Rivista Italsider, n. 6, 1964
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Edo Murtic "smalto su acciaio" - 1964.
Seconda di copertina: esempi di moderna editoria popolare inglese: quattro copertine delle edizioni "Penguin Books".
Terza di copertina: Mosca. Pavimento in ghisa nel monastero di Novojevici.
Quarta di copertina: vecchia cassetta postale italiana in ghisa.
Immagini in evidenza:
- Gli operai dell'acciaieria in attesa del taglio del nastro (p. 5)
- Giuseppe Ajmone: "Danza" litografia (p. 14)
- Marcello Mascherini: "Cavallino" litografia (p. 16)
- Una pagina della "Bibbia dei poveri" del tardo Medioevo (p. 18)
- Da una "Cosmografia" del 1465, una sintesi dei quattro elementi fondamentali: terra, acqua, fuoco, aria (p. 24)
- Copertura del salone delle feste alle nuove Terme di Chianciano - 1952 (p. 29)
- Una delle prime cassette per la posta aerea, in lamiera (p. 33)
- Ida Aalbert, protagonista di "Hedde Gabler" di Ibsen (p. 39)
Sommario:
- Italsider Taranto: una grande impresa pubblica, p. 2
- Una iniziativa Italsider per la diffusione del libro, p. 10
- Editoria popolare inglese, p. 12
- Opere grafiche per il personale dell'Italsider, p. 14
- La tecnica dell'incisione dal XIV secolo ad oggi, p. 17
- Un umorismo che nasce dalla paura, p. 20
- La forma della terra, p. 23
- Ferro in città, p. 26
- Le strutture di Pier Luigi Nervi, p. 27
- La siderurgia italiana nel 1964, p. 30
- Un congresso della Ceca sull'utilizzazione dell'acciaio, p. 31
- Viaggio tra le cassette postali, p. 32
- Nascita del teatro moderno - 3, p. 37 - Data testuale
- Natale 1964 Capodanno 1965
- Consistenza
- pp. 40
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/24
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
PERIODICIVedi tutti i contenuti con questo valore
-
RIVISTA ITALSIDERVedi tutti i contenuti con questo valore
- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
-
RIVISTA ITALSIDER
a Penguin Special
The Intelligen
Woman's Gui
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Atomic Radiation
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Iintroduc
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3/6
Psychology
a Penguin Handbook
R. F. Dossetor and J. Henderson
J.M. and M.J.Cohen
Penguin
Reference
Books
10/6
la copertina: Edo Murtic “smalto su acciaio - 1964 -
cm. 43 X 47
Edo Murtic è nato a Velika Pisanica (Croazia, Jugoslavia)
nel 1921. Ha frequentato la scuola di arte e mestieri a
Zagabria e le accademie di belle arti di Zagabria e
Belgrado. Si occupa anche di incisione, di ceramica e
di pittura su smalto. Appunto con smalto ha decorato
molti locali pubblici di Zagabria dove risiede, e i
piroscafi jugoslavi “Dalmacija” e “Istra”. Ha esposto
in molte personali in Jugoslavia e all’estero ed ha
partecipato alle Biennali di Tokio (1954), di Venezia
(1958), e all'esposizione “Kunst nach 1945” a Kassel
(1958). Gli sono stati assegnati molti premi anche
in Italia tra cui quello della Biennale “Morgan’s Paint”
di Rimini (1961). Di Murtic si sono occupati
i più importanti critici d’arte. Sue opere sono
esposte nei maggiori musei del mondo.
24 di copertina: esempi di moderna editoria popolare
inglese: quattro copertine delle edizioni ‘ Penguin
Books ”?.
39 di copertina: Mosca. Pavimento in ghisa nel mo-
nastero di Novojevici (fotografia di Filippo Martino).
4° di copertina: vecchia cassetta postale italiana in ghisa.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per il personale
dell’ Italsider - Anno V - n. 6 - Natale 1964 -
Capodanno 1965
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli, Giorgio
Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano Rebuffo
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
via Corsica 4 - Genova - telefono 5999
in questo mumero fotografie di: H. von Allmen, Berna -
Civilini, Piombino - R. De Carlo, Genova - G. Facetti,
Londra - C. Fedeli, Genova - Fototeca Italsider -
Fototeca ministero poste e telecomunicazioni, Roma -
General Post Office, Usa - Y. Hellstrom, Stoccolma -
Ingenito, Taranto - Lichtbildstelle, Vienna - F. Mar-
tino, Taranto - Th. Modin, Stoccolma - P. Monti,
Milano - Publifoto, Genova-Napoli-Roma - O. Savio,
Roma - A. Wahlberg, Stoccolma.
Le due fotografie del centro siderurgico di Taranto
pubblicate nella seconda e terza di copertina dello
scorso numero della rivista erano di Paolo Monti.
Nell'articolo sugli “acciai speciali” apparso nel nu-
mero 3-4 della rivista, la redazione ha inserito, con
fini esplicativi, alcuni dati relativi alle principali in-
fluenze esercitate sull’acciaio dai vari elementi di lega,
e agli effetti dei trattamenti termici. La precisazione
ci è stata richiesta dall’ingegner Gilberto Salmoni,
estensore dell’articolo.
La riproduzione è subordinata alla citazione della fonte
Autorizzazione del tribunale di Genova n. 516 in
data 28 dicembre 1960 - Spedizione in abbonamento
postale - gruppo IV
Stampa AGIS-Stringa - Genova
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna
Carta Solex-Burgo.
Il presidente, l'amministratore delegato e i direttori generali inviano a tutto
il personale dell’Italsider e alle famiglie ri più fervidi auguri di un felice 1965.
Mi
IN QUESTO NUMERO
Italsider Taranto: una grande impresa pubblica
L’ inaugurazione dell’acciaieria LD al centro siderurgico Italsider di Taranto, con gli interventi
dell’ingegner Mario Marchesi presidente dell’Italsider, del professor Ernesto Manuelli presidente
della Finsider, del professor Giuseppe Petrilli presidente dell’Iri, e del presidente del consiglio
onorevole Aldo Moro.
Una iniziativa Italsider per la diffusione del libro
Dal libro strenna per i dipendenti dell’ Italsider ad una nuova collana di pubblicazioni intese a fa-
vorire l’incontro del personale con la cultura contemporanea.
di Germano Facetti
L’Inghilterra come esempio di una politica editoriale intesa a favorire la diffusione della cultura.
Editoria popolare inglese
Opere grafiche per il personale dell’ Italsider
Inaugurazione del circolo aziendale della sede, con presentazione di opere grafiche per il personale
e con un intervento del professor Carlo Ludovico Ragghianti.
di Renato Giani
Un esame tecnico dei diversi sistemi che si sono succeduti nel tempo per riprodurre opere
grafiche e pittoriche.
La tecnica dell’ incisione dal XIV secolo ad oggi
di Nelio Ferrando
Battute e vignette ispirate! alla stupefacente e spesso paurosa realtà delle macchine elettroniche.
Un umorismo che nasce dalla paura
La forma della terra
di G. B. Zorgoli
L’umanità, dai primordi ai tempi nostri, ha avuto diverse e spesso sorprendenti concezioni della
forma e della costituzione del nostro pianeta.
Ferro in città
Le strutture di Pier Luigi Nervi di Vincenzo Lacorazza
Presentazione di un costruttore italiano le cui opere ardite sono note in tutto il mondo.
La siderurgia italiana nel 1964 di g. d. m.
Sommario esame della situazione siderurgica italiana nell’anno che si chiude.
Un congresso della Ceca sull’ utilizzazione dell’ acciaio di Salvatore Atzeni
Una sìntesi delle interessanti discussioni avvenute al recente congresso organizzato dalla Ceca al
Lussemburgo sui problemi dell’ impiego dell’ acciaio.
Viaggio tra le cassette postali di Luciano Rebuffo
L’umile impiego del ferro in un servizio pubblico di estrema importanza visto attraverso le cassette
postali di tutto il mondo e di varie epoche.
Nascita del teatro moderno - 3 di Luciano Lucignani
La terza puntata della storia del teatro moderno: il teatro naturalista.
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ITALSIDER TARANTO: UNA GRANDE IMPRESA PUBBLICA
Il centro siderurgico di Taranto produce acciaio dal 19 novembre
scorso. Gli uomini dell’acciaieria LD cominciano a prender confi-
denza con il grande convertitore ad ossigeno che a regolari intervalli
dà spettacolo con la sua ruggente “soffiata” e versa ad ogni colata
quasi 300 tonnellate di acciaio nelle siviere.
Ma già un nuovo settore del centro siderurgico si è aggiunto agli
altri: il treno a nastri, entrato felicemente in marcia alla fine di novembre.
Con quest’ultimo impianto tutti i reparti produttivi del grande sta-
bilimento sono avviati. Ora viene il periodo del gran rodaggio, che
non è piccola cosa per un complesso di questa mole, e bisognerà che
gli uomini che vi operano acquistino quel tanto di esperienza che è
necessaria per trarre dalle macchine il massimo rendimento.
Ma se il centro di Taranto procede a grandi passi verso il pieno
ritmo produttivo, a noi, su questa rivista, spetta il compito di sof-
fermarci per un momento a sottolineare, come avevamo promesso
di fare nello scorso numero, il significato dell’inaugurazione dell’ac-
ciaieria, « che ha rappresentato — come ha scritto in un suo articolo
l'ingegner Marchesi — per il centro Italsider di ‘Taranto e, in senso
più vasto, per la siderurgia a partecipazione statale, un avvenimento
di grande, decisiva importanza ».
Con l’acciaieria è entrato infatti in funzione un po’ il cuore dello
stabilimento: l’acciaio necessario per produrre i tubi e le lamiere non
scende ora più a Taranto dai centri Italsider del Nord, ma è fabbricato
qui, sulle rive dello Jonio. Taranto è passato, così, dalla minore alla
maggiore età, è diventato autosufficiente, pronto ad affrontare il suo
destino con pienezza di forze e di mezzi.
Gli italiani hanno potuto seguire momento per momento, attra-
verso gli schermi televisivi, le fasi della cerimonia inaugurale dell’ac-
ciaieria ed hanno potuto leggere su tutti i giornali della penisola gli
ampi e documentati servizi degli inviati che, forse per la prima vol-
ta, datavano da una città del Sud i resoconti di un avvenimento in-
dustriale di portata europea.
Molte e importanti cose sono state dunque dette e scritte in questa
circostanza. Nelle pagine che seguono riporteremo i testi dei discorsi
pronunciati. Ci pare significativo, però, farli precedere da un’ampia
citazione di un articolo di fondo apparso su “Il Giorno” del 19 no-
vembre, nel quale Francesco Forte ha sintetizzato il significato della
realizzazione di "Taranto.
«E una iniziativa colossale, le cui dimensioni possono risultare
considerando le seguenti cifre. L’investimento è costato 350 miliardi
di lire erogati in vari anni. L’area totale è di circa 6 milioni di metri
quadrati. La rete ferroviaria è di 90 chilometri, quella stradale di 30;
l’area per parchi e bacini occupa 350 mila metri quadrati; le linee e
i nastri trasportatori, tutti insieme, ammontano a 21 chilometri. Per
la costruzione furono rimossi 3 milioni di metri cubi di terreno; ven-
nero adoperati 13 mila pali di fondazione che, messi in fila, rappresen-
tano 260 chilometri; per innervare il cemento armato dello stabilimento
occorsero 100 mila tonnellate di tondino.
Lo stabilimento produrrà, nel 1965, 2 milioni e soo mila ton-
nellate di acciaio e sono previsti ulteriori sviluppi e una serie di lavo-
razioni complementari ».
« Per la zona di Taranto questo stabilimento rappresenta una
“rivoluzione industriale’. Una nuova classe di operai specializzati
e di tecnici dei vari livelli, un nuovo clima psicologico, nuovi oriz-
zonti di vita e nuove possibilità di iniziative sul posto vengono in
questo modo creati e stimolati. Si tratta di una base poderosa e per-
manente che, dati i criteri modernissimi del nuovo complesso siderur-
gico, costituisce una spinta permanente al progresso e alla moder-
nizzazione: una immagine di cui il Sud, in special modo, ha oggi grande
bisogno.
Conviene aggiungere che il quarto centro siderurgico di Taranto
non è stato costruito in modo avulso dalla realtà territoriale, ma è
stato inserito in una appropriata programmazione urbanistica ed eco-
nomica, nella quale si è creata una zona industriale, di cui il centro
stesso occupa un quinto della superficie.
Gli altri quattro quinti saranno occupati da insediamenti comple-
mentari al centro siderurgico, da industrie con uso portuale (il porto,
ovviamente, in virtù di questa grandiosa iniziativa, risulta dotato di
una serie di nuove attrezzature), da industrie con possibilità esporta-
tive verso i mercati medio-orientali e africani, da industrie di svi-
luppo dell’artigianato locale (per esempio la ceramica) e infine da
industrie carenti nel Sud con convenienze ubicazionali nella zona.
Le infrastrutture urbanistiche servono per il centro siderurgico e per
tutta la nuova area industriale. Il piano prevede uno sviluppo dell’oc-
cupazione nell’industria nel settore terziario molto rilevante.
Il centro siderurgico di Taranto è dunque una grande impresa
pubblica che costituisce fattore di sviluppo economico ed elemento
determinante di una programmazione urbanistica ed economica,
concepita non in astratto, ma in concreto, con autentiche possibilità
di realizzazione e di rendimento. Il legame tra impresa pubblica e
programmazione per lo sviluppo non può sfuggire ».
« L’Italia l’anno scorso ha importato il 26 per cento del suo fab-
bisogno di acciaio e ciò dimostra quanto questo nuovo centro side-
rurgico fosse necessario. È stato possibile e proficuo costruirlo anche
ampliando e rammodernando gli altri grandi centri siderurgici IRI:
quelli di Cornigliano e Bagnoli la cui trasformazione è stata già com-
piuta e quello di Piombino, la cui trasformazione sarà tra poco
ultimata.
Ciò dimostra come tra lo sviluppo del Sud, in modo appropriato
e massiccio, e il proseguimento dell’industrializzazione del resto del
paese non vi sia conflitto, ma complementarietà. L’iniziativa pub-
blica ha creato questo modernissimo centro dimostrando la validità
e l’attualità della propria funzione: che è di esempio, di rottura e di
spinta a tutta l'economia del paese, in un quadro di progresso e di
elevata produttività ».
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InG. MARIO MARCHESI: UNA GRANDE OPERA CHE È DI TUTTI GLI ITALIANI.
L’acciaieria LD, al cui avvìo abbiamo poco fa assistito, è la più mo-
derna d'Europa ed una delle più potenti del mondo. La sua capacità è
di oltre due milioni e mezzo di tonnellate annue di acciaio.
Ciò significa che per alimentare i suoi due giganteschi convertitori
devono giungere nel porto di Taranto quasi sei milioni di tonnellate di
materie prime, mentre î prodotti finiti che usciranno dallo stabilimento,
e che verranno spediti parte via mare parte per ferrovia e parte per via
terra, raggiungeranno i due milioni di tonnellate.
Questi pochi dati indicano chiaramente quali dimensioni abbia questo
centro siderurgico e quali complessità presentino le attività che vi vengono
svolte.
In questo momento molte navi di grande tonnellaggio solcano gli oceani
dirette al porto di Taranto ; molte migliaia di chilometri di tubi, prodotti
dal tubificio di questo stabilimento, prima unità entrata in funzione da
tre anni, si distendono in molte parti del mondo, in cui si sono costruiti
con essi grandi oleodotti.
Tra poco lamiere e nastri di lamierino d’acciaio, le prime destinate
anche all’industria navale, i secondi alla trasformazione in beni di consumo,
partiranno da Taranto per i vari centri di utilizzazione.
Tutto questo lavoro, tutti questi prodotti sono il risultato di un gran-
dioso sforzo e dell’appassionato impegno, delle energie di alcune decine
di migliaia di uomini : progettisti, costruttori, montatori, tecnici, operai.
Oggi noi siamo orgogliosi e soddisfatti di essere giunti al momento
in cui ha inizio la vita di questo complesso, in grado ormai di produrre
acciaio e quindi di essere autosufficiente.
Pensiamo di aver compiuto un buon lavoro e di aver offerto a Ta-
ranto în particolare, e in senso più generale al mezzogiorno d’ Italia, quel
contributo effettivo e sostanziale che gli occorreva per avviarsi decisa-
mente sulla via della industrializzazione.
Certo, la siderurgia non è tutto ma è la base indispensabile.
Consentitemi di esprimere qui, anche a nome dei trentasettemila lavo-
ratori dell’ Italsider, la soddisfazione nel vedere felicemente avviata a
soluzione una grande opera che è di tutti gli italiani, un nuovo potente
strumento di progresso economico e sociale non solo per il sud ma per l’in-
tero paese.
PRroFr. ERNESTO MANUELLI: UNO SFORZO CHE ONORA L’ITALIA DI
FRONTE AL MONDO.
La colata dell’acciaieria, alla quale abbiamo poco fa assistito, sintetiz-
za la tappa più importante del piano di sviluppo che l’ IRI e la Finsider
hanno avviato in questi ultimi cinque anni e che sarà completato nei tempi
prefissati con uno sforzo tecnico imponente.
L’avviamento di oggi è tanto più significativo in quanto ci auguriamo
di poter contribuire con questa opera al superamento di una fase di diffi-
coltà che ha caratterizzato l’economia italiana nel 1964 ed il settore si-
derurgico — per tanti versi anticipatore — già dal 1963.
Il collega Marchesi, che assieme ai suoi più stretti collaboratori del-
l’ Italsider e della Cosider ha dato un apporto particolarmente appassio-
nato a questa poderosa realizzazione, vi ha parlato degli aspetti tecnici
fondamentali che la caratterizzano ; ve ne sono però altri due che vorrei
brevemente sottolineare.
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L’uno è quello finanziario : è notorio che l’industria siderurgica è del
tipo ad alta intensità di capitali. La dimensione dell’investimento qui
concentrato — nell’àmbito di un programma nazionale di circa 1.100 mi-
liardi — è superiore ai 350 miliardi di lire ; cifra imponente, per la cui
copertura, oltre all’ IRI ed a migliaia di azionisti privati, hanno parte-
cipato organismi supernazionali ed internazionali, fra î quali la Comu-
nità Europea del Carbone e dell’ Acciaio e la Banca Europea per gli In-
vestimenti, con concorso di forze che è conferma della bontà tecnica ed eco-
nomica dell’iniziativa.
Il secondo punto si riallaccia alla localizzazione dello stabilimento ;
se una città si è trasformata, l’industrializzazione, non come mito, ma
come realtà economicamente operante, si irradia ben oltre i confini geogra-
fici della zona, per investire l’intero Mezzogiorno.
Il centro di Taranto è pressoché pronto ed è predisposto per ulteriori
ampliamenti e completamenti : la misura ed i tempi saranno dettati dal
concreto determinarsi delle esigenze del consumo in Italia ed all’estero.
Signor presidente, onorevoli ministri, signori, quest'ora di solennità
è anche e soprattutto un’occasione per il doveroso attestato di gratitudine
e di omaggio a quanti hanno contribuito a questa realizzazione : anzitutto
al governo ed agli onorevoli ministri che ci hanno stimolato, seguìto ed as-
sistito nelle rispettive competenze, in una visione superiore dell’interesse
nazionale. Ad essi accomuniamo l’IRI che, in un periodo particolarmente
laborioso e felice della sua azione, ha rivolto alla siderurgia una cura ed
un'assistenza tutte particolari ; infine quanti — dai più elevati in grado
al più umile dei collaboratori — hanno reso possibile, con la loro abnegazione
e la loro capacità, di portare a compimento questo sforzo grandioso che
onora l’ Italia di fronte al mondo.
Avanti a tutti stanno idealmente il presidente Fascetti, sotto la cui
presidenza l'iniziativa venne impostata, l’amico Salvino Sernesi, cui
questo centro è stato dedicato, ed i lavoratori che nella costruzione hanno
immolato la vita : sia il loro ricordo legato per sempre a questa realizza-
zione, dalla quale il Mezzogiorno e l’intera nazione si attendono l’impulso
per il conseguimento di nuovi traguardi di prosperità e di progresso sociale.
ProFr. GIUSEPPE PETRILLI: UN IMPEGNO E UN AUGURIO.
Con la cerimonia di oggi il gruppo IRI porta a compimento la prima
fase dell’azione svolta nel Mezzogiorno nel quadro della politica di svi-
luppo promossa dai governi democratici del nostro paese. Si misurano
infatti oggi i primi, grandiosi risultati delle responsabilità attribuite al-
l’iniziativa pubblica, anche in settori direttamente produttivi, con la leg-
ge del 1957 che impegnava le nostre aziende a localizzare nelle regioni
meridionali almeno il 40 per cento degli investimenti. Il ‘secondo tempo”
della politica meridionalistica, cioè il riconoscimento di una responsabilità
globale dei pubblici poteri nei confronti del processo di industrializzazione,
attraverso un uso coordinato degli strumenti del pubblico intervento e in
primo luogo di quelli forniti dal sistema delle partecipazioni statali, ha
ormai maturato frutti tangibili, dando luogo nell’area di Taranto all’av-
vìo irreversibile di un processo di sviluppo autopropulsivo.
Il contributo fornito dal gruppo IRI allo sviluppo economico del Mez-
sogiorno deve essere tuttavia apprezzato in riferimento ai suoi aspetti
qualitativi. A questo riguardo vorrei soffermarmi qui in primo luogo sul-
la scelta di fondo che abbiamo compiuta indirizzando i nostri sforzi mag-
1. Le autorità, i lavoratori dell’Italsider e i loro familiari, riuniti nel capanno-
ne del treno lamiere ascoltano i discorsi ufficiali.
2. Gli operai dell’acciaieria in attesa del taglio del nastro.
3. Folla di invitati all’ingresso dell’acciaieria.
4. L’onorevole Aldo Moro, presidente del consiglio, mentre taglia il nastro. Nel-
la foto si scorgono il ministro Bo e il professor Pettrilli.
5. In ogni città italiana il pubblico ha assistito davanti agli schermi televisivi
alla cerimonia trasmessa in presa diretta,
6. Numerosi inviati dei principali giornali italiani erano presenti a Taranto.
Nella foto, un momento della conferenza stampa tenuta dall’ingegner Marchesi.
Con lui sono il dottor Redaelli, l’ingegner Pescatori, il dottor Osti, l'ingegner
De Franceschini, l'avvocato Einaudi, il dottor Panunzio, il dottor Antonini.
7. La visita agli impianti di Taranto è stata compiuta dalle autorità a bordo di
“campagnole” messe a disposizione dalla Fiat.
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giori verso iniziative di grandi dimensioni. Questa scelta dipende da due
ordini di considerazioni, il primo dei quali attiene alla nostra stessa con-
cezione dei còmpiti specifici dell’iniziativa pubblica e al nostro conseguente
orientamento verso i servizi e le produzioni di base con finalità propulsive
e potenzialmente orientative nei confronti dello sviluppo economico ge-
nerale, mentre il secondo deriva dall’esperienza di tutta la politica meri-
dionalistica, che ha sottolineato il ruolo strategico da affidare alle mag-
giori aziende nella prima fase dell’industrializzazione, in rapporto alla
loro capacità di condizionare tutto l’ambiente economico-sociale in cui
si trovano ad operare. Vorrei sottolineare ancora una volta come la po-
lisettorialità delle iniziative imprenditoriali che l’ IRI controlla, a motivo
della sua struttura di grande gruppo integrato, accentui ulteriormente
tale capacità di condizionamento, consentendo — in un paese come il nostro,
particolarmente povero di capacità umane qualificate — una agilità di
interventi in settori nuovi ed una complementarietà tra iniziative diverse
che è particolarmente importante nell'àmbito di una politica di sviluppo.
già Questi aspetti qualitativi — caratteristici della nostra azione — sono
particolarmente evidenti nel caso di Taranto, che consideriamo giustamente
come la concreta testimonianza della validità della nostra stessa struttura,
proprio ai fini dei compiti che spettano nel nostro sistema economico all’ini-
ziativa pubblica. È appena il caso di ricordare qui — dopo quanto han-
no detto gli oratori che mi hanno preceduto — la funzione propulsiva avuta
dal settore siderurgico nello sviluppo italiano del periodo postbèllico. Gli
ingenti investimenti che abbiamo compiuto in questo campo nel Mezzo-
giorno si inquadrano perfettamente in questa funzione generale e, mentre
contribuiscono a mutare radicalmente la convenienza ad investire nelle
regioni meridionali, aprono nuove prospettive ad una crescente presenza
del nostro paese sul mercato internazionale, con particolare riguardo ai
paesi in via di sviluppo. La nostra struttura ci consente d’altro canto di
intervenire efficacemente contro ogni possibile rischio di isolamento delle
maggiori iniziative. A quest’ultimo riguardo è particolarmente significa-
tiva la presenza, qui a Taranto, di uno stabilimento cementiero del Gruppo,
che utilizzerà come materia prima le loppe di altoforno, costituendo un
concreto esempio di integrazione tra settori merceologici affini. Né si po-
trebbe ignorare come le stesse caratteristiche strutturali ci consentano
di realizzare nel modo più efficace l'integrazione tra insediamento di at-
tività manifatturiere e correlativo sviluppo delle infrastrutture. Per non
citare che un esempio, l’ulteriore attuazione del programma autostradale
affidato al Gruppo favorirà infatti di per sé una più equilibrata localizza-
zione degli investimenti industriali.
L’ IRI si è preoccupato infine di completare i propri interventi nel
Mezzogiorno con un’opera di incentivazione e di promozione nei con-
fronti dell’ambiente economico-sociale. Su questa linea vanno considerati
anzitutto gli interventi finanziari attuati nella forma di una assunzione
di partecipazioni di minoranza in nuove iniziative imprenditoriali, inter-
venti che ci proponiamo di sviluppare con maggiore ampiezza in avvenire.
Sul piano propriamente sociale abbiamo dimostrato consapevolezza della
complessità dei problemi che pone l’avvìo di un processo di industrializza-
zione, sia per la mancanza di manodopera specializzata e di quadri inter-
medi (che involge un più vasto riassestamento dell'ambiente sociale, con
la creazione di una nuova mentalità e di nuovi vincoli associativi), sia
per la conseguente necessità di favorire la diffusione capillare degli stru-
menti della cultura e l'assimilazione di nuovi modelli di comportamento.
In questa luce vanno considerati i programmi di formazione professionale
che attueremo attraverso i centri IFAP costituiti di recente a Napoli
e a Taranto, destinati a servire allo sviluppo complessivo delle rispettive
zone. Ad essi è venuto di recente ad aggiungersi il progetto “IARD-Sud”
per l'individuazione e l'assistenza ai ragazzi dotati, il quale comporterà
l'assistenza culturale ai ragazzi di intelligenza superiore alla media me-
diante apposito programma di borse di studio e di circoli di arricchimento.
Con questi interventi di carattere sociale viene a saldarsi l’ultimo
ed essenziale anello della catena che l’iniziativa pubblica ha costruito
in questa delicata fase di montaggio della macchina dello sviluppo indu-
striale. Riteniamo infatti che solo una diffusa promozione culturale potrà
avviare a compimento lo sforzo equilibratore fin qui compiuto, restituendo
il Mezzogiorno a se stesso ed eliminando la più grave ipoteca che ha pesato
fin qui sul civile sviluppo del nostro paese.
È questo un impegno e un augurio, che, a nome dell’ IRI, formulo nel
momento in cui la prima colata d'acciaio ben giustifica fondate speranze.
On. ALpo MoRO: OGGI IL POLO DI SVILUPPO DI TARANTO È UNA REALTÀ.
La creazione del centro siderurgico di Taranto, questa importante
e lieta cerimonia inaugurale — ha detto il presidente del consiglio — of-
frono alla nostra politica per il Mezzogiorno l’occasione per un momento
di riflessione e per l’approfondimento della problematica meridionalista.
È oggi în corso, infatti, un dibattito in merito alla legge di proroga della
Cassa del Mezzogiorno, dal quale emergono chiaramente, ad opera così
di studiosi come di esponenti politici, orientamenti che mi paiono signi-
ficativi.
Vi è in primo luogo la coscienza precisa che la formazione di poli
di sviluppo è uno strumento essenziale nel processo di sviluppo in atto nel
Mezzogiorno. E questo è oggi l’indirizzo concreto della politica governa-
tiva per i prossimi anni.
Ora, il contenuto di una politica di poli di sviluppo non è soltanto
la rinuncia ad una quasi indiscriminata diffusione degli interventi su tutto,
o quasi tutto, il territorio meridionale. È questo l’aspetto più ovvio, ma
non è quello fondamentale. I punti chiave di una politica di poli sono altri.
Il suo successo è infatti legato alla possibilità di destinare ad una deter-
minata zona un volume di investimenti tale da porre in atto un processo
di sviluppo autopropulsivo ; alla necessaria complementarità di tipi di
interventi — in industria e nelle infrastrutture — che è assurdo considerare
legati a successive “fasi” dell'impegno meridionalista ; e, infine, al coor-
dinamento delle iniziative e degli interventi con annesse responsabilità
di indirizzo e controllo a livello centrale e locale.
È una politica, questa, che pone certamente al governo, alla Cassa
del Mezzogiorno, agli enti locali nuove e più delicate responsabilità ;
è una politica, d’altra parte, che trova nell'impresa pubblica uno stru-
mento di particolare importanza.
Si può parlare di significative coincidenze. E infatti l’opera che
inauguriamo è forse l'esempio più chiaro delle funzioni, delle possibilità
e dei risultati ottenuti dall’impresa pubblica nella complessa struttura che
essa ha assunto nell’esperienza italiana, specie quando tale tipo di im-
presa sia inserita nella politica di sviluppo di un’area sovrappopolata. Il
centro di Taranto è in tale contesto veramente un fatto rivoluzionario ;
spezza, infatti, e definitivamente, un equilibrio economico da anni sta-
gnante. Abbiamo gli effetti moltiplicativi delle concentrazioni in loco di
investimenti dell’ordine di centinaia di miliardi. Basti ricordare a que-
sto proposito che nel 1963 — ad impianti ancora parzialmente ultimati — il
reddito netto del settore privato era, nella provincia di Taranto, più che
raddoppiato rispetto a quattro anni prima. Abbiamo la creazione di posti
di lavoro permanenti pari a poco meno del 50 per cento della intera
occupazione manifatturiera in base ai dati dell’ultimo censimento, cui
corrisponderà un monte salari di poco inferiore all’intero prodotto del
settore privato nel 1959.
Né tali cifre — ha aggiunto l'onorevole Moro — esauriscono appieno
il discorso sugli “effetti” della creazione del centro di Taranto. Sappiamo
infatti che la grande impresa moderna è la base necessaria alla creazione
di una serie di imprese manifatturiere e di servizi a monte e a valle, talora
realizzabili dallo stesso gruppo cui l’impresa appartiene (e ne è un esem-
pio qui a Taranto il nuovo stabilimento della Cementir e altri che potreb-
bero aversi nell’àmbito del gruppo polisettoriale). Sappiamo, altresì, che
essa costituisce la premessa per una serie di profonde e irreversibili trasfor-
mazioni a tutti i livelli della vita sociale.
Oggi il polo di sviluppo di Taranto è una realtà. Ne esiste la base :
il centro Italsider. Ne esiste lo strumento operativo : il consorzio industriale,
cui partecipa, in collaborazione con istituti pubblici e privati, anche l’ IRI.
Ne esistono, infine, già fissate in modo organico, le direttive di sviluppo
industriale, agricolo ed urbanistico ; esse prevedono la creczione nei pros-
simi venti anni di 50 mila nuovi posti di lavoro nell’industria (pari ad
oltre tre volte la consistenza del 1961) e la costruzione di un nuovo com-
plesso urbano per un insediamento di circa 100 mila abitanti. E questi
non sono che gli aspetti più salienti della evoluzione economica avviata
dalla realizzazione del quarto centro siderurgico.
Ma l’opera che oggi inauguriamo può costituire un prezioso termine
di riferimento dell’attuale problematica meridionalista anche in un altro,
più ampio, contesto.
Ne conoscete credo gli aspetti tecnici : il suo logico inserimento nel-
l’attuale evoluzione del mercato siderurgico italiano ed internazionale ;
la localizzazione dell’impianto in riva al mare, corrispondente alle mo-
Una panoramica dello stabilimento. In primo piano la linea traspor- Una suggestiva inquadratura dell’altoforno numero 2 (fotografia di
tatori a nastro che alimenta l’altoforno (fotografia di Paolo Monti). Paolo Monti).
derne scelte ubicazionali in tutti i paesi del mondo ; le dimensioni dell’im-
pianto che, con una capacità produttiva iniziale di 2,7 milioni di tonnel-
late (raddoppiate nel giro di due-tre anni dalla decisione di dare inizio ai
lavori), è il più grande d’Italia e uno dei più grandi d° Europa. È stato
più volte sottolineato a questo proposito che la localizzazione al Sud del
quarto centro siderurgico dota il Mezzogiorno di una capacità produt-
tiva nettamente superiore ai suoi attuali livelli di consumo, scontando
così e creando nel contempo la premessa per un notevolissimo sviluppo
delle industrìe di trasformazione. È questo certamente un aspetto impor-
tante, ma non è solo quello che vorrei oggi mettere in luce.
È opportuno rifarsi, a questo proposito, ai termini generali della
problematica meridionalista ; ad un discorso che, come la realtà cui si
riferiva, non è mai rimasto fermo in questi anni, ma ha anzi progressiva-
mente affinato i propri temi.
Possiamo forse individuare i termini nella visione sempre meno in-
differenziata della realtà meridionale che accompagna le successive fasi
dell'intervento statale ; nei primi anni ’50, ed era logico, avevamo la dif-
fusione delle infrastrutture ; oggi abbiamo la concentrazione nei poli di
sviluppo.
D'altra parte, ed è il discorso che a questo punto ci interessa, si tende
oggi a porre in risalto, in misura sempre più accentuata, gli aspetti qualita-
tivi dell'intervento. Non si tratta soltanto, come era logico che fosse nelle
fasi iniziali della politica meridionalista, di garantire nel Mezzogiorno,
considerato quasi come una unità economica a se stante, determinati li-
velli di investimenti ed un rilevante incremento di posti di lavoro. Quel
risultato è stato certamente ottenuto con il concorso rilevante dell’impresa
pubblica ; e, proprio per questo siamo oggi in grado di fare un altro passo
avanti ; dar luogo nel Mezzogiorno ad uno sviluppo industriale diffuso,
mediante la creazione di un numero rilevante di unità tecnologicamente
avanzate, aventi mercato internazionale oltre che nazionale.
Un mercato avente tale natura e tale dimensione — ha detto ancora
l’onorevole Moro — è necessario, se si vuole pervenire ad un pieno impegno
della forza di lavoro che è ancora inutilizzata nel Mezzogiorno. Questa
l’intuizione di fondo del pensiero meridionalista nei suoi sviluppi più re-
centi : essere, cioè, lo sviluppo del Mezzogiorno in funzione non solo e
non tanto di una politica di aiuto o di leggi speciali, ma di scelte generali
di politica economica dello stato italiano, scelte che sono oggi dominate
dai due grandi indirizzi presi agli inizi della ricostruzione bellica : una
crescente inserzione nel mercato mondiale (e in primo luogo l’adesione al
mercato comune europeo), ed un vigoroso impulso al processo di industria-
lizzazione del Mezzogiorno.
Oggi, come ieri, si impone dunque una visione globale dei problemi
dello sviluppo ; ma questa si afferma in una situazione in cui il sistema
economico meridionale non è più — come nel passato — una appendice inerte
da sollecitare con scelte per così dire ‘‘esògene” al sistema stesso, ma un
elemento dinamico, autopropulsivo, sempre più strettamente integrato
nell'economia nazionale. Acquistano in tal contesto grande importanza
le politiche atte ad aumentare la produttività generale e quindi la capa-
cità di sviluppo della economia meridionale.
Fondamentale, a questo riguardo, l’integrazione del Sud nel sistema
autostradale nazionale. Le regioni meridionali disporranno a fine 1969
oltre che del collegamento rapido con il Nord per mezzo dell'autostrada
adriatica Bologna-Bari, anche dell’asse Napoli-Bari, che realizza il
primo collegamento veloce tra î maggiori centri industriali interni al Mez-
zogiorno, e tra essi e il Nord, attraverso l’autostrada del sole.
Parlando di collegamenti tra Nord e Sud, il pensiero corre inevita-
bilmente all'esperienza delle ferrovie che consentirono l'afflusso al Nord
dei prodotti agricoli del Mezzogiorno, ma anche l’invasione del Sud da
parte dei prodotti industriali del Nord. Ma la situazione di oggi è, per
il Sud, molto più complessa e ricca di prospettive. Le autostrade tirrenica
e adriatica faciliteranno certamente, come già fecero le ferrovie, l’afflus-
so dei prodotti agricoli al Nord e nei paesi europei ; apriranno altresì il
Sud a quel flusso turistico estero che fino ad oggi lo ha raggiunto nella
misura di appena il 10 per cento. Ma, d’altra parte, il Mezzogiorno verrà
integrato nel sistema nazionale di trasporti veloci, in una fase di sviluppo
industriale in atto. In tale contesto, la riduzione dei costi dei trasporti
tra Nord e Sud dovrebbe accentuare la formazione nel Sud di un moderno
sistema industriale a mercato nazionale ed internazionale, stimolando al
massimo il reciproco flusso di capitali, di nozioni, di tecniche, di esperienze,
essenziali allo sviluppo armonico di tutto il sistema. E lo stesso discorso
vale per l’asse Napoli-Bari, strumento indispensabile per l'allargamento
del mercato e per l’unificazione economica delle regioni meridionali. A
questo proposito non potrà non porsi, a breve scadenza, l'esigenza di in-
serire le regioni meridionali della Puglia în tale moderno sistema viario.
Queste brevi considerazioni adombrano sufficientemente, credo, il ruolo
fondamentale dell’impresa pubblica, quando esso assume la struttura di
un grande gruppo polisettoriale quale è l’ IRI, nel quale confluiscono în
un insieme coordinato alte qualifiche tecniche affinatesi in una molteplicità
di settori, sorretti da una rilevantissima capacità di credito atta a solle-
vare il tesoro dello stato da impegni finanziari che esso non sarebbe oggi
in grado di sopportare.
Un discorso sul ruolo dell'impresa pubblica polisettoriale, investe,
peraltro, altri due temi di capitale importanza per la modernizzazione e
l’integrazione, a livello nazionale ed internazionale, della industria me-
ridionale. Sono î temi della formazione del fattore umano e della espor-
tazione.
Sotto il primo profilo si avverte in questo momento la necessità, oltre
che di programmi più ampi, anche di impostazioni nuove. È la esigenza,
cioè, di garantire una formazione per quanto possibile integrata in un
senso, potremmo dire, sia verticale che orizzontale. In senso verticale,
in quanto si estenda dalle maestranze ai tecnici medi e superiori, anche
nella prospettiva della prossima riforma degli studi e delle carriere uni-
versitarie. In senso orizzontale, in quanto garantisca al lavoratore una
formazione non specialistica, ma per quanto possibile polivalente in una
vasta gamma di mestieri ; in quanto crei una manodopera qualificata
non nella prospettiva di utilizzazione da parte di questa o di quell’azienda,
ma nel quadro delle esigenze di sviluppo di una determinata zona.
Tale organico impegno — ha aggiunto il presidente del consiglio —
riflette, in particolare, le dimensioni e le possibilità di un grande gruppo
integrato ; ne sono, d’altra parte, la dimostrazione le esperienze avviate,
in questo campo, nei centri IFAP di Napoli e di Taranto, la scuola piloti
di Brindisi nonché, in un campo che travalica definitivamente la prospet-
tiva aziendale e di gruppo, l'iniziativa avviata a Taranto per individuare
i ragazzi particolarmente dotati, garantendo loro l’assistenza, in tutti
i campi, nel corso della loro futura carriera scolastica. E qui l’ IRI, alle
cui grandi benemerenze desidero scandire il devoto omaggio, come ai suoi
dirigenti (voglio ricordare il compianto indimenticabile Salvino Sernesi),
ed alle sue capacissime maestranze, tra le quali sono i caduti sul lavoro,
tutti presenti oggi nel nostro spirito, deve rispondere all’aspettativa del
governo. Esso attende un contributo che vada al di là delle pur rilevanti
esigenze del gruppo, un contributo che valga a creare una maggiore dispo-
nibilità di quel fattore umano che si richiede per uno sviluppo industriale,
il quale deve rispondere a due esigenze : un massimo di rapidità ed un
altissimo grado di competitività con i più avanzati distretti industriali
dell'Europa occidentale.
Il discorso sulle esportazioni si ricollega direttamente alle conside-
razioni svolte in precedenza sulla linea attuale della politica meridiona-
lista: dotare il Mezzogiorno di strutture industriali tecnologicamente
avanzate significa dar vita ad unità di produzione dotate di rilevanti
capacità ; più precisamente, di capacità che spesso eccederanno le possi-
bilità di assorbimento addizionali che oggi presenta, non solo il mercato
meridionale, ma l’intero mercato nazionale.
Sviluppo industriale e sviluppo delle correnti di esportazione devono
quindi procedere insieme. In mancanza infatti di mercati esteri di collo-
camento della nostra futura produzione, le unità non potranno trovare
il loro interno equilibrio. E, in conseguenza, il moto di sviluppo sarebbe
destinato a rallentarsi e forse ad arrestarsi.
Ora, noi sappiamo quanto .sia importante nell’economia dell’odierno
commercio internazionale la capacità dei paesi esportatori di presentare
programmi di vaste dimensioni, che rispondano alle complesse esigenze
dei paesi che si pongono oggi sul piano di una politica di sviluppo. L’IRI,
che ha già compiuto qualche prima esperienza a questo riguardo, dovrà
portarsi al livello dei grandi gruppi esportatori operanti sul piano mon-
diale, cioè di gruppi che nel nucleo centrale sono dotati di tutte le quali-
fiche tecniche e finanziarie necessarie per la elaborazione di progetti che si
pongono come elementi decisivi del processo di sviluppo dei paesi nuovi e,
al tempo stesso, come apporto rilevante alle esportazioni del proprio paese.
E anche qui, come per la formazione del fattore umano, occorre che l’ IRI
si dia carico, non solo delle esigenze, pur vaste, delle unità di produzione
di cui è responsabile, ma anche di quote non irrilevanti del restante sistema
industriale meridionale.
Vorrei, ora, tirare le fila di queste considerazioni. Il nostro incontro
di oggi è un incontro importante ; lo è perché inauguriamo una di quelle
opere che aprono una fase nuova nella vita economica del nostro Mezzo-
giorno, nella vita economica di tutto il Mezzogiorno. Perché siamo di
fronte, non ad una zona privilegiata e chiusa, ma ad un centro motore,
nella sua imponenza, della generale espansione economica e sociale della
terra e della gente meridionale. La concentrazione è uno strumento tecnico
appropriato per una realizzazione, ch’è il nostro obiettivo, di giustizia
per tutti.
Cerimonie come questa hanno un significato che non si può non de-
finire esaltante. Sono, in un certo senso, un ponte obbligato fra il pas-
sato e l’avvenire, che ci porta a guardare che cosa abbiamo fatto e che
cosa dobbiamo ancora fare. Ebbene, mai come in questo momento, dopo
quindici e più anni di vita democratica, di faticose acquisizioni ed espe-
rienze, avvertiamo, con evidenza impressionante, che la soluzione del
problema meridionale è alla portata del nostro paese, delle sue capacità
tecniche, economiche, intellettuali. Della sua maturità e capacità politica.
Della sua compiuta visione di una democrazia sostanziale, fondata sulla
libertà e sulla continua e generale espansione della dignità umana.
Lunga è la strada ancòra da percorrere ; nuovi e sempre più avan-
zati i problemi ed i termini di riferimento, sempre più complessa e delicata
l’utilizzazione degli strumenti, per quanto riguarda la direzione delle
iniziative a livello centrale e locale, l'assistenza ‘globale’ dell’agricoltura,
le scelte urbanistiche, le linee dello sviluppo industriale.
Crediamo, d’altra parte, con assoluta convinzione, che l’impresa
pubblica, quale essa si è venuta a formare nel nostro paese, sarà anche
nei prossimi anni uno strumento indispensabile della politica economica
dello stato democratico. E la natura della funzione che essa deve svolgere
è indicata dalla circostanza che i suoi compiti ed i suoi risultati non posso-
no ormai più misurarsi soltanto in termini di capitali investiti e di posti
di lavoro creati, ma anche, e forse soprattutto, nella sua capacità di inte-
grarsi prontamente nell’azione di governo nei punti ove questa azione
richiede l’apporto spesso decisivo dei fattori che solo il mondo di esperienze
della moderna produzione industriale può dare.
Ho già detto, delineando in parlamento il programma di governo ed an-
che in occasione di altra cerimonia inaugurale, che dava essa pure la chiara
visione della perfezione tecnica e dell’efficienza economica della impresa
pubblica, che l’intervento di essa non ha alcuna pretesa di esclusività, ha
una sua ragione giustificativa che queste stesse imponenti realizzazioni
chiariscono e sottolineano, fa necessariamente riferimento, dovunque in
Italia ed anche, sia ben chiaro, nel Mezzogiorno, all’impresa privata,
alla capacità e volontà di iniziativa dei liberi operatori nel vasto campo
di azione che il sistema costituzionale e una equilibrata visione del feno-
meno economico ad essi riserva.
Mi sia consentito — ha detto ancora l’onorevole Moro — di guardare
dunque in questo momento a questo sistema nel suo complesso, alla genialità
creatrice dell'impresa, inserita in un libero e sempre più vasto mercato,
alle risorse di una tecnica avanzata, alla grande riserva, economica e mo-
rale, di forze di lavoro tutte impegnate nel processo di sviluppo e nel per-
fezionamento, a livello sempre più alto, del nostro paese. Un mondo eco-
nomico, nel suo complesso, che già sente e più deve sentire e sentirà per
maturata convinzione, la correlazione tra espansione economica e svi-
luppo sociale e politico, la responsabilità non soffocatrice, ma propulsiva
dei pubblici poteri, e perciò in definitiva il posto che spetta, in significativo
rilievo, a lavoratori ed operatori, privati e pubblici, nella vita nazionale.
Il più alto ed organico sviluppo della ricerca scientifica, la incontestabile
espansione e qualificazione della scuola italiana a livelli che sembravano
ancora qualche anno fa inattingibili e che vanno valutati, anche nelle
nuove prospettive di sviluppo, in raffronto alle disponibilità complessive
del reddito nazionale, la più ordinata ed organica predisposizione dell’evo-
luzione economica nell’àmbito di un programma razionale ormai in via
di definizione, il contesto più libero e civile nel quale ogni iniziativa or-
mai si esplica nel nostro paese, ci danno la certezza che lo straordinario
progresso già registrato in questi anni continuerà in modo sempre più or-
dinato ed efficace, trasformando profondamente la società italiana, senza
alterarne i valori di fondo.
9
Dinanzi a realizzazioni così imponenti, frutto di genialità, di de-
dizione, di impegno, di fiducia nell’avvenire, tendono a dissiparsi le gravi
preoccupazioni che hanno pesato su di noi e che non abbiamo nascosto al
popolo italiano, chiamato ad assumere la sua parte di sacrificio e di re-
sponsabilità. Ebbene, i frutti di questo impegno comune, di questa solida-
rietà operosa fatta di consapevolezza, di misura, di tenacia, di fede, già
possono essere còlti. E si può dire che siamo sul punto di superare, abbiamo
probabilmente superato il momento più difficile della nostra esperienza di
economia în crisi, affrontata con coraggio e ferma determinazione. Dopo
aver messo ordine nelle nostre cose, avendo presenti i mòniti che quel che
è accaduto ci lascia, sia in ordine alle deficienze strutturali da correggere,
sta în ordine al quadro di stabilità monetaria, e quindi al movimento ra-
zionale di tutti i fattori della produzione, possiamo di nuovo andare avanti
e guardare lontano. Andare avanti con î nostri mezzi, nella consistenza
che può e deve essere progressivamente accresciuta del risparmio nazionale
e con l’assistenza che il mercato estero continuerà a fornirci. Abbiamo
infatti fondati motivi di credere che, se la politica di accelerato sviluppo
alla quale miriamo si attuerà nella cornice del mantenimento della stabi-
lità monetaria, non mancheranno le necessarie integrazioni di capitali
da parte di stati amici e di organizzazioni internazionali.
Possiamo e dobbiamo andare avanti dunque, e guardare lontano. Di-
cevo a Firenze, mentre si spiegava ormai compiuta dinanzi a noi la grande
autostrada unificatrice, fonte di ricchezza, di civiltà, di intensa collabo-
razione tra i popoli, e ripeto a Taranto, dinanzi a questa nuova straor-
dinaria realizzazione dell’ IRI, ripeto in questa terra del Mezzogiorno,
non più soffocata e chiusa ai margini della patria italiana, che non è in
vista la decadenza del paese, ma, con tutta evidenza, il suo sviluppo ed
il suo progresso. Con queste opere, e per quel che esse testimoniano, signi-
ficano e fanno sperare, l’Italia si inserisce ogni giorno di più, colmando
rapidamente dislivelli e disarmonie, fra i grandi paesi liberi e civili del
mondo. Acquisisce essa, ha già acquisito anzi, i titoli di dignità e di livello
di vita per entrare da eguale, e con la necessaria forza competitiva, nelle
crescenti e vitali interdipendenze internazionali che caratterizzano il
mondo di oggi. Un mondo chiamato all’assimilazione ed alla integrazione
in un processo di espansione di straordinaria incisività ed efficacia. Non è,
sia detto fermamente, con una politica costrittiva e chiusa che si giunge
ai più alti livelli della civiltà moderna. È con una politica di apertura,
di competizione, di intese che diano all’ Italia un respiro europeo e mondiale,
e soprattutto in un regime di libertà che il paese sale, come noi vogliamo,
e prende il suo giusto posto nella storia del mondo. Non la decadenza, ma
il progresso è l’espressione ed il frutto della democrazia italiana. Una
democrazia în forza della quale ogni uomo ed un intero popolo è padrone
del proprio destino. Una democrazia nella quale un potere distribuito
e diffuso, non per la forza del numero, ma della suprema ragione di dignità
che è în ogni uomo, opera per assicurare, nella libertà, piena giustizia ai
settori dell’attività produttiva, alle categorie sociali, alle regioni, a tutte
le regioni, del paese.
Questi — ha concluso Moro — sono gli alti obiettivi che noi ci pro-
poniamo e che il popolo italiano consentirà di attingere, garantendo le
libere istituzioni, la stabilità politica, l’impulso di una forte iniziativa
rinnovatrice e di progresso. In queste condizioni possiamo davvero guar-
dare lontano, inserendo una nuova e vitale prospettiva nella continuità
ideale della nostra storia.
IO
UNA INIZIATIVA ITALSIDER PER LA DIFFUSIONE DEL LIBRO
LEZIONI ALLA SORBONA
EDINDUSTRIA EDITORIALE - ROMA
L'iniziativa di offrire ogni anno in dono a tutto il personale del-
l’ Italsider un volume-strenna realizzato appositamente per questo
scopo ha trovato sino ad oggi larghi consensi tra i lettori interni ed
ha suscitato molto interesse anche all’esterno dell’azienda.
Si può dire che i quattro volumi-strenna usciti negli scorsi anni
hanno assolto la precisa funzione per cui erano stati pensati: stimo-
lare l’interesse per il libro e avvicinare alla lettura nuovi strati di persone.
Ricorderemo che si cominciò nel 1960 con una raccolta di racconti
ispirati al mondo del lavoro (“I giorni di tutti”); l’anno successivo,
nel centenario dell’ Unità, fu affidato a Carlo Bo l’incarico di riunire
i più significativi racconti di ispirazione risorgimentale (‘Racconti
del Risorgimento”); nel 1962, prendendo le mosse da un'iniziativa
che portò il Teatro Popolare Italiano in tournée in tutti gli stabilimen-
ti, si riunirono in volume cinque opere teatrali di epoche diverse (“Cin-
que modi per conoscere il teatro”); nel 1963, il campo degli interessi
fu allargato dalla letteratura alla scienza con un volume che si pro-
poneva, attraverso scritti divulgativi, di fare il punto del progresso
scientifico e tecnico (“L’uomo, l’universo, la scienza”).
Nelle librerie degli operai e degli impiegati si andarono così alli-
neando, di anno in anno, i volumi dell’ Italsider. Erano volumi rile-
gati, con sopraccoperta colorata e illustrazioni in bianco e nero e a
colori, non però libri da vetrina, da strenna natalizia, non libri da
sfogliare, ma con un contenuto e un indirizzo ben preciso: quello di
fornire suggerimenti culturali e di esprimere delle idee.
Ma l’iniziativa del libro-strenna doveva essere considerata solo il
primo passo di una più vasta e articolata azione culturale. In questa
direzione l’ Italsider era confortata e spinta a proseguire dal consenso
e dalle esortazioni che le giungevano da molte parti.
Il fatto che i volumi-strenna fossero distribuiti come omaggio,
infatti, costituiva di per se stesso un limite all’efficacia dell’azione.
Il volume regalato, non frutto in qualche misura di una scelta perso-
nale, non è ancora completamente “libro”.
La seconda fase dell’azione da svolgere era quindi quella di sti-
molare, con opportune iniziative, i lettori ad «equiszare libri.
Furono presi contatti con vari editori, per raccogliere suggeri-
menti e per individuare una formula editoriale che potesse permettere
di raggiungere, nel modo più efficace, le nuove finalità. Si decise, con-
temporaneamente, di svolgere attraverso i circoli un’inchiesta fra
tutto il personale dell’azienda, per conoscere le preferenze nel campo
delle letture di ogni lavoratore, dovunque risiedesse e quale che fosse
il suo tenore di vita.
EDINDUSTRIA EDITORIALE - ROMA
Le copertine dei due primi libri
1 della nuova collana Italsider.
Le risposte all’inchiesta “per una biblioteca” hanno fornito un
orientamento preciso. Le materie proposte all’attenzione del nostro
pubblico erano nove (cinema e teatro, economia, arti figurative, libri
di carattere pratico, esplorazioni e viaggi, storia, biografie, scienze,
narrativa) e gli argomenti specifici, articolati attorno ai temi di più
diffuso interesse, ventisette. Ogni intervistato doveva inoltre indicare
il “prezzo medio ideale di un libro” e rispondere se preferiva conti-
nuare a ricevere il libro-strenna o acquistare nel corso dell’anno “di-
versi libri a un prezzo di particolare favore”.
L’analisi meccanografica dei risultati rivelò che le opere narrative
erano le preferite (17,52 per cento dei voti), seguite a brevissima di-
stanza da quelle di storia (16,57 per cento). Venivano poi le scienze
(14,45 per cento), libri di esplorazione e di viaggi (14,18 per cento),
i libri di carattere pratico (10,93 per cento) e quindi quelli di economia
(9,41 per cento), e i libri riguardanti cinema, teatro e arti figurative
(12,75 per cento). Tra i ventisette argomenti specifici proposti, nel-
l’àmbito delle nove materie indicate, quello che riscuoteva i maggiori
consensi era la storia contemporanea.
Di fronte alla scelta tra il libro-strenna, ricevuto gratuitamente, e
più libri da acquistare a un costo molto basso, la risposta è stata par-
ticolarmente netta. L’ 86,20 per cento ha risposto di volere diversi
libri a basso costo, mentre il 12,49 per cento ha dichiarato di preferire
il libro-strenna.
L’esito dell’inchiesta offriva indubbiamente elementi di valutazione
che avevano l’importanza di un “test” sull’indirizzo del pubblico che
legge o che vuol leggere. Per la prima volta era possibile elaborare
piani editoriali non fatalmente arbitrari, ma determinati da una ragio-
nata presa di posizione del “pubblico” al quale ci si intendeva rivolgere.
In base alle indicazioni emerse dal sondaggio si giunse alla defi-
nizione di un preciso progetto: una collana ‘‘economica” appositamen-
te studiata per il personale della nostra società.
È così nata la nuova “collana Italsider”. Essa consisterà, come
ormai tutti hanno potuto apprendere sia dai manifesti diffusi nelle varie
sedi e stabilimenti, sia dalle note redazionali contenute nel primo
volume, in una serie di dieci libri che usciranno mensilmente (con
una pausa estiva) a partire dal gennaio 1965, per un totale di dieci
volumi all’anno, più un libro-strenna natalizio.
I dieci volumi verranno offerti in vendita al personale mediante un
“abbonamento” che, in via sperimentale, viene fissato a sole mille
lire da trattenersi sulle competenze mensili in ragione di cento lire
al mese. Non si potranno acquistare libri singoli.
La consuetudine del libro-strenna di fine anno è stata conservata.
Si sta però considerando l’eventualità, a partire dal Natale 1965, di
dare in omaggio l’undicesimo volume solo a coloro che si saranno
abbonati alla collana. Si è infatti indotti a presumere che chi non ha
interesse ad acquistare dieci volumi l’anno ad un prezzo bassissimo
non abbia neppure alcun interesse a ricevere il libro-strenna.
Il Natale 1964 ha visto così, con la distribuzione del quinto libro-
strenna a tutto il personale, anche l’inizio della nuova collana.
Quali caratteristiche hanno i nuovi libri dell’ Italsider? Vediamo
innanzitutto la “veste” con cui si presentano. Il principio informa-
tore al quale ci si è attenuti è stato di offrire ai lettori libri di duecento-
cinquanta-trecento pagine che pur avendo un prezzo estremamente
“popolare” (cento lire), si presentassero in veste migliore delle correnti
collane economiche, che hanno in ogni caso un prezzo molto superiore.
È mutato il formato, che è più piccolo di quello dei precedenti libri,
e la rilegatura è stata sostituita da una solida “brossura”, ma la qualità
ottima della carta è rimasta immutata, come immutata è la qualità
“tipografica” dei volumi, con caratteri nitidi e piuttosto grandi e
quindi ben leggibili, margini ampi che danno un buon respiro alla
pagina: tutti elementi, insomma, che non si ritrovano nelle normali
edizioni economiche, nelle quali gli editori sono costretti a compiere
miracoli per mantenere i costi (e quindi i prezzi di vendita) entro li-
miti, appunto, economici.
E veniamo al contenuto. Per la scelta degli argomenti ci si è attenuti
alle indicazioni emerse dall’inchiesta. Per il primo volume si è così
deciso di puntare sull’argomento specifico che ha ottenuto il più alto
ìndice di gradimento: la storia contemporanea.
Ma quale aspetto della più recente storia doveva essere illustrato?
Il fascismo? Il nazismo? L’ultima guerra mondiale? La guerra fredda?
Si fu tutti d’accordo che doveva, intanto, essere storia del nostro
paese. C’era un piccolo libro, di uno storico italiano immaturamente
scomparso nel 1960, pubblicato postumo dall’editore Einaudi, che
sembrava fatto apposta per le nostre esigenze: quelle di diffondere
libri nei quali il tema fosse trattato con uno stile piano e obiettivo e,
per quanto possibile, privo di tecnicismi, in modo da essere compren-
sibile al maggior numero di lettori (era, tra l’altro, un libro di cui,
su questa stessa rivista, ci eravamo occupati un paio di anni fa).
Il primo libro fu così “L’Italia contemporanea”, una raccolta dei
testi di dodici lezioni sugli avvenimenti politici italiani tra il 1918
e il 1948, tenute a Parigi, in francese, per gli studenti universitari
dell’ Istituto di studi politici della Sorbona, da Federico Chabod.
Nome, questo, certamente sconosciuto alla maggioranza degli italiani,
ma ben noto agli studiosi di storia, e anche a molti di coloro che eb-
bero modo di partecipare alle vicende della nostra Resistenza.
Chabod, nato ad Aosta nei 1901, professore di storia moderna
all’università di Roma, aderì, durante il periodo della lotta clandesti-
na, al partito d’azione, « proprio per quanto quel partito significava,
agli occhi di tanti intellettuali italiani antifascisti, di richiamo alle
tradizioni democratiche risorgimentali », come osservava Sergio Ber-
telli, allievo di Chabod, in una nota critica sul libro postumo del suo
maestro pubblicata nel numero 5 del 1961 della Rivista Italsider.
« Eppure in queste sue lezioni — sono sempre parole di Bertelli egli non
commette l’errore di prospettiva di considerare quel partito come il ful-
cro della battaglia politica di quei primi anni di questa nostra rinnovata
democrazia, né a caso, invece, egli insiste nel sottolinearne, soprattutto,
il carattere di “gruppo”, di “movimento” più che non di “partito” ».
Abbiamo ricordato questo giudizio per porre in risalto ciò che,
crediamo, apparirà evidente ai lettori delle lezioni di Chabod: lo scru-
polo dello storico, nel trattare avvenimenti così recenti, dei quali
egli stesso è stato protagonista, di spogliarsi di ogni simpatia politica,
pur senza rinunciare a dare un proprio giudizio dei fatti.
L’impresa più difficile, per uno storico, quella di parlare con sere-
nità del tempo in cui è vissuto, sembra dunque essere riuscita piena-
mente a Chabod. Per questo motivo, il primo volume della collana,
come è detto nella scheda introduttiva del libro, «appare particolarmente
prezioso per chi voglia accostarsi alla comprensione di fatti che molti
hanno vissuto e sofferto e altri, i più giovani, forse non conoscono ».
Il secondo volume della collana, che uscirà nel prossimo gennaio
e sarà il primo “acquisto” degli abbonati, avrà un curioso titolo:
II
“Da Olimpia a casa mia”, e tratterà in modo insolito un argomento
che ha molti appassionati: lo sport. Non sarà, come il libro dello Cha-
bod, la ristampa di un libro già esistente, ma un libro pensato e fatto
apposta per i nostri lettori (come lo saranno, in seguito, quasi tutti
i volumi della collana). Sarà a suo modo anche questo un libro di
storia; storia, per intenderci, dell’evoluzione del concetto stesso di
competizione e di passione agonistica individuata, attraverso « tremila
anni di cronache sportive », negli scritti di oltre sessanta autori di
ogni tempo, da Omero a Saba, da Senofonte a Campanile, da Hemin-
gway a Malaparte, da Pausaniaa ‘Carlin, mescolati assieme in un sin-
golare, spregiudicato viaggio attraverso gli stadi di quasi trenta secoli:
dall’agonismo degli antichi eroi al tifo davanti al video.
L’argomento è vasto quanto il periodo che gli autori, Gigi e Ma-
riangela Ghirotti, hanno preso in esame. Un esame svolto non con gli
occhiali del pedante o dell’erudito (la tentazione poteva essere facile),
ma con il piglio agile e svelto del giornalista (giornalisti, difatti, sono
entrambi gli autori), attento a cogliere nel fatto di cronaca di ieri o
di oggi un significato più ampio, l’eco, appunto, di un’epoca.
Mentre si preparava questo libro — è detto nella scheda di presen-
tazione del volume — tutta la gigantesca macchina dell’informazione
moderna era mobilitata per far giungere ad ogni uomo sulla terra,
che avesse occhi per vedere e orecchi per ascoltare, l’ultima notizia
delle Olimpiadi di Tokio, l’attimo finale di ogni gara, il respiro mozzo
del maratoneta, l’urto dello schermidore nell’ “a fondo” decisivo.
Uno sforzo immenso e mirabile, un’epopea di satelliti artificiali
e di telescriventi per abolire tempo e spazio e far vivere a ciascuno di
noi, seduto in pantofole davanti al televisore, l’esaltazione dell’ago-
nismo nella sua espressione più nobile.
“Da Olimpia a casa mia”, dunque, non vuol essere soltanto una
“cavalcata” storica tra le più belle pagine dello sport di ogni tempo,
ma dare anche il senso di un costume ed esprimere, a suo modo, una
moralità. Dall’atleta che lotta per la corona d’alloro al calciatore
professionista con stipendio e assegni familiari, è tutta un’evoluzione
che ci conduce allo sport inteso come esaltazione rituale di fine setti-
mana o, peggio, come “consumo” solitario davanti al piccolo schermo
tv. Non è, questa, una conclusione amara sullo sport ridotto a puro
fatto passivo, ma l’avvìo a un discorso più ampio. Il libro si chiude,
così, con un inedito di Italo Calvino — un racconto, non una cronaca —
dove lo sport sembra riproporsi nella sua funzione rasserenante e
liberatrice.
Nei mesi successivi, la ‘collana Italsider”” si arricchirà di altri vo-
lumi, nei quali gli abbonati troveranno trattati, in linea di massima,
i seguenti argomenti: /e idee politiche attraverso i secoli; la lingua italiana
per tutti; come si fanno i conti în tasca allo stato; costruire la città per
l’uomo di oggi; la professione di mio figlio; gli alti e bassi dell’ economia;
origini e storia dei movimenti sindacali; le fonti di energia; la storia della
Chiesa; Dante, la “Commedia” e il suo tempo; le origini della seconda
guerra mondiale; introduzione alle macchine che pensano; usi e costumi del-
l'italiano d'oggi; l'esplorazione dello spazio.
Come si vede, i temi preferiti tra quelli a suo tempo proposti nel-
l’inchiesta “per una biblioteca”, torneranno concretati in libri, molti
dei quali scritti apposta, come s’è detto, e questo non per vuota pre-
sunzione, o per smania di fare del nuovo, ma perché il mercato normale
non offre, per certi temi, testi scritti in forma chiara, facilmente acces-
sibili a lettori “nuovi” e tuttavia desiderosi di una seria infor-
mazione.
Va sottolineato, a questo proposito, che la realizzazione della col-
lana, in collaborazione con Edindustria, la società editoriale dell’ IRI,
è affidata ad un comitato redazionale di cui fanno parte anche impiegati
e operai di varie tendenze. Crediamo non sia presunzione esprimere la
fiducia che il comitato svolgerà un lavoro dal quale sortiranno utili
suggerimenti non soltanto per la collana ma per l’intera editorìa popo-
lare italiana.
L’esperimento che si sta compiendo all’ Italsider, in altre parole,
mirando ad allargare le frontiere del pubblico che legge e a proporre
il libro come uno strumento indispensabile a tutti per affrontare i pro-
blemi del nostro tempo, potrà costituire una nuova importante espe-
rienza per gli editori italiani, nei quali, proprio per questo motivo,
la nostra società è certa di poter trovare una preziosa collaborazione.
12
EDITORIA POPOLARE INGLESE
di Germano Facetti
Un paradosso particolare della nostra epoca potrebbe essere de-
sunto dalla quantità di carta stampata per ogni abitante, in rapporto
agli usi, scopi e necessità realmente esistenti.
Necessità di mercato e di concorrenza saturano completamente
certi settori (per esempio il rotocalco periodico) mentre è nota l’impos-
sibilità di produrre libri di testo universitari a prezzi accessibili alle
grandi maggioranze.
Il paradosso è nel fatto che i costi di produzione di alcuni rotocal-
chi, consumo mensile di qualsiasi massaia europea, sono superiori,
come totale investimento economico, alle somme necessarie per com-
piere e produrre testi universitari economici. Ciò sarebbe normale se
nelle nuove università e scuole d’Asia e d’Africa gli studenti dispo-
nessero degli stessi mezzi economici degli studenti europei. Invece è
il caso opposto ed accade che un testo slabbrato sia diviso in dispense
per permetterne ““godizzento a turno” ai trenta studenti di una intera classe.
Naturalmente non c’è nessuna ragione per cui l’editoria debba
rischiare investimenti a lunga scadenza ed a basso profitto. È piuttosto
prevedibile una larga diffusione di testi universitari russi e cinesi re-
datti in inglese o spagnuolo.
D'altra parte una vivace gara è in corso nel campo delle edizioni
economiche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti ed il momento è
vicino in cui si pubblicherà una edizione economica ad alte tirature
simultaneamente ad una edizione rilegata, su carta migliore, dello stesso
testo.
Questa distinzione non sarà più fatta per ragioni di classe (libro
tascabile per certe persone, edizione di lusso per altre) ma per ragioni
pratiche: maggior durevolezza e solidità per le migliaia di copie de-
stinate alle librerie scolastiche o comunali o collettività dove il mol-
teplice uso è fattore sensibile, mentre le decine o centinaia di migliaia
per il lettore individuale saranno pratiche, maneggevoli ed ottenibili
a prezzi insensibili anche al bilancio più modesto.
Nelle dichiarazioni pessimiste sulle sorti della cultura in generale
e dell’editorìa in particolare, ci si dimentica spesso di comparare la
quantità e la varietà di ciò che è accessibile oggi in confronto con mez-
zo secolo fa: oggi uno studente inglese ventenne, di umili condizioni
può possedere senza sforzo alcune centinaia di volumi, mentre nel
1914 la stessa persona avrebbe dovuto consultarli in biblioteca.
Concesso che l’evoluzione economica e l’accelerazione dei processi
produttivi abbiano contribuito a questa abbondanza, fermo rimane
il fatto che sempre più grandi quantità di libri sono acquistati da
giovani.
Non è quindi sorprendente che una nuova traduzione della Odis-
sea venda un milione di copie e che una saggia politica di scelta edi-
toriale per libri popolari debba curare simultaneamente manuali tec-
nologici o sportivi da una parte e testi di poeti Zen o Simbolisti dal-
l’altra.
È recente, in Inghilterra, da parte di numerose vecchie case edi-
trici, la creazione precipitosa di nuove serie di “tascabili”. In sostanza
si tratta della conversione in brossura dei titoli già apparsi in veste
rilegata, ma nonostante la sostanza commerciale di questo sforzo di
aggiornamento, un altro limite è rimosso agli orizzonti di scelta del
lettore. Distinguere tra l’attività “imprenditoriale” e l’opera “edito-
riale” (come è ancora intesa in Francia e in Italia) diviene sempre più
difficile.
Una politica editoriale è talvolta determinata da una organizzazione
“verticale”: la necessità di alimentare le macchine e mantenere le car-
tiere in esercizio diventa sempre più il fattore determinante di un
“prodotto” stampato e confezionato sui presunti gusti di un pubblico
che in realtà viene condizionato dal prodotto stesso.
Iniziative veramente nuove in questo campo sono assai rare nono-
stante il battere delle grancasse pubblicitarie e le apparenti economie
del prodotto.
Una riqualificazione è però prevedibile a breve scadenza, soprat-
tutto per quanto riguarda l’editorìa popolare. Può bastare l’esempio
simbolico dei periodici a rotocalco inglesi, scomparsi dieci anni or
sono per riapparire in scala minima come veicolo pubblicitario gratui-
to, mentre la varietà e la circolazione dei libri tascabili si moltiplicava
al di là di ogni ottimistica previsione.
Rimane posto il problema della differenza tra ciò che è “vol/uttuario”
in dati paesi, classi o situazioni sociali, e “necessario” in altri.
Il comportamento dell’editorìia popolare nei prossimi dieci anni
potrebbe essere uno specchio della coscienza e della evoluzione so-
ciale dell’occidente e, in più di un senso, anche l’immagine dei debiti
dell’ Europa verso l’Africa e l’Asia.
0 The Pelican Gospel Commentaries 7/6
Saint Mark
____D.E.Nineham
Penguin(@)] Classics
PLUTARCH
FALL OF THE ROMAN
REPUBLIC
Editoria popolare inglese dei giorni nostri. Sei copertine, sugli
argomenti più diversi, dei “Penguin Books”. L'Inghilterra è
stata all'avanguardia delle iniziative per la diffusione popolare
del libro.
(CISTI) | è) [Gi FECi fe
SALLUST
JUGURTHINE WAR
CONSPIRACY OF CATILINE
Introducing
Rial
G. B. Harrison
13
14
OPERE GRAFICHE PER
Sedici tra i maggiori artisti italiani di ogni tendenza hanno col-
laborato alla realizzazione di un’originale iniziativa promossa dal-
l’ Italsider per avvicinare all’arte un pubblico nuovo, favorendo l’acqui-
sto di opere grafiche, numerate e firmate, da parte di operai e impiegati.
Il lancio dell’iniziativa ha coinciso con l’inizio dell’attività di un
nuovo circolo Italsider, inaugurato il 27 novembre scorso a Genova e
destinato al personale della sede e ai familiari, ma aperto anche ai la-
voratori degli stabilimenti sociali genovesi.
Finora il personale della sede centrale conosceva solo indiretta-
mente le molteplici attività dei circoli degli stabilimenti. Ora anche
in via Corsica c’è un centro, come sempre aperto anche ai familiari
e a ospiti esterni, in grado di svolgere una funzione analoga a quella
dei circoli fratelli. L'apertura del nuovo centro culturale, che com-
prende . sale per giuochi e per riunioni, incontri, corsi, dibattiti
e proiezioni, una biblioteca fin da questo momento abbastanza ag-
giornata specie per la narrativa, fornita di giornali, periodici e opere di
consultazione, ha coinciso — come s’è detto — con il lancio del “progetto
opere grafiche” alla cui realizzazione hanno collaborato alcuni tra i più
noti artisti italiani con un’opera grafica (litografia o serigrafia) che,
tirata in centottanta esemplari, sarà posta in vendita a tremila lire a
tutto il personale dell’azienda.
Oltre duemila opere originali di Ajmone, Carmi, Cazzaniga, Costan-
tini, De Witt, Dorazio, Fazzini, Greco, Guttuso, Luzzati, Maccari, Ma-
scherini, Pozza, Scialoja, Tabusso e Turcato potranno così essere acquista-
te, a prezzi bassissimi, dai lavoratori dell’Italsider, da Trieste a "Taranto.
Proprio perché viviamo in un mondo bombardato dalle immagini,
oggi è più urgente di ieri un’educazione alla visività. Parallelamente
all’azione grafica generale, all’opera intrapresa da questa rivista, alle
prime mostre organizzate attraverso i nostri circoli, ora i componenti
i vari livelli del personale dell’azienda, e in particolare i giovani, come
ha sottolineato il presidente dei circoli Italsider dottor Osti nell’illu-
strare il significato dell’iniziativa, sono posti in grado di portarsi a
casa opere di qualità selezionata, fatte appositamente per loro (cosa
assolutamente normale per un signore del Rinascimento) da artisti
variamente ma seriamente impegnati.
Educazione all’arte: questo, dunque, il significato del “progetto
opere grafiche” dell’ Italsider, diretto a far sì che la cultura artistica
esca dal ristretto àmbito di una “élite di privilegiati”, in cui spesso
appare confinata.
IL PERSONALE DELL'ITALSIDER
Giuseppe Ajmone: “Danza”
litografia - em 63,5 x 42
Eugenio Carmi: “Collage”
serigrafia - em. 48 x 27,2
Su questo aspetto educativo si è particolarmente soffermato, in
un suo ampio intervento, Carlo Ludovico Ragghianti, professore
ordinario all’università di Pisa, direttore de “La critica d’arte” e di
“Selearte”, ben noto sia per gli studi e le ricerche che da tempo viene
conducendo sulla teoria della storia dell’arte sia per l’attività pratica
che svolge proprio al fine di “popolarizzare” la cultura artistica.
«Tra le moltissime iniziative che si possono prendere per una
diffusione più autentica delle opere d’arte — ha esordito Ragghianti —
questa è certamente una di quelle che dà maggiori garanzie. Questo
proprio perché alcuni procedimenti operativi dell’arte figurativa come
quelli della grafica, litografia, incisione, calcografia, nelle sue varie
tecniche e aspetti, hanno la proprietà appunto di non essere riprodu-
zioni ma di essere opere d’arte dirette, tali che conservano la fragranza
dell'espressione artistica, non sono semplici ripetizioni o estensioni,
ma sono tutti originali anche se tirati in un certo numero di copie ».
Ragghianti ha poi fatto un approfondito esame, attraverso esempi
storici e filologici, dell’essenza vera dell’opera d’arte e del nostro
atteggiamento verso di essa. Ci sembra opportuno riportare quasi
integralmente la parte finale del suo intervento che riguarda più da
vicino il problema della nostra possibilità di “fruizione” dell’arte
contemporanea.
« Che razza di linguaggio è un linguaggio parziale, un linguaggio
che serve solo a certe cose ma è negato a certe altre, per cui l’uomo
non si esprime totalmente, non può esprimere la sua umanità totale? ».
«Questa proposizione che ad alcuni di voi suonerà nuova o più
che nuova paradossale e non tale da essere presa in seria considera-
zione - io non mi meraviglio badate - è invece il rispecchiamento
di una situazione storica della cultura la quale solo adesso comincia
a incrinarsi, a modificarsi e lo si vede da molti fatti (ne citerò due), e
da un antefatto, che citerò sùbito.
«L’antefatto è lo sviluppo della visibilità nel mondo moderno,
contemporaneo. Questo è un fenomeno che cade sotto l’esperienza
di tutti. Io ricordo che negli anni intorno al 1915, specialmente nella mia
città, una piccola città di provincia, la visibilità era nei monumenti,
nelle piazze, nei mercati. Questa era una visibilità contenuta in forme
quasi memorabili, perché questa vita era continuata e si trascinava
nelle stesse condizioni di un secolo avanti. La pubblicità, per esempio,
quasi non c’era. Essa si riduceva a cose molto modeste nella mia città;
a Parigi c’era una maggiore incidenza di questo tipo di comuni-
15
Il professor Ragghianti al circolo Italsider
parla dei problemi dell’educazione all’arte.
Pericle Fazzini: “Studio dell’ar-
tista” - litografia - em. 70 x 50
Flavio Costantini: “La rotonde
1917” . serigrafia - cm. 50 x 38
cazione visiva, di questa stimolazione dei desideri, delle passioni,
attraverso la pubblicità.
«In questi quaranta-cinquanta anni che cosa abbiamo visto, che
cosa si è sviluppato? I giornali erano senza figure; quasi tutto quello
che si apprendeva si leggeva. I libri di testo delle scuole erano senza
figure, erano pagine, pagine dense. La visibilità era poco sviluppata,
poco stimolata, e gli artisti, anche quelli che erano più professionisti
che artisti, quelli che facevano i ritratti alle signore per intenderci, e-
rano rari anche quelli.
« Gli impiegati, gli addetti alla visibilità erano un numero esiguo.
Pensate ad oggi. Noi non viviamo in un mondo di parole ma piut-
tosto in un mondo di immagini.
« L’immagine, la figuratività, la visività ha superato e quasi ha sosti-
tuito la verbalità, la lettura. C’è stato un fenomeno spontaneo, un
fenomeno che non ha caratterizzato soltanto questo secolo; vi sono
stati dei secoli, delle epoche, delle civiltà caratterizzate sommamente,
prevalentemente, da manifestazioni visive. L’antico Egitto, per esem-
pio, la stessa preistoria, nella quale noi non sappiamo se l’uomo, che
era certamente fonetico, avesse un’articolazione verbale pari alla ca-
pacità che dimostra quando fa le grandi pitture e affreschi delle grotte
che noi conosciamo e implicano senz’altro un possesso di facoltà
eccezionali.
«Ci sono state tante epoche, come il Rinascimento italiano, il
Rinascimento fiorentino, in cui non ci sono grandi poeti o grandi
figure di pensatori che possano stare alla pari con Donatello, Masaccio
o Brunelleschi. Anche quella è stata un’epoca prevalentemente visuale,
anche allora i valori umani espressi attraverso la visualità sono stati
prevalenti sugli altri, su quelli che sono stati espressi verbalmente.
«Questa enorme dilatazione della visività del mondo è avve-
nuta, è in corso e non accenna a sparire né a diminuire. Questo è
l’antefatto. Ora vengo ai due fatti. Da una parte c’è lo sviluppo
dell'educazione. Se compariamo quelli che erano ancora i cànoni
della scuola umanisticamente intesa, della scuola in Italia dopo la ri-
forma Gentile, quindi fino alla Liberazione, e all’estero fino agli inizi
di questo secolo, specialmente nei paesi anglosassoni e germanici,
se noi guardiamo a questo ciclo educativo, che cosa osserviamo?
L'esperienza del fanciullo, dallo svezzamento fino alla maturità ideo-
logica, era esclusivamente verbale; l’appello alle immagini era un
appello esterno, dimostrativo, esemplificativo. Chi di noi andava
Emilio Greco: “Giovinetta””
litografia - em. 49,5 x 31,6
Neri Pozza: “Rovine di Vicenza”
litografia - cm. 38 x 28,3
Emanuele Luzzati: “La torre di
Babele” - litografia - em. 67 x 44
a scuola e cominciava a disegnare e a scarabocchiare, praticava alla pa-
ri del balbettio infantile anche il segno, la grafica, espressa anche
in quel modo e non soltanto verbalmente, ma noi questa espe-
rienza la dovevamo mettere da parte come un infantilismo. I nostri
genitori, i nostri maestri ci dicevano quando si scarabocchiava: “Non
ti divertire, studia”. Perché il disegnare era ritenuto una distrazio-
ne. Proiettare la propria personalità, la propria psiche, in una forma
grafica anziché in una forma verbale, appariva un profondissimo
vizio dell'educazione. Soltanto coloro che avevano un’intensa voca-
zione o delle straordinarie capacità che gli venivano riconosciute, e
raramente gli venivano riconosciute, si avviavano all’arte.
«Facciamo il paragone con oggi. È stato fatto un grande pas-
so, forse non ce ne possiamo accorgere subito ma ce ne accorge-
remo certamente fra non molto tempo. L'istituzione della scuola
media unica d’obbligo, che speriamo al più presto possa essere conti-
nuata fino al diciassettesimo anno di età, ha confermato quello che
era già acquisito, cioè che l’esperienza del fanciullo nella scuola ma-
terna e nella scuola elementare deve andare alla pari: plastica, grafica,
scrittura, lettura, non facciamo più gerarchie tra queste espressioni
spontanee del fanciullo. Il maestro è tenuto ad obbedire piuttosto a
quella che è la manifestazione spontanea di questa attività e non
corregge o frena, ma lascia aperta l’anima del fanciullo verso pro-
spettive che secondo un motto vecchio e cristiano “per l’infanzia
sono sempre sacre”. Questo è un metodo che capovolge completa-
mente la situazione che noi avevamo. Se voi ora pensate e con-
siderate che questa esperienza della visività attiva, cioè come espe-
rienza diretta, è anche aiutata a formarsi, a svolgersi, a precisarsi nel
fanciullo e ha sostituito quello che per noi era un divieto e un giudi-
zio negativo dell’esperienza grafica spontanea, voi vedete anche per-
ché sia ancora necessariamente, inevitabilmente, così diffusa l’idea
che con il linguaggio verbale si fa tutto e con il linguaggio grafico
si fanno soltanto alcune cose. Questo appunto era il pregiudizio
relativo all’insufficienza, all’incapacità, ai limiti dell’espressione gra-
fica spontanea dell’uomo che aveva prodotto l’indebito innalzamento
della parola. Anche nella scuola abbiamo visto e riconosciuto questo
cànone estetico che non distingue e soprattutto non gerarchizza tra
queste espressioni. Esso è stato accolto nella nostra scuola come è già
tradizione in molti paesi occidentali, dalla Germania agli Stati
Uniti attraverso la Gran Bretagna, risultato in questi paesi del-
16
Giancarlo Cazzaniga: “Jazz man”
litografia - em. 32 x 49,5 litografia - em. 32 x 48,1
Mino Maccari: “Carnevale romano”
litografia - em. 49,5 x 35,6
Renato Guttuso: “Risveglio”
litografia - em. 45 x 27,3
Toti Scialoja: “Vera Cruz”
litografia - em. 50 x 70 1964” - litografia - em. 25 x 42
l’opera educativa di un grande filosofo e pedagogista, John Dewey
che teorizzò l’arte come esperienza dell’uomo, cioè come esperienza
positiva dell’uomo accanto all’esercizio della parola. Ecco che è allo-
ra ragionevole ritenere che entro non molti anni avremo delle gene-
razioni che di fronte all’arte figurativa non si troveranno tagliate
fuori a priori ma avranno già come esperienza propria, personale, la
capacità di mettersi all’interno dei processi creativi perché essi stessi
li avranno praticati sia pure non per fare dell’arte, ma per esprimer-
si, per manifestare la propria spiritualità, la propria personalità. Evi-
dentemente con questa preparazione si troveranno più vicini a quello
che è l’esercizio effettivo dell’arte figurativa.
« Noi siamo anche di fronte a un’epoca nella quale la strumenta-
zione tecnica dell’uomo sta conoscendo un’altra fase straordinaria,
non solo come moltiplicazione, ma proprio come liberazione dalla
servitù dell’uomo al lavoro, alla fatica, all’opera: l'automazione. Tutti
i processi che oggi si vanno sperimentando e che domani saranno
processi in uso nelle industrie, in tutti gli aspetti della vita economica
dell’uomo, quale risultato hanno?
«Oggi c’è la settimana corta e fra qualche anno la settimana sarà
più corta. Cosa significa questo? Questo è uno dei grossissimi pro-
blemi di cui ci si comincia a preoccupare fortemente anche in Italia:
il tempo libero — l’impiego del tempo libero.
« Che cosa fa l’uomo quando non lavora? Quando non lavora
l’uomo medio, che non lavora più dodici ore al giorno, che talvolta
non lavora neanche otto e quindi non è poi piegato dalla fatica; magari
a un certo momento è incapace di pensare perché ha voglia di distra-
zione, di fare altre cose. L’uomo che ha davanti a sé tanti giorni di
tempo libero cosa si mette a fare? Il fenomeno è in corso, è in corso
anche in Italia ».
«In tutto il mondo la moltiplicazione dell’esercizio delle arti vi-
Antony de Witt: “Ricordo della pampa”
Francesco Tabusso: Uomo con ghiandaia
Pietro Dorazio: “Blera”
litografia - em. 49 x 38
Marcello Mascherini: “Cavallino”
litografia - cm. 45 x 62,3
Giulio Turcato: “Reticolo”
litografia - em. 38,5 x 55
sive è un fatto palese, indiscutibile. Questo a sua volta si ripercuote
sulla visività del mondo, sull’aumento di visività del mondo e contri-
buisce a suo modo a moltiplicare questa visualità. Cioè, per quel che
possiamo vedere, oggi stiamo andando rapidamente verso un momento
storico nel quale gli uomini spesso faranno molto presto a capirsi,
anche sul terreno pratico, sul terreno del ragionamento, attraverso
una comunicazione grafica piuttosto che attraverso una comunica-
zione verbale complessa. Questa è la verità. Noi del resto lo vediamo.
Pedagogisti di grande finezza, anche in Italia, hanno di recente
portato la loro osservazione su questi fenomeni e hanno potuto
osservare già non più nei fanciulli, ma nei ragazzi di una certa età,
delle capacità di comunicazione che ormai si svolgono graficamente:
non si parlano più come prima fra di loro e con questo si sviluppano
anche altre arti, che sono le arti del gesto, cioè le arti della mimica,
dell’atteggiamento, della moda, di tutto quello che implica la visua-
lità. Questo sta avendo uno sviluppo molto forte. Noi siamo quindi
in una situazione storica nella quale si sente una responsabilità cul-
turale e chi almeno s’immagina di poter interpretare quelli che sono i
fenomeni emergenti da questa situazione, almeno nel campo del visi-
bile, credo che è nella giusta strada se cerca di qualificare il più pos-
sibile, cioè di non rendere disordinata o irrazionale l’esperienza umana
che si traduce in visualità, ma di qualificarla. E certamente in questo
campo un elemento fondamentale, di cui non si può e non si potrà
fare a meno, sono le opere d’arte stesse. Ecco perché questa divul-
gazione di opere d’arte autentiche, originali, che possono suscitare
il desiderio di ripercorrerle, di ricostruirle nella loro fattura, può
portare un serio contributo alla pubblica cultura e quindi mi sia per-
messo di elogiare vivamente questa iniziativa dell’ Italsider, che ha
avuto una così eccellente realizzazione e che spero sia seguita da rea-
lizzazioni sempre migliori ».
LA TECNICA
di Renato Giani
“Gli amanti al di sopra della città” - litografia di Mare Chagall - 1922-23
(dal volume Chagall lithographe”, edito da André Sauret).
La tecnica della stampa ha oggi raggiunto dati positivi e singolari
che contrastano nettamente con quelli tramandati fin dai secoli XIV e
XV — a partire dall’antica incisione su legno di taglio, xilografia, alle
prime acqueforti italiane e tedesche:-oggi siamo alla serigrafia, ai pro-
cedimenti meccanici del riporto fotografico.
Le ragioni di questo perfezionarsi dei mezzi, e anche complicarsi
delle tecniche, è da ricercare in un orientamento particolare del gusto
contemporaneo, attraverso il quale fatti che interessavano solo la
cultura figurativa sono diventati avvenimenti di costume, e tendono a
svilupparsi su strade lungo le quali non è facile seguirli. Moda arte e
costume necessariamente s’incontrano e si influenzano. Profittando
delle possibilità molteplici offerte dalla stampa Jlitografica e dalla faci-
lità di ottenere nuovi risultati attraverso la seta, il compianto mer-
cante d’arte Carlo Cardazzo (scomparso recentemente) alcuni anni
addietro lanciò una serie di litografie di grandissimo formato (quello
dei foulards) di Campigli, Gentilini, Capogrossi, Music, Fontana, Crippa.
La pittura diventava elegantissima suppellettile, garbata appendice e
coronamento dell’abbigliamento femminile.
La stampa che d’altronde offre possibilità di resa altissima, non
diversamente da un disegno, da un pastello, da una tempera oppure
un olio, è salita in auge col boom della pittura manifestatosi negli
ultimi dieci anni. I nuovi risultati, soprattutto l’essersi dedicati all’in-
cisione, alle varie tecniche di riproduzione numerosi artisti di talento,
da Picasso a Rouault, da Braque e Matisse a Gentilini, Morlotti, Guer-
ricchio, Cantatore, Calder, Léger, Afro e altri pittori e scultori di pri-
mo piano, Marino per esempio o Minguzzi, — i risultati odierni fanno
di ogni foglio un pezzo originale, autonomo, anche se riprodotto in
più esemplari. Le basse o alte numerazioni, quando le prove siano re-
golarmente firmate, hanno incidenza di mercato, ma non sfiorano il
piano artistico che resta sempre nei limiti della resa: quando una seri-
17
DELL'INCISIONE DAL XIV SECOLO AD OGGI
grafia o una puntasecca hanno un significato d’arte, questo permane
sempre. Naturalmente tanto meglio se la tiratura è limitata a un ristretto
numero di esemplari: se ne accresce il valore venale in modo no-
tevole.
Un amatore di stampe impara subito a distinguere fra incisioni ori-
ginali e incisioni ottenute attraverso la riproduzione — compresa
quella fotomeccanica — e cioè fra una stampa vera e una banale ripro-
duzione. Anche se questa, per la incompetenza di chi se n’è pro-
mosso editore, è firmata e numerata. Un tempo gli amatori di stampe
portavano al séguito una piccola lente per esaminare davvicino il
segno, la inchiostratura. I nuovi sistemi — fra questi specie il rilievo
e le tecniche miste, rendono ovvio l’uso della lente. Gli incisori d’oggi
avanzano nelle loro ricerche spinti dalla “vocazione formale della ma-
teria”, come scriveva il Focillon. Fino a venti anni addietro la lito-
grafia o l’acquaforte così come la xilografia e altre tecniche, si facevano
un vanto d’originalità; oggi tendono al quadro, alla “pittura”. Lo
spessore delle lastre di zinco si presta ai magici giuochi dei colori che
si sovrappongono creando impasti e sensazioni di pàtine, originando
ritmi e pathos inediti. Queste tecniche, quasi tutte di origine straniera,
in Italia hanno trovato terreno e perfezionamento — si è andati molto
oltre i risultati della imitazione o della mera ripetizione. Alcuni fogli
di Renzo Vespignani (litografie), di Domenico Cantatore (acqueforti
e tecniche miste), di Marino Marini (vernici molli), testimoniano la
capacità dei nostri artisti in quest'arte sottile un tempo trascurata o
abbandonata nelle mani degli espertissimi cui era danno l’eccessiva
bravura tecnica e la scarsa fantasia.
Passiamo ora a esaminare le varie categorie delle stampe distinte
“in rilievo”, “in piano”, “in cavo”. Sono categorie fissate dalla tra-
dizione; ma occorre aggiungere a queste anche altre tecniche: la seri-
grafia, il riporto fotografico su tele emulsionate, ed altre di cui si ignora
18
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Una pagina della “Bibbia dei poveri” del tardo Medioevo. Xilogra-
fia. L’incisione su legno fu la prima tecnica di riproduzione delle
immagini.
il procedimento perché non tutti gli artisti sono disposti a rivelare i
loro procedimenti.
La più antica stampa in rilievo è la xilografia, già nota in Cina
oltre venti-ventiquattro secoli addietro. Viene realizzata tutt’ oggi
incidendo una tavola di legno e inchiostrando successivamente
le zone restate intatte, che sporgono. Basta sovrapporre alla tavola in-
cisa un foglio e usare una pressione omogenea per avere una stampa.
Utilizzando più tavole di legno si possono ottenere effetti coloristici
notevoli, sempre piatti. (Le stampe orientali nel secolo scorso influi-
rono sul gusto della pittura impressionistica e post-impressionistica).
La linografia o linoleografia impiega al posto delle tavole di legno super-
fici di lindleum, che vengono incise esattamente come se si trattasse
di legno. Bravissimo e spericolato nei risultati del genere è Mino
Maccari, e il giovanissimo Salvatore De Judicibus, di Bari. Xilografia
e linoleografia hanno goduto il favore degli espressionisti tedeschi e
nordici d’ieri e di oggi.
La litografia è un procedimento in piano che data solo dal 1799
(fu una scoperta di Senefelder per riprodurre i testi musicali); utilizza la
proprietà d’alcune pietre di trattenere l’acqua se sottoposte a gra-
nitura. Lavata, resa netta e liscia la pietra, l’artista vi disegna sopra con
una matita speciale grassa composta di cera, sapone, sego, salnitro,
nerofumo, coppale. Ultimato il disegno, la pietra viene ricoperta da
una sorta di emulsione a base di acido nitrico e gomma arabica onde
fissarne il tracciato grasso, e dare alle parti nude della pietra un tanto
di potere assorbente. Quando la lastra viene inchiostrata (inchiostro
grasso litografico), solo il disegno resta interessato, e questo senza
difficoltà si trasferisce sulla carta. Impiegando più pietre litografiche
si possono ottenere effetti di colore e combinazioni saporose, singolari.
Occorre dire però che l’antica litografia su pietra sta perdendo sempre
di più piede, sia perché gli artisti preferiscono lavorare su lastre di
zinco direttamente, sia per la difficoltà di trovare allievi che vogliano
dedicarsi al mestiere di litografo (il quale, sia detto sùbito, è anche assai
redditizio). Qualche pittore impiega oltre alla matita grassa litografica
anche il pennello bagnato nell’inchiostro litografico, ottenendo
notevoli effetti (sempre sulla gamma dei neri, i quali sono particolar-
Albrecht Diirer: «Ritratto di Willibald Pirekheimer” - 1524
- incisione su rame. Diirer è considerato uno dei più grandi
incisori di tutti i tempi.
mente caldi, intensi). Altre volte si graffia direttamente la pietra per
ottenere un disegno bianco su fondo nero: quest’effetto al negativo si
deve al fatto che l’inchiostro non penetra nell’incisione ma resta solo
sulla superficie (che non è stata stavolta bagnata). È detta litografia
anche la stampa ottenuta mediante la lastra di zinco granito, il cui
comportamento pratico è assai simile alla pietra. Gli impasti di colore
sono più facili qua che sulla pietra litografica vera e propria; gran
parte delle cosiddette litografie in commercio oggi sono ottenute con
questo procedimento moderno.
Diverse sono le tecniche delle incisioni in metallo o in cavo. La
differenza prima consiste nel fatto che mentre legno e lindleum lasciano
il segno dove gli strumenti di lavoro non sono intervenuti, l'incisione
in metallo alla stampa risulta solo nei tratti precedentemente incisi.
La puntasecca è il più elementare sistema: basta una punta d’acciaio
capace di grattare o graffiare il metallo secondo la forza che si vuol
dare al segno. La punta non asporta il metallo (zinco, rame, rame
acciaiato), il metallo lascia ai margini dell’incisione due barbe le quali
trattengono una quantità d’inchiostro oltre quello che finisce nel
taglio vero e proprio praticato. Il segno alla stampa ne risulta legger-
mente sbavato, raddolcito. La pressione del torchio appiattisce rapi-
damente le barbe, permette solo tirature molto limitate. L’acquaforte
che pure necessita di lastre metalliche, si giova dell’azione chimica di
liquidi corrosivi, i mordenti. Dall’acquaforte nascono i procedimenti
della vernice molle, le numerose forme di acquatinta, per la quale è
impiegato talvolta il pennello, altre volte lo zucchero, sali speciali
eccetera. Offre all’incisore una libertà di segno superiore a quella in
altri tempi offerta dal bulino o taglio dolce, che costituiva il procedi-
mento classico originale. L’acquaforte difatti vale anche per il senso
di immediatezza del tracciato (si veda l’opera grafica di Morandi, di
Music, di Maccari). Freschezza di segno e suggerimento di rapidità
sono qualità particolarmente apprezzate in questo momento; ma rag-
giungere sopra una lastra tuttociò richiede pazienza e virtuosismo. Pro-
tetta la lastra con uno strato di cera, bitume giudaico, màstice in lagrime,
e applicato un velo di vernice col pennello, sempre a caldo, si traccia
il disegno con una punta d’acciaio, mettendo a nudo il metallo senza
Henry de Toulouse-Lautrec: manifesto
per l’attrice inglese del music-hall
May Milton - 1895. Litografia.
intaccarlo. Il mordente provvederà all’azione corrosiva: cioè acido
nitrico (l’acquaforte vera e propria, donde il nome del procedimento
stesso), oppure mordente olandese, lento ma sicuro, il percloruro di
ferro. Via via che i segni raggiungono lo spessore, la profondità voluta,
vengono ricoperti col pennello di bitume; in tal modo si ottengono le
gradazioni di intensità, diremmo di colore. In generale si procede per
“stati”, primo, secondo, terzo eccetera: cioè si esegue il lavoro in
più volte, e stampando dopo ogni nuova morsura alcune prove (le
quali sono talvolta destinate ad assumere alto valore). La lastra può
ancora venire ritoccata usando il bulino, le carte smerigliate, il raschia-
toio, il brunitoio, la puntasecca.
La vernice molle è simile a quella impiegata per l’acquaforte, con
in più una quantità di sego. Preparata la lastra, su questa si applica
un foglio di carta sul quale si disegna a matita (o anche con una penna
a sfera). Sotto la pressione della matita o della penna la vernice aderisce
alla carta, e togliendo il foglio si solleva dal fondo, lasciando così
scoperto il metallo (zinco o rame o acciaio o anche ottone). La lastra
viene poi sottoposta all’azione del mordente. Il segno, a differenza
dell’acquaforte, è morbido, aereo, non tagliente. Il procedimento si
accorda con l’acquatinta di cui spesso costituisce l'impianto. In questo
genere di stampe conta poco la linea mentre assume importanza il
chiaroscuro nei suoi valori. Si può procedere direttamente sulla lastra
nuda applicando col pennello l’acido, e lavando immediatamente; o
anche utilizzando una emulsione di olio d’oliva e zolfo e dipingendo
il rame. L’acido tende a distruggere, corrodere i primi risultati, quindi
occorre mano leggerissima e rapidità. I grigi sfumati ottenuti sono di
grande delicatezza. In altri casi si distende sulla lastra una cera bianca
liquida e calda, con un setaccio vi si fa cadere sopra sale da cucina pol-
verizzato. I granelli cadono e affondano nel rame lasciando quantità
di forellini (è quel che si dice preparazione granulare della lastra, va-
lida anche per gli zinchi sui quali si conducono oggi le litografie).
Quando sia raffreddata, la lastra è immersa in un bagno; il sale
si scioglie lasciando una superficie ricca di forellini sui quali agirà
l’acido, consentendo poi risultati quasi di acquerello. L'immagine
viene ottenuta ritoccando col pennello intinto nel bitume le zone dove
Giorgio Morandi: “Natura morta di vasi su un tavolo” -
1931 - acquaforte su rame.
19
Joan Mirò: «Aerobati nel giardino not-
turno” - 1948 - litografia a colori.
si sono ricavati i valori di profondità cercati: si comincia dai toni
più chiari e si finisce con gli scuri più densi. L’acquatinta è un eserci-
zio di alto virtuosismo, ma non è più apprezzato dagli amatori di
stampe, i quali preferiscono mezzi diretti, risultati di superficie forse,
più elaborati, ottenuti sovrapponendo matrici di varia natura quali
legno, linòleum, pietra, metallo, fino ai procedimenti fotomeccanici
veri e propri.
La serigrafia in Italia non ha ancora troppi esperti né per praticarla
né per apprezzarla. Consiste questa nell’applicazione diretta sulla carta
del colore attraverso schermi di seta. Per stenderlo si impiega una
spàtola molle, il più spesso di gomma. Ricorda la pratica antica degli
stampini remondiniani, intagliati a giorno su cartoncini o metalli o
anche celluloide. Più o meno è quello che impiega Enotrio Pugliese
per le sue grandi stampe colorate; infatti il sistema consente rapidità
di esecuzione, cosa che non si può dire per le litografie o le acqueforti,
inoltre non ha limitazioni di formato che può toccare notevoli dimen-
sioni. Oltre essere una tecnica originale, viene considerata negli Stati
Uniti e altrove un’arte nuova, che, pur pigliando avvio dall’ incisione,
se ne è resa indipendente. Lo stesso si può dire per i riporti foto-
grafici su tela di Roy Rauschenberg e di Mimmo Rotella. Le prime
immagini di questi “reportages”, come Rotella chiama tali produ-
zioni d’arte, son cavate da giornali opuscoli manifesti. Vengono poi
trasportate sopra un primo foglio di carta mediante una semplice com-
posizione chimica e creano l’immagine definitiva, il quadro si può dire.
Fotografato questo risultato, il negativo è proiettato sopra una tela
emulsionata, successivamente fissata. È un procedimento fotomeccanico
che offrirebbe il vantaggio della ripetizione, tuttavia fin’oggi l’autore
s'è limitato a esemplari unici, sempre di altissimo costo (misure di un
metro per settanta circa, pari a mezzomilione-seicentomila lire).
Pittura o stampa (nella sua accezione generica), sono sempre mani-
festazioni compiute d’uno spirito che resta uguale. L’acquaforte rara-
mente fa lamentare l’assenza del colore, e la lito a colori la mancanza
di vera pittura. L’artista s'è impegnato in un prodotto diverso, lo
avalla con la sua sigla, e tanto vale a farne opera d’arte, sia pure in più
esemplari.
20
UN UMORISMO CHE NASCE DALLA
di Nelio Ferrando
PAURA
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“Pensa!” (da “Management Review”).
Dopo essersi stabilmente inserite nel nostro mondo, le macchine
elettroniche (i cosiddetti “cervelli”’) ei robot — e tutti gli altri aggeggi
che traggono dalle nuove energie scoperte dall'uomo il loro stupe-
facente funzionamento — sono diventati argomento di letteratura
da un lato, di puro umorismo dall’altro. In letteratura — come è noto
— il tema ha ormai una sua codificazione universalmente accettata;
il merito è di Isaac Asimov che nel suo più famoso libro “Io, Robot”
espone le tre leggi fondamentali della robotica alle quali nessun autore
di science fiction si sottrae:
1. un robot non può recare danno ad un essere umano né può per-
mettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere
umano riceva danno; 2. un robot deve obbedire agli ordini im-
partiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano
alla prima legge; 3. un robot deve proteggere la propria esistenza,
purché questa autodifesa non contrasti con la prima e la seconda
legge.
Se su questa base ci è facile delineare il campo della letteratura
robotica, non così agevole è penetrare il campo dell’umorismo, che
già — per sua natura — sfugge a delimitazioni, anzi le contraddice
via via tutte, ed infine delle tre leggi fondamentali non sa proprio
“Ufficio Brevetti”.
che cosa farsene; procede cioè semplicemente ignorandole o inconsa-
pevolmente distruggendole. Per tentare un saggio su questo nuovo
motivo di umorismo occorrerebbe esaminare un materiale enorme,
ma il profitto in definitiva sarebbe assai scarso. Mi sembra infatti
che più che d’un nuovo umorismo si tratti semplicemente dell’adat-
tamento di vecchi “moduli” a un nuovo oggetto; sempre che ci si
riferisca alle “battute”, alle “vignette” e non invece a quel più profuso
umorismo che è contenuto nella narrativa; per le variazioni satiriche
si vedano i robot e le robix (robot femminili) che « popolano il mondo
indiavolato e paradossale degli intellettuali d’argento, di Fritz Leiber ».
Tuttavia queste minute esercitazioni umoristiche che compaiono sui
giornali hanno un dato comune: ammirazione, invidia, ostilità degli
esseri umani nei confronti dei robot e dei “cervelli”, giustificato an-
che dal fatto che da un punto di vista morale « il robot è un essere
razionale che si distingue dall’uomo soltanto per essere privo della
libertà di commettere il male ».
Dunque si potrebbe suddividere la materia in tre settori a seconda
che le battute esprimano ammirazione o invidia od ostilità nei con-
fronti delle nuove macchine. Effettivamente, direi che l’odio campeg-
(4
“Non trovo alcun guasto, forse bisogna chiamare lo psichiatra”. “Siete con noi da molto tempo, signor Rossi” (da Collier?s’’).
“E allora, RB 50462 fa RB 50463 che fa RB 50464 “Vi dico che questa maledetta macchina mi ha rubato “Signore e signori, vi presento quello che vi sostituirà”
che fa...”. la colazione” (da “Saturday Evening Post”). (da «The Ben Roth Agency Inc.”),
lo Mil{ie®®
Kb DIE
22
“Bene, dov'è il cervello che non funziona?” (da The Ben Roth Ageney Inc.”°).
gia in questo campo, come se l’uomo sentisse che questi strumenti
non gli sono abbastanza soggetti, vivesse cioè nella continua preoccu-
pazione che gli sfuggano dalle mani, riconoscesse (senza volerlo ri-
conoscere) in loro una tal quale autonomia che lo minaccia. Nella
migliore delle ipotesi rileviamo una sorta di “complesso dello scolaro”
che ci porta a giudicarle alla stregua di quanto fanno i ragazzi per
gli istitutori: siamo felicissimi di coglierli in fallo, il nostro atteggia-
mento verso di loro è tutt’altro che generoso.
Questa condizione non s'è adempiuta in passato per nessun’altra
invenzione meccanica: non per l’aeroplano, non per il “vapore”, non
per l'automobile, e neppure crediamo, in tempi remoti, per la ruota.
Perché allora questo atteggiamento di difesa, di timore, di disprezzo
— soltanto raramente d’ipocrita ammirazione — di paura, di ribel-
lione nei confronti delle nuove macchine? Io penso che il motivo —
oltre a quello indicato — si possa individuare in una loro caratteri-
stica che è del tutto originale rispetto alle macchine del passato: esse
ci imitano, esse ci superano in un campo di cui siamo stati fino ad
ora unici signori, quello dell’intelligenza. A rigore le macchine non
sono intelligenti ma ci dànno l’impressione di esserlo, e questo ci
basta. Esse ci sostituiscono. È quanto avviene in altri settori della
scienza: quello biologico, per esempio. Siamo aggrediti da ogni parte.
L’umorismo di cui ci occupiamo nasce quindi dalla paura, da una
“paurosa paura” collettiva; ed essa genera il disprezzo, il sarcasmo
eccetera. Ma, scegliendo un certo numero di “vignette” abbiamo di-
menticato questa premessa per tentare una classificazione più semplice.
Le vignette in parola esprimono tre situazioni che denominiamo:
“come gli uomini”, “più degli uomini”, ‘meno degli uomini”.
“COME GLI UOMINI”:
Un robot chirurgo opera al ventre un altro robot e ripete ad alta
voce le fasi successive dell’intervento.
Un meccanico tenta di riparare un cervello elettronico, non ci rie-
sce ed esclama: « Non trovo alcun guasto, forse bisogna chiamare lo
psichiatra ».
C'è una fila di cervelli elettronici. Dinanzi ad essi si allunga una
rotaia sulla quale scorre il robot-sorvegliante che agita una frusta.
La macchina per le bevande non funziona (da “Collier’s?°).
Ancora un cervello elettronico. Gli è accanto un tecnico che sta
scrivendo formule e formule su una lavagna che ne è ormai piena.
Entra il “capo” e dice: « Bianchi, devi imparare a fidarti di lui ».
Un povero operaio rincorre il “capo” e gli dice tutto indignato:
« Questa maledetta macchina mi ha rubato la colazione ».
“PIÙ DEGLI UOMINI”:
Un impiegato timido timido si presenta a un robot che gli dice:
« Siete con noi da molto tempo, signor Rossi ».
Il capitalista trionfante riunisce gli impiegati e presentando loro il
solito macchinone esclama: « Bene, ecco quello che vi sostituirà tutti ».
Un visitatore viene accompagnato per gli uffici d’una ditta. Giunto
dinanzi a un robot l’accompagnatore dice: « Vi presento il nostro
capo contabile ».
L’ingegnere, rivolgendosi a un cervello elettronico: « Congratu-
lazioni, lei ha appena vinto una borsa di studio per la facoltà di in-
gegneria ».
Ma c’è un’ultima immagine in questa sezione che esprime un ter-
rore rassegnato. L’inevitabile s'è ormai compiuto: un robot si pre-
senta all’ufficio “brevetti di invenzione” portando sotto al braccio
un uomo.
“MENO DEGLI UOMINI”:
Due scienziati sono di fronte a un cervello elettronico. Uno di
essi esclama: « Non rimpiazzerà mai il cervello umano se non trovia-
mo il modo di farlo preoccupare ».
Gli scienziati che discutono davanti al cervello elettronico questa
volta sono cinque. Arriva un ometto con la cassettina dei ferri (il
nostro lattoniere per intenderci) e da lontano grida: « Bene, eccomi:
dov'è il cervello che non funziona? ».
Non tutte le battute rientrano nello schema che ho tracciato: ve
ne sono molte che adattano al nuovo argomento vecchie barzellette,
o si rifanno ai filoni tradizionali con le opportune varianti. Di regola
sono meno allarmate: ma sotto sotto non sfuggono a un sentimento
di preoccupazione e di astio.
LA FORMA DELLA TERRA
23
di G. B. Zorzoli
Nella ‘“Teogonia” di Esiodo, otto secoli prima dell’èra volgare,
si descrive la formazione del mondo dal caos iniziale, e poi le suc-
cessive generazioni di dèi, cui fanno séguito le età dell’uomo: dall’età
dell’oro l’umanità decade a quella del ferro. Creazione poetica, quella
di Esìodo, tuttavia portatrice di intuizioni confermate dagli studi
scientifici contemporanei, cui si mescolano nozioni favolose e persino
ridicole. Così il mitico ‘caos’ trova conferma nelle formazioni gas-
sose da cui, secondo la moderna cosmogonia, è stato generato il si-
stema solare; mentre per contro la retrocessione dall’età dell’oro a
quella del ferro contrasta con le teorie evoluzionistiche ormai univer-
salmente accettate. È quindi assai azzardato tentare di reperire nel
patrimonio culturale dell’antichità delle anticipazioni scientifiche an-
cor oggi valide: se quello di Esìodo è un caso limite — trattandosi
di un poeta — ciò vale anche per molti altri studiosi, che evidente-
mente non potevano procedere con i princìpi dell'indagine scienti-
fica delineati per la prima volta da Galileo Galilei.
Ad esempio, chi per primo pensò alla terra come ad una sfera?
Probabilmente Pitagora, ma si trattò di una pura e semplice deriva-
zione filosofica: per Pitagora il cerchio e la sfera erano due figure
geometriche simboleggianti la più perfetta armonia. Quindi secondo
i pitagorici la terra era sferica e le stelle si muovevano di moto uni-
forme lungo circonferenze celesti. Concetto errato quest’ultimo, più
vicino alla realtà il primo, ma per puro caso. La sua derivazione ar-
bitraria non lo rende scientificamente più valido della visione di Omero,
secondo cui la terra aveva la forma di un disco convesso circondato
dalle acque dell’oceano. In Omero troviamo già l’idea di una conves-
sità della superficie terrestre, assente del tutto in altre concezioni pri-
mitive. Per gli indiani, e questa idea doveva arrivare più tardi presso
i greci, la terra era una enorme distesa piatta, sorretta sul dorso da
tre giganteschi elefanti, che a loro volta poggiavano sul guscio di
una tartaruga gigante. Nessuno pensò di approfondire un punto oscuro,
quale supporto avesse la tartaruga, e questa visione del mondo rimase
per secoli letteralmente ‘campata per aria”. Per gli egizi il punto di
riferimento non poteva non essere il Nilo, fonte della fertilità delle
loro campagne: il cielo non era altro che un Nilo ancor più grande,
che si chiudeva sotto la terra ed in tal modo la reggeva.
Il primo uomo ad utilizzare scientificamente il concetto della sfe-
ricità della terra fu Eratòstene, circa duecento anni prima di Cristo.
Egli aveva scoperto che ad Assuan a mezzogiorno i raggi del sole
erano verticali rispetto alla superficie terrestre: un bastone conficcato
perpendicolarmente nel terreno non proiettava infatti alcuna ombra.
Viceversa l’ombra di un analogo bastone più a nord, ad Alessandria
d’Egitto, permetteva di desumere un’inclinazione dei raggi solari pati
ad un cinquantesimo di 360 gradi, vale a dire dell’angolo corrispon-
dente ad un’intera circonferenza. Poiché Assuan ed Alessandria —
secondo Eratòstene — si trovavano su di una stessa linea sud-nord,
e quindi su di un meridiano (vedere la figura 6), per un semplice teo-
rema di geometria la distanza fra Assuan ed Alessandria era un cin-
quantesimo dell’intero meridiano, vale a dire dell’intera circonferenza
della terra. Bastava quindi conoscere la distanza fra le due città per
ricavare immediatamente la circonferenza terrestre. Come misurarla?
Faute de mieux, Eratòstene ricorse ad un metodo che oggi ripugne-
rebbe alla nostra mentalità scientifica. Una carovana di cammelli im-
piegava a quell’epoca cinquanta giorni tra Alessandria ed Assuan,
ed Eratòstene stimò la velocità media di un cammello — ivi com-
prese le soste — in diciotto chilometri e mezzo al giorno: 925 chilo-
metri, dunque, fra Alessandria ed Assuan, e 46250 chilometri per la
circonferenza terrestre. Se si pensa al modo in cui misurò gli angoli
e la distanza fra i due punti, se si aggiunge che Alessandria ed Assuan
non sono esattamente sullo stesso meridiano, è sorprendente che il
risultato finale sia così vicino a quello reale (circa 40000 chilometri).
Indubbiamente siamo di fronte ad un classico caso di compensa-
zione parziale degli errori, caso tutt’altro che infrequente nelle mi-
sure scientifiche. Eratòstene, comunque, aveva inventato il metodo
“astrogeodetico”, che in tempi più recenti e con strumenti più per-
fetti è ampiamente servito per la determinazione delle distanze terrestri.
L’exploit di Eratòstene, come molte altre imprese applicative del-
l’antichità, rimase però un episodio isolato, da cui non si trassero le
dovute conseguenze. Ai nostri occhi questo rimane uno dei fatti più
inspiegabili: gli antichi erano degli sperimentati navigatori, gli studi
astronomici, ed in particolare quelli sulle eclissi, erano assai avanzati
presso gli egizi ed i babilonesi. Basta trovarsi in mezzo al mare per
24
(alla pagina precedente): una enorme
distesa piatta, frastagliata dalle montagne,
sorretta da elefanti, a loro volta sostenuti
da una tartaruga gigante, In questa visione
del mondo, di origine indiana, la terra
appare piatta; la terra appare sospesa
nel cielo: qualcosa deve impedirle di
cadere, come accade per un sasso lan-
ciato in aria, L’elefante per gli indiani è
il simbolo della forza, rappresenta il
sostituto animale delle moderne macchi-
ne. Chi, se non dei giganteschi elefanti,
poteva avere la forza di reggere il mondo?
Il sistema dell’universo secondo Tolomeo
(dalla “«Epitome cosmografica” di Vin-
cenzo Coronelli - 1693).
Da una “Cosmografia” del 1465, una
sìntesi dei quattro elementi fondamentali:
terra, acqua, fuoco, aria.
rendersi conto che il contorno dell’orizzonte è circolare, che acco-
standosi alla terra emergono prima le vette delle montagne e solo più
tardi le posizioni più basse. Questi fenomeni potevano essere giusti-
ficati anche dalla forma a disco convesso, che troviamo in Omero,
le cui opere sono ispirate dalla tradizione marinara ellenica. Ma l’om-
bra della terra, durante le eclissi lunari, è a forma di arco circolare,
e non può essere generata che da un corpo grosso-modo sferico.
I risultati di Eratòstene vennero criticati da Ipparco (II secolo
avanti C.), mentre più tardi Poseidonio ridusse arbitrariamente la
lunghezza determinata da Eratòstene :di più di un quarto. Questa
riduzione venne accettata da Tolomeo (II secolo avanti C.), e quando
i suoi scritti di geografia tornarono alla luce verso il 1400 fecero testo,
dando alla terra dimensioni inferiori a quelle reali.
A questo felice errore si deve forse l'impresa di Cristoforo Co-
lombo, in quanto sulla base dei dati tolemaici egli stimò che la costa
orientale dell'Asia doveva essere piuttosto vicina alla costa occiden-
tale europea: una distanza inferiore a quella che in realtà dovette su-
perare per raggiungere le isole del continente americano.
Il passaggio del centro politico e culturale a Roma segnò una
battuta d’arresto negli studi sulla forma della terra. I romani non
furono mai dei navigatori, i loro interessi pratici di espansione ter-
restre e di difesa dei territori conquistati li portarono ad elaborare
mappe che, se pure piuttosto dettagliate, erano comunque di tipo
topografico. Né nel successivo periodo medievale si ebbe un
qualsivoglia sviluppo nello studio e soprattutto nella comprensione
della forma e della struttura della terra. La stessa nozione di sfericità,
. condannata dalla chiesa, venne ufficialmente abbandonata. Le mappe
dell’epoca descrivono la terra come un disco piatto, il cui centro so-
vente coincide con la città di Gerusalemme. Molto popolari le carte
dette “T ed O”: il mondo vi appariva circondato da un anello d’oceano
— O — mentre i tre continenti noti, Europa Asia Africa, erano divisi
da due linee perpendicolari fra di loro in modo da formare la lettera T.
La riscoperta umanistica di parte della cultura antica, insieme col
risveglio della curiosità verso i fenomeni naturali e le speculazioni
scientifiche, riportò l’attenzione degli studiosi sull’ipòtesi di sfericità
della terra. Di questa tendenza si fece portatore Cristoforo Colombo:
il suo programma «buscar il levante per il ponente » costituisce il
primo esempio di ricerca scientifica sovvenzionata per i suoi vantaggi
applicativi, e nel contempo inaugura il periodo delle grandi esplo-
razioni, attraverso le quali l’umanità doveva acquisire una conoscen-
za dettagliata di tutto l’orbe terracqueo.
Nel frattempo la geodesìa si sviluppa come scienza non empirica,
grazie all’uso della cosiddetta “triangolazione”, per cui, una volta
nota la distanza fra due punti, si possono agevolmente ricavare le di-
stanze di altri punti mediante semplici misure di angoli e la loro in-
terpretazione mediante i teoremi della trigonometria. Questo svilup-
po di misure dettagliate si accompagna ad una rivoluzione fondamen-
tale nel concetto della forma terrestre. Gli studi di Copèrnico e di
Galilei avevano sconvolto la concezione dell’universo, non più geo-
centrico ma con la terra semplice pianeta in rotazione intorno al sole
e nel contempo intorno al proprio asse nord-sud. Quest’ultimo fatto
portò Newton ed Huygens a formulare l’ipòtesi che, a causa della
forza centrifuga propria della rotazione terrestre, il mostro pianeta
dovesse essere più dilatato lungo l’equatore e più schiacciato di una
La terra, in questo esempio di cartografia medievale, è un disco piatto circondato da
un anello di mare; curiosa è però la disposizione dei diversi continenti, al di là delle
inevitabili imprecisioni e dei moltissimi errori sia nel disegnarne la forma che nel sta-
bilirne le proporzioni. L’Europa e l'Asia stanno in basso, l’Africa in alto. Il che, se ci
può apparire bizzarro, non è di per sé errato. Semplicemente dimostra come la rappre-
sentazione grafica della terra sia necessariamente legata a delle convenzioni: oggi si
suole porre il nord verso l’alto, ma in realtà alto e basso non hanno alcun significato
fisico per un pianeta di forma tondeggiante inserito in un sistema solare che a sua vol-
ta è una infinitesima parte dell’universo.
Questa raffigurazione è nota come “mappa di Macrobio”, del X secolo dopo Cristo.
Il mondo è diviso in due parti: in quella superiore le terre note, divise in fredde, tem-
perate e torride, quest’ultime comprendenti in pratica solo la zona superiore dell’Africa.
In quella inferiore un immenso continente sconosciuto che riproduce con una certa
simmetria le tre zone climatiche della parte settentrionale. In mezzo, un immenso ocea-
no. Questa concezione del mondo diede luogo a molte polemiche.
TEPERATA-ANTIPODVM
25
di Eratà rappr a l’appli pratica di un noto teorema di
geometria elementare: una retta (in questo caso quella che congiunge il centro della
terra ad Alessandria d’Egitto), intersecando due rette parallele, forma con esse due
angoli uguali. E paralleli sono appunto i due raggi solari che cadono su Alessandria
d’Egitto e su Assuan, quest’ultimo prolungantesi fino al centro della terra. Proprio
q uso str le di una astratta per un esperimento fisico è l’aspetto
più interessante: nell’antichità esso rappresentò una rara eccezione, mentre da Ga-
lileo in poi la scienza moderna ha progredito proprio su queste basi.
L’esperi
sfera ai poli. Ne nacque una controversia scientifica, in quanto alcune
misure eseguite dai due fratelli francesi Jean e Jacques Cassini sem-
bravano dimostrare l’opposto, vale a dire che la terra era a forma
d’uovo, più pronunciata ai poli rispetto all’equatore. Solo verso la
metà del 1700 misure più accurate dettero ragione all’ipòtesi di Newton
e Huygens: la terra era una ellissoide le cui dimensioni massime veni-
vano raggiunte nel piano equatoriale e le minime nel piano polare.
Man mano che gli studi procedevano, però, ci si rese conto che
l’ellissoide rappresentava solo in prima approssimazione la forma
terrestre. Studi più dettagliati, a partire dalla fine del secolo scorso,
indicarono una configurazione non assimilabile ad alcuna figura geo-
metrica nota. Si coniò pertanto un apposito termine, e si definì la
terra un “geoide”; formalmente può apparire un giuoco di parole,
perché vi si afferma che la terra è un corpo solido che ha la forma
della terra, ma in pratica in tal modo si sintetizza il grado di preci-
sione raggiunto nella conoscenza della forma del nostro pianeta, pre-
cisione incompatibile con modelli geometrici troppo semplici.
La storia dello studio della terra, anche ristretto alla conoscenza
della sua forma esatta, non si ferma qui. Essa continua, con metodi
classici e metodi moderni, alla ricerca di una sempre maggiore accu-
ratezza nelle misure. Alla geodesìa geometrica, basata sulle triangola-
zioni (che oggi avvengono anche elettronicamente), si è affiancata la
geodesìa fisica, che ad esempio sfrutta fenomeni fisici come la gravitazio-
ne per dedurne informazioni sulla struttura terrestre. Lo stesso lancio di
satelliti, in connessione con l’anno geofisico internazionale, aveva
fra l’altro il còmpito di fornire nuove informazioni sulla forma del
nostro pianeta.
26
FERRO IN CITTÀ
Continuiamo qui la nostra rassegna fotografica di oggetti in ferro nelle
varie città.
Di fronte a questa immagine chiunque capisce di trovarsi in Inghil-
terra. È un angolo qualunque di una città qualunque eppure siamo în pre-
senza di cose vecchie e nuove, naturalmente tutte in ferro come si addice
al paese che è stato il padre del ferro.
A destra una cancellata comunissima, naturalmente in ferro. In primo
piano, un armadio fuso in ghisa sul quale si può notare lo stemma goticiz-
zante della città di Manchester, con il liocorno e il leone affrontati, e la
scritta “City of Manchester”.
Nonostante il disegno così arcaico la data di installazione è del
fotografia di Germano Facetti
1904. L’armadio contiene uno dei più vecchi selettori telefonici esistenti.
Dietro l’armadio si vede, in rosso, una cabina telefonica che è di quelle
standard usate in tutto il Regno Unito: è prefabbricata in sei elementi
in ghisa e lamiera pressata. Questa volta, malgrado la modernità del
disegno, si tratta di un oggetto prefabbricato nel 1925.
Sullo sfondo a destra è visibile un autobus a due piani, caratteristico
anch'esso del Regno Unito, costruito naturalmente in lamiera di ferro.
Curioso particolare è la pubblicità del Martini su una delle due fiancate.
Qui ci troviamo esattamente in un angolo della piazza principale di
Manchester, che si chiama anche Piccadilly. Come si vede il ferro incontra
da tempo per le strade del Regno Unito gli impieghi più vari ed impensati.
LE STRUTTURE DI
di Vincenzo Lacorazza
Confesso che Pier Luigi Nervi mette una certa soggezione. Sarà
perché la sua opera è tanto prestigiosa o perché i suoi brevetti sono
così numerosi o perché la sua persona è così segreta, fatto si è che
non se ne può parlare a cuor leggero. Si sente per lui lo stesso rispetto
che si deve avere per gli autori noti e ignoti di navate, guglie, transetti,
per quei maestri muratori che nessuna ricerca superficiale distrae dalla
mèta finale e che tuttavia « hanno in sé qualcosa di magico » e quindi
di sfuggente, come ha detto del cemento armato lo stesso Nervi. Del
resto si direbbe lui medesimo fatto di cemento e di ferro. Busto dritto,
fisico tagliato con l’accetta, mani quadrate, faccia adamantina, è pro-
prio il ritratto dei “costruttori di cattedrali”, come lo si immagina
PIER LUIGI
al;
NERVI
|dE
Cartiera Burgo di Mantova - 1961-62. Particolare di un cavalletto in ce-
mento armato di sostegno della copertura. Notare i tiranti di acciaio.
leggendo il bel libretto di Jean Gimpel nell’ enciclopedia popolare
Mondadori.
« Ingegnere divenuto architetto », questa in tre parole la sua storia.
Non architetto perché gli mancava il lavoro o perché volesse fare
un altro mestiere, naturalmente, ma per il troppo studio, proprio per
amore del suo lavoro. Sempre Nervi, che si spiega molto bene quando
parla di sé e del suo metodo, in un libro del 1945 che si intitola “Arte
o scienza del costruire?”, ha voluto siglare con un interrogativo il
significato della sua opera, che della scienza ha l’inflessibilità e la ri-
gorosità e dell’arte possiede la fluidità e la flessibilità. È accaduto così
a questo singolare maestro quel che è accaduto appunto ai maestri
28
medievali, che dalle tonnellate di cemento e di ferro, migliaia di
tonnellate — solo nel Palazzo del lavoro di Torino, costruito nel
1961, c'erano 5000 tonnellate dell’uno e 3500 tonnellate dell’altro,
tra ferro per le armature e ferro per le coperture — ha fatto emergere
alcuni grossi volumi pieni d’aria, che sembrano fatti di carta, di car-
tone, di tela, per la loro leggerezza. Si ricordano a proposito i capan-
noni - aviorimessa costruiti da Nervi durante la guerra, le sconfinate
tettoie a botte e coperture a cupola di qualche anno dopo, i progetti
e le realizzazioni per stazioni e stadi, per officine e fiere, sino all’ar-
dita vela triangolare per il ‘Centre National des Industries e des Tech-
niques”” francese.
Con un materiale « dal comportamento anelastico », come dice, e
usando càsseri di cemento invece che di legno, da lui stesso ideati,
ha inventato quel che voleva, tagliando, curvando, assottigliando, il
cemento armato come si taglia la pietra, come si curva il legno, come
si assottiglia il ferro. Dall’ingegneria edile, che è non solo l’esatta
conoscenza delle condizioni di utilizzo alle quali deve soddisfare una
costruzione, dalle tensioni, alle deformazioni, alle cause di disloca-
zione e di rovina, ma è altresì disciplina delle aree, rispetto degli am-
bienti; alla libertà dell’architettura, cioè dell’opera d’arte che non si
ripete al contrario di quanto avviene nell’edilizia, esprime convinzioni
proprie di chi l’ha fatta e fa nascere emozioni in chi la usa; il cammino
dev'essere stato lungo, com’è lungo per una farfalla uscire dal guscio.
Tanto peso tuttavia, tanto mestiere, hanno favorito il precisarsi di
una delle più originali personalità di costruttore del mondo moderno.
Ci sono architetti il cui intervento è richiesto per far diventare
grandi, sproporzionate, le piccole cose. Ci vuole ingegno tanto per
disporre in sessanta metri quadri un’anticamera, sala da pranzo, ca-
mera da letto, cucina e bagno, quanto per disegnare il manico di un
cucchiaio. E ci sono architetti impegnati nel lavoro opposto, quello
di far diventare accessibile, proporzionato, un grande edificio. Il genio
di Nervi consiste nell’aver reso « normale» la mole, e « semplice,
=
Ci-"$ 71 atta
Veduta notturna del Palazzo del lavoro di Torino - 1960-61. Progetto dell’ingegnere
Pier Luigi Nervi e dell’architetto Antonio Nervi. Acciaio e cemento armato.
nobile, greve, leggera, agile, grave, elegante, seria », per usare alcuni
aggettivi cari al Diderot quando parla di Michelangelo, la struttura
delle sue opere. È difficile di solito separare l'imponenza, sempre mi-
surabile, dall’armonia, che comporta invece qualcosa di impondera-
bile. Nel suo caso è addirittura impossibile, unendosi entrambe per
dar luogo a una forma inedita, che presenta insieme una soluzione
ottima da un punto di vista tecnico e una risoluzione lirica da un punto
di vista espressivo.
Non è necessario scrivere in versi per essere poeti, come non c’è
bisogno di «imparare l’arte e di metterla da parte » per essere artisti.
Il caso di Nervi è quello di un poeta in prosa che, a occhi aperti, fa
scintillare uno dei materiali apparentemente più refrattari creati dal-
l’industria moderna, il ‘conglomerato cementizio”, come si definisce
per sommo di prosaicità, e poi lo fa cantare come una fiaccola, come
un albero. Con pochi altri, col messicano Candela, autore delle più
sottili volte finora costruite, lo svizzero Maillart, progettista dei più
ardui ponti del mondo tra i dirupi turistici del suo paese, il francese
Freyssinet, che è forse suo precursore per le sue eccezionali conoscenze
tecniche, matematiche, fisiche, chimiche, meccaniche di questo ma-
teriale, è perciò il poeta del cemento armato.
Il costruttore, il calcolatore di strutture, non ha mai una solu-
zione unica da adottare. Così non gli bastano i dati tecnici del pro-
blema per porre “tutte” le condizioni di definizione che gli si pro-
spettano al momento di affrontare un nuovo lavoro. Posto, per esem-
pio, che si richieda di coprire un’area di go metri di lunghezza per
60 di altezza, come nel caso dell’hangar di Freyssinet costruito nel
1921 all’aeroporto di Orly, o di 200 metri di lunghezza per 90 di al-
tezza, come nel caso della copertura del palazzo di Torino-Esposi-
zioni, progettata da Nervi nel 1948, non si limita a disegnare una volta
a sezione elicoidale o ad arco, formante un tutto unico coi pilastri di
sostegno, che pure è un grosso exp/oit tecnico. Dopo aver tratto da
quei dati “alcune” delle caratteristiche statiche della costruzione, scelte
be enni
COTE ZSE-D7ZD.D)
ur
Palazzo del lavoro di Torino: veduta dell’interno. Nei pilastri un interessante impiego
del cemento armato unito a strutture di acciaio.
a destra (in alto): interno del Palazzo dello sport di Roma - 1958-60.
(in basso): copertura del salone delle feste alle nuove Terme di Chianciano - 1952.
tra le molte possibili e desiderabili, integrerà tali caratteristiche con
altri elementi, le inserirà in un contesto, le manipolerà, in modo tale
da ricavarne un insieme drammatico, spettacolare, autonomo, questo
sì unico.
Solo così si può spiegare come, pur lavorando praticamente con
gli stessi volumi, i medesimi ingredienti, pari utensili, le volte di Freys-
sinet sono diverse da quelle di Nervi, e quelle di Candela da quelle
di Maillart. Ognuna delle opere di questi maestri reca i segni di un’ori-
gine, di una tradizione, di una storia, di una preparazione differente,
ed è per questo che sono entrate nella storia dell’arte, per il loro stile,
non per la loro mole. La tecnica è un elemento di questo stile, ma
non è tutto.
« Pietre fuse » sono state chiamate molto eloquentemente le forme
di Nervi. Esse si ottengono, come s’è accennato, in cantiere, come le
forme di fonderia nei piazzali, seguendo un particolare sistema bre-
vettato, molto alla svelta immagino, giacché i grandiosi piloni del
Palazzo del lavoro furono “gettati” in poco più di un mese, e cer-
cando di mantenere anche un certo segreto professionale.
Le analogie col lavoro dei maestri muratori medievali sono sor-
prendenti. Comunque, la definizione dice qui l’effetto tecnologico
— forma uguale a funzione — che si ricava dalla visione di queste
forme. Sono i « calici di fiori, le foglie lanceolate, i gusci di uova e
di insetti, le conchiglie, i ventagli, i paralumi, le carrozzerie di auto-
mobili, i vasi di vetro e perfino i cappelli femminili » che Nervi de-
finisce sistemi « resistenti per forma » e che si trovano evocati in scala
industriale nelle rampe di accesso alle gradinate dello stadio Berta di
Firenze, uno dei più importanti “manufatti” dell’ingegnere lombardo-
ligure, o nel soffitto della sala delle conferenze del palazzo dell'Unesco
a Parigi, che è uno dei suoi più noti progetti, o nelle strutture lamel-
lari del grattacielo Pirelli di Milano.
« Mi domando molte volte — ha scritto — se tutti noi che ci oc-
cupiamo di architettura... ci si renda conto di quanto sia stata radi-
Ca
cale la rivoluzione avvenuta, in meno di cento anni, nel campo del
costruire. I protagonisti di questa rivoluzione sono parecchi, e tra
essi si possono citare il generale progresso tecnico e sociale e la di-
sponibilità di nuovi materiali edilizi, ma nessuno di questi fattori o
il loro stesso complesso sarebbero stati sufficienti a sconvolgere così
completamente la forma, gli schemi e le dimensioni dei fatti architet-
tonici, senza la scoperta della scienza delle costruzioni... La grande,
enorme novità della scienza delle costruzioni è quella di permettere,
attraverso l’esame aprioristico delle sollecitazioni interne di un sistema
resistente, di trovare per ogni schema costruttivo il più adatto schema
statico, e quindi nuove forme architettoniche, con una ricchezza pra-
ticamente inesauribile. Ma a mio modo di vedere c’è una seconda e
meno appariscente conseguenza, di importanza concettuale determi-
nante. Gli schemi statici che meglio risolvono gli imponenti problemi
costruttivi proposti dal progressivo aumento dimensionale degli edi-
fici più rappresentativi, sono quelli che più fedelmente ubbidiscono
alle leggi fisiche che regolano l’equilibrio tra le azioni agenti e quelle
resistenti nell’interno di un organismo strutturale... Il fatto nuovo e
fondamentale è che il profilo del grandissimo arco, o lo schema strut-
turale atto a risolvere un imponente tema statico, non possono più
essere ‘inventati’ ma solamente “scoperti”; i loro inventori sono le
leggi che regolano gli equilibri tra le forze agenti e le possibilità resi-
stenti della materia... Se queste osservazioni sono valide, noi assi-
stiamo al più grandioso fenomeno che sia mai avvenuto nello sviluppo
della cultura umana: la nascita di uno stile comune a tutta l’umanità,
definito da capisaldi ancorati a leggi di natura e che pertanto non potrà
più subire involuzioni, ma solo evolversi in un progressivo avvicina»
mento a verità immutabili ».
Ecco dunque un costruttore che non ripudia affatto il suo stile
personale e che pur essendo diventato architetto resta sostanzialmente
ingegnere, un cantore del cemento armato, ‘fenomeno” naturale
imponente e bello ormai non meno del mare, delle montagne, dei fiumi.
30
LA SIDERURGIA ITALIANA NEL 1964
di G. D.M.
Fluttuazioni congiunturali ed interventi per correggerne l’am-
piezza, depressione e ripresa economica, bilancia commerciale, dazi
doganali, tappe del MEC, politica agricola, Kennedy round, paesi
sottosviluppati, costi, prezzi e concorrenza sono temi che ci inseguo-
no ogni giorno sulle pagine dei giornali.
Si lavora per impostare piani, per costruire più ordinatamente che
in passato; si stanno eliminando distorsioni, causate da un processo
di sviluppo industriale accelerato, per poter conseguire risultati sempre
più positivi, assicurandone il più possibile la continuità.
Possiamo affermare che stiamo valutando le nostre forze, armoniz-
zandole sia nell’àmbito nazionale sia nel più ampio contesto interna-
zionale, per dar loro una struttura di maggiore efficienza e continuità.
In questo quadro vanno viste l’attuale situazione economica na-
zionale e la siderurgia e le sue prospettive, tenendo per di più conto
del fatto, largamente dimostrato, che l’industria dell’acciaio è, per
sua natura, molto sensibile alle variazioni cicliche.
Nel 1964 la produzione italiana di acciaio è stata di circa 9,8 milioni
di tonnellate contro i 10,2 milioni di tonnellate del 1963, ed il con-
sumo di 12 milioni di tonnellate, contro i 13,6 milioni dell’anno pre-
cedente.
L’andamento della richiesta di acciaio ha determinato la diminu-
zione delle importazioni da 4,9 milioni di tonnellate nel 1963 a circa
3,7 milioni, di cui un milione di tonnellate di semiprodotti acquistati
da aziende siderurgiche per far fronte ad una temporanea carenza di
produzione, e un aumento sensibile dell’esportazione, valutato in
circa il 40 per cento.
Negli altri maggiori paesi siderurgici si è assistito nello stesso pe-
riodo ad una fase espansiva molto sostenuta che ha fatto segnare nuovi
records di produzione e di consumo di acciaio.
Negli Stati Uniti il gettito di acciaio ha superato il livello del 1955,
che per quasi un decennio era sembrato irraggiungibile; nella Ceca
produzione e consumo di acciaio, dopo un triennio di stasi, hanno
registrato, pur tenendo conto del minor apporto italiano, una espan-
sione superiore ad ogni aspettativa; in Gran Bretagna i valori del
1964 hanno superato del 20 per cento quelli del 1963; il Giappone,
raddoppiando la produzione rispetto al 1959, si è guadagnato il terzo
posto nell’àmbito delle maggiori potenze siderurgiche mondiali.
Ma i dati statistici relativi ai risultati della siderurgia italiana nel
1964 assumono il loro vero significato in relazione alle prospettive
se si raffrontano, così come si deve, col marcatissimo aumento di pro-
duzione e di consumo verificatosi negli scorsi anni e se non si dimen-
tica che lo sviluppo industriale, soprattutto se accelerato, è soggetto
a ricorrenti ed ampie oscillazioni congiunturali e che in tale quadro
deve essere inserita l’attività siderurgica.
Nell’ultimo quinquiennio — fino al 1963 —- il consumo di acciaio
in Italia è più che raddoppiato, fatto che non trova riferimento
in nessun altro paese dell’area occidentale. Per sottolineare tale
eccezionalità basti ricordare che le previsioni della Ceca formu-
late nel 1959 indicavano per l’Italia un consumo di acciaio pari
a 12,8 milioni di tonnellate nel 1965, già ampiamente superato
nel 1963.
una constatazione questa che da sola fa pensare che in Italia
il consumo di acciaio e l'affermazione economica sono stati ampia-
mente superiori alla tendenza di un normale sviluppo economico con
la conseguente necessità di un assestamento.
Per quanto riguarda la produzione siderurgica, che ancora era ed
è largamente inferiore alle necessità del consumo, come dimostra
l’ancor ampio ricorso all’importazione, la diminuzione deve essere
collegata, più che alla situazione contingente di mercato, ai lavori
che sono stati realizzati presso i principali stabilimenti del gruppo
IRI-Finsider, che hanno comportato una non completa utilizzazione
di impianti.
La flessione nazionale è dovuta infatti al diminuito apporto delle
aziende della Finsider, la cui produzione di acciaio è scesa da 5,4 a
4,9 milioni di tonnellate.
Ed è proprio questa contrazione della produzione che evidenzia
il fenomeno più importante del settore siderurgico nel 1964: un note-
vole passo verso la completa attuazione di quegli imponenti piani di
ammodernamento degli impianti necessari per dare al paese, a prezzi
internazionali, l’acciaio di cui ha bisogno.
Basti ricordare, per quanto riguarda le aziende a prevalente par-
tecipazione statale:
- l’avvio del quarto centro siderurgico Italsider di Taranto, che
rappresenta uno dei più moderni complessi siderurgici mondiali
ed apre la strada all’autosufficienza della nostra siderurgia;
- l’entrata in esercizio della nuova acciaieria LD di Bagnoli, che
consentirà al complesso di raggiungere livelli produttivi di 2 mi-
© lioni di tonnellate annue di acciaio;
- la realizzazione dei nuovi impianti portuali e il potenziamento degli
impianti di laminazione del centro “Oscar Sinigaglia” di Genova-
Cornigliano;
- l’entrata in esercizio a Piombino della nuova fabbrica di tubi sal-
dati di piccolo diametro;
- la messa a punto dei nuovi impianti a Terni per la laminazione
degli acciai magnetici ed inossidabili.
Il programma di impianti della siderurgia IRI-Finsider, che presto
sarà ultimato, comporterà una produzione adeguata alle prospettive
di consumo attuali e future e permetterà per buona parte la sostitu-
zione delle ancor rilevanti importazioni, creando un positivo equili-
brio fra produzione nazionale e consumo.
Con la sua attuazione si sta inoltre concretando per la siderurgia
italiana una trasformazione di strutture che si traduce in una mag-
giore efficienza tecnico-economica e quindi in una più elevata produt-
tività, assolutamente necessaria per competere in un mercato interna-
zionale sempre più difficile.
L’avvenire della siderurgia è quindi di coloro che riusciranno a
sfruttare a fondo lo sviluppo tecnologico e a produrre a costi sempre
più bassi.
Come dimostrano le realizzazioni ricordate, la siderurgia italiana
ha fortunatamente imboccato questa strada. Essa si trova anzi in una
buona posizione su scala internazionale nella corsa al progresso.
Giunta preparata alla difficile situazione congiunturale che 1’ Ita-
lia sta gradualmente superando, la nostra industria dell’acciaio, che
pur deve affrontare problemi assai rilevanti, sia di carattere tecnico
che finanziario, potrà così dare alla ripresa economica, che ci auguriamo
prossima, un solido fattivo contributo.
Le fortune della siderurgia italiana sono in noi, nel nostro lavoro.
UN CONGRESSO DELLA CECA SULL'UTILIZZAZIONE
DELL'ACCIAIO
di Salvatore Atzeni
Il desiderio dei paesi in via di sviluppo di valorizzare le proprie risor-
se naturali sta cominciando ad avere notevole importanza nel mercato
mondiale della siderurgia: ad esempio, per i paesi tradizionalmente
esportatori di acciaio già si prospetta la necessità di tenere conto della
concorrenza derivante dall’entrata in funzione delle prime industrie side-
rurgiche del “nuovo mondo”. Questa esigenza ha cominciato ad essere
sentita negli ultimi anni, proprio mentre altre modificazioni sostanziali
si verificavano in alcuni dati caratteristici dell'industria siderurgica mon-
diale determinando un deterioramento del mercato. Oltre all’inserimen-
to nelle attività di esportazione di paesi tradizionalmente importatori, in
questi anni si è notato un aumento accelerato delle capacità produttive
mentre il ritmo di sviluppo dei consumi è stato più lento.
Nell’àmbito dei sei paesi della Ceca (Belgio, Francia, Germania
occidentale, Lussemburgo, Italia e Olanda), l’evoluzione del mer-
cato siderurgico ha inciso in due sensi: innanzitutto è diminuita la
produzione comunitaria di acciaio rispetto alla produzione mondiale;
in secondo luogo si sono contratte le esportazioni. Fenomeni analoghi
si sono verificati in varie altre aree tradizionalmente produttrici di
acciaio: in particolare, la partecipazione del Regno Unito alla pro-
duzione mondiale, che era del 7,8 per cento nel 1952, è via via dimi-
nuita fino a scendere nel 1962 al 5,9 per cento; nel 1963 si è verificato
un piccolo aumento (0,2 per cento), che però non può essere ritenuto
indicativo di una inversione di tendenza. La partecipazione degli Stati
Uniti, che nel 1952 era del 41,1 per cento, è stata l’anno scorso sola-
mente del 26,8. Per contro si è sviluppata la quota sulla produzione
mondiale del Giappone e degli altri paesi in via di sviluppo. Le indu-
strie nipponiche sono passate dal 3,3 per cento della produzione totale
(1952) all’8,4 per cento (1963): in cifre assolute ciò costituisce un in-
cremento produttivo di quattro-cinque volte (da 6 milioni 988 mila
a 31 milioni 500 mila tonnellate).
Di fronte a questa situazione, i responsabili della Ceca si sono
posti il problema di ristabilire sul mercato mondiale l’indispensabile
equilibrio. Esclusa l’opportunità di misure autarchiche che si tradur-
rebbero in svantaggi per tutti sia a breve sia a lungo termine, la ri-
sposta al problema è stata data dal “primo congresso mondiale sull’uti-
lizzazione dell’acciaio”” svoltosi a Lussemburgo per iniziativa dell’alta
autorità della Ceca alla fine dell’ottobre scorso. Proteggere la produ-
zione di acciaio della Comunità — è stato detto in quella occasione dal
presidente della Ceca, onorevole Dino Del Bo - non è una soluzione
accettabile; occorre invece che l’industria siderurgica comunitaria si
ponga al passo con il progresso dei popoli nella tecnica, nell’economia.
Il che significa che questa industria deve rinnovare l'impostazione
della propria attività cercando di servire il progresso mediante lo stu-
dio delle possibilità esistenti di impiegare sempre più diffusamente
l’acciaio. Ed è appunto a questi studi che si sono dedicati per tre giorni
gli ottocento esperti — scienziati, ingegneri, architetti, economisti,
esponenti di organi governativi e di servizi pubblici provenienti da
tutte le parti del mondo — che hanno partecipato al congresso soprat-
tutto al fine di stabilire come l’acciaio possa essere maggiormente im-
piegato nel campo delle costruzioni. Campo che, come hanno affer-
mato le massime autorità partecipanti al congresso, offre ancora
possibilità praticamente illimitate.
In considerazione della situazione attuale dei paesi in via di svi-
luppo si può affermare che una delle conclusioni più importanti del
congresso è costituita dalla individuazione di particolari impieghi
dell’acciaio nell’azione diretta a fornire quei paesi delle principali
infrastrutture. Una conclusione che ha permesso di affermare, du-
rante le discussioni svoltesi a Lussemburgo, che «lo sviluppo dei
paesi arretrati ha un alleato nell’acciaio, perché esso consente solu-
zioni veloci e convenienti dal punto di vista economico sia nel campo
delle infrastrutture, sia nel campo della edilizia per abitazioni ». Pat-
ticolarmente utile, infatti, l’acciaio appare nella realizzazione di case
prefabbricate, di ospedali, di scuole, di ponti di dimensioni eccezionali,
di strade e di opere al servizio della sicurezza stradale (guard-rails,
passerelle pedonali eccetera).
Sulla base di queste considerazioni, d’altra parte, risulta chiaro
che i prodotti siderurgici possono svolgere un ruolo di primo piano
anche nei paesi già industrializzati.
L’impiego su larga scala di prodotti dell’industria siderurgica nella
costruzione delle infrastrutture è reso possibile dai miglioramenti
apportati negli ultimi anni alle strutture in acciaio, dalla vasta gamma
di profilati a disposizione dei costruttori e, infine, dai recenti sviluppi
delle tecniche di progettazione, lavorazione e messa in opera. Un
esempio di queste tecniche è stato offerto ai partecipanti alla riunione
di studio nei pressi del “teatro nuovo di città” di Lussemburgo, dove
il congresso si è svolto, con la costruzione rapida di un ponte in ele-
menti prefabbricati: caratteristica principale dell’opera, che ha una
luce di quattrocento metri, è l’assenza di qualunque trave di sostegno.
Le dimensioni del ponte, comunque, sono molto minori di quello
di Forth Road in Gran Bretagna aperto al traffico nel mese di settem-
bre: esso ha una luce di circa un chilometro ed è il più leggero ed eco-
nomico fra tutti i ponti delle stesse dimensioni esistenti nel mondo.
In definitiva si può affermare che dal congresso sono emersi vari
elementi, varie considerazioni, varie esperienze che certamente po-
tranno contribuire ad avviare a soluzione i problemi attuali della si-
derurgia mondiale, caratterizzata da un eccesso di capacità produt-
tiva rispetto alla domanda. La situazione è analoga, praticamente,
in tutti i paesi, per cui le discussioni svoltesi a Lussemburgo — rive-
landosi utili non solo alla Ceca — hanno accentuato le possibilità per
l’acciaio di divenire strumento di collaborazione internazionale, anzi-
ché di antagonismo tra i popoli come è stato anche in epoche recenti.
In altre parole, lo svolgimento del congresso, durante il quale,
inoltre, è stata sottolineata la necessità di un istituto internazionale
di ricerca sull’utilizzazione dell’àcciaio che l’alta autorità si accinge a
costituire, non ha deluso le aspettative della vigilia. In particolare
ha soddisfatto le speranze delle industrie italiane interessate, dimo-
strando — come ha affermato in occasione del congresso il presidente
della Finsider, professor Ernesto Manuelli — che l’acciaio « ha appena
cominciato a svolgere il suo ruolo di grande protagonista della ci-
viltà moderna ». Questa realtà ha una particolare importanza per il
gruppo Finsider, il quale è interessato a sempre più numerosi im-
pieghi dell’acciaio per due ordini di motivi: «in primo luogo perché
le difficoltà congiunturali hanno influenzato i consumi siderurgici
italiani e quindi una sperabile ripresa potrebbe dar luogo ad incre-
menti anche assai notevoli; in secondo luogo perché la Finsider con
l’attuazione del suo programma di sviluppo mira non solo ad aumen-
tare la capacità produttiva delle aziende del gruppo, ma anche a qua-
lificare sempre più la loro produzione »; ed è chiaro che l’allargamento
degli impieghi dovrà riguardare soprattutto i prodotti di qualità per
i quali è da prevedere un consumo sempre maggiore.
32
VIAGGIO TRA LE CASSETTE POSTALI
di Luciano Rebuffo
Buca per lettere in pietra, appartenuta allo stato pontificio.
Vi sono dei gesti che compiamo quasi meccanicamente, quindi
senza prenderne perfettamente coscienza; tra i più banali è quello di
imbucare una lettera: una volta affrancata — e questo si fa con un
po’ di attenzione tanto che l’occhio ‘capta’ quasi sempre l’immagine
impressa sul francobollo — si passa tranquillamente davanti ad una
buca e vi si getta dentro la lettera.
La buca non la si guarda neanche e per questo non resta impressa
nella nostra memoria. Eppure le cassette per le lettere fanno parte
del paesaggio urbano come molti altri oggetti e se sparissero di colpo
ci si renderebbe conto, allora sì, che qualcosa è venuto a mancare.
Le cassette sono, ovviamente, un oggetto esclusivamente utilitario
ma non per questo mancano né mancavano in passato di una loro
fisionomia che è variata nel tempo e varia tuttora da luogo a luogo.
Ci si rende conto di questo soltanto quando ci si reca all’estero: allora
ci si accorge di non vedere per le strade le cassette per le lettere alle
quali noi siamo abituati, e andiamo cercandole con occhio attento,
spesso senza trovarle finché decidiamo di chiedere informazioni ad
un vigile. Ciò dimostra che mentre l’occhio è già condizionato alle
cassette di casa nostra, non è invece in grado di distinguere subito
quelle degli altri paesi. Infatti esse diversificano moltissimo. Ma pri-
Vecchia cassetta da muro, in ghisa, con stemma.
ma di parlare delle differenze tra i vari paesi vorremmo parlare delle
cassette postali “nostre” attraverso il tempo.
La posta, come è noto, è nata molto prima del francobollo: si parla
di corrieri postali persino nel tempo romano anche se questi riguar-
davano più che altro il servizio di stato o quello militare. Per venire
a tempi più recenti abbiamo un servizio postale che può già chiamarsi
tale, cioè pubblico, con il 1600. Fino all'invenzione del francobollo,
naturalmente la tassa la pagava in contanti il ricevente. Le prime cas-
sette per lettere non erano veramente tali, per essere precisi, ma erano
costituite da una buca che immetteva direttamente nell’interno dell’uf-
ficio postale. Nei primi tempi infatti sarebbe più giusto parlare di
buca anziché di cassetta, ma anche le buche postali avevano un loro
fascino poiché non consistevano semplicemente nel foro di introdu-
zione, ma anche in ornamenti vari scolpiti sulla pietra. Si trattava in-
fatti nella maggior parte dei casi di una lastra di marmo con la raffi-
gurazione di un mascherone o di una testa di leone, la cui bocca co-
stituiva appunto la buca, e sul marmo si trovavano incise le iscrizioni.
In un primo tempo addirittura in latino, poi in volgare.
Erano diffusissimi specialmente a Roma, sotto l’influenza classica,
questi mascheroni che di solito portavano la scritta “buca delle lettere”
59
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COOPPPTPI FETO CO COZZE ZZZ ON
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CURZIO GAZA ZIP TZZT TTT IZ, ALIA, SL
Altra cassetta da muro in ghisa e lamiera.
disuso.
oppure “lettere per la posta” oppure come in un caso che non manca
di farci sorridere “lettere per tutto il mondo”. Qualche volta la vanità
del luogotenente dava il modo di tramandarci anche il suo nome come
in una buca in quel di Spoleto dove si leggeva « al commodo publi-
co posta — Gasparo Rosati da Calvi, luogotenente, 1707 ».
Possiamo dire che l’uso delle buche arrivò fino ai primi anni del
secolo diciannovesimo ma era tale l’abitudine di usare la pietra che,
ad esempio in Piemonte, si trovano lastre di pietra con la buca rico-
perta da uno sportellino in ottone. Da qui a passare alla cassetta il
passo è breve, tanto più che si veniva imponendo la necessità, con
l’ingrandirsi dei centri urbani, di disporre di centri di impostazione
disseminati in vari luoghi talvolta lontani dall’ufficio postale.
Le prime cassette erano di legno e, se esposte alle intemperie,
non dovevano poi durare moltissimo. Comunque ve ne sono degli
esemplari tra i quali uno che porta scritto in lettere a bei caratteri ri-
sorgimentali “lettere per Roma 1837”. Il passaggio alle cassette in
ferro dovette avvenire ben presto ed ecco infatti i primi esemplari
che erano addirittura pesantissime cassette, molto elaborate, con or-
namenti Liberty, costruite in ghisa fusa. Tali sono anche quelle cas-
sette, che ancora in qualche sperduto paese di campagna si possono
Cassetta poligonale da marciapiede, da noi caduta in
Una delle prime cassette per la posta aerea, in lamiera.
Questi esemplari si trovano al “Museo PT” di Roma.
trovare, che venivano incassate nel muro per cui restava evidente sol-
tanto la facciata con la bocca e lo stemma.
Il ferro dunque ha trovato un modo di impiego anche in questo
umile quanto diffuso servizio. Da noi si può averne un’idea visitando
il museo delle poste e telegrafi di Roma, un museo veramente note-
vole, colmo di oggetti interessanti di ogni genere e che contiene tra
l’altro qualche centinaia di cassette postali di tutti i tempi. Si vedono
così le prime cassette con lo stemma dei Savoia, le bandiere incorpo-
rate, e la scritta “Regie Poste”. Ben presto si arrivò anche ad indicare
l’ora della levata. Le nostre cassette sono quasi sempre state di colore
rosso (ed in questo diversificano da quelle straniere che sono spesso
in giallo, in bleu, in bianco eccetera). Anche da noi furono in uso
(un esemplare, che qui pubblichiamo, è conservato appunto al museo
delle poste di Roma) cassette a colonna, costituite cioè da una colon-
na, appoggiata sul marciapiede, che giungeva fino all’altezza media
di un uomo, come sono tuttora in Inghilterra. Presto però tale si-
stema fu abbandonato e la preferenza fu data alle cassette appese al
muro o incassate in esso. Dai modelli pesanti, e un po’ complicati,
in ghisa fusa, si passò poi a quelli in lamiera di ferro, cioè in latta an-
cora attualmente in servizio. Esse devono essere di basso costo e di
34
Prostimalevafa .
1, 2, 3, 4: cassette postali svedesi, di vari periodi. Tutte in lamiera di ferro.
5, 6: due cassette postali austriache, una vecchia e l’altra moderna.
7, 8: cassette postali svizzere. Quella più antica è del Canton Ticino, l’altra è del tipo
oggi in uso,
9: cassetta postale russa.
10, 11: due cassette postali statunitensi,
12: un vecchio esemplare statunitense, ormai fuori uso.
35
!
I
13, (14, 15, 16
|
17, 18, 19
SUSLICATINE +
13, 14, 15: tre vecchie cassette in ferro e in ghisa
delle poste italiane.
16: una cassetta dei giorni nostri.
17: una cassetta ottocentesca in legno.
18: un mascherone in travertino per buca di impo-
stazione dei primi dell’ 800.
19: indicazione dell’arrivo o del mancato arrivo del
corriere postale. Tabella in legno in uso a Ravenna
fino al 1863. Tutto questo materiale si trova al
“Museo delle poste e telecomunicazioni” di Roma.
20, 21, 22: tre esemplari successivi di cassette po-
stali dei Paesi Bassi.
23, 24, 25: i classici “pillar box” che si trovano per
le strade inglesi. Notare nel secondo le iniziali della
regina Vittoria.
Mirdwm k& Postamte Ala 1
via nuova N:256 ausgehoben
Viene levata dall'.r Ufficio postato
Ala lvia nuova N'256
Cassetta da muro in lamiera, già appartenuta al lombardo-veneto nel periodo dell’im-
pero austro-ungarico. (“Museo delle poste e telecomunicazioni” di Roma).
facile costruzione perché si tratta, in definitiva, di una scatolona di
latta con un foro e un fondo apribile per la levata. La forma esterna,
naturalmente, è cambiata e vediamo ora quelle recentissime cassette,
evidentemente stilizzate da un ‘designer’, molto sobrie e facilmente
individuabili, senza fronzoli decorativi con la semplice scritta neces-
saria; cioè “cassette per lettere” oppure “posta aerea”, “stampe” ec-
cetera.
Una visita al museo delle poste di Roma riserva però altre sorprese:
rari cimeli che riguardano la posta, come ad esempio una tabella in
legno scritta sulle due parti: “La posta è giunta” - “La posta non è
giunta”. Tale tabella proviene dall’ufficio postale di Ravenna dove
restò in uso fino al 1863. Il caso di mancato arrivo era dovuto, nella
maggioranza dei casi, o a forti nevicate che avevano bloccato il cor-
riere o addirittura agli assalti di banditi e ciò specialmente negli stati
della chiesa e nel meridione. Un altro aspetto curioso del museo è
costituito da un fornetto per la disinfezione con suffumigi di vario
genere delle lettere provenienti da località infette. Si pensi, per averne
un’idea, ad una specie di tostacaffè dove venivano messe le lettere so-
spette, in quei tempi di facili epidemie tra le quali la peste. Alcune
buste infatti portavano il timbro « netta fuori e sporca dentro ». Altre
invece quello « netta fuori e netta dentro ». Nel primo caso si inten-
deva dire che era stata affumicata la lettera chiusa e quindi l’interno
non era stato raggiunto: nel secondo caso si voleva dire che, prati-
cati alcuni fori con degli spilli nella busta, pur senza aprirla si era af-
fumicato anche l’interno. Sull’efficacia di questo metodo ciascuno è
padrone di pensarla come crede.
Inutile dire che il museo possiede migliaia di documenti riguar-
danti l’istituzione delle poste, i vari regolamenti, le divise dei posti-
glioni, i pistoloni dei quali questi erano dotati per difendersi dai bri-
ganti, e gli stereòtipi originali dei primi francobolli tra i quali i pre-
ziosi ‘‘cavallini sardi” e i vari bolli da mezzo fino a venti baiocchi del
governo di Romagna. Quanto ai timbri, essi vi sono tutti, compresi
quelli, napoletani, appositamente disegnati per segnare solo i bordi
del francobollo senza toccare l’effige sacra del re borbonico. Il museo
possiede anche, somma gioia per i filatelici, una raccolta di franco-
bolli che va dai più antichi all’ultimo esemplare. Una delle più gran-
Cassetta per le lettere e insegna delle poste a Budapest.
di raccolte del mondo. Vi sono inoltre altre sale che riguardano il
servizio postale in genere, le curiosità più diverse come l’inizio e
lo sviluppo del telegrafo, della telefonia eccetera.
Ma torniamo ora alle nostre cassette.
Disegnate secondo criteri modernissimi le cassette in latta hanno
ormai fatto la loro apparizione ovunque: all’estero come si diceva
esse variano di colore e più spesso sono gialle o bleu. Portano brevi
scritte che riguardano più che altro l’ora di levata e lo stemma nazio-
nale oppure i colori della bandiera. Ma in sostanza si tratta ormai
sempre di cassette rettangolari in latta stampata. L’unico paese che
ha mantenuto la tradizione delle “colonnine” messe sul marciapiede,
chiamate “pillar box”, è l’Inghilterra dove, come si sa, le tradizioni
sono lente a cambiare. Vi sono delle stampe che ci mostrano tali co-
lonnine già dal 1854. Si possono ancora trovare, a volte sul posto, a
volte nei musei, le colonnine, in stile Liberty, con le iniziali della re-
gina Vittoria. La forma dei “pillar box” è andata anch’essa evolvendosi
tanto che essi si sono fatti sempre più semplici fino ad essere ora un
liscio cilindro con la buca e l’indicazione delle ore di levata. Possiamo
solo osservare che le colonnine sono molto più facilmente distin-
guibili delle cassette appese al muro. Lo stesso sistema vale per gli
Stati Uniti, variando naturalmente la forma che potremmo definire
più aerodinamica, cioè più americana e più simile ai distributori di
Coca-Cola. Anche in questo caso però si tratta di lamiera stampata.
Vi sono pure da considerare quelle cassette postali che, per snel-
lire il servizio, vengono avvitate agli autobus, specialmente quelli
che fanno servizio extra urbano. Si tratta però generalmente della
solita cassetta semplicemente avvitata alla carrozzeria degli automezzi.
Un altro tipo ancora di cassette, qualche volta fatte addirittura a forma
di casetta col tetto spiovente, sono quelle private per il ricevimento
della posta: di solito si trovano fuori dei cancelli delle ville o presso
la porta delle case come si vede spesso in Svizzera, nella campagna
inglese, e negli Stati Uniti d’ America.
Il ferro in città, comunque, ha trovato un suo ulteriore impiego in
queste cassette per le lettere che certamente non sfuggiranno alla no-
stra attenzione in queste feste natalizie che segnano appunto il massimo
uso di questo semplice ma efficace mezzo di comunicazione moderno.
37
NASCITA DEL TEATRO MODERNO
di Luciano Lucignani
3. IL TEATRO NATURALISTA
1. La polemica che dopo il 1870 i naturalisti conducono contro il
teatro d’intreccio (ossia contro gli autori della pièce-bien-faite), è
l’erede di quella iniziata dagli illuministi mezzo secolo prima contro
la tragedia classica e continuata poi dai romantici degli anni 30 nei
confronti del dramma borghese.
Questa rivolta in nome della “verità” è un’istanza ripetutamente
avanzata e mai soddisfatta e riflette l’irrigidimento delle condizioni
politico-sociali: quella borghesia che ha sconfitto l’aristocrazia e
posto sulla scena, nella vita come in teatro, il “citoyen’’ ha
ormai perduto ogni slancio rivoluzionario e difende saldamente
il potere identificando ogni ipotetico turbamento dell’equilibrio co-
me un pericolo per l’ordine costituito, mentre il suo decadere in
quanto società di classe ha come inevitabile conseguenza un cristal-
lizzarsi delle forme che diventano, appunto, convenzioni, e dei perso-
naggi che decadono al livello di marionette. Per questo le riforme
proposte da Diderot nella sua Risposta alla lettera di madame Riccoboni
(1758) e quelle che Zola sostiene negli scritti de // naturalismo in teatro
(1881), benché formulate ad oltre un secolo di distanza presentano
tante analogie, soprattutto per ciò che si riferisce all’esecuzione dello
spettacolo (precisione nei dettagli dell'’ambientazione, corrispondenza
storica del costume, naturalezza della recitazione eccetera). Si tratta, però,
di analogie superficiali: la filosofia naturale di Diderot rappresenta un
momento importante nell’evoluzione della scienza materialistica, men-
tre il naturalismo di Zola fondato sul positivismo e sullo sperimenta-
lismo è essenzialmente antidialettico. A Zola infatti la società appare
come un organismo unico, un tutto armonico, nel quale le lotte so-
ciali non sono il riflesso di contraddizioni che occorra risolvere, quanto
sìntomi di malattie che bisogna curare. Un tale determinismo conduce
Zola ad attribuire, nel romanzo come nel dramma, un’importanza
sempre maggiore all’ambiente: la cornice lo interessa sempre più del
quadro, il particolare lo appassiona più del totale; sotto questa congèrie
di annotazioni ambientali il personaggio finisce per scomparire, di-
venta, come Zola stesso dice, «un prodotto dell’aria e del sole, come -
la pianta »; cade, di conseguenza, quel rapporto dialettico fra personag-
gio e società senza il quale non esiste romanzo e il dramma non è più
possibile neppure come ipotesi.
2. Ciò che il teatro moderno deve invece indubbiamente al natura-
lismo è un nuovo ordinamento dello spettacolo: il criterio d’uno stile
che unifichi i vari elementi che concorrono a creare la rappresenta-
zione teatrale si afferma per la prima volta sui palcoscenici di alcune
piccole e oscure sale dei sobborghi di Parigi, Londra, Berlino, negli
ultimi decenni del XIX secolo. In questi “teatri liberi” operano i
primi pionieri di quella vasta schiera di dèspoti di maghi di sacerdoti
e di tribuni che furono, nel Novecento, i veri riformatori della scena,
i registri. Antoine, Grein, Brahm fondarono i loro teatri come trincee
avanzate del naturalismo e Zola fu la loro bandiera e il loro vangelo.
Ma anche il contributo da loro dato alla letteratura drammatica non
fu modesto se si riflette che ad essi va il merito di aver scoperto e
divulgato il più grande scrittore di teatro del secolo, Henrik Ibsen.
Oggi Spettri, uno dei suoi drammi più famosi, è generalmente con-
siderato un esempio classico da avvicinare all’Ediîpo re di Sofocle;
ma quando apparve per la prima volta sui palcoscenici squallidi e oscuri
del Théatre Libre o dell’Independent Theatre o della Freie Buhne,
fu accolto da insulti sanguinosi, o, nella migliore delle ipotesi da una
ironica noncuranza. In realtà neppure oggi si può affermare che Ibsen
sia stato compreso, e il rispetto che il suo nome suscita non nasconde
comprensione o amore. C’è chi ha visto nella sua opera una critica
feroce dell’idealismo e chi invece lo ha additato come un paladino
dell’ideale; chi ha salutato nel suo nome un difensore delle libertà
democratiche e chi ha letto nelle sue righe un appello al superuomo;
chi infine lo ha esaltato come un perfetto drammaturgo naturalista e
chi lo ha disprezzato come uno scrittore a tesi. Sarebbe inesatto soste-
nere che tutto questo, in Ibsen, non c’era, ma altrettanto inesatto sa-
rebbe affermare che Ibsen era tutto qui: tante e così contraddittorie
interpretazioni della sua opera sono certamente il logico e inevitabile
risultato d’un atteggiamento radicalmente anticonformista. Ciò che
Ibsen predicava era qualcosa che avrebbe potuto somigliare all’anar-
chìa, cioè il rifiuto, assoluto e intransigente di ogni pregiudizio e di
ogni illusione che impedissero all’individuo di prendere coscienza di
se stesso e della propria tragica realtà. Con Ibsen infatti ritorna sui
palcoscenici ottocenteschi, nei piccoli salotti di cattivo gusto, dove
la luce delle lampade sostituisce quella del giorno, l’autentico spirito
38
Il commediografo Courteline.
Manifesto-programma del “Théatre Libre” di Parigi - 1892
per la presentazione de “I fossili”.
ZOZDOA
Ltes Fossiles
PikcE EN QUATRE ACTES, EN PROSE
Do la part de
M. Frangois:px Cure
Antoine, fondatore del “Théatre Libre”.
Rudolf Ritter e Gisela Schneider in “Quando noi
morti ci destiamo” di Ibsen, rappresentato a Ber-
lino nel 1900.
Ida Aalber, protagonista di ‘Hedda Gabler” di
Ibsen.
Bozzetto di M. V. Dobuzinskij per “Un mese in
campagna” di Turgenev, rappresentato al teatro
d’arte di Mosca nel 1909.
tragico. Il fatto che, a metà della sua strada, quando decise di “farsi
fotografo”, si sia servito della tecnica del teatro francese, che è come
dire della tecnica del teatro europeo del suo tempo, che ne abbia adot-
tato la scena fondamentale, cioè, appunto, il salotto borghese, e, in
certa misura anche il linguaggio, ossia il piatto discorrere quotidiano,
sono tutte circostanze che ìndicano come egli non intendesse scrivere
la tragedia di una qualsiasi epoca, ma quella della sua, la tragedia della
decadenza borghese. È nota, del resto, la metàfora elaborata da Ibsen
nell’ultimo quarto del secolo, dove appare la nave Europa, carica di
vita, di gioia e d’attività, ma sulla quale finisce per diffondersi un’an-
goscia inspiegabile che finisce per paralizzare tutti:
« Si traggono presagi dai minimi fatti; la bonaccia, il vento favorevole sono
interpretati in modo sinistro; la capriola d’un delfino, il grido d’un gabbiano
fanno trasalire. S'è perduta ogni energìa, tutti sono in preda ad una malattia
segreta, anche se nessuno parla, se nessuno domanda. Che cosa è accaduto?
39
Nulla. Ma da prua a poppa si dice che stiamo viaggiando con un cadavere nel-
la stiva... Per questo la nostra generazione è tanto depressa, per questo appare
indifferente alle gioie e ai dolori, per questo cova quell’indistinta paura che le
fa accettare la sorte e attendere gli eventi ».
Che cos’è questo “cadavere nella stiva” dell’Europa? È la colpa
segreta e remota che tutti i personaggi di Ibsen sono chiamati ad espiare:
quella per cui Osvaldo perde la ragione e sua madre può soltanto
scegliere fra due doveri altrettanto spaventosi, dargli la morte o re-
stare accanto a quest'uomo tornato bambino fino alla fine dei suoi
giorni. Quella per cui Brand precipita sotto la valanga e Peer Gynt
sfogliando la cipolla che ha paragonato alla propria esistenza trova che
il nòcciolo, cioè il suo vero “io” non esiste. Quella, infine, per cui
Nora deve abbandonare la casa di suo marito, Rosmer e Rebecca West
si getteranno nella gora, Hedda Gabler si sparerà alla tempia, Solness
cadrà dalla torre, Borkman coronerà con la morte il suo sogno di
See
40
potenza e Rubek e Irene saranno travolti, nel loro ultimo, disperato
anelito. Dietro questa ecatombe che è il teatro di Ibsen, c’è un solo,
inconciliabile delitto: il tradimento verso se stessi, l’abdicazione nei
confronti della vita; il “cadavere nella stiva” è qualcosa di ben preciso,
è quella che in danese si esprime con la parola /ivsg/zede, cioè la “gioia
di vivere”; è questa “gioia di vivere” che i personaggi di Ibsen hanno
calpestato, violentato, ucciso, ed è un peccato senza remissione. Ibsen
lo afferma chiaramente e più volte nel corso dei suoi drammi; in Speztri,
la madre di Osvaldo dice a suo figlio, quando ha finalmente capito:
SiGNoRA ALVING - E adesso, povero ragazzo torturato, voglio levarti il peso
dall’anima...
OsvaLpo - Tu, mamma?
SIGNORA ALVING - ... tutto ciò che tu chiami rimorso, rimpianto, pentimento...
OsvaLpo - E credi di poterlo fare?
Sionora ALvInG — Sì ora posso, Osvaldo. Poco fa quando parlavi della gioia di
vivere, tutta la mia vita mi è apparsa a un tratto sotto una nuova luce.
OsvaLpo (scerotendo il capo) — Non capisco, mamma.
SIGNORA ALVING — Se tu avessi conosciuto tuo padre quando era appena un gio-
vane ufficiale! Come ardeva in lui la gioia di vivere!
OsvaLpo — Sì, lo so.
SiGNoRA ALVING - Si respirava a guardarlo come un'aria di festa. E com'era pieno
di forza indomabile, di vitalità!
OsvaLpo — E poi?...
Sionora ALVING — E poi quel ragazzo, così felice di vivere, perché allora era come
un ragazzo, venne a finire qui in questa città né grande né piccola, che non aveva
alcuna gioia da offrirgli, soltanto piaceri. Qui, dove non aveva uno scopo la sua
vita: soltanto un impiego. Nessun lavoro a cui consacrarsi con tutta l’anima,
null’altro che affari. E non trovò neppure un amico capace di sentire che cosa
fosse la gioia di vivere; null’altro che compagni di ozi e di orge...
OsvaLpo — Mamma!
Signora ALvinG — Così accadde quello che doveva accadere.
OsvaLpo - E che cosa doveva accadere?
SiGnoRA ALVING — Hai detto tu stesso quel che sarebbe di te se dovessi rimaner qui.
OsvaLpo — Intendi dire che il babbo?...
SinorA ALVING - Il tuo povero padre non aveva modo di dar sfogo all’eccesso
di vitalità che era in lui. Neanche io gli avevo portato in casa un'aria di festa.
OsvaLpo — Neanche tu?
Signora ALvIinG — Mi avevano solo insegnato che esistevano doveri e roba del
genere; vi ho creduto fermamente per molto tempo. Tutta la vita era dovere...
i zziei doveri, i suoi doveri, e... Ho paura Osvaldo, di aver reso la casa insoppot-
tabile al tuo povero padre.
Con parole quasi identiche, in Roszersholm, Rebecca West parla
a Rosmer:
Rosmer - Come spieghi quello che è accaduto in te?
ReseccA — Il concetto della vita di casa Rosmer, o almeno il tuo concetto della
vita, ha corrotto la mia volontà.
RosMmeEr — Corrotto?
RepeccA — Sì, l’ha resa ammalata. L’ha asservita a leggi che prima per me non
avevano valore. La vita in comune con te ha elevato il mio spirito. Ma... (semoze
il capo) ma... ma...
RosMmer - Ma? Che cosa?
REBECCA — ... ma, vedi, uccide la felicità!
Rosmer — Lo credi, Rebecca?
ResEccA — Almeno così è per me.
Il tema percorre intera l’opera di Ibsen, come un Leitmoziv. « Hai
ucciso in me la vita d’amore! » grida Ella Rentheim a Gian Gabriele
Borkman, e aggiunge ancora più chiaramente: « La bibbia parla d’un
peccato misterioso per il quale non v’è remissione. Non avevo mai
capìto finora quale fosse questo peccato. Oggi capisco. Il grande pec-
cato che non può essere perdonato è quello di chi uccide in una crea-
tura umana la vita d’amore ». Nell'ultimo dramma, Quando noi morti
ci destiamo, questa colpa verso la vita è il tema vero e proprio dell’ope-
ra: Rubek, l’artista che ha sacrificato all’arte l’amore di Irene, e quando,
dopo molti anni la incontra di nuovo, parlandole del suo capolavoro,
nel quale ha raffigurato anche se stesso, così si descrive:
RusEek — In primo piano, come qui, accanto a un ruscello, è seduto un uomo pro-
strato dalla colpa, che non può staccarsi dalla crosta terrestre. L'ho chiamato
«il rimpianto d’una vita sprecata ». Egli tuffa le mani nell'acqua che scorre,
per detergerle, e soffre e si torce al pensiero che mai, mai ci riuscirà. Per tutta
l'eternità non potrà esser libero, non potrà vivere e risorgere. Rimarrà sempre
confitto nel suo inferno.
Ibsen sarà perfettamente compreso, ha scritto un critico americano,
Eric Bentley, solo quando si capirà che il collettivismo sociale è una
fuga dalla realtà, è l’estrema evasione, e che non potrà mai esistere
un sano altruismo separato da un profondo rispetto di se stessi. « La
bibbia ci raccomanda di amare il nostro prossimo — conclude Bentley
— e Ibsen ci dice quanto sia assurdo tale comandamento per gente
che non sappia amare se stessa ».
0°
italsider
sede e direzione generale
Genova via Corsica 4 - telefono 5999
telex 27039 Italsid
centri siderurgici a ciclo integrale
Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435 -
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a caldo - travi HE (ad ali larghe) - travi IPE - pro-
filati - funi - reti saldate - derivati della vergella
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laminati piani a caldo e a freddo - lamierini zincati
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Trieste - via di Servola 1 - telefono 732332 -
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stabilimenti di produzioni speciali
Lovere (Bergamo) - via Giorgio Paglia - telefono 10
telex 31659 Italsid
rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di acciaio
- ferroleghe
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carpenteria metallica - getti e tubi di ghisa - lingottiere
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stabilimenti di rilavorazioni
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Cilento pil
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ipa
- extracted text
-
RIVISTA ITALSIDER
a Penguin Special
The Intelligen
Woman's Gui
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de to
Atomic Radiation
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Iintroduc
0
3/6
Psychology
a Penguin Handbook
R. F. Dossetor and J. Henderson
J.M. and M.J.Cohen
Penguin
Reference
Books
10/6
la copertina: Edo Murtic “smalto su acciaio - 1964 -
cm. 43 X 47
Edo Murtic è nato a Velika Pisanica (Croazia, Jugoslavia)
nel 1921. Ha frequentato la scuola di arte e mestieri a
Zagabria e le accademie di belle arti di Zagabria e
Belgrado. Si occupa anche di incisione, di ceramica e
di pittura su smalto. Appunto con smalto ha decorato
molti locali pubblici di Zagabria dove risiede, e i
piroscafi jugoslavi “Dalmacija” e “Istra”. Ha esposto
in molte personali in Jugoslavia e all’estero ed ha
partecipato alle Biennali di Tokio (1954), di Venezia
(1958), e all'esposizione “Kunst nach 1945” a Kassel
(1958). Gli sono stati assegnati molti premi anche
in Italia tra cui quello della Biennale “Morgan’s Paint”
di Rimini (1961). Di Murtic si sono occupati
i più importanti critici d’arte. Sue opere sono
esposte nei maggiori musei del mondo.
24 di copertina: esempi di moderna editoria popolare
inglese: quattro copertine delle edizioni ‘ Penguin
Books ”?.
39 di copertina: Mosca. Pavimento in ghisa nel mo-
nastero di Novojevici (fotografia di Filippo Martino).
4° di copertina: vecchia cassetta postale italiana in ghisa.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per il personale
dell’ Italsider - Anno V - n. 6 - Natale 1964 -
Capodanno 1965
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli, Giorgio
Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano Rebuffo
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
via Corsica 4 - Genova - telefono 5999
in questo mumero fotografie di: H. von Allmen, Berna -
Civilini, Piombino - R. De Carlo, Genova - G. Facetti,
Londra - C. Fedeli, Genova - Fototeca Italsider -
Fototeca ministero poste e telecomunicazioni, Roma -
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Ingenito, Taranto - Lichtbildstelle, Vienna - F. Mar-
tino, Taranto - Th. Modin, Stoccolma - P. Monti,
Milano - Publifoto, Genova-Napoli-Roma - O. Savio,
Roma - A. Wahlberg, Stoccolma.
Le due fotografie del centro siderurgico di Taranto
pubblicate nella seconda e terza di copertina dello
scorso numero della rivista erano di Paolo Monti.
Nell'articolo sugli “acciai speciali” apparso nel nu-
mero 3-4 della rivista, la redazione ha inserito, con
fini esplicativi, alcuni dati relativi alle principali in-
fluenze esercitate sull’acciaio dai vari elementi di lega,
e agli effetti dei trattamenti termici. La precisazione
ci è stata richiesta dall’ingegner Gilberto Salmoni,
estensore dell’articolo.
La riproduzione è subordinata alla citazione della fonte
Autorizzazione del tribunale di Genova n. 516 in
data 28 dicembre 1960 - Spedizione in abbonamento
postale - gruppo IV
Stampa AGIS-Stringa - Genova
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna
Carta Solex-Burgo.
Il presidente, l'amministratore delegato e i direttori generali inviano a tutto
il personale dell’Italsider e alle famiglie ri più fervidi auguri di un felice 1965.
Mi
IN QUESTO NUMERO
Italsider Taranto: una grande impresa pubblica
L’ inaugurazione dell’acciaieria LD al centro siderurgico Italsider di Taranto, con gli interventi
dell’ingegner Mario Marchesi presidente dell’Italsider, del professor Ernesto Manuelli presidente
della Finsider, del professor Giuseppe Petrilli presidente dell’Iri, e del presidente del consiglio
onorevole Aldo Moro.
Una iniziativa Italsider per la diffusione del libro
Dal libro strenna per i dipendenti dell’ Italsider ad una nuova collana di pubblicazioni intese a fa-
vorire l’incontro del personale con la cultura contemporanea.
di Germano Facetti
L’Inghilterra come esempio di una politica editoriale intesa a favorire la diffusione della cultura.
Editoria popolare inglese
Opere grafiche per il personale dell’ Italsider
Inaugurazione del circolo aziendale della sede, con presentazione di opere grafiche per il personale
e con un intervento del professor Carlo Ludovico Ragghianti.
di Renato Giani
Un esame tecnico dei diversi sistemi che si sono succeduti nel tempo per riprodurre opere
grafiche e pittoriche.
La tecnica dell’ incisione dal XIV secolo ad oggi
di Nelio Ferrando
Battute e vignette ispirate! alla stupefacente e spesso paurosa realtà delle macchine elettroniche.
Un umorismo che nasce dalla paura
La forma della terra
di G. B. Zorgoli
L’umanità, dai primordi ai tempi nostri, ha avuto diverse e spesso sorprendenti concezioni della
forma e della costituzione del nostro pianeta.
Ferro in città
Le strutture di Pier Luigi Nervi di Vincenzo Lacorazza
Presentazione di un costruttore italiano le cui opere ardite sono note in tutto il mondo.
La siderurgia italiana nel 1964 di g. d. m.
Sommario esame della situazione siderurgica italiana nell’anno che si chiude.
Un congresso della Ceca sull’ utilizzazione dell’ acciaio di Salvatore Atzeni
Una sìntesi delle interessanti discussioni avvenute al recente congresso organizzato dalla Ceca al
Lussemburgo sui problemi dell’ impiego dell’ acciaio.
Viaggio tra le cassette postali di Luciano Rebuffo
L’umile impiego del ferro in un servizio pubblico di estrema importanza visto attraverso le cassette
postali di tutto il mondo e di varie epoche.
Nascita del teatro moderno - 3 di Luciano Lucignani
La terza puntata della storia del teatro moderno: il teatro naturalista.
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ITALSIDER TARANTO: UNA GRANDE IMPRESA PUBBLICA
Il centro siderurgico di Taranto produce acciaio dal 19 novembre
scorso. Gli uomini dell’acciaieria LD cominciano a prender confi-
denza con il grande convertitore ad ossigeno che a regolari intervalli
dà spettacolo con la sua ruggente “soffiata” e versa ad ogni colata
quasi 300 tonnellate di acciaio nelle siviere.
Ma già un nuovo settore del centro siderurgico si è aggiunto agli
altri: il treno a nastri, entrato felicemente in marcia alla fine di novembre.
Con quest’ultimo impianto tutti i reparti produttivi del grande sta-
bilimento sono avviati. Ora viene il periodo del gran rodaggio, che
non è piccola cosa per un complesso di questa mole, e bisognerà che
gli uomini che vi operano acquistino quel tanto di esperienza che è
necessaria per trarre dalle macchine il massimo rendimento.
Ma se il centro di Taranto procede a grandi passi verso il pieno
ritmo produttivo, a noi, su questa rivista, spetta il compito di sof-
fermarci per un momento a sottolineare, come avevamo promesso
di fare nello scorso numero, il significato dell’inaugurazione dell’ac-
ciaieria, « che ha rappresentato — come ha scritto in un suo articolo
l'ingegner Marchesi — per il centro Italsider di ‘Taranto e, in senso
più vasto, per la siderurgia a partecipazione statale, un avvenimento
di grande, decisiva importanza ».
Con l’acciaieria è entrato infatti in funzione un po’ il cuore dello
stabilimento: l’acciaio necessario per produrre i tubi e le lamiere non
scende ora più a Taranto dai centri Italsider del Nord, ma è fabbricato
qui, sulle rive dello Jonio. Taranto è passato, così, dalla minore alla
maggiore età, è diventato autosufficiente, pronto ad affrontare il suo
destino con pienezza di forze e di mezzi.
Gli italiani hanno potuto seguire momento per momento, attra-
verso gli schermi televisivi, le fasi della cerimonia inaugurale dell’ac-
ciaieria ed hanno potuto leggere su tutti i giornali della penisola gli
ampi e documentati servizi degli inviati che, forse per la prima vol-
ta, datavano da una città del Sud i resoconti di un avvenimento in-
dustriale di portata europea.
Molte e importanti cose sono state dunque dette e scritte in questa
circostanza. Nelle pagine che seguono riporteremo i testi dei discorsi
pronunciati. Ci pare significativo, però, farli precedere da un’ampia
citazione di un articolo di fondo apparso su “Il Giorno” del 19 no-
vembre, nel quale Francesco Forte ha sintetizzato il significato della
realizzazione di "Taranto.
«E una iniziativa colossale, le cui dimensioni possono risultare
considerando le seguenti cifre. L’investimento è costato 350 miliardi
di lire erogati in vari anni. L’area totale è di circa 6 milioni di metri
quadrati. La rete ferroviaria è di 90 chilometri, quella stradale di 30;
l’area per parchi e bacini occupa 350 mila metri quadrati; le linee e
i nastri trasportatori, tutti insieme, ammontano a 21 chilometri. Per
la costruzione furono rimossi 3 milioni di metri cubi di terreno; ven-
nero adoperati 13 mila pali di fondazione che, messi in fila, rappresen-
tano 260 chilometri; per innervare il cemento armato dello stabilimento
occorsero 100 mila tonnellate di tondino.
Lo stabilimento produrrà, nel 1965, 2 milioni e soo mila ton-
nellate di acciaio e sono previsti ulteriori sviluppi e una serie di lavo-
razioni complementari ».
« Per la zona di Taranto questo stabilimento rappresenta una
“rivoluzione industriale’. Una nuova classe di operai specializzati
e di tecnici dei vari livelli, un nuovo clima psicologico, nuovi oriz-
zonti di vita e nuove possibilità di iniziative sul posto vengono in
questo modo creati e stimolati. Si tratta di una base poderosa e per-
manente che, dati i criteri modernissimi del nuovo complesso siderur-
gico, costituisce una spinta permanente al progresso e alla moder-
nizzazione: una immagine di cui il Sud, in special modo, ha oggi grande
bisogno.
Conviene aggiungere che il quarto centro siderurgico di Taranto
non è stato costruito in modo avulso dalla realtà territoriale, ma è
stato inserito in una appropriata programmazione urbanistica ed eco-
nomica, nella quale si è creata una zona industriale, di cui il centro
stesso occupa un quinto della superficie.
Gli altri quattro quinti saranno occupati da insediamenti comple-
mentari al centro siderurgico, da industrie con uso portuale (il porto,
ovviamente, in virtù di questa grandiosa iniziativa, risulta dotato di
una serie di nuove attrezzature), da industrie con possibilità esporta-
tive verso i mercati medio-orientali e africani, da industrie di svi-
luppo dell’artigianato locale (per esempio la ceramica) e infine da
industrie carenti nel Sud con convenienze ubicazionali nella zona.
Le infrastrutture urbanistiche servono per il centro siderurgico e per
tutta la nuova area industriale. Il piano prevede uno sviluppo dell’oc-
cupazione nell’industria nel settore terziario molto rilevante.
Il centro siderurgico di Taranto è dunque una grande impresa
pubblica che costituisce fattore di sviluppo economico ed elemento
determinante di una programmazione urbanistica ed economica,
concepita non in astratto, ma in concreto, con autentiche possibilità
di realizzazione e di rendimento. Il legame tra impresa pubblica e
programmazione per lo sviluppo non può sfuggire ».
« L’Italia l’anno scorso ha importato il 26 per cento del suo fab-
bisogno di acciaio e ciò dimostra quanto questo nuovo centro side-
rurgico fosse necessario. È stato possibile e proficuo costruirlo anche
ampliando e rammodernando gli altri grandi centri siderurgici IRI:
quelli di Cornigliano e Bagnoli la cui trasformazione è stata già com-
piuta e quello di Piombino, la cui trasformazione sarà tra poco
ultimata.
Ciò dimostra come tra lo sviluppo del Sud, in modo appropriato
e massiccio, e il proseguimento dell’industrializzazione del resto del
paese non vi sia conflitto, ma complementarietà. L’iniziativa pub-
blica ha creato questo modernissimo centro dimostrando la validità
e l’attualità della propria funzione: che è di esempio, di rottura e di
spinta a tutta l'economia del paese, in un quadro di progresso e di
elevata produttività ».
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InG. MARIO MARCHESI: UNA GRANDE OPERA CHE È DI TUTTI GLI ITALIANI.
L’acciaieria LD, al cui avvìo abbiamo poco fa assistito, è la più mo-
derna d'Europa ed una delle più potenti del mondo. La sua capacità è
di oltre due milioni e mezzo di tonnellate annue di acciaio.
Ciò significa che per alimentare i suoi due giganteschi convertitori
devono giungere nel porto di Taranto quasi sei milioni di tonnellate di
materie prime, mentre î prodotti finiti che usciranno dallo stabilimento,
e che verranno spediti parte via mare parte per ferrovia e parte per via
terra, raggiungeranno i due milioni di tonnellate.
Questi pochi dati indicano chiaramente quali dimensioni abbia questo
centro siderurgico e quali complessità presentino le attività che vi vengono
svolte.
In questo momento molte navi di grande tonnellaggio solcano gli oceani
dirette al porto di Taranto ; molte migliaia di chilometri di tubi, prodotti
dal tubificio di questo stabilimento, prima unità entrata in funzione da
tre anni, si distendono in molte parti del mondo, in cui si sono costruiti
con essi grandi oleodotti.
Tra poco lamiere e nastri di lamierino d’acciaio, le prime destinate
anche all’industria navale, i secondi alla trasformazione in beni di consumo,
partiranno da Taranto per i vari centri di utilizzazione.
Tutto questo lavoro, tutti questi prodotti sono il risultato di un gran-
dioso sforzo e dell’appassionato impegno, delle energie di alcune decine
di migliaia di uomini : progettisti, costruttori, montatori, tecnici, operai.
Oggi noi siamo orgogliosi e soddisfatti di essere giunti al momento
in cui ha inizio la vita di questo complesso, in grado ormai di produrre
acciaio e quindi di essere autosufficiente.
Pensiamo di aver compiuto un buon lavoro e di aver offerto a Ta-
ranto în particolare, e in senso più generale al mezzogiorno d’ Italia, quel
contributo effettivo e sostanziale che gli occorreva per avviarsi decisa-
mente sulla via della industrializzazione.
Certo, la siderurgia non è tutto ma è la base indispensabile.
Consentitemi di esprimere qui, anche a nome dei trentasettemila lavo-
ratori dell’ Italsider, la soddisfazione nel vedere felicemente avviata a
soluzione una grande opera che è di tutti gli italiani, un nuovo potente
strumento di progresso economico e sociale non solo per il sud ma per l’in-
tero paese.
PRroFr. ERNESTO MANUELLI: UNO SFORZO CHE ONORA L’ITALIA DI
FRONTE AL MONDO.
La colata dell’acciaieria, alla quale abbiamo poco fa assistito, sintetiz-
za la tappa più importante del piano di sviluppo che l’ IRI e la Finsider
hanno avviato in questi ultimi cinque anni e che sarà completato nei tempi
prefissati con uno sforzo tecnico imponente.
L’avviamento di oggi è tanto più significativo in quanto ci auguriamo
di poter contribuire con questa opera al superamento di una fase di diffi-
coltà che ha caratterizzato l’economia italiana nel 1964 ed il settore si-
derurgico — per tanti versi anticipatore — già dal 1963.
Il collega Marchesi, che assieme ai suoi più stretti collaboratori del-
l’ Italsider e della Cosider ha dato un apporto particolarmente appassio-
nato a questa poderosa realizzazione, vi ha parlato degli aspetti tecnici
fondamentali che la caratterizzano ; ve ne sono però altri due che vorrei
brevemente sottolineare.
y
L’uno è quello finanziario : è notorio che l’industria siderurgica è del
tipo ad alta intensità di capitali. La dimensione dell’investimento qui
concentrato — nell’àmbito di un programma nazionale di circa 1.100 mi-
liardi — è superiore ai 350 miliardi di lire ; cifra imponente, per la cui
copertura, oltre all’ IRI ed a migliaia di azionisti privati, hanno parte-
cipato organismi supernazionali ed internazionali, fra î quali la Comu-
nità Europea del Carbone e dell’ Acciaio e la Banca Europea per gli In-
vestimenti, con concorso di forze che è conferma della bontà tecnica ed eco-
nomica dell’iniziativa.
Il secondo punto si riallaccia alla localizzazione dello stabilimento ;
se una città si è trasformata, l’industrializzazione, non come mito, ma
come realtà economicamente operante, si irradia ben oltre i confini geogra-
fici della zona, per investire l’intero Mezzogiorno.
Il centro di Taranto è pressoché pronto ed è predisposto per ulteriori
ampliamenti e completamenti : la misura ed i tempi saranno dettati dal
concreto determinarsi delle esigenze del consumo in Italia ed all’estero.
Signor presidente, onorevoli ministri, signori, quest'ora di solennità
è anche e soprattutto un’occasione per il doveroso attestato di gratitudine
e di omaggio a quanti hanno contribuito a questa realizzazione : anzitutto
al governo ed agli onorevoli ministri che ci hanno stimolato, seguìto ed as-
sistito nelle rispettive competenze, in una visione superiore dell’interesse
nazionale. Ad essi accomuniamo l’IRI che, in un periodo particolarmente
laborioso e felice della sua azione, ha rivolto alla siderurgia una cura ed
un'assistenza tutte particolari ; infine quanti — dai più elevati in grado
al più umile dei collaboratori — hanno reso possibile, con la loro abnegazione
e la loro capacità, di portare a compimento questo sforzo grandioso che
onora l’ Italia di fronte al mondo.
Avanti a tutti stanno idealmente il presidente Fascetti, sotto la cui
presidenza l'iniziativa venne impostata, l’amico Salvino Sernesi, cui
questo centro è stato dedicato, ed i lavoratori che nella costruzione hanno
immolato la vita : sia il loro ricordo legato per sempre a questa realizza-
zione, dalla quale il Mezzogiorno e l’intera nazione si attendono l’impulso
per il conseguimento di nuovi traguardi di prosperità e di progresso sociale.
ProFr. GIUSEPPE PETRILLI: UN IMPEGNO E UN AUGURIO.
Con la cerimonia di oggi il gruppo IRI porta a compimento la prima
fase dell’azione svolta nel Mezzogiorno nel quadro della politica di svi-
luppo promossa dai governi democratici del nostro paese. Si misurano
infatti oggi i primi, grandiosi risultati delle responsabilità attribuite al-
l’iniziativa pubblica, anche in settori direttamente produttivi, con la leg-
ge del 1957 che impegnava le nostre aziende a localizzare nelle regioni
meridionali almeno il 40 per cento degli investimenti. Il ‘secondo tempo”
della politica meridionalistica, cioè il riconoscimento di una responsabilità
globale dei pubblici poteri nei confronti del processo di industrializzazione,
attraverso un uso coordinato degli strumenti del pubblico intervento e in
primo luogo di quelli forniti dal sistema delle partecipazioni statali, ha
ormai maturato frutti tangibili, dando luogo nell’area di Taranto all’av-
vìo irreversibile di un processo di sviluppo autopropulsivo.
Il contributo fornito dal gruppo IRI allo sviluppo economico del Mez-
sogiorno deve essere tuttavia apprezzato in riferimento ai suoi aspetti
qualitativi. A questo riguardo vorrei soffermarmi qui in primo luogo sul-
la scelta di fondo che abbiamo compiuta indirizzando i nostri sforzi mag-
1. Le autorità, i lavoratori dell’Italsider e i loro familiari, riuniti nel capanno-
ne del treno lamiere ascoltano i discorsi ufficiali.
2. Gli operai dell’acciaieria in attesa del taglio del nastro.
3. Folla di invitati all’ingresso dell’acciaieria.
4. L’onorevole Aldo Moro, presidente del consiglio, mentre taglia il nastro. Nel-
la foto si scorgono il ministro Bo e il professor Pettrilli.
5. In ogni città italiana il pubblico ha assistito davanti agli schermi televisivi
alla cerimonia trasmessa in presa diretta,
6. Numerosi inviati dei principali giornali italiani erano presenti a Taranto.
Nella foto, un momento della conferenza stampa tenuta dall’ingegner Marchesi.
Con lui sono il dottor Redaelli, l’ingegner Pescatori, il dottor Osti, l'ingegner
De Franceschini, l'avvocato Einaudi, il dottor Panunzio, il dottor Antonini.
7. La visita agli impianti di Taranto è stata compiuta dalle autorità a bordo di
“campagnole” messe a disposizione dalla Fiat.
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giori verso iniziative di grandi dimensioni. Questa scelta dipende da due
ordini di considerazioni, il primo dei quali attiene alla nostra stessa con-
cezione dei còmpiti specifici dell’iniziativa pubblica e al nostro conseguente
orientamento verso i servizi e le produzioni di base con finalità propulsive
e potenzialmente orientative nei confronti dello sviluppo economico ge-
nerale, mentre il secondo deriva dall’esperienza di tutta la politica meri-
dionalistica, che ha sottolineato il ruolo strategico da affidare alle mag-
giori aziende nella prima fase dell’industrializzazione, in rapporto alla
loro capacità di condizionare tutto l’ambiente economico-sociale in cui
si trovano ad operare. Vorrei sottolineare ancora una volta come la po-
lisettorialità delle iniziative imprenditoriali che l’ IRI controlla, a motivo
della sua struttura di grande gruppo integrato, accentui ulteriormente
tale capacità di condizionamento, consentendo — in un paese come il nostro,
particolarmente povero di capacità umane qualificate — una agilità di
interventi in settori nuovi ed una complementarietà tra iniziative diverse
che è particolarmente importante nell'àmbito di una politica di sviluppo.
già Questi aspetti qualitativi — caratteristici della nostra azione — sono
particolarmente evidenti nel caso di Taranto, che consideriamo giustamente
come la concreta testimonianza della validità della nostra stessa struttura,
proprio ai fini dei compiti che spettano nel nostro sistema economico all’ini-
ziativa pubblica. È appena il caso di ricordare qui — dopo quanto han-
no detto gli oratori che mi hanno preceduto — la funzione propulsiva avuta
dal settore siderurgico nello sviluppo italiano del periodo postbèllico. Gli
ingenti investimenti che abbiamo compiuto in questo campo nel Mezzo-
giorno si inquadrano perfettamente in questa funzione generale e, mentre
contribuiscono a mutare radicalmente la convenienza ad investire nelle
regioni meridionali, aprono nuove prospettive ad una crescente presenza
del nostro paese sul mercato internazionale, con particolare riguardo ai
paesi in via di sviluppo. La nostra struttura ci consente d’altro canto di
intervenire efficacemente contro ogni possibile rischio di isolamento delle
maggiori iniziative. A quest’ultimo riguardo è particolarmente significa-
tiva la presenza, qui a Taranto, di uno stabilimento cementiero del Gruppo,
che utilizzerà come materia prima le loppe di altoforno, costituendo un
concreto esempio di integrazione tra settori merceologici affini. Né si po-
trebbe ignorare come le stesse caratteristiche strutturali ci consentano
di realizzare nel modo più efficace l'integrazione tra insediamento di at-
tività manifatturiere e correlativo sviluppo delle infrastrutture. Per non
citare che un esempio, l’ulteriore attuazione del programma autostradale
affidato al Gruppo favorirà infatti di per sé una più equilibrata localizza-
zione degli investimenti industriali.
L’ IRI si è preoccupato infine di completare i propri interventi nel
Mezzogiorno con un’opera di incentivazione e di promozione nei con-
fronti dell’ambiente economico-sociale. Su questa linea vanno considerati
anzitutto gli interventi finanziari attuati nella forma di una assunzione
di partecipazioni di minoranza in nuove iniziative imprenditoriali, inter-
venti che ci proponiamo di sviluppare con maggiore ampiezza in avvenire.
Sul piano propriamente sociale abbiamo dimostrato consapevolezza della
complessità dei problemi che pone l’avvìo di un processo di industrializza-
zione, sia per la mancanza di manodopera specializzata e di quadri inter-
medi (che involge un più vasto riassestamento dell'ambiente sociale, con
la creazione di una nuova mentalità e di nuovi vincoli associativi), sia
per la conseguente necessità di favorire la diffusione capillare degli stru-
menti della cultura e l'assimilazione di nuovi modelli di comportamento.
In questa luce vanno considerati i programmi di formazione professionale
che attueremo attraverso i centri IFAP costituiti di recente a Napoli
e a Taranto, destinati a servire allo sviluppo complessivo delle rispettive
zone. Ad essi è venuto di recente ad aggiungersi il progetto “IARD-Sud”
per l'individuazione e l'assistenza ai ragazzi dotati, il quale comporterà
l'assistenza culturale ai ragazzi di intelligenza superiore alla media me-
diante apposito programma di borse di studio e di circoli di arricchimento.
Con questi interventi di carattere sociale viene a saldarsi l’ultimo
ed essenziale anello della catena che l’iniziativa pubblica ha costruito
in questa delicata fase di montaggio della macchina dello sviluppo indu-
striale. Riteniamo infatti che solo una diffusa promozione culturale potrà
avviare a compimento lo sforzo equilibratore fin qui compiuto, restituendo
il Mezzogiorno a se stesso ed eliminando la più grave ipoteca che ha pesato
fin qui sul civile sviluppo del nostro paese.
È questo un impegno e un augurio, che, a nome dell’ IRI, formulo nel
momento in cui la prima colata d'acciaio ben giustifica fondate speranze.
On. ALpo MoRO: OGGI IL POLO DI SVILUPPO DI TARANTO È UNA REALTÀ.
La creazione del centro siderurgico di Taranto, questa importante
e lieta cerimonia inaugurale — ha detto il presidente del consiglio — of-
frono alla nostra politica per il Mezzogiorno l’occasione per un momento
di riflessione e per l’approfondimento della problematica meridionalista.
È oggi în corso, infatti, un dibattito in merito alla legge di proroga della
Cassa del Mezzogiorno, dal quale emergono chiaramente, ad opera così
di studiosi come di esponenti politici, orientamenti che mi paiono signi-
ficativi.
Vi è in primo luogo la coscienza precisa che la formazione di poli
di sviluppo è uno strumento essenziale nel processo di sviluppo in atto nel
Mezzogiorno. E questo è oggi l’indirizzo concreto della politica governa-
tiva per i prossimi anni.
Ora, il contenuto di una politica di poli di sviluppo non è soltanto
la rinuncia ad una quasi indiscriminata diffusione degli interventi su tutto,
o quasi tutto, il territorio meridionale. È questo l’aspetto più ovvio, ma
non è quello fondamentale. I punti chiave di una politica di poli sono altri.
Il suo successo è infatti legato alla possibilità di destinare ad una deter-
minata zona un volume di investimenti tale da porre in atto un processo
di sviluppo autopropulsivo ; alla necessaria complementarità di tipi di
interventi — in industria e nelle infrastrutture — che è assurdo considerare
legati a successive “fasi” dell'impegno meridionalista ; e, infine, al coor-
dinamento delle iniziative e degli interventi con annesse responsabilità
di indirizzo e controllo a livello centrale e locale.
È una politica, questa, che pone certamente al governo, alla Cassa
del Mezzogiorno, agli enti locali nuove e più delicate responsabilità ;
è una politica, d’altra parte, che trova nell'impresa pubblica uno stru-
mento di particolare importanza.
Si può parlare di significative coincidenze. E infatti l’opera che
inauguriamo è forse l'esempio più chiaro delle funzioni, delle possibilità
e dei risultati ottenuti dall’impresa pubblica nella complessa struttura che
essa ha assunto nell’esperienza italiana, specie quando tale tipo di im-
presa sia inserita nella politica di sviluppo di un’area sovrappopolata. Il
centro di Taranto è in tale contesto veramente un fatto rivoluzionario ;
spezza, infatti, e definitivamente, un equilibrio economico da anni sta-
gnante. Abbiamo gli effetti moltiplicativi delle concentrazioni in loco di
investimenti dell’ordine di centinaia di miliardi. Basti ricordare a que-
sto proposito che nel 1963 — ad impianti ancora parzialmente ultimati — il
reddito netto del settore privato era, nella provincia di Taranto, più che
raddoppiato rispetto a quattro anni prima. Abbiamo la creazione di posti
di lavoro permanenti pari a poco meno del 50 per cento della intera
occupazione manifatturiera in base ai dati dell’ultimo censimento, cui
corrisponderà un monte salari di poco inferiore all’intero prodotto del
settore privato nel 1959.
Né tali cifre — ha aggiunto l'onorevole Moro — esauriscono appieno
il discorso sugli “effetti” della creazione del centro di Taranto. Sappiamo
infatti che la grande impresa moderna è la base necessaria alla creazione
di una serie di imprese manifatturiere e di servizi a monte e a valle, talora
realizzabili dallo stesso gruppo cui l’impresa appartiene (e ne è un esem-
pio qui a Taranto il nuovo stabilimento della Cementir e altri che potreb-
bero aversi nell’àmbito del gruppo polisettoriale). Sappiamo, altresì, che
essa costituisce la premessa per una serie di profonde e irreversibili trasfor-
mazioni a tutti i livelli della vita sociale.
Oggi il polo di sviluppo di Taranto è una realtà. Ne esiste la base :
il centro Italsider. Ne esiste lo strumento operativo : il consorzio industriale,
cui partecipa, in collaborazione con istituti pubblici e privati, anche l’ IRI.
Ne esistono, infine, già fissate in modo organico, le direttive di sviluppo
industriale, agricolo ed urbanistico ; esse prevedono la creczione nei pros-
simi venti anni di 50 mila nuovi posti di lavoro nell’industria (pari ad
oltre tre volte la consistenza del 1961) e la costruzione di un nuovo com-
plesso urbano per un insediamento di circa 100 mila abitanti. E questi
non sono che gli aspetti più salienti della evoluzione economica avviata
dalla realizzazione del quarto centro siderurgico.
Ma l’opera che oggi inauguriamo può costituire un prezioso termine
di riferimento dell’attuale problematica meridionalista anche in un altro,
più ampio, contesto.
Ne conoscete credo gli aspetti tecnici : il suo logico inserimento nel-
l’attuale evoluzione del mercato siderurgico italiano ed internazionale ;
la localizzazione dell’impianto in riva al mare, corrispondente alle mo-
Una panoramica dello stabilimento. In primo piano la linea traspor- Una suggestiva inquadratura dell’altoforno numero 2 (fotografia di
tatori a nastro che alimenta l’altoforno (fotografia di Paolo Monti). Paolo Monti).
derne scelte ubicazionali in tutti i paesi del mondo ; le dimensioni dell’im-
pianto che, con una capacità produttiva iniziale di 2,7 milioni di tonnel-
late (raddoppiate nel giro di due-tre anni dalla decisione di dare inizio ai
lavori), è il più grande d’Italia e uno dei più grandi d° Europa. È stato
più volte sottolineato a questo proposito che la localizzazione al Sud del
quarto centro siderurgico dota il Mezzogiorno di una capacità produt-
tiva nettamente superiore ai suoi attuali livelli di consumo, scontando
così e creando nel contempo la premessa per un notevolissimo sviluppo
delle industrìe di trasformazione. È questo certamente un aspetto impor-
tante, ma non è solo quello che vorrei oggi mettere in luce.
È opportuno rifarsi, a questo proposito, ai termini generali della
problematica meridionalista ; ad un discorso che, come la realtà cui si
riferiva, non è mai rimasto fermo in questi anni, ma ha anzi progressiva-
mente affinato i propri temi.
Possiamo forse individuare i termini nella visione sempre meno in-
differenziata della realtà meridionale che accompagna le successive fasi
dell'intervento statale ; nei primi anni ’50, ed era logico, avevamo la dif-
fusione delle infrastrutture ; oggi abbiamo la concentrazione nei poli di
sviluppo.
D'altra parte, ed è il discorso che a questo punto ci interessa, si tende
oggi a porre in risalto, in misura sempre più accentuata, gli aspetti qualita-
tivi dell'intervento. Non si tratta soltanto, come era logico che fosse nelle
fasi iniziali della politica meridionalista, di garantire nel Mezzogiorno,
considerato quasi come una unità economica a se stante, determinati li-
velli di investimenti ed un rilevante incremento di posti di lavoro. Quel
risultato è stato certamente ottenuto con il concorso rilevante dell’impresa
pubblica ; e, proprio per questo siamo oggi in grado di fare un altro passo
avanti ; dar luogo nel Mezzogiorno ad uno sviluppo industriale diffuso,
mediante la creazione di un numero rilevante di unità tecnologicamente
avanzate, aventi mercato internazionale oltre che nazionale.
Un mercato avente tale natura e tale dimensione — ha detto ancora
l’onorevole Moro — è necessario, se si vuole pervenire ad un pieno impegno
della forza di lavoro che è ancora inutilizzata nel Mezzogiorno. Questa
l’intuizione di fondo del pensiero meridionalista nei suoi sviluppi più re-
centi : essere, cioè, lo sviluppo del Mezzogiorno in funzione non solo e
non tanto di una politica di aiuto o di leggi speciali, ma di scelte generali
di politica economica dello stato italiano, scelte che sono oggi dominate
dai due grandi indirizzi presi agli inizi della ricostruzione bellica : una
crescente inserzione nel mercato mondiale (e in primo luogo l’adesione al
mercato comune europeo), ed un vigoroso impulso al processo di industria-
lizzazione del Mezzogiorno.
Oggi, come ieri, si impone dunque una visione globale dei problemi
dello sviluppo ; ma questa si afferma in una situazione in cui il sistema
economico meridionale non è più — come nel passato — una appendice inerte
da sollecitare con scelte per così dire ‘‘esògene” al sistema stesso, ma un
elemento dinamico, autopropulsivo, sempre più strettamente integrato
nell'economia nazionale. Acquistano in tal contesto grande importanza
le politiche atte ad aumentare la produttività generale e quindi la capa-
cità di sviluppo della economia meridionale.
Fondamentale, a questo riguardo, l’integrazione del Sud nel sistema
autostradale nazionale. Le regioni meridionali disporranno a fine 1969
oltre che del collegamento rapido con il Nord per mezzo dell'autostrada
adriatica Bologna-Bari, anche dell’asse Napoli-Bari, che realizza il
primo collegamento veloce tra î maggiori centri industriali interni al Mez-
zogiorno, e tra essi e il Nord, attraverso l’autostrada del sole.
Parlando di collegamenti tra Nord e Sud, il pensiero corre inevita-
bilmente all'esperienza delle ferrovie che consentirono l'afflusso al Nord
dei prodotti agricoli del Mezzogiorno, ma anche l’invasione del Sud da
parte dei prodotti industriali del Nord. Ma la situazione di oggi è, per
il Sud, molto più complessa e ricca di prospettive. Le autostrade tirrenica
e adriatica faciliteranno certamente, come già fecero le ferrovie, l’afflus-
so dei prodotti agricoli al Nord e nei paesi europei ; apriranno altresì il
Sud a quel flusso turistico estero che fino ad oggi lo ha raggiunto nella
misura di appena il 10 per cento. Ma, d’altra parte, il Mezzogiorno verrà
integrato nel sistema nazionale di trasporti veloci, in una fase di sviluppo
industriale in atto. In tale contesto, la riduzione dei costi dei trasporti
tra Nord e Sud dovrebbe accentuare la formazione nel Sud di un moderno
sistema industriale a mercato nazionale ed internazionale, stimolando al
massimo il reciproco flusso di capitali, di nozioni, di tecniche, di esperienze,
essenziali allo sviluppo armonico di tutto il sistema. E lo stesso discorso
vale per l’asse Napoli-Bari, strumento indispensabile per l'allargamento
del mercato e per l’unificazione economica delle regioni meridionali. A
questo proposito non potrà non porsi, a breve scadenza, l'esigenza di in-
serire le regioni meridionali della Puglia în tale moderno sistema viario.
Queste brevi considerazioni adombrano sufficientemente, credo, il ruolo
fondamentale dell’impresa pubblica, quando esso assume la struttura di
un grande gruppo polisettoriale quale è l’ IRI, nel quale confluiscono în
un insieme coordinato alte qualifiche tecniche affinatesi in una molteplicità
di settori, sorretti da una rilevantissima capacità di credito atta a solle-
vare il tesoro dello stato da impegni finanziari che esso non sarebbe oggi
in grado di sopportare.
Un discorso sul ruolo dell'impresa pubblica polisettoriale, investe,
peraltro, altri due temi di capitale importanza per la modernizzazione e
l’integrazione, a livello nazionale ed internazionale, della industria me-
ridionale. Sono î temi della formazione del fattore umano e della espor-
tazione.
Sotto il primo profilo si avverte in questo momento la necessità, oltre
che di programmi più ampi, anche di impostazioni nuove. È la esigenza,
cioè, di garantire una formazione per quanto possibile integrata in un
senso, potremmo dire, sia verticale che orizzontale. In senso verticale,
in quanto si estenda dalle maestranze ai tecnici medi e superiori, anche
nella prospettiva della prossima riforma degli studi e delle carriere uni-
versitarie. In senso orizzontale, in quanto garantisca al lavoratore una
formazione non specialistica, ma per quanto possibile polivalente in una
vasta gamma di mestieri ; in quanto crei una manodopera qualificata
non nella prospettiva di utilizzazione da parte di questa o di quell’azienda,
ma nel quadro delle esigenze di sviluppo di una determinata zona.
Tale organico impegno — ha aggiunto il presidente del consiglio —
riflette, in particolare, le dimensioni e le possibilità di un grande gruppo
integrato ; ne sono, d’altra parte, la dimostrazione le esperienze avviate,
in questo campo, nei centri IFAP di Napoli e di Taranto, la scuola piloti
di Brindisi nonché, in un campo che travalica definitivamente la prospet-
tiva aziendale e di gruppo, l'iniziativa avviata a Taranto per individuare
i ragazzi particolarmente dotati, garantendo loro l’assistenza, in tutti
i campi, nel corso della loro futura carriera scolastica. E qui l’ IRI, alle
cui grandi benemerenze desidero scandire il devoto omaggio, come ai suoi
dirigenti (voglio ricordare il compianto indimenticabile Salvino Sernesi),
ed alle sue capacissime maestranze, tra le quali sono i caduti sul lavoro,
tutti presenti oggi nel nostro spirito, deve rispondere all’aspettativa del
governo. Esso attende un contributo che vada al di là delle pur rilevanti
esigenze del gruppo, un contributo che valga a creare una maggiore dispo-
nibilità di quel fattore umano che si richiede per uno sviluppo industriale,
il quale deve rispondere a due esigenze : un massimo di rapidità ed un
altissimo grado di competitività con i più avanzati distretti industriali
dell'Europa occidentale.
Il discorso sulle esportazioni si ricollega direttamente alle conside-
razioni svolte in precedenza sulla linea attuale della politica meridiona-
lista: dotare il Mezzogiorno di strutture industriali tecnologicamente
avanzate significa dar vita ad unità di produzione dotate di rilevanti
capacità ; più precisamente, di capacità che spesso eccederanno le possi-
bilità di assorbimento addizionali che oggi presenta, non solo il mercato
meridionale, ma l’intero mercato nazionale.
Sviluppo industriale e sviluppo delle correnti di esportazione devono
quindi procedere insieme. In mancanza infatti di mercati esteri di collo-
camento della nostra futura produzione, le unità non potranno trovare
il loro interno equilibrio. E, in conseguenza, il moto di sviluppo sarebbe
destinato a rallentarsi e forse ad arrestarsi.
Ora, noi sappiamo quanto .sia importante nell’economia dell’odierno
commercio internazionale la capacità dei paesi esportatori di presentare
programmi di vaste dimensioni, che rispondano alle complesse esigenze
dei paesi che si pongono oggi sul piano di una politica di sviluppo. L’IRI,
che ha già compiuto qualche prima esperienza a questo riguardo, dovrà
portarsi al livello dei grandi gruppi esportatori operanti sul piano mon-
diale, cioè di gruppi che nel nucleo centrale sono dotati di tutte le quali-
fiche tecniche e finanziarie necessarie per la elaborazione di progetti che si
pongono come elementi decisivi del processo di sviluppo dei paesi nuovi e,
al tempo stesso, come apporto rilevante alle esportazioni del proprio paese.
E anche qui, come per la formazione del fattore umano, occorre che l’ IRI
si dia carico, non solo delle esigenze, pur vaste, delle unità di produzione
di cui è responsabile, ma anche di quote non irrilevanti del restante sistema
industriale meridionale.
Vorrei, ora, tirare le fila di queste considerazioni. Il nostro incontro
di oggi è un incontro importante ; lo è perché inauguriamo una di quelle
opere che aprono una fase nuova nella vita economica del nostro Mezzo-
giorno, nella vita economica di tutto il Mezzogiorno. Perché siamo di
fronte, non ad una zona privilegiata e chiusa, ma ad un centro motore,
nella sua imponenza, della generale espansione economica e sociale della
terra e della gente meridionale. La concentrazione è uno strumento tecnico
appropriato per una realizzazione, ch’è il nostro obiettivo, di giustizia
per tutti.
Cerimonie come questa hanno un significato che non si può non de-
finire esaltante. Sono, in un certo senso, un ponte obbligato fra il pas-
sato e l’avvenire, che ci porta a guardare che cosa abbiamo fatto e che
cosa dobbiamo ancora fare. Ebbene, mai come in questo momento, dopo
quindici e più anni di vita democratica, di faticose acquisizioni ed espe-
rienze, avvertiamo, con evidenza impressionante, che la soluzione del
problema meridionale è alla portata del nostro paese, delle sue capacità
tecniche, economiche, intellettuali. Della sua maturità e capacità politica.
Della sua compiuta visione di una democrazia sostanziale, fondata sulla
libertà e sulla continua e generale espansione della dignità umana.
Lunga è la strada ancòra da percorrere ; nuovi e sempre più avan-
zati i problemi ed i termini di riferimento, sempre più complessa e delicata
l’utilizzazione degli strumenti, per quanto riguarda la direzione delle
iniziative a livello centrale e locale, l'assistenza ‘globale’ dell’agricoltura,
le scelte urbanistiche, le linee dello sviluppo industriale.
Crediamo, d’altra parte, con assoluta convinzione, che l’impresa
pubblica, quale essa si è venuta a formare nel nostro paese, sarà anche
nei prossimi anni uno strumento indispensabile della politica economica
dello stato democratico. E la natura della funzione che essa deve svolgere
è indicata dalla circostanza che i suoi compiti ed i suoi risultati non posso-
no ormai più misurarsi soltanto in termini di capitali investiti e di posti
di lavoro creati, ma anche, e forse soprattutto, nella sua capacità di inte-
grarsi prontamente nell’azione di governo nei punti ove questa azione
richiede l’apporto spesso decisivo dei fattori che solo il mondo di esperienze
della moderna produzione industriale può dare.
Ho già detto, delineando in parlamento il programma di governo ed an-
che in occasione di altra cerimonia inaugurale, che dava essa pure la chiara
visione della perfezione tecnica e dell’efficienza economica della impresa
pubblica, che l’intervento di essa non ha alcuna pretesa di esclusività, ha
una sua ragione giustificativa che queste stesse imponenti realizzazioni
chiariscono e sottolineano, fa necessariamente riferimento, dovunque in
Italia ed anche, sia ben chiaro, nel Mezzogiorno, all’impresa privata,
alla capacità e volontà di iniziativa dei liberi operatori nel vasto campo
di azione che il sistema costituzionale e una equilibrata visione del feno-
meno economico ad essi riserva.
Mi sia consentito — ha detto ancora l’onorevole Moro — di guardare
dunque in questo momento a questo sistema nel suo complesso, alla genialità
creatrice dell'impresa, inserita in un libero e sempre più vasto mercato,
alle risorse di una tecnica avanzata, alla grande riserva, economica e mo-
rale, di forze di lavoro tutte impegnate nel processo di sviluppo e nel per-
fezionamento, a livello sempre più alto, del nostro paese. Un mondo eco-
nomico, nel suo complesso, che già sente e più deve sentire e sentirà per
maturata convinzione, la correlazione tra espansione economica e svi-
luppo sociale e politico, la responsabilità non soffocatrice, ma propulsiva
dei pubblici poteri, e perciò in definitiva il posto che spetta, in significativo
rilievo, a lavoratori ed operatori, privati e pubblici, nella vita nazionale.
Il più alto ed organico sviluppo della ricerca scientifica, la incontestabile
espansione e qualificazione della scuola italiana a livelli che sembravano
ancora qualche anno fa inattingibili e che vanno valutati, anche nelle
nuove prospettive di sviluppo, in raffronto alle disponibilità complessive
del reddito nazionale, la più ordinata ed organica predisposizione dell’evo-
luzione economica nell’àmbito di un programma razionale ormai in via
di definizione, il contesto più libero e civile nel quale ogni iniziativa or-
mai si esplica nel nostro paese, ci danno la certezza che lo straordinario
progresso già registrato in questi anni continuerà in modo sempre più or-
dinato ed efficace, trasformando profondamente la società italiana, senza
alterarne i valori di fondo.
9
Dinanzi a realizzazioni così imponenti, frutto di genialità, di de-
dizione, di impegno, di fiducia nell’avvenire, tendono a dissiparsi le gravi
preoccupazioni che hanno pesato su di noi e che non abbiamo nascosto al
popolo italiano, chiamato ad assumere la sua parte di sacrificio e di re-
sponsabilità. Ebbene, i frutti di questo impegno comune, di questa solida-
rietà operosa fatta di consapevolezza, di misura, di tenacia, di fede, già
possono essere còlti. E si può dire che siamo sul punto di superare, abbiamo
probabilmente superato il momento più difficile della nostra esperienza di
economia în crisi, affrontata con coraggio e ferma determinazione. Dopo
aver messo ordine nelle nostre cose, avendo presenti i mòniti che quel che
è accaduto ci lascia, sia in ordine alle deficienze strutturali da correggere,
sta în ordine al quadro di stabilità monetaria, e quindi al movimento ra-
zionale di tutti i fattori della produzione, possiamo di nuovo andare avanti
e guardare lontano. Andare avanti con î nostri mezzi, nella consistenza
che può e deve essere progressivamente accresciuta del risparmio nazionale
e con l’assistenza che il mercato estero continuerà a fornirci. Abbiamo
infatti fondati motivi di credere che, se la politica di accelerato sviluppo
alla quale miriamo si attuerà nella cornice del mantenimento della stabi-
lità monetaria, non mancheranno le necessarie integrazioni di capitali
da parte di stati amici e di organizzazioni internazionali.
Possiamo e dobbiamo andare avanti dunque, e guardare lontano. Di-
cevo a Firenze, mentre si spiegava ormai compiuta dinanzi a noi la grande
autostrada unificatrice, fonte di ricchezza, di civiltà, di intensa collabo-
razione tra i popoli, e ripeto a Taranto, dinanzi a questa nuova straor-
dinaria realizzazione dell’ IRI, ripeto in questa terra del Mezzogiorno,
non più soffocata e chiusa ai margini della patria italiana, che non è in
vista la decadenza del paese, ma, con tutta evidenza, il suo sviluppo ed
il suo progresso. Con queste opere, e per quel che esse testimoniano, signi-
ficano e fanno sperare, l’Italia si inserisce ogni giorno di più, colmando
rapidamente dislivelli e disarmonie, fra i grandi paesi liberi e civili del
mondo. Acquisisce essa, ha già acquisito anzi, i titoli di dignità e di livello
di vita per entrare da eguale, e con la necessaria forza competitiva, nelle
crescenti e vitali interdipendenze internazionali che caratterizzano il
mondo di oggi. Un mondo chiamato all’assimilazione ed alla integrazione
in un processo di espansione di straordinaria incisività ed efficacia. Non è,
sia detto fermamente, con una politica costrittiva e chiusa che si giunge
ai più alti livelli della civiltà moderna. È con una politica di apertura,
di competizione, di intese che diano all’ Italia un respiro europeo e mondiale,
e soprattutto in un regime di libertà che il paese sale, come noi vogliamo,
e prende il suo giusto posto nella storia del mondo. Non la decadenza, ma
il progresso è l’espressione ed il frutto della democrazia italiana. Una
democrazia în forza della quale ogni uomo ed un intero popolo è padrone
del proprio destino. Una democrazia nella quale un potere distribuito
e diffuso, non per la forza del numero, ma della suprema ragione di dignità
che è în ogni uomo, opera per assicurare, nella libertà, piena giustizia ai
settori dell’attività produttiva, alle categorie sociali, alle regioni, a tutte
le regioni, del paese.
Questi — ha concluso Moro — sono gli alti obiettivi che noi ci pro-
poniamo e che il popolo italiano consentirà di attingere, garantendo le
libere istituzioni, la stabilità politica, l’impulso di una forte iniziativa
rinnovatrice e di progresso. In queste condizioni possiamo davvero guar-
dare lontano, inserendo una nuova e vitale prospettiva nella continuità
ideale della nostra storia.
IO
UNA INIZIATIVA ITALSIDER PER LA DIFFUSIONE DEL LIBRO
LEZIONI ALLA SORBONA
EDINDUSTRIA EDITORIALE - ROMA
L'iniziativa di offrire ogni anno in dono a tutto il personale del-
l’ Italsider un volume-strenna realizzato appositamente per questo
scopo ha trovato sino ad oggi larghi consensi tra i lettori interni ed
ha suscitato molto interesse anche all’esterno dell’azienda.
Si può dire che i quattro volumi-strenna usciti negli scorsi anni
hanno assolto la precisa funzione per cui erano stati pensati: stimo-
lare l’interesse per il libro e avvicinare alla lettura nuovi strati di persone.
Ricorderemo che si cominciò nel 1960 con una raccolta di racconti
ispirati al mondo del lavoro (“I giorni di tutti”); l’anno successivo,
nel centenario dell’ Unità, fu affidato a Carlo Bo l’incarico di riunire
i più significativi racconti di ispirazione risorgimentale (‘Racconti
del Risorgimento”); nel 1962, prendendo le mosse da un'iniziativa
che portò il Teatro Popolare Italiano in tournée in tutti gli stabilimen-
ti, si riunirono in volume cinque opere teatrali di epoche diverse (“Cin-
que modi per conoscere il teatro”); nel 1963, il campo degli interessi
fu allargato dalla letteratura alla scienza con un volume che si pro-
poneva, attraverso scritti divulgativi, di fare il punto del progresso
scientifico e tecnico (“L’uomo, l’universo, la scienza”).
Nelle librerie degli operai e degli impiegati si andarono così alli-
neando, di anno in anno, i volumi dell’ Italsider. Erano volumi rile-
gati, con sopraccoperta colorata e illustrazioni in bianco e nero e a
colori, non però libri da vetrina, da strenna natalizia, non libri da
sfogliare, ma con un contenuto e un indirizzo ben preciso: quello di
fornire suggerimenti culturali e di esprimere delle idee.
Ma l’iniziativa del libro-strenna doveva essere considerata solo il
primo passo di una più vasta e articolata azione culturale. In questa
direzione l’ Italsider era confortata e spinta a proseguire dal consenso
e dalle esortazioni che le giungevano da molte parti.
Il fatto che i volumi-strenna fossero distribuiti come omaggio,
infatti, costituiva di per se stesso un limite all’efficacia dell’azione.
Il volume regalato, non frutto in qualche misura di una scelta perso-
nale, non è ancora completamente “libro”.
La seconda fase dell’azione da svolgere era quindi quella di sti-
molare, con opportune iniziative, i lettori ad «equiszare libri.
Furono presi contatti con vari editori, per raccogliere suggeri-
menti e per individuare una formula editoriale che potesse permettere
di raggiungere, nel modo più efficace, le nuove finalità. Si decise, con-
temporaneamente, di svolgere attraverso i circoli un’inchiesta fra
tutto il personale dell’azienda, per conoscere le preferenze nel campo
delle letture di ogni lavoratore, dovunque risiedesse e quale che fosse
il suo tenore di vita.
EDINDUSTRIA EDITORIALE - ROMA
Le copertine dei due primi libri
1 della nuova collana Italsider.
Le risposte all’inchiesta “per una biblioteca” hanno fornito un
orientamento preciso. Le materie proposte all’attenzione del nostro
pubblico erano nove (cinema e teatro, economia, arti figurative, libri
di carattere pratico, esplorazioni e viaggi, storia, biografie, scienze,
narrativa) e gli argomenti specifici, articolati attorno ai temi di più
diffuso interesse, ventisette. Ogni intervistato doveva inoltre indicare
il “prezzo medio ideale di un libro” e rispondere se preferiva conti-
nuare a ricevere il libro-strenna o acquistare nel corso dell’anno “di-
versi libri a un prezzo di particolare favore”.
L’analisi meccanografica dei risultati rivelò che le opere narrative
erano le preferite (17,52 per cento dei voti), seguite a brevissima di-
stanza da quelle di storia (16,57 per cento). Venivano poi le scienze
(14,45 per cento), libri di esplorazione e di viaggi (14,18 per cento),
i libri di carattere pratico (10,93 per cento) e quindi quelli di economia
(9,41 per cento), e i libri riguardanti cinema, teatro e arti figurative
(12,75 per cento). Tra i ventisette argomenti specifici proposti, nel-
l’àmbito delle nove materie indicate, quello che riscuoteva i maggiori
consensi era la storia contemporanea.
Di fronte alla scelta tra il libro-strenna, ricevuto gratuitamente, e
più libri da acquistare a un costo molto basso, la risposta è stata par-
ticolarmente netta. L’ 86,20 per cento ha risposto di volere diversi
libri a basso costo, mentre il 12,49 per cento ha dichiarato di preferire
il libro-strenna.
L’esito dell’inchiesta offriva indubbiamente elementi di valutazione
che avevano l’importanza di un “test” sull’indirizzo del pubblico che
legge o che vuol leggere. Per la prima volta era possibile elaborare
piani editoriali non fatalmente arbitrari, ma determinati da una ragio-
nata presa di posizione del “pubblico” al quale ci si intendeva rivolgere.
In base alle indicazioni emerse dal sondaggio si giunse alla defi-
nizione di un preciso progetto: una collana ‘‘economica” appositamen-
te studiata per il personale della nostra società.
È così nata la nuova “collana Italsider”. Essa consisterà, come
ormai tutti hanno potuto apprendere sia dai manifesti diffusi nelle varie
sedi e stabilimenti, sia dalle note redazionali contenute nel primo
volume, in una serie di dieci libri che usciranno mensilmente (con
una pausa estiva) a partire dal gennaio 1965, per un totale di dieci
volumi all’anno, più un libro-strenna natalizio.
I dieci volumi verranno offerti in vendita al personale mediante un
“abbonamento” che, in via sperimentale, viene fissato a sole mille
lire da trattenersi sulle competenze mensili in ragione di cento lire
al mese. Non si potranno acquistare libri singoli.
La consuetudine del libro-strenna di fine anno è stata conservata.
Si sta però considerando l’eventualità, a partire dal Natale 1965, di
dare in omaggio l’undicesimo volume solo a coloro che si saranno
abbonati alla collana. Si è infatti indotti a presumere che chi non ha
interesse ad acquistare dieci volumi l’anno ad un prezzo bassissimo
non abbia neppure alcun interesse a ricevere il libro-strenna.
Il Natale 1964 ha visto così, con la distribuzione del quinto libro-
strenna a tutto il personale, anche l’inizio della nuova collana.
Quali caratteristiche hanno i nuovi libri dell’ Italsider? Vediamo
innanzitutto la “veste” con cui si presentano. Il principio informa-
tore al quale ci si è attenuti è stato di offrire ai lettori libri di duecento-
cinquanta-trecento pagine che pur avendo un prezzo estremamente
“popolare” (cento lire), si presentassero in veste migliore delle correnti
collane economiche, che hanno in ogni caso un prezzo molto superiore.
È mutato il formato, che è più piccolo di quello dei precedenti libri,
e la rilegatura è stata sostituita da una solida “brossura”, ma la qualità
ottima della carta è rimasta immutata, come immutata è la qualità
“tipografica” dei volumi, con caratteri nitidi e piuttosto grandi e
quindi ben leggibili, margini ampi che danno un buon respiro alla
pagina: tutti elementi, insomma, che non si ritrovano nelle normali
edizioni economiche, nelle quali gli editori sono costretti a compiere
miracoli per mantenere i costi (e quindi i prezzi di vendita) entro li-
miti, appunto, economici.
E veniamo al contenuto. Per la scelta degli argomenti ci si è attenuti
alle indicazioni emerse dall’inchiesta. Per il primo volume si è così
deciso di puntare sull’argomento specifico che ha ottenuto il più alto
ìndice di gradimento: la storia contemporanea.
Ma quale aspetto della più recente storia doveva essere illustrato?
Il fascismo? Il nazismo? L’ultima guerra mondiale? La guerra fredda?
Si fu tutti d’accordo che doveva, intanto, essere storia del nostro
paese. C’era un piccolo libro, di uno storico italiano immaturamente
scomparso nel 1960, pubblicato postumo dall’editore Einaudi, che
sembrava fatto apposta per le nostre esigenze: quelle di diffondere
libri nei quali il tema fosse trattato con uno stile piano e obiettivo e,
per quanto possibile, privo di tecnicismi, in modo da essere compren-
sibile al maggior numero di lettori (era, tra l’altro, un libro di cui,
su questa stessa rivista, ci eravamo occupati un paio di anni fa).
Il primo libro fu così “L’Italia contemporanea”, una raccolta dei
testi di dodici lezioni sugli avvenimenti politici italiani tra il 1918
e il 1948, tenute a Parigi, in francese, per gli studenti universitari
dell’ Istituto di studi politici della Sorbona, da Federico Chabod.
Nome, questo, certamente sconosciuto alla maggioranza degli italiani,
ma ben noto agli studiosi di storia, e anche a molti di coloro che eb-
bero modo di partecipare alle vicende della nostra Resistenza.
Chabod, nato ad Aosta nei 1901, professore di storia moderna
all’università di Roma, aderì, durante il periodo della lotta clandesti-
na, al partito d’azione, « proprio per quanto quel partito significava,
agli occhi di tanti intellettuali italiani antifascisti, di richiamo alle
tradizioni democratiche risorgimentali », come osservava Sergio Ber-
telli, allievo di Chabod, in una nota critica sul libro postumo del suo
maestro pubblicata nel numero 5 del 1961 della Rivista Italsider.
« Eppure in queste sue lezioni — sono sempre parole di Bertelli egli non
commette l’errore di prospettiva di considerare quel partito come il ful-
cro della battaglia politica di quei primi anni di questa nostra rinnovata
democrazia, né a caso, invece, egli insiste nel sottolinearne, soprattutto,
il carattere di “gruppo”, di “movimento” più che non di “partito” ».
Abbiamo ricordato questo giudizio per porre in risalto ciò che,
crediamo, apparirà evidente ai lettori delle lezioni di Chabod: lo scru-
polo dello storico, nel trattare avvenimenti così recenti, dei quali
egli stesso è stato protagonista, di spogliarsi di ogni simpatia politica,
pur senza rinunciare a dare un proprio giudizio dei fatti.
L’impresa più difficile, per uno storico, quella di parlare con sere-
nità del tempo in cui è vissuto, sembra dunque essere riuscita piena-
mente a Chabod. Per questo motivo, il primo volume della collana,
come è detto nella scheda introduttiva del libro, «appare particolarmente
prezioso per chi voglia accostarsi alla comprensione di fatti che molti
hanno vissuto e sofferto e altri, i più giovani, forse non conoscono ».
Il secondo volume della collana, che uscirà nel prossimo gennaio
e sarà il primo “acquisto” degli abbonati, avrà un curioso titolo:
II
“Da Olimpia a casa mia”, e tratterà in modo insolito un argomento
che ha molti appassionati: lo sport. Non sarà, come il libro dello Cha-
bod, la ristampa di un libro già esistente, ma un libro pensato e fatto
apposta per i nostri lettori (come lo saranno, in seguito, quasi tutti
i volumi della collana). Sarà a suo modo anche questo un libro di
storia; storia, per intenderci, dell’evoluzione del concetto stesso di
competizione e di passione agonistica individuata, attraverso « tremila
anni di cronache sportive », negli scritti di oltre sessanta autori di
ogni tempo, da Omero a Saba, da Senofonte a Campanile, da Hemin-
gway a Malaparte, da Pausaniaa ‘Carlin, mescolati assieme in un sin-
golare, spregiudicato viaggio attraverso gli stadi di quasi trenta secoli:
dall’agonismo degli antichi eroi al tifo davanti al video.
L’argomento è vasto quanto il periodo che gli autori, Gigi e Ma-
riangela Ghirotti, hanno preso in esame. Un esame svolto non con gli
occhiali del pedante o dell’erudito (la tentazione poteva essere facile),
ma con il piglio agile e svelto del giornalista (giornalisti, difatti, sono
entrambi gli autori), attento a cogliere nel fatto di cronaca di ieri o
di oggi un significato più ampio, l’eco, appunto, di un’epoca.
Mentre si preparava questo libro — è detto nella scheda di presen-
tazione del volume — tutta la gigantesca macchina dell’informazione
moderna era mobilitata per far giungere ad ogni uomo sulla terra,
che avesse occhi per vedere e orecchi per ascoltare, l’ultima notizia
delle Olimpiadi di Tokio, l’attimo finale di ogni gara, il respiro mozzo
del maratoneta, l’urto dello schermidore nell’ “a fondo” decisivo.
Uno sforzo immenso e mirabile, un’epopea di satelliti artificiali
e di telescriventi per abolire tempo e spazio e far vivere a ciascuno di
noi, seduto in pantofole davanti al televisore, l’esaltazione dell’ago-
nismo nella sua espressione più nobile.
“Da Olimpia a casa mia”, dunque, non vuol essere soltanto una
“cavalcata” storica tra le più belle pagine dello sport di ogni tempo,
ma dare anche il senso di un costume ed esprimere, a suo modo, una
moralità. Dall’atleta che lotta per la corona d’alloro al calciatore
professionista con stipendio e assegni familiari, è tutta un’evoluzione
che ci conduce allo sport inteso come esaltazione rituale di fine setti-
mana o, peggio, come “consumo” solitario davanti al piccolo schermo
tv. Non è, questa, una conclusione amara sullo sport ridotto a puro
fatto passivo, ma l’avvìo a un discorso più ampio. Il libro si chiude,
così, con un inedito di Italo Calvino — un racconto, non una cronaca —
dove lo sport sembra riproporsi nella sua funzione rasserenante e
liberatrice.
Nei mesi successivi, la ‘collana Italsider”” si arricchirà di altri vo-
lumi, nei quali gli abbonati troveranno trattati, in linea di massima,
i seguenti argomenti: /e idee politiche attraverso i secoli; la lingua italiana
per tutti; come si fanno i conti în tasca allo stato; costruire la città per
l’uomo di oggi; la professione di mio figlio; gli alti e bassi dell’ economia;
origini e storia dei movimenti sindacali; le fonti di energia; la storia della
Chiesa; Dante, la “Commedia” e il suo tempo; le origini della seconda
guerra mondiale; introduzione alle macchine che pensano; usi e costumi del-
l'italiano d'oggi; l'esplorazione dello spazio.
Come si vede, i temi preferiti tra quelli a suo tempo proposti nel-
l’inchiesta “per una biblioteca”, torneranno concretati in libri, molti
dei quali scritti apposta, come s’è detto, e questo non per vuota pre-
sunzione, o per smania di fare del nuovo, ma perché il mercato normale
non offre, per certi temi, testi scritti in forma chiara, facilmente acces-
sibili a lettori “nuovi” e tuttavia desiderosi di una seria infor-
mazione.
Va sottolineato, a questo proposito, che la realizzazione della col-
lana, in collaborazione con Edindustria, la società editoriale dell’ IRI,
è affidata ad un comitato redazionale di cui fanno parte anche impiegati
e operai di varie tendenze. Crediamo non sia presunzione esprimere la
fiducia che il comitato svolgerà un lavoro dal quale sortiranno utili
suggerimenti non soltanto per la collana ma per l’intera editorìa popo-
lare italiana.
L’esperimento che si sta compiendo all’ Italsider, in altre parole,
mirando ad allargare le frontiere del pubblico che legge e a proporre
il libro come uno strumento indispensabile a tutti per affrontare i pro-
blemi del nostro tempo, potrà costituire una nuova importante espe-
rienza per gli editori italiani, nei quali, proprio per questo motivo,
la nostra società è certa di poter trovare una preziosa collaborazione.
12
EDITORIA POPOLARE INGLESE
di Germano Facetti
Un paradosso particolare della nostra epoca potrebbe essere de-
sunto dalla quantità di carta stampata per ogni abitante, in rapporto
agli usi, scopi e necessità realmente esistenti.
Necessità di mercato e di concorrenza saturano completamente
certi settori (per esempio il rotocalco periodico) mentre è nota l’impos-
sibilità di produrre libri di testo universitari a prezzi accessibili alle
grandi maggioranze.
Il paradosso è nel fatto che i costi di produzione di alcuni rotocal-
chi, consumo mensile di qualsiasi massaia europea, sono superiori,
come totale investimento economico, alle somme necessarie per com-
piere e produrre testi universitari economici. Ciò sarebbe normale se
nelle nuove università e scuole d’Asia e d’Africa gli studenti dispo-
nessero degli stessi mezzi economici degli studenti europei. Invece è
il caso opposto ed accade che un testo slabbrato sia diviso in dispense
per permetterne ““godizzento a turno” ai trenta studenti di una intera classe.
Naturalmente non c’è nessuna ragione per cui l’editoria debba
rischiare investimenti a lunga scadenza ed a basso profitto. È piuttosto
prevedibile una larga diffusione di testi universitari russi e cinesi re-
datti in inglese o spagnuolo.
D'altra parte una vivace gara è in corso nel campo delle edizioni
economiche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti ed il momento è
vicino in cui si pubblicherà una edizione economica ad alte tirature
simultaneamente ad una edizione rilegata, su carta migliore, dello stesso
testo.
Questa distinzione non sarà più fatta per ragioni di classe (libro
tascabile per certe persone, edizione di lusso per altre) ma per ragioni
pratiche: maggior durevolezza e solidità per le migliaia di copie de-
stinate alle librerie scolastiche o comunali o collettività dove il mol-
teplice uso è fattore sensibile, mentre le decine o centinaia di migliaia
per il lettore individuale saranno pratiche, maneggevoli ed ottenibili
a prezzi insensibili anche al bilancio più modesto.
Nelle dichiarazioni pessimiste sulle sorti della cultura in generale
e dell’editorìa in particolare, ci si dimentica spesso di comparare la
quantità e la varietà di ciò che è accessibile oggi in confronto con mez-
zo secolo fa: oggi uno studente inglese ventenne, di umili condizioni
può possedere senza sforzo alcune centinaia di volumi, mentre nel
1914 la stessa persona avrebbe dovuto consultarli in biblioteca.
Concesso che l’evoluzione economica e l’accelerazione dei processi
produttivi abbiano contribuito a questa abbondanza, fermo rimane
il fatto che sempre più grandi quantità di libri sono acquistati da
giovani.
Non è quindi sorprendente che una nuova traduzione della Odis-
sea venda un milione di copie e che una saggia politica di scelta edi-
toriale per libri popolari debba curare simultaneamente manuali tec-
nologici o sportivi da una parte e testi di poeti Zen o Simbolisti dal-
l’altra.
È recente, in Inghilterra, da parte di numerose vecchie case edi-
trici, la creazione precipitosa di nuove serie di “tascabili”. In sostanza
si tratta della conversione in brossura dei titoli già apparsi in veste
rilegata, ma nonostante la sostanza commerciale di questo sforzo di
aggiornamento, un altro limite è rimosso agli orizzonti di scelta del
lettore. Distinguere tra l’attività “imprenditoriale” e l’opera “edito-
riale” (come è ancora intesa in Francia e in Italia) diviene sempre più
difficile.
Una politica editoriale è talvolta determinata da una organizzazione
“verticale”: la necessità di alimentare le macchine e mantenere le car-
tiere in esercizio diventa sempre più il fattore determinante di un
“prodotto” stampato e confezionato sui presunti gusti di un pubblico
che in realtà viene condizionato dal prodotto stesso.
Iniziative veramente nuove in questo campo sono assai rare nono-
stante il battere delle grancasse pubblicitarie e le apparenti economie
del prodotto.
Una riqualificazione è però prevedibile a breve scadenza, soprat-
tutto per quanto riguarda l’editorìa popolare. Può bastare l’esempio
simbolico dei periodici a rotocalco inglesi, scomparsi dieci anni or
sono per riapparire in scala minima come veicolo pubblicitario gratui-
to, mentre la varietà e la circolazione dei libri tascabili si moltiplicava
al di là di ogni ottimistica previsione.
Rimane posto il problema della differenza tra ciò che è “vol/uttuario”
in dati paesi, classi o situazioni sociali, e “necessario” in altri.
Il comportamento dell’editorìia popolare nei prossimi dieci anni
potrebbe essere uno specchio della coscienza e della evoluzione so-
ciale dell’occidente e, in più di un senso, anche l’immagine dei debiti
dell’ Europa verso l’Africa e l’Asia.
0 The Pelican Gospel Commentaries 7/6
Saint Mark
____D.E.Nineham
Penguin(@)] Classics
PLUTARCH
FALL OF THE ROMAN
REPUBLIC
Editoria popolare inglese dei giorni nostri. Sei copertine, sugli
argomenti più diversi, dei “Penguin Books”. L'Inghilterra è
stata all'avanguardia delle iniziative per la diffusione popolare
del libro.
(CISTI) | è) [Gi FECi fe
SALLUST
JUGURTHINE WAR
CONSPIRACY OF CATILINE
Introducing
Rial
G. B. Harrison
13
14
OPERE GRAFICHE PER
Sedici tra i maggiori artisti italiani di ogni tendenza hanno col-
laborato alla realizzazione di un’originale iniziativa promossa dal-
l’ Italsider per avvicinare all’arte un pubblico nuovo, favorendo l’acqui-
sto di opere grafiche, numerate e firmate, da parte di operai e impiegati.
Il lancio dell’iniziativa ha coinciso con l’inizio dell’attività di un
nuovo circolo Italsider, inaugurato il 27 novembre scorso a Genova e
destinato al personale della sede e ai familiari, ma aperto anche ai la-
voratori degli stabilimenti sociali genovesi.
Finora il personale della sede centrale conosceva solo indiretta-
mente le molteplici attività dei circoli degli stabilimenti. Ora anche
in via Corsica c’è un centro, come sempre aperto anche ai familiari
e a ospiti esterni, in grado di svolgere una funzione analoga a quella
dei circoli fratelli. L'apertura del nuovo centro culturale, che com-
prende . sale per giuochi e per riunioni, incontri, corsi, dibattiti
e proiezioni, una biblioteca fin da questo momento abbastanza ag-
giornata specie per la narrativa, fornita di giornali, periodici e opere di
consultazione, ha coinciso — come s’è detto — con il lancio del “progetto
opere grafiche” alla cui realizzazione hanno collaborato alcuni tra i più
noti artisti italiani con un’opera grafica (litografia o serigrafia) che,
tirata in centottanta esemplari, sarà posta in vendita a tremila lire a
tutto il personale dell’azienda.
Oltre duemila opere originali di Ajmone, Carmi, Cazzaniga, Costan-
tini, De Witt, Dorazio, Fazzini, Greco, Guttuso, Luzzati, Maccari, Ma-
scherini, Pozza, Scialoja, Tabusso e Turcato potranno così essere acquista-
te, a prezzi bassissimi, dai lavoratori dell’Italsider, da Trieste a "Taranto.
Proprio perché viviamo in un mondo bombardato dalle immagini,
oggi è più urgente di ieri un’educazione alla visività. Parallelamente
all’azione grafica generale, all’opera intrapresa da questa rivista, alle
prime mostre organizzate attraverso i nostri circoli, ora i componenti
i vari livelli del personale dell’azienda, e in particolare i giovani, come
ha sottolineato il presidente dei circoli Italsider dottor Osti nell’illu-
strare il significato dell’iniziativa, sono posti in grado di portarsi a
casa opere di qualità selezionata, fatte appositamente per loro (cosa
assolutamente normale per un signore del Rinascimento) da artisti
variamente ma seriamente impegnati.
Educazione all’arte: questo, dunque, il significato del “progetto
opere grafiche” dell’ Italsider, diretto a far sì che la cultura artistica
esca dal ristretto àmbito di una “élite di privilegiati”, in cui spesso
appare confinata.
IL PERSONALE DELL'ITALSIDER
Giuseppe Ajmone: “Danza”
litografia - em 63,5 x 42
Eugenio Carmi: “Collage”
serigrafia - em. 48 x 27,2
Su questo aspetto educativo si è particolarmente soffermato, in
un suo ampio intervento, Carlo Ludovico Ragghianti, professore
ordinario all’università di Pisa, direttore de “La critica d’arte” e di
“Selearte”, ben noto sia per gli studi e le ricerche che da tempo viene
conducendo sulla teoria della storia dell’arte sia per l’attività pratica
che svolge proprio al fine di “popolarizzare” la cultura artistica.
«Tra le moltissime iniziative che si possono prendere per una
diffusione più autentica delle opere d’arte — ha esordito Ragghianti —
questa è certamente una di quelle che dà maggiori garanzie. Questo
proprio perché alcuni procedimenti operativi dell’arte figurativa come
quelli della grafica, litografia, incisione, calcografia, nelle sue varie
tecniche e aspetti, hanno la proprietà appunto di non essere riprodu-
zioni ma di essere opere d’arte dirette, tali che conservano la fragranza
dell'espressione artistica, non sono semplici ripetizioni o estensioni,
ma sono tutti originali anche se tirati in un certo numero di copie ».
Ragghianti ha poi fatto un approfondito esame, attraverso esempi
storici e filologici, dell’essenza vera dell’opera d’arte e del nostro
atteggiamento verso di essa. Ci sembra opportuno riportare quasi
integralmente la parte finale del suo intervento che riguarda più da
vicino il problema della nostra possibilità di “fruizione” dell’arte
contemporanea.
« Che razza di linguaggio è un linguaggio parziale, un linguaggio
che serve solo a certe cose ma è negato a certe altre, per cui l’uomo
non si esprime totalmente, non può esprimere la sua umanità totale? ».
«Questa proposizione che ad alcuni di voi suonerà nuova o più
che nuova paradossale e non tale da essere presa in seria considera-
zione - io non mi meraviglio badate - è invece il rispecchiamento
di una situazione storica della cultura la quale solo adesso comincia
a incrinarsi, a modificarsi e lo si vede da molti fatti (ne citerò due), e
da un antefatto, che citerò sùbito.
«L’antefatto è lo sviluppo della visibilità nel mondo moderno,
contemporaneo. Questo è un fenomeno che cade sotto l’esperienza
di tutti. Io ricordo che negli anni intorno al 1915, specialmente nella mia
città, una piccola città di provincia, la visibilità era nei monumenti,
nelle piazze, nei mercati. Questa era una visibilità contenuta in forme
quasi memorabili, perché questa vita era continuata e si trascinava
nelle stesse condizioni di un secolo avanti. La pubblicità, per esempio,
quasi non c’era. Essa si riduceva a cose molto modeste nella mia città;
a Parigi c’era una maggiore incidenza di questo tipo di comuni-
15
Il professor Ragghianti al circolo Italsider
parla dei problemi dell’educazione all’arte.
Pericle Fazzini: “Studio dell’ar-
tista” - litografia - em. 70 x 50
Flavio Costantini: “La rotonde
1917” . serigrafia - cm. 50 x 38
cazione visiva, di questa stimolazione dei desideri, delle passioni,
attraverso la pubblicità.
«In questi quaranta-cinquanta anni che cosa abbiamo visto, che
cosa si è sviluppato? I giornali erano senza figure; quasi tutto quello
che si apprendeva si leggeva. I libri di testo delle scuole erano senza
figure, erano pagine, pagine dense. La visibilità era poco sviluppata,
poco stimolata, e gli artisti, anche quelli che erano più professionisti
che artisti, quelli che facevano i ritratti alle signore per intenderci, e-
rano rari anche quelli.
« Gli impiegati, gli addetti alla visibilità erano un numero esiguo.
Pensate ad oggi. Noi non viviamo in un mondo di parole ma piut-
tosto in un mondo di immagini.
« L’immagine, la figuratività, la visività ha superato e quasi ha sosti-
tuito la verbalità, la lettura. C’è stato un fenomeno spontaneo, un
fenomeno che non ha caratterizzato soltanto questo secolo; vi sono
stati dei secoli, delle epoche, delle civiltà caratterizzate sommamente,
prevalentemente, da manifestazioni visive. L’antico Egitto, per esem-
pio, la stessa preistoria, nella quale noi non sappiamo se l’uomo, che
era certamente fonetico, avesse un’articolazione verbale pari alla ca-
pacità che dimostra quando fa le grandi pitture e affreschi delle grotte
che noi conosciamo e implicano senz’altro un possesso di facoltà
eccezionali.
«Ci sono state tante epoche, come il Rinascimento italiano, il
Rinascimento fiorentino, in cui non ci sono grandi poeti o grandi
figure di pensatori che possano stare alla pari con Donatello, Masaccio
o Brunelleschi. Anche quella è stata un’epoca prevalentemente visuale,
anche allora i valori umani espressi attraverso la visualità sono stati
prevalenti sugli altri, su quelli che sono stati espressi verbalmente.
«Questa enorme dilatazione della visività del mondo è avve-
nuta, è in corso e non accenna a sparire né a diminuire. Questo è
l’antefatto. Ora vengo ai due fatti. Da una parte c’è lo sviluppo
dell'educazione. Se compariamo quelli che erano ancora i cànoni
della scuola umanisticamente intesa, della scuola in Italia dopo la ri-
forma Gentile, quindi fino alla Liberazione, e all’estero fino agli inizi
di questo secolo, specialmente nei paesi anglosassoni e germanici,
se noi guardiamo a questo ciclo educativo, che cosa osserviamo?
L'esperienza del fanciullo, dallo svezzamento fino alla maturità ideo-
logica, era esclusivamente verbale; l’appello alle immagini era un
appello esterno, dimostrativo, esemplificativo. Chi di noi andava
Emilio Greco: “Giovinetta””
litografia - em. 49,5 x 31,6
Neri Pozza: “Rovine di Vicenza”
litografia - cm. 38 x 28,3
Emanuele Luzzati: “La torre di
Babele” - litografia - em. 67 x 44
a scuola e cominciava a disegnare e a scarabocchiare, praticava alla pa-
ri del balbettio infantile anche il segno, la grafica, espressa anche
in quel modo e non soltanto verbalmente, ma noi questa espe-
rienza la dovevamo mettere da parte come un infantilismo. I nostri
genitori, i nostri maestri ci dicevano quando si scarabocchiava: “Non
ti divertire, studia”. Perché il disegnare era ritenuto una distrazio-
ne. Proiettare la propria personalità, la propria psiche, in una forma
grafica anziché in una forma verbale, appariva un profondissimo
vizio dell'educazione. Soltanto coloro che avevano un’intensa voca-
zione o delle straordinarie capacità che gli venivano riconosciute, e
raramente gli venivano riconosciute, si avviavano all’arte.
«Facciamo il paragone con oggi. È stato fatto un grande pas-
so, forse non ce ne possiamo accorgere subito ma ce ne accorge-
remo certamente fra non molto tempo. L'istituzione della scuola
media unica d’obbligo, che speriamo al più presto possa essere conti-
nuata fino al diciassettesimo anno di età, ha confermato quello che
era già acquisito, cioè che l’esperienza del fanciullo nella scuola ma-
terna e nella scuola elementare deve andare alla pari: plastica, grafica,
scrittura, lettura, non facciamo più gerarchie tra queste espressioni
spontanee del fanciullo. Il maestro è tenuto ad obbedire piuttosto a
quella che è la manifestazione spontanea di questa attività e non
corregge o frena, ma lascia aperta l’anima del fanciullo verso pro-
spettive che secondo un motto vecchio e cristiano “per l’infanzia
sono sempre sacre”. Questo è un metodo che capovolge completa-
mente la situazione che noi avevamo. Se voi ora pensate e con-
siderate che questa esperienza della visività attiva, cioè come espe-
rienza diretta, è anche aiutata a formarsi, a svolgersi, a precisarsi nel
fanciullo e ha sostituito quello che per noi era un divieto e un giudi-
zio negativo dell’esperienza grafica spontanea, voi vedete anche per-
ché sia ancora necessariamente, inevitabilmente, così diffusa l’idea
che con il linguaggio verbale si fa tutto e con il linguaggio grafico
si fanno soltanto alcune cose. Questo appunto era il pregiudizio
relativo all’insufficienza, all’incapacità, ai limiti dell’espressione gra-
fica spontanea dell’uomo che aveva prodotto l’indebito innalzamento
della parola. Anche nella scuola abbiamo visto e riconosciuto questo
cànone estetico che non distingue e soprattutto non gerarchizza tra
queste espressioni. Esso è stato accolto nella nostra scuola come è già
tradizione in molti paesi occidentali, dalla Germania agli Stati
Uniti attraverso la Gran Bretagna, risultato in questi paesi del-
16
Giancarlo Cazzaniga: “Jazz man”
litografia - em. 32 x 49,5 litografia - em. 32 x 48,1
Mino Maccari: “Carnevale romano”
litografia - em. 49,5 x 35,6
Renato Guttuso: “Risveglio”
litografia - em. 45 x 27,3
Toti Scialoja: “Vera Cruz”
litografia - em. 50 x 70 1964” - litografia - em. 25 x 42
l’opera educativa di un grande filosofo e pedagogista, John Dewey
che teorizzò l’arte come esperienza dell’uomo, cioè come esperienza
positiva dell’uomo accanto all’esercizio della parola. Ecco che è allo-
ra ragionevole ritenere che entro non molti anni avremo delle gene-
razioni che di fronte all’arte figurativa non si troveranno tagliate
fuori a priori ma avranno già come esperienza propria, personale, la
capacità di mettersi all’interno dei processi creativi perché essi stessi
li avranno praticati sia pure non per fare dell’arte, ma per esprimer-
si, per manifestare la propria spiritualità, la propria personalità. Evi-
dentemente con questa preparazione si troveranno più vicini a quello
che è l’esercizio effettivo dell’arte figurativa.
« Noi siamo anche di fronte a un’epoca nella quale la strumenta-
zione tecnica dell’uomo sta conoscendo un’altra fase straordinaria,
non solo come moltiplicazione, ma proprio come liberazione dalla
servitù dell’uomo al lavoro, alla fatica, all’opera: l'automazione. Tutti
i processi che oggi si vanno sperimentando e che domani saranno
processi in uso nelle industrie, in tutti gli aspetti della vita economica
dell’uomo, quale risultato hanno?
«Oggi c’è la settimana corta e fra qualche anno la settimana sarà
più corta. Cosa significa questo? Questo è uno dei grossissimi pro-
blemi di cui ci si comincia a preoccupare fortemente anche in Italia:
il tempo libero — l’impiego del tempo libero.
« Che cosa fa l’uomo quando non lavora? Quando non lavora
l’uomo medio, che non lavora più dodici ore al giorno, che talvolta
non lavora neanche otto e quindi non è poi piegato dalla fatica; magari
a un certo momento è incapace di pensare perché ha voglia di distra-
zione, di fare altre cose. L’uomo che ha davanti a sé tanti giorni di
tempo libero cosa si mette a fare? Il fenomeno è in corso, è in corso
anche in Italia ».
«In tutto il mondo la moltiplicazione dell’esercizio delle arti vi-
Antony de Witt: “Ricordo della pampa”
Francesco Tabusso: Uomo con ghiandaia
Pietro Dorazio: “Blera”
litografia - em. 49 x 38
Marcello Mascherini: “Cavallino”
litografia - cm. 45 x 62,3
Giulio Turcato: “Reticolo”
litografia - em. 38,5 x 55
sive è un fatto palese, indiscutibile. Questo a sua volta si ripercuote
sulla visività del mondo, sull’aumento di visività del mondo e contri-
buisce a suo modo a moltiplicare questa visualità. Cioè, per quel che
possiamo vedere, oggi stiamo andando rapidamente verso un momento
storico nel quale gli uomini spesso faranno molto presto a capirsi,
anche sul terreno pratico, sul terreno del ragionamento, attraverso
una comunicazione grafica piuttosto che attraverso una comunica-
zione verbale complessa. Questa è la verità. Noi del resto lo vediamo.
Pedagogisti di grande finezza, anche in Italia, hanno di recente
portato la loro osservazione su questi fenomeni e hanno potuto
osservare già non più nei fanciulli, ma nei ragazzi di una certa età,
delle capacità di comunicazione che ormai si svolgono graficamente:
non si parlano più come prima fra di loro e con questo si sviluppano
anche altre arti, che sono le arti del gesto, cioè le arti della mimica,
dell’atteggiamento, della moda, di tutto quello che implica la visua-
lità. Questo sta avendo uno sviluppo molto forte. Noi siamo quindi
in una situazione storica nella quale si sente una responsabilità cul-
turale e chi almeno s’immagina di poter interpretare quelli che sono i
fenomeni emergenti da questa situazione, almeno nel campo del visi-
bile, credo che è nella giusta strada se cerca di qualificare il più pos-
sibile, cioè di non rendere disordinata o irrazionale l’esperienza umana
che si traduce in visualità, ma di qualificarla. E certamente in questo
campo un elemento fondamentale, di cui non si può e non si potrà
fare a meno, sono le opere d’arte stesse. Ecco perché questa divul-
gazione di opere d’arte autentiche, originali, che possono suscitare
il desiderio di ripercorrerle, di ricostruirle nella loro fattura, può
portare un serio contributo alla pubblica cultura e quindi mi sia per-
messo di elogiare vivamente questa iniziativa dell’ Italsider, che ha
avuto una così eccellente realizzazione e che spero sia seguita da rea-
lizzazioni sempre migliori ».
LA TECNICA
di Renato Giani
“Gli amanti al di sopra della città” - litografia di Mare Chagall - 1922-23
(dal volume Chagall lithographe”, edito da André Sauret).
La tecnica della stampa ha oggi raggiunto dati positivi e singolari
che contrastano nettamente con quelli tramandati fin dai secoli XIV e
XV — a partire dall’antica incisione su legno di taglio, xilografia, alle
prime acqueforti italiane e tedesche:-oggi siamo alla serigrafia, ai pro-
cedimenti meccanici del riporto fotografico.
Le ragioni di questo perfezionarsi dei mezzi, e anche complicarsi
delle tecniche, è da ricercare in un orientamento particolare del gusto
contemporaneo, attraverso il quale fatti che interessavano solo la
cultura figurativa sono diventati avvenimenti di costume, e tendono a
svilupparsi su strade lungo le quali non è facile seguirli. Moda arte e
costume necessariamente s’incontrano e si influenzano. Profittando
delle possibilità molteplici offerte dalla stampa Jlitografica e dalla faci-
lità di ottenere nuovi risultati attraverso la seta, il compianto mer-
cante d’arte Carlo Cardazzo (scomparso recentemente) alcuni anni
addietro lanciò una serie di litografie di grandissimo formato (quello
dei foulards) di Campigli, Gentilini, Capogrossi, Music, Fontana, Crippa.
La pittura diventava elegantissima suppellettile, garbata appendice e
coronamento dell’abbigliamento femminile.
La stampa che d’altronde offre possibilità di resa altissima, non
diversamente da un disegno, da un pastello, da una tempera oppure
un olio, è salita in auge col boom della pittura manifestatosi negli
ultimi dieci anni. I nuovi risultati, soprattutto l’essersi dedicati all’in-
cisione, alle varie tecniche di riproduzione numerosi artisti di talento,
da Picasso a Rouault, da Braque e Matisse a Gentilini, Morlotti, Guer-
ricchio, Cantatore, Calder, Léger, Afro e altri pittori e scultori di pri-
mo piano, Marino per esempio o Minguzzi, — i risultati odierni fanno
di ogni foglio un pezzo originale, autonomo, anche se riprodotto in
più esemplari. Le basse o alte numerazioni, quando le prove siano re-
golarmente firmate, hanno incidenza di mercato, ma non sfiorano il
piano artistico che resta sempre nei limiti della resa: quando una seri-
17
DELL'INCISIONE DAL XIV SECOLO AD OGGI
grafia o una puntasecca hanno un significato d’arte, questo permane
sempre. Naturalmente tanto meglio se la tiratura è limitata a un ristretto
numero di esemplari: se ne accresce il valore venale in modo no-
tevole.
Un amatore di stampe impara subito a distinguere fra incisioni ori-
ginali e incisioni ottenute attraverso la riproduzione — compresa
quella fotomeccanica — e cioè fra una stampa vera e una banale ripro-
duzione. Anche se questa, per la incompetenza di chi se n’è pro-
mosso editore, è firmata e numerata. Un tempo gli amatori di stampe
portavano al séguito una piccola lente per esaminare davvicino il
segno, la inchiostratura. I nuovi sistemi — fra questi specie il rilievo
e le tecniche miste, rendono ovvio l’uso della lente. Gli incisori d’oggi
avanzano nelle loro ricerche spinti dalla “vocazione formale della ma-
teria”, come scriveva il Focillon. Fino a venti anni addietro la lito-
grafia o l’acquaforte così come la xilografia e altre tecniche, si facevano
un vanto d’originalità; oggi tendono al quadro, alla “pittura”. Lo
spessore delle lastre di zinco si presta ai magici giuochi dei colori che
si sovrappongono creando impasti e sensazioni di pàtine, originando
ritmi e pathos inediti. Queste tecniche, quasi tutte di origine straniera,
in Italia hanno trovato terreno e perfezionamento — si è andati molto
oltre i risultati della imitazione o della mera ripetizione. Alcuni fogli
di Renzo Vespignani (litografie), di Domenico Cantatore (acqueforti
e tecniche miste), di Marino Marini (vernici molli), testimoniano la
capacità dei nostri artisti in quest'arte sottile un tempo trascurata o
abbandonata nelle mani degli espertissimi cui era danno l’eccessiva
bravura tecnica e la scarsa fantasia.
Passiamo ora a esaminare le varie categorie delle stampe distinte
“in rilievo”, “in piano”, “in cavo”. Sono categorie fissate dalla tra-
dizione; ma occorre aggiungere a queste anche altre tecniche: la seri-
grafia, il riporto fotografico su tele emulsionate, ed altre di cui si ignora
18
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Una pagina della “Bibbia dei poveri” del tardo Medioevo. Xilogra-
fia. L’incisione su legno fu la prima tecnica di riproduzione delle
immagini.
il procedimento perché non tutti gli artisti sono disposti a rivelare i
loro procedimenti.
La più antica stampa in rilievo è la xilografia, già nota in Cina
oltre venti-ventiquattro secoli addietro. Viene realizzata tutt’ oggi
incidendo una tavola di legno e inchiostrando successivamente
le zone restate intatte, che sporgono. Basta sovrapporre alla tavola in-
cisa un foglio e usare una pressione omogenea per avere una stampa.
Utilizzando più tavole di legno si possono ottenere effetti coloristici
notevoli, sempre piatti. (Le stampe orientali nel secolo scorso influi-
rono sul gusto della pittura impressionistica e post-impressionistica).
La linografia o linoleografia impiega al posto delle tavole di legno super-
fici di lindleum, che vengono incise esattamente come se si trattasse
di legno. Bravissimo e spericolato nei risultati del genere è Mino
Maccari, e il giovanissimo Salvatore De Judicibus, di Bari. Xilografia
e linoleografia hanno goduto il favore degli espressionisti tedeschi e
nordici d’ieri e di oggi.
La litografia è un procedimento in piano che data solo dal 1799
(fu una scoperta di Senefelder per riprodurre i testi musicali); utilizza la
proprietà d’alcune pietre di trattenere l’acqua se sottoposte a gra-
nitura. Lavata, resa netta e liscia la pietra, l’artista vi disegna sopra con
una matita speciale grassa composta di cera, sapone, sego, salnitro,
nerofumo, coppale. Ultimato il disegno, la pietra viene ricoperta da
una sorta di emulsione a base di acido nitrico e gomma arabica onde
fissarne il tracciato grasso, e dare alle parti nude della pietra un tanto
di potere assorbente. Quando la lastra viene inchiostrata (inchiostro
grasso litografico), solo il disegno resta interessato, e questo senza
difficoltà si trasferisce sulla carta. Impiegando più pietre litografiche
si possono ottenere effetti di colore e combinazioni saporose, singolari.
Occorre dire però che l’antica litografia su pietra sta perdendo sempre
di più piede, sia perché gli artisti preferiscono lavorare su lastre di
zinco direttamente, sia per la difficoltà di trovare allievi che vogliano
dedicarsi al mestiere di litografo (il quale, sia detto sùbito, è anche assai
redditizio). Qualche pittore impiega oltre alla matita grassa litografica
anche il pennello bagnato nell’inchiostro litografico, ottenendo
notevoli effetti (sempre sulla gamma dei neri, i quali sono particolar-
Albrecht Diirer: «Ritratto di Willibald Pirekheimer” - 1524
- incisione su rame. Diirer è considerato uno dei più grandi
incisori di tutti i tempi.
mente caldi, intensi). Altre volte si graffia direttamente la pietra per
ottenere un disegno bianco su fondo nero: quest’effetto al negativo si
deve al fatto che l’inchiostro non penetra nell’incisione ma resta solo
sulla superficie (che non è stata stavolta bagnata). È detta litografia
anche la stampa ottenuta mediante la lastra di zinco granito, il cui
comportamento pratico è assai simile alla pietra. Gli impasti di colore
sono più facili qua che sulla pietra litografica vera e propria; gran
parte delle cosiddette litografie in commercio oggi sono ottenute con
questo procedimento moderno.
Diverse sono le tecniche delle incisioni in metallo o in cavo. La
differenza prima consiste nel fatto che mentre legno e lindleum lasciano
il segno dove gli strumenti di lavoro non sono intervenuti, l'incisione
in metallo alla stampa risulta solo nei tratti precedentemente incisi.
La puntasecca è il più elementare sistema: basta una punta d’acciaio
capace di grattare o graffiare il metallo secondo la forza che si vuol
dare al segno. La punta non asporta il metallo (zinco, rame, rame
acciaiato), il metallo lascia ai margini dell’incisione due barbe le quali
trattengono una quantità d’inchiostro oltre quello che finisce nel
taglio vero e proprio praticato. Il segno alla stampa ne risulta legger-
mente sbavato, raddolcito. La pressione del torchio appiattisce rapi-
damente le barbe, permette solo tirature molto limitate. L’acquaforte
che pure necessita di lastre metalliche, si giova dell’azione chimica di
liquidi corrosivi, i mordenti. Dall’acquaforte nascono i procedimenti
della vernice molle, le numerose forme di acquatinta, per la quale è
impiegato talvolta il pennello, altre volte lo zucchero, sali speciali
eccetera. Offre all’incisore una libertà di segno superiore a quella in
altri tempi offerta dal bulino o taglio dolce, che costituiva il procedi-
mento classico originale. L’acquaforte difatti vale anche per il senso
di immediatezza del tracciato (si veda l’opera grafica di Morandi, di
Music, di Maccari). Freschezza di segno e suggerimento di rapidità
sono qualità particolarmente apprezzate in questo momento; ma rag-
giungere sopra una lastra tuttociò richiede pazienza e virtuosismo. Pro-
tetta la lastra con uno strato di cera, bitume giudaico, màstice in lagrime,
e applicato un velo di vernice col pennello, sempre a caldo, si traccia
il disegno con una punta d’acciaio, mettendo a nudo il metallo senza
Henry de Toulouse-Lautrec: manifesto
per l’attrice inglese del music-hall
May Milton - 1895. Litografia.
intaccarlo. Il mordente provvederà all’azione corrosiva: cioè acido
nitrico (l’acquaforte vera e propria, donde il nome del procedimento
stesso), oppure mordente olandese, lento ma sicuro, il percloruro di
ferro. Via via che i segni raggiungono lo spessore, la profondità voluta,
vengono ricoperti col pennello di bitume; in tal modo si ottengono le
gradazioni di intensità, diremmo di colore. In generale si procede per
“stati”, primo, secondo, terzo eccetera: cioè si esegue il lavoro in
più volte, e stampando dopo ogni nuova morsura alcune prove (le
quali sono talvolta destinate ad assumere alto valore). La lastra può
ancora venire ritoccata usando il bulino, le carte smerigliate, il raschia-
toio, il brunitoio, la puntasecca.
La vernice molle è simile a quella impiegata per l’acquaforte, con
in più una quantità di sego. Preparata la lastra, su questa si applica
un foglio di carta sul quale si disegna a matita (o anche con una penna
a sfera). Sotto la pressione della matita o della penna la vernice aderisce
alla carta, e togliendo il foglio si solleva dal fondo, lasciando così
scoperto il metallo (zinco o rame o acciaio o anche ottone). La lastra
viene poi sottoposta all’azione del mordente. Il segno, a differenza
dell’acquaforte, è morbido, aereo, non tagliente. Il procedimento si
accorda con l’acquatinta di cui spesso costituisce l'impianto. In questo
genere di stampe conta poco la linea mentre assume importanza il
chiaroscuro nei suoi valori. Si può procedere direttamente sulla lastra
nuda applicando col pennello l’acido, e lavando immediatamente; o
anche utilizzando una emulsione di olio d’oliva e zolfo e dipingendo
il rame. L’acido tende a distruggere, corrodere i primi risultati, quindi
occorre mano leggerissima e rapidità. I grigi sfumati ottenuti sono di
grande delicatezza. In altri casi si distende sulla lastra una cera bianca
liquida e calda, con un setaccio vi si fa cadere sopra sale da cucina pol-
verizzato. I granelli cadono e affondano nel rame lasciando quantità
di forellini (è quel che si dice preparazione granulare della lastra, va-
lida anche per gli zinchi sui quali si conducono oggi le litografie).
Quando sia raffreddata, la lastra è immersa in un bagno; il sale
si scioglie lasciando una superficie ricca di forellini sui quali agirà
l’acido, consentendo poi risultati quasi di acquerello. L'immagine
viene ottenuta ritoccando col pennello intinto nel bitume le zone dove
Giorgio Morandi: “Natura morta di vasi su un tavolo” -
1931 - acquaforte su rame.
19
Joan Mirò: «Aerobati nel giardino not-
turno” - 1948 - litografia a colori.
si sono ricavati i valori di profondità cercati: si comincia dai toni
più chiari e si finisce con gli scuri più densi. L’acquatinta è un eserci-
zio di alto virtuosismo, ma non è più apprezzato dagli amatori di
stampe, i quali preferiscono mezzi diretti, risultati di superficie forse,
più elaborati, ottenuti sovrapponendo matrici di varia natura quali
legno, linòleum, pietra, metallo, fino ai procedimenti fotomeccanici
veri e propri.
La serigrafia in Italia non ha ancora troppi esperti né per praticarla
né per apprezzarla. Consiste questa nell’applicazione diretta sulla carta
del colore attraverso schermi di seta. Per stenderlo si impiega una
spàtola molle, il più spesso di gomma. Ricorda la pratica antica degli
stampini remondiniani, intagliati a giorno su cartoncini o metalli o
anche celluloide. Più o meno è quello che impiega Enotrio Pugliese
per le sue grandi stampe colorate; infatti il sistema consente rapidità
di esecuzione, cosa che non si può dire per le litografie o le acqueforti,
inoltre non ha limitazioni di formato che può toccare notevoli dimen-
sioni. Oltre essere una tecnica originale, viene considerata negli Stati
Uniti e altrove un’arte nuova, che, pur pigliando avvio dall’ incisione,
se ne è resa indipendente. Lo stesso si può dire per i riporti foto-
grafici su tela di Roy Rauschenberg e di Mimmo Rotella. Le prime
immagini di questi “reportages”, come Rotella chiama tali produ-
zioni d’arte, son cavate da giornali opuscoli manifesti. Vengono poi
trasportate sopra un primo foglio di carta mediante una semplice com-
posizione chimica e creano l’immagine definitiva, il quadro si può dire.
Fotografato questo risultato, il negativo è proiettato sopra una tela
emulsionata, successivamente fissata. È un procedimento fotomeccanico
che offrirebbe il vantaggio della ripetizione, tuttavia fin’oggi l’autore
s'è limitato a esemplari unici, sempre di altissimo costo (misure di un
metro per settanta circa, pari a mezzomilione-seicentomila lire).
Pittura o stampa (nella sua accezione generica), sono sempre mani-
festazioni compiute d’uno spirito che resta uguale. L’acquaforte rara-
mente fa lamentare l’assenza del colore, e la lito a colori la mancanza
di vera pittura. L’artista s'è impegnato in un prodotto diverso, lo
avalla con la sua sigla, e tanto vale a farne opera d’arte, sia pure in più
esemplari.
20
UN UMORISMO CHE NASCE DALLA
di Nelio Ferrando
PAURA
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PATENT
ATTORNEY
“Pensa!” (da “Management Review”).
Dopo essersi stabilmente inserite nel nostro mondo, le macchine
elettroniche (i cosiddetti “cervelli”’) ei robot — e tutti gli altri aggeggi
che traggono dalle nuove energie scoperte dall'uomo il loro stupe-
facente funzionamento — sono diventati argomento di letteratura
da un lato, di puro umorismo dall’altro. In letteratura — come è noto
— il tema ha ormai una sua codificazione universalmente accettata;
il merito è di Isaac Asimov che nel suo più famoso libro “Io, Robot”
espone le tre leggi fondamentali della robotica alle quali nessun autore
di science fiction si sottrae:
1. un robot non può recare danno ad un essere umano né può per-
mettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere
umano riceva danno; 2. un robot deve obbedire agli ordini im-
partiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano
alla prima legge; 3. un robot deve proteggere la propria esistenza,
purché questa autodifesa non contrasti con la prima e la seconda
legge.
Se su questa base ci è facile delineare il campo della letteratura
robotica, non così agevole è penetrare il campo dell’umorismo, che
già — per sua natura — sfugge a delimitazioni, anzi le contraddice
via via tutte, ed infine delle tre leggi fondamentali non sa proprio
“Ufficio Brevetti”.
che cosa farsene; procede cioè semplicemente ignorandole o inconsa-
pevolmente distruggendole. Per tentare un saggio su questo nuovo
motivo di umorismo occorrerebbe esaminare un materiale enorme,
ma il profitto in definitiva sarebbe assai scarso. Mi sembra infatti
che più che d’un nuovo umorismo si tratti semplicemente dell’adat-
tamento di vecchi “moduli” a un nuovo oggetto; sempre che ci si
riferisca alle “battute”, alle “vignette” e non invece a quel più profuso
umorismo che è contenuto nella narrativa; per le variazioni satiriche
si vedano i robot e le robix (robot femminili) che « popolano il mondo
indiavolato e paradossale degli intellettuali d’argento, di Fritz Leiber ».
Tuttavia queste minute esercitazioni umoristiche che compaiono sui
giornali hanno un dato comune: ammirazione, invidia, ostilità degli
esseri umani nei confronti dei robot e dei “cervelli”, giustificato an-
che dal fatto che da un punto di vista morale « il robot è un essere
razionale che si distingue dall’uomo soltanto per essere privo della
libertà di commettere il male ».
Dunque si potrebbe suddividere la materia in tre settori a seconda
che le battute esprimano ammirazione o invidia od ostilità nei con-
fronti delle nuove macchine. Effettivamente, direi che l’odio campeg-
(4
“Non trovo alcun guasto, forse bisogna chiamare lo psichiatra”. “Siete con noi da molto tempo, signor Rossi” (da Collier?s’’).
“E allora, RB 50462 fa RB 50463 che fa RB 50464 “Vi dico che questa maledetta macchina mi ha rubato “Signore e signori, vi presento quello che vi sostituirà”
che fa...”. la colazione” (da “Saturday Evening Post”). (da «The Ben Roth Agency Inc.”),
lo Mil{ie®®
Kb DIE
22
“Bene, dov'è il cervello che non funziona?” (da The Ben Roth Ageney Inc.”°).
gia in questo campo, come se l’uomo sentisse che questi strumenti
non gli sono abbastanza soggetti, vivesse cioè nella continua preoccu-
pazione che gli sfuggano dalle mani, riconoscesse (senza volerlo ri-
conoscere) in loro una tal quale autonomia che lo minaccia. Nella
migliore delle ipotesi rileviamo una sorta di “complesso dello scolaro”
che ci porta a giudicarle alla stregua di quanto fanno i ragazzi per
gli istitutori: siamo felicissimi di coglierli in fallo, il nostro atteggia-
mento verso di loro è tutt’altro che generoso.
Questa condizione non s'è adempiuta in passato per nessun’altra
invenzione meccanica: non per l’aeroplano, non per il “vapore”, non
per l'automobile, e neppure crediamo, in tempi remoti, per la ruota.
Perché allora questo atteggiamento di difesa, di timore, di disprezzo
— soltanto raramente d’ipocrita ammirazione — di paura, di ribel-
lione nei confronti delle nuove macchine? Io penso che il motivo —
oltre a quello indicato — si possa individuare in una loro caratteri-
stica che è del tutto originale rispetto alle macchine del passato: esse
ci imitano, esse ci superano in un campo di cui siamo stati fino ad
ora unici signori, quello dell’intelligenza. A rigore le macchine non
sono intelligenti ma ci dànno l’impressione di esserlo, e questo ci
basta. Esse ci sostituiscono. È quanto avviene in altri settori della
scienza: quello biologico, per esempio. Siamo aggrediti da ogni parte.
L’umorismo di cui ci occupiamo nasce quindi dalla paura, da una
“paurosa paura” collettiva; ed essa genera il disprezzo, il sarcasmo
eccetera. Ma, scegliendo un certo numero di “vignette” abbiamo di-
menticato questa premessa per tentare una classificazione più semplice.
Le vignette in parola esprimono tre situazioni che denominiamo:
“come gli uomini”, “più degli uomini”, ‘meno degli uomini”.
“COME GLI UOMINI”:
Un robot chirurgo opera al ventre un altro robot e ripete ad alta
voce le fasi successive dell’intervento.
Un meccanico tenta di riparare un cervello elettronico, non ci rie-
sce ed esclama: « Non trovo alcun guasto, forse bisogna chiamare lo
psichiatra ».
C'è una fila di cervelli elettronici. Dinanzi ad essi si allunga una
rotaia sulla quale scorre il robot-sorvegliante che agita una frusta.
La macchina per le bevande non funziona (da “Collier’s?°).
Ancora un cervello elettronico. Gli è accanto un tecnico che sta
scrivendo formule e formule su una lavagna che ne è ormai piena.
Entra il “capo” e dice: « Bianchi, devi imparare a fidarti di lui ».
Un povero operaio rincorre il “capo” e gli dice tutto indignato:
« Questa maledetta macchina mi ha rubato la colazione ».
“PIÙ DEGLI UOMINI”:
Un impiegato timido timido si presenta a un robot che gli dice:
« Siete con noi da molto tempo, signor Rossi ».
Il capitalista trionfante riunisce gli impiegati e presentando loro il
solito macchinone esclama: « Bene, ecco quello che vi sostituirà tutti ».
Un visitatore viene accompagnato per gli uffici d’una ditta. Giunto
dinanzi a un robot l’accompagnatore dice: « Vi presento il nostro
capo contabile ».
L’ingegnere, rivolgendosi a un cervello elettronico: « Congratu-
lazioni, lei ha appena vinto una borsa di studio per la facoltà di in-
gegneria ».
Ma c’è un’ultima immagine in questa sezione che esprime un ter-
rore rassegnato. L’inevitabile s'è ormai compiuto: un robot si pre-
senta all’ufficio “brevetti di invenzione” portando sotto al braccio
un uomo.
“MENO DEGLI UOMINI”:
Due scienziati sono di fronte a un cervello elettronico. Uno di
essi esclama: « Non rimpiazzerà mai il cervello umano se non trovia-
mo il modo di farlo preoccupare ».
Gli scienziati che discutono davanti al cervello elettronico questa
volta sono cinque. Arriva un ometto con la cassettina dei ferri (il
nostro lattoniere per intenderci) e da lontano grida: « Bene, eccomi:
dov'è il cervello che non funziona? ».
Non tutte le battute rientrano nello schema che ho tracciato: ve
ne sono molte che adattano al nuovo argomento vecchie barzellette,
o si rifanno ai filoni tradizionali con le opportune varianti. Di regola
sono meno allarmate: ma sotto sotto non sfuggono a un sentimento
di preoccupazione e di astio.
LA FORMA DELLA TERRA
23
di G. B. Zorzoli
Nella ‘“Teogonia” di Esiodo, otto secoli prima dell’èra volgare,
si descrive la formazione del mondo dal caos iniziale, e poi le suc-
cessive generazioni di dèi, cui fanno séguito le età dell’uomo: dall’età
dell’oro l’umanità decade a quella del ferro. Creazione poetica, quella
di Esìodo, tuttavia portatrice di intuizioni confermate dagli studi
scientifici contemporanei, cui si mescolano nozioni favolose e persino
ridicole. Così il mitico ‘caos’ trova conferma nelle formazioni gas-
sose da cui, secondo la moderna cosmogonia, è stato generato il si-
stema solare; mentre per contro la retrocessione dall’età dell’oro a
quella del ferro contrasta con le teorie evoluzionistiche ormai univer-
salmente accettate. È quindi assai azzardato tentare di reperire nel
patrimonio culturale dell’antichità delle anticipazioni scientifiche an-
cor oggi valide: se quello di Esìodo è un caso limite — trattandosi
di un poeta — ciò vale anche per molti altri studiosi, che evidente-
mente non potevano procedere con i princìpi dell'indagine scienti-
fica delineati per la prima volta da Galileo Galilei.
Ad esempio, chi per primo pensò alla terra come ad una sfera?
Probabilmente Pitagora, ma si trattò di una pura e semplice deriva-
zione filosofica: per Pitagora il cerchio e la sfera erano due figure
geometriche simboleggianti la più perfetta armonia. Quindi secondo
i pitagorici la terra era sferica e le stelle si muovevano di moto uni-
forme lungo circonferenze celesti. Concetto errato quest’ultimo, più
vicino alla realtà il primo, ma per puro caso. La sua derivazione ar-
bitraria non lo rende scientificamente più valido della visione di Omero,
secondo cui la terra aveva la forma di un disco convesso circondato
dalle acque dell’oceano. In Omero troviamo già l’idea di una conves-
sità della superficie terrestre, assente del tutto in altre concezioni pri-
mitive. Per gli indiani, e questa idea doveva arrivare più tardi presso
i greci, la terra era una enorme distesa piatta, sorretta sul dorso da
tre giganteschi elefanti, che a loro volta poggiavano sul guscio di
una tartaruga gigante. Nessuno pensò di approfondire un punto oscuro,
quale supporto avesse la tartaruga, e questa visione del mondo rimase
per secoli letteralmente ‘campata per aria”. Per gli egizi il punto di
riferimento non poteva non essere il Nilo, fonte della fertilità delle
loro campagne: il cielo non era altro che un Nilo ancor più grande,
che si chiudeva sotto la terra ed in tal modo la reggeva.
Il primo uomo ad utilizzare scientificamente il concetto della sfe-
ricità della terra fu Eratòstene, circa duecento anni prima di Cristo.
Egli aveva scoperto che ad Assuan a mezzogiorno i raggi del sole
erano verticali rispetto alla superficie terrestre: un bastone conficcato
perpendicolarmente nel terreno non proiettava infatti alcuna ombra.
Viceversa l’ombra di un analogo bastone più a nord, ad Alessandria
d’Egitto, permetteva di desumere un’inclinazione dei raggi solari pati
ad un cinquantesimo di 360 gradi, vale a dire dell’angolo corrispon-
dente ad un’intera circonferenza. Poiché Assuan ed Alessandria —
secondo Eratòstene — si trovavano su di una stessa linea sud-nord,
e quindi su di un meridiano (vedere la figura 6), per un semplice teo-
rema di geometria la distanza fra Assuan ed Alessandria era un cin-
quantesimo dell’intero meridiano, vale a dire dell’intera circonferenza
della terra. Bastava quindi conoscere la distanza fra le due città per
ricavare immediatamente la circonferenza terrestre. Come misurarla?
Faute de mieux, Eratòstene ricorse ad un metodo che oggi ripugne-
rebbe alla nostra mentalità scientifica. Una carovana di cammelli im-
piegava a quell’epoca cinquanta giorni tra Alessandria ed Assuan,
ed Eratòstene stimò la velocità media di un cammello — ivi com-
prese le soste — in diciotto chilometri e mezzo al giorno: 925 chilo-
metri, dunque, fra Alessandria ed Assuan, e 46250 chilometri per la
circonferenza terrestre. Se si pensa al modo in cui misurò gli angoli
e la distanza fra i due punti, se si aggiunge che Alessandria ed Assuan
non sono esattamente sullo stesso meridiano, è sorprendente che il
risultato finale sia così vicino a quello reale (circa 40000 chilometri).
Indubbiamente siamo di fronte ad un classico caso di compensa-
zione parziale degli errori, caso tutt’altro che infrequente nelle mi-
sure scientifiche. Eratòstene, comunque, aveva inventato il metodo
“astrogeodetico”, che in tempi più recenti e con strumenti più per-
fetti è ampiamente servito per la determinazione delle distanze terrestri.
L’exploit di Eratòstene, come molte altre imprese applicative del-
l’antichità, rimase però un episodio isolato, da cui non si trassero le
dovute conseguenze. Ai nostri occhi questo rimane uno dei fatti più
inspiegabili: gli antichi erano degli sperimentati navigatori, gli studi
astronomici, ed in particolare quelli sulle eclissi, erano assai avanzati
presso gli egizi ed i babilonesi. Basta trovarsi in mezzo al mare per
24
(alla pagina precedente): una enorme
distesa piatta, frastagliata dalle montagne,
sorretta da elefanti, a loro volta sostenuti
da una tartaruga gigante, In questa visione
del mondo, di origine indiana, la terra
appare piatta; la terra appare sospesa
nel cielo: qualcosa deve impedirle di
cadere, come accade per un sasso lan-
ciato in aria, L’elefante per gli indiani è
il simbolo della forza, rappresenta il
sostituto animale delle moderne macchi-
ne. Chi, se non dei giganteschi elefanti,
poteva avere la forza di reggere il mondo?
Il sistema dell’universo secondo Tolomeo
(dalla “«Epitome cosmografica” di Vin-
cenzo Coronelli - 1693).
Da una “Cosmografia” del 1465, una
sìntesi dei quattro elementi fondamentali:
terra, acqua, fuoco, aria.
rendersi conto che il contorno dell’orizzonte è circolare, che acco-
standosi alla terra emergono prima le vette delle montagne e solo più
tardi le posizioni più basse. Questi fenomeni potevano essere giusti-
ficati anche dalla forma a disco convesso, che troviamo in Omero,
le cui opere sono ispirate dalla tradizione marinara ellenica. Ma l’om-
bra della terra, durante le eclissi lunari, è a forma di arco circolare,
e non può essere generata che da un corpo grosso-modo sferico.
I risultati di Eratòstene vennero criticati da Ipparco (II secolo
avanti C.), mentre più tardi Poseidonio ridusse arbitrariamente la
lunghezza determinata da Eratòstene :di più di un quarto. Questa
riduzione venne accettata da Tolomeo (II secolo avanti C.), e quando
i suoi scritti di geografia tornarono alla luce verso il 1400 fecero testo,
dando alla terra dimensioni inferiori a quelle reali.
A questo felice errore si deve forse l'impresa di Cristoforo Co-
lombo, in quanto sulla base dei dati tolemaici egli stimò che la costa
orientale dell'Asia doveva essere piuttosto vicina alla costa occiden-
tale europea: una distanza inferiore a quella che in realtà dovette su-
perare per raggiungere le isole del continente americano.
Il passaggio del centro politico e culturale a Roma segnò una
battuta d’arresto negli studi sulla forma della terra. I romani non
furono mai dei navigatori, i loro interessi pratici di espansione ter-
restre e di difesa dei territori conquistati li portarono ad elaborare
mappe che, se pure piuttosto dettagliate, erano comunque di tipo
topografico. Né nel successivo periodo medievale si ebbe un
qualsivoglia sviluppo nello studio e soprattutto nella comprensione
della forma e della struttura della terra. La stessa nozione di sfericità,
. condannata dalla chiesa, venne ufficialmente abbandonata. Le mappe
dell’epoca descrivono la terra come un disco piatto, il cui centro so-
vente coincide con la città di Gerusalemme. Molto popolari le carte
dette “T ed O”: il mondo vi appariva circondato da un anello d’oceano
— O — mentre i tre continenti noti, Europa Asia Africa, erano divisi
da due linee perpendicolari fra di loro in modo da formare la lettera T.
La riscoperta umanistica di parte della cultura antica, insieme col
risveglio della curiosità verso i fenomeni naturali e le speculazioni
scientifiche, riportò l’attenzione degli studiosi sull’ipòtesi di sfericità
della terra. Di questa tendenza si fece portatore Cristoforo Colombo:
il suo programma «buscar il levante per il ponente » costituisce il
primo esempio di ricerca scientifica sovvenzionata per i suoi vantaggi
applicativi, e nel contempo inaugura il periodo delle grandi esplo-
razioni, attraverso le quali l’umanità doveva acquisire una conoscen-
za dettagliata di tutto l’orbe terracqueo.
Nel frattempo la geodesìa si sviluppa come scienza non empirica,
grazie all’uso della cosiddetta “triangolazione”, per cui, una volta
nota la distanza fra due punti, si possono agevolmente ricavare le di-
stanze di altri punti mediante semplici misure di angoli e la loro in-
terpretazione mediante i teoremi della trigonometria. Questo svilup-
po di misure dettagliate si accompagna ad una rivoluzione fondamen-
tale nel concetto della forma terrestre. Gli studi di Copèrnico e di
Galilei avevano sconvolto la concezione dell’universo, non più geo-
centrico ma con la terra semplice pianeta in rotazione intorno al sole
e nel contempo intorno al proprio asse nord-sud. Quest’ultimo fatto
portò Newton ed Huygens a formulare l’ipòtesi che, a causa della
forza centrifuga propria della rotazione terrestre, il mostro pianeta
dovesse essere più dilatato lungo l’equatore e più schiacciato di una
La terra, in questo esempio di cartografia medievale, è un disco piatto circondato da
un anello di mare; curiosa è però la disposizione dei diversi continenti, al di là delle
inevitabili imprecisioni e dei moltissimi errori sia nel disegnarne la forma che nel sta-
bilirne le proporzioni. L’Europa e l'Asia stanno in basso, l’Africa in alto. Il che, se ci
può apparire bizzarro, non è di per sé errato. Semplicemente dimostra come la rappre-
sentazione grafica della terra sia necessariamente legata a delle convenzioni: oggi si
suole porre il nord verso l’alto, ma in realtà alto e basso non hanno alcun significato
fisico per un pianeta di forma tondeggiante inserito in un sistema solare che a sua vol-
ta è una infinitesima parte dell’universo.
Questa raffigurazione è nota come “mappa di Macrobio”, del X secolo dopo Cristo.
Il mondo è diviso in due parti: in quella superiore le terre note, divise in fredde, tem-
perate e torride, quest’ultime comprendenti in pratica solo la zona superiore dell’Africa.
In quella inferiore un immenso continente sconosciuto che riproduce con una certa
simmetria le tre zone climatiche della parte settentrionale. In mezzo, un immenso ocea-
no. Questa concezione del mondo diede luogo a molte polemiche.
TEPERATA-ANTIPODVM
25
di Eratà rappr a l’appli pratica di un noto teorema di
geometria elementare: una retta (in questo caso quella che congiunge il centro della
terra ad Alessandria d’Egitto), intersecando due rette parallele, forma con esse due
angoli uguali. E paralleli sono appunto i due raggi solari che cadono su Alessandria
d’Egitto e su Assuan, quest’ultimo prolungantesi fino al centro della terra. Proprio
q uso str le di una astratta per un esperimento fisico è l’aspetto
più interessante: nell’antichità esso rappresentò una rara eccezione, mentre da Ga-
lileo in poi la scienza moderna ha progredito proprio su queste basi.
L’esperi
sfera ai poli. Ne nacque una controversia scientifica, in quanto alcune
misure eseguite dai due fratelli francesi Jean e Jacques Cassini sem-
bravano dimostrare l’opposto, vale a dire che la terra era a forma
d’uovo, più pronunciata ai poli rispetto all’equatore. Solo verso la
metà del 1700 misure più accurate dettero ragione all’ipòtesi di Newton
e Huygens: la terra era una ellissoide le cui dimensioni massime veni-
vano raggiunte nel piano equatoriale e le minime nel piano polare.
Man mano che gli studi procedevano, però, ci si rese conto che
l’ellissoide rappresentava solo in prima approssimazione la forma
terrestre. Studi più dettagliati, a partire dalla fine del secolo scorso,
indicarono una configurazione non assimilabile ad alcuna figura geo-
metrica nota. Si coniò pertanto un apposito termine, e si definì la
terra un “geoide”; formalmente può apparire un giuoco di parole,
perché vi si afferma che la terra è un corpo solido che ha la forma
della terra, ma in pratica in tal modo si sintetizza il grado di preci-
sione raggiunto nella conoscenza della forma del nostro pianeta, pre-
cisione incompatibile con modelli geometrici troppo semplici.
La storia dello studio della terra, anche ristretto alla conoscenza
della sua forma esatta, non si ferma qui. Essa continua, con metodi
classici e metodi moderni, alla ricerca di una sempre maggiore accu-
ratezza nelle misure. Alla geodesìa geometrica, basata sulle triangola-
zioni (che oggi avvengono anche elettronicamente), si è affiancata la
geodesìa fisica, che ad esempio sfrutta fenomeni fisici come la gravitazio-
ne per dedurne informazioni sulla struttura terrestre. Lo stesso lancio di
satelliti, in connessione con l’anno geofisico internazionale, aveva
fra l’altro il còmpito di fornire nuove informazioni sulla forma del
nostro pianeta.
26
FERRO IN CITTÀ
Continuiamo qui la nostra rassegna fotografica di oggetti in ferro nelle
varie città.
Di fronte a questa immagine chiunque capisce di trovarsi in Inghil-
terra. È un angolo qualunque di una città qualunque eppure siamo în pre-
senza di cose vecchie e nuove, naturalmente tutte in ferro come si addice
al paese che è stato il padre del ferro.
A destra una cancellata comunissima, naturalmente in ferro. In primo
piano, un armadio fuso in ghisa sul quale si può notare lo stemma goticiz-
zante della città di Manchester, con il liocorno e il leone affrontati, e la
scritta “City of Manchester”.
Nonostante il disegno così arcaico la data di installazione è del
fotografia di Germano Facetti
1904. L’armadio contiene uno dei più vecchi selettori telefonici esistenti.
Dietro l’armadio si vede, in rosso, una cabina telefonica che è di quelle
standard usate in tutto il Regno Unito: è prefabbricata in sei elementi
in ghisa e lamiera pressata. Questa volta, malgrado la modernità del
disegno, si tratta di un oggetto prefabbricato nel 1925.
Sullo sfondo a destra è visibile un autobus a due piani, caratteristico
anch'esso del Regno Unito, costruito naturalmente in lamiera di ferro.
Curioso particolare è la pubblicità del Martini su una delle due fiancate.
Qui ci troviamo esattamente in un angolo della piazza principale di
Manchester, che si chiama anche Piccadilly. Come si vede il ferro incontra
da tempo per le strade del Regno Unito gli impieghi più vari ed impensati.
LE STRUTTURE DI
di Vincenzo Lacorazza
Confesso che Pier Luigi Nervi mette una certa soggezione. Sarà
perché la sua opera è tanto prestigiosa o perché i suoi brevetti sono
così numerosi o perché la sua persona è così segreta, fatto si è che
non se ne può parlare a cuor leggero. Si sente per lui lo stesso rispetto
che si deve avere per gli autori noti e ignoti di navate, guglie, transetti,
per quei maestri muratori che nessuna ricerca superficiale distrae dalla
mèta finale e che tuttavia « hanno in sé qualcosa di magico » e quindi
di sfuggente, come ha detto del cemento armato lo stesso Nervi. Del
resto si direbbe lui medesimo fatto di cemento e di ferro. Busto dritto,
fisico tagliato con l’accetta, mani quadrate, faccia adamantina, è pro-
prio il ritratto dei “costruttori di cattedrali”, come lo si immagina
PIER LUIGI
al;
NERVI
|dE
Cartiera Burgo di Mantova - 1961-62. Particolare di un cavalletto in ce-
mento armato di sostegno della copertura. Notare i tiranti di acciaio.
leggendo il bel libretto di Jean Gimpel nell’ enciclopedia popolare
Mondadori.
« Ingegnere divenuto architetto », questa in tre parole la sua storia.
Non architetto perché gli mancava il lavoro o perché volesse fare
un altro mestiere, naturalmente, ma per il troppo studio, proprio per
amore del suo lavoro. Sempre Nervi, che si spiega molto bene quando
parla di sé e del suo metodo, in un libro del 1945 che si intitola “Arte
o scienza del costruire?”, ha voluto siglare con un interrogativo il
significato della sua opera, che della scienza ha l’inflessibilità e la ri-
gorosità e dell’arte possiede la fluidità e la flessibilità. È accaduto così
a questo singolare maestro quel che è accaduto appunto ai maestri
28
medievali, che dalle tonnellate di cemento e di ferro, migliaia di
tonnellate — solo nel Palazzo del lavoro di Torino, costruito nel
1961, c'erano 5000 tonnellate dell’uno e 3500 tonnellate dell’altro,
tra ferro per le armature e ferro per le coperture — ha fatto emergere
alcuni grossi volumi pieni d’aria, che sembrano fatti di carta, di car-
tone, di tela, per la loro leggerezza. Si ricordano a proposito i capan-
noni - aviorimessa costruiti da Nervi durante la guerra, le sconfinate
tettoie a botte e coperture a cupola di qualche anno dopo, i progetti
e le realizzazioni per stazioni e stadi, per officine e fiere, sino all’ar-
dita vela triangolare per il ‘Centre National des Industries e des Tech-
niques”” francese.
Con un materiale « dal comportamento anelastico », come dice, e
usando càsseri di cemento invece che di legno, da lui stesso ideati,
ha inventato quel che voleva, tagliando, curvando, assottigliando, il
cemento armato come si taglia la pietra, come si curva il legno, come
si assottiglia il ferro. Dall’ingegneria edile, che è non solo l’esatta
conoscenza delle condizioni di utilizzo alle quali deve soddisfare una
costruzione, dalle tensioni, alle deformazioni, alle cause di disloca-
zione e di rovina, ma è altresì disciplina delle aree, rispetto degli am-
bienti; alla libertà dell’architettura, cioè dell’opera d’arte che non si
ripete al contrario di quanto avviene nell’edilizia, esprime convinzioni
proprie di chi l’ha fatta e fa nascere emozioni in chi la usa; il cammino
dev'essere stato lungo, com’è lungo per una farfalla uscire dal guscio.
Tanto peso tuttavia, tanto mestiere, hanno favorito il precisarsi di
una delle più originali personalità di costruttore del mondo moderno.
Ci sono architetti il cui intervento è richiesto per far diventare
grandi, sproporzionate, le piccole cose. Ci vuole ingegno tanto per
disporre in sessanta metri quadri un’anticamera, sala da pranzo, ca-
mera da letto, cucina e bagno, quanto per disegnare il manico di un
cucchiaio. E ci sono architetti impegnati nel lavoro opposto, quello
di far diventare accessibile, proporzionato, un grande edificio. Il genio
di Nervi consiste nell’aver reso « normale» la mole, e « semplice,
=
Ci-"$ 71 atta
Veduta notturna del Palazzo del lavoro di Torino - 1960-61. Progetto dell’ingegnere
Pier Luigi Nervi e dell’architetto Antonio Nervi. Acciaio e cemento armato.
nobile, greve, leggera, agile, grave, elegante, seria », per usare alcuni
aggettivi cari al Diderot quando parla di Michelangelo, la struttura
delle sue opere. È difficile di solito separare l'imponenza, sempre mi-
surabile, dall’armonia, che comporta invece qualcosa di impondera-
bile. Nel suo caso è addirittura impossibile, unendosi entrambe per
dar luogo a una forma inedita, che presenta insieme una soluzione
ottima da un punto di vista tecnico e una risoluzione lirica da un punto
di vista espressivo.
Non è necessario scrivere in versi per essere poeti, come non c’è
bisogno di «imparare l’arte e di metterla da parte » per essere artisti.
Il caso di Nervi è quello di un poeta in prosa che, a occhi aperti, fa
scintillare uno dei materiali apparentemente più refrattari creati dal-
l’industria moderna, il ‘conglomerato cementizio”, come si definisce
per sommo di prosaicità, e poi lo fa cantare come una fiaccola, come
un albero. Con pochi altri, col messicano Candela, autore delle più
sottili volte finora costruite, lo svizzero Maillart, progettista dei più
ardui ponti del mondo tra i dirupi turistici del suo paese, il francese
Freyssinet, che è forse suo precursore per le sue eccezionali conoscenze
tecniche, matematiche, fisiche, chimiche, meccaniche di questo ma-
teriale, è perciò il poeta del cemento armato.
Il costruttore, il calcolatore di strutture, non ha mai una solu-
zione unica da adottare. Così non gli bastano i dati tecnici del pro-
blema per porre “tutte” le condizioni di definizione che gli si pro-
spettano al momento di affrontare un nuovo lavoro. Posto, per esem-
pio, che si richieda di coprire un’area di go metri di lunghezza per
60 di altezza, come nel caso dell’hangar di Freyssinet costruito nel
1921 all’aeroporto di Orly, o di 200 metri di lunghezza per 90 di al-
tezza, come nel caso della copertura del palazzo di Torino-Esposi-
zioni, progettata da Nervi nel 1948, non si limita a disegnare una volta
a sezione elicoidale o ad arco, formante un tutto unico coi pilastri di
sostegno, che pure è un grosso exp/oit tecnico. Dopo aver tratto da
quei dati “alcune” delle caratteristiche statiche della costruzione, scelte
be enni
COTE ZSE-D7ZD.D)
ur
Palazzo del lavoro di Torino: veduta dell’interno. Nei pilastri un interessante impiego
del cemento armato unito a strutture di acciaio.
a destra (in alto): interno del Palazzo dello sport di Roma - 1958-60.
(in basso): copertura del salone delle feste alle nuove Terme di Chianciano - 1952.
tra le molte possibili e desiderabili, integrerà tali caratteristiche con
altri elementi, le inserirà in un contesto, le manipolerà, in modo tale
da ricavarne un insieme drammatico, spettacolare, autonomo, questo
sì unico.
Solo così si può spiegare come, pur lavorando praticamente con
gli stessi volumi, i medesimi ingredienti, pari utensili, le volte di Freys-
sinet sono diverse da quelle di Nervi, e quelle di Candela da quelle
di Maillart. Ognuna delle opere di questi maestri reca i segni di un’ori-
gine, di una tradizione, di una storia, di una preparazione differente,
ed è per questo che sono entrate nella storia dell’arte, per il loro stile,
non per la loro mole. La tecnica è un elemento di questo stile, ma
non è tutto.
« Pietre fuse » sono state chiamate molto eloquentemente le forme
di Nervi. Esse si ottengono, come s’è accennato, in cantiere, come le
forme di fonderia nei piazzali, seguendo un particolare sistema bre-
vettato, molto alla svelta immagino, giacché i grandiosi piloni del
Palazzo del lavoro furono “gettati” in poco più di un mese, e cer-
cando di mantenere anche un certo segreto professionale.
Le analogie col lavoro dei maestri muratori medievali sono sor-
prendenti. Comunque, la definizione dice qui l’effetto tecnologico
— forma uguale a funzione — che si ricava dalla visione di queste
forme. Sono i « calici di fiori, le foglie lanceolate, i gusci di uova e
di insetti, le conchiglie, i ventagli, i paralumi, le carrozzerie di auto-
mobili, i vasi di vetro e perfino i cappelli femminili » che Nervi de-
finisce sistemi « resistenti per forma » e che si trovano evocati in scala
industriale nelle rampe di accesso alle gradinate dello stadio Berta di
Firenze, uno dei più importanti “manufatti” dell’ingegnere lombardo-
ligure, o nel soffitto della sala delle conferenze del palazzo dell'Unesco
a Parigi, che è uno dei suoi più noti progetti, o nelle strutture lamel-
lari del grattacielo Pirelli di Milano.
« Mi domando molte volte — ha scritto — se tutti noi che ci oc-
cupiamo di architettura... ci si renda conto di quanto sia stata radi-
Ca
cale la rivoluzione avvenuta, in meno di cento anni, nel campo del
costruire. I protagonisti di questa rivoluzione sono parecchi, e tra
essi si possono citare il generale progresso tecnico e sociale e la di-
sponibilità di nuovi materiali edilizi, ma nessuno di questi fattori o
il loro stesso complesso sarebbero stati sufficienti a sconvolgere così
completamente la forma, gli schemi e le dimensioni dei fatti architet-
tonici, senza la scoperta della scienza delle costruzioni... La grande,
enorme novità della scienza delle costruzioni è quella di permettere,
attraverso l’esame aprioristico delle sollecitazioni interne di un sistema
resistente, di trovare per ogni schema costruttivo il più adatto schema
statico, e quindi nuove forme architettoniche, con una ricchezza pra-
ticamente inesauribile. Ma a mio modo di vedere c’è una seconda e
meno appariscente conseguenza, di importanza concettuale determi-
nante. Gli schemi statici che meglio risolvono gli imponenti problemi
costruttivi proposti dal progressivo aumento dimensionale degli edi-
fici più rappresentativi, sono quelli che più fedelmente ubbidiscono
alle leggi fisiche che regolano l’equilibrio tra le azioni agenti e quelle
resistenti nell’interno di un organismo strutturale... Il fatto nuovo e
fondamentale è che il profilo del grandissimo arco, o lo schema strut-
turale atto a risolvere un imponente tema statico, non possono più
essere ‘inventati’ ma solamente “scoperti”; i loro inventori sono le
leggi che regolano gli equilibri tra le forze agenti e le possibilità resi-
stenti della materia... Se queste osservazioni sono valide, noi assi-
stiamo al più grandioso fenomeno che sia mai avvenuto nello sviluppo
della cultura umana: la nascita di uno stile comune a tutta l’umanità,
definito da capisaldi ancorati a leggi di natura e che pertanto non potrà
più subire involuzioni, ma solo evolversi in un progressivo avvicina»
mento a verità immutabili ».
Ecco dunque un costruttore che non ripudia affatto il suo stile
personale e che pur essendo diventato architetto resta sostanzialmente
ingegnere, un cantore del cemento armato, ‘fenomeno” naturale
imponente e bello ormai non meno del mare, delle montagne, dei fiumi.
30
LA SIDERURGIA ITALIANA NEL 1964
di G. D.M.
Fluttuazioni congiunturali ed interventi per correggerne l’am-
piezza, depressione e ripresa economica, bilancia commerciale, dazi
doganali, tappe del MEC, politica agricola, Kennedy round, paesi
sottosviluppati, costi, prezzi e concorrenza sono temi che ci inseguo-
no ogni giorno sulle pagine dei giornali.
Si lavora per impostare piani, per costruire più ordinatamente che
in passato; si stanno eliminando distorsioni, causate da un processo
di sviluppo industriale accelerato, per poter conseguire risultati sempre
più positivi, assicurandone il più possibile la continuità.
Possiamo affermare che stiamo valutando le nostre forze, armoniz-
zandole sia nell’àmbito nazionale sia nel più ampio contesto interna-
zionale, per dar loro una struttura di maggiore efficienza e continuità.
In questo quadro vanno viste l’attuale situazione economica na-
zionale e la siderurgia e le sue prospettive, tenendo per di più conto
del fatto, largamente dimostrato, che l’industria dell’acciaio è, per
sua natura, molto sensibile alle variazioni cicliche.
Nel 1964 la produzione italiana di acciaio è stata di circa 9,8 milioni
di tonnellate contro i 10,2 milioni di tonnellate del 1963, ed il con-
sumo di 12 milioni di tonnellate, contro i 13,6 milioni dell’anno pre-
cedente.
L’andamento della richiesta di acciaio ha determinato la diminu-
zione delle importazioni da 4,9 milioni di tonnellate nel 1963 a circa
3,7 milioni, di cui un milione di tonnellate di semiprodotti acquistati
da aziende siderurgiche per far fronte ad una temporanea carenza di
produzione, e un aumento sensibile dell’esportazione, valutato in
circa il 40 per cento.
Negli altri maggiori paesi siderurgici si è assistito nello stesso pe-
riodo ad una fase espansiva molto sostenuta che ha fatto segnare nuovi
records di produzione e di consumo di acciaio.
Negli Stati Uniti il gettito di acciaio ha superato il livello del 1955,
che per quasi un decennio era sembrato irraggiungibile; nella Ceca
produzione e consumo di acciaio, dopo un triennio di stasi, hanno
registrato, pur tenendo conto del minor apporto italiano, una espan-
sione superiore ad ogni aspettativa; in Gran Bretagna i valori del
1964 hanno superato del 20 per cento quelli del 1963; il Giappone,
raddoppiando la produzione rispetto al 1959, si è guadagnato il terzo
posto nell’àmbito delle maggiori potenze siderurgiche mondiali.
Ma i dati statistici relativi ai risultati della siderurgia italiana nel
1964 assumono il loro vero significato in relazione alle prospettive
se si raffrontano, così come si deve, col marcatissimo aumento di pro-
duzione e di consumo verificatosi negli scorsi anni e se non si dimen-
tica che lo sviluppo industriale, soprattutto se accelerato, è soggetto
a ricorrenti ed ampie oscillazioni congiunturali e che in tale quadro
deve essere inserita l’attività siderurgica.
Nell’ultimo quinquiennio — fino al 1963 —- il consumo di acciaio
in Italia è più che raddoppiato, fatto che non trova riferimento
in nessun altro paese dell’area occidentale. Per sottolineare tale
eccezionalità basti ricordare che le previsioni della Ceca formu-
late nel 1959 indicavano per l’Italia un consumo di acciaio pari
a 12,8 milioni di tonnellate nel 1965, già ampiamente superato
nel 1963.
una constatazione questa che da sola fa pensare che in Italia
il consumo di acciaio e l'affermazione economica sono stati ampia-
mente superiori alla tendenza di un normale sviluppo economico con
la conseguente necessità di un assestamento.
Per quanto riguarda la produzione siderurgica, che ancora era ed
è largamente inferiore alle necessità del consumo, come dimostra
l’ancor ampio ricorso all’importazione, la diminuzione deve essere
collegata, più che alla situazione contingente di mercato, ai lavori
che sono stati realizzati presso i principali stabilimenti del gruppo
IRI-Finsider, che hanno comportato una non completa utilizzazione
di impianti.
La flessione nazionale è dovuta infatti al diminuito apporto delle
aziende della Finsider, la cui produzione di acciaio è scesa da 5,4 a
4,9 milioni di tonnellate.
Ed è proprio questa contrazione della produzione che evidenzia
il fenomeno più importante del settore siderurgico nel 1964: un note-
vole passo verso la completa attuazione di quegli imponenti piani di
ammodernamento degli impianti necessari per dare al paese, a prezzi
internazionali, l’acciaio di cui ha bisogno.
Basti ricordare, per quanto riguarda le aziende a prevalente par-
tecipazione statale:
- l’avvio del quarto centro siderurgico Italsider di Taranto, che
rappresenta uno dei più moderni complessi siderurgici mondiali
ed apre la strada all’autosufficienza della nostra siderurgia;
- l’entrata in esercizio della nuova acciaieria LD di Bagnoli, che
consentirà al complesso di raggiungere livelli produttivi di 2 mi-
© lioni di tonnellate annue di acciaio;
- la realizzazione dei nuovi impianti portuali e il potenziamento degli
impianti di laminazione del centro “Oscar Sinigaglia” di Genova-
Cornigliano;
- l’entrata in esercizio a Piombino della nuova fabbrica di tubi sal-
dati di piccolo diametro;
- la messa a punto dei nuovi impianti a Terni per la laminazione
degli acciai magnetici ed inossidabili.
Il programma di impianti della siderurgia IRI-Finsider, che presto
sarà ultimato, comporterà una produzione adeguata alle prospettive
di consumo attuali e future e permetterà per buona parte la sostitu-
zione delle ancor rilevanti importazioni, creando un positivo equili-
brio fra produzione nazionale e consumo.
Con la sua attuazione si sta inoltre concretando per la siderurgia
italiana una trasformazione di strutture che si traduce in una mag-
giore efficienza tecnico-economica e quindi in una più elevata produt-
tività, assolutamente necessaria per competere in un mercato interna-
zionale sempre più difficile.
L’avvenire della siderurgia è quindi di coloro che riusciranno a
sfruttare a fondo lo sviluppo tecnologico e a produrre a costi sempre
più bassi.
Come dimostrano le realizzazioni ricordate, la siderurgia italiana
ha fortunatamente imboccato questa strada. Essa si trova anzi in una
buona posizione su scala internazionale nella corsa al progresso.
Giunta preparata alla difficile situazione congiunturale che 1’ Ita-
lia sta gradualmente superando, la nostra industria dell’acciaio, che
pur deve affrontare problemi assai rilevanti, sia di carattere tecnico
che finanziario, potrà così dare alla ripresa economica, che ci auguriamo
prossima, un solido fattivo contributo.
Le fortune della siderurgia italiana sono in noi, nel nostro lavoro.
UN CONGRESSO DELLA CECA SULL'UTILIZZAZIONE
DELL'ACCIAIO
di Salvatore Atzeni
Il desiderio dei paesi in via di sviluppo di valorizzare le proprie risor-
se naturali sta cominciando ad avere notevole importanza nel mercato
mondiale della siderurgia: ad esempio, per i paesi tradizionalmente
esportatori di acciaio già si prospetta la necessità di tenere conto della
concorrenza derivante dall’entrata in funzione delle prime industrie side-
rurgiche del “nuovo mondo”. Questa esigenza ha cominciato ad essere
sentita negli ultimi anni, proprio mentre altre modificazioni sostanziali
si verificavano in alcuni dati caratteristici dell'industria siderurgica mon-
diale determinando un deterioramento del mercato. Oltre all’inserimen-
to nelle attività di esportazione di paesi tradizionalmente importatori, in
questi anni si è notato un aumento accelerato delle capacità produttive
mentre il ritmo di sviluppo dei consumi è stato più lento.
Nell’àmbito dei sei paesi della Ceca (Belgio, Francia, Germania
occidentale, Lussemburgo, Italia e Olanda), l’evoluzione del mer-
cato siderurgico ha inciso in due sensi: innanzitutto è diminuita la
produzione comunitaria di acciaio rispetto alla produzione mondiale;
in secondo luogo si sono contratte le esportazioni. Fenomeni analoghi
si sono verificati in varie altre aree tradizionalmente produttrici di
acciaio: in particolare, la partecipazione del Regno Unito alla pro-
duzione mondiale, che era del 7,8 per cento nel 1952, è via via dimi-
nuita fino a scendere nel 1962 al 5,9 per cento; nel 1963 si è verificato
un piccolo aumento (0,2 per cento), che però non può essere ritenuto
indicativo di una inversione di tendenza. La partecipazione degli Stati
Uniti, che nel 1952 era del 41,1 per cento, è stata l’anno scorso sola-
mente del 26,8. Per contro si è sviluppata la quota sulla produzione
mondiale del Giappone e degli altri paesi in via di sviluppo. Le indu-
strie nipponiche sono passate dal 3,3 per cento della produzione totale
(1952) all’8,4 per cento (1963): in cifre assolute ciò costituisce un in-
cremento produttivo di quattro-cinque volte (da 6 milioni 988 mila
a 31 milioni 500 mila tonnellate).
Di fronte a questa situazione, i responsabili della Ceca si sono
posti il problema di ristabilire sul mercato mondiale l’indispensabile
equilibrio. Esclusa l’opportunità di misure autarchiche che si tradur-
rebbero in svantaggi per tutti sia a breve sia a lungo termine, la ri-
sposta al problema è stata data dal “primo congresso mondiale sull’uti-
lizzazione dell’acciaio”” svoltosi a Lussemburgo per iniziativa dell’alta
autorità della Ceca alla fine dell’ottobre scorso. Proteggere la produ-
zione di acciaio della Comunità — è stato detto in quella occasione dal
presidente della Ceca, onorevole Dino Del Bo - non è una soluzione
accettabile; occorre invece che l’industria siderurgica comunitaria si
ponga al passo con il progresso dei popoli nella tecnica, nell’economia.
Il che significa che questa industria deve rinnovare l'impostazione
della propria attività cercando di servire il progresso mediante lo stu-
dio delle possibilità esistenti di impiegare sempre più diffusamente
l’acciaio. Ed è appunto a questi studi che si sono dedicati per tre giorni
gli ottocento esperti — scienziati, ingegneri, architetti, economisti,
esponenti di organi governativi e di servizi pubblici provenienti da
tutte le parti del mondo — che hanno partecipato al congresso soprat-
tutto al fine di stabilire come l’acciaio possa essere maggiormente im-
piegato nel campo delle costruzioni. Campo che, come hanno affer-
mato le massime autorità partecipanti al congresso, offre ancora
possibilità praticamente illimitate.
In considerazione della situazione attuale dei paesi in via di svi-
luppo si può affermare che una delle conclusioni più importanti del
congresso è costituita dalla individuazione di particolari impieghi
dell’acciaio nell’azione diretta a fornire quei paesi delle principali
infrastrutture. Una conclusione che ha permesso di affermare, du-
rante le discussioni svoltesi a Lussemburgo, che «lo sviluppo dei
paesi arretrati ha un alleato nell’acciaio, perché esso consente solu-
zioni veloci e convenienti dal punto di vista economico sia nel campo
delle infrastrutture, sia nel campo della edilizia per abitazioni ». Pat-
ticolarmente utile, infatti, l’acciaio appare nella realizzazione di case
prefabbricate, di ospedali, di scuole, di ponti di dimensioni eccezionali,
di strade e di opere al servizio della sicurezza stradale (guard-rails,
passerelle pedonali eccetera).
Sulla base di queste considerazioni, d’altra parte, risulta chiaro
che i prodotti siderurgici possono svolgere un ruolo di primo piano
anche nei paesi già industrializzati.
L’impiego su larga scala di prodotti dell’industria siderurgica nella
costruzione delle infrastrutture è reso possibile dai miglioramenti
apportati negli ultimi anni alle strutture in acciaio, dalla vasta gamma
di profilati a disposizione dei costruttori e, infine, dai recenti sviluppi
delle tecniche di progettazione, lavorazione e messa in opera. Un
esempio di queste tecniche è stato offerto ai partecipanti alla riunione
di studio nei pressi del “teatro nuovo di città” di Lussemburgo, dove
il congresso si è svolto, con la costruzione rapida di un ponte in ele-
menti prefabbricati: caratteristica principale dell’opera, che ha una
luce di quattrocento metri, è l’assenza di qualunque trave di sostegno.
Le dimensioni del ponte, comunque, sono molto minori di quello
di Forth Road in Gran Bretagna aperto al traffico nel mese di settem-
bre: esso ha una luce di circa un chilometro ed è il più leggero ed eco-
nomico fra tutti i ponti delle stesse dimensioni esistenti nel mondo.
In definitiva si può affermare che dal congresso sono emersi vari
elementi, varie considerazioni, varie esperienze che certamente po-
tranno contribuire ad avviare a soluzione i problemi attuali della si-
derurgia mondiale, caratterizzata da un eccesso di capacità produt-
tiva rispetto alla domanda. La situazione è analoga, praticamente,
in tutti i paesi, per cui le discussioni svoltesi a Lussemburgo — rive-
landosi utili non solo alla Ceca — hanno accentuato le possibilità per
l’acciaio di divenire strumento di collaborazione internazionale, anzi-
ché di antagonismo tra i popoli come è stato anche in epoche recenti.
In altre parole, lo svolgimento del congresso, durante il quale,
inoltre, è stata sottolineata la necessità di un istituto internazionale
di ricerca sull’utilizzazione dell’àcciaio che l’alta autorità si accinge a
costituire, non ha deluso le aspettative della vigilia. In particolare
ha soddisfatto le speranze delle industrie italiane interessate, dimo-
strando — come ha affermato in occasione del congresso il presidente
della Finsider, professor Ernesto Manuelli — che l’acciaio « ha appena
cominciato a svolgere il suo ruolo di grande protagonista della ci-
viltà moderna ». Questa realtà ha una particolare importanza per il
gruppo Finsider, il quale è interessato a sempre più numerosi im-
pieghi dell’acciaio per due ordini di motivi: «in primo luogo perché
le difficoltà congiunturali hanno influenzato i consumi siderurgici
italiani e quindi una sperabile ripresa potrebbe dar luogo ad incre-
menti anche assai notevoli; in secondo luogo perché la Finsider con
l’attuazione del suo programma di sviluppo mira non solo ad aumen-
tare la capacità produttiva delle aziende del gruppo, ma anche a qua-
lificare sempre più la loro produzione »; ed è chiaro che l’allargamento
degli impieghi dovrà riguardare soprattutto i prodotti di qualità per
i quali è da prevedere un consumo sempre maggiore.
32
VIAGGIO TRA LE CASSETTE POSTALI
di Luciano Rebuffo
Buca per lettere in pietra, appartenuta allo stato pontificio.
Vi sono dei gesti che compiamo quasi meccanicamente, quindi
senza prenderne perfettamente coscienza; tra i più banali è quello di
imbucare una lettera: una volta affrancata — e questo si fa con un
po’ di attenzione tanto che l’occhio ‘capta’ quasi sempre l’immagine
impressa sul francobollo — si passa tranquillamente davanti ad una
buca e vi si getta dentro la lettera.
La buca non la si guarda neanche e per questo non resta impressa
nella nostra memoria. Eppure le cassette per le lettere fanno parte
del paesaggio urbano come molti altri oggetti e se sparissero di colpo
ci si renderebbe conto, allora sì, che qualcosa è venuto a mancare.
Le cassette sono, ovviamente, un oggetto esclusivamente utilitario
ma non per questo mancano né mancavano in passato di una loro
fisionomia che è variata nel tempo e varia tuttora da luogo a luogo.
Ci si rende conto di questo soltanto quando ci si reca all’estero: allora
ci si accorge di non vedere per le strade le cassette per le lettere alle
quali noi siamo abituati, e andiamo cercandole con occhio attento,
spesso senza trovarle finché decidiamo di chiedere informazioni ad
un vigile. Ciò dimostra che mentre l’occhio è già condizionato alle
cassette di casa nostra, non è invece in grado di distinguere subito
quelle degli altri paesi. Infatti esse diversificano moltissimo. Ma pri-
Vecchia cassetta da muro, in ghisa, con stemma.
ma di parlare delle differenze tra i vari paesi vorremmo parlare delle
cassette postali “nostre” attraverso il tempo.
La posta, come è noto, è nata molto prima del francobollo: si parla
di corrieri postali persino nel tempo romano anche se questi riguar-
davano più che altro il servizio di stato o quello militare. Per venire
a tempi più recenti abbiamo un servizio postale che può già chiamarsi
tale, cioè pubblico, con il 1600. Fino all'invenzione del francobollo,
naturalmente la tassa la pagava in contanti il ricevente. Le prime cas-
sette per lettere non erano veramente tali, per essere precisi, ma erano
costituite da una buca che immetteva direttamente nell’interno dell’uf-
ficio postale. Nei primi tempi infatti sarebbe più giusto parlare di
buca anziché di cassetta, ma anche le buche postali avevano un loro
fascino poiché non consistevano semplicemente nel foro di introdu-
zione, ma anche in ornamenti vari scolpiti sulla pietra. Si trattava in-
fatti nella maggior parte dei casi di una lastra di marmo con la raffi-
gurazione di un mascherone o di una testa di leone, la cui bocca co-
stituiva appunto la buca, e sul marmo si trovavano incise le iscrizioni.
In un primo tempo addirittura in latino, poi in volgare.
Erano diffusissimi specialmente a Roma, sotto l’influenza classica,
questi mascheroni che di solito portavano la scritta “buca delle lettere”
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Altra cassetta da muro in ghisa e lamiera.
disuso.
oppure “lettere per la posta” oppure come in un caso che non manca
di farci sorridere “lettere per tutto il mondo”. Qualche volta la vanità
del luogotenente dava il modo di tramandarci anche il suo nome come
in una buca in quel di Spoleto dove si leggeva « al commodo publi-
co posta — Gasparo Rosati da Calvi, luogotenente, 1707 ».
Possiamo dire che l’uso delle buche arrivò fino ai primi anni del
secolo diciannovesimo ma era tale l’abitudine di usare la pietra che,
ad esempio in Piemonte, si trovano lastre di pietra con la buca rico-
perta da uno sportellino in ottone. Da qui a passare alla cassetta il
passo è breve, tanto più che si veniva imponendo la necessità, con
l’ingrandirsi dei centri urbani, di disporre di centri di impostazione
disseminati in vari luoghi talvolta lontani dall’ufficio postale.
Le prime cassette erano di legno e, se esposte alle intemperie,
non dovevano poi durare moltissimo. Comunque ve ne sono degli
esemplari tra i quali uno che porta scritto in lettere a bei caratteri ri-
sorgimentali “lettere per Roma 1837”. Il passaggio alle cassette in
ferro dovette avvenire ben presto ed ecco infatti i primi esemplari
che erano addirittura pesantissime cassette, molto elaborate, con or-
namenti Liberty, costruite in ghisa fusa. Tali sono anche quelle cas-
sette, che ancora in qualche sperduto paese di campagna si possono
Cassetta poligonale da marciapiede, da noi caduta in
Una delle prime cassette per la posta aerea, in lamiera.
Questi esemplari si trovano al “Museo PT” di Roma.
trovare, che venivano incassate nel muro per cui restava evidente sol-
tanto la facciata con la bocca e lo stemma.
Il ferro dunque ha trovato un modo di impiego anche in questo
umile quanto diffuso servizio. Da noi si può averne un’idea visitando
il museo delle poste e telegrafi di Roma, un museo veramente note-
vole, colmo di oggetti interessanti di ogni genere e che contiene tra
l’altro qualche centinaia di cassette postali di tutti i tempi. Si vedono
così le prime cassette con lo stemma dei Savoia, le bandiere incorpo-
rate, e la scritta “Regie Poste”. Ben presto si arrivò anche ad indicare
l’ora della levata. Le nostre cassette sono quasi sempre state di colore
rosso (ed in questo diversificano da quelle straniere che sono spesso
in giallo, in bleu, in bianco eccetera). Anche da noi furono in uso
(un esemplare, che qui pubblichiamo, è conservato appunto al museo
delle poste di Roma) cassette a colonna, costituite cioè da una colon-
na, appoggiata sul marciapiede, che giungeva fino all’altezza media
di un uomo, come sono tuttora in Inghilterra. Presto però tale si-
stema fu abbandonato e la preferenza fu data alle cassette appese al
muro o incassate in esso. Dai modelli pesanti, e un po’ complicati,
in ghisa fusa, si passò poi a quelli in lamiera di ferro, cioè in latta an-
cora attualmente in servizio. Esse devono essere di basso costo e di
34
Prostimalevafa .
1, 2, 3, 4: cassette postali svedesi, di vari periodi. Tutte in lamiera di ferro.
5, 6: due cassette postali austriache, una vecchia e l’altra moderna.
7, 8: cassette postali svizzere. Quella più antica è del Canton Ticino, l’altra è del tipo
oggi in uso,
9: cassetta postale russa.
10, 11: due cassette postali statunitensi,
12: un vecchio esemplare statunitense, ormai fuori uso.
35
!
I
13, (14, 15, 16
|
17, 18, 19
SUSLICATINE +
13, 14, 15: tre vecchie cassette in ferro e in ghisa
delle poste italiane.
16: una cassetta dei giorni nostri.
17: una cassetta ottocentesca in legno.
18: un mascherone in travertino per buca di impo-
stazione dei primi dell’ 800.
19: indicazione dell’arrivo o del mancato arrivo del
corriere postale. Tabella in legno in uso a Ravenna
fino al 1863. Tutto questo materiale si trova al
“Museo delle poste e telecomunicazioni” di Roma.
20, 21, 22: tre esemplari successivi di cassette po-
stali dei Paesi Bassi.
23, 24, 25: i classici “pillar box” che si trovano per
le strade inglesi. Notare nel secondo le iniziali della
regina Vittoria.
Mirdwm k& Postamte Ala 1
via nuova N:256 ausgehoben
Viene levata dall'.r Ufficio postato
Ala lvia nuova N'256
Cassetta da muro in lamiera, già appartenuta al lombardo-veneto nel periodo dell’im-
pero austro-ungarico. (“Museo delle poste e telecomunicazioni” di Roma).
facile costruzione perché si tratta, in definitiva, di una scatolona di
latta con un foro e un fondo apribile per la levata. La forma esterna,
naturalmente, è cambiata e vediamo ora quelle recentissime cassette,
evidentemente stilizzate da un ‘designer’, molto sobrie e facilmente
individuabili, senza fronzoli decorativi con la semplice scritta neces-
saria; cioè “cassette per lettere” oppure “posta aerea”, “stampe” ec-
cetera.
Una visita al museo delle poste di Roma riserva però altre sorprese:
rari cimeli che riguardano la posta, come ad esempio una tabella in
legno scritta sulle due parti: “La posta è giunta” - “La posta non è
giunta”. Tale tabella proviene dall’ufficio postale di Ravenna dove
restò in uso fino al 1863. Il caso di mancato arrivo era dovuto, nella
maggioranza dei casi, o a forti nevicate che avevano bloccato il cor-
riere o addirittura agli assalti di banditi e ciò specialmente negli stati
della chiesa e nel meridione. Un altro aspetto curioso del museo è
costituito da un fornetto per la disinfezione con suffumigi di vario
genere delle lettere provenienti da località infette. Si pensi, per averne
un’idea, ad una specie di tostacaffè dove venivano messe le lettere so-
spette, in quei tempi di facili epidemie tra le quali la peste. Alcune
buste infatti portavano il timbro « netta fuori e sporca dentro ». Altre
invece quello « netta fuori e netta dentro ». Nel primo caso si inten-
deva dire che era stata affumicata la lettera chiusa e quindi l’interno
non era stato raggiunto: nel secondo caso si voleva dire che, prati-
cati alcuni fori con degli spilli nella busta, pur senza aprirla si era af-
fumicato anche l’interno. Sull’efficacia di questo metodo ciascuno è
padrone di pensarla come crede.
Inutile dire che il museo possiede migliaia di documenti riguar-
danti l’istituzione delle poste, i vari regolamenti, le divise dei posti-
glioni, i pistoloni dei quali questi erano dotati per difendersi dai bri-
ganti, e gli stereòtipi originali dei primi francobolli tra i quali i pre-
ziosi ‘‘cavallini sardi” e i vari bolli da mezzo fino a venti baiocchi del
governo di Romagna. Quanto ai timbri, essi vi sono tutti, compresi
quelli, napoletani, appositamente disegnati per segnare solo i bordi
del francobollo senza toccare l’effige sacra del re borbonico. Il museo
possiede anche, somma gioia per i filatelici, una raccolta di franco-
bolli che va dai più antichi all’ultimo esemplare. Una delle più gran-
Cassetta per le lettere e insegna delle poste a Budapest.
di raccolte del mondo. Vi sono inoltre altre sale che riguardano il
servizio postale in genere, le curiosità più diverse come l’inizio e
lo sviluppo del telegrafo, della telefonia eccetera.
Ma torniamo ora alle nostre cassette.
Disegnate secondo criteri modernissimi le cassette in latta hanno
ormai fatto la loro apparizione ovunque: all’estero come si diceva
esse variano di colore e più spesso sono gialle o bleu. Portano brevi
scritte che riguardano più che altro l’ora di levata e lo stemma nazio-
nale oppure i colori della bandiera. Ma in sostanza si tratta ormai
sempre di cassette rettangolari in latta stampata. L’unico paese che
ha mantenuto la tradizione delle “colonnine” messe sul marciapiede,
chiamate “pillar box”, è l’Inghilterra dove, come si sa, le tradizioni
sono lente a cambiare. Vi sono delle stampe che ci mostrano tali co-
lonnine già dal 1854. Si possono ancora trovare, a volte sul posto, a
volte nei musei, le colonnine, in stile Liberty, con le iniziali della re-
gina Vittoria. La forma dei “pillar box” è andata anch’essa evolvendosi
tanto che essi si sono fatti sempre più semplici fino ad essere ora un
liscio cilindro con la buca e l’indicazione delle ore di levata. Possiamo
solo osservare che le colonnine sono molto più facilmente distin-
guibili delle cassette appese al muro. Lo stesso sistema vale per gli
Stati Uniti, variando naturalmente la forma che potremmo definire
più aerodinamica, cioè più americana e più simile ai distributori di
Coca-Cola. Anche in questo caso però si tratta di lamiera stampata.
Vi sono pure da considerare quelle cassette postali che, per snel-
lire il servizio, vengono avvitate agli autobus, specialmente quelli
che fanno servizio extra urbano. Si tratta però generalmente della
solita cassetta semplicemente avvitata alla carrozzeria degli automezzi.
Un altro tipo ancora di cassette, qualche volta fatte addirittura a forma
di casetta col tetto spiovente, sono quelle private per il ricevimento
della posta: di solito si trovano fuori dei cancelli delle ville o presso
la porta delle case come si vede spesso in Svizzera, nella campagna
inglese, e negli Stati Uniti d’ America.
Il ferro in città, comunque, ha trovato un suo ulteriore impiego in
queste cassette per le lettere che certamente non sfuggiranno alla no-
stra attenzione in queste feste natalizie che segnano appunto il massimo
uso di questo semplice ma efficace mezzo di comunicazione moderno.
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NASCITA DEL TEATRO MODERNO
di Luciano Lucignani
3. IL TEATRO NATURALISTA
1. La polemica che dopo il 1870 i naturalisti conducono contro il
teatro d’intreccio (ossia contro gli autori della pièce-bien-faite), è
l’erede di quella iniziata dagli illuministi mezzo secolo prima contro
la tragedia classica e continuata poi dai romantici degli anni 30 nei
confronti del dramma borghese.
Questa rivolta in nome della “verità” è un’istanza ripetutamente
avanzata e mai soddisfatta e riflette l’irrigidimento delle condizioni
politico-sociali: quella borghesia che ha sconfitto l’aristocrazia e
posto sulla scena, nella vita come in teatro, il “citoyen’’ ha
ormai perduto ogni slancio rivoluzionario e difende saldamente
il potere identificando ogni ipotetico turbamento dell’equilibrio co-
me un pericolo per l’ordine costituito, mentre il suo decadere in
quanto società di classe ha come inevitabile conseguenza un cristal-
lizzarsi delle forme che diventano, appunto, convenzioni, e dei perso-
naggi che decadono al livello di marionette. Per questo le riforme
proposte da Diderot nella sua Risposta alla lettera di madame Riccoboni
(1758) e quelle che Zola sostiene negli scritti de // naturalismo in teatro
(1881), benché formulate ad oltre un secolo di distanza presentano
tante analogie, soprattutto per ciò che si riferisce all’esecuzione dello
spettacolo (precisione nei dettagli dell'’ambientazione, corrispondenza
storica del costume, naturalezza della recitazione eccetera). Si tratta, però,
di analogie superficiali: la filosofia naturale di Diderot rappresenta un
momento importante nell’evoluzione della scienza materialistica, men-
tre il naturalismo di Zola fondato sul positivismo e sullo sperimenta-
lismo è essenzialmente antidialettico. A Zola infatti la società appare
come un organismo unico, un tutto armonico, nel quale le lotte so-
ciali non sono il riflesso di contraddizioni che occorra risolvere, quanto
sìntomi di malattie che bisogna curare. Un tale determinismo conduce
Zola ad attribuire, nel romanzo come nel dramma, un’importanza
sempre maggiore all’ambiente: la cornice lo interessa sempre più del
quadro, il particolare lo appassiona più del totale; sotto questa congèrie
di annotazioni ambientali il personaggio finisce per scomparire, di-
venta, come Zola stesso dice, «un prodotto dell’aria e del sole, come -
la pianta »; cade, di conseguenza, quel rapporto dialettico fra personag-
gio e società senza il quale non esiste romanzo e il dramma non è più
possibile neppure come ipotesi.
2. Ciò che il teatro moderno deve invece indubbiamente al natura-
lismo è un nuovo ordinamento dello spettacolo: il criterio d’uno stile
che unifichi i vari elementi che concorrono a creare la rappresenta-
zione teatrale si afferma per la prima volta sui palcoscenici di alcune
piccole e oscure sale dei sobborghi di Parigi, Londra, Berlino, negli
ultimi decenni del XIX secolo. In questi “teatri liberi” operano i
primi pionieri di quella vasta schiera di dèspoti di maghi di sacerdoti
e di tribuni che furono, nel Novecento, i veri riformatori della scena,
i registri. Antoine, Grein, Brahm fondarono i loro teatri come trincee
avanzate del naturalismo e Zola fu la loro bandiera e il loro vangelo.
Ma anche il contributo da loro dato alla letteratura drammatica non
fu modesto se si riflette che ad essi va il merito di aver scoperto e
divulgato il più grande scrittore di teatro del secolo, Henrik Ibsen.
Oggi Spettri, uno dei suoi drammi più famosi, è generalmente con-
siderato un esempio classico da avvicinare all’Ediîpo re di Sofocle;
ma quando apparve per la prima volta sui palcoscenici squallidi e oscuri
del Théatre Libre o dell’Independent Theatre o della Freie Buhne,
fu accolto da insulti sanguinosi, o, nella migliore delle ipotesi da una
ironica noncuranza. In realtà neppure oggi si può affermare che Ibsen
sia stato compreso, e il rispetto che il suo nome suscita non nasconde
comprensione o amore. C’è chi ha visto nella sua opera una critica
feroce dell’idealismo e chi invece lo ha additato come un paladino
dell’ideale; chi ha salutato nel suo nome un difensore delle libertà
democratiche e chi ha letto nelle sue righe un appello al superuomo;
chi infine lo ha esaltato come un perfetto drammaturgo naturalista e
chi lo ha disprezzato come uno scrittore a tesi. Sarebbe inesatto soste-
nere che tutto questo, in Ibsen, non c’era, ma altrettanto inesatto sa-
rebbe affermare che Ibsen era tutto qui: tante e così contraddittorie
interpretazioni della sua opera sono certamente il logico e inevitabile
risultato d’un atteggiamento radicalmente anticonformista. Ciò che
Ibsen predicava era qualcosa che avrebbe potuto somigliare all’anar-
chìa, cioè il rifiuto, assoluto e intransigente di ogni pregiudizio e di
ogni illusione che impedissero all’individuo di prendere coscienza di
se stesso e della propria tragica realtà. Con Ibsen infatti ritorna sui
palcoscenici ottocenteschi, nei piccoli salotti di cattivo gusto, dove
la luce delle lampade sostituisce quella del giorno, l’autentico spirito
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Il commediografo Courteline.
Manifesto-programma del “Théatre Libre” di Parigi - 1892
per la presentazione de “I fossili”.
ZOZDOA
Ltes Fossiles
PikcE EN QUATRE ACTES, EN PROSE
Do la part de
M. Frangois:px Cure
Antoine, fondatore del “Théatre Libre”.
Rudolf Ritter e Gisela Schneider in “Quando noi
morti ci destiamo” di Ibsen, rappresentato a Ber-
lino nel 1900.
Ida Aalber, protagonista di ‘Hedda Gabler” di
Ibsen.
Bozzetto di M. V. Dobuzinskij per “Un mese in
campagna” di Turgenev, rappresentato al teatro
d’arte di Mosca nel 1909.
tragico. Il fatto che, a metà della sua strada, quando decise di “farsi
fotografo”, si sia servito della tecnica del teatro francese, che è come
dire della tecnica del teatro europeo del suo tempo, che ne abbia adot-
tato la scena fondamentale, cioè, appunto, il salotto borghese, e, in
certa misura anche il linguaggio, ossia il piatto discorrere quotidiano,
sono tutte circostanze che ìndicano come egli non intendesse scrivere
la tragedia di una qualsiasi epoca, ma quella della sua, la tragedia della
decadenza borghese. È nota, del resto, la metàfora elaborata da Ibsen
nell’ultimo quarto del secolo, dove appare la nave Europa, carica di
vita, di gioia e d’attività, ma sulla quale finisce per diffondersi un’an-
goscia inspiegabile che finisce per paralizzare tutti:
« Si traggono presagi dai minimi fatti; la bonaccia, il vento favorevole sono
interpretati in modo sinistro; la capriola d’un delfino, il grido d’un gabbiano
fanno trasalire. S'è perduta ogni energìa, tutti sono in preda ad una malattia
segreta, anche se nessuno parla, se nessuno domanda. Che cosa è accaduto?
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Nulla. Ma da prua a poppa si dice che stiamo viaggiando con un cadavere nel-
la stiva... Per questo la nostra generazione è tanto depressa, per questo appare
indifferente alle gioie e ai dolori, per questo cova quell’indistinta paura che le
fa accettare la sorte e attendere gli eventi ».
Che cos’è questo “cadavere nella stiva” dell’Europa? È la colpa
segreta e remota che tutti i personaggi di Ibsen sono chiamati ad espiare:
quella per cui Osvaldo perde la ragione e sua madre può soltanto
scegliere fra due doveri altrettanto spaventosi, dargli la morte o re-
stare accanto a quest'uomo tornato bambino fino alla fine dei suoi
giorni. Quella per cui Brand precipita sotto la valanga e Peer Gynt
sfogliando la cipolla che ha paragonato alla propria esistenza trova che
il nòcciolo, cioè il suo vero “io” non esiste. Quella, infine, per cui
Nora deve abbandonare la casa di suo marito, Rosmer e Rebecca West
si getteranno nella gora, Hedda Gabler si sparerà alla tempia, Solness
cadrà dalla torre, Borkman coronerà con la morte il suo sogno di
See
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potenza e Rubek e Irene saranno travolti, nel loro ultimo, disperato
anelito. Dietro questa ecatombe che è il teatro di Ibsen, c’è un solo,
inconciliabile delitto: il tradimento verso se stessi, l’abdicazione nei
confronti della vita; il “cadavere nella stiva” è qualcosa di ben preciso,
è quella che in danese si esprime con la parola /ivsg/zede, cioè la “gioia
di vivere”; è questa “gioia di vivere” che i personaggi di Ibsen hanno
calpestato, violentato, ucciso, ed è un peccato senza remissione. Ibsen
lo afferma chiaramente e più volte nel corso dei suoi drammi; in Speztri,
la madre di Osvaldo dice a suo figlio, quando ha finalmente capito:
SiGNoRA ALVING - E adesso, povero ragazzo torturato, voglio levarti il peso
dall’anima...
OsvaLpo - Tu, mamma?
SIGNORA ALVING - ... tutto ciò che tu chiami rimorso, rimpianto, pentimento...
OsvaLpo - E credi di poterlo fare?
Sionora ALvInG — Sì ora posso, Osvaldo. Poco fa quando parlavi della gioia di
vivere, tutta la mia vita mi è apparsa a un tratto sotto una nuova luce.
OsvaLpo (scerotendo il capo) — Non capisco, mamma.
SIGNORA ALVING — Se tu avessi conosciuto tuo padre quando era appena un gio-
vane ufficiale! Come ardeva in lui la gioia di vivere!
OsvaLpo — Sì, lo so.
SiGNoRA ALVING - Si respirava a guardarlo come un'aria di festa. E com'era pieno
di forza indomabile, di vitalità!
OsvaLpo — E poi?...
Sionora ALVING — E poi quel ragazzo, così felice di vivere, perché allora era come
un ragazzo, venne a finire qui in questa città né grande né piccola, che non aveva
alcuna gioia da offrirgli, soltanto piaceri. Qui, dove non aveva uno scopo la sua
vita: soltanto un impiego. Nessun lavoro a cui consacrarsi con tutta l’anima,
null’altro che affari. E non trovò neppure un amico capace di sentire che cosa
fosse la gioia di vivere; null’altro che compagni di ozi e di orge...
OsvaLpo — Mamma!
Signora ALvinG — Così accadde quello che doveva accadere.
OsvaLpo - E che cosa doveva accadere?
SiGnoRA ALVING — Hai detto tu stesso quel che sarebbe di te se dovessi rimaner qui.
OsvaLpo — Intendi dire che il babbo?...
SinorA ALVING - Il tuo povero padre non aveva modo di dar sfogo all’eccesso
di vitalità che era in lui. Neanche io gli avevo portato in casa un'aria di festa.
OsvaLpo — Neanche tu?
Signora ALvIinG — Mi avevano solo insegnato che esistevano doveri e roba del
genere; vi ho creduto fermamente per molto tempo. Tutta la vita era dovere...
i zziei doveri, i suoi doveri, e... Ho paura Osvaldo, di aver reso la casa insoppot-
tabile al tuo povero padre.
Con parole quasi identiche, in Roszersholm, Rebecca West parla
a Rosmer:
Rosmer - Come spieghi quello che è accaduto in te?
ReseccA — Il concetto della vita di casa Rosmer, o almeno il tuo concetto della
vita, ha corrotto la mia volontà.
RosMmeEr — Corrotto?
RepeccA — Sì, l’ha resa ammalata. L’ha asservita a leggi che prima per me non
avevano valore. La vita in comune con te ha elevato il mio spirito. Ma... (semoze
il capo) ma... ma...
RosMmer - Ma? Che cosa?
REBECCA — ... ma, vedi, uccide la felicità!
Rosmer — Lo credi, Rebecca?
ResEccA — Almeno così è per me.
Il tema percorre intera l’opera di Ibsen, come un Leitmoziv. « Hai
ucciso in me la vita d’amore! » grida Ella Rentheim a Gian Gabriele
Borkman, e aggiunge ancora più chiaramente: « La bibbia parla d’un
peccato misterioso per il quale non v’è remissione. Non avevo mai
capìto finora quale fosse questo peccato. Oggi capisco. Il grande pec-
cato che non può essere perdonato è quello di chi uccide in una crea-
tura umana la vita d’amore ». Nell'ultimo dramma, Quando noi morti
ci destiamo, questa colpa verso la vita è il tema vero e proprio dell’ope-
ra: Rubek, l’artista che ha sacrificato all’arte l’amore di Irene, e quando,
dopo molti anni la incontra di nuovo, parlandole del suo capolavoro,
nel quale ha raffigurato anche se stesso, così si descrive:
RusEek — In primo piano, come qui, accanto a un ruscello, è seduto un uomo pro-
strato dalla colpa, che non può staccarsi dalla crosta terrestre. L'ho chiamato
«il rimpianto d’una vita sprecata ». Egli tuffa le mani nell'acqua che scorre,
per detergerle, e soffre e si torce al pensiero che mai, mai ci riuscirà. Per tutta
l'eternità non potrà esser libero, non potrà vivere e risorgere. Rimarrà sempre
confitto nel suo inferno.
Ibsen sarà perfettamente compreso, ha scritto un critico americano,
Eric Bentley, solo quando si capirà che il collettivismo sociale è una
fuga dalla realtà, è l’estrema evasione, e che non potrà mai esistere
un sano altruismo separato da un profondo rispetto di se stessi. « La
bibbia ci raccomanda di amare il nostro prossimo — conclude Bentley
— e Ibsen ci dice quanto sia assurdo tale comandamento per gente
che non sappia amare se stessa ».
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telefono 50334 - telex 41043 Italsid
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Matteotti 7 - telefono 92041
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Roma, via Barberini 50 - telefono 464444
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Torino, corso Vittorio Emanuele 3 - telefono 655065
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