell’interesse pub-
blico.
Omissis ... La direzione della
politica marinara nelle mani del-
l'armamento privato è stata un
fallimento. Questo Costa finge
di ignorare e non «pensa in
grande » quando vuole risolvere
i suoi guai scalzando la FINMA-
RE nei traffici, incamerandone
le sovvenzioni.
NOTIZIARIO ‘’’C,,: pagina due
« l'Unità » - Mercoledì 17 aprile
1968.
Omissis ... I Governi hanno
affidato la politica marinara nel-
le mani rapaci dell’armamento
privato. Sembra abbiano fatto
l'impossibile per costringere la
FINMARE a soccombere ai pri-
vati. Questi ultimi hanno accap-
parrato in un ventennio 600 mi-
liardi di sovvenzioni statali a
fondo perso e dato in cambio
al Paese un crescente passivo
nel bilancio dei noli.
Omissis ... Nei cantieri deve
intanto cessare lo scandalo dei
«contratti chiusi» e del «prez-
zo aperto ». Di che cosa si trat-
ta? Col contratto chiuso Costa
si è fatto costruire dai cantieri
dello Stato l’ammiraglia Euge-
nio C. per 18 miliardi in parte
sovvenzionati, ma allo Stato la
nave è venuta a costare 4 mi-
liardi di più: grazie al contratto
chiuso l'aumento dei costi inter-
venuto se lo sono addossato i
cantieri senza rivalsa. Alla Socie-
tà Italia è stato invece imposto
il «prezzo aperto »: ogni aumen-
to del costo oltre il previsto, ci
ha detto il compagno on. Dale-
ma, è andato a suo carico. Il
costo della Michelangelo, previ-
sto in 28/30 miliardi è quindi ar-
rivato a 46 miliardi e si vergo-
gnano a dire di quanto li su-
peri.
« Genova Notte » - Mercoledì 17
aprile 1968.
« Altra bordata di Costa con-
tro il porto di Genova ».
Si cerca di scavalcare le ban-
chine della Lanterna ed imporre
lo scarico delle merci a Rivalta
Scrivia.
Omissis ... Preme invece se-
gnalare alla pubblica opinione
l’altro colpo che la famiglia Co-
sta si appresta a dare ad un al-
tro caposaldo dei traffici marit-
timi: il porto di Genova.
Omissis ... Però è altrettanto
vero che la costruzione del cen-
tro di Rivalta Scrivia costituisce
un pericolo per il porto di Ge-
nova, qualora acquisisca merce
non in base alla competitività,
ma in base a manovre, accordi
che nulla hanno a che fare con
l'economia di mercato.
Omissis ... Nel corso di una
riunione della Winac che rag-
gruppa tutti gli armatori di tut-
to il mondo che trafficano tra
l’Italia occidentale ed il Nord
America, Costa ha proposto la
adozione della polizza obbligato-
ria per Rivalta anziché su Ge-
nova per tutte le merci che una
volta transitavano attraverso il
nostro porto.
Omissis... Tutte le spese che
andrebbero a beneficio del grup-
po Costa, padrone di Rivalta, sa-
rebbero a carico degli importa-
tori costretti ad accettare un ag-
gravio che oltre tutto privereb-
be di una cospicua fonte di la-
voro il porto di Genova.
Ci asteniamo da commenti per-
ché è troppo facile, per voi, fare
le valutazioni e vedere chi è che
attenta al vostro lavoro.
Ci limitiamo a fare alcune pre-
cisazioni.
Per quanto riguarda i proble-
mi della FINMARE.
La LINEA C. non ha mai vo-
luto sostituirsi alla FINMARE,
né intende minimamente farlo;
e non ha mai aspirato alle sov-
venzioni di cui gode la FIN-
MARE.
La LINEA C. ha la sola colpa
di avere dimostrato che lo Sta-
to — anche disponendo di valen-
ti dirigenti — non è capace di
fare l’armatore: la dimostrazione
è stata data esercendo senza sov-
venzioni linee che, esercite dallo
Stato, costano al popolo italiano
molti miliardi ogni anno.
Priva di fondamento è l’affer-
mazione (che si continua a ripe-
tere pur sapendo che non rispon-
de a verità) che l'armamento pri-
vato abbia ricevuto sovvenzioni
per 600 miliardi: l'armamento
privato, tranne linee minori per
le Isole, che non riguardano pe-
raltro la LINEA C., non riceve,
né ha mai ricevuto sovvenzioni
dallo Stato.
I cantieri per le navi costrui-
te per l'armamento privato rice-
vono gli stessi contributi che ri-
cevono quando costruiscono na-
vi per la FINMARE. Fantasiosa e
priva di fondamento l’afferma-
zione che Costa sia intervenuto
per una riconferma dell’ing. Ro-
sini a Presidente della FIN-
MARE.
Poco serio è il tentativo di far |
credere che sulla differenza tra
la gestione della LINEA C. —
che nulla costa allo Stato — e
quella della FINMARE — che co-
sta allo Stato 60 miliardi annui
come denunciato da «l'Unità»
(in verità di più) — abbia un pe-
so sostanziale il fatto che la LI-
NEA C. ha acquistato l’« Euge-
nio C.» a prezzo chiuso, mentre
la FINMARE ha acquistato la
«Michelangelo » e la « Raffael
lo» a prezzo aperto.
La LINEA C. ha comperato
l« Eugenio C.» a prezzo chiuso,
condizione praticata da tutti î
cantieri del mondo, e per questo
motivo ha pagato un prezzo su-
periore a quello che i cantieri
avrebbero accettato con la clau-
sola di variabilità prezzo.
Non è vero che la differenza
fra prezzo di contratto e prezzo
definitivo della « Michelangelo »
e della « Raffaello » — che sareb-
be di sedici miliardi — sia tutta
dovuta a revisione prezzo: per la
maggior parte è dovuta ad extra
prezzi per lavori aggiunti che, sia
pure in misura più limitata, ci
sono stati anche per l’« Eugenio
(CRY
Se si fa il conto di quanto iîn-
cide la variabilità prezzo delle
navi, si rileva che l’onere che ne
deriva annualmente per interessi
e per ammortamento, e conse-
guentemente sulla sovvenzione,
è inferiore ai due miliardi, som-
ma certo ingente ma di peso tra-
scurabile rispetto agli oltre ses-
santa miliardi di sovvenzione.
La verità è che se i soldi della
FINMARE fossero destinati allo
sviluppo della Marina mercantile
italiana si potrebbero fare tutti î
servizi della FINMARE (esclu-
dendone soltanto alcuni di im-
portanza secondaria e di nessu-
na utilità) ed avere uno sviluppo
della Marina italiana, per cuù ci
sarebbe la possibilità di tante na-
vi che non basterebbero î ma-
rittimi italiani per armarle e î
cantieri italiani per costruirle.
In più lo Stato potrebbe far
fronte ai suoî doveri in materia
di previdenza marinara, allegge-
rendo gli oneri che oggi gravano
pesantemente sugli armatori e
sui marittimi.
Per quanto sì riferisce a Ri-
valta, precisiamo.
Rivalta è stata costruita per
famiglie
consentire al porto di Genova un
lavoro razionale, anche in rela-
zione alle nuove tecniche di tra-
sporto, impossibile nelle attuali
condizioni per deficienza di
spazio.
I promotori di Rivalta non si
sono mai proposto fine di lucro,
tanto è vero che la quota di par-
tecipazione massima per qualsia-
si gruppo partecipante era fis-
sata in cinquanta milioni di capi-
tale, portata poi, per necessità,
a cento milioni. Costa, qualifica-
to « padrone di Rivalta », ha nel-
la Rivalta cento milioni di capi-
tale su quattro miliardi e mezzo,
cioè poco più del due per cento.
Nessun dividendo ha mai da-
to Rivalta; il titolare della LI-
NEA C., che da anni tanto lavo-
ro ha dedicato a Rivalta, non ha
ricevuto alcuna remunerazione.
Rivalta non chiede alcun pri-
vilegio: domanda soltanto che la
merce che transita per il porto
di Genova paghi tariffe propor-
zionate ai costi e non paghi co-
sti di altre merci.
Fantasiosa e priva di fonda-
mento la motizia pubblicata, e
ripetutamente riportata, che Co-
sta e la «Winac » abbiano pen-
sato di rendere obbligatorio lo
instradamento delle merci via
Rivalta.
La merce deve essere libera di
seguire la via più economica.
Chi ha la responsabilità della
politica portuale ha il dovere di
garantire questa libertà e di
creare una situazione per cui
nessuno debba farsi pagare da
altri i propri costi.
IA NAVE NEL TEMPO
XIII
Le linee dello scafo, che in un
primo periodo mantengono l’an-
damento arcuato del galeone e
della caracca, lentamente si af-
finano.
Di grado in grado sparisce ogni
elemento di rinforzo, si snelli-
sce l'avviamento della carena e
prende sempre maggiore consi-
stenza la fisionomia marinara
del bastimento con linee che ri-
velano in senso sia orizzontale
che verticale la più organica
e razionale distribuzione dell’os-
satura, mentre sempre più si
perfezionano le installature in-
terne sia per uno di guerra che
di commercio.
Le soprastrutture macchinose
del castello e del cassero decisa-
mente diminuiscono.
Il castello, primo a cedere, si
abbassa, si restringe, non è più
proteso in avanti sul mare, men-
tre sotto al bompresso il pun-
tale tende a sua volta a rove-
sciarsi fino a diventare sostegno
di una balconata aperta, detta
serpa, sotto la quale sempre me-
glio si profila la linea del taglia-
mare. Poi, sempre più congiun-
gendosi tagliamare e puntale nel-
la parte più decorata di esso,
cioè nella polena, e sempre più
unificandosi serpa e polena con
lo scafo, si finirà con l'avere il
tipico profilo ultimo dei vascelli
in cui la prora s’affina nella li-
nea unica del tagliamare.
D'altra parte la poppa piatta
del galeone gradualmente si
gonfia e si arrotonda in balco-
nate, in gallérie, in ripiani, in
Vascelli del ‘700
trabeazioni, in oggetti massicci,
in preziosità sculturali, in pit-
ture, in dorature, in tutti gli
espedienti ai quali il barocco ri-
corre per trarre partito dal gio-
co di luci e di ombre, fino a rag-
giungere quel fastosissimo com-
plesso architettonico e ornamen-
tale che è vanto delle costruzio-
ni seicentesche, esponente non
ultimo del gusto barocco del
tempo.
Nel Settecento, a poco a poco,
questi eccessi si attenuano, la
poppa sempre più restringe il
proprio specchio alla parte su-
periore, si sopprimono o si di-
minuiscono le sporgenze dei bal-
latoi degli oggetti e delle menso-
le, si limitano gli intagli e le
sculture, e le decorazioni pop-
piere si riducono ad una sem-
plice serie di vari ripiani sovrap-
posti di finestrate e di balcona-
te arieggianti a cantorie d’orga-
ni a palchi di teatri, le cui linee
tendono a rivelare ancora più la
forma marinara della nave, men-
tre i raccordi con le fianca-
te, ritraendosi e arrotolandosi,
prendono quell’aspetto caratteri-
stico per il quale dai francesi
sono chiamati addirittura bot-
tiglie. Gli stessi fanali, fino allo-
ra alti e slanciati, vanno assu-
mendo forme più panciute e più
raccolte, meglio intonate al com-
plesso poppiero.
D'altra parte il taglio e la di-
sposizione delle vele diventano
sempre più razionali con una di-
stribuzione della superficie ve-
lica di ogni albero in un conve-
niente numero di parti manovra-
CURIOSITA’
Chi sfoglia le opere di scienze
naturali scritte nell’antichità o
nel Medioevo, e anzi fino alla
metà del secolo XVIII, è colto
dal più grande stupore nel ve-
dere che, intercalate da geniali
intuizioni e da originali scoper-
te di indiscussa validità, vi fi-
gurano assurdità e credenze pri-
ve di ogni fondamento. Se un
poeta dei tempi andati ci descri-
ve la chimera, o l’idra, o l’ippo-
grifo, possiamo bene indulgere
ai suoi voli fantastici; ma come
giustificare il credito dato da
scienziati famosi all'esistenza di
esseri favolosi, partoriti soltan-
to dalla superstiziosa immagina-
zione dei popoli primitivi? E in-
vece ogni opera di storia natu-
rale delle civiltà precristiane e
dei secoli successivi fino alle
soglie dell'Ottocento appare co-
stellata di popoli con la coda,
draghi volanti, serpenti con la
testa di donna, uomini e mono-
IL LIOCORNO
(animale favoloso)
coli e così via.
Ma fra tutti questi « mostri »,
quello che più a lungo ha fatto
parlare di sé è stato senza dub-
bio il «licorno », l’animale dal
corpo equino e dal lungo cor-
no in mezzo alla fronte, che i
famosi Aristotele e Plinio ci han-
no descritto per primi con una
minuzia di particolari morfolo-
gici tali da fare breccia anche
sull’incredulità del lettore più
scettico. Dal canto loro, gli au-
tori successivi aggiunsero via via
altre « nozioni » per una miglio-
re conoscenza di quella bestia
inesistente; vi fu chi lo definì co-
me un animale mite, pauroso di
ogni stormir di foglie, amante
dei recessi boschivi e degli sta-
gni segreti, mentre altri, invece,
affermarono con eguale sicurez-
za che esso era dotato di una
forza straordinaria e di una fan-
tastica velocità, due doti che im-
pedivano all’uomo di catturar-
lo. Tutti però concordavano nel
ritenere che esso avesse stanza
nella misteriosa India, e così si
continuò a credere fino al Medio-
evo, quando la Chiesa lo accol.
se nella sua ricca zoologia sim-
bolica, facendone l’emblema del-
la verginità e della purezza (ma
una delle sue più belle riprodu-
zioni è senza dubbio quella che
ne fece il Moretto da Brescia
nella tela dipinta in onore di
Santa Giustina, ora conservato
nel Museo di Vienna).
In seguito il «licorno » tra-
smigrò dal campo religioso a
quello gentilizio, e non pochi fu-
rono i baroni e i marchesi del-
l’età di mezzo che lo effigiarono
nei loro scudi. Alla fine, quan-
do ormai la scienza ufficiale non
dava alcun credito alla sua esi-
stenza, esso salì addirittura ai
fastigi del trono, come è testi
moniato dallo stemma reale di
Inghilterra.
bili, indipendentemente una dal-
l’altra, in modo da poterne va-
riare la superficie in rapporto
alla forza del vento, conseguen-
do anche un meraviglioso siste-
ma di resistenza alle violente raf-
fiche mediante un armonico
equilibrio tra i vari elementi co-
stitutivi, la tela delle vele, la ca-
napa delle manovre, il legname
dell’alberatura.
La superficie velica può in tal
modo diventare immensa, fino
ad oltre tremila metri quadrati,
mentre la distribuzione delle ve-
le si stabilizza in un unico tipo:
vele latine ed auriche agli estre-
mi, fiocchi a prora e rande a
poppa, vele quadre al centro,
maestra e trinchetto.
Questa evoluzione si sviluppa
con costanti piccoli perfeziona-
menti dalla metà del Seicento
alla fine del secolo successivo.
Alla metà del Seicento già il
vascello aveva assunto, nei suoi
elementi principali, la sua for-
ma definitiva.
Il celebre «Sovereign of the
seas », primo vascello inglese a
tre ponti costruito da Phineas
Petti nel 1637, può già dirsi il
prototipo della lunga serie dei
vascelli costruiti nei successivi
due secoli. Di 1600 tonn., con
112 cannoni e un equipaggio di
600 uomini, esso, come scrive il
Shoutey in « Lifes of the British
Admirals », «ha due gallerie la-
terali, e d’ogni parte scolpito al-
l'esterno a trofei d'artiglieria,
con simboli e figure attinenti al-
l’arte del navigare e stemmi dei
sovrani, sostenuti da angeli.
Questi ornamenti sono tutti do-
rati, né si vede altra tinta che
oro e nero. Sulla poppa sono
cinque lanterne di cui la più
grande può contenere dieci per-
sone in piedi, ha tre ponti con-
tinui e correnti, con castello di
prora, un mezzo ponte, un cas-
sero e una cassetta: è munito di
undici ancore delle quali una pe-
sa 4.400 libbre ».
Il tipo di vascello settecente-
sco è ancora più di questo equi-
librato. La lunghezza è di metri
54 a 60; la larghezza di 14 a
16,40; l’altezza totale di 14,50 a
15,50; l'immersione di 6,50 a 7,80;
il dislocamento di 3000 ad ol-
tre 5000 tonnellate; e le artiglie-
rie, aumentate di potenza e di-
minuite di numero, sono razio-
nalmente disposte esclusivamen-
te sui fianchi in batterie sovrap-
poste e a scacchiera, in modo
che i singoli portelli della bat-
teria inferiore si aprissero negli
intervalli della batteria superio-
re. Sui vascelli a tre ponti i pez-
zi erano così disposti: 30 da 36
libbre, cioè con proiettili pesan-
ti 36 libbre, sul primo ponte; 32
da 24 sul secondo; 32 da 12 sul
terzo; 16 da 8 sul castello.
(continua)
(Da «La nave nel tempo» di Mi-
chele Vocino, edizioni Alfieri, Mi-
lano)
NOTIZIARIO ‘’C,,: pagina tre
GIORNALE DI BORDO
IL CALENDARIO DEL MARITTIMO
Le campane
di Sant'Eugenio
salutano
due amici
Carmine Ientile ed Egidio Ur-
so presto ci lasceranno per an-
darsene in pensione. Hanno spe-
so una grossa porzione della lo-
ro vita sul mare: lo hanno fatto
perché a loro piaceva così, ma
adesso conviene così, non fosse
altro che per ragioni di salute.
Tante volte avranno detto, co-
me, del resto, tutti noi: « Ah...
se dovessi ricominciare... ».
Bene. Se dovessero 0, meglio,
potessero ricominciare, ripren-
derebbero da dove cominciaro-
no molti... molti anni fa; siatene
certi. Il navigare è una malat-
tia come un’altra e non c’è bar-
ba di dottore che possa guarir-
la. Ecco perché più sopra abbia-
mo detto: «...non foss’altro che
per ragioni di salute... ».
Più di una volta, e ci sembra
fi vederli e di ascoltarli, si ri-
troveranno per caso in piazza
Principe a Genova... Diranno di
trovarsi lì per caso e, sempre
per... caso, parleranno di navi.
Ma noi sappiamo benissimo che
essi si troveranno lì, in piazza
Principe, perché di lì si vede il
porto e si vedono gli alberi di
quelle navi che ti rubano tanti
anni di gioventù, ma che ti dan-
no qualcosa che soltanto il ma-
re sa e può dare.
In tanti anni di mare, quanta
esperienza! E, siccome l’espe-
rienza non è che un cumulo di
errori, noi non giudichiamo que-
sti signori, che ci permettiamo
di chiamare amici, né nel bene e
né nel male, finché non salti su
qualcuno a dire: «Io non ho mai
sbagliato... ».
Ci permettiamo, però, questa
piccola e semplice considerazio-
ne: se, com’è giusto e umana-
mente logico, le nuove leve del
mare debbono guardarsi avanti
migliorandosi per migliorare, è
altrettanto umanamente giusto e
logico che non dovrebbero mai
dimenticare chi, con un compor-
tamento serio e dignitoso come
quello tenuto dagli amici Tentile
e Urso, durante la loro laborio-
sa vita trascorsa sul mare, ha
contribuito non poco a un mi.
gliore avvenire.
Ai nostri amici Egidio e Car-
mine, e alle loro famiglie, un
grazie da tutti noi. Dalla nostra
redazione tante, tante felicita-
zioni.
MIFE
Dal giornaletto di bordo
« Parrocchia di Sant'Eugenio »
NOTIZIARIO ‘C,,: pagina quattro
Avete mai visto il calendario
di un marittimo?
E’ veramente singolare. Ad
ogni giorno corrisponde un se-
gno, più o meno marcato e di
ogni tipo, che è profondamente
significativo e rivelatore di una
mentalità e dei più vari senti-
menti.
A bordo si perde la cognizio-
ne del tempo perché i giorni
sono un po’ tutti eguali. AUa
domenica non c’è la partita di
calcio, non c’è l’incontro al bar
con gli amici, non c’è la gita con
la moglie e con i figli. C'è la
Messa ma anche quella qualche
volta viene dimenticata. C'è il
La nuova Pasqua
Era d’obbligo per i giudei re-
carsi a Gerusalemme tre volte
l’anno: per la Pasqua, per la Pen-
tecoste e per la festa dei Taber-
nacoli.
Con la Pasqua, essi commemo-
ravano la loro liberazione dalla
schiavitù d’Egitto, cioè quell’av-
venimento della loro storia che
può essere tenuto come princi.
pale. Con l’esodo, infatti, una
«nuova vita » iniziava per il po-
polo di Dio e veniva alimentata
la speranza in una ulteriore libe-
razione per opera del Messia at-
teso.
Gesù, ossequiente alle leggi, era
solito celebrare la Sua Pasqua.
L’ultima della sua vita però la
volle celebrare con « ardente de-
siderio » (Luca, 22, 15) perché
era nella sua intenzione cambiar-
ne radicalmente il significato e
l’effetto. Quell’ultima volta egli
non si attenne con tutta esat-
tezza alle prescrizioni; già il fat-
to di anticipare la cerimonia dal
venerdì al giovedì rappresenta-
va uno strappo alla consuetudi-
ne e l’inizio di qualcosa di
nuovo.
Accanto all’agnello rituale Ge-
sù innesta l’istituzione dell’Euca-
restia: prende il pane, rende gra-
zie, benedice il pane, lo spezza,
lo porge ai suoi dicendo « Pren-
dete e mangiate. Questo è il mio
corpo immolato per voi ». Sulla
mensa stava il corpo dell’agnel-
lo, simbolo della vecchia Pasqua,
e il Suo corpo, simbolo della
nuova Pasqua. D’ora innanzi sa-
rà Lui l’agnello pasquale che im-
moleremo nel sacrificio della
Messa.
Come ai tempi dell’esodo, il
sangue di un agnello, con cui si
segnarono le porte, ha salvato
i primogeniti degli ebrei così 0g-
gi il sangue del nuovo Agnello
salverà il suo popolo dai peccati
«Sapete che non foste riscatta-
ti con oro o argento ma a prez-
zo del sangue prezioso dell’A-
gnello illibato e innocente, Cri-
sto » (1 Pietro 1, 18).
D'ora innanzi inoltre non si
tratterà più di ricordi e di arida
commemorazione di fatti che
sempre più si allontanano nella
storia ma della nascita di una
nuova Creatura liberata, dal san-
gue del nuovo Agnello, dai pro-
pri peccati e fatta partecipe del-
la natura divina.
Il Battesimo è il rito per mez-
zo del quale l’uomo riceve que-
sta nuova vita; con esso viene
in noi quello stesso principio di
vita che si è manifestato nella
persona di Cristo alla sua resur-
rezione e si manifesterà nella no-
stra persona con la resurrezione
dai morti, ma che è già in opera
dal giorno del nostro battesimo.
Questa relazione stretta tra Re-
surrezione e Battesimo ha fat-
to, fin dai primi tempi della
Chiesa, della Pasqua la data pri.
vilegiata per il conferimento del
battesimo e ancora oggi conser-
va alla festa un carattere spicca-
tamente battesimale.
Festeggiare la resurrezione di
Cristo non significa, dunque,
semplicemente ricordare il fatto
miracoloso della sua uscita dal-
la tomba, ma prendere coscien-
za del fatto che, da quel momen-
to, un nuovo tipo di uomo è ve-
nuto al mondo, che per mezzo
del battesimo a noi è partecipa-
ta la natura di questo uomo, e
che per mezzo della Eucarestia
tale natura viene consolidata.
IL CAPPELLANO
Dal giornaletto di bordo
« Parrocchia di Sant'Eugenio »
pollo a pranzo, ma adesso lo
danno anche al giovedì. C'è il
bucato ma quello, qualche volta,
va a rischio di rimanere alcuni
giorni a bagno nel secchio. Una
volta c’era il « Totocalcio », ma
ora è scomparso anche quello, ed
è logico siù scomparso così co-
me sono sparite tante altre bel
le cose. E allora... per ricordar-
ci che giorno è... giù un bel se.
gno sul calendario...
Questo modo di scarabocchia.
re è innocente e saggio, ma,
ahimé, ci sono altri tipi di scara-
bocchi che, a parer mio, dovreb-
bero scomparire. Voglio allude-
re a quando il segno non è più
un segno, ma una cancellatura
di un giorno come a dire: «...E
uno di meno! ».
Questo è veramente brutto |
perché equivale a desiderare che —
la vita passi e che giunga presto
il giorno della pensione. Deside-
rio di invecchiare.
Mentre a terra si dice « siamo
già a sabato », a bordo si dice:
«Siamo ancora a sabato ».
Questo è brutto perché signifi
ca che la vita è diventata un pe-
so, perché non si sa più coglie-
re la preziosità del tempo. Que-
sto non è vivere! Vivere vuol di-
re prendere cosciente contatto
col dolore, con la gioia e con la
preziosità del momento pre-
sente.
Chi cancella il giorno del ca-
lendario inconsciamente rivela
una sua sbagliata concezione del-
bietet
la vita; che non è bella soltanto —
quando è gioia, ma anche quan
do è tristezza .
Anch’io sono un marittimo; pe-
rò ho deciso, di proposito, di
non cancellare i giorni del mio
calendario e ne ricevo, în com-
penso, una saggia lezione quoti- |
diana.
MARITTIMO
Dal giornaletto di bordo
« Parrocchia di Sant'Eugenio »
NOTIZIARIO «€»
Periodico aziendale bimestrale
Anno VIII - Marzo-Aprile 1968
“Genova, Via D'Annunzio 2 (piano XX)
Autor. Trib. di Genova N. 526 del 23-2-1961 Siampa: BI-ESSE Genova
FLAVIO MAGNARIN
Direttore responsabile
Tel. 58.18.51 - Casella postale 492
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