Rivista Italsider, n. 6, 1963
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Victor Vasarely - "Folklore planetario" - unità plastica, 1963.
Seconda di copertina: "messaggi" ad un pubblico di duemila anni fa. Una scritta elettorale su un muro di Pompei e l'insegna del negozio di un fabbro pompeiano con gli attrezzi del mestiere.
Terza di copertina: grafica sperimentale di Ennio Lucini.
Quarta di copertina: croce di ferro.
Immagini in evidenza:
- Albert Einstein (p. 6)
- L'Atlantide, secondo il padre Athanasius Kircher nel "Mundus Subterraneus" (Amsterdam 1665) (p. 11)
- L'avventura di Robinson Crusoe, narrata da Daniel Defoe (p. 12)
- Particolare del "Buon governo" di Ambrogio Lorenzetti (p. 13)
- La fantasia avveniristica di Giulio Verne in "Ventimila leghe sotto i mari" (p. 14)
- Le profezie del disegnatore Albert Robida (p. 15)
- La cupola di acciaio nella quale è racchiuso il reattore della centrale elettronucleare del Garigliano (p. 16)
- Manifesto di Pirovano per la "M 20" (p. 25)
- Pablo Picasso: "Guernica", 1937 (p. 26)
- Palazzo Madama, Torino: rosta della cancellata d'ingresso (p. 37)
Sommario:
- Gli eroi dei giovani, p. 4
- Le utopie, p. 11
- Uno sguardo ai nostri laboratori atomici, p. 16
- Edipo a Hiroshima, p. 20
- Arte e pubblicità, p. 22
- I libri dell'Italsider, p. 27
- Il laser, p. 29
- Trasmissione e rilevazione dei dati, p. 33
- Il ferro nel barocco piemontese, p. 37
- Un cartello contro gli incendi dei boschi, p. 39 - Data testuale
- Natale 1963-Capodanno 1964
- Consistenza
- pp. 40
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/19
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
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- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
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la copertina: Victor Vasarely - « Folklore pla-
netario » - unità plastica, 1963.
2° di copertina: “messaggi” ad un pubblico di
duemila anni fa. (sopra), una scritta elettorale
su un muro di Pompei («Siccia chiede che
Trebio e Gavio siano eletti edili »). (sotto),
l’insegna del negozio di un fabbro pompeiano
con gli attrezzi del mestiere.
3° di copertina: grafica sperimentale di Ennio
Lucini (da “Pagina” n. 3).
4° di copertina: croce di ferro (Museo storico
di Stoccolma).
RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 6 - Natale 1963-Capodanno 1964
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Gli eroi dei giovani pag. 4
Le utopie » II
Uno sguardo ai nostri laboratori
atomici » 16
Edipo a Hiroshima » 20
Arte e pubblicità » 22
I libri dell’ Italsider » 27
Il laser » 29
‘Trasmissione e rilevazione dei dati» 33
Il ferro nel barocco piemontese » 37
Un cartello contro gli incendi dei
boschi » 39
Victor Vasarely è nato nel 1908 a Pecs in Ungheria e si è laureato in architettura nel 1925. Ha fatto parte nel
1928-29 del gruppo del Miihely, la “Bauhaus” budapestina. Nel 1930 si trasferì a Parigi dove tuttora vive e
lavora. Vasarely appartiene a quella corrente artistica che sostiene che l’arte, oggi, non è più un’arte sogget-
tiva, che l’artista massimo che con grande abilità manuale fa capolavori inimitabili appartiene ormai al pas-
sato. Il quadro da cavalletto, che proponeva l’ordine rassicurante di un mondo plastico a due dimensioni,
per questi artisti è quindi un modo di esprimersi completamente superato, che non ha più ragione di essere
in un mondo in cui la tecnica ha raggiunto risultati di straordinaria perfezione. « Contro un’arte soggettiva o
soltanto “confidenziale”, Vasarely propone alla città moderna un’opera ordinata riflessa integrata nell’archi-
tettura in cui le invenzioni con una destinazione sociale s’accrescono necessariamente — per qualità di temi:
affresco, tappezzeria, vetro, mosaico, e in quantità di edizioni: la serigrafia, l’album di immagini o il film»
(Michel Faré). Vasarely crede in sostanza in una sintesi delle arti che si concreta in oggetti, accessori, mobili,
giuochi policromi, tutta una serie di creazioni tridimensionali, a colori vivacissimi, basata su un motivo mo-
dulare, il quadrato, elemento architettonico per eccellenza. « Se è possibile fabbricare materiali da costruzione
esteticamente mediocri od orribili (e la prova è fornita dalle costruzioni a basso prezzo che si vedono in tutto
il mondo), è certamente possibile fabbricarne di belli e di interessanti », dice Vasarely. Egli tende insomma
ad un mondo in cui l’artista « non è più soltanto l'inventore egoista di quadri ma un uomo in cui l’intelligenza
e la sensibilità elaborano la forma essenziale a beneficio della comunità ».
Il presidente, l'amministratore delegato e i direttori ge-
nerali hanno ricevuto molti biglietti di auguri da parte
di personale della società.
A chi ha scritto, come a tutti gli altri e alle loro fa-
miglie, giungano attraverso la rivista i più fervidi
auguri di un felice 1964.
ATA,
N
Il ministro Giorgio Bo
a tutti i collaboratori
delle aziende
a partecipazione statale
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Anche quest'anno ho il privilegio di rivol-
gere a tutti i lavoratori delle aziende a par-
tecipazione statale, impegnati a vari livelli in
ogni settore, e alle loro famiglie l’augurio più
vivo di un sereno Natale e di un propizio
Anno Nuovo. E il mio saluto si associa, una
volta di più, al compiacimento per i traguardi
conseguiti, per le realizzazioni compiute, per
il contributo offerto allo sviluppo economico e
al benessere del paese.
Il 1963 è stato un anno intenso, caratteriz-
zato da avvenimenti e da fatti che hanno im-
presso alla vita della nazione un corso talvolta
contraddittorio, frammisto di slanci e di per-
plessità, di decisi orientamenti e di dubbiose
incertezze per buona sorte superate proprio in
questi giorni dalla formazione di un governo a
più larga base. Ma nel quadro generale del-
l'economia italiana le partecipazioni statali,
anche nell’anno che si chiude, hanno contra-
stato con efficacia il ristagno delle attività pro-
duttive, accentuando il ritmo degli investimenti,
intervenendo nei settori e nelle zone dove mag-
giormente si manifestava il rallentamento delle
iniziative, accrescendo in misura più che con-
fortante il già elevato volume del fatturato.
Nella non facile congiuntura finanziaria
quanto è stato così posto in atto dalle imprese
pubbliche dà un’altra prova tangibile della loro
efficienza, della loro vitalità, della loro salutare
presenza nell’economia italiana. Si sono fatti
più evidenti la ragione e il carattere dell’industria
statale fondata sulla sperimentata validità dello
stato imprenditore, che non si pone in posizione
sopraffattrice rispetto all’iniziativa privata, ma
vuole assolvere una funzione di guida e di im-
pulso dell’attività economica per nuove prospet-
tive di sviluppo.
Quel grande complesso di imprese di cui
compete il controllo al ministero per le parteci-
pazioni statali ha visto crescere in sensibile
misura la sua importanza numerica. E con
un’azione rivolta sempre più efficacemente al
perseguimento di scopi di interesse pubblico
(di cui è superfluo ricordare ancora una volta
le molteplici manifestazioni), le partecipazioni
statali si sono venute qualificando come altret-
tanti strumenti di sviluppo e di progresso della
nostra società. In questo consuntivo di fine
d'anno non va dimenticato ciò che, con azione
innovatrice, è stato fatto per garantire i diritti
sindacali dei lavoratori, nell’intento di accre-
scere in loro la coscienza di essere, nell’ambito
di un sistema che assume sempre più netto
rilievo, non energie considerate come oggetto di
sfruttamento
partecipi ed essenziali della produzione.
economico, ma come elementi
È certo che nel nuovo corso politico, nel quale
sarà perseguita una politica sociale che superi
gli squilibri e le disuguaglianze tuttora esistenti
per mutare una società ancora sotto più aspetti
arretrata in una società moderna, l’apporto
degli enti o imprese dello stato acquisterà sempre
maggiore importanza. E in un siffatto processo
di crescita civile sarà assicurata ai lavoratori
una più intensa collaborazione al conseguimento
dei fini che all’impresa pubblica sono assegnati
nello svolgimento dell’attività produttiva.
Nel dare atto, con animo grato, ai 380.000
dirigenti e dipendenti del buon lavoro compiuto
nell’anno che volge al termine, auguro a tutti,
in spirito di solidarietà e di amicizia, un do-
mani ricco di soddisfazioni individuali e di
frutti benefici per il progresso generale del
paese.
Il prof. Ernesto Manuelli
presidente della Finsider
ai collaboratori del Gruppo
e alle loro famiglie
L’anno 1963 è stato particolarmente impor-
tante per il nostro Gruppo, in quanto corri-
sponde a metà circa del periodo entro il quale
dovranno realizzarsi gli obiettivi del piano di
cui vi delineai gli aspetti più significativi
nel 1960.
Pur essendoci mossi quest'anno in una situa-
zione economica generale non completamente
favorevole, abbiamo aumentato le produzioni ed
abbiamo confermato la validità di quegli obiet-
tivi che anche a noi potevano sembrare ambiziosi
allorché li stabilimmo.
Nel 1963 la produzione di ghisa è passata
da 3.205 mila a 3.395 mila tonnellate e la pro-
duzione di acciaio da 5.291 mila a 5.460 mila
tonnellate. Contemporaneamente abbiamo rea-
lizzato 260 miliardi di investimenti: l’inaugu-
razione del nuovo stabilimento Italsider di
Novi Ligure, avvenuta quest'anno, e l’entrata
in funzione oramai prossima del centro di
Taranto, ne sono i più concreti e salienti
effetti.
Gli aumenti dei costi — principalmente dovuti
alle retribuzioni — e la debolezza dei prezzi di
vendita hanno posto seri problemi. Tuttavia,
se le conseguenze della congiuntura sono state
decenni sono quindi stati: la ricostruzione prima;
l'impostazione del programma poi, ed infine
il suo sviluppo ed il suo consolidamento.
In questo periodo, abbastanza breve e che
molti di noi abbiamo vissuto per intero, la
fisionomia mondiale dell’industria dell’acciaio
è però cambiata. Non è qui il caso di entrare
in dettagli, ma basti solo ricordare questi punti:
1) le materie prime nazionali hanno in genere
perduto d'importanza;
2) i processi tecnici sono per buona parte nuovi,
spostando i rapporti di economicità fra le
nazioni ed i singoli impianti;
3) da un’eccedenza di domanda quale si era
verificata fino al 1958, si è passati ad una
netevole eccedenza di capacità produttiva;
4) il commercio internazionale del ferro è
aumentato in cifra assoluta, ma è diminuito
in via relativa;
5) la cosiddetta «grande esportazione” della
CECA è diminuita, ed in più l’area comu-
nitaria importerà quest'anno un quantitativo
dell'ordine di 5 milioni di tonnellate, fatto
prima di oggi mai verificatosi.
Alcuni di questi cambiamenti strutturali erano
stati da noi previsti ed anzi su alcuni di essi
era fondato il nostro piano. Il cambiamento
conclusivo — quello rappresentato dal fatto che
la concorrenza si è spostata dalle disponibilità
di produzione ai costi comparati e si è allargata
a tutti i mercati — non ci trova impreparati,
ma costituisce indubbiamente il campo nel
quale tutti dobbiamo concentrare i nostri sforzi
per gli anni a venire.
In altre parole, dovendo vendere a prezzi più
bassi, dobbiamo far sì che il nostro prodotto
costi meno, o almeno non di più di quello della
concorrenza che si delinea sempre più accanita.
Ad essa dobbiamo contrapporre una accentuata
avvertite solo parzialmente, ciò è di al- vol
l’acuito impegno delle direzioni aziendali, soste-
nuto — e ve ne dò atto e vi ringrazio — dalla
collaborazione di tutti voi, che ogni anno di
più sentite l’importanza della cooperazione per
il successo della siderurgia italiana a cui Oscar
Sinigaglia dette avvio e che noi abbiamo il
compito di completare.
Di Oscar Sinigaglia ricorre quest'anno il
decennale della morte e credo sia doveroso per
tutti ricordare la figura dell’uomo che per
queste realizzazioni combattè la sua battaglia
più impegnativa, contribuendo a modificare non
solo la siderurgia italiana ma l’intera economia
nazionale.
Nella continuità dello spirito che animò questo
nostro grande capo, i compiti negli ultimi due
Roma, Natale 1963 - Capodanno 1964
tà di riuscire in quanto ci siamo proposti.
Non è questa però una via battibile con la sola
tenacia; occorre qualcosa di più: la qualità del
nostro sforzo. Per le direzioni commerciali, si
tratterà di comperare e vendere meglio; per
quelle produttive, di organizzare più accurata-
mente l’attività di impianti che sono fra i più
moderni del mondo; per i lavoratori sarà que-
stione non di lavorare di più, ma di farlo
anch’essi meglio. Di qui la necessità che cia-
scuno elevi la propria cultura tecnica ed anche
quella generale, utilizzando al massimo le pos-
sibilità che loro offrono le rispettive aziende ed
anche il gruppo IRI nel suo complesso.
A questo scopo, nuove scuole aziendali ed
interaziendali sono state costituite presso le
principali aziende del Gruppo: in esse le giovani
3
leve e gli adulti possono fruire dei più moderni
ed efficaci sistemi di formazione per la propria
qualificazione o riqualificazione professionale.
Le iniziative in questo campo sono condotte
con la più ampia visione del problema, per cui
si ricorrerà —.come si è già fatto — anche alle
esperienze straniere, inviando tecnici ed operai
in paesi tecnicamente ed organizzativamente
avanzati, per perfezionare le proprie nozioni.
Non credo di dilungarmi oltre in proposito,
mi è però sembrato necessario indicare il pro-
blema come forse il più importante del prossimo
avvenire.
Le statistiche ci dicono che nel 1963 il livello
di occupazione presso le aziende è aumentato
e la forza complessiva del Gruppo ha così supe-
rato le 75.000 unità lavorative, con un incre-
mento di oltre 3.000 unità; peraltro il nostro
contributo di gran lunga più importante nel
campo dell'occupazione resta di carattere indi-
retto con le possibilità offerte alle industrie
trasformatrici.
Cari amici, abituati come siamo a guardare
avanti, tutto quanto in svolgimento ci sembra
già passato; questo vi spieghi se non vi vengono
dati dettagli sullo sviluppo delle singole aziende
ed in particolare sui loro ancora imponenti
programmi di impianti (650 miliardi dal 1964
al 1967), che, del resto, potete conoscere da altre
documentazioni. Quello che mi preme è che
ciascuno di voi sia conscio del compito che gli
spetta e della premura di tutte le direzioni ad
ogni livello di sentirvi quanto più è possibile
vicini e partecipi attivi allo sforzo comune. Un
legame cioè che tende a contare su collaboratori
più qualificati e che non si esaurisce nella pro-
duzione e nell’attività tecnico-addestrativa, ma si
completa in un certo numero di attività acces-
sorie destinate a far evolvere, contemporanea-
mente alle capacità professionali, il contesto
umano del rapporto.
A questo proposito ricordo il nostro più vivo
desiderio di perseguire ogni possibile via, capace
di contribuire a migliorare i sistemi di relazioni
con il personale, sia sul piano collettivo che
su quello individuale e mi auguro che quel
vigile senso di responsabilità e quella mutua
comprensione, che ci hanno consentito di per-
venire senza particolari tensioni alla stipula-
zione del nuovo contratto collettivo, persistano e
si irrobustiscano nella fase più delicata dell’ap-
plicazione e del rispetto degli accordi presi.
Con la fiducia, anzi con la certezza che i
nostri sforzi, ugualmente intensi e volti allo
stesso fine, ci consentano di proseguire verso un
futuro sempre migliore, rivolgo a tutti voi ed
ai vostri familiari l'augurio che il nuovo anno
ci veda sempre più uniti e ci dia le stesse sod-
disfazioni del passato.
Alcuni mesi orsono la redazione della Rivista
Italsider ha svolto una interessante inchiesta in
alcuni stabilimenti e tra gli allievi delle scuole
siderurgiche di Cornigliano e di Piombino, per
incarico dell’ “Almanacco Bompiani”.
A circa duecento giovani operai al di sotto
dei ventun anni è stato sottoposto un questionario
contenente sedici nomi di personaggi del nostro
tempo, reali o immaginari. Tra essi, ciascun
interpellato poteva scegliere quelli da lui prefe-
riti, o aggiungerne altri a piacimento.
«Ogni generazione, e quindi ogni epoca, —
era detto in una premessa esplicativa — ha i
propri eroi, personaggi veri o fittizi che sembrano
elevarsi al di sopra della vita quotidiana dei più
e, al tempo stesso, incarnare le aspirazioni dei
più, essere dei modelli. Facendo quest'anno
un'inchiesta sui problemi e le tendenze della ge-
nerazione intorno ai vent'anni, il suo aiuto ci
sarebbe prezioso per stabilire quali sono i per-
sonaggi che contano per la sua generazione ».
Tra i sedici nomi elencati figuravano attori,
sportivi, scienziati, scrittori, uomini politici ec-
cetera. Eccoli :
I Gianni Rivera 9 Vittorio Gassman
2 Fean-Paul Belmondo 10 Cesare Pavese
3 Juri Gagarin tI Mike Bongiorno
4 Perry Mason 12 Sterling Moss
5 Albert Einstein
6 Adriano Celentano
7 Walter Bonatti
8 Danilo Dolci
13 Enrico Mattei
14 Bertrand Russell
15 Superman
16 Fohn Kennedy
Ai giovani operai veniva chiesto di rispondere
alle seguenti quattro domande :
T - Chi di questi personaggi vorreste essere?
eroi dei giovani
(si può indicare anche un nome non com-
preso nella lista).
2 - Chi non vorreste essere?
3 - Su chi vorreste maggiori informazioni?
4 - Quali dei nomi elencati vi sono sconosciuti?
Lo stesso questionario è stato sottoposto ad un
gruppo di dipendenti della Olivetti.
Il numero delle risposte ricevute, lo scrupolo
con cui è stato compilato il questionario, in calce
al quale molti hanno sentito il desiderio di aggiun-
gere osservazioni, precisazioni, giudizi, sembrano
dimostrare che esso ha colto un argomento sul
quale gli intervistati avevano realmente qualcosa
da dire. In totale, nelle due aziende, sono state
compilate 409 schede. Ecco la graduatoria com-
plessiva delle preferenze espresse dagli interpel-
lati :
4 II III IV
Rivera 76 4 19 I7
Einstein 47 2 QI 29
Moss 36 17 28 26
Gagarin 33 19 45 3
Kennedy 28 26 2I 6
Mattei 22 12 24 39
Bonatti 2I 27 30 22
Celentano 2I 36 20 I
Mason 2I 6 I4 3
Gassman 18 39 12
Russell I4 3 63 88
Pavese 10 x 24 90
Belmondo 8 10 6 19
Dolci 5 6 3I 235
Superman 3 43 To 128
Bongiorno 2 125 2 2
Come si vede, l’eroe preferito è Rivera, uno
sportivo che «eccelle in un'attività — osserva
l’Almanacco nel commentare iî risultati della
inchiesta — in cui î successi sono giovanili e
constatabili, documentabili senza gravi contro-
versie. I rotocalchi non si occupano eccessiva-
mente della sua vita privata (oppure se ne occu-
pano in termini lusinghieri, a volte rugiadosi)
e în ogni caso è immune da complicazioni senti-
mentali e quindi non tocco da polemiche mora-
listiche. La sua notorietà è prevalentemente
maschile ».
Solo quattro
essere” Rivera.
Subito dopo, tra i preferiti, vengono uno
scienziato, Einstein, un altro campione sportivo,
Sterling Moss, e l’astronauta Gagarin.
Ultimo in graduatoria è Bongiorno : risultato
(se si pensa alla popolarità di questo divo tele-
visivo) davvero sorprendente e confermato anche
dall'esame della seconda domanda («chi non
vorreste essere») che ha fatto registrare 125
“no” per il povero Mike.
Gli altri personaggi più controversi, stando ai
dati emersi dalle risposte alla seconda domanda,
sono oltre a Kennedy (un dato che meriterebbe
un approfondimento, dopo la tragica scomparsa
del presidente degli Stati Uniti) ancora due
nomi legati al mondo dello spettacolo : Celen-
tano e Gassman (Bonatti è un caso a parte,
come si può vedere dalle tabelle particolari che
seguono, relative alle risposte dei singoli gruppi).
Sul significato di queste risposte avversative,
il commentatore osserva giustamente che il feno-
meno è, con tutta probabilità, dovuto ad un at-
teggiamento psicologico ambivalente di ““ammira-
zione-odio” per gli “eroi”, per i propri modelli,
verso î quali, nello stesso tempo în cui si venerano,
si nutre una sorta di rancore inconsapevole per
il successo da essi conseguito.
Nella terza domanda («su chi vorreste mag-
giori informazioni v) Einstein diventa più im-
portante di ogni altro, con QI richieste di noti-
zie, seguito da Russell, con 63 richieste. «Eviden-
temente — nota l’ Almanacco — non sono sim-
boli di ricchezza, né di successo (e successo come
viene deprecato dai moralisti), né per la parte
specifica della loro ricerca, ma probabilmente e
soprattutto per la fiducia nel sapere, per ammi-
razione verso una forma di indipendenza intel-
lettuale, uno stare al di sopra per virtù intel-
lettiva. Entrambi avevano preso clamorosamente
una posizione di protesta contro i rischi di una
guerra atomica ».
Quanto alla quarta domanda (« quali dei nomi
elencati vi sono sconosciuti? ») i personaggi più
ignorati, che non entrano nella scelta perché non
fanno parte della “cultura” del gruppo, sono
Danilo Dolci, Superman, Cesare Pavese e
Russell.
L’alta percentuale di coloro che ignorano chi
sia Superman è forse spiegabile, a nostro parere,
se si considera che i lettori italiani di fumetti
conoscono questo personaggio fantastico, dotato
di poteri straordinari, sotto il nome di ‘“Nembo
Kid” (solo sul ‘“Giorno” esso veniva chiamato,
quando questo giornale pubblicava le sue avven-
ture, con la denominazione originale americana).
D'altra parte, come si rileva nel commento
all’inchiesta, i relativamente numerosi casi di
opposizione a Superman (seconda risposta) sem-
intervistati ‘“‘non vorrebbero
brano indicare il rifiuto dell'evasione puramente
fantastica, probabilmente giudicata inverosimile
non sulla base dell’inesistenza reale del perso-
naggio (giacché Perry Mason compare abbastanza
positivamente al nono posto), ma sulla base dei
suoi poteri e delle sue gesta strabilianti ».
Per una più esatta valutazione complessiva
delle risposte, l' Almanacco pubblica anche un’al-
tra graduatoria, nella quale alla prima e alla
terza risposta viene dato un valore positivo,
alla seconda e alla quarta un valore negativo.
Seguendo questo criterio, i nomi risultano disposti
în questo ordine :
Einstein + 107
Rivera t 74
Gagarin + 56
Mason + 26
Moss + 2r
Kennedy + 17
Celentano + 4
Bonatti + 2
Mattei — 5
Gassman UR;
Russell — I4
Belmondo — 1I5
Pavese — 63
Bongiorno — 123
Superman — 158
Dolci — 205
Questa dovrebbe essere la graduatoria effet-
tiva delle preferenze espresse dagli interpellati.
Pubblichiamo ora i risultati particolari del-
l’inchiesta, suddivisi per gruppi di risposte date
dai giovani dipendenti dell’Olivetti e dell’Italsider.
Sono dati che dimostrano diversità tra le culture
regionali. Sui capilista sembra esistere un certo
consenso nazionale, ma «subito dopo, lo stesso
che è grand’uomo a Ivrea non lo è a Palermo,
e chi è ignoto a Modena è quasi familiare ad
Asti». Nel caso dell’ Olivetti a Ivrea, i dati
parziali sono indicati qui di seguito in quattro
gruppi, secondo il sesso e l'età.
A) Maschi fino a 20 anni (746)
I II II IV
Rivera 35 2 6 4
Moss I4 4 6 9
Einstein 13 I 42 9
Kennedy II IL 9 4
Mattei 8 5 9 16
Gagarin 7 7 18 3
Mason 7 8 5
Celentano 7 I4 8 3
Bonatti 7 I4 T7 5
Russell 7 I 19 33
Belmondo 4 4 3 9
Pavese 3 2 5 34
Gassman 2 17 2 4
Bongiorno Z 39 I
Dolci 3 4 74
Superman 15 6I
B) Femmine fino a 20 anni (20)
I II III IV
o
Gagarin
Moss
Einstein
Celentano
Bonatti
Pavese
Kennedy
Rivera
Belmondo I
Mason
Dolci
Gassman
Bongiorno
Mattei
Russell
Superman x 7
bh
no
in
hu
bay
bn
di
a N
16
© tb
o Wu
wu
C) Maschi oltre i 20 anni (30)
II III IV
Einstein
Mattei
Gagarin
Bonatti
Mason
Russell
Belmondo
Dolci
Pavese
Moss
Superman
Kennedy
Rivera
Celentano 6
Gassman
Bongiorno
to a
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SASSI NIIRA A
Nu hu NNnwnh
Ko NNNNÒùu n MN
MANNA OK N
Nu
D) Femmine oltre i 20 anni (19)
I II III
Bonatti
Mason
Dolci
Einstein
Gassman
Pavese
Mattei
Russell
Superman
Kennedy
Rivera
Belmondo $
Gagarin
Celentano 2 2
Bongiorno 9 I
Moss T I
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(=.
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Cod + N
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Per lItalsider i risultati sono dati in due
gruppi: stabilimenti e scuole.
E) Stabilimenti di Cornigliano, Lovere, San Gio-
vanni Valdarno, Novi Ligure, Bagnoli, Savona,
Taranto, Siac (di Genova-Campi), Trieste, Mar-
ghera. (94 risposte - da 17 a 23 anni)
n
I II II IV
Rivera 2I I 2; I
Moss 9 4 IO 4
Kennedy 9 5 5 2
Gagarin 8 2 TO si
Mason 6 2 3 T
Einstein 6 T I5 12
Mattei 6 I 6 5
Gassman 5 Io 6
Bonatti 4 5 7 8
Celentano 3 6 3
Belmondo 2 2 2 4
Pavese 2 xt 4 24
Russell 2 I 12 20
Dolci I 2 4 48
Bongiorno E 29 2
Superman I I2 I 29
F) Scuole siderurgiche di Cornigliano e di
Piombino. (100 risposte - da 15 a 20 anni)
I II II IV
Einstein 2I 19 4
Rivera 20 gr 3
Gagarin ZI 8 7
Gassman IO 6 3
Celentano 9 7 5
Moss 9 8 9 9
Kennedy 5 2 5 2
Mason 4 3 I
Mattei 3 4 6 9
Bonatti 2 6 4 10
Russell 2 I I7 25
Belmondo I 2 Pr 5
Dolci 1 I2 82
Pavese I I 9 30
Bongiorno 34
Superman Io 7 I7
In risposta alla prima domanda, alcuni inter-
vistati hanno aggiunto nomi alla lista. Sono in-
dicazioni singole, ma per il fatto di essere state
aggiunte probabilmente rappresentano più di un
parere.
Eccone l’elenco in ordine alfabetico :
Agnelli - Baghetti - Carnera - Fidel Castro
- Lemmy Caution - Cellini - Chiari - Adolfo
Consolini - De Gaulle - Disney - Dogliotti -
Fabiola - Hemingway - ohnny Halliday -
Karim - Gorni Kramer - Marconi - Nenè -
Pavone - Pelè - Peppino di Capri - Picasso -
R. S. Robinson - Schwettzer - Sivori - Vieri -
Zilioli.
Tenuto conto delle risposte date dai giovani
operai dell’Italsider e dagli allievi delle scuole
siderurgiche, abbiamo pensato di far cosa gradita
ai nostri lettori offrendo loro, nelle pagine che
seguono, alcune notizie essenziali su quattro
personaggi citati dall’inchiesta e che hanno inte-
ressato gli intervistati: Einstein, di cui molti,
come s'è visto, hanno chiesto di avere maggiori
informazioni, Russell, Dolci e Pavese che mol-
tissimi hanno invece dichiarato di ignorare com-
pletamente.
Quelli che pubblichiamo sono appunti necessa-
riamente sommari. Nelle biblioteche dei vari
nostri circoli chi vorrà potrà trovare ampio ma-
teriale per una conoscenza più approfondita e
meditata di questi nomi significativi del tempo
in cui viviamo, che nessuno — quali che siano
le sue idee — deve (0 dovrebbe) ignorare.
6
Albert Einstein
La figura di Albert Einstein occupa un posto
di primaria importanza nella storia della prima
metà del nostro secolo. Cinquant'anni esatti durò
la sua attività, dal 1905, quando comparvero
i suoi primi scritti destinati a rivoluzionare
non solo la fisica ma la stessa visione dell’uni-
verso, al 1955, data della sua morte, mentre
ancora era impegnato nel tentativo di far com-
prendere agli uomini come accanto alla rivo-
luzione della fisica, e proprio in conseguenza
di quest’ultima, fosse necessaria un’analoga ri-
voluzione all’interno dell’uomo, nel suo modo di
vedere e giudicare le azioni etiche e politiche
della collettività umana.
Il contributo di Einstein alle nostre conoscenze
scientifiche va sotto il nome generico di ‘‘rela-
tività”. Si tratta di una teoria, sviluppata in
successivi lavori, il cui linguaggio, e la comples-
sità del formalismo matematico, rendono piut-
tosto difficile, tanto è vero che gli stessi fisici
l’accettarono solo dopo molte polemiche, mentre
più immediata è la comprensione degli aspetti
innovatori di tale teoria. Prima di Einstein
la fisica concepiva il mondo, ed i fenomeni che
vi avvenivano, secondo uno schema molto simile
a quello che tutti noi usiamo quotidianamente.
Il mondo, infatti, è costituito da oggetti, esseri
animati, uomini, tutti a tre dimensioni. Un
armadio, come un tavolo, sono determinati dalla
loro lunghezza, larghezza ed altezza, da tre
dimensioni fisiche che, per esempio, possiamo mi-
surare con un metro. Un altro concetto, per
Albert Einstein
tutti noi intuitivo, è quello dei cosiddetti ‘moti
relativi”. Quando viaggiamo in treno, abbiamo
l’impressione che il paesaggio fuori dal finestrino
si muova in senso opposto al treno con la velocità
del treno stesso, cioè l'osservatore sul treno vede
il moto relativo degli oggetti esterni rispetto a
se stesso. Un'altra esperienza del genere, piut-
tosto drammatica purtroppo, la si ha viaggiando
in automobile : lo scontro frontale fra due vet-
ture è molto più grave del tamponamento, pro-
prio perché le velocità dei due mezzi, nel primo
caso, essendo di senso opposto, per il principio
dei moti relativi si sommano dando un effetto
più catastrofico.
Verso la fine del XIX secolo, però, î fisici
si trovarono di fronte ad un paradosso apparen-
temente insolubile : la velocità della luce non
rispondeva al principio dei moti relativi; in
altri termini, in qualunque modo la si misurasse,
sia stando fermi che andando verso la sorgente
di detta luce, la sua velocità risultava costante.
Tutte le spiegazioni di questo fenomeno rimasero
insoddisfacenti finché Einstein risolse il problema
nel modo più ovvio: la velocità della luce è
una costante, indipendentemente da colui che
la osserva. Nel contempo, per dare un’interpre-
tazione esauriente di tutti i fenomeni fisici,
Einstein allargò il concetto del mondo a tre
dimensioni, introducendo una quarta dimensione,
il tempo. Possono sembrare due ipotesi piuttosto
banali, viceversa partendo da esse Einstein
elaborò tutto un sistema che modificava sostan-
zialmente il modo di vedere il mondo. Quello
precedentemente seguito, che è poi lo stesso
da noi usato nella vita quotidiana, veniva ri-
dotto a caso particolare, valido solo in situazioni
in cui le velocità in giuoco siano lontane da quella
della luce (300.000 chilometri al secondo). A che
serve allora la teoria della relatività, se ancora
oggi i razzi più veloci sono ancora molto lenti
rispetto alla luce? Eppure esistono fenomeni che
non si possono studiare senza fare uso delle teorie
di Einstein.
In primo luogo vi sono gli studi di astronomia,
in cui i telescopi vedono non già le stelle ma
la luce che dalle stelle giunge fino a noi. Ed
anche nel mondo, invisibile all'occhio umano,
degli atomi, accadono in ogni istante fenomeni
in cui sono în giuoco velocità dell’ordine di quella
della luce. Anzi, proprio dal mondo degli atomi
doveva venire la più clamorosa e terrificante
verifica delle teorie di Einstein. Tra le molte
conseguenze delle due ipotesi sopra citate, vi
era infatti l’affermazione nota come « equiva-
lenza fra massa ed energia ». Tutti noi, almeno
in modo approssimativo, sappiamo che cos'è
l'energia, ed è altrettanto noto che l’energia
può assumere forme diverse, ma non si può
distruggere. Così l’energia delle acque dei fiumi
viene trasformata in energia elettrica, che a
sua volta si trasforma in energia termica nelle
stufette elettriche o in energia luminosa nelle
lampadine. L’energia chimica contenuta nella
benzina si trasforma in parte nell’energia mec-
canica che fa muovere le automobili e in parte
in energia termica, in quanto le componenti
della vettura tendono a scaldarsi per attrito.
Anche il concetto di massa è abbastanza intuitivo :
la terra ha una sua massa, gli uomini hanno la
loro massa, eccetera : in realtà quando affermiamo
che un oggetto è più pesante di un altro, diciamo
con parole comuni che «il tale oggetto ha una
massa superiore al tal’altro ». Anche la massa,
come l’energia, può cambiare di forma ma non
distruggersi. Quando ad esempio bruciamo il
carbone, esso non si distrugge, ma in parte va
nelle ceneri, in parte combinandosi coll’ossigeno
dell’aria forma anidride carbonica. Ebbene,
secondo Einstein la massa può realmente distrug-
gersi trasformandosi in energia. In una quantità
di energia spaventosamente elevata, pari al
prodotto della massa stessa per la velocità della
luce al quadrato. Una cosa assurda? Nient'af-
fatto: le bombe atomiche devono proprio il
loro spaventoso potenziale distruttivo al fatto
che parte della massa degli atomi particolari
di cui sono composte si trasforma in energia.
Quando, nel 1939, gli studi di altri fisici
misero in evidenza che, proprio in virtù della
predizione di Einstein, era possibile costruire
bombe atomiche, scoppiava la seconda guerra
mondiale. Einstein, essendo ebreo, aveva dovuto
abbandonare la Germania nazista ed insegnava
in America. Rendendosi conto del pericolo che
incombeva sull'umanità se i nazisti fossero
riusciti a costruire per primi simili ordigni,
egli si fece promotore di una lettera al presidente
Roosevelt per invitarlo a dare il via ad un
programma accelerato per la costruzione negli
Stati Uniti delle atomiche. Questo programma,
come è noto, ebbe successo, ma quando Einstein
vide che, contrariamente alle aspettative, due
bombe atomiche erano state usate contro due
città inermi, Hiroshima e Nagasaki, causando
centinaia di migliaia di morti, si rese conto
che gli uomini politici ed î militari avevano
in mano uno strumento troppo pericoloso per la
loro mentalità, che non si era evoluta alla stessa
stregua del progresso scientifico.
Cominciò allora la lotta di Einstein, insieme
ad altri scienziati, per informare l’opinione
pubblica della nuova terribile realtà. Egli pen-
sava che solo quando l’uomo della strada si
fosse reso conto di vivere in un mondo sotto la
continua minaccia di distruzione totale da parte
degli ordigni atomici, la pressione pubblica sugli
uomini di stato avrebbe indotto questi ultimi ad
abbandonare la politica della guerra fredda a
favore di una politica di distensione e di disarmo.
Uno degli ultimi messaggi da lui scritti prima
di morire era un ennesimo, angosciato appello
perché si ponesse fine alla corsa agli armamenti
atomici,
Anche in quest’ultima fatica Einstein venne
da molti giudicato un illuso ed un visionario.
Ma come alla fine le sue teorie scientifiche furono
riconosciute esatte, oggi, con il primo accordo per
la sospensione degli esperimenti nucleari, anche
în questo settore gli uomini hanno dovuto in
ultima analisi dargli ragione. (G. B. Zorzoli)
Bertrand Russell
Bertrand Russell, terzo conte di questo nome
(sebbene egli non usi mai questo titolo) ha novan-
tun anni. Ha festeggiato il suo genetliaco an-
dando ad assistere ad una commedia musicale
intorno alla prima guerra mondiale, durante la
quale passò un periodo in prigione per aver con-
dannato la coscrizione obbligatoria. Due anni
orsono fu messo nuovamente in carcere per aver
condotto una campagna contro la politica di difesa
nucleare seguita dal governo del suo paese.
Russell si sposò quattro volte ed ora abita
in un villaggio gallese fuori mano, ma egli è
ben lontano dal trovarsi tagliato fuori dal
mondo ; infatti i princìpi per i quali è stato im-
prigionato hanno indotto migliaia di persone,
per la maggior parte sotto i trent'anni, a rischiare
la prigione e î maltrattamenti della polizia per
aver bloccato il traffico sedendosi in mezzo alla
strada. Eminente filosofo ed umanista come il
suo contemporaneo Benedetto Croce, Russell non
poteva desiderare di più, per i suoi ideali poli-
tici, di questo consenso tributatogli da persone
più giovani di lui di tre generazioni.
Russell si distinse a Cambridge nella matema-
tica e fu eletto “fellow” del Trinity College. I suoi
due grandi trattati “Principia Mathematica” e
“The Principles of Mathematics” furono scritti
prima del 1914. Essi formano la base della sua
reputazione filosofica, anche se i suoi punti di
vista non sono ora universalmente accettati.
Oggi, la principale rinomanza di Russell gli
viene dal campo politico : qui, egli s'impone
Bertrand Russell
all’ ammirazione generale per il suo coraggio
nel sostenere le proprie idee ; anche da parte di
quelli che non lo approvano o che considerano
ridicole le sue opinioni. Egli è stato coerente
a se stesso nella ricerca della pace, e la vista
di un uomo così vecchio, che ancora s'interessa
tanto ai futuri problemi dell’ umanità, sempre
preparato a mettere a repentaglio la propria
salute e a dedicare tutte le proprie energie alla
lotta, sia con la parola che con la penna, contro
l’uso delle armi nucleari, ottiene il rispetto
spesso critico di tutti.
Basta guardare il suo comportamento in occa-
sione della recente crisi cubana. Nessuno imma-
gina che la fine pacifica di questa faccenda sia
dovuta all’interessamento di Russell: ciò che
egli fece, fu quello che la maggior parte della
gente avveduta avrebbe voluto fare, se il coraggio
non fosse loro venuto meno o non mancassero di
quella convinzione che Russell innegabilmente
possiede. Egli bombardò incessantemente di let-
tere Kennedy, Kruscev e MacMillan, come pure
tutta la stampa mondiale, mettendo in rilievo
la follia delle minacce di armi nucleari ed affer-
mando il semplice principio che la salvezza ed il
futuro della razza umana sono cose più importanti
di qualunque questione politica o della guerra
fredda. Quale influenza ebbe questo suo intervento
sulla crisi, nessuno può saperlo. Ma è un fatto
importante che un privato cittadino, non legato
ad alcun partito politico, si sia fatto portavoce
di opinioni condivise da molti: che ci sia stato
qualcuno, insomma, ad esprimere î timori di molti,
mettendo i presupposti della questione nel loro
giusto ordine.
Si dice spesso che le opinioni di Russell sono
ingenue e non sono basate sulla comprensione
della realtà politica. Ma Russell è un nemico di-
chiarato dei regimi totalitari in qualunque forma.
Sebbene sia sempre stato convinto che la politica
è condotta in modo irrazionale, non ha mai ces-
sato di sostenere che l’uomo ha la capacità di
agire in modo razionale e che la soluzione dei
problemi mondiali verrà trovata solo per mezzo
del ragionamento. In altre parole, egli non ha
mai perduto la fede nella ragione dell'umanità
in generale; forse è per questo che molti lo
credono uno sciocco ottimista. È dotato, al con-
trario, di una mente brillante, ma è spesso con-
siderato come un filosofo eccentrico ; invece è
proprio lui che dal regno della speculazione
accademica ha portato la filosofia nell’arena
dove la discussione è aperta a tutti.
Qualunque cosa Russell faccia o dica, è mo-
tivo di controversia. Ha sostenuto il pacifismo,
i diritti delle donne, il libero amore, il matrimo-
mio di prova, i nuovi metodi educativi, la guerra
preventiva e il disarmo unilaterale : all’età di
ottant'anni scrisse il suo primo volume di rac-
conti. Le sue opinioni politiche possono forse
esulare dalle strade battute — e ciò torna a lode
di un uomo della sua età ma non vengono
enunciate con spirito dogmatico, bensì cercano
di trasportare il pensiero sul problema centrale
dominante : quello della sopravvivenza. L’origi-
nalità di Russell consiste nel far domande imba-
razzanti durante convegni ufficiali in modo che
le persone sono obbligate a pensare due volte su
argomenti di fondata inoppugnabilità. Forse egli
non riceverà sempre la risposta esatta ma, per
se stessa, la domanda è un’azione che molti te-
mono di fare. I suoi argomenti possono non essere
completamente consistenti nel tempo, ma egli
accorda ad ogni individuo il diritto di agire
secondo ciò che giudica esser la verità del momento.
Questo è ciò che spiega la sua opposizione alla
prima guerra mondiale e il suo consenso alla
seconda ; il suo primitivo consenso di sfruttare il
vantaggio posseduto dagli americani in fatto di
armi nucleari per imporre il disarmo alla Russia
e la sua attuale presa di posizione per il disarmo
unilaterale. Ciò che è sempre stato per lui di
suprema importanza è il suo appassionato senti-
mento verso l'umanità : la vita deve continuare
a qualunque costo.
Il suo più grande lavoro negli ultimi anni è
stato quello di risvegliare le menti al pericolo
della distruzione per mezzo delle armi nucleari.
È questa una delle imprese più impressionanti
ed altruistiche effettuate da un cittadino privato
e Russell vi si è dedicato con tutte le sue energie
e tutte le sue risorse. Tutt'altro che ricco, ha co-
munque posto in atto la propagazione della sua
causa per mezzo della ‘Bertrand Russell Peace
Foundation”, con l'appoggio di figure di primo
piano nel mondo dell’arte, della scienza e della
politica. Alcuni anni fa, quando Einstein ancora
viveva in America, egli fondò la ‘“Pugwash
Conferences” dove î maggiori scienziati d’occi-
dente e della Russia discutevano in forma non
ufficiale e privatamente i problemi per evitare la
guerra nucleare. Una prova dell'importanza di
questi incontri è stato l'appoggio dato loro da
Kennedy e da Kruscev.
È triste vedere un uomo insignito da tanti
onori — compreso il premio Nobel per la lette-
ratura, guadagnato non solo per le sue idee,
ma anche per la brillante chiarezza della sua
prosa — che combatte, che protesta ancora, che
è ancora al centro di controversie. Si può fare
la seguente osservazione sulla scena politica
inglese : l’ ispirazione che sta dietro l’unico mo-
vimento per risvegliare l’immaginazione dei
giovani ed incitarli all’azione, è data da questo
fragile, minuto filosofo di oltre novant'anni.
« Ricordate la vostra umanità, dimenticando tutto
il resto» : è questo il messaggio di Russell, e per
questo egli sarà ricordato. (Peter Buckmann)
Danilo Dolci
Nel 1952 a Trappeto, un villaggio di pesca-
tori della Sicilia occidentale, Danilo Dolci iniziò
la sua attività tutta dedicata ai problemi del-
l’isola. Dal 1952 ad oggi, l’immagine che molti
s'erano fatta di lui non s'è modificata gran che :
forse non c’è più chi lo considera — come agli
inizi, in modo non del tutto disinteressato, si ten-
deva a farlo credere — un pericoloso sovversivo,
l’uomo che nell’ultima guerra era stato impri-
gionato perché s'era rifiutato di combattere per
la patria, il processato per violenza e resistenza
alla forza pubblica, disprezzo alle pubbliche auto-
rità, occupazione di suolo pubblico, istigazione
ad infrangere la legge e pubblicazione di osce-
nità ; ma appare ancora oggi, a tanti, una sorta
di visionario, un individuo esaltato, sospinto, sì,
da lodevoli intenti umanitari, ma legato a forme
di azione e di protesta velleitarie e, in pratica,
di scarsa consistenza. In realtà il grande pubblico,
quando addirittura non lo ignora, conosce sola-
mente gli aspetti più appariscenti della sua azione,
quelli che i giornali quotidiani riportano per il
solo fatto che, in un modo o nell'altro, “fanno
notizia”. E che vengono riferiti — molto spesso
anche dalla stampa più aperta e illuminata —
con un tono vagamente divertito, quasi fossero
manifestazioni di un certo folclore meridionale.
Ma la vera immagine di Danilo Dolci emerge
non da questi aspetti, bensì dal complesso della
sua opera; ed î lunghi e reiterati digiuni, gli
scioperi alla rovescia da lui organizzati devono
essere visti non come fenomeni isolati, bensì nel
contesto di tutta una precisa, consapevole ed
organizzata azione : è così che scompare la loro
apparente estemporaneità, ed è così che assu-
mono il loro vero volto, quello di episodi per
nulla sterili e fine a se stessi, ma estremamente
funzionali. Del resto Dolci ha sempre obbedito
a criteri di assoluta concretezza, sin da quando
— rendendosi conto che certi problemi sociali
non potevano essere risolti in comunità isolate,
come la Nomadelfia di don Zeno Saltini, presso
la quale aveva lavorato un paio d’anni, ma do-
vevano essere affrontati nel loro stesso focolaio
Danilo Dolei
— aveva deciso di stabilirsi e di agire, appunto,
a Trappeto, uno dei luoghi più poveri della
Sicilia. Dove lavorava con la gente dei campi e
come pescatore : e non animato da un pur lode-
vole spirito francescano, bensì spronato dall’in-
tento di apprendere e fare propri, attraverso il
contatto diretto, i vari problemi da affrontare ;
e da questa prima esperienza pratica e da cento
altre successive, sue e dei suoi collaboratori, ha
fatto nascere tutto un lavoro organizzato e con-
dotto con ‘intelligente acutezza, nel corpo del
quale digiuni ed altri simili ‘‘exploits” non rap-
presentano altro che il mezzo, nella fattispecie,
più efficace per richiamare l’attenzione di tutti
sui problemi di maggiore urgenza che, in altro
modo, avrebbero continuato ad essere ignorati 0
dimenticati. Un lavoro che, se pur forzatamente
condotto su di un territorio relativamente ristretto
(peraltro in una delle regioni d'Europa — la
Sicilia occidentale — economicamente più arre-
trate), oltre ad ottenere notevoli risultati, indica
con chiarezza la via da seguire per una efficace
lotta contro la miseria, ed esercita contempora-
neamente una funzione di stimolo nei confronti
degli organismi ufficiali, affinché, nella lotta,
assumano un ruolo più attivo.
Il lavoro di Danilo Dolci e del suo ‘Centro
studi e iniziative per la piena occupazione” ha
origine, ed acquista un preciso orientamento, dal-
la constatazione che la Sicilia è un paese dalle
grandi possibilità, ricco di risorse naturali ed
umane. Ma le risorse naturali — risorse preva-
lentemente agricole nel caso di Partinico, dove
Dolci agisce dal 1955, e della maggior parte
della Sicilia occidentale — non vengono valo-
risate per la mancanza di infrastrutture e
di sicurezza nelle campagne, per le sorpassate
strutture di mercato, e per l’assenza assoluta di
cooperazione e gli elevatissimi costi di produzione
che ne derivano. Le risorse umane, d’altra parte,
sono letteralmente soffocate, non riescono ad
esprimersi : e qui sta il punto, qui è il nocciolo
del problema, la cui esatta individuazione condi-
ziona tutta l’opera di Dolci. Si tratta, in defi-
nitiva, di una complessa situazione psicologica,
che si manifesta sostanzialmente con l'incapacità
di concepire un diverso modo di operare, con il
pessimismo ed il fatalismo derivanti dalle continue
sconfitte subite da ogni tentativo di miglioramento
svolto senza un'adeguata visione dei problemi
affrontati, e con la continua soggezione alle ves-
sazioni della mafia, responsabili — queste ultime
— dell’insorgere di concezioni individualistiche,
tali da far guardare con diffidenza e sospetto
qualsiasi iniziativa comune. Sicché l'aspetto più
importante del lavoro di Dolci è proprio quello
dell'educazione, intesa, oltre che come elevazione
del livello culturale e della preparazione tecnica
della popolazione, soprattutto come ‘“valorizza-
zione delle persone”: il renderle coscienti di sé,
fiduciose nelle proprie capacità e nelle proprie pos-
sibilità sia individuali che collettive. Quest'opera
di valorizzazione, che si estrinseca attraverso un
paziente, minuto lavoro di sperimentazione e,
specialmente, di dimostrazione delle possibilità di
miglioramento, viene integrata in maniera ragio-
nata e coerente da uno studio scientifico delle
cause e delle manifestazioni del sottosviluppo e,
quando le circostanze la rendano necessaria, da
una pressione democratica e non violenta che
eserciti una funzione di stimolo sulle autorità
responsabili e provochi la partecipazione attiva
dei cittadini interessati.
Ed ecco come tutto ciò viene, in concreto,
realizzato : nei cinque centri-pilota che il ‘Centro
Studi” ha istituito in cinque paesi della zona (Par-
tinico, Menfi, Roccamena, Corleone e Trappeto)
lavora, assieme ai contadini, un agronomo che
li istruisce sull’uso razionale dei fertilizzanti e
dei prodotti antiparassitari, che promuove la
introduzione di nuovi tipi di sementi e di culture
più redditizie, e, nello stesso tempo, favorisce
la cooperazione fra le autorità comunali e le
organizzazioni interessate all’agricoltura, ed in-
coraggia frequenti riunioni fra i contadini, per
discutere i problemi agricoli ed incitarli a for-
mare delle cooperative. Collabora con l’agrono-
mo un assistente sociale che intesse una vera e
propria rete di rapporti umani, nel corso dei
quali non solo espone certi problemi del luogo ed
i vantaggi delle iniziative promosse per affron-
tarli, ma ha anche la possibilità di apprendere
dalla popolazione stessa quali siano ritenuti i
maggiori ostacoli al proprio sviluppo, ed i modi
reputati validi per rimuoverli. Inoltre, gli assi-
stenti sociali tengono dei ‘“doposcuola” in colla-
borazione con insegnanti locali, allo scopo di
introdurre i ragazzi in una atmosfera diversa
da quella delle scuole statali, un'atmosfera svin-
colata dai tradizionali metodi di insegnamento
e dalla stretta disciplina ad essi legata ; ottenendo
altresì il risultato di indurre gli insegnanti ad
adottare moderni metodi pedagogici, e di stabi-
lire un duplice contatto con le famiglie degli
alunni e l'insegnamento ufficiale. Nei centri si
svolgono anche corsi per adulti, corsi di economia
domestica e di lingue straniere, utilissimi dal
punto di vista dell’incoraggiamento a parteci-
pare ad attività comuni. Questo forzatamente
veloce panorama non sarebbe completo, se non
si citasse il servizio medico del centro, con due
ambulatori, un medico ed un'infermiera a Par-
tinico, ed un'infermiera a Roccamena. Medico
ed infermiere, oltre che degli ordinari problemi
igienico-sanitari, si occupano particolarmente, il
primo di svolgere studi sulla mortalità e sulle
malattie infantili della sona, le seconde di ef-
fettuare rilevazioni per inchieste ed istruire le
madri sul modo di curare e nutrire î bambini.
Da quanto esposto, emerge chiaramente il con-
tinuo lavoro di ricerche e documentazioni, i cui
risultati vengono pubblicati in numerosi fascicoli
a cura del centro e che, fra l’altro, raccolti in
forma monografica, sono stati recentemente og-
getto di un intero numero, dedicato al centro
stesso, de “La rivista di servizio sociale”, edita
a Roma a cura dell'istituto per gli studî di ser-
vizio sociale, pubblicazione dalla quale abbiamo
raccolto parecchie e preziose informazioni.
Ma l’opera di Danilo Dolci non si limita al
sia pur importante lavoro di educazione che,
indubbiamente indispensabile, non è sufficiente
ad una veloce trasformazione delle condizioni
attuali della zona in cui si svolge. Ed ecco perciò
lo sforzo suo e dei suoi collaboratori concentrarsi,
con l’esercitare una intensa pressione, della quale
i recenti digiuni di Dolci sono un episodio, sulla
costruzione 0 il completamento delle dighe del
Carboj, del Bruca e dello Fato, che permette-
ranno di irrigare complessivamente 25.000 ettari,
rivoluzionando l’agricoltura della zona per il
realizzarsi della possibilità di nuove culture più
redditizie e richiedenti una attenzione costante,
il che — in ultima analisi — significa creazione
di migliaia di posti di lavoro. Ed ecco, infine,
la elaborazione, attraverso i dati raccolti, di un
piano di sviluppo organico della Sicilia ; una
pianificazione da effettuarsi tenendo in conside-
razione ogni settore e tutti gli aspetti delle sue
strutture economiche e sociali.
Sessanta persone, un numero piuttosto esiguo
raffrontato alla mole ed alla capillarità del lavoro
da svolgere, collaborano al centro. Il quale si
avvale, oltre che di quelli italiani di Roma,
Milano e Torino, di comitati di sostegno sorti
in Svizzera, in Inghilterra, in Svezia, negli
Stati Uniti ed in Francia. E sono proprio i
comitati stranieri che provvedono al finanzia-
mento di gran parte delle spese del centro stesso.
Il che esprime piuttosto efficacemente, ci sembra,
il credito che nei paesi î più progrediti vien dato
alle iniziative del visionario, esaltato, velleitario
Danilo Dolci... (Aldo Rossi)
Cesare Pavese
È impresa difficile sintetizzare in così poco
spazio l’opera letteraria e la complessa perso-
nalità di Cesare Pavese, lo scrittore piemontese
9
i cui romanzi racconti poesie sono oggi tradotti
in tutto il mondo e che viene considerato una
delle voci più alte della letteratura contempo-
ranea non solo italiana.
Cesare Pavese nacque il 9 settembre 1908 a
Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, dove suo
padre, cancelliere di tribunale a Torino, aveva
un piccolo podere. Studiò a Torino e si laureò
in lettere nel 1930 con una tesi sul poeta ameri-
cano Walt Whitman, scelta già di per sé signi-
ficativa. La scoperta della narrativa e della
poesia americana non fu soltanto per lo scrit-
tore una esperienza letteraria ma rappresentò
il primo momento di uno sforzo consapevole e
costante, teso a raggiungere, fuori degli schemi
di un'Italia accademica, le radici genuine del
linguaggio e un contatto più vero con le cose;
a costruire una figura nuova e moderna di uomo
e di scrittore capace di ritrovare, attraverso la
società, degli impegni culturali e morali, la libertà
e la freschezza della poesia.
Pavese prese ad insegnare in scuole serali, e
nel 1930 cominciò a collaborare con saggi, sem-
pre sulla letteratura americana, alla rivista
“La cultura”. In quegli stessi anni ha inizio la
sua opera di traduttore di autori americani ed
inglesi. In questa attività, che non va considerata
minore, egli raggiunse risultati di grande valore ;
valga per tutte la traduzione del “Moby Dick”.
Il capolavoro di Herman Melville trovò in
Pavese non un semplice traduttore ma un inter-
prete eccezionale per cui non è azzardato dire
che la storia della favolosa balena bianca è stata
in un certo senso acquisita per suo merito alla
nostra letteratura.
Arrestato per antifascismo il 15 maggio 1935
e mandato al confino a Brancaleone Calabro,
Pavese vi restò sino al marzo del 1936. Divenne
poi uno dei principali animatori e dirigenti della
casa editrice Einaudi presso la quale pubblicò,
nel 194T, il suo primo romanzo (‘Paesi tuoi”),
mentre la sua prima raccolta di poesie (‘Lavorare
stanca”) era uscita nel 1936 nelle edizioni di
“Solaria”. Seguì un periodo di attività intensis-
sima che si accentuò soprattutto negli anni del
dopoguerra (aveva partecipato attivamente alla
resistenza), quando la sua arte raggiunse una
perfezione di stile ed una ricchezza di motivi
poetici che la critica contemporanea gli ha lar-
gamente riconosciuto. Pavese avrebbe potuto,
mentre ancora era în vita, godere della sua
affermazione come poeta e scrittore, ma la sua
contraddittoria personalità, la drammatica incli-
nazione al dolore che era una delle componenti
tragiche del suo animo, glielo vietarono. Proprio
nel momento in cui egli stava per cogliere i migliori
frutti del suo lavoro, il 27 agosto 1950 Pavese
si suicidò a Torino in una camera d’albergo.
Del suo disperato tormento interiore ci è ri-
masto un documento altissimo pubblicato dopo la
sua scomparsa, il diario segreto tenuto tra il
1935 e il 1950. In questa dolorosa testimonianza
ritroviamo la storia di tutta la sua vita interiore.
“Il mestiere di vivere”, questo è il titolo del
diario, è insieme la ricerca di una tecnica poetica
e di un modo di stare al mondo, e se la tecnica
poetica gli si acuisce e si illumina nel corso degli
anni, la ricerca del “mestiere di vivere” si fa sempre
più disperata. Con estrema lucidità e senza un
attimo di pietà verso di sé Pavese ha vissuto la
sua tragedia giorno per giorno. Bastano poche
citazioni a dare il senso di queste pagine : « Tu
cerchi la sconfitta » (7 dicembre 1945). « Vivere
tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il
bisogno di isolarsi, di sfuggire al determinismo
di tutte quelle palle da biliardo » (13 gennaio
1949). «Io comincio a far poesie quando la par-
tita è perduta» (18 giugno 1946). « Si odiano
gli altri perché si odia se stessi » (3 dicembre 1948).
« Celebrità solitaria. T’importa?» (20 novem-
bre 1949). « Adesso il dolore invade anche il
mattino» (16 maggio 1950). « Perché morire?
Non sono mai stato vivo come ora, mai così
adolescente » (16 agosto I950). 4 Tutto questo
fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò
più » (18 agosto 1950).
Sono queste le ultime annotazioni vergate da
Pavese nel suo diario. Poi la vocazione a di-
struggersi, che aveva contrassegnato dolorosa-
mente tutta la sua vita, ebbe il sopre
« Verrà la morte e avrà i tuoi occhi — questa
morte che ci accompagna | dal mattino alla sera,
insonne, | sorda, come un vecchio rimorso | 0
un vizio assurdo...
Sono i versi che egli dedicò alla donna amata
nell'ultimo periodo della sua vita, ritrovati tra
le sue carte ; tra le più disperate liriche d'amore
che siano mai state scritte.
Ma in tutta l’opera poetica di Pavese, sin dai
primi esperimenti di ‘‘poesia-racconto” scritti a
ventidue anni, si riconosce il più forte interprete
nto.
Cesare Pavese
del nostro tempo. Chi apre la prima pagina di
“Lavorare stanca” e comincia a leggere la prima
poesia, “I mari del sud” (« Camminiamo una sera
sul fianco di un colle... ») non può non sottrarsi
al fascino di una poesia tutta raccontata nella
quale si respira un'aria nuova, inconsueta alla
letteratura italiana, a cominciare dalla cadenza
del verso, che è anche questa una invenzione
pavestana, una rottura con la tradizione del-
l’endecasillabo. Del Pavese più maturo, impegnato
sul piano morale, politico, esistenziale, ci restano
i suoi nove romanzi e i molti racconti. La misura
vera di Pavese fu quella del romanzo breve, che
è in fondo la misura di gran parte della nuova
letteratura italiana. I suoi romanzi, in cui egli
stringe nel giro di cento-centocinquanta pagine
«il senso di più esistenze d’uomini e di donne,
un colore di luoghi e d’ore, una interrogazione
sul mondo », hanno una densità, una carica, un
piglio sostenuto, uno stile che ne fanno un corpo
così unitario ed organico da costituire un esempio
raro nella nostra letteratura.
Ha scritto Emilio Cecchi, di Cesare Pa-
vese: «uno di quei casi, purtroppo sempre
più rari, in cui s'era cercato uno scrittore, un
artista e si è trovato anche e soprattutto un
UOMO »,
Per la comprensione di Pavese letterato riman-
diamo i lettori a tutta la sua opera, dai romanzi
ai racconti alle poesie ai saggi, pubblicati nelle
Finaudi. Su oltre al
diario, e al saggio “Il vizio assurdo” di Davide
edizioni Pavese uomo
Lajolo, si leggano le bellissime pagine a lui
dedicate (‘Ritratto di un amico”) da Nata-
lia Ginzburg in “Le piccole virtù”: « Non
ebbe mai una moglie, nè dei figli, né una casa
sua. Abitava presso una sorella sposata, che gli
voleva bene e alla quale lui voleva bene; ma
usava în famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si
comportava come un ragazzo 0 come un fore-
stiero. Veniva, a volte, nelle nostre case, e
scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i figli
che ci nascevano, le famiglie che noi ci si co-
struiva : pensava anche lui a farsi una famiglia,
ma ci pensava in un modo che si faceva, con
gli anni, sempre più complicato e tortuoso ; così
tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna
semplice conclusione. Si era creato, con gli anni,
un sistema di pensieri e di princìpi così aggro-
vigliato e inesorabile, da vietargli l'attuazione
della realtà più semplice : e quanto più proibita
e impossibile si faceva quella semplice realtà,
tanto più profondo in lui diventava il desiderio
di conquistarla, aggrovigliandosi e ramificando
come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era,
qualche volta, così triste, e noi avremmo pur
voluto venirgli in aiuto : ma non ci permise mai
una parola pietosa, un cenno di consolazione : e
accadde anzi che noi, imitando i suoi modi,
respingessimo nell'ora del nostro sconforto la sua
misericordia. Non fu, per noi, un maestro, pur
avendoci insegnato tante cose : perché vedevamo
bene le assurde e tortuose complicazioni di pen-
siero, nelle quali imprigionava la sua semplice
anima ; e avremmo anche noi voluto insegnargli
qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più
elementare e respirabile : ma non ci riuscì mai
d’insegnargli nulla, perché quando tentavamo di
esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e
diceva che lui sapeva già tutto. Aveva, negli
ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato
da travagliati pensieri: ma conservò fino al-
l’ultimo, nella figura, la gentilezza d’un adole-
scente. Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore
famoso ; ma questo non mutò in nulla le sue abi-
tudini schive, né la modestia della sua attitudine,
né l'umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del
suo lavoro d’ogni giorno. Quando gli chiedevamo
se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva, con
un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato :
aveva, a volte, un ghigno astuto e superbo, fan-
ciullesco e malevolo, che lampeggiava e spariva.
Ma quell’esserselo sempre aspettato, significava che
la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia :
perché era incapace di godere delle cose e di
amarle, non appena le aveva. Diceva di cono
scere ormai la sua arte così a fondo, che essa
non gli offriva più nessun segreto: e non of-
frendogli più segreti, non lo interessava più. Noi
stessi suoi amici, lui ci diceva, non avevamo
più segreti per lui e lo annoiavamo infinita-
mente; e noi mortificati d’annoiarlo, non riu-
scivamo a dirgli che vedevamo bene dove si sba-
gliava: nel non volersi piegare ad amare il
corso quotidiano dell’esistenza, che procede uni-
forme, apparentemente senza segreti. Gli restava
dunque, da conquistare, la realtà quotidiana,
ma questa era proibita e imprendibile per lui
che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo } è
non poteva che guardarla come da sconfi-
nate lontananze». (Franco Carrà)
a
così
Le utopie
Tra i miti ricorrenti dai tempi della Grecia
classica fino ai nostri giorni spicca, come una
lontana stella dalla luce vivida e fredda, a
volte ironica, a volte minacciosa, l’utopia. In
ogni epoca, quando filosofi e poeti hanno voluto
dar corpo alle loro idee, speranze e proteste
morali, sociali, politiche, non hanno saputo tro-
vare nulla di più efficace che creare regni e
repubbliche immaginarie, popolandole di uomini
costruiti su misura per le proprie speculazioni
intellettuali, per tentare su di essi, come nella
provetta del chimico, ogni esperimento possibile,
alla ricerca della formula di un mondo perfetto.
Di questi regni e repubbliche esistenti solo nella
fantasia (u-topos, in greco, significa appunto
“in nessun luogo”), scrive qui Nelio Ferrando.
Come punto di partenza di tutte le utopie
(e dei miti) si può scegliere quello indicato
più di ottant’anni fa da Samuel Butler: « Perché
non potrebbe essere...? » La sua ipotesi si atta-
glia anche bene a quel particolare campo che
esamineremo nel corso di questo vorticoso
volteggio: il macchinismo, il robotismo.
L’inglese Samuel Butler pubblicò nel 1872
(aveva trentasette anni) un libro singolarissimo
intitolato ‘“Erewhon” che letto alla rovescia,
cioè raddrizzato, vuol dire “No where”, in
nessun luogo: utopia. In esso l’autore preve-
deva che l’evoluzione degli organismi mecca-
nici avrebbe sopraffatto l’uomo. Idee analoghe
vengono sostenute oggi: vedremo “Io, Robot”.
Naturalmente l’esagerazione di queste tesi
rivela che lo scopo di chi le scrive è in parte
polemico, esprime cioè una preoccupazione:
esagerando il pericolo esorta implicitamente a
non lasciarsi prendere la mano dalle macchine.
Iniziando a scrivere avevo avuto la tenta-
zione di raccontare per filo e per segno la
storia dell’utopia: indagare per esempio come
dal mito greco si passi all’utopia nel senso più
proprio della parola con la “Repubblica” di
Platone, e dall’utopia, toccato il suo acme,
anzi conquistato con Tommaso Moro il no-
me stesso (“L’utopia”), si ritorni, per altra
via e con nuovo significato della parola, al
mito: «Oggi non si può più parlare di utopie :
esse sono sostituite dai miti secondo la teoria
formulata da Georges Sorel : mito della rivoluzione
universale, mito paneuropeo » ed ora l’uno e l’al-
tro insieme, mito e fantasia, tuttavia ancorati
ad una realtà che matura giorno per giorno,
arrivano, un po’ per celia e un po’ per non
morire, alla fantascienza.
L’Atlantide, secondo il padre Athanasius Kircher nel + Mundus Subter-
raneus” (Amsterdam 1665). Nel favoloso continente, che sarebbe stato
ingoiato dal mare, molti hanno visto una terra ideale per la vita dell’uomo.
« Piccolissimi ma battaglieri i Klahrridi sono
stati esiliati dal loro pianeta d’origine e meditano
di conquistare la terra. Praticamente invisibili
tre di essi hanno assistito ad un colloquio a pro-
posito d’un teletraslatore di materia ... ‘e allora
sollevalo col tuo antigravitatore, poi scappa...”
(continua) ».
Perché insomma se proprio occorre una
sistematica (ma vedremo che ci si sta stretti
e il meglio è non rinchiudercisi), possiamo
delineare quattro categorie: la prima è l’uto-
pia politica e sociale riguardante l’ideale del
buon governo e della società perfetta: Platone,
Tommaso Moro, Tommaso Campanella, Rous-
seau, i miti sociali che sono succeduti, e in
parte, ma già contaminati dal macchinismo,
Butler (quello di prima), la moderna utopia
di Wells, Huxley, Orwell. Seconda è l’utopia
scientifica: parte dall’utopia e arriva al robot.
Poi c’è l’utopia nell’arte e nella religione.
Quella che oggi viviamo, l’utopia della fan-
tascienza, le comprende tutte, con in più un
tono tra bonario e incredulo ed umoristico;
è fondamentalmente l’utopia di chi non crede
più a niente, non spera più in niente. Preda
della solitudine cerca un’evasione che non è
più filosofica o morale e che infine, a dirla
brutalmente, somiglia moltissimo, anche negli
autori migliori, ai libri gialli da cui ha tolto
l’amore per la trovata e la chiusa moralistica.
Ma noi non terremo conto di questa clas-
sificazione per scorrere invece a nostro piaci-
mento e senza impegno qua e là. Dunque,
Butler scriveva: « Vi fu un lungo periodo in
cui la terra fu ad ogni apparenza estremamente
priva di vita animale e vegetale e in cui fu
semplicemente una palla rotonda infuocata...
Ora se un essere umano fosse esistito mentre la
terra era in questo stato e gli fosse stato consen-
tito di vederla come in un altro mondo per il
quale egli non avesse alcun interesse, e se nello
stesso tempo egli fosse stato completamente igno-
rante di ogni scienza fisica non avrebbe egli pro-
clamato impossibile che creature fornite di una
qualsiasi cosa somigliante alla coscienza potes-
sero evolversi dal tizzone che egli stava contem-
plando? Non avrebbe egli negato che essa con-
tenesse una qualsiasi facoltà di coscienza? Tut-
tavia nel corso del tempo la coscienza venne.
Non è dunque possibile che possano venir scavati
nuovi canali per la coscienza anche se noi non
ne possiamo vedere i segni attualmente? »
Egli prosegue: « Molte delle azioni che sono
state chiamate puramente meccaniche ed incon-
scie dobbiamo ammettere che contengano elementi
di coscienza in maggior numero di quanto abbia-
mo ammesso sinora... in questo caso non vi è
una improbabilità a priori della discesa di mac-
chine consapevoli a più che consapevoli... salvo
a quella suggerita dalla mancanza apparente di
un qualche cosa che assomigli ad un sistema ripro-
duttivo del regno meccanico. Non temo alcuna
delle macchine esistenti ; quello che temo è la
rapidità con la quale esse diventano qualcosa di
molto differente da quello che esse sono adesso.
Nessuna classe di esseri ha fatto nel passato un
mutamento così rapido... ».
Con altri intenti, ma con eguale sottintesa
preoccupazione il letterato e disegnatore
francese Albert Robida (1848-1926) nel suo
“La vie électrique” costruì una sua ironica
utopia, o profezia, con addirittura un disegno
che anticipa la centrale atomica che egli chia-
mò l’ “usine de captation des forces planétai-
12
CITTÀ DEL SOLE
TOMMASO CAMPANELLA
APPENDICE ALLA POLITICA
POETICA IDEA DI UNA REPUBLICA FILOSOFICA
con l'aggiunta delle Questioni
DIALOGO.
INTERLOCUTORI
Il GRAN MAESTRO degli Orpitalieri,
nd ui AMMIRAGLIO Genovese dt Jui ospite
GRAN MARSTRO
Su via, ten prego, racconta finalmente quanto ti avvenne
durante questa navigazione
AMMIRAGLIO
Già ti ho esposto în qual modo abbia compito il giro in-
forno alla terra, o come in ultimo giunto mella Taprobana
His «lato costretto a prendervi terra, e pel timore degli
abitanti ricorratozai in asa selva non ne sia uscito che
dopo lungo tempo per arrestarmi in estesa pianura diret-
tamento rotto l'equatore.
ORAN MARATRO
E qui che mai t'occorse?
AMMIRASLIO
Subitamente ci itbattemmo in numerosa schiera d'uo-
mivi e di donne portanti armi sì gli uni che le.altre ; ed *
alcuni conoscendo la lingua da noi parlata tosto ci fecero
compagnia per guidarci alla città del Sole.
GRAN MALATRO
Piacciati dirmi come sia fabbricata questa città, e qual
forma di governo ell'abbia,
AMMIRAGLIO
Unalto colle s'innalza nel mezzo di vastissima pianura,
€ sopra questo giace la maggior parte della città: le di lei
molteplici cinconferenze però si estendono per lunga tratta
oltre le falde della collina, ralmento che il diametro della
città cecupa dus'e più miglia, e setto l'intero reciuto. Ma
filosofica di T. c
Il frontespizio e la prima pagina della «Città del Sole”, la celebre utopi
Ila, Il libro è
seritto alla maniera classica in forma di dialogo fra il «Gran Maestro degli Ospitalieri” ed un Ammiraglio g di
ia
lui ospite” reduce dalla cireumnavigazione del globo, che gli descrive la Città del Sole e la sua forma di governo.
sopra: l'avventura di Robinson Crusoe, narrata da Daniel Defoe, è ispira»
ta dalle reali peripezie di un marinaio, Alessandro Selkirk, naufragato nel-
l'oceano Pacifico, Ma l’esistenza di Robinson sulla sua isola, la sua lotta
quotidiana contro mille difficoltà materiali e psicologiche per sopravvivere
nella pagina accanto: particolare del “Buon
Governo”. Questo affresco di Ambrogio Lo-
renzetti si può ancora oggi ammirare in
una delle sale di Palazzo Pubblico a Siena,
i i di uno stato
e riaffermarsi come uomo di fronte a se stesso, costituiscono l’asp più
interessante di questa storia con cui si inizia il mito del «robinsonismo”.
La La
retto da “pace”, “fortitudine”, “prudenza”.
»»
res”. I suoi disegni rappresentano di volta
in volta “gli elettrodomestici”, le “sofistica-
zioni alimentari”, la ‘fecondazione artificiale”,
I “astronave”; e qui il discorso passa a Giulio
Verne (1828-1905): ‘Cinque settimane in
pallone”, “Dalla terra alla luna”, ‘Ventimila
leghe sotto i mari” in cui « attraverso vaste e
incerte simbologie i personaggi popolarizzano
l’eroe romantico». In questa gara alla ricerca di
un mondo fantastico, eppure raggiungibile, al
primo posto tra i luoghi che le genti s’affannano
a scoprire sta naturalmente la terra descritta
da Platone, l’Atlantide. «/ geografi accumulano
ai bordi delle loro mappe porzioni di mondo di
cui nulla sanno, aggiungendo note a margine
per avvertire come al di là altro non v'abbia se
non deserti sabbiosi infestati da belve feroci,
paludi intransitabili, le nevi della Scizia o un
mare di ghiaccio...» dal “Teseo” di Plutarco.
« Ordunque in quest'isola di Atlantide esisteva
una confederazione di re, di grande e mirabile
potenza, che estendeva il proprio dominio su
tutta l’isola, nonché su molte altre isole e su
parte del continente; inoltre, delle terre al di
qua dello stretto, essi dominavano sulla Libia
fino all'Egitto e sull’ Europa fino alla Etruria »
dal “Timeo” di Platone.
L’umanità ha sempre favoleggiato su terre
misteriose — riassumo da “Le terre leggen-
darie” di L. Sprague De Campe Willy Ley, un
curioso e interessante libro edito da Bompiani
— accettando gli inverosimili racconti di
viaggiatori pieni di immaginazione, o trasfor-
mando in leggenda quelle informazioni che
potevano anche essere attendibili. Si sono
andati così formando quei miti che il tempo
non ha cancellato e che, anzi, sono serviti
all’ispirazione di poeti, filosofi, pittori e che
hanno destato nell'uomo nuovo la curiosità
per la ricerca di queste terre favolose. Possi-
bile che sia tutto pura leggenda? L’Atlantide,
le isole toccate dal viaggio di Ulisse, il paese
degli Sciapodi e degli uomini acefali, le terre
dove i favolosi pigmei cavalcano le gru, la
misteriosa Terra Australis, il Mar dei Sargassi,
il paese del Prete Gianni, il Mundus Subter-
raneus, le lande dei grifoni e dei liocorni, il
vagabondaggio di Sindbad il Marinaio, i
Blemmi dalla faccia sul ventre, le Amazzoni...
sono dunque pura invenzione? E se, sia pure
in piccolissima parte, si trattasse di realtà?
Può essere la leggenda nata dal nulla assoluto?
“I viaggi di Gulliver” (Gionata Swift,
1667-1745): l’anticipatore dei nostri astronauti.
Anch’egli è senza dimensioni, non perché si
muti la struttura del suo corpo e del suo spi-
rito, ma perché passando nel suo fantastico
vagabondare attraverso genti ora minime ora
enormi, dotate delle forme mentali più diverse,
finisce egli stesso col perdere i suoi confini
nello spazio e nel pensiero. Passa infatti dal
piccolissimo popolo dei Lilliput dove si trova
ad essere gigante, agli enormi abitatori di
Brobdingnag, dove diviene pigmeo: è logico
lo sbocco ad un terribile relativismo.
Siamo partiti dal mito greco, ma bisogna
ricordare che se da duemila anni si parla dei
miti come di fantasie chimeriche e bizzarre,
solo una piccola parte dell'enorme e disor-
At
ae gio
14
Gulliver a colloquio con il re di Brobdingnag, il paese dei
giganti da lui visitato dopo il paese dei lillipuziani. “I viag-
gi di Gulliver”, di Gi
ganizzato corpus della mitologia greca può
essere classificato come mito vero e proprio.
Dai miti dovrebbero essere esclusi, ci avverte
Robert Graves: l’allegoria filosofica, la spie-
gazione eziologica dei miti, la satira o la
parodia, la favola sentimentale, l’episodio
storico arricchito da elementi favolistici, epi-
sodi romantici di tipo trobadorico, la propa-
ganda politica, la leggenda morale, l’aneddoto
umoristico, il melodramma teatrale, la saga
eroica, il romanzo realistico.
Dal mito s’è passati all’utopia politico-so-
ciale e all’utopia geografica, ma le utopie del-
l’arte che si intrecciano in questo cammino
non facilitano né le classificazioni né l’ordine:
Faust è un mito, e mitico è anche Kafka e
Moby Dick, oppure no? E il tentativo teoso-
fico dei dischi volanti è mito o utopia? Anti-
cipata da Butler con il suo citato “No where”,
nasce l’utopia moderna e possiamo riferirci a
Huxley, lo scrittore-scienziato morto in questi
giorni. “Il mondo nuovo” è un romanzo che
sul piano d’un’ironia spesso feroce vuol dimo-
strare che cosa farebbe il mondo futuro se si
spingesse all’estremo il culto delle macchine
e della razionalizzazione. L’utopia del 1932 fu
ta Swift, costitui
voro di utopia letteraria volta a mettere in satira le debo-
lezze e le contraddizioni umane. È, insieme al Candide” di
Voltaire, un classico prodotto del secolo dell'illuminismo.
ono un capol
poi ripresa nel 1958 con “Ritorno al mondo
nuovo” in cui Huxley esprimeva il timore che
alcune delle proprie profezie sulla soppressione
dell’individuo si stessero già realizzando.
Huxley descrive un futuro stato mondiale
che vive all’insegna della “comunità, identità,
stabilità”. Il racconto ha inizio al “Centro di
incubazione e di condizionatura di Londra
Centrale”:
E questa — disse il direttore aprendo la
porta — è la “sala di fecondazione” ».
« Nel momento in cui il direttore del centro
di incubazione e di condizionatura entrò nella
stanza trecento fecondatori stavano chini sui loro
strumenti... ». Lì si fabbricavano gli individui
Alfa e Beta, i Gamma tipificati, i Delta invaria-
bili, gli Epsilon uniformi: una produzione in
massa applicata alla biologia. Ognuno degli in-
dividui veniva condizionato in un certo modo.
Il “condizionamento” è la chiave di volta
del mondo futuro. «È un lavoro delicato effet-
tuare delle riparazioni a mezz'aria all’esterno
di un razzo. Noi rallentiamo la circolazione
quando sono ritti (si riferisce all’embrione d’un
gruppo di duecentocinquanta futuri meccanici di
aeroplani razzo), di modo che siano mezzo affa-
Anche la fantasia avveniristica di Giulio Verne in
“Ventimila leghe sotto i mari” riscopre Atlantide e
le sue rovine durante i viaggi subacquei del Nautilus.
La protesta del capitano Nemo contro la società che
scatena le guerre si esprime in questo libro attra-
verso un sogno macchinistico tipico dell’Ottocento.
mati, e raddoppiamo l'afflusso di surrogato san-
guigno quando stanno con la testa in giù. Così
imparano ad associare il rovesciamento col benes-
sere; anzi non si sentono veramente felici che
quando stanno con la testa all’ingiù ».
Dalla perversione della condizione umana,
immagine d’un mondo futuro che viene pro-
spettato come estremo pericolo per l’umanità,
dall’orribile incubo — se pure giocato in ter-
mini d’umorismo — di ciò che potremmo
divenire, si passa nell’utopia moderna al
“macchinismo”, al “robotismo”: nuove crea-
ture nasceranno secondo la citata previsione
di Butler al servizio dell’uomo, portando però
anche il pericolo di dominarlo. Siamo ad “Io,
Robot” di Isaac Asimov, fondato sulle tre
leggi della robotica:
I. Un robot non può recar danno a un essere
umano né può permettere che, a causa del proprio
mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti
dagli esseri umani, purché tali ordini non contrav-
vengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza,
purché questa autodifesa non contrasti con la
Prima e con la Seconda Legge.
SUPRRALBO NEMBO KID N40
RAGGI
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OGNI ANGOLO DEL
MONDO
15
RAGGIUNG
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ERDONATECI LA
UGA! Pam gi
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CONTARE LA
NOSTZA
CONDANNA!
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sopra: i fumetti sono un classico regno della fantasia
utopistica. Superman-Nembo Kid, l’uomo del pianeta
Krypton dai poteri sovrumani, è il prototipo di questo
genere di avventura. Qui ha fabbricato un “ipno-raggio?’
che ha il potere di liberare le menti dei criminali dai
pensieri malvagi.
“Io, Robot” è il capolavoro della fanta-
scienza. In un certo senso, avverte il presen-
tatore italiano, i robot di Asimov non hanno
precedenti letterari. Non possiamo certo chia-
mare loro antenati gli automi omerici, i golem
o il Giocatore di scacchi. Il robot è per Asimov
un essere razionale ma privo della libertà di
commettere il male e rappresenta, in un certo
senso, l’ideale umano della perfezione. Ne nasce
ammirazione, invidia, ostilità da parte degli
uomini nei suoi confronti.
Isaac Asimov ci dà lui stesso una giustifi-
cazione a priori della sua invenzione: «.... l’uomo
tentava di imitare l’atto della creazione, prero-
gativa degli dei, e doveva essere punito.
«Ne consegue che la concezione tradizionale
delle storie di robot (per lo meno fino al 1940)
prescriveva che il robot si ribellasse al suo crea-
tore. L’esempio più classico è il Frankenstein di
Mary Shelley, naturalmente ; e ancora oggi una
creatura che si ribella al suo creatore è salutata
dall’osservazione : ‘Ho creato un mostro alla
Frankenstein” ».
«... în particolare pensavo che un robot sareb-
be costruito in modo da non ribellarsi al suo
costruttore ; sarebbe dotato di meccanismi interni
LIBERATE | PRIGIONIE.
Ri ITICI! ‘
a destra in alto: le profezie del disegnatore Albert Ro-
bida, espresse in chiave burlesca, si sono puntualmente
avverate: ecco come il disegnatore e letterato francese
immaginava nel suo “La vie électrique”, pubblicato nel
1893, una lezione impartita per mezzo della televisione
(da lui chiamata “téléfonoscope”).
di sicurezza come, del resto, le altre macchine.
Quando si installa una sega elettrica, la si mu-
nisce di una ringhiera di protezione... Se si
costruisce un impianto atomico, lo si dota degli
schermi protettivi che sono necessari. Quindi,
se si costruisce un robot, indubbiamente nella sua
programmazione debbono essere inclusi dispositivi
di sicurezza... di qui le Tre Leggi della Robotica».
Ed ecco la conclusione del libro, quella
cioè che contiene la maggior carica di utopia:
— Ma, Susan, lei mi sta dicendo che la So-
cietà per la Difesa dell'Umanità ha ragione. E
che Umanità ha perduto la possibilità di deci-
dere del proprio futuro.
In realtà non l’ha mai avuta. È sempre
stata in balìa di forze economiche e sociali che
non comprendeva, dei mutamenti di clima, delle
sorti della guerra. Ora le macchine le compren-
dono. E nessuno può fermarle, dal momento che
le macchine agiranno nei confronti di queste
forze come agiscono nei confronti della Società :
dal momento che dispongono dell'arma più po-
tente, il controllo assoluto della nostra economia.
— È orribile.
— O forse è meraviglioso. Pensi, per tutto
il tempo futuro, i conflitti saranno finalmente
Qui, due fotogrammi dal film “ Clown Ferdinando ”.
I robot giocano un ruolo importante nella moderna
utopia letteraria e cinematografica. Si legga a questo
proposito “Io, robot” di Isaac Asimov, tentativo di
instaurare una civiltà basata sull'impiego di automi
condizionati al bene.
evitabili. Soltanto le macchine, d’ora innanzi,
saranno inevitabili.
Vale dunque l'affermazione di Nicola Ber-
diaeff che dice: « Le utopie appaiono oggi assai
più realizzabili di quanto non si credesse un
tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti
ad una questione ben più angosciosa: come
evitare la loro realizzazione definitiva? ... Le
utopie sono realizzabili. La vita marcia verso
le utopie. E forse un secolo nuovo comincia ;
un secolo nel quale gli intellettuali e la classe
colta penseranno ai mezzi di evitare le utopie
e di ritornare ad una società non utopistica,
meno ‘“ perfetta” e più libera».
E crediamo valga, di conseguenza, anche
questa nostra conclusione: fondamento co-
mune delle utopie è la speranza, ma mentre
sino ad ieri si voleva significare con questa
parola un’aspettativa (o un sogno) sentimen-
tale, morale o filosofica, che un avvenimento
si compisse o che il fatto descritto potesse
finalmente avverarsi, oggi la speranza ha as-
sunto un significato più limitato, quasi diverso:
si spera cioè ardentemente che il mondo de-
scritta- dall’utopia non possa nascere, per lo
meno essendo noi vivi.
Uno sguardo al
nostri laboratori
atomici
L'Italia comincia a diventare un paese produt-
tore di energia elettrica ricavata dall’impiego
di generatori nucleari. Sugli sviluppi e sulle
prospettive del nostro paese in questo campo
pubblichiamo un articolo di Vincenzo Lacorazza.
Stiamo per avere l’energia elettrica nucleare,
cosa incredibile per molti non più di dieci
anni addietro, quando la corsa agli atomi in
Italia non era stata tracciata ancora e non
esisteva nessun laboratorio atomico.
Se si tiene conto del fatto che il limite eco-
nomico della nostra producibilità di energia
cosiddetta convenzionale, idroelettrica anzi-
tutto, è prossimo al punto critico, e che le
scarse dotazioni naturali di combustibili solidi
e liquidi, carbone e nafta, non consentono ulte-
riori espansioni neppure alla produzione di
energia termoelettrica senza ricorrere ad altre
importazioni e senza aggravare la nostra bi-
lancia commerciale, è da ritenere che questo
dell’energia nucleare è un buon traguardo per
noi. Si tratta però solo di un primo traguardo,
di una tappa perciò. La vera gara comincia
adesso. Centrali a uranio e a qualunque costo,
o centrali autofertilizzanti e organiche, ossia
in concorrenza, anche di costo e di gestione,
con le centrali elettriche convenzionali? Ecco
uno dei problemi che si dovranno risolvere
nella progettazione di nuovi impianti e nella
stessa entrata in funzione delle centrali già
pronte, quella del Garigliano, ad esempio.
La cupola di acciaio nella quale
è racchiuso il reattore della cen-
trale elettronucleare del Garigliano,
Accenneremo in ultimo alla questione, come
si presenta al cittadino non specializzato e tut-
tavia non indifferente al progresso economico.
Si può dire però subito che fino a poco tempo
fa dare la risposta al problema in quattro e
quattr’otto era difficile per i tecnici medesimi
senza disporre dei dati, sia pure iniziali, della
complessa materia. Solo dopo aver cominciato
a progettare e a costruire le prime centrali,
la scienza e la tecnica, non soltanto nucleari
s'intende, sono state in grado di prospettare
delle alternative, dopo di che è diventato
quasi ovvio che le prime fossero superate
ancor prima di finirle e le seconde risultassero
in teoria molto più vantaggiose. Si è dovuto
fare insomma il confronto delle une con le
altre per poter valutare il pro e il contro, ciò
che viene a confermare, se ce ne fosse ancora
bisogno, l’utilità dei laboratori e della ricer-
ca, a qualunque livello, puro, strumentale,
applicato, venga fatta. Nonché accennare
ai futuri programmi che riguardano i reat-
tori, conviene fare dunque un rapido giro
d’orizzonte dei vari settori di ricerca, an-
che per farsi un’idea della corsa in cui sia-
mo entrati.
s * "
Spaccato della centrale del Garigliano. Questa centrale, dopo quella di Latina, è la se-
conda ultimata in Italia ed ha una capacità di produzione di circa 1 miliardo di kWh di
energia all'anno, quanta ne basta per alimentare una grande città come ad esempio Napoli.
I reattori, che sono gli apparati da cui
muove la produzione di energia nucleare, si
possono pure comprare bell’e fatti e traspor-
tare dove si vuole, come è avvenuto press’a
poco per quelli delle centrali di Latina e del
Garigliano. Quelli che non si possono asso-
lutamente improvvisare, si dice giustamente,
sono gli uomini che faranno funzionare questi
reattori. E gli uomini, le leve di scienziati e
di tecnici di domani, come li chiamano, escono
dai tre centri di ricerca dell’INFN, di Fra-
scati, della Casaccia. Un'altra ragione per co-
minciare da essi, nell’ordine di merito, la ra-
pida rassegna.
Cominciamo dall’istituto nazionale di fisica
nucleare, l’ INFN, dove si fa la cosiddetta
ricerca pura o fondamentale, dove, pur senza
finalità immediate, si portano alla quintessenza
i problemi nucleari del futuro, in altre parole
si spacca il proverbiale capello, cioè l’atomo,
nelle minutissime particelle la cui scoperta è
venuta cambiando la faccia del mondo.
L’ istituto è molto conosciuto per la figura
del suo presidente, Amaldi, e per i numerosi
scienziati, quali Bernardini, Occhialini, Caldi-
rola, che continuano in Italia la tradizione dei
Fermi, dei Rossi, dei Segré. In piena auto-
nomia scientifica, per usare la terminologia
dei rapporti del CNEN, da cui rileviamo alcuni
dei dati qui esposti, esso è articolato in sette
sezioni e cinque sottosezioni. Le sette sezioni
hanno sede presso le università di Torino,
Milano, Roma, Padova, Bologna, Pisa, e presso
le università di Catania, Messina e Palermo
messe assieme. Le cinque sottosezioni hanno
sede presso le università di Genova, Trieste,
Firenze, Napoli e presso l’istituto superiore
di sanità di Roma.
Qui ognuno, ogni sezione, ha un certo tipo
di particelle da studiare, particelle che si chia-
mano ioni, mesoni, protoni, antiprotoni, pioni,
nucleoni. Queste particelle, per dirla nel no-
stro linguaggio casalingo, vengono voltate e
rivoltate, fatte uscire e fatte entrare, eccitate
e addormentate, in breve create e ricreate per
poterle osservare sempre meglio e sempre più
da vicino. Per studiarle e osservarle bisogna
produrle però. Accanto all’istituto e nelle
stesse sezioni dell’istituto, ci sono pertanto
macchine dette acceleratrici capaci di farlo, e
quando non ci sono si ricorre alle macchine
di altri paesi. Produrre in questo campo è
GARIGLIANO
Nuclear Power Station
Soriatd Tietteneifenre Nanionate /SENN
Omatd and oprented dy
P
ben poco, senza lo scambio di letture e inter-
pretazioni, di specialisti e di lastre.
Da noi se ne producono con gli accessori,
così chiamati, di Frascati, ossia con l’elettro-
sincrotrone, e con quelli di Torino, di Genova,
di Trieste, di Milano. All’estero se ne produ-
cono col bevatrone di Berkeley e col protosin-
crotrone di Ginevra, per citare due sedi con
le quali i nostri fisici sono in stretti rapporti.
Una volta prodotte si osservano, spesso per
anni, se ne dà comunicazione, entrano a far
parte del patrimonio culturale delle facoltà di
fisica delle università. È bene dire che le par-
ticelle, come i virus, si vedono su lastre, dove
lasciano solo tracce, traiettorie, scie, data la
loro brevissima vita. Se ne producono però
a fasci, a grappoli, a gruppi, e ciò facilita la
loro lettura. Basta quell’attimo di vita a dar
l’avvio al lungo percorso che di mano in mano,
simile a una goccia d’acqua che va a diventare
ruscello e forse centrale elettrica, convenzio-
nale, conduce anch’esso, per tutt’altre vie
naturalmente, alle fonti di energia.
Si pensi che nel 1937 — come ricorda il
Dampier nella sua “Storia della Scienza” —
le prospettive di ottenere vantaggiose libera-
18
zioni di energia per mezzo di processi di
trasformazione artificiale degli atomi, delle
quali le particelle sono protagoniste e vittime
insieme, erano assai scarse e che oggi tali
prospettive sono centuplicate, e si capirà
perché si parla a proposito di particelle di
fondamentali. Si cominciò eon lo
scoprire che l’energia nucleare emessa da mezzo
chilogrammo di uranio al momento della
trasformazione è pari all’energia sviluppata
dalla combustione di mille tonnellate di car-
bone. Di qui a considerare l’uranio come il
combustibile del futuro il passo fu breve.
Eppure questo passo oggi è già troppo breve.
Uranio e torio e plutonio a parte, come ve-
dremo a proposito dei reattori, oggi si sa che
basterebbero pochi grammi di idrogeno per
ottenere gli stessi effetti. Ecco un’altra tappa
fondamentale della ricerca fondamentale. Per
utilizzare l’energia nucleare a scopi pacifici
occorre controllare e rallentare la trasforma-
zione, la reazione, altrimenti si ha la bomba e
non il reattore. È questo il principio del fun-
zionamento dei reattori nelle centrali nucleari.
Per stabilirlo ci son volute prima le università,
poi i laboratori, quindi i reattori sperimentali,
e solo dopo le centrali. Nessun dubbio dunque
sull’importanza delle particelle e sulla neces-
sità di sempre più potenti mezzi di produzione
di particelle. Era stato appena montato l’elet-
trosincrotrone di Frascati da 1100 MeV, mega
elettron volt, che si progettava a Ginevra,
nell’ambito del CERN, centro europeo per
ricerche
le ricerche nucleari, un acceleratore da
25.000 MeV.
Per finire con le particelle vogliamo ricor-
dare che la scoperta dell’antiprotone, particella
analoga ma di carica opposta a quella del pro-
tone, scoperta pari per importanza a quella
dell’elettrone, venne fatta a Berkeley, in Cali-
fornia e a Roma. L’antiprotone fu prodotto
sotto la guida di Segré nel bevatrone di Ber-
keley, e letto, sulle lastre che i laboratori so-
gliono mandarsi a scopo di osservazione, dal-
l’Amaldi.
Ma ritorniamo a Frascati per accennare ad
un altro tipo di ricerche che viene fatto nel
suo laboratorio gas ionizzati, le ricerche sulla
fusione, preliminari all’impiego dell’idrogeno,
come combustibile nucleare. Si tratta in parole
povere di riprodurre in laboratorio un feno-
meno che avviene in proporzioni grandiose
nel sole e che viene designato con il nome di
reazione termonucleare. Per ottenere la rea-
zione si agisce su di un gas di idrogeno provo-
cando con vari mezzi un innalzamento fortis-
simo della temperatura ed un aumento della
densità, allo scopo, questo ultimo, di facilitare
il fenomeno della fusione di due ioni con for-
mazione di uno ione più pesante. È presto
detto; tale fusione non è stata finora mai ot-
tenuta in nessun laboratorio con apprezzabile
continuità. Ammettiamo però che prima o poi
questa reazione venga ottenuta in modo soddi-
sfacente e che la si volesse utilizzare per pro-
durre energia in un reattore. Avremmo in tal
caso un tipo di ricerca di cui verrebbe investito
ipso facto il centro della Casaccia, la località
presso Roma dove si fa la ricerca applicata.
La realizzazione dei reattori a fusione non
è un miraggio, ma solo una prospettiva lon-
tana, proprio com’era nel 1937 la realizzazione
dei reattori a fissione, che son quelli che stanno
per entrare in funzione oggi. Tale realizzazione
comporterà dicono gli esperti — la solu-
zione di problemi scientifici e tecnologici di
difficoltà forse superiore a qualsiasi altro finora
affrontato, Bene, chi vivrà vedrà, dice il pro-
verbio. Vediamo, per finire, come qui si af-
frontano per ora i problemi scientifici e tec-
nologici relativi al funzionamento dei reattori
odierni.
Alla Casaccia la ricerca si esplica ovviamente
in molteplici direzioni, e vi sono laboratori
per ricerche minerarie, laboratori per ricerche
biologiche, laboratori di ingegneria nucleare,
laboratori di fisica e calcolo dei reattori, labo-
ratori di elettronica, laboratori per la mani-
polazione di materiale atomico. La ricerca volta
al conseguimento dell’opfizaz nel campo
della produzione di energia nucleare, è tut-
tavia la principale.
Una prima fase ha portato scienziati, ricer-
catori e tecnici del centro, che per uomini e
mezzi è il più imponente dei tre, all’esame,
anche sperimentale, basato cioé su reattori
modello detti appunto sperimentali e di adde-
stramento, del funzionamento dei reattori che
sfruttano uranio arricchito come combustibile;
Nel giugno di quest'anno il
reattore elettronucleare del
Garigliano ha raggiunto la
fase cosiddetta “critica”, L’av-
venimento è di grande impor-
tanza in quanto si tratta del
primo reattore ad acqua bol-
lente di grande potenza che
ha raggiunto la fase critica
in Europa. Ciò avviene cari-
cando poco a poco — come
vuole la tecnica attuale —
di materiale radioattivo il
“core” sferico della centrale
(cioè il centro nevralgico con-
tenente la pila atomica e le
due caldaie ad acqua).
Nella pagina accanto: 5 giu-
gno - ore 9,58, carica del
quinto elemento,
Un giovane tecnico al lavoro
nel laboratorio elettronucleare
del centro di studi nucleari
della Casaccia.
una seconda prevede e promuove lo studio
delle possibilità offerte da reattori autoferti-
lizzanti e organici. Chiariamo subito. Gli studi
relativi ai reattori a uranio arricchito e a
uranio in genere si riferiscono a una prima
prospettiva profilatasi nel settore allorché si
cominciò a sfruttare l’energia nucleare a fini
pacifici. L’uranio disponibile era, diciamo, una
scorta di guerra, e la prospettiva consisteva in
sostanza nell’utilizzazione di uranio prestato
ai vari governi, tra cui il nostro, dagli Stati
Uniti. La seconda prospettiva consiste invece
sia nella utilizzazione del cosiddetto uranio
naturale, meno costoso e più rintracciabile
dell’altro, U 238 per l’esattezza anziché U 235,
sia nel rendere “fertile”, cioè chimicamente
idonea, la parte di uranio naturale altrimenti
non bruciabile nei reattori, sia nello sfruttare
materie, come il torio, per loro natura non
combustibili.
Si sarebbe dovuto subito imboccare questa
seconda via? Difficile dirlo allora. Le due vie
non sono poi così nette come può risultare
da una esposizione sommaria. A parte il fatto
che la primitiva prospettiva fu adottata per
ragioni di opportunità politica, e che i reattori
a uranio arricchito avevano il pregio al mo-
mento della loro adozione di essere stati già
sperimentati e di non presentare grosse inco-
gnite. In conseguenza del primo orientamento
sono stati comunque effettuati alla Casaccia
studi e ricerche sulla tecnologia dei tipi di
reattore americano delle centrali del Garigliano
e di Trino Vercellese. In conseguenza del
secondo è stato tracciato un più vasto pro-
gramma tendente a mettere l’industria in
grado di progettare e costruire da sola reat-
tori nucleari.
Qualche parola sui singoli progetti di co-
desto programma chiarirà forse meglio di
qualsiasi dissertazione la portata e spesso
la difficoltà dei problemi da affrontare e
risolvere.
Col cosiddetto progetto ciclo uranio-torio,
designato con la sigla PCUT, viene esaminata
la possibilità di ottenere la autofertilizzazione
del combustibile nucleare adoperando il torio,
anziché l’uranio, poiché s’è scoperto che il
torio può dar luogo alla formazione di un
isotopo dell’uranio avente proprietà analoghe
alle proprietà dell’uranio. Si comincerebbero
a soddisfare così quasi tutte le esigenze di
economia, di autonomia, di rendimento,
emerse negli ultimi anni dalla pratica nucleare.
È prevista, ad esempio, la messa a punto del
processo per il trattamento chimico del torio
onde renderlo fertile ed è prevista la costru-
zione di un impianto modello, per il quale è
stata già designata la località Rotondella, in
Lucania.
Al PCUT partecipano per la parte atomica
ditte americane, in collaborazione con i ricer-
catori della Casaccia, per la parte convenzio-
nale ditte italiane. Sarà possibile impiegare il
torio qui provato nella stessa centrale del Ga-
rigliano. Realizzato l'impianto modello, l’even-
tuale centrale per lo sfruttamento integrale del
ciclo potrebbe essere tutta progettata da ita-
liani, dato che con questo programma per la
prima volta tecnici nostri seguono in tutte le
sue fasi lo studio, la progettazione e la co-
struzione di un impianto nucleare.
C'è inoltre il cosiddetto programma reat-
tore organico, sigla PRO, che prevede la
prova di due tipi di combustibile, a base di
ossido di uranio, dei quali si sono cominciate
a intravedere le promettenti caratteristiche su
prototipi attuati o in via di attuazione negli
Stati Uniti.
E c’è un programma per la propulsione na-
vale, al quale partecipano Fiat, Fincantieri
eccetera, programma che va dalla prepara-
zione del personale specializzato, alle pro-
ve comparative di vari tipi di reattore, al-
l’avvio di esperienze sul tipo da installare
a bordo.
Il limite della competitività della energia
prodotta negli impianti nucleari rispetto a
quella prodotta negli impianti convenzionali
dipende in conclusione dalla possibilità di ri-
durre i costi degli impianti nucleari, specie i
cosiddetti costi capitali, dalla opportunità
perciò di costruirne in Italia tutte le parti e
non solo alcune. Per far ciò ci vuole, come
s'è cercato di dire, una vera e propria tradi-
zione se non cultura nucleare, un alto livello
non solo tecnico ma altresì scientifico, una pre-
parazione che si raggiunge per gradi e abbi-
sogna soprattutto di uomini.
. . Recentemente la Compagnia Teatrale Italiana ha rappresentato presso i circoli Italsider
a Hiroshima il dramma “Edipo a Hiroshima” di Luigi Candoni. Non tutti sanno che l’autore lavora
all'ufficio vendite di Roma dell’Italsider. Per la nostra rivista gli abbiamo chiesto di
illustrare i motivi che lo hanno spinto ad identificare il personaggio tragico di Edipo nella
figura non meno tragica dell’uomo che ha ordinato il lancio della prima bomba atomica.
Il mio incontro col maggiore Fatherly fu
casuale, imprevisto e determinante. Probabil-
mente lo conoscevo già. La sua presenza, sia
pure ancora anonima e nebulosa, era esplosa
un giorno dell’agosto 1945, mentre mi cro-
giolavo negli ozi di un campo di prigionia
dell’Arkansas. Ma allora il volto del coman-
dante dello “Straight Flush” s’era confuso nel
nebbione infernale del fungo di Hiroshima.
Quel a ‘apparire nei
nitidi, regolari, umani lineamenti solo molti
anni più tardi, su una fotografia di giornale
acquistato in non so più quale città italiana.
«Internato in manicomio il pilota di Hiro-
schima »: un titolo su due colonne di cronaca.
Uno dei tanti titoli delle nostre innumerevoli
sventure. Ma il mio cuore fu subito conqui-
stato da quella breve notizia. E per tutto quel
giorno fui tormentato dall’interrogativo: per-
ché era diventato pazzo il portatore della
prima atomica? Era poi vera pazzia, la sua?
Avevo sotto gli occhi il ritratto del mag-
giore Eatherly, ma dentro di me insorgevano
i ricordi e le visioni della mia guerra: l’occu-
pazione in Francia, i bombardamenti delle
città italiane, gli spezzonamenti a tappeto sugli
aeroporti di Castelvetrano, di Sciacca, i volti
sfigurati dei miei soldati morti. E così presi
in mano la penna e cominciai a scrivere il
mio urlo di pace.
volto mi dove suoi
Il 6 agosto 1945, nel cielo di Hiroshima,
un uomo dava l’ordine di premere un pulsante
e qualche istante dopo una città di 300.000
anime esplodeva in un bagliore solare esalando
un mostruoso fungo di ceneri rossastre. Era
quello un uomo con cuore, cervello e nervi
come ognuno di noi. Quel giorno il nome
di Hiroshima si stampò a caratteri di fuoco
sul libro della storia, ma nessuno si preoccu-
pò di quel piccolo, ardimentoso pilota che
aveva diretto gli aerei sulla città orientale.
Ma bastò una notizia stampa, quindici anni
più tardi, a riportare alla luce in tutta la sua
drammatica evidenza la figura e il dramma
del maggiore Eatherly, fuggito dal manicomio
del Texas ove nel frattempo era stato rico-
verato per l’insorgere di un acuto complesso
di colpa che lo spingeva a pretendere quel
processo che nessuno — in omaggio ai nor-
mali codici della giustizia umana era in
grado di procurargli. La notizia della pazzia di
Eatherly mi sconvolse, così come indubbia-
mente ferì
la coscienza di milioni di uomini.
Scrissi il dramma d’un fiato, partecipando al
travaglio di quel soldato che in fondo non
aveva fatto altro che eseguire un ordine per
meritarsi una decorazione. Ma quale ordine!
Di proposito non ho voluto assumere una
posizione critica di fronte al drammatico in-
terrogativo di Eatherly, che ho riversato sugli
spettatori; in casi particolari, che investono
la responsabilità dei popoli, non si può giu-
dicare col metro del politico e dell’immediato.
Fosse inglese o russo o cinese, il maggiore
Eatherly si troverebbe oggi ugualmente a su-
bire le conseguenze di un gesto compiuto
quando molti anni di meno ed era
forse un altro, quando le relazioni tra i popoli
erano ben diverse da quelle attuali.
Ho scritto il dramma di Hiroshima perché
in avvenire un altro pilota, ugualmente in-
trepido e coraggioso, potrebbe venir coman-
dato di eseguire quell’ordine.
È da criminali tacere, oggi che ci è dato
di parlare liberamente su dei problemi che
domani dovremmo fingere di ignorare.
aveva
Mai come oggi la guerra ha gettato nella
mente degli uomini uno spettro tanto apoca-
littico. I terrori dell’anno mille impallidiscono
di fronte all’eventualità dell’annientamento
atomico. Il problema della pace, l’esigenza
sociale della liberazione dell’uomo, la respon-
sabilità civica, il superamento del nullismo
esistenziale verso un ritorno allo spiritualismo:
ecco i temi che maggiormente affascinano la
mia sensibilità di autore.
Io scrivo per il teatro solo perché credo
nella funzione etica, sociale, educativa della
rappresentazione scenica. E poiché voglio
dire qualcosa di nuovo, ecco che sono uno
scrittore cristiano non trovando originalità
più sconvolgente al di fuori dell’interpretazio-
ne cristiana della vita nel suo evolversi. Mi
guardo intorno, sul desolato panorama del-
l’umanità che arranca, sul deserto qua e là
frastagliato dalle gloriose vette della gran-
dezza umana, sulle risaie punteggiate da filiere
di schiene curve, sulle nostre metropoli in-
credibili e mi smarrisco nell’eterna novità
di Dio.
Il problema è quello di dare muova veste
al racconto cristiano. Ecco il perché delle mie
esercitazioni avanguardistiche e la ricerca
costante di un nuovo linguaggio.
Oggi si parla di Cristo discutendo di ce-
mento armato e sincrotroni, di stereofonia e
Edipo-Eatherly nell’interpretazio-
ne dell’ attore Diego Michelotti,
Il maggiore Claude Eatherly che
il 6 agosto 1945
Hiroshima diede l'ordine di sgan-
ciare la prima bomba atomica.
nel cielo di
2I
genetica. Ma la semplice idea del Cristo Sal-
vatore supera la più prodigiosa conquista
tecnica dell'Uomo Scienza. E rimane la più
suggestiva nel suo indecifrabile mistero.
Ogni forma d’arte, nelle sue espressioni più
alte, si propone la conquista del senso del-
l’esistenza. Ho scelto il teatro perché lo ritengo
lo strumento più incisivo e immediato per
agire sulla coscienza di chi assiste. Oggi
l’uomo non può € soltanto spettatore.
Deve partecipare al dramma della sua gene-
razione. Perché il nostro momento è un mo-
mento decisivo. Stiamo per raggiungere la
luna e non abbiamo ancora imparato a cono-
scerci. Possiamo decidere per un altro mil-
lennio di storia umana o per l’abolizione im-
mediata del termine “domani”. È necessario
che l’uomo si fermi e, specchiandosi nei pro-
ssere
tagonisti della vicenda scenica, impari a
guardare dentro se stesso.
Nel maggiore Eatherly ho intravisto il
volto antico di Edipo, il rimorso implacabile
dell’uomo per il male arrecato a se stesso, la
responsabilità per colpe che trascendono il
suo arbitrio.
Così mi è venuta l’idea di rappresentare
miti e figure dell'angoscia moderna rapportati
a termini e nomi classici. A “Edipo a Hiro-
shima” hanno fatto seguito ‘Faust a Manhat-
tan” (libretto d’opera per la musica del mae-
stro Nascimbene) e “Sigfrido a Stalingrado”.
Oggi più che mai l’uomo è immerso nella
storia, è artefice di storia. Ed è quindi a questo
tribunale che l’uomo dovrà presentarsi, prima
ancora che a quello del Giudizio Universale.
Aiutiamo l’uomo a non sentire più sulle
sue fragili spalle il tremendo peso di Edipo,
di Faust, di Sigfrido.
Aiutiamo l’uomo d’oggi a vivere in pace
e serenità la sua breve e utile esistenza. Solo
così la giornata dell’uomo avrà la luce e la
gioia del Natale.
Quale rimedio potrà placare la terribile
angoscia del maggiore Fatherly, minacciato
dallo spettro di 300.000 atomizzati? Edipo
uccise il padre che non conosceva, Eatherly
uccise degli uomini senza sapere che gli
erano fratelli. Ma gli uomini tutti possono
fare molto per la pace di questo moderno
Edipo.
È per questo che ho scritto il dramma di
Hiroshima. Perché anche Eatherly possa ri-
trovare il suo Natale.
Arte
e pubblicità
Sin dal suo nascere la pubblicità ha sempre
chiesto in prestito all’arte motivi e ispirazione
per poter più efficacemente parlare al pubblico.
Oggi che la pubblicità parla a tutti noi in ogni
momento della nostra giornata attraverso tutti
i mezzi di comunicazione, tradizionali e nuovi,
si sta verificando il fenomeno opposto : è la
pubblicità che offre motivi ed ispirazione all'arte.
e
dit
Su questo argomento iniziamo la pubblicazione
di una serie di articoli del critico Bruno Alfieri.
1. Cos'è la pubblicità
Che cosa sia esattamente la ‘pubblicità’,
forse varrà la pena di tentare di definire nuo-
vamente, anche se molti altri prima di me, e
con maggiore autorità, hanno fatto e codifi-
cato: è difatti importante evitare poi confusioni
ed equivoci. A mio modo di vedere “pubbli-
cità” è la comunicazione, mediante un mezzo
visivo od auditivo, di un messaggio al pub-
blico, a scopo commerciale. Gli esperti di
pubblicità (già me li figuro) si scandalizzeranno
per l’eccessiva semplicità di questa definizione,
eppure ogni fatto accessorio od ulteriore spe-
cificazione a questo carattere determinante
(la ‘“‘comunicazione’’), sia di natura tecnica,
(fotografia di René Crenx)
statistica o psicologica, appare del tutto
secondario. Una casa produttrice, allo scopo di
vendere i suoi prodotti od i suoi servizi, ne
comunica l’esistenza al pubblico dei consu-
matori. Il pubblico può essere stato selezio-
nato o differenziato allo scopo di rendere il
più possibile diretta e pertinente la comuni-
cazione. Un avviso che annuncia la vendita
di un appartamento o di una nave o di un
determinato tipo di liquore o di un certo con-
tratto assicurativo alle Isole Marchesi, appare
inadatto alla pubblicazione sul ‘Corriere della
Sera”, ma adattissimo al settimanale locale.
Tuttavia alla base della comunicazione pubbli-
citaria è un’offerta di beni o di servizi che di
solito ha caratteri generali, morfologici. La
consuetudine con le abitudini di un certo
gruppo sociale, consuetudini che possono an-
dare dal tipo di grafica ad un determinato tipo
ini
E TR
MEP”
di slogan, condiziona notevolmente, nazione
per nazione, la pubblicità. In un recente nu-
mero del settimanale americano “Time” si ci
tavano, ad esempio, le difficoltà incontrate
dalle industrie statunitensi nell’elaborazione
di una pubblicità unica per i diversi nuovi
paesi africani. Gli slogans andavano scelti paese
per paese, villaggio per villaggio; la grafica,
per quanto generalmente semplice e di forte
effetto, poteva essere producente in uno stato,
controproducente in quello vicino. D'altra
parte il caso dei nuovi paesi dell’Africa di-
mostra proprio che solamente presso i gruppi
sociali più arretrati occorre agire con partico-
lare accortezza e pazienza, mentre si va sempre
più diffondendo una generalizzazione di “tipi”
di pubblicità in tutto il mondo, che accompa-
gna di pari passo l’evoluzione economica e
sociale, e la progressiva attenuazione delle
barriere di confine. Oggi come oggi, un avviso
di puro stile britannico può senz’altro andare
bene, come tipografia e come slogans, anche
per il pubblico italiano; molto meno be-
ne, probabilmente, per il sud America. La
“tipografia” della pubblicità diventa sempre
più internazionale; la stampa a rotocalco è
sempre più internazionale; e, infine, la grafica,
con molte e fondamentali eccezioni, è sempre,
anch’essa, più internazionale. Naturalmente,
questo fenomeno è appoggiato dall’ “univer-
salizzazione’”” dei prodotti industriali. La pub-
blicità che accompagna la lavanda Atkinson,
il rasoio elettrico Braun, i mobili Knoll,
va senz'altro bene per tutti i paesi del mondo
Può darsi che la Cadillac non abbia chances in
Europa, ma certo la Chevrolet Corvair, la
macchina per scrivere IBM elettrica, la lam-
pada Miller disegnata da George Nelson, ri-
chiedono l’elaborazione di un solo. “tipo” di
campagna pubblicitaria, salvo naturalmente la
differenziazione regionale dei mezzi di stampa.
È quasi patetico rivedere oggi le pagine di
pubblicità della Olivetti portatile o della Fiat
Balilla in tempo d’autarchia. In quel difficile
periodo i tipi di pubblicità non corrisponde-
vano a nessuna esigenza scientifica o tecnica,
ma addirittura spesso assumevano valore mne-
monico-decorativo.
2. Influenza della cultura sulla pubblicità
Col progressivo sviluppo economico e so-
ciale del mondo, la pubblicità diventa sempre
più materia specializzata. Migliora come ren-
dimento (o almeno così si crede, mentre ogni
tanto basta un indovinato cartellone di un
buon artista, come Savignac, ad incrementare
quelle vendite che i milioni spesi “scientifi-
camente” non spostavano di una lira: ma si
tratta di casi clamorosi limitati al settore delle
vendite di prodotti d’uso corrente) e contem-
poraneamente diventa più arida: di idee e
nella forma. Vero è che, di tanto in tanto, il
soffio d’aria fresca dell’aria figurativa o delle
idee degli intellettuali s’introduce- di soppiatto
con effetti tonificanti. Ma in complesso Ja
“scienza” della pubblicità e delle pubbliche
relazioni rischierebbe sempre più di allonta-
nare i cultori delle arti visive se spesso qualche
industria all'avanguardia, come in Italia Ja
Due esempi di +«comunicazione’’ indirizzata al pubblico in generale o ad una categoria di particolari utenti”. (in alto):
numero anagrafico e nome di un inquilino accanto alla maniglia del campanello di una casa a Venezia. I tre elementi
concorrono a creare un'associazione di idee elementari ma perfettamente rispondenti allo scopo. (in basso): segno trac-
ciato da un mendicante per i colleghi” sulla porta di una casa; traduzione: «qui abita una donna sola”. Entrambi
questi messaggi, pur non avendo carattere commerciale, basano la loro efficacia sugli stessi princìpi che vengono im-
piegati per comunicare il messaggio pubblicitario.
nella pagina accanto: antica insegna murale di locanda, a Essertes (Vaud, Svizzera), risalente al 1840.
Olivetti, l’Italsider, sino a poco tempo fa la
Pellizzari, e poche altre, non riesaminasse
con animo rinnovato e senza pregiudizi questo
settore, traendone iniziative meritorie. Le quali,
sia detto chiaramente, non restano lettera
morta oppure esempio isolato e senza conse-
guenze, ma, con il passare degli anni, si tra-
ducono in una generale evoluzione dello stan-
dard pubblicitario. Il famoso “stile Olivetti”
degli anni cinquanta è oggi ben visibile nelle
vie, nelle piazze, sulle autostrade italiane, sulla
stampa di tutto il mondo, e sotto l’etichetta di
decine di altre industrie, mentre certamente le
attuali esperienze d’avanguardia si diffonde-
ranno nel futuro dappertutto. Il bel gesto iso-
lato di Antonio Pellizzari, che attorno al
1953-54 finanziava concerti di Brahms e di
Vivaldi per gli operai della sua fabbrica,
che produceva motori elettrici, e invitava
Giulio Carlo Argan a tenere conferenze su
Kandinski, oggi non sembra più tanto azzar-
dato ed anticipato, visto che proprio l’Italsider
chiama, nel 1962, scultori da mezzo mondo a
Genova perché vi costruiscano e fondano
sculture destinate ad una mostra nelle vie di
Spoleto. Così il centro culturale Olivetti di
sopra: un quadro di Mario Schifano, “Segno di
e, “rifa
Esso ( (a destra), si ispira ad un aspetto della realtà di
oggi che cade quotidianamente sotto i nostri occhi,
”. Il pi
Ivrea, covo di intellettuali attorno al ’55, oggi
non è che un centro culturale, meritorio ma
non eccezionale, di una grande industria, men-
tre la Pirelli, in una grande sede nel suo grat-
tacielo di Milano, ne ha sviluppato, in mag-
giori proporzioni anche se non con sottintesi
politico-sociali, gli assunti di cultura. (Semmai
la carenza in questa categoria di iniziative si
fa sentire nei pubblici organismi, che non sanno
dare a Milano un degno museo d’arte mo-
derna, e che non vivificano altre illustri istitu-
zioni, e che anzi nemmeno proteggono il pa-
trimonio artistico nazionale).
Tuttavia questa antinomia, arte-scienza pub-
blicitaria, mi sembra fornisca a questo impor-
tante settore della nostra vita sociale una par-
ticolare dinamica che | orta i suoi frutti rego-
larmente, in un perenne conflitto tra fantasia
e sistemazione, tra irrazionale e razionale.
3, I <‘segnali” '
Ma, in quale modo è nata la pubblicità?
Ancora una volta, è utile tornare alle origini
per non perdere di vista gli elementi fonda-
mentali che hanno dato vita a questa “specia-
lità”, perché in essi, rinnovati, son sempre da
ritrovare stimoli elementari e spunti fonda-
mentali assai efficaci. All’origine la pubblicità
equivaleva alla segnaletica. Senza voler risa-
lire troppo nel tempo, basta osservare come
le case dissepolte di Pompei rechino insegne
che indicano chiaramente il “contenuto” delle
case stesse, il che vuol poi dire il “prodotto”
reclamizzato. Maniscalco, casa d’appuntamenti,
negozio di pane, terme, il tutto accanto ai
segnali (e sullo stesso piano di valore) quali
oggi vengono comunemente intesi (dalla spe-
cialità della ‘segnaletica”’); nomi di strade,
indicazione di bivi e di trivi, interruzioni stra-
dali, e così via.
In sostanza le supreme autorità di una de-
terminata comunità in un certo momento sto-
rico (e non solo le supreme autorità, ma anche
lo stesso popolo spontaneamente in varie
occasioni) segnalavano certe cose utili al pub-
blico che non poteva saperle, oppure che aveva
bisogno di vedersele ricordare. Queste comu-
nicazioni erano di tale vastità e importanza da
condizionare il modo stesso di vita delle genti.
In battaglia, i capitani recavano sugli elmi
pennacchi colorati in maniera più vistosa per
Nella
do” la p bblicità della
essere più facilmente identificati; essi imparti-
vano gli ordini a mezzo di trombe (altro mezzo
di comunicazione segnaletico) per l’avanzata,
la ritirata o l’attacco. In città, le strade erano
numerate (come ancor oggi molte città degli
Stati Uniti o dell’ America latina, con un senso
della praticità che rasenta l’ingenuità) oppure
avevano nomi o segni o simboli: in ogni caso
si trattava di segnali “simbolici”. Il mondo
ha sempre cercato di organizzarsi, di sempli-
ficare le cose, perché, com’è noto, le due aspi-
razioni più sentite e diffuse dell’umanità sono
il voler lavorare, seguita immediatamente da
quella di non voler far niente. E l’organizza-
zione significava indubbiamente un risparmio
di tempo sia nel lavoro che nell’ozio.
Il remoto mon? » che gli esperti di archeo-
logia vanno man mano disseppellendo in tutti
i continenti fornisce spesso enormi e gradite
sorprese agli esperti d’arte moderna. Dalle
tombe e dalle intere città che emergono dalla
polvere, escono segni, simboli, oggetti ele-
mentari dalle forme essenziali, dalla comuni-
cazione facile, rapidissima, “razionale” e anche
(suvvia!) “organica”’; esce tutto un mondo che
sembra modernissimo nello spirito e nell’or-
ganizzazione. Alla mostra d’arte dell’antico
Messico organizzata al Petit Palais di Parigi
l’anno scorso si ebbero grandi, sconcertanti
sorprese. L’intera esposizione si presentava
eccitante e densa di interrogativi, addirittura
sconvolgenti per noi uomini sprovveduti del
ventesimo secolo, con opere e “pezzi” che
esigevano nello spettatore un’attenzione, una
comprensione ed uno studio accaniti. La verità
è che il mondo è sempre stato moderno, ovvero
funzionale, per decine di secoli, e cioè nel giro
delle civiltà, e sempre con momenti di mag-
giore funzionalità e di minore, e di massimo
decorativismo e ‘barocchismo” o minore;
sino al momento in cui, duemila anni fa, la
civiltà romana è apparsa di una tale vastità
e importanza, anche geografica, da richiedere
più secoli e più “tempo” artistico per confi-
gurarsi e dissolversi; sino al momento in cui
il mondo moderno, sulle sue ceneri e su quelle
della società rinascimentale, si è espresso e
sviluppato con maggiori traumi, e con trage-
die sociali ed artistiche, più vaste.
Così la funzionalità dei vecchi simboli della
vita pratica di tutti i giorni si è andata can-
cellando sotto altri assunti di una mente umana
bblichi, . i di 2
del gusto nella pub-
blicità: il 1 messaggio pi pubblicitario tende oggi, per l'allargamento dei mercati e le maggiori
possibilità di scambio delle informazioni, a rivolgersi ad un pubblico sempre più vasto.
L’idea espressa dal messaggio è facilmente accessibile a lettori di lingue diverse.
sempre più complicata, sino alla grande con-
fusione dei giorni nostri: confusione di idee,
di aspirazioni, d’arte.
|
4. Oggi: influenza della pubblicità sull’arte
moderna
Tale confusione ha addirittura provocato,
nel settore dell’arte e della pubblicità, un cu-
rioso fenomeno. Se da una parte l’arte visiva
nei tempi moderni ha informato la forma della
pubblicità, com'era logico perché l’arte è forma
di intuizione creativa allo stato puro che deve
essere presente, per la sua storicità, come con-
quista formale nelle creazioni artistiche secon-
darie e paraartistiche, d’altra parte si è ultima-
mente giunti ad una influenza 4 rebowrs della
pubblicità sull’arte stessa. Se, insomma, il
razionalismo condusse alla tipografia ‘qua-
drata” (con annessi fenomeni d’ispirazione
olandese), se Robert e Sonya Delaunay per
esempio determinarono certe consuetudini
compositive negli afiehes, di estrazione plastica
con suggestioni surreali, oggi si assiste ad
un’influenza netta, nettissima, dei mass media
sui dipinti dei giovani artisti di New York.
E questo fenomeno, giunto laggiù al limite di
rottura, si va però diffondendo, con mille
sfumature, dappertutto, soppiantando l’espres-
sionismo astratto, il geometrismo, l’informale,
il realismo vecchia maniera.
Il fenomeno è chiaro nel suo corso storico.
Agli inizi della pubblicità intesa in senso mo-
derno (metà del Settecento: diffusione cre-
scente della stampa, inizio dei quotidiani,
stampati pubblicitari, insegne delle taverne e
dei negozi, marchi di fabbrica eccetera) l’arte
figurativa stava seguendo ormai una strada
— non priva di importanti risultati 4 /atere —
che l'avrebbe condotta direttamente alla tom-
ba se non fosse stata, per fortuna, immortale.
Pittura e scultura erano mestieri accademici e
le opere d’arte si avviavano ad essere deco-
rative prima che emozionali, “seguivano” cioè
la storia dell’umanità, diventando storia del
costume, anziché anticiparla, intuitivamente,
nei suoi grandi drammi. La pittura francese
del Settecento non anticipò certo la rivolu-
zione francese, mentre indubbiamente ‘Guer-
nica” di Pablo Picasso segnalò al mondo, che
doveva ancora recarsi a Monaco, il dramma
del nazismo incombente. L’arte come appan-
i;
FIAT
VETTURA
FIAT
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Il manifesto di Codognato per la “Balilla”.
La 1400 vista da Giorgio De Chirico. La pubblicità Fiat oggi.
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Lexikon
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Manifesto di Pirovano per la «M 20”, Pubblicità di Nivola per la «studio 42”. La pubblicità Olivetti oggi.
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Esempi di pubblicità IBM per il pubblico di lingua tedesca. La tipografia” e la grafica della pub-
blicità diventano sempre più internazionali seguendo l’universalizzazione dei prodotti industriali,
26
naggio di una é/fe di nobili era la situazione
del Settecento. Una storia popolare dell’arte,
anche se già tentata da alcuni, per esempio
dallo Hauser, non soddisfa ancora. Il punto
delicato riguarda proprio il problema della
storicità dell’arte in rapporto alle singole so-
cietà. Nell'Ottocento la ‘‘comunicazione’” vi-
suale non ebbe grande fortuna, nonostante le
apparenze. Il progresso, anzi il “Progresso”
con la P maiuscola, era un liquore entusiasman-
te che lasciava poco margine alle statistiche
sulla miseria. Invece l’arte e la pubblicità
prosperano quando una società è armonica,
democratica ed equilibrata: in due paesi to-
talitari, come la Spagna e l’Unione Sovietica,
la pubblicità non esiste ancora quasi se non
nelle forme più elementari.
La Rivoluzione Industriale e l’arrivo sulla
piattaforma della storia di nuove classi sociali
provocò l’urgente necessità di inforzzarle. Arte
e pubblicità andarono seguendo finalmente in
parallelo aspetti diversi di uno stesso fenome-
no drammatico. La pubblicità cercava con
molta fretta nuovi mezzi di comunicazione,
mentre l’arte andava consumando, con altret-
tanta fretta, i vecchi mezzi di comunicazione
formale, come stracci vuotati delle membra, e
sempre più intima appariva, nei risultati,
un’unione tra le due forme di espressione.
L’aspetto più vistoso di questo aggiornamento
dell’arte e della pubblicità con una storia che
appariva veloce e inesorabile non va ricercato
nei manifesti pieni di ottimismo che prece-
dono quelli di Henri Toulouse-Lautrec in tutta
la seconda metà dell’Ottocento, e neppure nei
dipinti di Manet o di Ingres, bensì proprio
Pablo Picasso: “Guernica”, 1937. Questo dipinto, ispirato
da un episodio della guerra civile spagnuola, il bombarda-
mento della città di Guernica (prima azione aerea contro
negli affiches di Toulouse, nei dipinti dramma-
tici di van Gogh, di Gauguin, di Cézanne.
La drammaticità dell’urgenza del problema: la
comunicazione immediata, ‘non mediata’,
istantanea, di un’emozione, di una comunica-
zione, andava trovando la sua soluzione nel
sodalizio dell’arte e della pubblicità. Le ariose
pennellate di Toulouse risolvevano già uno
dei principali problemi della pubblicità, quello
dell’immediatezza del segno e quindi del mes-
saggio ottico. Negli anni successivi, la vera €
propria rivoluzione artistica che si sviluppò
attorno ai temi del Cubismo, del Futurismo,
del Surrealismo e del Dadaismo, senza con-
tare i movimenti minori, mantenne all’arte
“pura” la palma di piena storicità, e cioè di
pregnante “attualità” che la tennero in alto,
nel paradiso dell’avanguardia, deil’intuizione
anticipatrice, dell’intelligenza e della fantasia
che dovevano informare e subordinare tutte
le forme minori d’arte, dall’architettura (se
forma “minore” è: certo non nei suoi capola-
vori) alla grafica pubblicitaria, dal cinema al
disegno industriale. Sarà questo il momento
d’oro dell’influenza vera e piena dell’arte mo-
derna sulla pubblicità: influenza di idee, di
forme, come andremo rapidamente illustrando
più avanti e nella puntata successiva.
Il manifesto che annunciava la mostra di
Picasso a Milano nel ’52, riproducente, in
grande formato, ‘Guernica”, era, istruttiva-
mente, più avanzato pubblicitariamente di
quasi tutti i manifesti, studiati da specialisti
della grafica e della pubblicità, che comparivano
sui muri di Milano in quello stesso momento.
Successivamente l’arte figurativa ha cono-
una popolazione civile usata come strumento sistematico
della guerra moderna), è un esempio ormai classico di
un’opera d’arte che assume il valore di un “manifesto”.
sciuto un momento di incertezza; i dipinti,
dalla disciplina picassiana o dalle fantasmago-
rie di Mirò, sono decaduti alle forme imprecise
di un linguaggio sempre meno “storico”. Si
è giunti all’ inforzze/ di Fautrier, agli esibizio-
nismi di Mathieu, al ricupero di Wols. Le me-
ritorie eccezioni di un Burri nettamente cubi-
steggiante con materiali moderni, di un Du-
buffet che tentava di rielaborare i moduli lin-
guistici, di un Pollock che si bruciava in una
rottura totale formale, non rialzavano le sorti
di una situazione.
Nel frattempo gli chboes emozionali passavano
al settore della pubblicità, non più a rimorchio,
ma questa volta in anticipo. La segnaletica
stradale diventava più aggressiva e perfetta,
le bibite elaboravano marchi, come quelli
“Coca Cola” e “Pepsi Cola” perfetti, il mondo
dell’automazione nelle grandi città, come New
York, subordinavano sempre più il comporta-
mento della massa, costretta ad apprendere,
condizionarsi ed ubbidire. Noi tutti venivamo
non più chognés da un nuovo dipinto di Pi-
casso, bensi dal trauma di una forma di
design o di una scritta sull’asfalto. Da questa
situazione, che ora molti avversano ciecamente,
e che invece va appoggiata perché storicamente
con tutte le carte in regola, è nata la famige-
rata, famosa, “pericolosa” pop ar, che gravita
a New York ed a Los Angeles attorno alle
gallerie Leo Castelli, Green Gallery, Allan
Stone, Martha Jackson, Stable Gallery.
Ma stiamo correndo troppo. Converrà ora
cominciare tutto da capo e tornare al nostro
Henri de alla vérifable
influenza dell’ arf# moderna sulla pubblicità.
Toulouse-Lautrec e
Picasso ha saputo esprimere l'orrore e l'angoscia suscitati
dal bombardamento con un linguaggio più avanzato di
quello usato dai tecnici della comunicazione pubblicitaria.
I libri dell’Italsider
L'uomo
l’universo
la scienza
Diciotto famosi scienziati, uomini che hanno dedi-
cato, in vari campi, la loro vita ad allargare i confini
del sapere, sono gli autori del quarto ‘Libro dell’ Ital-
sider” che viene distribuito in questi giorni a tutti i
38.000 lavoratori dell'azienda.
“L'uomo, l'universo, la scienza” è un panorama
delle conoscenze scientifiche contemporanee ed un’opera
di divulgazione originale nella sua rigorosa e chiara
impostazione,
Solo apparentemente si stacca dai tre volumi preceden-
ti : in realtà non solo li completa ma contribuisce in modo
esemplare a dare l'avvio ad un nuovo tipo di biblioteca
o di moderna enciclopedia che non potrà non trovare
una sua sistemazione più ampia e definitiva in maniera
veramente armoniosa ed organica.
Dopo i racconti di autori italiani contemporanei
ispirati al mondo del lavoro, dopo le pagine degli
scrittori italiani del Risorgimento riportate anche a
ricordo del centenario dell'unità italiana, dopo il vo-
lume sul teatro che ha riunito diverse espressioni tipiche
di vari luoghi ed età, questa raccolta dei problemi
attuali della scienza costituisce il naturale sviluppo di
una cultura di massa che, se normalmente parte dalle
ragioni narrative, è obbligata a sostare nel dominio
tecnico-scientifico che ha sì larga parte nella vita di
ciascuno e di tutti. Del resto un grande complesso in-
dustriale e tutti coloro che vi vivono e vi operano,
vivono ed operano in un ambiente direttamente o indi-
rettamente determinato dal progresso scientifico e
tecnico, respirano un'aria che è pur essa satura di
nozioni e di informazioni che partono dalla scienza.
Questo volume aiuta così a prendere coscienza del-
l’attuale stadio di conoscenze, vuole essere una sintesi
di ciò che occorre sapere, una finestra aperta su un
mondo destinato a non essere più dominio riservato di
pochi ma patrimonio comune di tutta l'umanità. Per-
ciò l'aspetto più importante di quest'opera è l'incontro
di decine di migliaia di lavoratori dell’Italsider con
alcuni fra î maggiori esponenti europei della scienza e
della tecnica. Gli insigniti del premio Nobel, gli acca-
demici dei Lincei, i titolari di cattedra delle maggiori
università di Furopa che hanno accolto l'invito a
collaborare a questa raccolta hanno scritto un loro
messaggio ai lettori dell’Italsider per consentire che
l’incontro si trasformasse in un dialogo ove ogni di-
stanza è colmata dal desiderio di rendere la scienza
comprensibile a tutti e dal bisogno di tutti di conoscere
dalla viva voce degli interpreti massimi il significato
e la portata delle scoperte scientifiche. Questo concerto
di diciotto voci, tutti solisti insigni, è così una testi-
monianza di come gli uomini di scienza sappiano tra-
mandare all'intelligenza delle masse i risultati —
così spesso poco comprensibili — delle loro più alte
ricerche, e al tempo stesso la prova che la conoscenza
scientifica costituisce ormai per tutti un modo fonda-
mentale per spegnere l’inesauribile sete di sapere di
tutti. È dunque un inno — da parte di chi queste
pagine ha scritto come da parte di chi le leggerà —
alle immense capacità dello spirito umano.
Il volume si apre con uno sguardo sull'universo,
sulle ipotesi più recenti circa la sua origine, sviluppo
e limiti, e sulle conoscenze che ne abbiamo. “Otto mi-
liardi di anni fa” è stato scritto da Giorgio Abetti,
accademico dei Lincei, uno dei massimi astronomi vi-
venti. La nascita della terra è argomento del secondo
capitolo elaborato da Roberto Malaroda, ordinario di
geologia all'università di Torino. Vi si traccia un
bilancio di ciò che sappiamo sul nostro pianeta, sulla
sua formazione e sulla sua attuale struttura. Piero
Leonardi, ordinario di geologia all'università di Fer-
rara, tratta invece dell'origine e della apparizione
della vita, delle teorie sulla evoluzione della specie e
sul suo significato.
Il premio Nobel 1953 per la chimica, Hermann
Staudinger, illustra i segreti e i problemi della materia
vivente mentre Achille Dogliotti, ordinario di clinica
chirurgica all'università di Torino, parla della ‘‘Mac-
china del corpo umano” e della prospettiva che la
chirurgia attuale offre all'uomo con la possibilità di
sostituire temporaneamente 0 in modo permanente
organi e funzioni. Ad un altro premio Nobel, Daniele
Bovet, lo scienziato italiano che ebbe l'altissimo rico-
noscimento nel 1057 per la medicina, è spettato il
compito di spiegare cosa faccia oggi la scienza per
prolungare la vita umana : progressivo debellamento
delle malattie, immunologia, nuovi medicinali, lotta
contro l'invecchiamento, sono i suggestivi temi di questo
capitolo. Segue l'esposizione di problemi altrettanto
interessanti : quelli del codice della vita e delle leggi
dell’ereditarietà. L'argomento è affrontato da uno dei
“grandi” della chimica moderna, Max Perutz, premio
Nobel 1962, lo scienziato che ha studiato il DNA,
l'acido deossiribonucleico che presiede ad alcuni pro-
cessi fondamentali della vita, e individuata la complessa
struttura.
Due capitoli sono dedicati poi alla psiche umana.
Florin Laubenthal, primario della clinica neuropsichia-
trica di Essen, tratta delle funzioni psichiche e del
meccanismo della psiche, dibattendo i problemi del-
l'inconscio, del subconscio, del condizionamento dei
riflessi. Gaetano Benedetti, professore di psicoterapia e
psicoigiene all'università di Basilea, fa a sua volta il
punto sui risultati raggiunti dalla psichiatria oggi, con i
nuovi metodi per la cura della psiche e delle sue malattie,
affrontando anche la delicatissima questione relativa
alle possibilità di interferire sulla psiche e di deter-
minarla.
Gustavo Colonnetti, accademico dei Lincei e pre-
sidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dibatte
i problemi dell'automazione nei suoi riflessi. economici
e sociali, mentre Albert Ducrocq, direttore della So-
cietà Francese di elettronica e cibernetica, tratta delle
L’UOMO
L'UNIVERSO
LA SCIENZA
EDINDUSTRIA EDITORIALE. ROMA
27
più recenti branche della scienza applicata : ricerca
operativa, programmazione, informazione.
“Il pensiero cibernetico” è il significativo titolo del
capitolo nel quale Grey Walter, direttore del reparto
fisiologico del Burden Neurological Institute di Bristol,
espone le teorie sulle possibilità e prospettive di ricostrui-
re meccanicamente le facoltà umane e traccia una sintesi
dell'origine e dello sviluppo della cibernetica. Leopold
Infeld, titolare della cattedra di fisica teoretica ai-
l’università di Varsavia, illustra quindi i nuovi con-
cetti che stanno alla base della fisica moderna : la
relatività, i “quanti”, il principio di indetermina-
zione, la probabilità.
La costituzione della materia, le particelle elemen-
tari, le scoperte alle quali è giunta la fisica moderna
seguendo nuove strade e nuove teorie, vengono illu-
strate da Pascual Fordan, professore di fisica teoretica
all'università di Amburgo. Delle applicazioni conse-
guenti a tali scoperte parla Antonio Carrelli, ordinario
di fisica sperimentale all'università di Napoli, mentre
Enrico Crepaz, ordinario di chimica industriale al-
l'università di Padova, passa in rassegna i prodotti
della chimica applicata, dalle materie plastiche alle
fibre sintetiche.
Non poteva mancare, in questa rassegna della scienza
contemporanea, un capitolo dedicato all’astronautica.
Esso è dovuto a Luigi Broglio, preside della scuola di
ingegneria aeronautica dell'università di Roma. Il libro
si chiude con un saggio di Maurice Waynbaum, del
commissariato francese per l'energia atomica, che in-
dica le vie aperte all'uomo nello sfruttamento delle
ricchezze terrestri, che gli consentiranno di far fronte
all'enorme accrescimento della popolazi liali
Nato come opera di divulgazione, il volume sarà
certamente assai utile anche come testo di consultazione.
Esso contiene infatti oltre a numerose illustrazioni, a
schemi e tavole a colori, alcune appendici : un glossa-
rio dei termini scientifici e tecnici usati dai vari autori,
l'elenco dei premi Nobel dal 1001 ad oggi e una cro-
nistoria delle scoperte scientifiche che consentirà al
lettore di seguire le tappe più significative della scienza
nell'ultimo secolo.
Il volume viene distribuito, oltre che al personale
dell’ Italsider, anche a quello di altre due aziende : la
Cementir anch'essa del gruppo Finsider e la C.A.
P.0.L.0., una ditta di Montecchio Emilia, nostra
cliente, che già lo scorso anno volle offrire in omaggio
ai propri lavoratori il volume ‘Cinque modi per cono-
scere il teatro”.
I colori
del ferro
Chi segue la nostra rivista ricorderà certe pagine
di tanto in tanto dedicate ad illustrare le suggestioni
dei “colori del ferro” : microfotografie, rottami, mine-
rali, prodotti. Ora quelle immagini sono state raccolte
ed ordinate in un volume dallo stesso titolo insieme a
molte altre scelte tra centinaia di fotografie, quasi
tutte d’archivio* riprese da vari autori per scopi di-
versi.
Sono tutte legate da qualcosa di comune : una forma,
un segno, un simbolo. È « un tentativo di inventariare
lo sterminato campionario offerto ai nostri sguardi
dal mondo del ferro», uno stimolo ad una interpreta-
zione visuale e ad una riqualificazione estetica di se-
gnali oggetti e colori fra i quali si svolge la vita del-
l’uomo.
Tutte le illustrazioni sono accompagnate da essen-
ziali commenti tecnici curati da Gino Papuli.
e Chi sfogliasse questo libro senza aver posto atten-
zione al titolo e senza leggere le didascalie sotto ogni
riproduzione, penserebbe di trovarsi di fronte al cata-
logo di una mostra d’arte contemporanea è, scrive
Umberto Eco in un accurato saggio introduttivo. E
nota che proprio per questi motivi l’opera « si inserisce
in un nodo di problemi tipico dell’arte contemporanea
e ne dà un'appassionata documentazione ». Di questo
nodo di problemi Eco mette in luce due filoni maestri :
l’importanza estetica per l’arte moderna della ‘‘mate-
ria” e la poetica dell’ “oggetto trovato”. Queste sono
interpretazioni di aspetti di una civiltà industriale,
conclude lo scrittore, civiltà che per definizione è
arida e impoetica,
Un’arte che ci insegni a vedere queste presenze
con occhi diversi ci può consentire momenti di riappa-
cificazione con le cose, momenti che diverrebbero morbo-
si per chi vi dedicasse tutta una vita ma che pos-
sono risultare fecondi per chi ne faccia, come se ne
deve fare, ‘pause immaginative”’, ampi respiri della
fantasia che riprende fiato, stimoli ad una riflessione
e ad un giudizio.
Lamiera di protezione, macchiata di smalto rosso. Nelle
officine degli stabilimenti siderurgici vi è sempre una
certa abbondanza di lamiere come questa, adibite a
compiti modesti: piattinatura del pavimento, riparo dal.
l'irraggiamento dei forni, delimitazione di aree perico-
lose, A volte accade che l'improvvisa necessità le distolga
dal loro usuale impiego per destinarle a disparate fun-
zioni di emergenza (fotografia di Paolo Monti).
II laser
A soli tre anni dalla sua scoperta il laser inte-
ressa la metallurgia e la chirurgia, la scienza
delle telecomunicazioni e in gran segreto anche
i militari.
Abbiamo chiesto ad Alberto Mondini di illu-
strare per i nostri lettori questo nuovo strumento
per il quale si prevede una rapida e vastissima
applicazione in campi diversi.
Un raggio di luce che buca una lastra di
acciaio, anche in questi tempi di trionfi della
tecnica, è indubbiamente qualcosa di notevole;
se poi aggiungiamo che il foro si può prati
dell'ordine del cen-
addirittura del
micron, e che l’operazione richiede una mi-
nima frazione di secondo, allora è giustificato
che questo raggio di luce attragga l’attenzione
care con una precisione
tesimo di millimetro se non
degli esperti di metallurgia.
Questo
*gio di luce è quello del “laser”,
e la sua capacità di
non è che una delle tante manifestazioni della
sua potenza; ma esso non è soltanto dotato di
bucare lastre di metallo
forza bruta, è capace di compiere molte azioni
caratteristiche
cenerate da un oscillatore ben regolato e sta
delle onde elettromagnetiche
bilizzato su una frequenza costante, azioni e
prestazioni che invano si chiederebbero all’or-
dinaria luce del sole o delle comuni sorgenti
artificiali.
Sono passati poco più
Mair
an riuscì a realizzare pra-
primo laser, per mezzo di un
di tre anni da quando
Thé »dc re I I
ticamente il
cristallo di rubino sintetico capace di emettere
luce coerente e
monocromatica: monocroma-
tica vuol dire dello stesso colore, cioè della
stessa lunghezza d’onda; coerente vuol dire
che le vibrazioni venivano emesse regolar
mente, come l’onda portante di un segnale
radio. Il nome “laser” viene da Light Ampli
7 Stim Emission of Radi
vuol dire amplificazione della luce per mezzo
di emissione stimolata di radiazioni.
Il principio del laser è stato spiegato molte
, ,
ted
tion b) ion, che
“Spettri” di emissione di un laser GaAs (laser in gas di arseniuro di gallio)
ad immissione continua, Le curve indicano l'erogazione di luce infrarossa.
volte, ma una delle spiegazioni più convin
centi e chiare è senza dubbio quella data da
R. D. Engquist nella rivista Metal Progress, e
riportata sul bollettino tecnico Finsider del
marzo di quest'anno. E
gquist paragona la
amplificazione per emissione stimolata alla
fluorescenza; entrambi questi fenomeni si
fondano sul fatto che un atomo può trovarsi
a vari livelli di energia: ma questi livelli vanno
immaginati come degli scaffali con diversi
piani, senza possibilità di valori intermedi.
Normalmente gli atomi si trovano al livello di
energia più basso, ma se vengono eccitati
passano a livelli energetici più alti: da questi
livelli essi sono pronti a ricadere al livello zero
non appena, per un motivo qualsiasi, possano
liberarsi dei ener
“quanti” di gia immagazzi-
nati, emettendoli ad esempio sotto forma di
radiazione elettromagnetica. Nella fluorescenza
av viene questo: un fc tone, cioè un quanto di
luce, eccita l’atomo, portandolo ad un livello
energetico superiore; l’atomo emette un altro
fotone, e ritorna allo stato non eccitato. Nel
l’uso pratico si sfrutta una particolarità della
fluorescenza, e cioè il fatto che la luce emessa
è sempre di lunghezza d’onda maggiore di
quella della luce eccitatrice; così una sorgente
ultravioletta può produrre luce visibile, e que-
sta si utilizza sia per l’illuminazione, sia per
fonti di ultraviolette.
Nell’amplificazione invece l'emissione dei fo
rivelare le emissioni
toni viene stimolata per mezzo di una vibra-
zione elettromagnetica che ha la medesima
frequenza del fotone che l’atomo è in grado
di emettere. Così, se un fascio luminoso investe
l’atomo carico, fra tutte le lunghezze d’onda
che compongono quella luce, una sola viene
amplificata per l’addizione del fotone, di cui
si arricchisce e col quale esce in fase.
Affinché il principio del laser possa venire
applicato con efficacia è necessario disporre di
un ambiente entro il quale gli atomi raccolg
no l’eccitazione di un’ampia gamma di vibra-
zioni, e non di quella sola che ha la frequenza
dei fotoni che in un secondo tempo gli atomi
dovranno emettere. Le novità nella tecnologia
dei laser sono appunto costituite da tutti i
diversi materiali impiegabili, da cui nascono
Vi è il rubino sin-
tetico, costituito da una massa cristallina di
sesquiossido di alluminio (Al, O) contenente
tanti diversi tipi di laser.
l’uno per cento di sesquiossido di cromo
(Cr,0;). Vi è poi il laser a gas in cui, variando
il gas o la miscela dei gas, si può ottenere
entro certi limiti la frequenza desiderata; vi
sono i laser a liquido (esempio, nitrobenzene),
che si servono di un laser a rubino per eccitare
l'emissione spontanea in vari liquidi organici.
30
laser
a rubino
——____——-
| lampada
ni —_ flash
| S È 5 a spirale
alimentazione Ù
di energia |
<>
| 1 lente
|
|
Aa
cellula
riempita
di benzene
|
lastra
fotografica
L_ frequenza
pu fr
/ / i rosso fondamentale
arancione
giallo
verde
sopra: l’effetto “raman laser” viene creato mettendo a
fuoco un pennello di luce laser in una cellula contenente
benzene e registrando il risultato direttamente su una
lastra. La frequenza del pennello laser è spostata verso
il basso e verso l’alto da multipli della frequenza di
vibrazioni molecolari del benzene. Lo spostamento verso
il basso dà luogo a frequenze di infrarossi non riportate
sulla lastra colorata. Lo spostamento verso l'alto di
1, 2,3 e 4 multipli della frequenza di vibrazioni mole-
colari produce rispettivamente anelli di colore rosso, aran-
cione, giallo, verde.
qui a fianco: laser a gas elio-neon ad emissione continua
nel visibile realizzato nei laboratori del CISE (Centro
Informazioni Studi Esperienze) di Milano.
o o o o o o o o o o o o
o “o ° o o o ° onto ° ° o
VU(O(OUUOAMANANMANS
schermo direzionale chiuso (specchio)
o o . o
° o
°
o
°
XT)|yvwv*v|Yyyv&'
schermo direzionale aperto
%
Olin IO $
I
T
o
|
0
|
C—* Sant.
LI
LI © ©
STILI
sopra: il laser a rubino ad impulsi giganti impiega uno schermo direzionale allo scopo di ritar-
dare la sua azione fino al raggiungimento di un certo grado di eccitazione degli elettroni. Prima di
inserire la luce (a), gli elettroni del cristallo di rubino sintetico non sono eccitati (circoletti vuoti).
La luce (freccie in b- e c-) eccita gli elettroni (circoletti pieni). Se un fotone colpisce un altro
elettrone eccitato, esso stimola un'ulteriore emissione. Questa stimolazione è limitata al periodo in
cui si tiene aperto lo schermo (d). I fotoni che si spostano in direzione esattamente parallela al-
l’asse longitudinale del laser vengono riflessi avanti e indietro fra le due superfici a specchio stimo-
lando una cascata” di fotoni. La cascata culmina in un pennello coerente di luce che attraversa lo
specchio parzialmente argentato con una intensità di milioni di Watt (da Scientific American”).
Vi sono laser che impiegano materie plastiche
nelle quali vengono infusi materiali adatti,
come ad esempio l’europium; e vi sono i laser
del tipo dei semiconduttori, o ad iniezione,
dai quali si spera di ottenere molto.
Il laser apre alla tecnica elettronica un campo
di frequenze che fino ad ora veniva utilizzato
scarsamente O affatto;
tutti sapevano che le onde della luce, visibile
non veniva utilizzato
e invisibile, sono della stessa matura di quelle
usate per la radio, la tv, il radar eccetera, ma
mancavano per passare alla loro pratica utiliz-
zazione come onde elettromagnetiche due es-
senziali ferri del mestiere: un oscillatore capace
di produrre onde coerenti con stabilità di fre-
quenza, e un amplificatore.
diritto ad
A questo punto il lettore ha una
spiegazione: può ben domandarsi se ogni
volta che noi accendiamo una candela, una
lampadina, o un fiammifero non produciamo
delle onde luminose; è vero, le produciamo,
ma esse non sono coerenti. Ricorriamo al so-
lito esempio del sassolino buttato nella vasca,
col quale si inizia la spiegazione dei misteri
di radiotecnica: le onde emesse da un oscil-
latore a valvola sono come quelle generate
nella vasca da un sassolino lanciato nel centro,
cioè si dipartono dal centro, ordinate, e vi
no in-
sassolini, avviene nella
giano rispettando la fase. Se noi lanc
manata di
vece una
vasca una specie di tumulto: le onde si acca-
vallano, interferiscono fra loro, non sono più
“coerenti”, ed è proprio questo che accade
con le comuni sorgenti di luce.
Per la
laser è ciò che fu il triodo per le frequenze
gamma delle frequenze ottiche il
più basse, cioè la chiave che apre un forziere
dove sono custodite illimitate ricchezze. Lee
de Forest, quando nel 1903 scoperse il triodo
(che chiamò
lion), cercava essenzial mente
un rivelatore di segnali; gli ci vollero anni
per accorgersi che aveva trovato qualcosa di
molto più importante, la base su cui è nata
l'elettronica. ©
Théodore Maiman mise in funzione il primo
rubino lavorando sulla traccia di uno
studio di Charles H. Townes e Arthur Schaw-
laser a
low. Townes nel 1951 aveva scoperto e rea-
lizzato il “#maser”’, che sfrutta l’emissione stimo-
lata di radiazione per l’amplificazione non già
della luce, ma di microonde. Townes si rese
presto conto che quel principio avrebbe potuto
lavoro,
estendersi anche alla luce, si mise al
insieme al cognato
enel 19
Schawlow,
pubblicò,
la memoria che abbiamo sopra ri-
cordata: il campo era interessante e ricco, molti
a sinistra: un rag;
da un laser a gas elio-neon, sviluppato dai laboratori della Bell.
I pennelli di luo
ticolarmente ada
Tali pennelli hanno una frequenza talmente elevata ed una
stabilità tale che uno solo di essi può teoricamente convogliare
milioni di messaggi telefonici oltre a tutti i programmi trasmessi
dalla radio e dalla televisione (da ,,Fortune”
rosso brillante di luce coerente viene espulso
sottili e ad onde continue dei laser sono par-
per |
mpiego come mezzo di comunicazione,
sotto: il laser a diodo a giunzione costruito dalla Nick Holonyak
and S, F. Bevacqua della General Electric Company, è stato
il primo apparecchio di questo genere in grado di operare nella
regione visibile dello spettro.
ricercatori partirono a caccia del laser, utiliz-
zando lo studio di Townes come gli esplora-
tori di terre incognite sfruttano mappe impre-
cise e vaghe, ma Î Fra
questi ricercatori, Maiman, che lavorava alle
applicazioni del radar in una fabbrica di aero-
plani, fu il primo a raggiungere risultati con-
creti. Ottenne dal suo cristallo di rubino, ec-
citato con ur
un raggio pulsante concentratissimo e potente;
pur sempre preziose.
a sorgente di luce lampeggiante,
e appena fu sicuro del successo diede le dimis-
sioni dal posto che occupava è si mise a la
vorare in proprio.
Sei mesi dopo la Bell, per merito del fisico
persiano Ali Javan, otteneva il suo laser;
non col cristallo di rubino, ma per mezzo di
un lungo tubo pieno di una mistura di elio e
Allora
l’intera industria americana, dalla I.B.M. alla
R.C.A., dalla
Rand, seguita, fianche
neon, con due specchi alle estremità.
General Electric alla Sperry
perry
riata, e a volte prece-
duta dai più famosi laboratori universitari, e
valga per tutti l'esempio del M.I.T., si gettò
sulle piste del laser come i cani sulle tracce
della volpe.
Le prospettive erano e sono allettanti: i più
ottimisti hanno parlato di un affare per un
miliardo di dollari nel 1970. E questo perché
a
>
»
Due laser realizzati nei laboratori del CISE. sopra: laser a rubino. Una lampada flash a spi-
rale circonda la barretta del cristallo sintetico. sotto: un altro tipo di laser a rubino monta-
to con lampada flash lineare. La barretta di rubino è collocata nei due fuochi di un ellisse.
il laser è un mezzo dai molteplici usi: il mi-
tico “raggio della morte” su cui si baloccano
gli scrittori dalla fervida fantasia sin dalla
scoperta dell’elettricità, non è mai stato così
vicino alla realtà come oggi dopo l’invenzione
del laser. Oltre a fornire un’onda portante,
modulabile, di altissima frequenza, e su una
vastissima gamma di frequenze, il laser offre
un raggio di luce concentrabile al massimo
grado; e ciò è facilmente comprensibile data
la possibilità di usare insieme sistemi propri
dell’ottica e sistemi propri della tecnica elet-
tronica su onde tanto corte.
Ma un raggio di luce concentrato, come ab-
biamo appreso sin da fanciulli accendendo i
fiammiferi e la paglia con un raggio di sole e
una comune lente d’ingrandimento, o magari
con gli occhiali della nonna, ha in sé una certa
potenza. Sugli impieghi militari si fa un certo
lavoro, e pare siano riusciti ad incendiare legna
e paglia a due miglia di distanza; dovrebbe
essere un’arma difensiva contro i missili, ma
c’è ancora molta strada da fare.
Invece in metallurgia, dove si lavora a distanze
minime, il raggio del laser serve a forare e a
saldare, ed avrà un suo campo di applicazione:
buca persino il diamante, con la sua concen-
trazione di dieci milioni di volts su un centi-
metro, per un tempo di dieci miliardesimi di
secondo. L’uso più ovvio che se ne può fare
in metallurgia è la saldatura per punti in me-
talli di elevata refrattarietà; e in questo caso
la brevissima durata degli impulsi è preziosa,
perché permette di non allargare la zona calda
che circonda il punto fuso, evitando così
ingrossamenti del grano. Come perforatore, il
laser fa un foro precisissimo e netto, perché
la concentrazione momentanea di milioni di
calorie fa evaporare il metallo della ristretta
zona colpita.
La futura carriera del laser in metallurgia,
tranne applicazioni eccezionali, dipende dal
rendimento che raggiungerà e dal costo di
produzione; il rendimento pare destinato ad
aumentare, e i costi a scendere man mano che
si diffonde la conoscenza di questa nuova
tecnologia.
Onde non ci sembra azzardato prevedere
per questo raggio ultrapotente un campo di
applicazione dapprima ristretto, ma in seguito
sempre più vasto; tanto più che la metallurgia
si gioverà in questo caso di tutto l’enorme
lavoro fatto negli altri campi, quali quello
delle telecomunicazioni, dei radar, dei “giro-
scopi” fatti di luce, della chirurgia: poiché se
è dubbia l’utilizzazione del laser come raggio
mortale, è certo il suo impiego come raggio
risanatore, per fare fori, tagli e saldature nel
corpo umano.
E gli scienziati pensano al laser come ad
un prodigioso strumento di indagine, che per-
metta loro di osservare ciò che accade dentro
una cellula vivente, o di seguire la sorte di
una molecola di proteina impegnata in un
complesso esperimento biologico. Una luce
potente per vedere più addentro nei misteri
del microcosmo; anche questo potrebbe essere
il nuovo congegno, di cui con ragione tanto
si parla e si scrive.
L’automazione dei dati aziendali
Trasmissione e
rilevazione dei dati
Abbiamo analizzato nel precedente articolo (n. 4 della rivista)
i tre livelli di elaborazione dei dati aziendali ottenibili con: 1) mac-
chine da tavolo e macchine contabili; 2) macchine meccanografiche
per l’elaborazione in serie dei dati; 3) sistemi elettronici.
In particolare è stato messo in evidenza come l’impiego di sistemi
elettronici dia ampie garanzie sulla rispondenza della nuova tecnica
elaborativa alle esigenze di esattezza, tempestività, economia richieste
dalle moderne strutture organizzative.
Vediamo in questo secondo articolo come non basti disporre di
macchine di elaborazione perfette e velocissime per assicurare la più
efficiente utilizzazione dei dati aziendali.
Se osserviamo lo schema del flusso dei dati dalla loro sorgente
al calcolatore elettronico, (figura 1) vediamo che normalmente il dato
originario, una volta rilevato su un documento, viene trasmesso ad un
ufficio con funzioni di controllo e di codifica, e successivamente in-
viato al centro di elaborazione dove, prima di essere introdotto nel
sistema elettronico, viene registrato su schede perforate con operazioni
di perforazione e verifica.
Ne risulta che il tempo occorrente perché il dato dal suo centro di
rilevazione giunga al sistema elettronico è notevolmente superiore al
tempo che questo impiega per la elaborazione.
Ad una elevatissima velocità elaborativa si contrappone quindi
una lenta trasmissione delle informazioni che annulla buona parte
dei vantaggi conseguibili con l’adozione dei sistemi elettronici.
Per rendere efficiente l’intero sistema informativo aziendale
occorre che, insieme al perfezionamento dei sistemi di elabora-
zione, si promuova un armonico sviluppo anche nelle tecniche e nelle
metodologie di rilevazione dei dati elementari e della loro trasmissione
al calcolatore elettronico.
Gli obiettivi ai quali si deve tendere per eliminare l'anomalia sopra
indicata sono i seguenti:
A) lettura diretta dei documenti con eliminazione della fase di per-
forazione delle schede;
8) eliminazione degli uffici intermedi destinati al controllo ed alla
codifica dei documenti;
Cc) tempestiva trasmissione delle informazioni;
D) rilevazione dei dati primari su supporto intelleggibile dal sistema
elettronico.
Esaminiamo in dettaglio i punti sopra elencati:
A) Lettura diretta dei documenti con eliminazione della fase di per-
forazione delle schede (figura 2),
Le apparecchiature oggi esistenti sul mercato in grado di risolvere
il problema sono di tre tipi:
1) lettori magnetici di documenti
2) lettori ottici di documenti
3) macchine contabili con perforatore di nastro di carta.
I primi due tipi permettono la lettura diretta del documento da
parte di un sistema elettronico.
Le apparecchiature del terzo tipo originano, contemporaneamente
alla compilazione di un documento, un supporto intelleggibile dal
sistema elettronico, costituito da una striscia continua di carta dove
le informazioni vengono registrate mediante perforazioni.
33
I lettori ottici leggono i caratteri che possono essere scritti con
una comune macchina per scrivere. La lettura avviene decomponendo
la zona di registrazione di ciascun carattere in una serie di quadrati
ed esplorando ad uno ad uno tali quadrati con un raggio catodico:
questo subirà una diversa riflessione a seconda che il quadrato esplo-
rato sia bianco o contenga un tratto nero di scrittura (figura 3). Questo
diverso comportamento del raggio catodico permette al calcolatore di
ricostruirsi sulle sue memorie una immagine simile a quella del ca-
rattere scritto sul documento. Questa immagine viene confrontata con
una serie di “matrici tipo” (una per ciascun carattere) fino a che, trovan-
do identità tra le due, si riconosce il carattere stampato sul documento.
I lettori magnetici leggono invece documenti che debbono essere
scritti con macchine aventi caratteri speciali (figura 4). I caratteri magne-
tici, pur mantenendo i contorni dei simboli numerici o alfabetici tra-
dizionali, sono composti da campi magnetici che originano impulsi
esaminabili ed interpretabili automaticamente dal calcolatore.
L’uso di entrambe le apparecchiature sopra descritte è limitato
oggi alle procedure che prevedono la lettura di grandi volumi di do-
cumenti omogenei e l’ordinamento dei documenti stessi. I lettori
ottici e magnetici hanno infatti anche la possibilità di selezionare i
documenti. Tipica applicazione di queste macchine è quella relativa
agli assegni bancari già molto sviluppata negli Stati Uniti d’ America
ed in Inghilterra.
Le macchine contabili con perforatore di nastro di carta trovano
invece applicazione quando il dato originario debba subire una prima
semplice elaborazione in periferia prima di essere inviato al centro
di elaborazione.
In questo caso la macchina contabile assolve al compito di pre-
elaborazione del dato e fornisce come sottoprodotto gratuito un sup-
porto di informazioni, la banda perforata, che può essere direttamente
letta da un sistema elettronico.
Possiamo concludere che per quanto riguarda il trasferimento
diretto dei dati da un documento umano al sistema elettronico, oggi
esistono soluzioni particolari al problema, non generalizzabili.
B) Eliminazione degli uffici intermedi destinati al controllo ed alla
codifica dei documenti
Il problema può essere risolto:
— delegando i compiti di codifica ai centri di rilevazione
— affidando al sistema elettronico tutti i possibili controlli sul dato.
Vedremo più avanti come i nuovi mezzi di rilevazione dei dati
offrano una soluzione al primo punto.
Soffermiamoci ora ad esaminare quali controlli possono essere
affidati al sistema elettronico (figura 5); oltre a quelli specifici di ogni
procedura, ne possiamo esemplificare alcuni a carattere generale:
1) controlli di ridondanza
Sono possibili quando, oltre alle cifre che caratterizzano il dato,
se ne aggiungono altre con funzioni di controllo. Per esempio, un
codice numerico di 5 cifre che individua un cliente si completa con
una sesta cifra ottenuta mediante una operazione aritmetica sulle pri-
me 5. Il codice diventa di 6 cifre di cui 5 significative ed una di con-
trollo. Il calcolatore può così sviluppare ogni volta il calcolo sulle
prime 5 e confrontare il risultato con la sesta, la non eguaglianza met-
terà in evidenza un errore di codifica che verrà segnalato dal calcolatore.
Un altro controllo di questo tipo consiste nell’immettere nel cal-
colatore una serie di dati, esempio, i pesi dei prodotti di una spedizione,
accompagnati dal loro totale. La macchina sarà in grado di ricostruirsi
il totale, confrontarlo con quello ricevuto ed evidenziare le anomalie,
2) controlli di completezze
Consistono nel definire alcune regole quantitative che caratteriz-
zano una serie di dati e nell’affidare al calcolatore l’esame sulla rispon-
denza del dato a tali caratteristiche.
Se, ad esempio, si predispone una numerazione progressiva dei
buoni di prelevamento da magazzino o si organizza una segnalazione
alla macchina dei buoni annullati, il sistema elettronico potrà indivi-
duare i numeri dei documenti non pervenuti ed evidenziare la perdita
di un documento.
Oppure, una volta stabilito che le cifre di un certo codice vanno
da coco a 999, se la registrazione verrà effettuata con l’accorgimento
34
î P,
ei
ura 1
SCHEMA DEL FLUSSO DEI DATI DALLA SORGENTE AL SISTEMA ELETTRONICO
Il tempo occorrente perché i dati giungano dal centro di rilevazione al sistema elettronico è note-
volmente superiore al tempo che questo ultimo impiega per la loro elaborazione. È questa upa
lia che va eli con l’ad di opportune tecniche e metodologie.
figura 3
SCHEMA DEL FUNZIONAMENTO DEL LETTORE OTTICO A RAGGI CATODICI
Ci ‘e viene
P
U
mM.
= 0
di anteporre sempre gli zeri non significauvi 002 e non 2) il calcolatore
potrà segnalare l’eventuale mancanza di una cifra del codice.
3) controlli di ampiezza
Possono essere effettuati quando una certa classe di dati è esprimi-
bile da cifre comprese in un certo intervallo.
Per esempio, il sistema elettronico potrà controllare che le ore nor-
mali lavorate giornalmente da un dipendente siano comprese tra o e 8,
oppure che i giorni di ferie effettuati da un dipendente siano conte-
nuti entro i limiti massimi previsti dalla sua categoria e dalla sua an-
zianità di servizio.
Gli esempi sopra citati dimostrano come sia effettivamente possi-
bile affidare al sistema elettronico una serie di controlli formali.
È d’altra parte evidente che alcuni controlli di merito non potran-
no mai essere affidati alla macchina: in questo caso però sarà sempre
auspicabile effettuarli sui risultati forniti dal calcolatore evitando di
interrompere, con una fase di controllo intermedia, la rapida trasmis-
sione dei dati dalla loro fonte di origine al sistema elettronico.
in una serie di quadrati che risulteranno bian.
chi o con tratto nero di scrittura. Il calcolatore ricostruirà poi sulle sue memorie una immagine si.
mile a quella del carattere scritto sul documento e la confronterà con +matrici” tipo, riconoscendola.
rn È
= di cel
| D |
sistema elettronico
lettore ottico
dati base (9)
D PESA
QD
macchina. contabile
con perforat, di banda
figura 2
SISTEMI DI LETTURA DIRETTA DEI DOCUMENTI MEDIANTE L’ELI-
MINAZIONE DELLA FASE DI PERFORAZIONE DELLE SCHEDE
La macchina ,,legge” direttamente i dati. Tre sistemi sono qui illustrati:
a) lettura magnetica che si realizza usando caratteri scritti con una mac-
china speciale; b) lettura ottica mediante uno speciale apparecchio a raggi
catodici che può ,,leggere” i caratteri scritti con una comune macchina
dattilografica; c) macchina contabile con perforatore di nastro di carta:
con questo sistema nello stesso momento in cui si compila il documento si
crea un supporto intelleggibile dal sistema elettronico (una striscia di carta
perforata),
figura 4
SERIE DELLE CIFRE MAGNETICHE SCRITTE CON CARATTERI SPE-
CIALI PER LA LETTURA MAGNETICA
Come si vede da i molto ingrandite, ci. è
composto di sette bande verticali ciascuna delle quali costituisce un campo
magnetico originante impulsi elettrici interpretabili dal calcolatore. Insieme
al sistema di lettura ottica, quella magnetica è largamente usata nel controllo
degli assegni bancari.
Il problema presenta due aspetti, uno organizzativo ed uno tecnico.
È innanzi tutto indispensabile organizzare un dinamico giro dei do-
cumenti che eviti le soste inutili (figura 6).
Quante volte un documento resta troppo tempo in attesa della fir-
ma del capo ufficio!
Quando poi la distinta tra la sorgente dei dati ed il sistema elet-
tronico è molto elevata, come nel caso di aziende articolate su più
punti di produzione e distribuzione geograficamente distanti, si rende
necessario un collegamento diretto nei due sensi, tra periferie e centri
di elaborazione.
Collegamenti di questo tipo sono già in atto da tempo negli Stati
Uniti dove hanno dato risultati del tutto positivi, e se ne sta diffon-
dendo l’uso anche in Italia.
Le apparecchiature per la trasmissione da e per il centro (tele-tra-
smissione) sono costituite da terminali trasmittenti in grado di leggere
dati registrati su schede perforate o nastri di carta perforati o nastri
C) Tempestiva trasmissione delle informazioni
dati
+ per le cifre del dato
5
ESEMPI DI CONTROLLI DI VALIDITÀ”
MEDIANTE SISTEMA ELETTRONICO
Questa tecnica serve ad eliminare le ope»
razioni intermedie destinate al controllo e
alla codifica dei documenti con evidente
guadagno di Per la spieg
dei vari tipi di controllo rimandiamo
all’articolo.
off - line
35
|
a
AA
CEST ad
è RISE 7
terminale terminale
(filo, ponti radio, guide d'onda, satelliti)
6
SCHEMA DI RAPIDA TRASMISSIONE DEI DATI TRA
UFFICI LONTANI
Mediante telescriventi, trasmettitrici e riceventi, possono
essere inviati con grande rapidità anche a grande distanza
dati registrati su schede o nastri perforati o magnetici.
La trasmissione può avvenire per ponte radio, per tele-
grafo e per telefono. Sono in corso esperimenti per uti-
lizzare a questo scopo anche satelliti artificiali.
sasso
Dosso
7
MEZZI PER LA RILEVAZIONE PERIFERICA DEI
DATI
Sono qui illustrati i sistemi di rilevazione manuale,
meccanica o amtomatica, Ciascuno di questi tipi di rile-
vazioni può essere: a) off-line (fuori linea), cioè com-
porta una registrazione intermedia prima che i dati
siano i i nel si elettronico; b) li (in
CECO linea), permette cioè la immissione diretta delle infor-
mazioni nel sistema elettronico mediante teletrasmissio»
ne. Per la spiegazione dei vari sistemi illustrati in que-
sta figura rimandiamo al testo.
Em
rilevazione automatica
e
©: @-®
magnetici e di inviarli lungo i normali canali di trasmissione (tele-
grafici, telefonici, ponti radio) a terminali di ricezione che ricevono
le informazioni dalle linee e le registrano su schede perforate o nastri
di carta perforati o nastri magnetici.
Le apparecchiature di questo tipo contengono anche circuiti di
controllo che garantiscono l’assoluta esattezza della trasmissione.
Per sottolineare l’importanza data da molte aziende a questo pro-
blema è forse opportuno accennare al fatto che esperimenti sono in
corso per utilizzare satelliti artificiali per collegamenti internazionali
di trasmissione dei dati.
D) Rilevazione dei dati primari su supporto intelleggibile dal sistema
elettronico
Ogni procedura presenta esigenze diverse di rilevazione dei dati
primari.
Possiamo schematizzare i vari sistemi di rilevazione come indicato
nella figura 7. Utilizzando termini inglesi ormai generalizzati nel
linguaggio dei tecnici di automazione, i sistemi di rilevazione si pos-
sono suddividere in due categorie:
— off-line (fuori linea), che comportano una registrazione inter-
media dei dati prima che questi siano immessi nel sistema elettronico;
— on-line (in linea), che permettono la immissione diretta delle
informazioni nel sistema elettronico, utilizzando sistemi di teletra-
smissione.
Con riferimento alla figura 7 esaminiamo i vari tipi di rilevazione
off-line:
a) rilevazione manuale off-line
È la più lenta e la meno razionale: consiste nel rilevare il dato su
un documento, nel sottoporre questo a codifica e nel registrarlo su
un supporto meccanografico mediante la perforazione di una scheda
o di un nastro di carta.
b) rilevazione meccanica off-line (figura 8)
un sistema molto interessante che comincia ad avere ampie ap-
plicazioni. È possibile adottarlo ogniqualvolta una informazione ri-
36
stazioni periferiche
tastiera manuale
|__ lettore di schede conte-
© menti i dati già predisposti
figura 8
RILEVAZIONE MECCANICA OFF-LINE
I dati si originano nelle stazioni periferiche e vengono
ti gistrati su sched grafich
sulta composta da una serie di elementi prevedibili a priori a comple-
tamento dei quali debbano essere aggiunti pochi dati variabili.
Possiamo anche dire che una rilevazione di questo tipo è possibile
ogniqualvolta si attua un consuntivo di un fatto precedentemente
già programmato. Facciamo alcuni esempi:
1) l’arrivo di un materiale è sempre preceduto da un ordine di
acquisto: la ricevitoria materiali, quindi, sa già in anticipo che deve
arrivare un certo materiale, in una certa quantità, da un certo cliente,
ad un certo costo. L’unico dato variabile della registrazione che avrà
luogo per prendere in carico quella merce sarà la effettiva quantità
che potrà non coincidere con quella ordinata o per scarti al collaudo
o perché l’intero quantitativo ordinato viene spedito frazionatamente.
2) l’attività 1 un operaio è normalmente programmata; se ne sta-
bilisce preventivamente la squadra di appartenenza, il turno di lavoro,
il posto di lavoro. La rilevazione delle presenze della manodopera
ha come dati variabili solo le eccezioni al programma (assenze, straor-
dinari, cambi di turno o di posto di lavoro).
3) la produzione di uno stabilimento, e quindi dei singoli reparti
produttivi, si sviluppa in base ad un programma di produzior.e. Per-
tanto l’addetto a rilevare la produzione di un treno a nastri sa già
quali rotoli (con quali caratteristiche e per quali clienti) saranno pro-
dotti in un certo turno: gli unici dati variabili della rilevazione sa-
ranno il risultato dell’ispezione che dirà se il rotolo è buono o da scar-
tare per certi difetti, ed il peso dei singoli rotoli.
Il sistema di rilevazione meccanica si compone di due fasi:
— la prima consiste nel registrare, attraverso elaborazioni preventive,
i dati prevedibili della rilevazione su schede perforate o altri speciali
supporti (spezzoni di nastro di carta o tesserine di plastica);
— la seconda consiste nella rilevazione vera e propria che viene effet-
tuata con speciali apparecchiature e con le seguenti modalità:
1) si inserisce in una finestrella della apparecchiatura la scheda
(o supporti simili) contenente i dati già predisposti;
2) si battono su una tastiera i dati variabili;
3) si rende operante tramite un tasto la registrazione.
L’apparecchiatura legge i dati della scheda perforata, vi aggiunge
quelli battuti nella tastiera, li completa con l’ora della registrazione
fornita da un orologio elettronico inserito nell’apparecchiatura, e
perfora il tutto su una scheda perforata o su un nastro di carta leggibile
direttamente da un sistema elettronico.
Così nel caso dell’arrivo di un materiale, si inserirà nella appa-
recchiatura la scheda perforata contenente i dati di riferimento che
era stata originata dal sistema elettronico al momento della emissione
dell’ordine, e si batterà sulla tastiera la quantità accettata. Come risul-
tato si otterrà il documento di entrata stampato automaticamente dal-
l’unità scrivente dell’apparecchiatura ed il supporto (scheda o nastro)
direttamente leggibile dal sistema elettronico.
I vantaggi di questo sistema di rilevazione possono così riassumersi:
|
— esattezza della registrazione data l’esiguità dei dati variabili battuti
manualmente;
— rapidità della rilevazione;
— eliminazione della fase manuale di perforazione e verifica delle
schede per l’inserimento dei dati nel sistema elettronico;
— facile razionalizzazione del flusso dei documenti dalla sorgente al
sistema elettronico che si riduce al trasporto ad ore prefissate delle
schede o nastri perforati dalle apparecchiature periferiche al sistema
elettronico.
c) rilevazione automatica off-line
È la più efficiente ma applicabile solo in casi particolari; consiste
nel prelevare i dati direttamente da strumenti di misura elettrici e,
attraverso opportuni apparecchi di decodifica dei segnali, nell’inviarli
a macchine perforatrici che li registrano direttamente su schede o
nastri di carta.
Il vantaggio essenziale di questa rilevazione è il suo completo auto-
matismo. Trova applicazione per la registrazione di dati provenienti
da apparecchi di pesatura (bilance, bilici) e per prelevare ad intervalli
regolari tutte le informazioni fornite dagli strumenti di misura di im-
pianti industriali a ciclo continuo, onde effettuare con l’aiuto di si-
stemi elettronici studi per la migliore conduzione degli impianti stessi.
Passiamo ora ad esaminare i sistemi di rilevazione on-line che han-
no la caratteristica, come abbiamo detto, di poter trasmettere le in-
formazioni, appena registrate, direttamente nel sistema elettronico
dove, a seconda della loro natura, potranno o essere registrate nelle
memorie di archiviazione o essere subito elaborate per fornire risultati
che permettono immediate decisioni operative.
d) rilevazione manuale on-line
È realizzata con tastiere, simili a quelle delle comuni macchine per
scrivere, tramite le quali è possibile immettere informazioni nel si-
stema elettronico a cui sono collegate con sistemi di tele-trasmissione.
Queste apparecchiature servono essenzialmente per interrogare a
distanza il sistema elettronico sulle situazioni contenute nelle memorie
di archiviazione. Battendo, per esempio, sulla tastiera il codice di un
prodotto si può ricevere dal sistema elettronico un messaggio, stam-
pato su di una macchina per scrivere, che evidenzia le quantità esistenti
a magazzino,
e) rilevazione meccanica on-line
È un sistema di rilevazione operativamente identico a quello mec-
canico off-line.
La differenza sta nel fatto che l’informazione, anziché essere regi-
strata su di un supporto intermedio, viene direttamente inviata al
sistema elettronico.
f) rilevazione automatica on-line
Valgono le stesse considerazioni esposte al precedente punto e).
Abbiamo visto che a fianco dell’inserimenwo nelle aziende dei mo-
derni sistemi di elaborazione automatica dei dati, nuove metodologie
si stanno affermando che risolvono i problemi di rilevazione e tra-
smissione delle informazioni in maniera adeguata alla velocità ela-
borativa offerta dai sistemi elettronici.
Questi strumenti offerti dalla tecnica aprono nuove affascinanti
prospettive nel campo dell’organizzazione aziendale.
Su questi “sistemi avanzati” di conduzione aziendale che l’Italsider
sta già sperimentando ci intratteremo nel prossimo articolo.
Il ferro
nel barocco
piemontese
FIFIRI
È abbastanza noto che l’arte del ferro battuto
conobbe fiorenti stagioni sin dalle più remote
forme di civiltà, costituendo successivamente un
fattore integrante dell’invenzione architettonica,
a partire dall’età tardo romanica.
Naturalmente, a seconda delle epoche o delle
aree culturali, i forgiatori di questo metallo
certe volte diedero maggiore importanza alle ri-
sultanti strettamente tecniche oppure lasciarono
prevalere le esigenze di ornamentazione estetica,
in specie nella realizzazione dei dettagli.
Nell’un caso come nell’altro, la migliore pro-
duzione equilibrò sempre la varietà e l’origina-
lità degli elementi compositivi, con una eleganza
di caratterizzazione che talvolta non trova ri-
scontro nelle coeve figurazioni delle altre ‘arti
decorative”.
Giustamente quindi, alla recente mostra del
barocco piemontese che ha allineato a Torino
tanti cospicui esempi di attività artistiche ed
37
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Palazzo Madama, Torino: rosta della cancellata d’ingresso.
n
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artigianali dei secoli XVII e XVIII, un set-
tore era intieramente dedicato alla lavorazio-
ne ornamentale del ferro, quale fu conosciuta
in quei tempi di massimo fulgore dello stato
sabaudo.
Non si dimentichi infatti che il barocchismo
romano e quello francese trovarono nel Piemonte
un naturale punto di incontro, modificandosi in
una sola versione del tutto originale, egualmente
libera dalle esasperazioni sfarzose come dai
bamboleggiamenti miniaturistici. Ma prima di
accennare ad ulteriori considerazioni di ordine
stilistico è opportuno rammentare che la stru-
mentazione di bottega dei maestri del ferro bat-
tuto era allora del tutto simile ai mezzi di fab-
bricazione degli artefici rinascimentali.
Praticamente l'attrezzatura di officina com-
prendeva le cesoie, il martello, il bulino e la lima
(inventata alla fine del secolo XIV ), ma non
esistevano né il laminatoio né la filiera e i man-
38
Due splendidi ferri barocchi: (sopra), un esemplare di stile rococò con abbondanza di volute floreali: (sotto), un ferro
battuto in cui al gusto tipicamente floreale si sovrappone l’altra tendenza del barocco verso un lineare geometrismo.
tici dei forni traevano l’energia da una ruota
idraulica.
Nonostante la modestia di tale utensileria fu
esattamente nel periodo barocco che la tecnica
del lavoro a sbalzo raggiunse livelli di stupefa-
cente virtuosismo, poiché si unirono al ferro bat-
tuto l’ottone e il bronzo dorato, ottenendosi nella
decorazione singolari effetti chiaroscurali, quasi
pittorici.
Come în Francia, lo sviluppo dell’arte del ferro
piemontese corse su due linee parallele : la prima
logicamente discendente dalla tradizione gotica e
rinascimentale, con una maggiore segmentazione
del disegno che non contraddì mai un gusto di
lineare geometrismo, la seconda liberamente os-
sequiente alla moda del tempo che voleva un’ab-
bondanza di volute e di ghirigori, sino all’af-
fermazione dello stile ‘‘rococò” con le sue te-
nerezze floreali (come nella foto qui a fianco).
Superfluo aggiungere che abbastanza di fre-
quente si ebbe una sovrapposizione delle tipologie
ora descritte (come nella foto in basso), a
prescindere dalle particolari correnti che si
alternarono lungo î due secoli, via via propo-
nendo valori di simmetria, di mossa struttura-
sione della. materia e di riconquista di una
lineare decorazione, arricchita da stilizzati mo-
tivi di ghirlande.
Caratteri che si ritrovano più o meno accen-
tuati nelle grate, nei parapetti traforati dei bal-
coni, nelle rampe delle scale e nelle cancellate,
ottenendosi una straordinaria vivacità plastica,
nelle profilature esterne ed interne, sia che ve-
nisse adoperata la tecnica della stampatura come
nei pezzi costruiti con le saldature.
E sotto questo aspetto appaiono veramente
illuminanti le prescrizioni che Duhamel suggerì
nel trattato “L’Art du Serrurier”: « Le deco-
razioni siano in lamiera martellata, lavorate a
freddo ma con brevi modellazioni a caldo, di
tempo in tempo; si eseguiranno in più pezzi
quelle ornamentazioni sottili di maggiore rilievo.
Si potranno anche impiegare il piombo fuso,
quando si vorranno ottenere lavori di snella
perfezione, oppure il piombo liquefatto, quando
occorrerà una maggiore solidità. Quanto agli
incastri essi si otterranno con lavoro a maschio
e femmina o con dei perni o legature ».
Precetti che appartennero al pieno secolo
XVIII, ma che ebbero una piena validità europea,
proprio perché non facevano altro che sanzionare
una metodologia proveniente dal ‘‘primo tempo”
dell’epoca barocca, e cioè dal secolo anteriore.
Ma quello che più conta, nel nostro caso, è la
constatazione che nel settore del ferro battuto la
mostra del barocco piemontese ha offerto un
eloquente esempio di una precipua validità, feli-
cemente enucleata secondo figurazioni di com-
posta estrosità e di rara perfezione costruttiva.
Infine va rilevato che in questa sezione, al-
lestita nel sontuoso Palazzo Reale, era alli-
neato un materiale di armoniose proporzioni
che si affianca pienamente a quella dinamica
della “luce riflessa” che diede, appunto al ba-
rocco piemontese una singolare impronta di
capriccioso impressionismo, come se fosse un
libero controcanto rispetto alla coeva produ-
zione dell’area veneta. (A. C. Ambesi)
a S d é
[SOIA nali vali i ;
Il bozzetto di Gianni Saviozzi, vincitore del concorso per un cartello contro gli incendi dei boschi,
riprodotto su banda stagnata litografata e diffuso nei boschi di tutta Italia a cura dell’Italsider.
Piero Sansoni (premio speciale) Mimmo Castellano (premio speciale)
ATTENZIONE!
NON
PROVOCATE
INCENDI
= è
ata Ho
ATTENZIONE NON PROVOCATE INCENDI
39
Un cartello
contro gli incendi
dei boschi
Negli ultimi due anni si sono verificati,
nella sola Liguria, 756 incendi di boschi che
interessarono oltre 12.000 ettari e causarono
danni per una cifra che supera largamente il
mezzo miliardo di lire.
Non abbiamo sottomano i dati relativi alle
altre regioni italiane, ma possiamo supporre
che le cose non siano andate in modo molto
diverso, per cui non è azzardato ritenere che
i danni provocati ogni anno dal fuoco nei
boschi italiani (nei pochi boschi che ci restano)
raggiungano il valore di miliardi.
Il patrimonio boschivo italiano è valutato
complessivamente 1.500 miliardi. È utile ai
proprietari per il reddito che ne ricavano; ma
è ancora più prezioso per le funzioni che
esso esercita a difesa del suolo e quale ele-
mento insostituibile per la bellezza del pae-
saggio. Distruggere i boschi col fuoco, volu-
tamente o per disattenzione, è grave colpa;
un bosco incenerito non può essere ricosti-
tuito che in molti anni e con spese ingenti
che ricadono su tutta la comunità. E spesso
i danni provocati al terreno sono irrimediabili.
Come si incendiano i boschi? Qualche volta
per autocombustione ma più spesso, anzi
nella maggioranza dei casi, responsabile è
l’uomo: cacciatori e gitanti che per impru-
denza o disattenzione lasciano cadere siga-
rette e fiammiferi senza spegnerli, o accen-
dono fuochi senza prendere le debite precau-
zioni.
Questa affermazione sarebbe suffragata dal
fatto che all’indomani di ogni apertura di
caccia oppure dopo le giornate festive che so-
litamente vengono dedicate alle gite, quasi
sempre scoppiano incendi di più o meno
vaste proporzioni.
Per contribuire a risolvere il grave proble-
ma, l’Unione regionale delle camere di com-
mercio della Liguria, la Consulta regionale
agricola e forestale e il Corpo forestale dello
stato hanno indetto nel 1963 un concorso per
un manifesto che, con semplici mezzi grafici,
accessibili a tutti richiamasse l’attenzione dei
distratti, volontari ed involontari, sulle con-
seguenze gravissime della distruzione di un
patrimonio comune.
Il concorso ha avuto un esito assai lusin-
ghiero. Vi hanno preso parte 156 concorrenti
che hanno presentato complessivamente 269
bozzetti. Il primo premio è stato assegnato a
Gianni Saviozzi, un livornese che vive a
Milano, nel cui bozzetto la giuria ha ritenuto
fosse espresso con maggior evidenza il mes-
saggio ammonitore diretto ai frequentatori
dei boschi. Ma perché ci occupiamo sulla
rivista di questo bozzetto? D'accordo, molti
lavoratori dell’Italsider trascorrono le giornate
di festa compiendo gite nei boschi oppure
cacciando, e questa potrebbe essere una ra-
FRGNON A. 15
|. PROVOCATE
“INCENDI
Giuseppe Casarino Renzo Vianello
Domenico Rosellini
ATTENZIONE!
gione sufficiente. Ma c’è anche un altro motivo.
La nostra società ha voluto dare una con-
creta collaborazione all’iniziativa curando la
realizzazione su banda stagnata litografata del
bozzetto vincente e provvedendo alla distri-
buzione di tremila esemplari a vari ispetto-
rati forestali italiani. Il cartello metallico con
l’albero in fiamme si inserirà così stabilmente
nel paesaggio e costituirà d’ora innanzi un
elemento di richiamo e di ammonimento per
tutti i frequentatori dei boschi italiani.
Ci auguriamo che esso possa costituire un
prezioso aiuto nella battaglia contro l’impru-
denza e la disattenzione che minacciano i nostri
terreni boschivi già così depauperati e che gli È
organi forestali vanno faticosamente rico- î NON
struendo tra molte difficoltà.
Pubblichiamo in questa pagina qualche al- È PROVOCATE i end
tro bozzetto che è stato giudicato dalla giuria ( I
del concorso particolarmente interessante e : i =
degno di essere segnalato.
AN È
Con il 31 dicembre 1963 il dottor Mario Lucio Savarese
lascia la direzione delle Pubbliche Relazioni dell’Italsider da
lui tenuta dal 1961, per assumere altri incarichi. |
Egli si accomiata pertanto anche dalla rivista Italsider, del |
cui comitato direttivo è stato membro in questi anni. |
Nel rivolgergli un cordiale saluto, la rivista Italsider e |
la sua «équipe» direzionale esprimono al dottor Savarese la
più viva gratitudine per la preziosa ed appassionata colla-
borazione, ed i più fervidi auguri per il suo nuovo lavoro.
RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
via Corsica 4 - Genova - telefono 5999. La riproduzione è subordinata alla citazione della fonte.
Stampa: AGIS - Stringa - Genova. Clichés: Ceriale - Genova, Denz - Berna. Carta Solex Burgo.
italsider
sede e direzione generale
Genova via Corsica 4 - telefono 5999
telex 27039 Italsid
centri siderurgici a ciclo integrale
Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435 -
telefono 302024 - telex 71039 Italsid
tondo - vergella - bordione - nastri stretti laminati
a caldo - travi HE (ad ali larghe) - travi IPE - pro-
filati - funi - reti saldate - derivati della vergella
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Piombino (Livorno) - corso Italia 218 - telefono 22041
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Trieste - via di Servola 1 - telefono 732332 -
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stabilimenti di produzioni speciali
Lovere (Bergamo) - via G. Paglia - telefono 10
rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di acciaio
Savona - corso Giuseppe Mazzini 3 - telefono 27941
getti e tubi di ghisa
Siac - Genova-Campi - corso F. M. Perrone 15 -
telefono 469091
fucinati e getti di acciaio - lamiere grosse e placcate
stabilimenti di rilavorazioni
Marghera (Venezia) - via del Commercio 5 -
telefono 50334 - telex 41043 Italsid
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San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza Giacomo
Matteotti 7 - telefono 92041
profilati - materiali per armamento ferroviario
uffici vendite
Bologna, via Guglielmo Marconi 29/a - telefono ‘269865
telex 51039 UVEBO
Genova, via Luigi Garaventa 2 - telefono 592831 -
telex 27038 UVEGE
Milano, corso di Porta Nuova 1 - telefono 653889
telex 31039 UVEMI
Napoli, via Guglielmo Marconi 55 - telefono 312448 -
telex 71073 UVENA
Padova, galleria Porte Contarine 4 - telefono 51644
telex 41039 UVEPD
Palermo, via di Villa Trabia 3/A - telefono 291540
telex 91044 UVEPA
Roma, via Barberini 50 - telefono 464444
telex 61039 UVERO
Torino, corso Sebastopoli 35 - telefono 673918
telex 21039 UVETO
rappresentanza
Roma, viale Castro Pretorio 122 - telefono 484516
il LDL
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n
xi
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MRIVENTA ITALSIDION Ì
la copertina: Victor Vasarely - « Folklore pla-
netario » - unità plastica, 1963.
2° di copertina: “messaggi” ad un pubblico di
duemila anni fa. (sopra), una scritta elettorale
su un muro di Pompei («Siccia chiede che
Trebio e Gavio siano eletti edili »). (sotto),
l’insegna del negozio di un fabbro pompeiano
con gli attrezzi del mestiere.
3° di copertina: grafica sperimentale di Ennio
Lucini (da “Pagina” n. 3).
4° di copertina: croce di ferro (Museo storico
di Stoccolma).
RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 6 - Natale 1963-Capodanno 1964
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Gli eroi dei giovani pag. 4
Le utopie » II
Uno sguardo ai nostri laboratori
atomici » 16
Edipo a Hiroshima » 20
Arte e pubblicità » 22
I libri dell’ Italsider » 27
Il laser » 29
‘Trasmissione e rilevazione dei dati» 33
Il ferro nel barocco piemontese » 37
Un cartello contro gli incendi dei
boschi » 39
Victor Vasarely è nato nel 1908 a Pecs in Ungheria e si è laureato in architettura nel 1925. Ha fatto parte nel
1928-29 del gruppo del Miihely, la “Bauhaus” budapestina. Nel 1930 si trasferì a Parigi dove tuttora vive e
lavora. Vasarely appartiene a quella corrente artistica che sostiene che l’arte, oggi, non è più un’arte sogget-
tiva, che l’artista massimo che con grande abilità manuale fa capolavori inimitabili appartiene ormai al pas-
sato. Il quadro da cavalletto, che proponeva l’ordine rassicurante di un mondo plastico a due dimensioni,
per questi artisti è quindi un modo di esprimersi completamente superato, che non ha più ragione di essere
in un mondo in cui la tecnica ha raggiunto risultati di straordinaria perfezione. « Contro un’arte soggettiva o
soltanto “confidenziale”, Vasarely propone alla città moderna un’opera ordinata riflessa integrata nell’archi-
tettura in cui le invenzioni con una destinazione sociale s’accrescono necessariamente — per qualità di temi:
affresco, tappezzeria, vetro, mosaico, e in quantità di edizioni: la serigrafia, l’album di immagini o il film»
(Michel Faré). Vasarely crede in sostanza in una sintesi delle arti che si concreta in oggetti, accessori, mobili,
giuochi policromi, tutta una serie di creazioni tridimensionali, a colori vivacissimi, basata su un motivo mo-
dulare, il quadrato, elemento architettonico per eccellenza. « Se è possibile fabbricare materiali da costruzione
esteticamente mediocri od orribili (e la prova è fornita dalle costruzioni a basso prezzo che si vedono in tutto
il mondo), è certamente possibile fabbricarne di belli e di interessanti », dice Vasarely. Egli tende insomma
ad un mondo in cui l’artista « non è più soltanto l'inventore egoista di quadri ma un uomo in cui l’intelligenza
e la sensibilità elaborano la forma essenziale a beneficio della comunità ».
Il presidente, l'amministratore delegato e i direttori ge-
nerali hanno ricevuto molti biglietti di auguri da parte
di personale della società.
A chi ha scritto, come a tutti gli altri e alle loro fa-
miglie, giungano attraverso la rivista i più fervidi
auguri di un felice 1964.
ATA,
N
Il ministro Giorgio Bo
a tutti i collaboratori
delle aziende
a partecipazione statale
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riga d9=
Anche quest'anno ho il privilegio di rivol-
gere a tutti i lavoratori delle aziende a par-
tecipazione statale, impegnati a vari livelli in
ogni settore, e alle loro famiglie l’augurio più
vivo di un sereno Natale e di un propizio
Anno Nuovo. E il mio saluto si associa, una
volta di più, al compiacimento per i traguardi
conseguiti, per le realizzazioni compiute, per
il contributo offerto allo sviluppo economico e
al benessere del paese.
Il 1963 è stato un anno intenso, caratteriz-
zato da avvenimenti e da fatti che hanno im-
presso alla vita della nazione un corso talvolta
contraddittorio, frammisto di slanci e di per-
plessità, di decisi orientamenti e di dubbiose
incertezze per buona sorte superate proprio in
questi giorni dalla formazione di un governo a
più larga base. Ma nel quadro generale del-
l'economia italiana le partecipazioni statali,
anche nell’anno che si chiude, hanno contra-
stato con efficacia il ristagno delle attività pro-
duttive, accentuando il ritmo degli investimenti,
intervenendo nei settori e nelle zone dove mag-
giormente si manifestava il rallentamento delle
iniziative, accrescendo in misura più che con-
fortante il già elevato volume del fatturato.
Nella non facile congiuntura finanziaria
quanto è stato così posto in atto dalle imprese
pubbliche dà un’altra prova tangibile della loro
efficienza, della loro vitalità, della loro salutare
presenza nell’economia italiana. Si sono fatti
più evidenti la ragione e il carattere dell’industria
statale fondata sulla sperimentata validità dello
stato imprenditore, che non si pone in posizione
sopraffattrice rispetto all’iniziativa privata, ma
vuole assolvere una funzione di guida e di im-
pulso dell’attività economica per nuove prospet-
tive di sviluppo.
Quel grande complesso di imprese di cui
compete il controllo al ministero per le parteci-
pazioni statali ha visto crescere in sensibile
misura la sua importanza numerica. E con
un’azione rivolta sempre più efficacemente al
perseguimento di scopi di interesse pubblico
(di cui è superfluo ricordare ancora una volta
le molteplici manifestazioni), le partecipazioni
statali si sono venute qualificando come altret-
tanti strumenti di sviluppo e di progresso della
nostra società. In questo consuntivo di fine
d'anno non va dimenticato ciò che, con azione
innovatrice, è stato fatto per garantire i diritti
sindacali dei lavoratori, nell’intento di accre-
scere in loro la coscienza di essere, nell’ambito
di un sistema che assume sempre più netto
rilievo, non energie considerate come oggetto di
sfruttamento
partecipi ed essenziali della produzione.
economico, ma come elementi
È certo che nel nuovo corso politico, nel quale
sarà perseguita una politica sociale che superi
gli squilibri e le disuguaglianze tuttora esistenti
per mutare una società ancora sotto più aspetti
arretrata in una società moderna, l’apporto
degli enti o imprese dello stato acquisterà sempre
maggiore importanza. E in un siffatto processo
di crescita civile sarà assicurata ai lavoratori
una più intensa collaborazione al conseguimento
dei fini che all’impresa pubblica sono assegnati
nello svolgimento dell’attività produttiva.
Nel dare atto, con animo grato, ai 380.000
dirigenti e dipendenti del buon lavoro compiuto
nell’anno che volge al termine, auguro a tutti,
in spirito di solidarietà e di amicizia, un do-
mani ricco di soddisfazioni individuali e di
frutti benefici per il progresso generale del
paese.
Il prof. Ernesto Manuelli
presidente della Finsider
ai collaboratori del Gruppo
e alle loro famiglie
L’anno 1963 è stato particolarmente impor-
tante per il nostro Gruppo, in quanto corri-
sponde a metà circa del periodo entro il quale
dovranno realizzarsi gli obiettivi del piano di
cui vi delineai gli aspetti più significativi
nel 1960.
Pur essendoci mossi quest'anno in una situa-
zione economica generale non completamente
favorevole, abbiamo aumentato le produzioni ed
abbiamo confermato la validità di quegli obiet-
tivi che anche a noi potevano sembrare ambiziosi
allorché li stabilimmo.
Nel 1963 la produzione di ghisa è passata
da 3.205 mila a 3.395 mila tonnellate e la pro-
duzione di acciaio da 5.291 mila a 5.460 mila
tonnellate. Contemporaneamente abbiamo rea-
lizzato 260 miliardi di investimenti: l’inaugu-
razione del nuovo stabilimento Italsider di
Novi Ligure, avvenuta quest'anno, e l’entrata
in funzione oramai prossima del centro di
Taranto, ne sono i più concreti e salienti
effetti.
Gli aumenti dei costi — principalmente dovuti
alle retribuzioni — e la debolezza dei prezzi di
vendita hanno posto seri problemi. Tuttavia,
se le conseguenze della congiuntura sono state
decenni sono quindi stati: la ricostruzione prima;
l'impostazione del programma poi, ed infine
il suo sviluppo ed il suo consolidamento.
In questo periodo, abbastanza breve e che
molti di noi abbiamo vissuto per intero, la
fisionomia mondiale dell’industria dell’acciaio
è però cambiata. Non è qui il caso di entrare
in dettagli, ma basti solo ricordare questi punti:
1) le materie prime nazionali hanno in genere
perduto d'importanza;
2) i processi tecnici sono per buona parte nuovi,
spostando i rapporti di economicità fra le
nazioni ed i singoli impianti;
3) da un’eccedenza di domanda quale si era
verificata fino al 1958, si è passati ad una
netevole eccedenza di capacità produttiva;
4) il commercio internazionale del ferro è
aumentato in cifra assoluta, ma è diminuito
in via relativa;
5) la cosiddetta «grande esportazione” della
CECA è diminuita, ed in più l’area comu-
nitaria importerà quest'anno un quantitativo
dell'ordine di 5 milioni di tonnellate, fatto
prima di oggi mai verificatosi.
Alcuni di questi cambiamenti strutturali erano
stati da noi previsti ed anzi su alcuni di essi
era fondato il nostro piano. Il cambiamento
conclusivo — quello rappresentato dal fatto che
la concorrenza si è spostata dalle disponibilità
di produzione ai costi comparati e si è allargata
a tutti i mercati — non ci trova impreparati,
ma costituisce indubbiamente il campo nel
quale tutti dobbiamo concentrare i nostri sforzi
per gli anni a venire.
In altre parole, dovendo vendere a prezzi più
bassi, dobbiamo far sì che il nostro prodotto
costi meno, o almeno non di più di quello della
concorrenza che si delinea sempre più accanita.
Ad essa dobbiamo contrapporre una accentuata
avvertite solo parzialmente, ciò è di al- vol
l’acuito impegno delle direzioni aziendali, soste-
nuto — e ve ne dò atto e vi ringrazio — dalla
collaborazione di tutti voi, che ogni anno di
più sentite l’importanza della cooperazione per
il successo della siderurgia italiana a cui Oscar
Sinigaglia dette avvio e che noi abbiamo il
compito di completare.
Di Oscar Sinigaglia ricorre quest'anno il
decennale della morte e credo sia doveroso per
tutti ricordare la figura dell’uomo che per
queste realizzazioni combattè la sua battaglia
più impegnativa, contribuendo a modificare non
solo la siderurgia italiana ma l’intera economia
nazionale.
Nella continuità dello spirito che animò questo
nostro grande capo, i compiti negli ultimi due
Roma, Natale 1963 - Capodanno 1964
tà di riuscire in quanto ci siamo proposti.
Non è questa però una via battibile con la sola
tenacia; occorre qualcosa di più: la qualità del
nostro sforzo. Per le direzioni commerciali, si
tratterà di comperare e vendere meglio; per
quelle produttive, di organizzare più accurata-
mente l’attività di impianti che sono fra i più
moderni del mondo; per i lavoratori sarà que-
stione non di lavorare di più, ma di farlo
anch’essi meglio. Di qui la necessità che cia-
scuno elevi la propria cultura tecnica ed anche
quella generale, utilizzando al massimo le pos-
sibilità che loro offrono le rispettive aziende ed
anche il gruppo IRI nel suo complesso.
A questo scopo, nuove scuole aziendali ed
interaziendali sono state costituite presso le
principali aziende del Gruppo: in esse le giovani
3
leve e gli adulti possono fruire dei più moderni
ed efficaci sistemi di formazione per la propria
qualificazione o riqualificazione professionale.
Le iniziative in questo campo sono condotte
con la più ampia visione del problema, per cui
si ricorrerà —.come si è già fatto — anche alle
esperienze straniere, inviando tecnici ed operai
in paesi tecnicamente ed organizzativamente
avanzati, per perfezionare le proprie nozioni.
Non credo di dilungarmi oltre in proposito,
mi è però sembrato necessario indicare il pro-
blema come forse il più importante del prossimo
avvenire.
Le statistiche ci dicono che nel 1963 il livello
di occupazione presso le aziende è aumentato
e la forza complessiva del Gruppo ha così supe-
rato le 75.000 unità lavorative, con un incre-
mento di oltre 3.000 unità; peraltro il nostro
contributo di gran lunga più importante nel
campo dell'occupazione resta di carattere indi-
retto con le possibilità offerte alle industrie
trasformatrici.
Cari amici, abituati come siamo a guardare
avanti, tutto quanto in svolgimento ci sembra
già passato; questo vi spieghi se non vi vengono
dati dettagli sullo sviluppo delle singole aziende
ed in particolare sui loro ancora imponenti
programmi di impianti (650 miliardi dal 1964
al 1967), che, del resto, potete conoscere da altre
documentazioni. Quello che mi preme è che
ciascuno di voi sia conscio del compito che gli
spetta e della premura di tutte le direzioni ad
ogni livello di sentirvi quanto più è possibile
vicini e partecipi attivi allo sforzo comune. Un
legame cioè che tende a contare su collaboratori
più qualificati e che non si esaurisce nella pro-
duzione e nell’attività tecnico-addestrativa, ma si
completa in un certo numero di attività acces-
sorie destinate a far evolvere, contemporanea-
mente alle capacità professionali, il contesto
umano del rapporto.
A questo proposito ricordo il nostro più vivo
desiderio di perseguire ogni possibile via, capace
di contribuire a migliorare i sistemi di relazioni
con il personale, sia sul piano collettivo che
su quello individuale e mi auguro che quel
vigile senso di responsabilità e quella mutua
comprensione, che ci hanno consentito di per-
venire senza particolari tensioni alla stipula-
zione del nuovo contratto collettivo, persistano e
si irrobustiscano nella fase più delicata dell’ap-
plicazione e del rispetto degli accordi presi.
Con la fiducia, anzi con la certezza che i
nostri sforzi, ugualmente intensi e volti allo
stesso fine, ci consentano di proseguire verso un
futuro sempre migliore, rivolgo a tutti voi ed
ai vostri familiari l'augurio che il nuovo anno
ci veda sempre più uniti e ci dia le stesse sod-
disfazioni del passato.
Alcuni mesi orsono la redazione della Rivista
Italsider ha svolto una interessante inchiesta in
alcuni stabilimenti e tra gli allievi delle scuole
siderurgiche di Cornigliano e di Piombino, per
incarico dell’ “Almanacco Bompiani”.
A circa duecento giovani operai al di sotto
dei ventun anni è stato sottoposto un questionario
contenente sedici nomi di personaggi del nostro
tempo, reali o immaginari. Tra essi, ciascun
interpellato poteva scegliere quelli da lui prefe-
riti, o aggiungerne altri a piacimento.
«Ogni generazione, e quindi ogni epoca, —
era detto in una premessa esplicativa — ha i
propri eroi, personaggi veri o fittizi che sembrano
elevarsi al di sopra della vita quotidiana dei più
e, al tempo stesso, incarnare le aspirazioni dei
più, essere dei modelli. Facendo quest'anno
un'inchiesta sui problemi e le tendenze della ge-
nerazione intorno ai vent'anni, il suo aiuto ci
sarebbe prezioso per stabilire quali sono i per-
sonaggi che contano per la sua generazione ».
Tra i sedici nomi elencati figuravano attori,
sportivi, scienziati, scrittori, uomini politici ec-
cetera. Eccoli :
I Gianni Rivera 9 Vittorio Gassman
2 Fean-Paul Belmondo 10 Cesare Pavese
3 Juri Gagarin tI Mike Bongiorno
4 Perry Mason 12 Sterling Moss
5 Albert Einstein
6 Adriano Celentano
7 Walter Bonatti
8 Danilo Dolci
13 Enrico Mattei
14 Bertrand Russell
15 Superman
16 Fohn Kennedy
Ai giovani operai veniva chiesto di rispondere
alle seguenti quattro domande :
T - Chi di questi personaggi vorreste essere?
eroi dei giovani
(si può indicare anche un nome non com-
preso nella lista).
2 - Chi non vorreste essere?
3 - Su chi vorreste maggiori informazioni?
4 - Quali dei nomi elencati vi sono sconosciuti?
Lo stesso questionario è stato sottoposto ad un
gruppo di dipendenti della Olivetti.
Il numero delle risposte ricevute, lo scrupolo
con cui è stato compilato il questionario, in calce
al quale molti hanno sentito il desiderio di aggiun-
gere osservazioni, precisazioni, giudizi, sembrano
dimostrare che esso ha colto un argomento sul
quale gli intervistati avevano realmente qualcosa
da dire. In totale, nelle due aziende, sono state
compilate 409 schede. Ecco la graduatoria com-
plessiva delle preferenze espresse dagli interpel-
lati :
4 II III IV
Rivera 76 4 19 I7
Einstein 47 2 QI 29
Moss 36 17 28 26
Gagarin 33 19 45 3
Kennedy 28 26 2I 6
Mattei 22 12 24 39
Bonatti 2I 27 30 22
Celentano 2I 36 20 I
Mason 2I 6 I4 3
Gassman 18 39 12
Russell I4 3 63 88
Pavese 10 x 24 90
Belmondo 8 10 6 19
Dolci 5 6 3I 235
Superman 3 43 To 128
Bongiorno 2 125 2 2
Come si vede, l’eroe preferito è Rivera, uno
sportivo che «eccelle in un'attività — osserva
l’Almanacco nel commentare iî risultati della
inchiesta — in cui î successi sono giovanili e
constatabili, documentabili senza gravi contro-
versie. I rotocalchi non si occupano eccessiva-
mente della sua vita privata (oppure se ne occu-
pano in termini lusinghieri, a volte rugiadosi)
e în ogni caso è immune da complicazioni senti-
mentali e quindi non tocco da polemiche mora-
listiche. La sua notorietà è prevalentemente
maschile ».
Solo quattro
essere” Rivera.
Subito dopo, tra i preferiti, vengono uno
scienziato, Einstein, un altro campione sportivo,
Sterling Moss, e l’astronauta Gagarin.
Ultimo in graduatoria è Bongiorno : risultato
(se si pensa alla popolarità di questo divo tele-
visivo) davvero sorprendente e confermato anche
dall'esame della seconda domanda («chi non
vorreste essere») che ha fatto registrare 125
“no” per il povero Mike.
Gli altri personaggi più controversi, stando ai
dati emersi dalle risposte alla seconda domanda,
sono oltre a Kennedy (un dato che meriterebbe
un approfondimento, dopo la tragica scomparsa
del presidente degli Stati Uniti) ancora due
nomi legati al mondo dello spettacolo : Celen-
tano e Gassman (Bonatti è un caso a parte,
come si può vedere dalle tabelle particolari che
seguono, relative alle risposte dei singoli gruppi).
Sul significato di queste risposte avversative,
il commentatore osserva giustamente che il feno-
meno è, con tutta probabilità, dovuto ad un at-
teggiamento psicologico ambivalente di ““ammira-
zione-odio” per gli “eroi”, per i propri modelli,
verso î quali, nello stesso tempo în cui si venerano,
si nutre una sorta di rancore inconsapevole per
il successo da essi conseguito.
Nella terza domanda («su chi vorreste mag-
giori informazioni v) Einstein diventa più im-
portante di ogni altro, con QI richieste di noti-
zie, seguito da Russell, con 63 richieste. «Eviden-
temente — nota l’ Almanacco — non sono sim-
boli di ricchezza, né di successo (e successo come
viene deprecato dai moralisti), né per la parte
specifica della loro ricerca, ma probabilmente e
soprattutto per la fiducia nel sapere, per ammi-
razione verso una forma di indipendenza intel-
lettuale, uno stare al di sopra per virtù intel-
lettiva. Entrambi avevano preso clamorosamente
una posizione di protesta contro i rischi di una
guerra atomica ».
Quanto alla quarta domanda (« quali dei nomi
elencati vi sono sconosciuti? ») i personaggi più
ignorati, che non entrano nella scelta perché non
fanno parte della “cultura” del gruppo, sono
Danilo Dolci, Superman, Cesare Pavese e
Russell.
L’alta percentuale di coloro che ignorano chi
sia Superman è forse spiegabile, a nostro parere,
se si considera che i lettori italiani di fumetti
conoscono questo personaggio fantastico, dotato
di poteri straordinari, sotto il nome di ‘“Nembo
Kid” (solo sul ‘“Giorno” esso veniva chiamato,
quando questo giornale pubblicava le sue avven-
ture, con la denominazione originale americana).
D'altra parte, come si rileva nel commento
all’inchiesta, i relativamente numerosi casi di
opposizione a Superman (seconda risposta) sem-
intervistati ‘“‘non vorrebbero
brano indicare il rifiuto dell'evasione puramente
fantastica, probabilmente giudicata inverosimile
non sulla base dell’inesistenza reale del perso-
naggio (giacché Perry Mason compare abbastanza
positivamente al nono posto), ma sulla base dei
suoi poteri e delle sue gesta strabilianti ».
Per una più esatta valutazione complessiva
delle risposte, l' Almanacco pubblica anche un’al-
tra graduatoria, nella quale alla prima e alla
terza risposta viene dato un valore positivo,
alla seconda e alla quarta un valore negativo.
Seguendo questo criterio, i nomi risultano disposti
în questo ordine :
Einstein + 107
Rivera t 74
Gagarin + 56
Mason + 26
Moss + 2r
Kennedy + 17
Celentano + 4
Bonatti + 2
Mattei — 5
Gassman UR;
Russell — I4
Belmondo — 1I5
Pavese — 63
Bongiorno — 123
Superman — 158
Dolci — 205
Questa dovrebbe essere la graduatoria effet-
tiva delle preferenze espresse dagli interpellati.
Pubblichiamo ora i risultati particolari del-
l’inchiesta, suddivisi per gruppi di risposte date
dai giovani dipendenti dell’Olivetti e dell’Italsider.
Sono dati che dimostrano diversità tra le culture
regionali. Sui capilista sembra esistere un certo
consenso nazionale, ma «subito dopo, lo stesso
che è grand’uomo a Ivrea non lo è a Palermo,
e chi è ignoto a Modena è quasi familiare ad
Asti». Nel caso dell’ Olivetti a Ivrea, i dati
parziali sono indicati qui di seguito in quattro
gruppi, secondo il sesso e l'età.
A) Maschi fino a 20 anni (746)
I II II IV
Rivera 35 2 6 4
Moss I4 4 6 9
Einstein 13 I 42 9
Kennedy II IL 9 4
Mattei 8 5 9 16
Gagarin 7 7 18 3
Mason 7 8 5
Celentano 7 I4 8 3
Bonatti 7 I4 T7 5
Russell 7 I 19 33
Belmondo 4 4 3 9
Pavese 3 2 5 34
Gassman 2 17 2 4
Bongiorno Z 39 I
Dolci 3 4 74
Superman 15 6I
B) Femmine fino a 20 anni (20)
I II III IV
o
Gagarin
Moss
Einstein
Celentano
Bonatti
Pavese
Kennedy
Rivera
Belmondo I
Mason
Dolci
Gassman
Bongiorno
Mattei
Russell
Superman x 7
bh
no
in
hu
bay
bn
di
a N
16
© tb
o Wu
wu
C) Maschi oltre i 20 anni (30)
II III IV
Einstein
Mattei
Gagarin
Bonatti
Mason
Russell
Belmondo
Dolci
Pavese
Moss
Superman
Kennedy
Rivera
Celentano 6
Gassman
Bongiorno
to a
®
SASSI NIIRA A
Nu hu NNnwnh
Ko NNNNÒùu n MN
MANNA OK N
Nu
D) Femmine oltre i 20 anni (19)
I II III
Bonatti
Mason
Dolci
Einstein
Gassman
Pavese
Mattei
Russell
Superman
Kennedy
Rivera
Belmondo $
Gagarin
Celentano 2 2
Bongiorno 9 I
Moss T I
ni
(=.
By By yy ho N
UNI
vm tv
Cod + N
»
®
Per lItalsider i risultati sono dati in due
gruppi: stabilimenti e scuole.
E) Stabilimenti di Cornigliano, Lovere, San Gio-
vanni Valdarno, Novi Ligure, Bagnoli, Savona,
Taranto, Siac (di Genova-Campi), Trieste, Mar-
ghera. (94 risposte - da 17 a 23 anni)
n
I II II IV
Rivera 2I I 2; I
Moss 9 4 IO 4
Kennedy 9 5 5 2
Gagarin 8 2 TO si
Mason 6 2 3 T
Einstein 6 T I5 12
Mattei 6 I 6 5
Gassman 5 Io 6
Bonatti 4 5 7 8
Celentano 3 6 3
Belmondo 2 2 2 4
Pavese 2 xt 4 24
Russell 2 I 12 20
Dolci I 2 4 48
Bongiorno E 29 2
Superman I I2 I 29
F) Scuole siderurgiche di Cornigliano e di
Piombino. (100 risposte - da 15 a 20 anni)
I II II IV
Einstein 2I 19 4
Rivera 20 gr 3
Gagarin ZI 8 7
Gassman IO 6 3
Celentano 9 7 5
Moss 9 8 9 9
Kennedy 5 2 5 2
Mason 4 3 I
Mattei 3 4 6 9
Bonatti 2 6 4 10
Russell 2 I I7 25
Belmondo I 2 Pr 5
Dolci 1 I2 82
Pavese I I 9 30
Bongiorno 34
Superman Io 7 I7
In risposta alla prima domanda, alcuni inter-
vistati hanno aggiunto nomi alla lista. Sono in-
dicazioni singole, ma per il fatto di essere state
aggiunte probabilmente rappresentano più di un
parere.
Eccone l’elenco in ordine alfabetico :
Agnelli - Baghetti - Carnera - Fidel Castro
- Lemmy Caution - Cellini - Chiari - Adolfo
Consolini - De Gaulle - Disney - Dogliotti -
Fabiola - Hemingway - ohnny Halliday -
Karim - Gorni Kramer - Marconi - Nenè -
Pavone - Pelè - Peppino di Capri - Picasso -
R. S. Robinson - Schwettzer - Sivori - Vieri -
Zilioli.
Tenuto conto delle risposte date dai giovani
operai dell’Italsider e dagli allievi delle scuole
siderurgiche, abbiamo pensato di far cosa gradita
ai nostri lettori offrendo loro, nelle pagine che
seguono, alcune notizie essenziali su quattro
personaggi citati dall’inchiesta e che hanno inte-
ressato gli intervistati: Einstein, di cui molti,
come s'è visto, hanno chiesto di avere maggiori
informazioni, Russell, Dolci e Pavese che mol-
tissimi hanno invece dichiarato di ignorare com-
pletamente.
Quelli che pubblichiamo sono appunti necessa-
riamente sommari. Nelle biblioteche dei vari
nostri circoli chi vorrà potrà trovare ampio ma-
teriale per una conoscenza più approfondita e
meditata di questi nomi significativi del tempo
in cui viviamo, che nessuno — quali che siano
le sue idee — deve (0 dovrebbe) ignorare.
6
Albert Einstein
La figura di Albert Einstein occupa un posto
di primaria importanza nella storia della prima
metà del nostro secolo. Cinquant'anni esatti durò
la sua attività, dal 1905, quando comparvero
i suoi primi scritti destinati a rivoluzionare
non solo la fisica ma la stessa visione dell’uni-
verso, al 1955, data della sua morte, mentre
ancora era impegnato nel tentativo di far com-
prendere agli uomini come accanto alla rivo-
luzione della fisica, e proprio in conseguenza
di quest’ultima, fosse necessaria un’analoga ri-
voluzione all’interno dell’uomo, nel suo modo di
vedere e giudicare le azioni etiche e politiche
della collettività umana.
Il contributo di Einstein alle nostre conoscenze
scientifiche va sotto il nome generico di ‘‘rela-
tività”. Si tratta di una teoria, sviluppata in
successivi lavori, il cui linguaggio, e la comples-
sità del formalismo matematico, rendono piut-
tosto difficile, tanto è vero che gli stessi fisici
l’accettarono solo dopo molte polemiche, mentre
più immediata è la comprensione degli aspetti
innovatori di tale teoria. Prima di Einstein
la fisica concepiva il mondo, ed i fenomeni che
vi avvenivano, secondo uno schema molto simile
a quello che tutti noi usiamo quotidianamente.
Il mondo, infatti, è costituito da oggetti, esseri
animati, uomini, tutti a tre dimensioni. Un
armadio, come un tavolo, sono determinati dalla
loro lunghezza, larghezza ed altezza, da tre
dimensioni fisiche che, per esempio, possiamo mi-
surare con un metro. Un altro concetto, per
Albert Einstein
tutti noi intuitivo, è quello dei cosiddetti ‘moti
relativi”. Quando viaggiamo in treno, abbiamo
l’impressione che il paesaggio fuori dal finestrino
si muova in senso opposto al treno con la velocità
del treno stesso, cioè l'osservatore sul treno vede
il moto relativo degli oggetti esterni rispetto a
se stesso. Un'altra esperienza del genere, piut-
tosto drammatica purtroppo, la si ha viaggiando
in automobile : lo scontro frontale fra due vet-
ture è molto più grave del tamponamento, pro-
prio perché le velocità dei due mezzi, nel primo
caso, essendo di senso opposto, per il principio
dei moti relativi si sommano dando un effetto
più catastrofico.
Verso la fine del XIX secolo, però, î fisici
si trovarono di fronte ad un paradosso apparen-
temente insolubile : la velocità della luce non
rispondeva al principio dei moti relativi; in
altri termini, in qualunque modo la si misurasse,
sia stando fermi che andando verso la sorgente
di detta luce, la sua velocità risultava costante.
Tutte le spiegazioni di questo fenomeno rimasero
insoddisfacenti finché Einstein risolse il problema
nel modo più ovvio: la velocità della luce è
una costante, indipendentemente da colui che
la osserva. Nel contempo, per dare un’interpre-
tazione esauriente di tutti i fenomeni fisici,
Einstein allargò il concetto del mondo a tre
dimensioni, introducendo una quarta dimensione,
il tempo. Possono sembrare due ipotesi piuttosto
banali, viceversa partendo da esse Einstein
elaborò tutto un sistema che modificava sostan-
zialmente il modo di vedere il mondo. Quello
precedentemente seguito, che è poi lo stesso
da noi usato nella vita quotidiana, veniva ri-
dotto a caso particolare, valido solo in situazioni
in cui le velocità in giuoco siano lontane da quella
della luce (300.000 chilometri al secondo). A che
serve allora la teoria della relatività, se ancora
oggi i razzi più veloci sono ancora molto lenti
rispetto alla luce? Eppure esistono fenomeni che
non si possono studiare senza fare uso delle teorie
di Einstein.
In primo luogo vi sono gli studi di astronomia,
in cui i telescopi vedono non già le stelle ma
la luce che dalle stelle giunge fino a noi. Ed
anche nel mondo, invisibile all'occhio umano,
degli atomi, accadono in ogni istante fenomeni
in cui sono în giuoco velocità dell’ordine di quella
della luce. Anzi, proprio dal mondo degli atomi
doveva venire la più clamorosa e terrificante
verifica delle teorie di Einstein. Tra le molte
conseguenze delle due ipotesi sopra citate, vi
era infatti l’affermazione nota come « equiva-
lenza fra massa ed energia ». Tutti noi, almeno
in modo approssimativo, sappiamo che cos'è
l'energia, ed è altrettanto noto che l’energia
può assumere forme diverse, ma non si può
distruggere. Così l’energia delle acque dei fiumi
viene trasformata in energia elettrica, che a
sua volta si trasforma in energia termica nelle
stufette elettriche o in energia luminosa nelle
lampadine. L’energia chimica contenuta nella
benzina si trasforma in parte nell’energia mec-
canica che fa muovere le automobili e in parte
in energia termica, in quanto le componenti
della vettura tendono a scaldarsi per attrito.
Anche il concetto di massa è abbastanza intuitivo :
la terra ha una sua massa, gli uomini hanno la
loro massa, eccetera : in realtà quando affermiamo
che un oggetto è più pesante di un altro, diciamo
con parole comuni che «il tale oggetto ha una
massa superiore al tal’altro ». Anche la massa,
come l’energia, può cambiare di forma ma non
distruggersi. Quando ad esempio bruciamo il
carbone, esso non si distrugge, ma in parte va
nelle ceneri, in parte combinandosi coll’ossigeno
dell’aria forma anidride carbonica. Ebbene,
secondo Einstein la massa può realmente distrug-
gersi trasformandosi in energia. In una quantità
di energia spaventosamente elevata, pari al
prodotto della massa stessa per la velocità della
luce al quadrato. Una cosa assurda? Nient'af-
fatto: le bombe atomiche devono proprio il
loro spaventoso potenziale distruttivo al fatto
che parte della massa degli atomi particolari
di cui sono composte si trasforma in energia.
Quando, nel 1939, gli studi di altri fisici
misero in evidenza che, proprio in virtù della
predizione di Einstein, era possibile costruire
bombe atomiche, scoppiava la seconda guerra
mondiale. Einstein, essendo ebreo, aveva dovuto
abbandonare la Germania nazista ed insegnava
in America. Rendendosi conto del pericolo che
incombeva sull'umanità se i nazisti fossero
riusciti a costruire per primi simili ordigni,
egli si fece promotore di una lettera al presidente
Roosevelt per invitarlo a dare il via ad un
programma accelerato per la costruzione negli
Stati Uniti delle atomiche. Questo programma,
come è noto, ebbe successo, ma quando Einstein
vide che, contrariamente alle aspettative, due
bombe atomiche erano state usate contro due
città inermi, Hiroshima e Nagasaki, causando
centinaia di migliaia di morti, si rese conto
che gli uomini politici ed î militari avevano
in mano uno strumento troppo pericoloso per la
loro mentalità, che non si era evoluta alla stessa
stregua del progresso scientifico.
Cominciò allora la lotta di Einstein, insieme
ad altri scienziati, per informare l’opinione
pubblica della nuova terribile realtà. Egli pen-
sava che solo quando l’uomo della strada si
fosse reso conto di vivere in un mondo sotto la
continua minaccia di distruzione totale da parte
degli ordigni atomici, la pressione pubblica sugli
uomini di stato avrebbe indotto questi ultimi ad
abbandonare la politica della guerra fredda a
favore di una politica di distensione e di disarmo.
Uno degli ultimi messaggi da lui scritti prima
di morire era un ennesimo, angosciato appello
perché si ponesse fine alla corsa agli armamenti
atomici,
Anche in quest’ultima fatica Einstein venne
da molti giudicato un illuso ed un visionario.
Ma come alla fine le sue teorie scientifiche furono
riconosciute esatte, oggi, con il primo accordo per
la sospensione degli esperimenti nucleari, anche
în questo settore gli uomini hanno dovuto in
ultima analisi dargli ragione. (G. B. Zorzoli)
Bertrand Russell
Bertrand Russell, terzo conte di questo nome
(sebbene egli non usi mai questo titolo) ha novan-
tun anni. Ha festeggiato il suo genetliaco an-
dando ad assistere ad una commedia musicale
intorno alla prima guerra mondiale, durante la
quale passò un periodo in prigione per aver con-
dannato la coscrizione obbligatoria. Due anni
orsono fu messo nuovamente in carcere per aver
condotto una campagna contro la politica di difesa
nucleare seguita dal governo del suo paese.
Russell si sposò quattro volte ed ora abita
in un villaggio gallese fuori mano, ma egli è
ben lontano dal trovarsi tagliato fuori dal
mondo ; infatti i princìpi per i quali è stato im-
prigionato hanno indotto migliaia di persone,
per la maggior parte sotto i trent'anni, a rischiare
la prigione e î maltrattamenti della polizia per
aver bloccato il traffico sedendosi in mezzo alla
strada. Eminente filosofo ed umanista come il
suo contemporaneo Benedetto Croce, Russell non
poteva desiderare di più, per i suoi ideali poli-
tici, di questo consenso tributatogli da persone
più giovani di lui di tre generazioni.
Russell si distinse a Cambridge nella matema-
tica e fu eletto “fellow” del Trinity College. I suoi
due grandi trattati “Principia Mathematica” e
“The Principles of Mathematics” furono scritti
prima del 1914. Essi formano la base della sua
reputazione filosofica, anche se i suoi punti di
vista non sono ora universalmente accettati.
Oggi, la principale rinomanza di Russell gli
viene dal campo politico : qui, egli s'impone
Bertrand Russell
all’ ammirazione generale per il suo coraggio
nel sostenere le proprie idee ; anche da parte di
quelli che non lo approvano o che considerano
ridicole le sue opinioni. Egli è stato coerente
a se stesso nella ricerca della pace, e la vista
di un uomo così vecchio, che ancora s'interessa
tanto ai futuri problemi dell’ umanità, sempre
preparato a mettere a repentaglio la propria
salute e a dedicare tutte le proprie energie alla
lotta, sia con la parola che con la penna, contro
l’uso delle armi nucleari, ottiene il rispetto
spesso critico di tutti.
Basta guardare il suo comportamento in occa-
sione della recente crisi cubana. Nessuno imma-
gina che la fine pacifica di questa faccenda sia
dovuta all’interessamento di Russell: ciò che
egli fece, fu quello che la maggior parte della
gente avveduta avrebbe voluto fare, se il coraggio
non fosse loro venuto meno o non mancassero di
quella convinzione che Russell innegabilmente
possiede. Egli bombardò incessantemente di let-
tere Kennedy, Kruscev e MacMillan, come pure
tutta la stampa mondiale, mettendo in rilievo
la follia delle minacce di armi nucleari ed affer-
mando il semplice principio che la salvezza ed il
futuro della razza umana sono cose più importanti
di qualunque questione politica o della guerra
fredda. Quale influenza ebbe questo suo intervento
sulla crisi, nessuno può saperlo. Ma è un fatto
importante che un privato cittadino, non legato
ad alcun partito politico, si sia fatto portavoce
di opinioni condivise da molti: che ci sia stato
qualcuno, insomma, ad esprimere î timori di molti,
mettendo i presupposti della questione nel loro
giusto ordine.
Si dice spesso che le opinioni di Russell sono
ingenue e non sono basate sulla comprensione
della realtà politica. Ma Russell è un nemico di-
chiarato dei regimi totalitari in qualunque forma.
Sebbene sia sempre stato convinto che la politica
è condotta in modo irrazionale, non ha mai ces-
sato di sostenere che l’uomo ha la capacità di
agire in modo razionale e che la soluzione dei
problemi mondiali verrà trovata solo per mezzo
del ragionamento. In altre parole, egli non ha
mai perduto la fede nella ragione dell'umanità
in generale; forse è per questo che molti lo
credono uno sciocco ottimista. È dotato, al con-
trario, di una mente brillante, ma è spesso con-
siderato come un filosofo eccentrico ; invece è
proprio lui che dal regno della speculazione
accademica ha portato la filosofia nell’arena
dove la discussione è aperta a tutti.
Qualunque cosa Russell faccia o dica, è mo-
tivo di controversia. Ha sostenuto il pacifismo,
i diritti delle donne, il libero amore, il matrimo-
mio di prova, i nuovi metodi educativi, la guerra
preventiva e il disarmo unilaterale : all’età di
ottant'anni scrisse il suo primo volume di rac-
conti. Le sue opinioni politiche possono forse
esulare dalle strade battute — e ciò torna a lode
di un uomo della sua età ma non vengono
enunciate con spirito dogmatico, bensì cercano
di trasportare il pensiero sul problema centrale
dominante : quello della sopravvivenza. L’origi-
nalità di Russell consiste nel far domande imba-
razzanti durante convegni ufficiali in modo che
le persone sono obbligate a pensare due volte su
argomenti di fondata inoppugnabilità. Forse egli
non riceverà sempre la risposta esatta ma, per
se stessa, la domanda è un’azione che molti te-
mono di fare. I suoi argomenti possono non essere
completamente consistenti nel tempo, ma egli
accorda ad ogni individuo il diritto di agire
secondo ciò che giudica esser la verità del momento.
Questo è ciò che spiega la sua opposizione alla
prima guerra mondiale e il suo consenso alla
seconda ; il suo primitivo consenso di sfruttare il
vantaggio posseduto dagli americani in fatto di
armi nucleari per imporre il disarmo alla Russia
e la sua attuale presa di posizione per il disarmo
unilaterale. Ciò che è sempre stato per lui di
suprema importanza è il suo appassionato senti-
mento verso l'umanità : la vita deve continuare
a qualunque costo.
Il suo più grande lavoro negli ultimi anni è
stato quello di risvegliare le menti al pericolo
della distruzione per mezzo delle armi nucleari.
È questa una delle imprese più impressionanti
ed altruistiche effettuate da un cittadino privato
e Russell vi si è dedicato con tutte le sue energie
e tutte le sue risorse. Tutt'altro che ricco, ha co-
munque posto in atto la propagazione della sua
causa per mezzo della ‘Bertrand Russell Peace
Foundation”, con l'appoggio di figure di primo
piano nel mondo dell’arte, della scienza e della
politica. Alcuni anni fa, quando Einstein ancora
viveva in America, egli fondò la ‘“Pugwash
Conferences” dove î maggiori scienziati d’occi-
dente e della Russia discutevano in forma non
ufficiale e privatamente i problemi per evitare la
guerra nucleare. Una prova dell'importanza di
questi incontri è stato l'appoggio dato loro da
Kennedy e da Kruscev.
È triste vedere un uomo insignito da tanti
onori — compreso il premio Nobel per la lette-
ratura, guadagnato non solo per le sue idee,
ma anche per la brillante chiarezza della sua
prosa — che combatte, che protesta ancora, che
è ancora al centro di controversie. Si può fare
la seguente osservazione sulla scena politica
inglese : l’ ispirazione che sta dietro l’unico mo-
vimento per risvegliare l’immaginazione dei
giovani ed incitarli all’azione, è data da questo
fragile, minuto filosofo di oltre novant'anni.
« Ricordate la vostra umanità, dimenticando tutto
il resto» : è questo il messaggio di Russell, e per
questo egli sarà ricordato. (Peter Buckmann)
Danilo Dolci
Nel 1952 a Trappeto, un villaggio di pesca-
tori della Sicilia occidentale, Danilo Dolci iniziò
la sua attività tutta dedicata ai problemi del-
l’isola. Dal 1952 ad oggi, l’immagine che molti
s'erano fatta di lui non s'è modificata gran che :
forse non c’è più chi lo considera — come agli
inizi, in modo non del tutto disinteressato, si ten-
deva a farlo credere — un pericoloso sovversivo,
l’uomo che nell’ultima guerra era stato impri-
gionato perché s'era rifiutato di combattere per
la patria, il processato per violenza e resistenza
alla forza pubblica, disprezzo alle pubbliche auto-
rità, occupazione di suolo pubblico, istigazione
ad infrangere la legge e pubblicazione di osce-
nità ; ma appare ancora oggi, a tanti, una sorta
di visionario, un individuo esaltato, sospinto, sì,
da lodevoli intenti umanitari, ma legato a forme
di azione e di protesta velleitarie e, in pratica,
di scarsa consistenza. In realtà il grande pubblico,
quando addirittura non lo ignora, conosce sola-
mente gli aspetti più appariscenti della sua azione,
quelli che i giornali quotidiani riportano per il
solo fatto che, in un modo o nell'altro, “fanno
notizia”. E che vengono riferiti — molto spesso
anche dalla stampa più aperta e illuminata —
con un tono vagamente divertito, quasi fossero
manifestazioni di un certo folclore meridionale.
Ma la vera immagine di Danilo Dolci emerge
non da questi aspetti, bensì dal complesso della
sua opera; ed î lunghi e reiterati digiuni, gli
scioperi alla rovescia da lui organizzati devono
essere visti non come fenomeni isolati, bensì nel
contesto di tutta una precisa, consapevole ed
organizzata azione : è così che scompare la loro
apparente estemporaneità, ed è così che assu-
mono il loro vero volto, quello di episodi per
nulla sterili e fine a se stessi, ma estremamente
funzionali. Del resto Dolci ha sempre obbedito
a criteri di assoluta concretezza, sin da quando
— rendendosi conto che certi problemi sociali
non potevano essere risolti in comunità isolate,
come la Nomadelfia di don Zeno Saltini, presso
la quale aveva lavorato un paio d’anni, ma do-
vevano essere affrontati nel loro stesso focolaio
Danilo Dolei
— aveva deciso di stabilirsi e di agire, appunto,
a Trappeto, uno dei luoghi più poveri della
Sicilia. Dove lavorava con la gente dei campi e
come pescatore : e non animato da un pur lode-
vole spirito francescano, bensì spronato dall’in-
tento di apprendere e fare propri, attraverso il
contatto diretto, i vari problemi da affrontare ;
e da questa prima esperienza pratica e da cento
altre successive, sue e dei suoi collaboratori, ha
fatto nascere tutto un lavoro organizzato e con-
dotto con ‘intelligente acutezza, nel corpo del
quale digiuni ed altri simili ‘‘exploits” non rap-
presentano altro che il mezzo, nella fattispecie,
più efficace per richiamare l’attenzione di tutti
sui problemi di maggiore urgenza che, in altro
modo, avrebbero continuato ad essere ignorati 0
dimenticati. Un lavoro che, se pur forzatamente
condotto su di un territorio relativamente ristretto
(peraltro in una delle regioni d'Europa — la
Sicilia occidentale — economicamente più arre-
trate), oltre ad ottenere notevoli risultati, indica
con chiarezza la via da seguire per una efficace
lotta contro la miseria, ed esercita contempora-
neamente una funzione di stimolo nei confronti
degli organismi ufficiali, affinché, nella lotta,
assumano un ruolo più attivo.
Il lavoro di Danilo Dolci e del suo ‘Centro
studi e iniziative per la piena occupazione” ha
origine, ed acquista un preciso orientamento, dal-
la constatazione che la Sicilia è un paese dalle
grandi possibilità, ricco di risorse naturali ed
umane. Ma le risorse naturali — risorse preva-
lentemente agricole nel caso di Partinico, dove
Dolci agisce dal 1955, e della maggior parte
della Sicilia occidentale — non vengono valo-
risate per la mancanza di infrastrutture e
di sicurezza nelle campagne, per le sorpassate
strutture di mercato, e per l’assenza assoluta di
cooperazione e gli elevatissimi costi di produzione
che ne derivano. Le risorse umane, d’altra parte,
sono letteralmente soffocate, non riescono ad
esprimersi : e qui sta il punto, qui è il nocciolo
del problema, la cui esatta individuazione condi-
ziona tutta l’opera di Dolci. Si tratta, in defi-
nitiva, di una complessa situazione psicologica,
che si manifesta sostanzialmente con l'incapacità
di concepire un diverso modo di operare, con il
pessimismo ed il fatalismo derivanti dalle continue
sconfitte subite da ogni tentativo di miglioramento
svolto senza un'adeguata visione dei problemi
affrontati, e con la continua soggezione alle ves-
sazioni della mafia, responsabili — queste ultime
— dell’insorgere di concezioni individualistiche,
tali da far guardare con diffidenza e sospetto
qualsiasi iniziativa comune. Sicché l'aspetto più
importante del lavoro di Dolci è proprio quello
dell'educazione, intesa, oltre che come elevazione
del livello culturale e della preparazione tecnica
della popolazione, soprattutto come ‘“valorizza-
zione delle persone”: il renderle coscienti di sé,
fiduciose nelle proprie capacità e nelle proprie pos-
sibilità sia individuali che collettive. Quest'opera
di valorizzazione, che si estrinseca attraverso un
paziente, minuto lavoro di sperimentazione e,
specialmente, di dimostrazione delle possibilità di
miglioramento, viene integrata in maniera ragio-
nata e coerente da uno studio scientifico delle
cause e delle manifestazioni del sottosviluppo e,
quando le circostanze la rendano necessaria, da
una pressione democratica e non violenta che
eserciti una funzione di stimolo sulle autorità
responsabili e provochi la partecipazione attiva
dei cittadini interessati.
Ed ecco come tutto ciò viene, in concreto,
realizzato : nei cinque centri-pilota che il ‘Centro
Studi” ha istituito in cinque paesi della zona (Par-
tinico, Menfi, Roccamena, Corleone e Trappeto)
lavora, assieme ai contadini, un agronomo che
li istruisce sull’uso razionale dei fertilizzanti e
dei prodotti antiparassitari, che promuove la
introduzione di nuovi tipi di sementi e di culture
più redditizie, e, nello stesso tempo, favorisce
la cooperazione fra le autorità comunali e le
organizzazioni interessate all’agricoltura, ed in-
coraggia frequenti riunioni fra i contadini, per
discutere i problemi agricoli ed incitarli a for-
mare delle cooperative. Collabora con l’agrono-
mo un assistente sociale che intesse una vera e
propria rete di rapporti umani, nel corso dei
quali non solo espone certi problemi del luogo ed
i vantaggi delle iniziative promosse per affron-
tarli, ma ha anche la possibilità di apprendere
dalla popolazione stessa quali siano ritenuti i
maggiori ostacoli al proprio sviluppo, ed i modi
reputati validi per rimuoverli. Inoltre, gli assi-
stenti sociali tengono dei ‘“doposcuola” in colla-
borazione con insegnanti locali, allo scopo di
introdurre i ragazzi in una atmosfera diversa
da quella delle scuole statali, un'atmosfera svin-
colata dai tradizionali metodi di insegnamento
e dalla stretta disciplina ad essi legata ; ottenendo
altresì il risultato di indurre gli insegnanti ad
adottare moderni metodi pedagogici, e di stabi-
lire un duplice contatto con le famiglie degli
alunni e l'insegnamento ufficiale. Nei centri si
svolgono anche corsi per adulti, corsi di economia
domestica e di lingue straniere, utilissimi dal
punto di vista dell’incoraggiamento a parteci-
pare ad attività comuni. Questo forzatamente
veloce panorama non sarebbe completo, se non
si citasse il servizio medico del centro, con due
ambulatori, un medico ed un'infermiera a Par-
tinico, ed un'infermiera a Roccamena. Medico
ed infermiere, oltre che degli ordinari problemi
igienico-sanitari, si occupano particolarmente, il
primo di svolgere studi sulla mortalità e sulle
malattie infantili della sona, le seconde di ef-
fettuare rilevazioni per inchieste ed istruire le
madri sul modo di curare e nutrire î bambini.
Da quanto esposto, emerge chiaramente il con-
tinuo lavoro di ricerche e documentazioni, i cui
risultati vengono pubblicati in numerosi fascicoli
a cura del centro e che, fra l’altro, raccolti in
forma monografica, sono stati recentemente og-
getto di un intero numero, dedicato al centro
stesso, de “La rivista di servizio sociale”, edita
a Roma a cura dell'istituto per gli studî di ser-
vizio sociale, pubblicazione dalla quale abbiamo
raccolto parecchie e preziose informazioni.
Ma l’opera di Danilo Dolci non si limita al
sia pur importante lavoro di educazione che,
indubbiamente indispensabile, non è sufficiente
ad una veloce trasformazione delle condizioni
attuali della zona in cui si svolge. Ed ecco perciò
lo sforzo suo e dei suoi collaboratori concentrarsi,
con l’esercitare una intensa pressione, della quale
i recenti digiuni di Dolci sono un episodio, sulla
costruzione 0 il completamento delle dighe del
Carboj, del Bruca e dello Fato, che permette-
ranno di irrigare complessivamente 25.000 ettari,
rivoluzionando l’agricoltura della zona per il
realizzarsi della possibilità di nuove culture più
redditizie e richiedenti una attenzione costante,
il che — in ultima analisi — significa creazione
di migliaia di posti di lavoro. Ed ecco, infine,
la elaborazione, attraverso i dati raccolti, di un
piano di sviluppo organico della Sicilia ; una
pianificazione da effettuarsi tenendo in conside-
razione ogni settore e tutti gli aspetti delle sue
strutture economiche e sociali.
Sessanta persone, un numero piuttosto esiguo
raffrontato alla mole ed alla capillarità del lavoro
da svolgere, collaborano al centro. Il quale si
avvale, oltre che di quelli italiani di Roma,
Milano e Torino, di comitati di sostegno sorti
in Svizzera, in Inghilterra, in Svezia, negli
Stati Uniti ed in Francia. E sono proprio i
comitati stranieri che provvedono al finanzia-
mento di gran parte delle spese del centro stesso.
Il che esprime piuttosto efficacemente, ci sembra,
il credito che nei paesi î più progrediti vien dato
alle iniziative del visionario, esaltato, velleitario
Danilo Dolci... (Aldo Rossi)
Cesare Pavese
È impresa difficile sintetizzare in così poco
spazio l’opera letteraria e la complessa perso-
nalità di Cesare Pavese, lo scrittore piemontese
9
i cui romanzi racconti poesie sono oggi tradotti
in tutto il mondo e che viene considerato una
delle voci più alte della letteratura contempo-
ranea non solo italiana.
Cesare Pavese nacque il 9 settembre 1908 a
Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, dove suo
padre, cancelliere di tribunale a Torino, aveva
un piccolo podere. Studiò a Torino e si laureò
in lettere nel 1930 con una tesi sul poeta ameri-
cano Walt Whitman, scelta già di per sé signi-
ficativa. La scoperta della narrativa e della
poesia americana non fu soltanto per lo scrit-
tore una esperienza letteraria ma rappresentò
il primo momento di uno sforzo consapevole e
costante, teso a raggiungere, fuori degli schemi
di un'Italia accademica, le radici genuine del
linguaggio e un contatto più vero con le cose;
a costruire una figura nuova e moderna di uomo
e di scrittore capace di ritrovare, attraverso la
società, degli impegni culturali e morali, la libertà
e la freschezza della poesia.
Pavese prese ad insegnare in scuole serali, e
nel 1930 cominciò a collaborare con saggi, sem-
pre sulla letteratura americana, alla rivista
“La cultura”. In quegli stessi anni ha inizio la
sua opera di traduttore di autori americani ed
inglesi. In questa attività, che non va considerata
minore, egli raggiunse risultati di grande valore ;
valga per tutte la traduzione del “Moby Dick”.
Il capolavoro di Herman Melville trovò in
Pavese non un semplice traduttore ma un inter-
prete eccezionale per cui non è azzardato dire
che la storia della favolosa balena bianca è stata
in un certo senso acquisita per suo merito alla
nostra letteratura.
Arrestato per antifascismo il 15 maggio 1935
e mandato al confino a Brancaleone Calabro,
Pavese vi restò sino al marzo del 1936. Divenne
poi uno dei principali animatori e dirigenti della
casa editrice Einaudi presso la quale pubblicò,
nel 194T, il suo primo romanzo (‘Paesi tuoi”),
mentre la sua prima raccolta di poesie (‘Lavorare
stanca”) era uscita nel 1936 nelle edizioni di
“Solaria”. Seguì un periodo di attività intensis-
sima che si accentuò soprattutto negli anni del
dopoguerra (aveva partecipato attivamente alla
resistenza), quando la sua arte raggiunse una
perfezione di stile ed una ricchezza di motivi
poetici che la critica contemporanea gli ha lar-
gamente riconosciuto. Pavese avrebbe potuto,
mentre ancora era în vita, godere della sua
affermazione come poeta e scrittore, ma la sua
contraddittoria personalità, la drammatica incli-
nazione al dolore che era una delle componenti
tragiche del suo animo, glielo vietarono. Proprio
nel momento in cui egli stava per cogliere i migliori
frutti del suo lavoro, il 27 agosto 1950 Pavese
si suicidò a Torino in una camera d’albergo.
Del suo disperato tormento interiore ci è ri-
masto un documento altissimo pubblicato dopo la
sua scomparsa, il diario segreto tenuto tra il
1935 e il 1950. In questa dolorosa testimonianza
ritroviamo la storia di tutta la sua vita interiore.
“Il mestiere di vivere”, questo è il titolo del
diario, è insieme la ricerca di una tecnica poetica
e di un modo di stare al mondo, e se la tecnica
poetica gli si acuisce e si illumina nel corso degli
anni, la ricerca del “mestiere di vivere” si fa sempre
più disperata. Con estrema lucidità e senza un
attimo di pietà verso di sé Pavese ha vissuto la
sua tragedia giorno per giorno. Bastano poche
citazioni a dare il senso di queste pagine : « Tu
cerchi la sconfitta » (7 dicembre 1945). « Vivere
tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il
bisogno di isolarsi, di sfuggire al determinismo
di tutte quelle palle da biliardo » (13 gennaio
1949). «Io comincio a far poesie quando la par-
tita è perduta» (18 giugno 1946). « Si odiano
gli altri perché si odia se stessi » (3 dicembre 1948).
« Celebrità solitaria. T’importa?» (20 novem-
bre 1949). « Adesso il dolore invade anche il
mattino» (16 maggio 1950). « Perché morire?
Non sono mai stato vivo come ora, mai così
adolescente » (16 agosto I950). 4 Tutto questo
fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò
più » (18 agosto 1950).
Sono queste le ultime annotazioni vergate da
Pavese nel suo diario. Poi la vocazione a di-
struggersi, che aveva contrassegnato dolorosa-
mente tutta la sua vita, ebbe il sopre
« Verrà la morte e avrà i tuoi occhi — questa
morte che ci accompagna | dal mattino alla sera,
insonne, | sorda, come un vecchio rimorso | 0
un vizio assurdo...
Sono i versi che egli dedicò alla donna amata
nell'ultimo periodo della sua vita, ritrovati tra
le sue carte ; tra le più disperate liriche d'amore
che siano mai state scritte.
Ma in tutta l’opera poetica di Pavese, sin dai
primi esperimenti di ‘‘poesia-racconto” scritti a
ventidue anni, si riconosce il più forte interprete
nto.
Cesare Pavese
del nostro tempo. Chi apre la prima pagina di
“Lavorare stanca” e comincia a leggere la prima
poesia, “I mari del sud” (« Camminiamo una sera
sul fianco di un colle... ») non può non sottrarsi
al fascino di una poesia tutta raccontata nella
quale si respira un'aria nuova, inconsueta alla
letteratura italiana, a cominciare dalla cadenza
del verso, che è anche questa una invenzione
pavestana, una rottura con la tradizione del-
l’endecasillabo. Del Pavese più maturo, impegnato
sul piano morale, politico, esistenziale, ci restano
i suoi nove romanzi e i molti racconti. La misura
vera di Pavese fu quella del romanzo breve, che
è in fondo la misura di gran parte della nuova
letteratura italiana. I suoi romanzi, in cui egli
stringe nel giro di cento-centocinquanta pagine
«il senso di più esistenze d’uomini e di donne,
un colore di luoghi e d’ore, una interrogazione
sul mondo », hanno una densità, una carica, un
piglio sostenuto, uno stile che ne fanno un corpo
così unitario ed organico da costituire un esempio
raro nella nostra letteratura.
Ha scritto Emilio Cecchi, di Cesare Pa-
vese: «uno di quei casi, purtroppo sempre
più rari, in cui s'era cercato uno scrittore, un
artista e si è trovato anche e soprattutto un
UOMO »,
Per la comprensione di Pavese letterato riman-
diamo i lettori a tutta la sua opera, dai romanzi
ai racconti alle poesie ai saggi, pubblicati nelle
Finaudi. Su oltre al
diario, e al saggio “Il vizio assurdo” di Davide
edizioni Pavese uomo
Lajolo, si leggano le bellissime pagine a lui
dedicate (‘Ritratto di un amico”) da Nata-
lia Ginzburg in “Le piccole virtù”: « Non
ebbe mai una moglie, nè dei figli, né una casa
sua. Abitava presso una sorella sposata, che gli
voleva bene e alla quale lui voleva bene; ma
usava în famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si
comportava come un ragazzo 0 come un fore-
stiero. Veniva, a volte, nelle nostre case, e
scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i figli
che ci nascevano, le famiglie che noi ci si co-
struiva : pensava anche lui a farsi una famiglia,
ma ci pensava in un modo che si faceva, con
gli anni, sempre più complicato e tortuoso ; così
tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna
semplice conclusione. Si era creato, con gli anni,
un sistema di pensieri e di princìpi così aggro-
vigliato e inesorabile, da vietargli l'attuazione
della realtà più semplice : e quanto più proibita
e impossibile si faceva quella semplice realtà,
tanto più profondo in lui diventava il desiderio
di conquistarla, aggrovigliandosi e ramificando
come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era,
qualche volta, così triste, e noi avremmo pur
voluto venirgli in aiuto : ma non ci permise mai
una parola pietosa, un cenno di consolazione : e
accadde anzi che noi, imitando i suoi modi,
respingessimo nell'ora del nostro sconforto la sua
misericordia. Non fu, per noi, un maestro, pur
avendoci insegnato tante cose : perché vedevamo
bene le assurde e tortuose complicazioni di pen-
siero, nelle quali imprigionava la sua semplice
anima ; e avremmo anche noi voluto insegnargli
qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più
elementare e respirabile : ma non ci riuscì mai
d’insegnargli nulla, perché quando tentavamo di
esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e
diceva che lui sapeva già tutto. Aveva, negli
ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato
da travagliati pensieri: ma conservò fino al-
l’ultimo, nella figura, la gentilezza d’un adole-
scente. Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore
famoso ; ma questo non mutò in nulla le sue abi-
tudini schive, né la modestia della sua attitudine,
né l'umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del
suo lavoro d’ogni giorno. Quando gli chiedevamo
se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva, con
un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato :
aveva, a volte, un ghigno astuto e superbo, fan-
ciullesco e malevolo, che lampeggiava e spariva.
Ma quell’esserselo sempre aspettato, significava che
la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia :
perché era incapace di godere delle cose e di
amarle, non appena le aveva. Diceva di cono
scere ormai la sua arte così a fondo, che essa
non gli offriva più nessun segreto: e non of-
frendogli più segreti, non lo interessava più. Noi
stessi suoi amici, lui ci diceva, non avevamo
più segreti per lui e lo annoiavamo infinita-
mente; e noi mortificati d’annoiarlo, non riu-
scivamo a dirgli che vedevamo bene dove si sba-
gliava: nel non volersi piegare ad amare il
corso quotidiano dell’esistenza, che procede uni-
forme, apparentemente senza segreti. Gli restava
dunque, da conquistare, la realtà quotidiana,
ma questa era proibita e imprendibile per lui
che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo } è
non poteva che guardarla come da sconfi-
nate lontananze». (Franco Carrà)
a
così
Le utopie
Tra i miti ricorrenti dai tempi della Grecia
classica fino ai nostri giorni spicca, come una
lontana stella dalla luce vivida e fredda, a
volte ironica, a volte minacciosa, l’utopia. In
ogni epoca, quando filosofi e poeti hanno voluto
dar corpo alle loro idee, speranze e proteste
morali, sociali, politiche, non hanno saputo tro-
vare nulla di più efficace che creare regni e
repubbliche immaginarie, popolandole di uomini
costruiti su misura per le proprie speculazioni
intellettuali, per tentare su di essi, come nella
provetta del chimico, ogni esperimento possibile,
alla ricerca della formula di un mondo perfetto.
Di questi regni e repubbliche esistenti solo nella
fantasia (u-topos, in greco, significa appunto
“in nessun luogo”), scrive qui Nelio Ferrando.
Come punto di partenza di tutte le utopie
(e dei miti) si può scegliere quello indicato
più di ottant’anni fa da Samuel Butler: « Perché
non potrebbe essere...? » La sua ipotesi si atta-
glia anche bene a quel particolare campo che
esamineremo nel corso di questo vorticoso
volteggio: il macchinismo, il robotismo.
L’inglese Samuel Butler pubblicò nel 1872
(aveva trentasette anni) un libro singolarissimo
intitolato ‘“Erewhon” che letto alla rovescia,
cioè raddrizzato, vuol dire “No where”, in
nessun luogo: utopia. In esso l’autore preve-
deva che l’evoluzione degli organismi mecca-
nici avrebbe sopraffatto l’uomo. Idee analoghe
vengono sostenute oggi: vedremo “Io, Robot”.
Naturalmente l’esagerazione di queste tesi
rivela che lo scopo di chi le scrive è in parte
polemico, esprime cioè una preoccupazione:
esagerando il pericolo esorta implicitamente a
non lasciarsi prendere la mano dalle macchine.
Iniziando a scrivere avevo avuto la tenta-
zione di raccontare per filo e per segno la
storia dell’utopia: indagare per esempio come
dal mito greco si passi all’utopia nel senso più
proprio della parola con la “Repubblica” di
Platone, e dall’utopia, toccato il suo acme,
anzi conquistato con Tommaso Moro il no-
me stesso (“L’utopia”), si ritorni, per altra
via e con nuovo significato della parola, al
mito: «Oggi non si può più parlare di utopie :
esse sono sostituite dai miti secondo la teoria
formulata da Georges Sorel : mito della rivoluzione
universale, mito paneuropeo » ed ora l’uno e l’al-
tro insieme, mito e fantasia, tuttavia ancorati
ad una realtà che matura giorno per giorno,
arrivano, un po’ per celia e un po’ per non
morire, alla fantascienza.
L’Atlantide, secondo il padre Athanasius Kircher nel + Mundus Subter-
raneus” (Amsterdam 1665). Nel favoloso continente, che sarebbe stato
ingoiato dal mare, molti hanno visto una terra ideale per la vita dell’uomo.
« Piccolissimi ma battaglieri i Klahrridi sono
stati esiliati dal loro pianeta d’origine e meditano
di conquistare la terra. Praticamente invisibili
tre di essi hanno assistito ad un colloquio a pro-
posito d’un teletraslatore di materia ... ‘e allora
sollevalo col tuo antigravitatore, poi scappa...”
(continua) ».
Perché insomma se proprio occorre una
sistematica (ma vedremo che ci si sta stretti
e il meglio è non rinchiudercisi), possiamo
delineare quattro categorie: la prima è l’uto-
pia politica e sociale riguardante l’ideale del
buon governo e della società perfetta: Platone,
Tommaso Moro, Tommaso Campanella, Rous-
seau, i miti sociali che sono succeduti, e in
parte, ma già contaminati dal macchinismo,
Butler (quello di prima), la moderna utopia
di Wells, Huxley, Orwell. Seconda è l’utopia
scientifica: parte dall’utopia e arriva al robot.
Poi c’è l’utopia nell’arte e nella religione.
Quella che oggi viviamo, l’utopia della fan-
tascienza, le comprende tutte, con in più un
tono tra bonario e incredulo ed umoristico;
è fondamentalmente l’utopia di chi non crede
più a niente, non spera più in niente. Preda
della solitudine cerca un’evasione che non è
più filosofica o morale e che infine, a dirla
brutalmente, somiglia moltissimo, anche negli
autori migliori, ai libri gialli da cui ha tolto
l’amore per la trovata e la chiusa moralistica.
Ma noi non terremo conto di questa clas-
sificazione per scorrere invece a nostro piaci-
mento e senza impegno qua e là. Dunque,
Butler scriveva: « Vi fu un lungo periodo in
cui la terra fu ad ogni apparenza estremamente
priva di vita animale e vegetale e in cui fu
semplicemente una palla rotonda infuocata...
Ora se un essere umano fosse esistito mentre la
terra era in questo stato e gli fosse stato consen-
tito di vederla come in un altro mondo per il
quale egli non avesse alcun interesse, e se nello
stesso tempo egli fosse stato completamente igno-
rante di ogni scienza fisica non avrebbe egli pro-
clamato impossibile che creature fornite di una
qualsiasi cosa somigliante alla coscienza potes-
sero evolversi dal tizzone che egli stava contem-
plando? Non avrebbe egli negato che essa con-
tenesse una qualsiasi facoltà di coscienza? Tut-
tavia nel corso del tempo la coscienza venne.
Non è dunque possibile che possano venir scavati
nuovi canali per la coscienza anche se noi non
ne possiamo vedere i segni attualmente? »
Egli prosegue: « Molte delle azioni che sono
state chiamate puramente meccaniche ed incon-
scie dobbiamo ammettere che contengano elementi
di coscienza in maggior numero di quanto abbia-
mo ammesso sinora... in questo caso non vi è
una improbabilità a priori della discesa di mac-
chine consapevoli a più che consapevoli... salvo
a quella suggerita dalla mancanza apparente di
un qualche cosa che assomigli ad un sistema ripro-
duttivo del regno meccanico. Non temo alcuna
delle macchine esistenti ; quello che temo è la
rapidità con la quale esse diventano qualcosa di
molto differente da quello che esse sono adesso.
Nessuna classe di esseri ha fatto nel passato un
mutamento così rapido... ».
Con altri intenti, ma con eguale sottintesa
preoccupazione il letterato e disegnatore
francese Albert Robida (1848-1926) nel suo
“La vie électrique” costruì una sua ironica
utopia, o profezia, con addirittura un disegno
che anticipa la centrale atomica che egli chia-
mò l’ “usine de captation des forces planétai-
12
CITTÀ DEL SOLE
TOMMASO CAMPANELLA
APPENDICE ALLA POLITICA
POETICA IDEA DI UNA REPUBLICA FILOSOFICA
con l'aggiunta delle Questioni
DIALOGO.
INTERLOCUTORI
Il GRAN MAESTRO degli Orpitalieri,
nd ui AMMIRAGLIO Genovese dt Jui ospite
GRAN MARSTRO
Su via, ten prego, racconta finalmente quanto ti avvenne
durante questa navigazione
AMMIRAGLIO
Già ti ho esposto în qual modo abbia compito il giro in-
forno alla terra, o come in ultimo giunto mella Taprobana
His «lato costretto a prendervi terra, e pel timore degli
abitanti ricorratozai in asa selva non ne sia uscito che
dopo lungo tempo per arrestarmi in estesa pianura diret-
tamento rotto l'equatore.
ORAN MARATRO
E qui che mai t'occorse?
AMMIRASLIO
Subitamente ci itbattemmo in numerosa schiera d'uo-
mivi e di donne portanti armi sì gli uni che le.altre ; ed *
alcuni conoscendo la lingua da noi parlata tosto ci fecero
compagnia per guidarci alla città del Sole.
GRAN MALATRO
Piacciati dirmi come sia fabbricata questa città, e qual
forma di governo ell'abbia,
AMMIRAGLIO
Unalto colle s'innalza nel mezzo di vastissima pianura,
€ sopra questo giace la maggior parte della città: le di lei
molteplici cinconferenze però si estendono per lunga tratta
oltre le falde della collina, ralmento che il diametro della
città cecupa dus'e più miglia, e setto l'intero reciuto. Ma
filosofica di T. c
Il frontespizio e la prima pagina della «Città del Sole”, la celebre utopi
Ila, Il libro è
seritto alla maniera classica in forma di dialogo fra il «Gran Maestro degli Ospitalieri” ed un Ammiraglio g di
ia
lui ospite” reduce dalla cireumnavigazione del globo, che gli descrive la Città del Sole e la sua forma di governo.
sopra: l'avventura di Robinson Crusoe, narrata da Daniel Defoe, è ispira»
ta dalle reali peripezie di un marinaio, Alessandro Selkirk, naufragato nel-
l'oceano Pacifico, Ma l’esistenza di Robinson sulla sua isola, la sua lotta
quotidiana contro mille difficoltà materiali e psicologiche per sopravvivere
nella pagina accanto: particolare del “Buon
Governo”. Questo affresco di Ambrogio Lo-
renzetti si può ancora oggi ammirare in
una delle sale di Palazzo Pubblico a Siena,
i i di uno stato
e riaffermarsi come uomo di fronte a se stesso, costituiscono l’asp più
interessante di questa storia con cui si inizia il mito del «robinsonismo”.
La La
retto da “pace”, “fortitudine”, “prudenza”.
»»
res”. I suoi disegni rappresentano di volta
in volta “gli elettrodomestici”, le “sofistica-
zioni alimentari”, la ‘fecondazione artificiale”,
I “astronave”; e qui il discorso passa a Giulio
Verne (1828-1905): ‘Cinque settimane in
pallone”, “Dalla terra alla luna”, ‘Ventimila
leghe sotto i mari” in cui « attraverso vaste e
incerte simbologie i personaggi popolarizzano
l’eroe romantico». In questa gara alla ricerca di
un mondo fantastico, eppure raggiungibile, al
primo posto tra i luoghi che le genti s’affannano
a scoprire sta naturalmente la terra descritta
da Platone, l’Atlantide. «/ geografi accumulano
ai bordi delle loro mappe porzioni di mondo di
cui nulla sanno, aggiungendo note a margine
per avvertire come al di là altro non v'abbia se
non deserti sabbiosi infestati da belve feroci,
paludi intransitabili, le nevi della Scizia o un
mare di ghiaccio...» dal “Teseo” di Plutarco.
« Ordunque in quest'isola di Atlantide esisteva
una confederazione di re, di grande e mirabile
potenza, che estendeva il proprio dominio su
tutta l’isola, nonché su molte altre isole e su
parte del continente; inoltre, delle terre al di
qua dello stretto, essi dominavano sulla Libia
fino all'Egitto e sull’ Europa fino alla Etruria »
dal “Timeo” di Platone.
L’umanità ha sempre favoleggiato su terre
misteriose — riassumo da “Le terre leggen-
darie” di L. Sprague De Campe Willy Ley, un
curioso e interessante libro edito da Bompiani
— accettando gli inverosimili racconti di
viaggiatori pieni di immaginazione, o trasfor-
mando in leggenda quelle informazioni che
potevano anche essere attendibili. Si sono
andati così formando quei miti che il tempo
non ha cancellato e che, anzi, sono serviti
all’ispirazione di poeti, filosofi, pittori e che
hanno destato nell'uomo nuovo la curiosità
per la ricerca di queste terre favolose. Possi-
bile che sia tutto pura leggenda? L’Atlantide,
le isole toccate dal viaggio di Ulisse, il paese
degli Sciapodi e degli uomini acefali, le terre
dove i favolosi pigmei cavalcano le gru, la
misteriosa Terra Australis, il Mar dei Sargassi,
il paese del Prete Gianni, il Mundus Subter-
raneus, le lande dei grifoni e dei liocorni, il
vagabondaggio di Sindbad il Marinaio, i
Blemmi dalla faccia sul ventre, le Amazzoni...
sono dunque pura invenzione? E se, sia pure
in piccolissima parte, si trattasse di realtà?
Può essere la leggenda nata dal nulla assoluto?
“I viaggi di Gulliver” (Gionata Swift,
1667-1745): l’anticipatore dei nostri astronauti.
Anch’egli è senza dimensioni, non perché si
muti la struttura del suo corpo e del suo spi-
rito, ma perché passando nel suo fantastico
vagabondare attraverso genti ora minime ora
enormi, dotate delle forme mentali più diverse,
finisce egli stesso col perdere i suoi confini
nello spazio e nel pensiero. Passa infatti dal
piccolissimo popolo dei Lilliput dove si trova
ad essere gigante, agli enormi abitatori di
Brobdingnag, dove diviene pigmeo: è logico
lo sbocco ad un terribile relativismo.
Siamo partiti dal mito greco, ma bisogna
ricordare che se da duemila anni si parla dei
miti come di fantasie chimeriche e bizzarre,
solo una piccola parte dell'enorme e disor-
At
ae gio
14
Gulliver a colloquio con il re di Brobdingnag, il paese dei
giganti da lui visitato dopo il paese dei lillipuziani. “I viag-
gi di Gulliver”, di Gi
ganizzato corpus della mitologia greca può
essere classificato come mito vero e proprio.
Dai miti dovrebbero essere esclusi, ci avverte
Robert Graves: l’allegoria filosofica, la spie-
gazione eziologica dei miti, la satira o la
parodia, la favola sentimentale, l’episodio
storico arricchito da elementi favolistici, epi-
sodi romantici di tipo trobadorico, la propa-
ganda politica, la leggenda morale, l’aneddoto
umoristico, il melodramma teatrale, la saga
eroica, il romanzo realistico.
Dal mito s’è passati all’utopia politico-so-
ciale e all’utopia geografica, ma le utopie del-
l’arte che si intrecciano in questo cammino
non facilitano né le classificazioni né l’ordine:
Faust è un mito, e mitico è anche Kafka e
Moby Dick, oppure no? E il tentativo teoso-
fico dei dischi volanti è mito o utopia? Anti-
cipata da Butler con il suo citato “No where”,
nasce l’utopia moderna e possiamo riferirci a
Huxley, lo scrittore-scienziato morto in questi
giorni. “Il mondo nuovo” è un romanzo che
sul piano d’un’ironia spesso feroce vuol dimo-
strare che cosa farebbe il mondo futuro se si
spingesse all’estremo il culto delle macchine
e della razionalizzazione. L’utopia del 1932 fu
ta Swift, costitui
voro di utopia letteraria volta a mettere in satira le debo-
lezze e le contraddizioni umane. È, insieme al Candide” di
Voltaire, un classico prodotto del secolo dell'illuminismo.
ono un capol
poi ripresa nel 1958 con “Ritorno al mondo
nuovo” in cui Huxley esprimeva il timore che
alcune delle proprie profezie sulla soppressione
dell’individuo si stessero già realizzando.
Huxley descrive un futuro stato mondiale
che vive all’insegna della “comunità, identità,
stabilità”. Il racconto ha inizio al “Centro di
incubazione e di condizionatura di Londra
Centrale”:
E questa — disse il direttore aprendo la
porta — è la “sala di fecondazione” ».
« Nel momento in cui il direttore del centro
di incubazione e di condizionatura entrò nella
stanza trecento fecondatori stavano chini sui loro
strumenti... ». Lì si fabbricavano gli individui
Alfa e Beta, i Gamma tipificati, i Delta invaria-
bili, gli Epsilon uniformi: una produzione in
massa applicata alla biologia. Ognuno degli in-
dividui veniva condizionato in un certo modo.
Il “condizionamento” è la chiave di volta
del mondo futuro. «È un lavoro delicato effet-
tuare delle riparazioni a mezz'aria all’esterno
di un razzo. Noi rallentiamo la circolazione
quando sono ritti (si riferisce all’embrione d’un
gruppo di duecentocinquanta futuri meccanici di
aeroplani razzo), di modo che siano mezzo affa-
Anche la fantasia avveniristica di Giulio Verne in
“Ventimila leghe sotto i mari” riscopre Atlantide e
le sue rovine durante i viaggi subacquei del Nautilus.
La protesta del capitano Nemo contro la società che
scatena le guerre si esprime in questo libro attra-
verso un sogno macchinistico tipico dell’Ottocento.
mati, e raddoppiamo l'afflusso di surrogato san-
guigno quando stanno con la testa in giù. Così
imparano ad associare il rovesciamento col benes-
sere; anzi non si sentono veramente felici che
quando stanno con la testa all’ingiù ».
Dalla perversione della condizione umana,
immagine d’un mondo futuro che viene pro-
spettato come estremo pericolo per l’umanità,
dall’orribile incubo — se pure giocato in ter-
mini d’umorismo — di ciò che potremmo
divenire, si passa nell’utopia moderna al
“macchinismo”, al “robotismo”: nuove crea-
ture nasceranno secondo la citata previsione
di Butler al servizio dell’uomo, portando però
anche il pericolo di dominarlo. Siamo ad “Io,
Robot” di Isaac Asimov, fondato sulle tre
leggi della robotica:
I. Un robot non può recar danno a un essere
umano né può permettere che, a causa del proprio
mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti
dagli esseri umani, purché tali ordini non contrav-
vengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza,
purché questa autodifesa non contrasti con la
Prima e con la Seconda Legge.
SUPRRALBO NEMBO KID N40
RAGGI
LE
TI MALI
OGNI ANGOLO DEL
MONDO
15
RAGGIUNG
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ERDONATECI LA
UGA! Pam gi
ORNATI_P.
CONTARE LA
NOSTZA
CONDANNA!
ha dia de cl
sopra: i fumetti sono un classico regno della fantasia
utopistica. Superman-Nembo Kid, l’uomo del pianeta
Krypton dai poteri sovrumani, è il prototipo di questo
genere di avventura. Qui ha fabbricato un “ipno-raggio?’
che ha il potere di liberare le menti dei criminali dai
pensieri malvagi.
“Io, Robot” è il capolavoro della fanta-
scienza. In un certo senso, avverte il presen-
tatore italiano, i robot di Asimov non hanno
precedenti letterari. Non possiamo certo chia-
mare loro antenati gli automi omerici, i golem
o il Giocatore di scacchi. Il robot è per Asimov
un essere razionale ma privo della libertà di
commettere il male e rappresenta, in un certo
senso, l’ideale umano della perfezione. Ne nasce
ammirazione, invidia, ostilità da parte degli
uomini nei suoi confronti.
Isaac Asimov ci dà lui stesso una giustifi-
cazione a priori della sua invenzione: «.... l’uomo
tentava di imitare l’atto della creazione, prero-
gativa degli dei, e doveva essere punito.
«Ne consegue che la concezione tradizionale
delle storie di robot (per lo meno fino al 1940)
prescriveva che il robot si ribellasse al suo crea-
tore. L’esempio più classico è il Frankenstein di
Mary Shelley, naturalmente ; e ancora oggi una
creatura che si ribella al suo creatore è salutata
dall’osservazione : ‘Ho creato un mostro alla
Frankenstein” ».
«... în particolare pensavo che un robot sareb-
be costruito in modo da non ribellarsi al suo
costruttore ; sarebbe dotato di meccanismi interni
LIBERATE | PRIGIONIE.
Ri ITICI! ‘
a destra in alto: le profezie del disegnatore Albert Ro-
bida, espresse in chiave burlesca, si sono puntualmente
avverate: ecco come il disegnatore e letterato francese
immaginava nel suo “La vie électrique”, pubblicato nel
1893, una lezione impartita per mezzo della televisione
(da lui chiamata “téléfonoscope”).
di sicurezza come, del resto, le altre macchine.
Quando si installa una sega elettrica, la si mu-
nisce di una ringhiera di protezione... Se si
costruisce un impianto atomico, lo si dota degli
schermi protettivi che sono necessari. Quindi,
se si costruisce un robot, indubbiamente nella sua
programmazione debbono essere inclusi dispositivi
di sicurezza... di qui le Tre Leggi della Robotica».
Ed ecco la conclusione del libro, quella
cioè che contiene la maggior carica di utopia:
— Ma, Susan, lei mi sta dicendo che la So-
cietà per la Difesa dell'Umanità ha ragione. E
che Umanità ha perduto la possibilità di deci-
dere del proprio futuro.
In realtà non l’ha mai avuta. È sempre
stata in balìa di forze economiche e sociali che
non comprendeva, dei mutamenti di clima, delle
sorti della guerra. Ora le macchine le compren-
dono. E nessuno può fermarle, dal momento che
le macchine agiranno nei confronti di queste
forze come agiscono nei confronti della Società :
dal momento che dispongono dell'arma più po-
tente, il controllo assoluto della nostra economia.
— È orribile.
— O forse è meraviglioso. Pensi, per tutto
il tempo futuro, i conflitti saranno finalmente
Qui, due fotogrammi dal film “ Clown Ferdinando ”.
I robot giocano un ruolo importante nella moderna
utopia letteraria e cinematografica. Si legga a questo
proposito “Io, robot” di Isaac Asimov, tentativo di
instaurare una civiltà basata sull'impiego di automi
condizionati al bene.
evitabili. Soltanto le macchine, d’ora innanzi,
saranno inevitabili.
Vale dunque l'affermazione di Nicola Ber-
diaeff che dice: « Le utopie appaiono oggi assai
più realizzabili di quanto non si credesse un
tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti
ad una questione ben più angosciosa: come
evitare la loro realizzazione definitiva? ... Le
utopie sono realizzabili. La vita marcia verso
le utopie. E forse un secolo nuovo comincia ;
un secolo nel quale gli intellettuali e la classe
colta penseranno ai mezzi di evitare le utopie
e di ritornare ad una società non utopistica,
meno ‘“ perfetta” e più libera».
E crediamo valga, di conseguenza, anche
questa nostra conclusione: fondamento co-
mune delle utopie è la speranza, ma mentre
sino ad ieri si voleva significare con questa
parola un’aspettativa (o un sogno) sentimen-
tale, morale o filosofica, che un avvenimento
si compisse o che il fatto descritto potesse
finalmente avverarsi, oggi la speranza ha as-
sunto un significato più limitato, quasi diverso:
si spera cioè ardentemente che il mondo de-
scritta- dall’utopia non possa nascere, per lo
meno essendo noi vivi.
Uno sguardo al
nostri laboratori
atomici
L'Italia comincia a diventare un paese produt-
tore di energia elettrica ricavata dall’impiego
di generatori nucleari. Sugli sviluppi e sulle
prospettive del nostro paese in questo campo
pubblichiamo un articolo di Vincenzo Lacorazza.
Stiamo per avere l’energia elettrica nucleare,
cosa incredibile per molti non più di dieci
anni addietro, quando la corsa agli atomi in
Italia non era stata tracciata ancora e non
esisteva nessun laboratorio atomico.
Se si tiene conto del fatto che il limite eco-
nomico della nostra producibilità di energia
cosiddetta convenzionale, idroelettrica anzi-
tutto, è prossimo al punto critico, e che le
scarse dotazioni naturali di combustibili solidi
e liquidi, carbone e nafta, non consentono ulte-
riori espansioni neppure alla produzione di
energia termoelettrica senza ricorrere ad altre
importazioni e senza aggravare la nostra bi-
lancia commerciale, è da ritenere che questo
dell’energia nucleare è un buon traguardo per
noi. Si tratta però solo di un primo traguardo,
di una tappa perciò. La vera gara comincia
adesso. Centrali a uranio e a qualunque costo,
o centrali autofertilizzanti e organiche, ossia
in concorrenza, anche di costo e di gestione,
con le centrali elettriche convenzionali? Ecco
uno dei problemi che si dovranno risolvere
nella progettazione di nuovi impianti e nella
stessa entrata in funzione delle centrali già
pronte, quella del Garigliano, ad esempio.
La cupola di acciaio nella quale
è racchiuso il reattore della cen-
trale elettronucleare del Garigliano,
Accenneremo in ultimo alla questione, come
si presenta al cittadino non specializzato e tut-
tavia non indifferente al progresso economico.
Si può dire però subito che fino a poco tempo
fa dare la risposta al problema in quattro e
quattr’otto era difficile per i tecnici medesimi
senza disporre dei dati, sia pure iniziali, della
complessa materia. Solo dopo aver cominciato
a progettare e a costruire le prime centrali,
la scienza e la tecnica, non soltanto nucleari
s'intende, sono state in grado di prospettare
delle alternative, dopo di che è diventato
quasi ovvio che le prime fossero superate
ancor prima di finirle e le seconde risultassero
in teoria molto più vantaggiose. Si è dovuto
fare insomma il confronto delle une con le
altre per poter valutare il pro e il contro, ciò
che viene a confermare, se ce ne fosse ancora
bisogno, l’utilità dei laboratori e della ricer-
ca, a qualunque livello, puro, strumentale,
applicato, venga fatta. Nonché accennare
ai futuri programmi che riguardano i reat-
tori, conviene fare dunque un rapido giro
d’orizzonte dei vari settori di ricerca, an-
che per farsi un’idea della corsa in cui sia-
mo entrati.
s * "
Spaccato della centrale del Garigliano. Questa centrale, dopo quella di Latina, è la se-
conda ultimata in Italia ed ha una capacità di produzione di circa 1 miliardo di kWh di
energia all'anno, quanta ne basta per alimentare una grande città come ad esempio Napoli.
I reattori, che sono gli apparati da cui
muove la produzione di energia nucleare, si
possono pure comprare bell’e fatti e traspor-
tare dove si vuole, come è avvenuto press’a
poco per quelli delle centrali di Latina e del
Garigliano. Quelli che non si possono asso-
lutamente improvvisare, si dice giustamente,
sono gli uomini che faranno funzionare questi
reattori. E gli uomini, le leve di scienziati e
di tecnici di domani, come li chiamano, escono
dai tre centri di ricerca dell’INFN, di Fra-
scati, della Casaccia. Un'altra ragione per co-
minciare da essi, nell’ordine di merito, la ra-
pida rassegna.
Cominciamo dall’istituto nazionale di fisica
nucleare, l’ INFN, dove si fa la cosiddetta
ricerca pura o fondamentale, dove, pur senza
finalità immediate, si portano alla quintessenza
i problemi nucleari del futuro, in altre parole
si spacca il proverbiale capello, cioè l’atomo,
nelle minutissime particelle la cui scoperta è
venuta cambiando la faccia del mondo.
L’ istituto è molto conosciuto per la figura
del suo presidente, Amaldi, e per i numerosi
scienziati, quali Bernardini, Occhialini, Caldi-
rola, che continuano in Italia la tradizione dei
Fermi, dei Rossi, dei Segré. In piena auto-
nomia scientifica, per usare la terminologia
dei rapporti del CNEN, da cui rileviamo alcuni
dei dati qui esposti, esso è articolato in sette
sezioni e cinque sottosezioni. Le sette sezioni
hanno sede presso le università di Torino,
Milano, Roma, Padova, Bologna, Pisa, e presso
le università di Catania, Messina e Palermo
messe assieme. Le cinque sottosezioni hanno
sede presso le università di Genova, Trieste,
Firenze, Napoli e presso l’istituto superiore
di sanità di Roma.
Qui ognuno, ogni sezione, ha un certo tipo
di particelle da studiare, particelle che si chia-
mano ioni, mesoni, protoni, antiprotoni, pioni,
nucleoni. Queste particelle, per dirla nel no-
stro linguaggio casalingo, vengono voltate e
rivoltate, fatte uscire e fatte entrare, eccitate
e addormentate, in breve create e ricreate per
poterle osservare sempre meglio e sempre più
da vicino. Per studiarle e osservarle bisogna
produrle però. Accanto all’istituto e nelle
stesse sezioni dell’istituto, ci sono pertanto
macchine dette acceleratrici capaci di farlo, e
quando non ci sono si ricorre alle macchine
di altri paesi. Produrre in questo campo è
GARIGLIANO
Nuclear Power Station
Soriatd Tietteneifenre Nanionate /SENN
Omatd and oprented dy
P
ben poco, senza lo scambio di letture e inter-
pretazioni, di specialisti e di lastre.
Da noi se ne producono con gli accessori,
così chiamati, di Frascati, ossia con l’elettro-
sincrotrone, e con quelli di Torino, di Genova,
di Trieste, di Milano. All’estero se ne produ-
cono col bevatrone di Berkeley e col protosin-
crotrone di Ginevra, per citare due sedi con
le quali i nostri fisici sono in stretti rapporti.
Una volta prodotte si osservano, spesso per
anni, se ne dà comunicazione, entrano a far
parte del patrimonio culturale delle facoltà di
fisica delle università. È bene dire che le par-
ticelle, come i virus, si vedono su lastre, dove
lasciano solo tracce, traiettorie, scie, data la
loro brevissima vita. Se ne producono però
a fasci, a grappoli, a gruppi, e ciò facilita la
loro lettura. Basta quell’attimo di vita a dar
l’avvio al lungo percorso che di mano in mano,
simile a una goccia d’acqua che va a diventare
ruscello e forse centrale elettrica, convenzio-
nale, conduce anch’esso, per tutt’altre vie
naturalmente, alle fonti di energia.
Si pensi che nel 1937 — come ricorda il
Dampier nella sua “Storia della Scienza” —
le prospettive di ottenere vantaggiose libera-
18
zioni di energia per mezzo di processi di
trasformazione artificiale degli atomi, delle
quali le particelle sono protagoniste e vittime
insieme, erano assai scarse e che oggi tali
prospettive sono centuplicate, e si capirà
perché si parla a proposito di particelle di
fondamentali. Si cominciò eon lo
scoprire che l’energia nucleare emessa da mezzo
chilogrammo di uranio al momento della
trasformazione è pari all’energia sviluppata
dalla combustione di mille tonnellate di car-
bone. Di qui a considerare l’uranio come il
combustibile del futuro il passo fu breve.
Eppure questo passo oggi è già troppo breve.
Uranio e torio e plutonio a parte, come ve-
dremo a proposito dei reattori, oggi si sa che
basterebbero pochi grammi di idrogeno per
ottenere gli stessi effetti. Ecco un’altra tappa
fondamentale della ricerca fondamentale. Per
utilizzare l’energia nucleare a scopi pacifici
occorre controllare e rallentare la trasforma-
zione, la reazione, altrimenti si ha la bomba e
non il reattore. È questo il principio del fun-
zionamento dei reattori nelle centrali nucleari.
Per stabilirlo ci son volute prima le università,
poi i laboratori, quindi i reattori sperimentali,
e solo dopo le centrali. Nessun dubbio dunque
sull’importanza delle particelle e sulla neces-
sità di sempre più potenti mezzi di produzione
di particelle. Era stato appena montato l’elet-
trosincrotrone di Frascati da 1100 MeV, mega
elettron volt, che si progettava a Ginevra,
nell’ambito del CERN, centro europeo per
ricerche
le ricerche nucleari, un acceleratore da
25.000 MeV.
Per finire con le particelle vogliamo ricor-
dare che la scoperta dell’antiprotone, particella
analoga ma di carica opposta a quella del pro-
tone, scoperta pari per importanza a quella
dell’elettrone, venne fatta a Berkeley, in Cali-
fornia e a Roma. L’antiprotone fu prodotto
sotto la guida di Segré nel bevatrone di Ber-
keley, e letto, sulle lastre che i laboratori so-
gliono mandarsi a scopo di osservazione, dal-
l’Amaldi.
Ma ritorniamo a Frascati per accennare ad
un altro tipo di ricerche che viene fatto nel
suo laboratorio gas ionizzati, le ricerche sulla
fusione, preliminari all’impiego dell’idrogeno,
come combustibile nucleare. Si tratta in parole
povere di riprodurre in laboratorio un feno-
meno che avviene in proporzioni grandiose
nel sole e che viene designato con il nome di
reazione termonucleare. Per ottenere la rea-
zione si agisce su di un gas di idrogeno provo-
cando con vari mezzi un innalzamento fortis-
simo della temperatura ed un aumento della
densità, allo scopo, questo ultimo, di facilitare
il fenomeno della fusione di due ioni con for-
mazione di uno ione più pesante. È presto
detto; tale fusione non è stata finora mai ot-
tenuta in nessun laboratorio con apprezzabile
continuità. Ammettiamo però che prima o poi
questa reazione venga ottenuta in modo soddi-
sfacente e che la si volesse utilizzare per pro-
durre energia in un reattore. Avremmo in tal
caso un tipo di ricerca di cui verrebbe investito
ipso facto il centro della Casaccia, la località
presso Roma dove si fa la ricerca applicata.
La realizzazione dei reattori a fusione non
è un miraggio, ma solo una prospettiva lon-
tana, proprio com’era nel 1937 la realizzazione
dei reattori a fissione, che son quelli che stanno
per entrare in funzione oggi. Tale realizzazione
comporterà dicono gli esperti — la solu-
zione di problemi scientifici e tecnologici di
difficoltà forse superiore a qualsiasi altro finora
affrontato, Bene, chi vivrà vedrà, dice il pro-
verbio. Vediamo, per finire, come qui si af-
frontano per ora i problemi scientifici e tec-
nologici relativi al funzionamento dei reattori
odierni.
Alla Casaccia la ricerca si esplica ovviamente
in molteplici direzioni, e vi sono laboratori
per ricerche minerarie, laboratori per ricerche
biologiche, laboratori di ingegneria nucleare,
laboratori di fisica e calcolo dei reattori, labo-
ratori di elettronica, laboratori per la mani-
polazione di materiale atomico. La ricerca volta
al conseguimento dell’opfizaz nel campo
della produzione di energia nucleare, è tut-
tavia la principale.
Una prima fase ha portato scienziati, ricer-
catori e tecnici del centro, che per uomini e
mezzi è il più imponente dei tre, all’esame,
anche sperimentale, basato cioé su reattori
modello detti appunto sperimentali e di adde-
stramento, del funzionamento dei reattori che
sfruttano uranio arricchito come combustibile;
Nel giugno di quest'anno il
reattore elettronucleare del
Garigliano ha raggiunto la
fase cosiddetta “critica”, L’av-
venimento è di grande impor-
tanza in quanto si tratta del
primo reattore ad acqua bol-
lente di grande potenza che
ha raggiunto la fase critica
in Europa. Ciò avviene cari-
cando poco a poco — come
vuole la tecnica attuale —
di materiale radioattivo il
“core” sferico della centrale
(cioè il centro nevralgico con-
tenente la pila atomica e le
due caldaie ad acqua).
Nella pagina accanto: 5 giu-
gno - ore 9,58, carica del
quinto elemento,
Un giovane tecnico al lavoro
nel laboratorio elettronucleare
del centro di studi nucleari
della Casaccia.
una seconda prevede e promuove lo studio
delle possibilità offerte da reattori autoferti-
lizzanti e organici. Chiariamo subito. Gli studi
relativi ai reattori a uranio arricchito e a
uranio in genere si riferiscono a una prima
prospettiva profilatasi nel settore allorché si
cominciò a sfruttare l’energia nucleare a fini
pacifici. L’uranio disponibile era, diciamo, una
scorta di guerra, e la prospettiva consisteva in
sostanza nell’utilizzazione di uranio prestato
ai vari governi, tra cui il nostro, dagli Stati
Uniti. La seconda prospettiva consiste invece
sia nella utilizzazione del cosiddetto uranio
naturale, meno costoso e più rintracciabile
dell’altro, U 238 per l’esattezza anziché U 235,
sia nel rendere “fertile”, cioè chimicamente
idonea, la parte di uranio naturale altrimenti
non bruciabile nei reattori, sia nello sfruttare
materie, come il torio, per loro natura non
combustibili.
Si sarebbe dovuto subito imboccare questa
seconda via? Difficile dirlo allora. Le due vie
non sono poi così nette come può risultare
da una esposizione sommaria. A parte il fatto
che la primitiva prospettiva fu adottata per
ragioni di opportunità politica, e che i reattori
a uranio arricchito avevano il pregio al mo-
mento della loro adozione di essere stati già
sperimentati e di non presentare grosse inco-
gnite. In conseguenza del primo orientamento
sono stati comunque effettuati alla Casaccia
studi e ricerche sulla tecnologia dei tipi di
reattore americano delle centrali del Garigliano
e di Trino Vercellese. In conseguenza del
secondo è stato tracciato un più vasto pro-
gramma tendente a mettere l’industria in
grado di progettare e costruire da sola reat-
tori nucleari.
Qualche parola sui singoli progetti di co-
desto programma chiarirà forse meglio di
qualsiasi dissertazione la portata e spesso
la difficoltà dei problemi da affrontare e
risolvere.
Col cosiddetto progetto ciclo uranio-torio,
designato con la sigla PCUT, viene esaminata
la possibilità di ottenere la autofertilizzazione
del combustibile nucleare adoperando il torio,
anziché l’uranio, poiché s’è scoperto che il
torio può dar luogo alla formazione di un
isotopo dell’uranio avente proprietà analoghe
alle proprietà dell’uranio. Si comincerebbero
a soddisfare così quasi tutte le esigenze di
economia, di autonomia, di rendimento,
emerse negli ultimi anni dalla pratica nucleare.
È prevista, ad esempio, la messa a punto del
processo per il trattamento chimico del torio
onde renderlo fertile ed è prevista la costru-
zione di un impianto modello, per il quale è
stata già designata la località Rotondella, in
Lucania.
Al PCUT partecipano per la parte atomica
ditte americane, in collaborazione con i ricer-
catori della Casaccia, per la parte convenzio-
nale ditte italiane. Sarà possibile impiegare il
torio qui provato nella stessa centrale del Ga-
rigliano. Realizzato l'impianto modello, l’even-
tuale centrale per lo sfruttamento integrale del
ciclo potrebbe essere tutta progettata da ita-
liani, dato che con questo programma per la
prima volta tecnici nostri seguono in tutte le
sue fasi lo studio, la progettazione e la co-
struzione di un impianto nucleare.
C'è inoltre il cosiddetto programma reat-
tore organico, sigla PRO, che prevede la
prova di due tipi di combustibile, a base di
ossido di uranio, dei quali si sono cominciate
a intravedere le promettenti caratteristiche su
prototipi attuati o in via di attuazione negli
Stati Uniti.
E c’è un programma per la propulsione na-
vale, al quale partecipano Fiat, Fincantieri
eccetera, programma che va dalla prepara-
zione del personale specializzato, alle pro-
ve comparative di vari tipi di reattore, al-
l’avvio di esperienze sul tipo da installare
a bordo.
Il limite della competitività della energia
prodotta negli impianti nucleari rispetto a
quella prodotta negli impianti convenzionali
dipende in conclusione dalla possibilità di ri-
durre i costi degli impianti nucleari, specie i
cosiddetti costi capitali, dalla opportunità
perciò di costruirne in Italia tutte le parti e
non solo alcune. Per far ciò ci vuole, come
s'è cercato di dire, una vera e propria tradi-
zione se non cultura nucleare, un alto livello
non solo tecnico ma altresì scientifico, una pre-
parazione che si raggiunge per gradi e abbi-
sogna soprattutto di uomini.
. . Recentemente la Compagnia Teatrale Italiana ha rappresentato presso i circoli Italsider
a Hiroshima il dramma “Edipo a Hiroshima” di Luigi Candoni. Non tutti sanno che l’autore lavora
all'ufficio vendite di Roma dell’Italsider. Per la nostra rivista gli abbiamo chiesto di
illustrare i motivi che lo hanno spinto ad identificare il personaggio tragico di Edipo nella
figura non meno tragica dell’uomo che ha ordinato il lancio della prima bomba atomica.
Il mio incontro col maggiore Fatherly fu
casuale, imprevisto e determinante. Probabil-
mente lo conoscevo già. La sua presenza, sia
pure ancora anonima e nebulosa, era esplosa
un giorno dell’agosto 1945, mentre mi cro-
giolavo negli ozi di un campo di prigionia
dell’Arkansas. Ma allora il volto del coman-
dante dello “Straight Flush” s’era confuso nel
nebbione infernale del fungo di Hiroshima.
Quel a ‘apparire nei
nitidi, regolari, umani lineamenti solo molti
anni più tardi, su una fotografia di giornale
acquistato in non so più quale città italiana.
«Internato in manicomio il pilota di Hiro-
schima »: un titolo su due colonne di cronaca.
Uno dei tanti titoli delle nostre innumerevoli
sventure. Ma il mio cuore fu subito conqui-
stato da quella breve notizia. E per tutto quel
giorno fui tormentato dall’interrogativo: per-
ché era diventato pazzo il portatore della
prima atomica? Era poi vera pazzia, la sua?
Avevo sotto gli occhi il ritratto del mag-
giore Eatherly, ma dentro di me insorgevano
i ricordi e le visioni della mia guerra: l’occu-
pazione in Francia, i bombardamenti delle
città italiane, gli spezzonamenti a tappeto sugli
aeroporti di Castelvetrano, di Sciacca, i volti
sfigurati dei miei soldati morti. E così presi
in mano la penna e cominciai a scrivere il
mio urlo di pace.
volto mi dove suoi
Il 6 agosto 1945, nel cielo di Hiroshima,
un uomo dava l’ordine di premere un pulsante
e qualche istante dopo una città di 300.000
anime esplodeva in un bagliore solare esalando
un mostruoso fungo di ceneri rossastre. Era
quello un uomo con cuore, cervello e nervi
come ognuno di noi. Quel giorno il nome
di Hiroshima si stampò a caratteri di fuoco
sul libro della storia, ma nessuno si preoccu-
pò di quel piccolo, ardimentoso pilota che
aveva diretto gli aerei sulla città orientale.
Ma bastò una notizia stampa, quindici anni
più tardi, a riportare alla luce in tutta la sua
drammatica evidenza la figura e il dramma
del maggiore Eatherly, fuggito dal manicomio
del Texas ove nel frattempo era stato rico-
verato per l’insorgere di un acuto complesso
di colpa che lo spingeva a pretendere quel
processo che nessuno — in omaggio ai nor-
mali codici della giustizia umana era in
grado di procurargli. La notizia della pazzia di
Eatherly mi sconvolse, così come indubbia-
mente ferì
la coscienza di milioni di uomini.
Scrissi il dramma d’un fiato, partecipando al
travaglio di quel soldato che in fondo non
aveva fatto altro che eseguire un ordine per
meritarsi una decorazione. Ma quale ordine!
Di proposito non ho voluto assumere una
posizione critica di fronte al drammatico in-
terrogativo di Eatherly, che ho riversato sugli
spettatori; in casi particolari, che investono
la responsabilità dei popoli, non si può giu-
dicare col metro del politico e dell’immediato.
Fosse inglese o russo o cinese, il maggiore
Eatherly si troverebbe oggi ugualmente a su-
bire le conseguenze di un gesto compiuto
quando molti anni di meno ed era
forse un altro, quando le relazioni tra i popoli
erano ben diverse da quelle attuali.
Ho scritto il dramma di Hiroshima perché
in avvenire un altro pilota, ugualmente in-
trepido e coraggioso, potrebbe venir coman-
dato di eseguire quell’ordine.
È da criminali tacere, oggi che ci è dato
di parlare liberamente su dei problemi che
domani dovremmo fingere di ignorare.
aveva
Mai come oggi la guerra ha gettato nella
mente degli uomini uno spettro tanto apoca-
littico. I terrori dell’anno mille impallidiscono
di fronte all’eventualità dell’annientamento
atomico. Il problema della pace, l’esigenza
sociale della liberazione dell’uomo, la respon-
sabilità civica, il superamento del nullismo
esistenziale verso un ritorno allo spiritualismo:
ecco i temi che maggiormente affascinano la
mia sensibilità di autore.
Io scrivo per il teatro solo perché credo
nella funzione etica, sociale, educativa della
rappresentazione scenica. E poiché voglio
dire qualcosa di nuovo, ecco che sono uno
scrittore cristiano non trovando originalità
più sconvolgente al di fuori dell’interpretazio-
ne cristiana della vita nel suo evolversi. Mi
guardo intorno, sul desolato panorama del-
l’umanità che arranca, sul deserto qua e là
frastagliato dalle gloriose vette della gran-
dezza umana, sulle risaie punteggiate da filiere
di schiene curve, sulle nostre metropoli in-
credibili e mi smarrisco nell’eterna novità
di Dio.
Il problema è quello di dare muova veste
al racconto cristiano. Ecco il perché delle mie
esercitazioni avanguardistiche e la ricerca
costante di un nuovo linguaggio.
Oggi si parla di Cristo discutendo di ce-
mento armato e sincrotroni, di stereofonia e
Edipo-Eatherly nell’interpretazio-
ne dell’ attore Diego Michelotti,
Il maggiore Claude Eatherly che
il 6 agosto 1945
Hiroshima diede l'ordine di sgan-
ciare la prima bomba atomica.
nel cielo di
2I
genetica. Ma la semplice idea del Cristo Sal-
vatore supera la più prodigiosa conquista
tecnica dell'Uomo Scienza. E rimane la più
suggestiva nel suo indecifrabile mistero.
Ogni forma d’arte, nelle sue espressioni più
alte, si propone la conquista del senso del-
l’esistenza. Ho scelto il teatro perché lo ritengo
lo strumento più incisivo e immediato per
agire sulla coscienza di chi assiste. Oggi
l’uomo non può € soltanto spettatore.
Deve partecipare al dramma della sua gene-
razione. Perché il nostro momento è un mo-
mento decisivo. Stiamo per raggiungere la
luna e non abbiamo ancora imparato a cono-
scerci. Possiamo decidere per un altro mil-
lennio di storia umana o per l’abolizione im-
mediata del termine “domani”. È necessario
che l’uomo si fermi e, specchiandosi nei pro-
ssere
tagonisti della vicenda scenica, impari a
guardare dentro se stesso.
Nel maggiore Eatherly ho intravisto il
volto antico di Edipo, il rimorso implacabile
dell’uomo per il male arrecato a se stesso, la
responsabilità per colpe che trascendono il
suo arbitrio.
Così mi è venuta l’idea di rappresentare
miti e figure dell'angoscia moderna rapportati
a termini e nomi classici. A “Edipo a Hiro-
shima” hanno fatto seguito ‘Faust a Manhat-
tan” (libretto d’opera per la musica del mae-
stro Nascimbene) e “Sigfrido a Stalingrado”.
Oggi più che mai l’uomo è immerso nella
storia, è artefice di storia. Ed è quindi a questo
tribunale che l’uomo dovrà presentarsi, prima
ancora che a quello del Giudizio Universale.
Aiutiamo l’uomo a non sentire più sulle
sue fragili spalle il tremendo peso di Edipo,
di Faust, di Sigfrido.
Aiutiamo l’uomo d’oggi a vivere in pace
e serenità la sua breve e utile esistenza. Solo
così la giornata dell’uomo avrà la luce e la
gioia del Natale.
Quale rimedio potrà placare la terribile
angoscia del maggiore Fatherly, minacciato
dallo spettro di 300.000 atomizzati? Edipo
uccise il padre che non conosceva, Eatherly
uccise degli uomini senza sapere che gli
erano fratelli. Ma gli uomini tutti possono
fare molto per la pace di questo moderno
Edipo.
È per questo che ho scritto il dramma di
Hiroshima. Perché anche Eatherly possa ri-
trovare il suo Natale.
Arte
e pubblicità
Sin dal suo nascere la pubblicità ha sempre
chiesto in prestito all’arte motivi e ispirazione
per poter più efficacemente parlare al pubblico.
Oggi che la pubblicità parla a tutti noi in ogni
momento della nostra giornata attraverso tutti
i mezzi di comunicazione, tradizionali e nuovi,
si sta verificando il fenomeno opposto : è la
pubblicità che offre motivi ed ispirazione all'arte.
e
dit
Su questo argomento iniziamo la pubblicazione
di una serie di articoli del critico Bruno Alfieri.
1. Cos'è la pubblicità
Che cosa sia esattamente la ‘pubblicità’,
forse varrà la pena di tentare di definire nuo-
vamente, anche se molti altri prima di me, e
con maggiore autorità, hanno fatto e codifi-
cato: è difatti importante evitare poi confusioni
ed equivoci. A mio modo di vedere “pubbli-
cità” è la comunicazione, mediante un mezzo
visivo od auditivo, di un messaggio al pub-
blico, a scopo commerciale. Gli esperti di
pubblicità (già me li figuro) si scandalizzeranno
per l’eccessiva semplicità di questa definizione,
eppure ogni fatto accessorio od ulteriore spe-
cificazione a questo carattere determinante
(la ‘“‘comunicazione’’), sia di natura tecnica,
(fotografia di René Crenx)
statistica o psicologica, appare del tutto
secondario. Una casa produttrice, allo scopo di
vendere i suoi prodotti od i suoi servizi, ne
comunica l’esistenza al pubblico dei consu-
matori. Il pubblico può essere stato selezio-
nato o differenziato allo scopo di rendere il
più possibile diretta e pertinente la comuni-
cazione. Un avviso che annuncia la vendita
di un appartamento o di una nave o di un
determinato tipo di liquore o di un certo con-
tratto assicurativo alle Isole Marchesi, appare
inadatto alla pubblicazione sul ‘Corriere della
Sera”, ma adattissimo al settimanale locale.
Tuttavia alla base della comunicazione pubbli-
citaria è un’offerta di beni o di servizi che di
solito ha caratteri generali, morfologici. La
consuetudine con le abitudini di un certo
gruppo sociale, consuetudini che possono an-
dare dal tipo di grafica ad un determinato tipo
ini
E TR
MEP”
di slogan, condiziona notevolmente, nazione
per nazione, la pubblicità. In un recente nu-
mero del settimanale americano “Time” si ci
tavano, ad esempio, le difficoltà incontrate
dalle industrie statunitensi nell’elaborazione
di una pubblicità unica per i diversi nuovi
paesi africani. Gli slogans andavano scelti paese
per paese, villaggio per villaggio; la grafica,
per quanto generalmente semplice e di forte
effetto, poteva essere producente in uno stato,
controproducente in quello vicino. D'altra
parte il caso dei nuovi paesi dell’Africa di-
mostra proprio che solamente presso i gruppi
sociali più arretrati occorre agire con partico-
lare accortezza e pazienza, mentre si va sempre
più diffondendo una generalizzazione di “tipi”
di pubblicità in tutto il mondo, che accompa-
gna di pari passo l’evoluzione economica e
sociale, e la progressiva attenuazione delle
barriere di confine. Oggi come oggi, un avviso
di puro stile britannico può senz’altro andare
bene, come tipografia e come slogans, anche
per il pubblico italiano; molto meno be-
ne, probabilmente, per il sud America. La
“tipografia” della pubblicità diventa sempre
più internazionale; la stampa a rotocalco è
sempre più internazionale; e, infine, la grafica,
con molte e fondamentali eccezioni, è sempre,
anch’essa, più internazionale. Naturalmente,
questo fenomeno è appoggiato dall’ “univer-
salizzazione’”” dei prodotti industriali. La pub-
blicità che accompagna la lavanda Atkinson,
il rasoio elettrico Braun, i mobili Knoll,
va senz'altro bene per tutti i paesi del mondo
Può darsi che la Cadillac non abbia chances in
Europa, ma certo la Chevrolet Corvair, la
macchina per scrivere IBM elettrica, la lam-
pada Miller disegnata da George Nelson, ri-
chiedono l’elaborazione di un solo. “tipo” di
campagna pubblicitaria, salvo naturalmente la
differenziazione regionale dei mezzi di stampa.
È quasi patetico rivedere oggi le pagine di
pubblicità della Olivetti portatile o della Fiat
Balilla in tempo d’autarchia. In quel difficile
periodo i tipi di pubblicità non corrisponde-
vano a nessuna esigenza scientifica o tecnica,
ma addirittura spesso assumevano valore mne-
monico-decorativo.
2. Influenza della cultura sulla pubblicità
Col progressivo sviluppo economico e so-
ciale del mondo, la pubblicità diventa sempre
più materia specializzata. Migliora come ren-
dimento (o almeno così si crede, mentre ogni
tanto basta un indovinato cartellone di un
buon artista, come Savignac, ad incrementare
quelle vendite che i milioni spesi “scientifi-
camente” non spostavano di una lira: ma si
tratta di casi clamorosi limitati al settore delle
vendite di prodotti d’uso corrente) e contem-
poraneamente diventa più arida: di idee e
nella forma. Vero è che, di tanto in tanto, il
soffio d’aria fresca dell’aria figurativa o delle
idee degli intellettuali s’introduce- di soppiatto
con effetti tonificanti. Ma in complesso Ja
“scienza” della pubblicità e delle pubbliche
relazioni rischierebbe sempre più di allonta-
nare i cultori delle arti visive se spesso qualche
industria all'avanguardia, come in Italia Ja
Due esempi di +«comunicazione’’ indirizzata al pubblico in generale o ad una categoria di particolari utenti”. (in alto):
numero anagrafico e nome di un inquilino accanto alla maniglia del campanello di una casa a Venezia. I tre elementi
concorrono a creare un'associazione di idee elementari ma perfettamente rispondenti allo scopo. (in basso): segno trac-
ciato da un mendicante per i colleghi” sulla porta di una casa; traduzione: «qui abita una donna sola”. Entrambi
questi messaggi, pur non avendo carattere commerciale, basano la loro efficacia sugli stessi princìpi che vengono im-
piegati per comunicare il messaggio pubblicitario.
nella pagina accanto: antica insegna murale di locanda, a Essertes (Vaud, Svizzera), risalente al 1840.
Olivetti, l’Italsider, sino a poco tempo fa la
Pellizzari, e poche altre, non riesaminasse
con animo rinnovato e senza pregiudizi questo
settore, traendone iniziative meritorie. Le quali,
sia detto chiaramente, non restano lettera
morta oppure esempio isolato e senza conse-
guenze, ma, con il passare degli anni, si tra-
ducono in una generale evoluzione dello stan-
dard pubblicitario. Il famoso “stile Olivetti”
degli anni cinquanta è oggi ben visibile nelle
vie, nelle piazze, sulle autostrade italiane, sulla
stampa di tutto il mondo, e sotto l’etichetta di
decine di altre industrie, mentre certamente le
attuali esperienze d’avanguardia si diffonde-
ranno nel futuro dappertutto. Il bel gesto iso-
lato di Antonio Pellizzari, che attorno al
1953-54 finanziava concerti di Brahms e di
Vivaldi per gli operai della sua fabbrica,
che produceva motori elettrici, e invitava
Giulio Carlo Argan a tenere conferenze su
Kandinski, oggi non sembra più tanto azzar-
dato ed anticipato, visto che proprio l’Italsider
chiama, nel 1962, scultori da mezzo mondo a
Genova perché vi costruiscano e fondano
sculture destinate ad una mostra nelle vie di
Spoleto. Così il centro culturale Olivetti di
sopra: un quadro di Mario Schifano, “Segno di
e, “rifa
Esso ( (a destra), si ispira ad un aspetto della realtà di
oggi che cade quotidianamente sotto i nostri occhi,
”. Il pi
Ivrea, covo di intellettuali attorno al ’55, oggi
non è che un centro culturale, meritorio ma
non eccezionale, di una grande industria, men-
tre la Pirelli, in una grande sede nel suo grat-
tacielo di Milano, ne ha sviluppato, in mag-
giori proporzioni anche se non con sottintesi
politico-sociali, gli assunti di cultura. (Semmai
la carenza in questa categoria di iniziative si
fa sentire nei pubblici organismi, che non sanno
dare a Milano un degno museo d’arte mo-
derna, e che non vivificano altre illustri istitu-
zioni, e che anzi nemmeno proteggono il pa-
trimonio artistico nazionale).
Tuttavia questa antinomia, arte-scienza pub-
blicitaria, mi sembra fornisca a questo impor-
tante settore della nostra vita sociale una par-
ticolare dinamica che | orta i suoi frutti rego-
larmente, in un perenne conflitto tra fantasia
e sistemazione, tra irrazionale e razionale.
3, I <‘segnali” '
Ma, in quale modo è nata la pubblicità?
Ancora una volta, è utile tornare alle origini
per non perdere di vista gli elementi fonda-
mentali che hanno dato vita a questa “specia-
lità”, perché in essi, rinnovati, son sempre da
ritrovare stimoli elementari e spunti fonda-
mentali assai efficaci. All’origine la pubblicità
equivaleva alla segnaletica. Senza voler risa-
lire troppo nel tempo, basta osservare come
le case dissepolte di Pompei rechino insegne
che indicano chiaramente il “contenuto” delle
case stesse, il che vuol poi dire il “prodotto”
reclamizzato. Maniscalco, casa d’appuntamenti,
negozio di pane, terme, il tutto accanto ai
segnali (e sullo stesso piano di valore) quali
oggi vengono comunemente intesi (dalla spe-
cialità della ‘segnaletica”’); nomi di strade,
indicazione di bivi e di trivi, interruzioni stra-
dali, e così via.
In sostanza le supreme autorità di una de-
terminata comunità in un certo momento sto-
rico (e non solo le supreme autorità, ma anche
lo stesso popolo spontaneamente in varie
occasioni) segnalavano certe cose utili al pub-
blico che non poteva saperle, oppure che aveva
bisogno di vedersele ricordare. Queste comu-
nicazioni erano di tale vastità e importanza da
condizionare il modo stesso di vita delle genti.
In battaglia, i capitani recavano sugli elmi
pennacchi colorati in maniera più vistosa per
Nella
do” la p bblicità della
essere più facilmente identificati; essi imparti-
vano gli ordini a mezzo di trombe (altro mezzo
di comunicazione segnaletico) per l’avanzata,
la ritirata o l’attacco. In città, le strade erano
numerate (come ancor oggi molte città degli
Stati Uniti o dell’ America latina, con un senso
della praticità che rasenta l’ingenuità) oppure
avevano nomi o segni o simboli: in ogni caso
si trattava di segnali “simbolici”. Il mondo
ha sempre cercato di organizzarsi, di sempli-
ficare le cose, perché, com’è noto, le due aspi-
razioni più sentite e diffuse dell’umanità sono
il voler lavorare, seguita immediatamente da
quella di non voler far niente. E l’organizza-
zione significava indubbiamente un risparmio
di tempo sia nel lavoro che nell’ozio.
Il remoto mon? » che gli esperti di archeo-
logia vanno man mano disseppellendo in tutti
i continenti fornisce spesso enormi e gradite
sorprese agli esperti d’arte moderna. Dalle
tombe e dalle intere città che emergono dalla
polvere, escono segni, simboli, oggetti ele-
mentari dalle forme essenziali, dalla comuni-
cazione facile, rapidissima, “razionale” e anche
(suvvia!) “organica”’; esce tutto un mondo che
sembra modernissimo nello spirito e nell’or-
ganizzazione. Alla mostra d’arte dell’antico
Messico organizzata al Petit Palais di Parigi
l’anno scorso si ebbero grandi, sconcertanti
sorprese. L’intera esposizione si presentava
eccitante e densa di interrogativi, addirittura
sconvolgenti per noi uomini sprovveduti del
ventesimo secolo, con opere e “pezzi” che
esigevano nello spettatore un’attenzione, una
comprensione ed uno studio accaniti. La verità
è che il mondo è sempre stato moderno, ovvero
funzionale, per decine di secoli, e cioè nel giro
delle civiltà, e sempre con momenti di mag-
giore funzionalità e di minore, e di massimo
decorativismo e ‘barocchismo” o minore;
sino al momento in cui, duemila anni fa, la
civiltà romana è apparsa di una tale vastità
e importanza, anche geografica, da richiedere
più secoli e più “tempo” artistico per confi-
gurarsi e dissolversi; sino al momento in cui
il mondo moderno, sulle sue ceneri e su quelle
della società rinascimentale, si è espresso e
sviluppato con maggiori traumi, e con trage-
die sociali ed artistiche, più vaste.
Così la funzionalità dei vecchi simboli della
vita pratica di tutti i giorni si è andata can-
cellando sotto altri assunti di una mente umana
bblichi, . i di 2
del gusto nella pub-
blicità: il 1 messaggio pi pubblicitario tende oggi, per l'allargamento dei mercati e le maggiori
possibilità di scambio delle informazioni, a rivolgersi ad un pubblico sempre più vasto.
L’idea espressa dal messaggio è facilmente accessibile a lettori di lingue diverse.
sempre più complicata, sino alla grande con-
fusione dei giorni nostri: confusione di idee,
di aspirazioni, d’arte.
|
4. Oggi: influenza della pubblicità sull’arte
moderna
Tale confusione ha addirittura provocato,
nel settore dell’arte e della pubblicità, un cu-
rioso fenomeno. Se da una parte l’arte visiva
nei tempi moderni ha informato la forma della
pubblicità, com'era logico perché l’arte è forma
di intuizione creativa allo stato puro che deve
essere presente, per la sua storicità, come con-
quista formale nelle creazioni artistiche secon-
darie e paraartistiche, d’altra parte si è ultima-
mente giunti ad una influenza 4 rebowrs della
pubblicità sull’arte stessa. Se, insomma, il
razionalismo condusse alla tipografia ‘qua-
drata” (con annessi fenomeni d’ispirazione
olandese), se Robert e Sonya Delaunay per
esempio determinarono certe consuetudini
compositive negli afiehes, di estrazione plastica
con suggestioni surreali, oggi si assiste ad
un’influenza netta, nettissima, dei mass media
sui dipinti dei giovani artisti di New York.
E questo fenomeno, giunto laggiù al limite di
rottura, si va però diffondendo, con mille
sfumature, dappertutto, soppiantando l’espres-
sionismo astratto, il geometrismo, l’informale,
il realismo vecchia maniera.
Il fenomeno è chiaro nel suo corso storico.
Agli inizi della pubblicità intesa in senso mo-
derno (metà del Settecento: diffusione cre-
scente della stampa, inizio dei quotidiani,
stampati pubblicitari, insegne delle taverne e
dei negozi, marchi di fabbrica eccetera) l’arte
figurativa stava seguendo ormai una strada
— non priva di importanti risultati 4 /atere —
che l'avrebbe condotta direttamente alla tom-
ba se non fosse stata, per fortuna, immortale.
Pittura e scultura erano mestieri accademici e
le opere d’arte si avviavano ad essere deco-
rative prima che emozionali, “seguivano” cioè
la storia dell’umanità, diventando storia del
costume, anziché anticiparla, intuitivamente,
nei suoi grandi drammi. La pittura francese
del Settecento non anticipò certo la rivolu-
zione francese, mentre indubbiamente ‘Guer-
nica” di Pablo Picasso segnalò al mondo, che
doveva ancora recarsi a Monaco, il dramma
del nazismo incombente. L’arte come appan-
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Il manifesto di Codognato per la “Balilla”.
La 1400 vista da Giorgio De Chirico. La pubblicità Fiat oggi.
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Manifesto di Pirovano per la «M 20”, Pubblicità di Nivola per la «studio 42”. La pubblicità Olivetti oggi.
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Esempi di pubblicità IBM per il pubblico di lingua tedesca. La tipografia” e la grafica della pub-
blicità diventano sempre più internazionali seguendo l’universalizzazione dei prodotti industriali,
26
naggio di una é/fe di nobili era la situazione
del Settecento. Una storia popolare dell’arte,
anche se già tentata da alcuni, per esempio
dallo Hauser, non soddisfa ancora. Il punto
delicato riguarda proprio il problema della
storicità dell’arte in rapporto alle singole so-
cietà. Nell'Ottocento la ‘‘comunicazione’” vi-
suale non ebbe grande fortuna, nonostante le
apparenze. Il progresso, anzi il “Progresso”
con la P maiuscola, era un liquore entusiasman-
te che lasciava poco margine alle statistiche
sulla miseria. Invece l’arte e la pubblicità
prosperano quando una società è armonica,
democratica ed equilibrata: in due paesi to-
talitari, come la Spagna e l’Unione Sovietica,
la pubblicità non esiste ancora quasi se non
nelle forme più elementari.
La Rivoluzione Industriale e l’arrivo sulla
piattaforma della storia di nuove classi sociali
provocò l’urgente necessità di inforzzarle. Arte
e pubblicità andarono seguendo finalmente in
parallelo aspetti diversi di uno stesso fenome-
no drammatico. La pubblicità cercava con
molta fretta nuovi mezzi di comunicazione,
mentre l’arte andava consumando, con altret-
tanta fretta, i vecchi mezzi di comunicazione
formale, come stracci vuotati delle membra, e
sempre più intima appariva, nei risultati,
un’unione tra le due forme di espressione.
L’aspetto più vistoso di questo aggiornamento
dell’arte e della pubblicità con una storia che
appariva veloce e inesorabile non va ricercato
nei manifesti pieni di ottimismo che prece-
dono quelli di Henri Toulouse-Lautrec in tutta
la seconda metà dell’Ottocento, e neppure nei
dipinti di Manet o di Ingres, bensì proprio
Pablo Picasso: “Guernica”, 1937. Questo dipinto, ispirato
da un episodio della guerra civile spagnuola, il bombarda-
mento della città di Guernica (prima azione aerea contro
negli affiches di Toulouse, nei dipinti dramma-
tici di van Gogh, di Gauguin, di Cézanne.
La drammaticità dell’urgenza del problema: la
comunicazione immediata, ‘non mediata’,
istantanea, di un’emozione, di una comunica-
zione, andava trovando la sua soluzione nel
sodalizio dell’arte e della pubblicità. Le ariose
pennellate di Toulouse risolvevano già uno
dei principali problemi della pubblicità, quello
dell’immediatezza del segno e quindi del mes-
saggio ottico. Negli anni successivi, la vera €
propria rivoluzione artistica che si sviluppò
attorno ai temi del Cubismo, del Futurismo,
del Surrealismo e del Dadaismo, senza con-
tare i movimenti minori, mantenne all’arte
“pura” la palma di piena storicità, e cioè di
pregnante “attualità” che la tennero in alto,
nel paradiso dell’avanguardia, deil’intuizione
anticipatrice, dell’intelligenza e della fantasia
che dovevano informare e subordinare tutte
le forme minori d’arte, dall’architettura (se
forma “minore” è: certo non nei suoi capola-
vori) alla grafica pubblicitaria, dal cinema al
disegno industriale. Sarà questo il momento
d’oro dell’influenza vera e piena dell’arte mo-
derna sulla pubblicità: influenza di idee, di
forme, come andremo rapidamente illustrando
più avanti e nella puntata successiva.
Il manifesto che annunciava la mostra di
Picasso a Milano nel ’52, riproducente, in
grande formato, ‘Guernica”, era, istruttiva-
mente, più avanzato pubblicitariamente di
quasi tutti i manifesti, studiati da specialisti
della grafica e della pubblicità, che comparivano
sui muri di Milano in quello stesso momento.
Successivamente l’arte figurativa ha cono-
una popolazione civile usata come strumento sistematico
della guerra moderna), è un esempio ormai classico di
un’opera d’arte che assume il valore di un “manifesto”.
sciuto un momento di incertezza; i dipinti,
dalla disciplina picassiana o dalle fantasmago-
rie di Mirò, sono decaduti alle forme imprecise
di un linguaggio sempre meno “storico”. Si
è giunti all’ inforzze/ di Fautrier, agli esibizio-
nismi di Mathieu, al ricupero di Wols. Le me-
ritorie eccezioni di un Burri nettamente cubi-
steggiante con materiali moderni, di un Du-
buffet che tentava di rielaborare i moduli lin-
guistici, di un Pollock che si bruciava in una
rottura totale formale, non rialzavano le sorti
di una situazione.
Nel frattempo gli chboes emozionali passavano
al settore della pubblicità, non più a rimorchio,
ma questa volta in anticipo. La segnaletica
stradale diventava più aggressiva e perfetta,
le bibite elaboravano marchi, come quelli
“Coca Cola” e “Pepsi Cola” perfetti, il mondo
dell’automazione nelle grandi città, come New
York, subordinavano sempre più il comporta-
mento della massa, costretta ad apprendere,
condizionarsi ed ubbidire. Noi tutti venivamo
non più chognés da un nuovo dipinto di Pi-
casso, bensi dal trauma di una forma di
design o di una scritta sull’asfalto. Da questa
situazione, che ora molti avversano ciecamente,
e che invece va appoggiata perché storicamente
con tutte le carte in regola, è nata la famige-
rata, famosa, “pericolosa” pop ar, che gravita
a New York ed a Los Angeles attorno alle
gallerie Leo Castelli, Green Gallery, Allan
Stone, Martha Jackson, Stable Gallery.
Ma stiamo correndo troppo. Converrà ora
cominciare tutto da capo e tornare al nostro
Henri de alla vérifable
influenza dell’ arf# moderna sulla pubblicità.
Toulouse-Lautrec e
Picasso ha saputo esprimere l'orrore e l'angoscia suscitati
dal bombardamento con un linguaggio più avanzato di
quello usato dai tecnici della comunicazione pubblicitaria.
I libri dell’Italsider
L'uomo
l’universo
la scienza
Diciotto famosi scienziati, uomini che hanno dedi-
cato, in vari campi, la loro vita ad allargare i confini
del sapere, sono gli autori del quarto ‘Libro dell’ Ital-
sider” che viene distribuito in questi giorni a tutti i
38.000 lavoratori dell'azienda.
“L'uomo, l'universo, la scienza” è un panorama
delle conoscenze scientifiche contemporanee ed un’opera
di divulgazione originale nella sua rigorosa e chiara
impostazione,
Solo apparentemente si stacca dai tre volumi preceden-
ti : in realtà non solo li completa ma contribuisce in modo
esemplare a dare l'avvio ad un nuovo tipo di biblioteca
o di moderna enciclopedia che non potrà non trovare
una sua sistemazione più ampia e definitiva in maniera
veramente armoniosa ed organica.
Dopo i racconti di autori italiani contemporanei
ispirati al mondo del lavoro, dopo le pagine degli
scrittori italiani del Risorgimento riportate anche a
ricordo del centenario dell'unità italiana, dopo il vo-
lume sul teatro che ha riunito diverse espressioni tipiche
di vari luoghi ed età, questa raccolta dei problemi
attuali della scienza costituisce il naturale sviluppo di
una cultura di massa che, se normalmente parte dalle
ragioni narrative, è obbligata a sostare nel dominio
tecnico-scientifico che ha sì larga parte nella vita di
ciascuno e di tutti. Del resto un grande complesso in-
dustriale e tutti coloro che vi vivono e vi operano,
vivono ed operano in un ambiente direttamente o indi-
rettamente determinato dal progresso scientifico e
tecnico, respirano un'aria che è pur essa satura di
nozioni e di informazioni che partono dalla scienza.
Questo volume aiuta così a prendere coscienza del-
l’attuale stadio di conoscenze, vuole essere una sintesi
di ciò che occorre sapere, una finestra aperta su un
mondo destinato a non essere più dominio riservato di
pochi ma patrimonio comune di tutta l'umanità. Per-
ciò l'aspetto più importante di quest'opera è l'incontro
di decine di migliaia di lavoratori dell’Italsider con
alcuni fra î maggiori esponenti europei della scienza e
della tecnica. Gli insigniti del premio Nobel, gli acca-
demici dei Lincei, i titolari di cattedra delle maggiori
università di Furopa che hanno accolto l'invito a
collaborare a questa raccolta hanno scritto un loro
messaggio ai lettori dell’Italsider per consentire che
l’incontro si trasformasse in un dialogo ove ogni di-
stanza è colmata dal desiderio di rendere la scienza
comprensibile a tutti e dal bisogno di tutti di conoscere
dalla viva voce degli interpreti massimi il significato
e la portata delle scoperte scientifiche. Questo concerto
di diciotto voci, tutti solisti insigni, è così una testi-
monianza di come gli uomini di scienza sappiano tra-
mandare all'intelligenza delle masse i risultati —
così spesso poco comprensibili — delle loro più alte
ricerche, e al tempo stesso la prova che la conoscenza
scientifica costituisce ormai per tutti un modo fonda-
mentale per spegnere l’inesauribile sete di sapere di
tutti. È dunque un inno — da parte di chi queste
pagine ha scritto come da parte di chi le leggerà —
alle immense capacità dello spirito umano.
Il volume si apre con uno sguardo sull'universo,
sulle ipotesi più recenti circa la sua origine, sviluppo
e limiti, e sulle conoscenze che ne abbiamo. “Otto mi-
liardi di anni fa” è stato scritto da Giorgio Abetti,
accademico dei Lincei, uno dei massimi astronomi vi-
venti. La nascita della terra è argomento del secondo
capitolo elaborato da Roberto Malaroda, ordinario di
geologia all'università di Torino. Vi si traccia un
bilancio di ciò che sappiamo sul nostro pianeta, sulla
sua formazione e sulla sua attuale struttura. Piero
Leonardi, ordinario di geologia all'università di Fer-
rara, tratta invece dell'origine e della apparizione
della vita, delle teorie sulla evoluzione della specie e
sul suo significato.
Il premio Nobel 1953 per la chimica, Hermann
Staudinger, illustra i segreti e i problemi della materia
vivente mentre Achille Dogliotti, ordinario di clinica
chirurgica all'università di Torino, parla della ‘‘Mac-
china del corpo umano” e della prospettiva che la
chirurgia attuale offre all'uomo con la possibilità di
sostituire temporaneamente 0 in modo permanente
organi e funzioni. Ad un altro premio Nobel, Daniele
Bovet, lo scienziato italiano che ebbe l'altissimo rico-
noscimento nel 1057 per la medicina, è spettato il
compito di spiegare cosa faccia oggi la scienza per
prolungare la vita umana : progressivo debellamento
delle malattie, immunologia, nuovi medicinali, lotta
contro l'invecchiamento, sono i suggestivi temi di questo
capitolo. Segue l'esposizione di problemi altrettanto
interessanti : quelli del codice della vita e delle leggi
dell’ereditarietà. L'argomento è affrontato da uno dei
“grandi” della chimica moderna, Max Perutz, premio
Nobel 1962, lo scienziato che ha studiato il DNA,
l'acido deossiribonucleico che presiede ad alcuni pro-
cessi fondamentali della vita, e individuata la complessa
struttura.
Due capitoli sono dedicati poi alla psiche umana.
Florin Laubenthal, primario della clinica neuropsichia-
trica di Essen, tratta delle funzioni psichiche e del
meccanismo della psiche, dibattendo i problemi del-
l'inconscio, del subconscio, del condizionamento dei
riflessi. Gaetano Benedetti, professore di psicoterapia e
psicoigiene all'università di Basilea, fa a sua volta il
punto sui risultati raggiunti dalla psichiatria oggi, con i
nuovi metodi per la cura della psiche e delle sue malattie,
affrontando anche la delicatissima questione relativa
alle possibilità di interferire sulla psiche e di deter-
minarla.
Gustavo Colonnetti, accademico dei Lincei e pre-
sidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dibatte
i problemi dell'automazione nei suoi riflessi. economici
e sociali, mentre Albert Ducrocq, direttore della So-
cietà Francese di elettronica e cibernetica, tratta delle
L’UOMO
L'UNIVERSO
LA SCIENZA
EDINDUSTRIA EDITORIALE. ROMA
27
più recenti branche della scienza applicata : ricerca
operativa, programmazione, informazione.
“Il pensiero cibernetico” è il significativo titolo del
capitolo nel quale Grey Walter, direttore del reparto
fisiologico del Burden Neurological Institute di Bristol,
espone le teorie sulle possibilità e prospettive di ricostrui-
re meccanicamente le facoltà umane e traccia una sintesi
dell'origine e dello sviluppo della cibernetica. Leopold
Infeld, titolare della cattedra di fisica teoretica ai-
l’università di Varsavia, illustra quindi i nuovi con-
cetti che stanno alla base della fisica moderna : la
relatività, i “quanti”, il principio di indetermina-
zione, la probabilità.
La costituzione della materia, le particelle elemen-
tari, le scoperte alle quali è giunta la fisica moderna
seguendo nuove strade e nuove teorie, vengono illu-
strate da Pascual Fordan, professore di fisica teoretica
all'università di Amburgo. Delle applicazioni conse-
guenti a tali scoperte parla Antonio Carrelli, ordinario
di fisica sperimentale all'università di Napoli, mentre
Enrico Crepaz, ordinario di chimica industriale al-
l'università di Padova, passa in rassegna i prodotti
della chimica applicata, dalle materie plastiche alle
fibre sintetiche.
Non poteva mancare, in questa rassegna della scienza
contemporanea, un capitolo dedicato all’astronautica.
Esso è dovuto a Luigi Broglio, preside della scuola di
ingegneria aeronautica dell'università di Roma. Il libro
si chiude con un saggio di Maurice Waynbaum, del
commissariato francese per l'energia atomica, che in-
dica le vie aperte all'uomo nello sfruttamento delle
ricchezze terrestri, che gli consentiranno di far fronte
all'enorme accrescimento della popolazi liali
Nato come opera di divulgazione, il volume sarà
certamente assai utile anche come testo di consultazione.
Esso contiene infatti oltre a numerose illustrazioni, a
schemi e tavole a colori, alcune appendici : un glossa-
rio dei termini scientifici e tecnici usati dai vari autori,
l'elenco dei premi Nobel dal 1001 ad oggi e una cro-
nistoria delle scoperte scientifiche che consentirà al
lettore di seguire le tappe più significative della scienza
nell'ultimo secolo.
Il volume viene distribuito, oltre che al personale
dell’ Italsider, anche a quello di altre due aziende : la
Cementir anch'essa del gruppo Finsider e la C.A.
P.0.L.0., una ditta di Montecchio Emilia, nostra
cliente, che già lo scorso anno volle offrire in omaggio
ai propri lavoratori il volume ‘Cinque modi per cono-
scere il teatro”.
I colori
del ferro
Chi segue la nostra rivista ricorderà certe pagine
di tanto in tanto dedicate ad illustrare le suggestioni
dei “colori del ferro” : microfotografie, rottami, mine-
rali, prodotti. Ora quelle immagini sono state raccolte
ed ordinate in un volume dallo stesso titolo insieme a
molte altre scelte tra centinaia di fotografie, quasi
tutte d’archivio* riprese da vari autori per scopi di-
versi.
Sono tutte legate da qualcosa di comune : una forma,
un segno, un simbolo. È « un tentativo di inventariare
lo sterminato campionario offerto ai nostri sguardi
dal mondo del ferro», uno stimolo ad una interpreta-
zione visuale e ad una riqualificazione estetica di se-
gnali oggetti e colori fra i quali si svolge la vita del-
l’uomo.
Tutte le illustrazioni sono accompagnate da essen-
ziali commenti tecnici curati da Gino Papuli.
e Chi sfogliasse questo libro senza aver posto atten-
zione al titolo e senza leggere le didascalie sotto ogni
riproduzione, penserebbe di trovarsi di fronte al cata-
logo di una mostra d’arte contemporanea è, scrive
Umberto Eco in un accurato saggio introduttivo. E
nota che proprio per questi motivi l’opera « si inserisce
in un nodo di problemi tipico dell’arte contemporanea
e ne dà un'appassionata documentazione ». Di questo
nodo di problemi Eco mette in luce due filoni maestri :
l’importanza estetica per l’arte moderna della ‘‘mate-
ria” e la poetica dell’ “oggetto trovato”. Queste sono
interpretazioni di aspetti di una civiltà industriale,
conclude lo scrittore, civiltà che per definizione è
arida e impoetica,
Un’arte che ci insegni a vedere queste presenze
con occhi diversi ci può consentire momenti di riappa-
cificazione con le cose, momenti che diverrebbero morbo-
si per chi vi dedicasse tutta una vita ma che pos-
sono risultare fecondi per chi ne faccia, come se ne
deve fare, ‘pause immaginative”’, ampi respiri della
fantasia che riprende fiato, stimoli ad una riflessione
e ad un giudizio.
Lamiera di protezione, macchiata di smalto rosso. Nelle
officine degli stabilimenti siderurgici vi è sempre una
certa abbondanza di lamiere come questa, adibite a
compiti modesti: piattinatura del pavimento, riparo dal.
l'irraggiamento dei forni, delimitazione di aree perico-
lose, A volte accade che l'improvvisa necessità le distolga
dal loro usuale impiego per destinarle a disparate fun-
zioni di emergenza (fotografia di Paolo Monti).
II laser
A soli tre anni dalla sua scoperta il laser inte-
ressa la metallurgia e la chirurgia, la scienza
delle telecomunicazioni e in gran segreto anche
i militari.
Abbiamo chiesto ad Alberto Mondini di illu-
strare per i nostri lettori questo nuovo strumento
per il quale si prevede una rapida e vastissima
applicazione in campi diversi.
Un raggio di luce che buca una lastra di
acciaio, anche in questi tempi di trionfi della
tecnica, è indubbiamente qualcosa di notevole;
se poi aggiungiamo che il foro si può prati
dell'ordine del cen-
addirittura del
micron, e che l’operazione richiede una mi-
nima frazione di secondo, allora è giustificato
che questo raggio di luce attragga l’attenzione
care con una precisione
tesimo di millimetro se non
degli esperti di metallurgia.
Questo
*gio di luce è quello del “laser”,
e la sua capacità di
non è che una delle tante manifestazioni della
sua potenza; ma esso non è soltanto dotato di
bucare lastre di metallo
forza bruta, è capace di compiere molte azioni
caratteristiche
cenerate da un oscillatore ben regolato e sta
delle onde elettromagnetiche
bilizzato su una frequenza costante, azioni e
prestazioni che invano si chiederebbero all’or-
dinaria luce del sole o delle comuni sorgenti
artificiali.
Sono passati poco più
Mair
an riuscì a realizzare pra-
primo laser, per mezzo di un
di tre anni da quando
Thé »dc re I I
ticamente il
cristallo di rubino sintetico capace di emettere
luce coerente e
monocromatica: monocroma-
tica vuol dire dello stesso colore, cioè della
stessa lunghezza d’onda; coerente vuol dire
che le vibrazioni venivano emesse regolar
mente, come l’onda portante di un segnale
radio. Il nome “laser” viene da Light Ampli
7 Stim Emission of Radi
vuol dire amplificazione della luce per mezzo
di emissione stimolata di radiazioni.
Il principio del laser è stato spiegato molte
, ,
ted
tion b) ion, che
“Spettri” di emissione di un laser GaAs (laser in gas di arseniuro di gallio)
ad immissione continua, Le curve indicano l'erogazione di luce infrarossa.
volte, ma una delle spiegazioni più convin
centi e chiare è senza dubbio quella data da
R. D. Engquist nella rivista Metal Progress, e
riportata sul bollettino tecnico Finsider del
marzo di quest'anno. E
gquist paragona la
amplificazione per emissione stimolata alla
fluorescenza; entrambi questi fenomeni si
fondano sul fatto che un atomo può trovarsi
a vari livelli di energia: ma questi livelli vanno
immaginati come degli scaffali con diversi
piani, senza possibilità di valori intermedi.
Normalmente gli atomi si trovano al livello di
energia più basso, ma se vengono eccitati
passano a livelli energetici più alti: da questi
livelli essi sono pronti a ricadere al livello zero
non appena, per un motivo qualsiasi, possano
liberarsi dei ener
“quanti” di gia immagazzi-
nati, emettendoli ad esempio sotto forma di
radiazione elettromagnetica. Nella fluorescenza
av viene questo: un fc tone, cioè un quanto di
luce, eccita l’atomo, portandolo ad un livello
energetico superiore; l’atomo emette un altro
fotone, e ritorna allo stato non eccitato. Nel
l’uso pratico si sfrutta una particolarità della
fluorescenza, e cioè il fatto che la luce emessa
è sempre di lunghezza d’onda maggiore di
quella della luce eccitatrice; così una sorgente
ultravioletta può produrre luce visibile, e que-
sta si utilizza sia per l’illuminazione, sia per
fonti di ultraviolette.
Nell’amplificazione invece l'emissione dei fo
rivelare le emissioni
toni viene stimolata per mezzo di una vibra-
zione elettromagnetica che ha la medesima
frequenza del fotone che l’atomo è in grado
di emettere. Così, se un fascio luminoso investe
l’atomo carico, fra tutte le lunghezze d’onda
che compongono quella luce, una sola viene
amplificata per l’addizione del fotone, di cui
si arricchisce e col quale esce in fase.
Affinché il principio del laser possa venire
applicato con efficacia è necessario disporre di
un ambiente entro il quale gli atomi raccolg
no l’eccitazione di un’ampia gamma di vibra-
zioni, e non di quella sola che ha la frequenza
dei fotoni che in un secondo tempo gli atomi
dovranno emettere. Le novità nella tecnologia
dei laser sono appunto costituite da tutti i
diversi materiali impiegabili, da cui nascono
Vi è il rubino sin-
tetico, costituito da una massa cristallina di
sesquiossido di alluminio (Al, O) contenente
tanti diversi tipi di laser.
l’uno per cento di sesquiossido di cromo
(Cr,0;). Vi è poi il laser a gas in cui, variando
il gas o la miscela dei gas, si può ottenere
entro certi limiti la frequenza desiderata; vi
sono i laser a liquido (esempio, nitrobenzene),
che si servono di un laser a rubino per eccitare
l'emissione spontanea in vari liquidi organici.
30
laser
a rubino
——____——-
| lampada
ni —_ flash
| S È 5 a spirale
alimentazione Ù
di energia |
<>
| 1 lente
|
|
Aa
cellula
riempita
di benzene
|
lastra
fotografica
L_ frequenza
pu fr
/ / i rosso fondamentale
arancione
giallo
verde
sopra: l’effetto “raman laser” viene creato mettendo a
fuoco un pennello di luce laser in una cellula contenente
benzene e registrando il risultato direttamente su una
lastra. La frequenza del pennello laser è spostata verso
il basso e verso l’alto da multipli della frequenza di
vibrazioni molecolari del benzene. Lo spostamento verso
il basso dà luogo a frequenze di infrarossi non riportate
sulla lastra colorata. Lo spostamento verso l'alto di
1, 2,3 e 4 multipli della frequenza di vibrazioni mole-
colari produce rispettivamente anelli di colore rosso, aran-
cione, giallo, verde.
qui a fianco: laser a gas elio-neon ad emissione continua
nel visibile realizzato nei laboratori del CISE (Centro
Informazioni Studi Esperienze) di Milano.
o o o o o o o o o o o o
o “o ° o o o ° onto ° ° o
VU(O(OUUOAMANANMANS
schermo direzionale chiuso (specchio)
o o . o
° o
°
o
°
XT)|yvwv*v|Yyyv&'
schermo direzionale aperto
%
Olin IO $
I
T
o
|
0
|
C—* Sant.
LI
LI © ©
STILI
sopra: il laser a rubino ad impulsi giganti impiega uno schermo direzionale allo scopo di ritar-
dare la sua azione fino al raggiungimento di un certo grado di eccitazione degli elettroni. Prima di
inserire la luce (a), gli elettroni del cristallo di rubino sintetico non sono eccitati (circoletti vuoti).
La luce (freccie in b- e c-) eccita gli elettroni (circoletti pieni). Se un fotone colpisce un altro
elettrone eccitato, esso stimola un'ulteriore emissione. Questa stimolazione è limitata al periodo in
cui si tiene aperto lo schermo (d). I fotoni che si spostano in direzione esattamente parallela al-
l’asse longitudinale del laser vengono riflessi avanti e indietro fra le due superfici a specchio stimo-
lando una cascata” di fotoni. La cascata culmina in un pennello coerente di luce che attraversa lo
specchio parzialmente argentato con una intensità di milioni di Watt (da Scientific American”).
Vi sono laser che impiegano materie plastiche
nelle quali vengono infusi materiali adatti,
come ad esempio l’europium; e vi sono i laser
del tipo dei semiconduttori, o ad iniezione,
dai quali si spera di ottenere molto.
Il laser apre alla tecnica elettronica un campo
di frequenze che fino ad ora veniva utilizzato
scarsamente O affatto;
tutti sapevano che le onde della luce, visibile
non veniva utilizzato
e invisibile, sono della stessa matura di quelle
usate per la radio, la tv, il radar eccetera, ma
mancavano per passare alla loro pratica utiliz-
zazione come onde elettromagnetiche due es-
senziali ferri del mestiere: un oscillatore capace
di produrre onde coerenti con stabilità di fre-
quenza, e un amplificatore.
diritto ad
A questo punto il lettore ha una
spiegazione: può ben domandarsi se ogni
volta che noi accendiamo una candela, una
lampadina, o un fiammifero non produciamo
delle onde luminose; è vero, le produciamo,
ma esse non sono coerenti. Ricorriamo al so-
lito esempio del sassolino buttato nella vasca,
col quale si inizia la spiegazione dei misteri
di radiotecnica: le onde emesse da un oscil-
latore a valvola sono come quelle generate
nella vasca da un sassolino lanciato nel centro,
cioè si dipartono dal centro, ordinate, e vi
no in-
sassolini, avviene nella
giano rispettando la fase. Se noi lanc
manata di
vece una
vasca una specie di tumulto: le onde si acca-
vallano, interferiscono fra loro, non sono più
“coerenti”, ed è proprio questo che accade
con le comuni sorgenti di luce.
Per la
laser è ciò che fu il triodo per le frequenze
gamma delle frequenze ottiche il
più basse, cioè la chiave che apre un forziere
dove sono custodite illimitate ricchezze. Lee
de Forest, quando nel 1903 scoperse il triodo
(che chiamò
lion), cercava essenzial mente
un rivelatore di segnali; gli ci vollero anni
per accorgersi che aveva trovato qualcosa di
molto più importante, la base su cui è nata
l'elettronica. ©
Théodore Maiman mise in funzione il primo
rubino lavorando sulla traccia di uno
studio di Charles H. Townes e Arthur Schaw-
laser a
low. Townes nel 1951 aveva scoperto e rea-
lizzato il “#maser”’, che sfrutta l’emissione stimo-
lata di radiazione per l’amplificazione non già
della luce, ma di microonde. Townes si rese
presto conto che quel principio avrebbe potuto
lavoro,
estendersi anche alla luce, si mise al
insieme al cognato
enel 19
Schawlow,
pubblicò,
la memoria che abbiamo sopra ri-
cordata: il campo era interessante e ricco, molti
a sinistra: un rag;
da un laser a gas elio-neon, sviluppato dai laboratori della Bell.
I pennelli di luo
ticolarmente ada
Tali pennelli hanno una frequenza talmente elevata ed una
stabilità tale che uno solo di essi può teoricamente convogliare
milioni di messaggi telefonici oltre a tutti i programmi trasmessi
dalla radio e dalla televisione (da ,,Fortune”
rosso brillante di luce coerente viene espulso
sottili e ad onde continue dei laser sono par-
per |
mpiego come mezzo di comunicazione,
sotto: il laser a diodo a giunzione costruito dalla Nick Holonyak
and S, F. Bevacqua della General Electric Company, è stato
il primo apparecchio di questo genere in grado di operare nella
regione visibile dello spettro.
ricercatori partirono a caccia del laser, utiliz-
zando lo studio di Townes come gli esplora-
tori di terre incognite sfruttano mappe impre-
cise e vaghe, ma Î Fra
questi ricercatori, Maiman, che lavorava alle
applicazioni del radar in una fabbrica di aero-
plani, fu il primo a raggiungere risultati con-
creti. Ottenne dal suo cristallo di rubino, ec-
citato con ur
un raggio pulsante concentratissimo e potente;
pur sempre preziose.
a sorgente di luce lampeggiante,
e appena fu sicuro del successo diede le dimis-
sioni dal posto che occupava è si mise a la
vorare in proprio.
Sei mesi dopo la Bell, per merito del fisico
persiano Ali Javan, otteneva il suo laser;
non col cristallo di rubino, ma per mezzo di
un lungo tubo pieno di una mistura di elio e
Allora
l’intera industria americana, dalla I.B.M. alla
R.C.A., dalla
Rand, seguita, fianche
neon, con due specchi alle estremità.
General Electric alla Sperry
perry
riata, e a volte prece-
duta dai più famosi laboratori universitari, e
valga per tutti l'esempio del M.I.T., si gettò
sulle piste del laser come i cani sulle tracce
della volpe.
Le prospettive erano e sono allettanti: i più
ottimisti hanno parlato di un affare per un
miliardo di dollari nel 1970. E questo perché
a
>
»
Due laser realizzati nei laboratori del CISE. sopra: laser a rubino. Una lampada flash a spi-
rale circonda la barretta del cristallo sintetico. sotto: un altro tipo di laser a rubino monta-
to con lampada flash lineare. La barretta di rubino è collocata nei due fuochi di un ellisse.
il laser è un mezzo dai molteplici usi: il mi-
tico “raggio della morte” su cui si baloccano
gli scrittori dalla fervida fantasia sin dalla
scoperta dell’elettricità, non è mai stato così
vicino alla realtà come oggi dopo l’invenzione
del laser. Oltre a fornire un’onda portante,
modulabile, di altissima frequenza, e su una
vastissima gamma di frequenze, il laser offre
un raggio di luce concentrabile al massimo
grado; e ciò è facilmente comprensibile data
la possibilità di usare insieme sistemi propri
dell’ottica e sistemi propri della tecnica elet-
tronica su onde tanto corte.
Ma un raggio di luce concentrato, come ab-
biamo appreso sin da fanciulli accendendo i
fiammiferi e la paglia con un raggio di sole e
una comune lente d’ingrandimento, o magari
con gli occhiali della nonna, ha in sé una certa
potenza. Sugli impieghi militari si fa un certo
lavoro, e pare siano riusciti ad incendiare legna
e paglia a due miglia di distanza; dovrebbe
essere un’arma difensiva contro i missili, ma
c’è ancora molta strada da fare.
Invece in metallurgia, dove si lavora a distanze
minime, il raggio del laser serve a forare e a
saldare, ed avrà un suo campo di applicazione:
buca persino il diamante, con la sua concen-
trazione di dieci milioni di volts su un centi-
metro, per un tempo di dieci miliardesimi di
secondo. L’uso più ovvio che se ne può fare
in metallurgia è la saldatura per punti in me-
talli di elevata refrattarietà; e in questo caso
la brevissima durata degli impulsi è preziosa,
perché permette di non allargare la zona calda
che circonda il punto fuso, evitando così
ingrossamenti del grano. Come perforatore, il
laser fa un foro precisissimo e netto, perché
la concentrazione momentanea di milioni di
calorie fa evaporare il metallo della ristretta
zona colpita.
La futura carriera del laser in metallurgia,
tranne applicazioni eccezionali, dipende dal
rendimento che raggiungerà e dal costo di
produzione; il rendimento pare destinato ad
aumentare, e i costi a scendere man mano che
si diffonde la conoscenza di questa nuova
tecnologia.
Onde non ci sembra azzardato prevedere
per questo raggio ultrapotente un campo di
applicazione dapprima ristretto, ma in seguito
sempre più vasto; tanto più che la metallurgia
si gioverà in questo caso di tutto l’enorme
lavoro fatto negli altri campi, quali quello
delle telecomunicazioni, dei radar, dei “giro-
scopi” fatti di luce, della chirurgia: poiché se
è dubbia l’utilizzazione del laser come raggio
mortale, è certo il suo impiego come raggio
risanatore, per fare fori, tagli e saldature nel
corpo umano.
E gli scienziati pensano al laser come ad
un prodigioso strumento di indagine, che per-
metta loro di osservare ciò che accade dentro
una cellula vivente, o di seguire la sorte di
una molecola di proteina impegnata in un
complesso esperimento biologico. Una luce
potente per vedere più addentro nei misteri
del microcosmo; anche questo potrebbe essere
il nuovo congegno, di cui con ragione tanto
si parla e si scrive.
L’automazione dei dati aziendali
Trasmissione e
rilevazione dei dati
Abbiamo analizzato nel precedente articolo (n. 4 della rivista)
i tre livelli di elaborazione dei dati aziendali ottenibili con: 1) mac-
chine da tavolo e macchine contabili; 2) macchine meccanografiche
per l’elaborazione in serie dei dati; 3) sistemi elettronici.
In particolare è stato messo in evidenza come l’impiego di sistemi
elettronici dia ampie garanzie sulla rispondenza della nuova tecnica
elaborativa alle esigenze di esattezza, tempestività, economia richieste
dalle moderne strutture organizzative.
Vediamo in questo secondo articolo come non basti disporre di
macchine di elaborazione perfette e velocissime per assicurare la più
efficiente utilizzazione dei dati aziendali.
Se osserviamo lo schema del flusso dei dati dalla loro sorgente
al calcolatore elettronico, (figura 1) vediamo che normalmente il dato
originario, una volta rilevato su un documento, viene trasmesso ad un
ufficio con funzioni di controllo e di codifica, e successivamente in-
viato al centro di elaborazione dove, prima di essere introdotto nel
sistema elettronico, viene registrato su schede perforate con operazioni
di perforazione e verifica.
Ne risulta che il tempo occorrente perché il dato dal suo centro di
rilevazione giunga al sistema elettronico è notevolmente superiore al
tempo che questo impiega per la elaborazione.
Ad una elevatissima velocità elaborativa si contrappone quindi
una lenta trasmissione delle informazioni che annulla buona parte
dei vantaggi conseguibili con l’adozione dei sistemi elettronici.
Per rendere efficiente l’intero sistema informativo aziendale
occorre che, insieme al perfezionamento dei sistemi di elabora-
zione, si promuova un armonico sviluppo anche nelle tecniche e nelle
metodologie di rilevazione dei dati elementari e della loro trasmissione
al calcolatore elettronico.
Gli obiettivi ai quali si deve tendere per eliminare l'anomalia sopra
indicata sono i seguenti:
A) lettura diretta dei documenti con eliminazione della fase di per-
forazione delle schede;
8) eliminazione degli uffici intermedi destinati al controllo ed alla
codifica dei documenti;
Cc) tempestiva trasmissione delle informazioni;
D) rilevazione dei dati primari su supporto intelleggibile dal sistema
elettronico.
Esaminiamo in dettaglio i punti sopra elencati:
A) Lettura diretta dei documenti con eliminazione della fase di per-
forazione delle schede (figura 2),
Le apparecchiature oggi esistenti sul mercato in grado di risolvere
il problema sono di tre tipi:
1) lettori magnetici di documenti
2) lettori ottici di documenti
3) macchine contabili con perforatore di nastro di carta.
I primi due tipi permettono la lettura diretta del documento da
parte di un sistema elettronico.
Le apparecchiature del terzo tipo originano, contemporaneamente
alla compilazione di un documento, un supporto intelleggibile dal
sistema elettronico, costituito da una striscia continua di carta dove
le informazioni vengono registrate mediante perforazioni.
33
I lettori ottici leggono i caratteri che possono essere scritti con
una comune macchina per scrivere. La lettura avviene decomponendo
la zona di registrazione di ciascun carattere in una serie di quadrati
ed esplorando ad uno ad uno tali quadrati con un raggio catodico:
questo subirà una diversa riflessione a seconda che il quadrato esplo-
rato sia bianco o contenga un tratto nero di scrittura (figura 3). Questo
diverso comportamento del raggio catodico permette al calcolatore di
ricostruirsi sulle sue memorie una immagine simile a quella del ca-
rattere scritto sul documento. Questa immagine viene confrontata con
una serie di “matrici tipo” (una per ciascun carattere) fino a che, trovan-
do identità tra le due, si riconosce il carattere stampato sul documento.
I lettori magnetici leggono invece documenti che debbono essere
scritti con macchine aventi caratteri speciali (figura 4). I caratteri magne-
tici, pur mantenendo i contorni dei simboli numerici o alfabetici tra-
dizionali, sono composti da campi magnetici che originano impulsi
esaminabili ed interpretabili automaticamente dal calcolatore.
L’uso di entrambe le apparecchiature sopra descritte è limitato
oggi alle procedure che prevedono la lettura di grandi volumi di do-
cumenti omogenei e l’ordinamento dei documenti stessi. I lettori
ottici e magnetici hanno infatti anche la possibilità di selezionare i
documenti. Tipica applicazione di queste macchine è quella relativa
agli assegni bancari già molto sviluppata negli Stati Uniti d’ America
ed in Inghilterra.
Le macchine contabili con perforatore di nastro di carta trovano
invece applicazione quando il dato originario debba subire una prima
semplice elaborazione in periferia prima di essere inviato al centro
di elaborazione.
In questo caso la macchina contabile assolve al compito di pre-
elaborazione del dato e fornisce come sottoprodotto gratuito un sup-
porto di informazioni, la banda perforata, che può essere direttamente
letta da un sistema elettronico.
Possiamo concludere che per quanto riguarda il trasferimento
diretto dei dati da un documento umano al sistema elettronico, oggi
esistono soluzioni particolari al problema, non generalizzabili.
B) Eliminazione degli uffici intermedi destinati al controllo ed alla
codifica dei documenti
Il problema può essere risolto:
— delegando i compiti di codifica ai centri di rilevazione
— affidando al sistema elettronico tutti i possibili controlli sul dato.
Vedremo più avanti come i nuovi mezzi di rilevazione dei dati
offrano una soluzione al primo punto.
Soffermiamoci ora ad esaminare quali controlli possono essere
affidati al sistema elettronico (figura 5); oltre a quelli specifici di ogni
procedura, ne possiamo esemplificare alcuni a carattere generale:
1) controlli di ridondanza
Sono possibili quando, oltre alle cifre che caratterizzano il dato,
se ne aggiungono altre con funzioni di controllo. Per esempio, un
codice numerico di 5 cifre che individua un cliente si completa con
una sesta cifra ottenuta mediante una operazione aritmetica sulle pri-
me 5. Il codice diventa di 6 cifre di cui 5 significative ed una di con-
trollo. Il calcolatore può così sviluppare ogni volta il calcolo sulle
prime 5 e confrontare il risultato con la sesta, la non eguaglianza met-
terà in evidenza un errore di codifica che verrà segnalato dal calcolatore.
Un altro controllo di questo tipo consiste nell’immettere nel cal-
colatore una serie di dati, esempio, i pesi dei prodotti di una spedizione,
accompagnati dal loro totale. La macchina sarà in grado di ricostruirsi
il totale, confrontarlo con quello ricevuto ed evidenziare le anomalie,
2) controlli di completezze
Consistono nel definire alcune regole quantitative che caratteriz-
zano una serie di dati e nell’affidare al calcolatore l’esame sulla rispon-
denza del dato a tali caratteristiche.
Se, ad esempio, si predispone una numerazione progressiva dei
buoni di prelevamento da magazzino o si organizza una segnalazione
alla macchina dei buoni annullati, il sistema elettronico potrà indivi-
duare i numeri dei documenti non pervenuti ed evidenziare la perdita
di un documento.
Oppure, una volta stabilito che le cifre di un certo codice vanno
da coco a 999, se la registrazione verrà effettuata con l’accorgimento
34
î P,
ei
ura 1
SCHEMA DEL FLUSSO DEI DATI DALLA SORGENTE AL SISTEMA ELETTRONICO
Il tempo occorrente perché i dati giungano dal centro di rilevazione al sistema elettronico è note-
volmente superiore al tempo che questo ultimo impiega per la loro elaborazione. È questa upa
lia che va eli con l’ad di opportune tecniche e metodologie.
figura 3
SCHEMA DEL FUNZIONAMENTO DEL LETTORE OTTICO A RAGGI CATODICI
Ci ‘e viene
P
U
mM.
= 0
di anteporre sempre gli zeri non significauvi 002 e non 2) il calcolatore
potrà segnalare l’eventuale mancanza di una cifra del codice.
3) controlli di ampiezza
Possono essere effettuati quando una certa classe di dati è esprimi-
bile da cifre comprese in un certo intervallo.
Per esempio, il sistema elettronico potrà controllare che le ore nor-
mali lavorate giornalmente da un dipendente siano comprese tra o e 8,
oppure che i giorni di ferie effettuati da un dipendente siano conte-
nuti entro i limiti massimi previsti dalla sua categoria e dalla sua an-
zianità di servizio.
Gli esempi sopra citati dimostrano come sia effettivamente possi-
bile affidare al sistema elettronico una serie di controlli formali.
È d’altra parte evidente che alcuni controlli di merito non potran-
no mai essere affidati alla macchina: in questo caso però sarà sempre
auspicabile effettuarli sui risultati forniti dal calcolatore evitando di
interrompere, con una fase di controllo intermedia, la rapida trasmis-
sione dei dati dalla loro fonte di origine al sistema elettronico.
in una serie di quadrati che risulteranno bian.
chi o con tratto nero di scrittura. Il calcolatore ricostruirà poi sulle sue memorie una immagine si.
mile a quella del carattere scritto sul documento e la confronterà con +matrici” tipo, riconoscendola.
rn È
= di cel
| D |
sistema elettronico
lettore ottico
dati base (9)
D PESA
QD
macchina. contabile
con perforat, di banda
figura 2
SISTEMI DI LETTURA DIRETTA DEI DOCUMENTI MEDIANTE L’ELI-
MINAZIONE DELLA FASE DI PERFORAZIONE DELLE SCHEDE
La macchina ,,legge” direttamente i dati. Tre sistemi sono qui illustrati:
a) lettura magnetica che si realizza usando caratteri scritti con una mac-
china speciale; b) lettura ottica mediante uno speciale apparecchio a raggi
catodici che può ,,leggere” i caratteri scritti con una comune macchina
dattilografica; c) macchina contabile con perforatore di nastro di carta:
con questo sistema nello stesso momento in cui si compila il documento si
crea un supporto intelleggibile dal sistema elettronico (una striscia di carta
perforata),
figura 4
SERIE DELLE CIFRE MAGNETICHE SCRITTE CON CARATTERI SPE-
CIALI PER LA LETTURA MAGNETICA
Come si vede da i molto ingrandite, ci. è
composto di sette bande verticali ciascuna delle quali costituisce un campo
magnetico originante impulsi elettrici interpretabili dal calcolatore. Insieme
al sistema di lettura ottica, quella magnetica è largamente usata nel controllo
degli assegni bancari.
Il problema presenta due aspetti, uno organizzativo ed uno tecnico.
È innanzi tutto indispensabile organizzare un dinamico giro dei do-
cumenti che eviti le soste inutili (figura 6).
Quante volte un documento resta troppo tempo in attesa della fir-
ma del capo ufficio!
Quando poi la distinta tra la sorgente dei dati ed il sistema elet-
tronico è molto elevata, come nel caso di aziende articolate su più
punti di produzione e distribuzione geograficamente distanti, si rende
necessario un collegamento diretto nei due sensi, tra periferie e centri
di elaborazione.
Collegamenti di questo tipo sono già in atto da tempo negli Stati
Uniti dove hanno dato risultati del tutto positivi, e se ne sta diffon-
dendo l’uso anche in Italia.
Le apparecchiature per la trasmissione da e per il centro (tele-tra-
smissione) sono costituite da terminali trasmittenti in grado di leggere
dati registrati su schede perforate o nastri di carta perforati o nastri
C) Tempestiva trasmissione delle informazioni
dati
+ per le cifre del dato
5
ESEMPI DI CONTROLLI DI VALIDITÀ”
MEDIANTE SISTEMA ELETTRONICO
Questa tecnica serve ad eliminare le ope»
razioni intermedie destinate al controllo e
alla codifica dei documenti con evidente
guadagno di Per la spieg
dei vari tipi di controllo rimandiamo
all’articolo.
off - line
35
|
a
AA
CEST ad
è RISE 7
terminale terminale
(filo, ponti radio, guide d'onda, satelliti)
6
SCHEMA DI RAPIDA TRASMISSIONE DEI DATI TRA
UFFICI LONTANI
Mediante telescriventi, trasmettitrici e riceventi, possono
essere inviati con grande rapidità anche a grande distanza
dati registrati su schede o nastri perforati o magnetici.
La trasmissione può avvenire per ponte radio, per tele-
grafo e per telefono. Sono in corso esperimenti per uti-
lizzare a questo scopo anche satelliti artificiali.
sasso
Dosso
7
MEZZI PER LA RILEVAZIONE PERIFERICA DEI
DATI
Sono qui illustrati i sistemi di rilevazione manuale,
meccanica o amtomatica, Ciascuno di questi tipi di rile-
vazioni può essere: a) off-line (fuori linea), cioè com-
porta una registrazione intermedia prima che i dati
siano i i nel si elettronico; b) li (in
CECO linea), permette cioè la immissione diretta delle infor-
mazioni nel sistema elettronico mediante teletrasmissio»
ne. Per la spiegazione dei vari sistemi illustrati in que-
sta figura rimandiamo al testo.
Em
rilevazione automatica
e
©: @-®
magnetici e di inviarli lungo i normali canali di trasmissione (tele-
grafici, telefonici, ponti radio) a terminali di ricezione che ricevono
le informazioni dalle linee e le registrano su schede perforate o nastri
di carta perforati o nastri magnetici.
Le apparecchiature di questo tipo contengono anche circuiti di
controllo che garantiscono l’assoluta esattezza della trasmissione.
Per sottolineare l’importanza data da molte aziende a questo pro-
blema è forse opportuno accennare al fatto che esperimenti sono in
corso per utilizzare satelliti artificiali per collegamenti internazionali
di trasmissione dei dati.
D) Rilevazione dei dati primari su supporto intelleggibile dal sistema
elettronico
Ogni procedura presenta esigenze diverse di rilevazione dei dati
primari.
Possiamo schematizzare i vari sistemi di rilevazione come indicato
nella figura 7. Utilizzando termini inglesi ormai generalizzati nel
linguaggio dei tecnici di automazione, i sistemi di rilevazione si pos-
sono suddividere in due categorie:
— off-line (fuori linea), che comportano una registrazione inter-
media dei dati prima che questi siano immessi nel sistema elettronico;
— on-line (in linea), che permettono la immissione diretta delle
informazioni nel sistema elettronico, utilizzando sistemi di teletra-
smissione.
Con riferimento alla figura 7 esaminiamo i vari tipi di rilevazione
off-line:
a) rilevazione manuale off-line
È la più lenta e la meno razionale: consiste nel rilevare il dato su
un documento, nel sottoporre questo a codifica e nel registrarlo su
un supporto meccanografico mediante la perforazione di una scheda
o di un nastro di carta.
b) rilevazione meccanica off-line (figura 8)
un sistema molto interessante che comincia ad avere ampie ap-
plicazioni. È possibile adottarlo ogniqualvolta una informazione ri-
36
stazioni periferiche
tastiera manuale
|__ lettore di schede conte-
© menti i dati già predisposti
figura 8
RILEVAZIONE MECCANICA OFF-LINE
I dati si originano nelle stazioni periferiche e vengono
ti gistrati su sched grafich
sulta composta da una serie di elementi prevedibili a priori a comple-
tamento dei quali debbano essere aggiunti pochi dati variabili.
Possiamo anche dire che una rilevazione di questo tipo è possibile
ogniqualvolta si attua un consuntivo di un fatto precedentemente
già programmato. Facciamo alcuni esempi:
1) l’arrivo di un materiale è sempre preceduto da un ordine di
acquisto: la ricevitoria materiali, quindi, sa già in anticipo che deve
arrivare un certo materiale, in una certa quantità, da un certo cliente,
ad un certo costo. L’unico dato variabile della registrazione che avrà
luogo per prendere in carico quella merce sarà la effettiva quantità
che potrà non coincidere con quella ordinata o per scarti al collaudo
o perché l’intero quantitativo ordinato viene spedito frazionatamente.
2) l’attività 1 un operaio è normalmente programmata; se ne sta-
bilisce preventivamente la squadra di appartenenza, il turno di lavoro,
il posto di lavoro. La rilevazione delle presenze della manodopera
ha come dati variabili solo le eccezioni al programma (assenze, straor-
dinari, cambi di turno o di posto di lavoro).
3) la produzione di uno stabilimento, e quindi dei singoli reparti
produttivi, si sviluppa in base ad un programma di produzior.e. Per-
tanto l’addetto a rilevare la produzione di un treno a nastri sa già
quali rotoli (con quali caratteristiche e per quali clienti) saranno pro-
dotti in un certo turno: gli unici dati variabili della rilevazione sa-
ranno il risultato dell’ispezione che dirà se il rotolo è buono o da scar-
tare per certi difetti, ed il peso dei singoli rotoli.
Il sistema di rilevazione meccanica si compone di due fasi:
— la prima consiste nel registrare, attraverso elaborazioni preventive,
i dati prevedibili della rilevazione su schede perforate o altri speciali
supporti (spezzoni di nastro di carta o tesserine di plastica);
— la seconda consiste nella rilevazione vera e propria che viene effet-
tuata con speciali apparecchiature e con le seguenti modalità:
1) si inserisce in una finestrella della apparecchiatura la scheda
(o supporti simili) contenente i dati già predisposti;
2) si battono su una tastiera i dati variabili;
3) si rende operante tramite un tasto la registrazione.
L’apparecchiatura legge i dati della scheda perforata, vi aggiunge
quelli battuti nella tastiera, li completa con l’ora della registrazione
fornita da un orologio elettronico inserito nell’apparecchiatura, e
perfora il tutto su una scheda perforata o su un nastro di carta leggibile
direttamente da un sistema elettronico.
Così nel caso dell’arrivo di un materiale, si inserirà nella appa-
recchiatura la scheda perforata contenente i dati di riferimento che
era stata originata dal sistema elettronico al momento della emissione
dell’ordine, e si batterà sulla tastiera la quantità accettata. Come risul-
tato si otterrà il documento di entrata stampato automaticamente dal-
l’unità scrivente dell’apparecchiatura ed il supporto (scheda o nastro)
direttamente leggibile dal sistema elettronico.
I vantaggi di questo sistema di rilevazione possono così riassumersi:
|
— esattezza della registrazione data l’esiguità dei dati variabili battuti
manualmente;
— rapidità della rilevazione;
— eliminazione della fase manuale di perforazione e verifica delle
schede per l’inserimento dei dati nel sistema elettronico;
— facile razionalizzazione del flusso dei documenti dalla sorgente al
sistema elettronico che si riduce al trasporto ad ore prefissate delle
schede o nastri perforati dalle apparecchiature periferiche al sistema
elettronico.
c) rilevazione automatica off-line
È la più efficiente ma applicabile solo in casi particolari; consiste
nel prelevare i dati direttamente da strumenti di misura elettrici e,
attraverso opportuni apparecchi di decodifica dei segnali, nell’inviarli
a macchine perforatrici che li registrano direttamente su schede o
nastri di carta.
Il vantaggio essenziale di questa rilevazione è il suo completo auto-
matismo. Trova applicazione per la registrazione di dati provenienti
da apparecchi di pesatura (bilance, bilici) e per prelevare ad intervalli
regolari tutte le informazioni fornite dagli strumenti di misura di im-
pianti industriali a ciclo continuo, onde effettuare con l’aiuto di si-
stemi elettronici studi per la migliore conduzione degli impianti stessi.
Passiamo ora ad esaminare i sistemi di rilevazione on-line che han-
no la caratteristica, come abbiamo detto, di poter trasmettere le in-
formazioni, appena registrate, direttamente nel sistema elettronico
dove, a seconda della loro natura, potranno o essere registrate nelle
memorie di archiviazione o essere subito elaborate per fornire risultati
che permettono immediate decisioni operative.
d) rilevazione manuale on-line
È realizzata con tastiere, simili a quelle delle comuni macchine per
scrivere, tramite le quali è possibile immettere informazioni nel si-
stema elettronico a cui sono collegate con sistemi di tele-trasmissione.
Queste apparecchiature servono essenzialmente per interrogare a
distanza il sistema elettronico sulle situazioni contenute nelle memorie
di archiviazione. Battendo, per esempio, sulla tastiera il codice di un
prodotto si può ricevere dal sistema elettronico un messaggio, stam-
pato su di una macchina per scrivere, che evidenzia le quantità esistenti
a magazzino,
e) rilevazione meccanica on-line
È un sistema di rilevazione operativamente identico a quello mec-
canico off-line.
La differenza sta nel fatto che l’informazione, anziché essere regi-
strata su di un supporto intermedio, viene direttamente inviata al
sistema elettronico.
f) rilevazione automatica on-line
Valgono le stesse considerazioni esposte al precedente punto e).
Abbiamo visto che a fianco dell’inserimenwo nelle aziende dei mo-
derni sistemi di elaborazione automatica dei dati, nuove metodologie
si stanno affermando che risolvono i problemi di rilevazione e tra-
smissione delle informazioni in maniera adeguata alla velocità ela-
borativa offerta dai sistemi elettronici.
Questi strumenti offerti dalla tecnica aprono nuove affascinanti
prospettive nel campo dell’organizzazione aziendale.
Su questi “sistemi avanzati” di conduzione aziendale che l’Italsider
sta già sperimentando ci intratteremo nel prossimo articolo.
Il ferro
nel barocco
piemontese
FIFIRI
È abbastanza noto che l’arte del ferro battuto
conobbe fiorenti stagioni sin dalle più remote
forme di civiltà, costituendo successivamente un
fattore integrante dell’invenzione architettonica,
a partire dall’età tardo romanica.
Naturalmente, a seconda delle epoche o delle
aree culturali, i forgiatori di questo metallo
certe volte diedero maggiore importanza alle ri-
sultanti strettamente tecniche oppure lasciarono
prevalere le esigenze di ornamentazione estetica,
in specie nella realizzazione dei dettagli.
Nell’un caso come nell’altro, la migliore pro-
duzione equilibrò sempre la varietà e l’origina-
lità degli elementi compositivi, con una eleganza
di caratterizzazione che talvolta non trova ri-
scontro nelle coeve figurazioni delle altre ‘arti
decorative”.
Giustamente quindi, alla recente mostra del
barocco piemontese che ha allineato a Torino
tanti cospicui esempi di attività artistiche ed
37
| SER ET Try
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Palazzo Madama, Torino: rosta della cancellata d’ingresso.
n
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artigianali dei secoli XVII e XVIII, un set-
tore era intieramente dedicato alla lavorazio-
ne ornamentale del ferro, quale fu conosciuta
in quei tempi di massimo fulgore dello stato
sabaudo.
Non si dimentichi infatti che il barocchismo
romano e quello francese trovarono nel Piemonte
un naturale punto di incontro, modificandosi in
una sola versione del tutto originale, egualmente
libera dalle esasperazioni sfarzose come dai
bamboleggiamenti miniaturistici. Ma prima di
accennare ad ulteriori considerazioni di ordine
stilistico è opportuno rammentare che la stru-
mentazione di bottega dei maestri del ferro bat-
tuto era allora del tutto simile ai mezzi di fab-
bricazione degli artefici rinascimentali.
Praticamente l'attrezzatura di officina com-
prendeva le cesoie, il martello, il bulino e la lima
(inventata alla fine del secolo XIV ), ma non
esistevano né il laminatoio né la filiera e i man-
38
Due splendidi ferri barocchi: (sopra), un esemplare di stile rococò con abbondanza di volute floreali: (sotto), un ferro
battuto in cui al gusto tipicamente floreale si sovrappone l’altra tendenza del barocco verso un lineare geometrismo.
tici dei forni traevano l’energia da una ruota
idraulica.
Nonostante la modestia di tale utensileria fu
esattamente nel periodo barocco che la tecnica
del lavoro a sbalzo raggiunse livelli di stupefa-
cente virtuosismo, poiché si unirono al ferro bat-
tuto l’ottone e il bronzo dorato, ottenendosi nella
decorazione singolari effetti chiaroscurali, quasi
pittorici.
Come în Francia, lo sviluppo dell’arte del ferro
piemontese corse su due linee parallele : la prima
logicamente discendente dalla tradizione gotica e
rinascimentale, con una maggiore segmentazione
del disegno che non contraddì mai un gusto di
lineare geometrismo, la seconda liberamente os-
sequiente alla moda del tempo che voleva un’ab-
bondanza di volute e di ghirigori, sino all’af-
fermazione dello stile ‘‘rococò” con le sue te-
nerezze floreali (come nella foto qui a fianco).
Superfluo aggiungere che abbastanza di fre-
quente si ebbe una sovrapposizione delle tipologie
ora descritte (come nella foto in basso), a
prescindere dalle particolari correnti che si
alternarono lungo î due secoli, via via propo-
nendo valori di simmetria, di mossa struttura-
sione della. materia e di riconquista di una
lineare decorazione, arricchita da stilizzati mo-
tivi di ghirlande.
Caratteri che si ritrovano più o meno accen-
tuati nelle grate, nei parapetti traforati dei bal-
coni, nelle rampe delle scale e nelle cancellate,
ottenendosi una straordinaria vivacità plastica,
nelle profilature esterne ed interne, sia che ve-
nisse adoperata la tecnica della stampatura come
nei pezzi costruiti con le saldature.
E sotto questo aspetto appaiono veramente
illuminanti le prescrizioni che Duhamel suggerì
nel trattato “L’Art du Serrurier”: « Le deco-
razioni siano in lamiera martellata, lavorate a
freddo ma con brevi modellazioni a caldo, di
tempo in tempo; si eseguiranno in più pezzi
quelle ornamentazioni sottili di maggiore rilievo.
Si potranno anche impiegare il piombo fuso,
quando si vorranno ottenere lavori di snella
perfezione, oppure il piombo liquefatto, quando
occorrerà una maggiore solidità. Quanto agli
incastri essi si otterranno con lavoro a maschio
e femmina o con dei perni o legature ».
Precetti che appartennero al pieno secolo
XVIII, ma che ebbero una piena validità europea,
proprio perché non facevano altro che sanzionare
una metodologia proveniente dal ‘‘primo tempo”
dell’epoca barocca, e cioè dal secolo anteriore.
Ma quello che più conta, nel nostro caso, è la
constatazione che nel settore del ferro battuto la
mostra del barocco piemontese ha offerto un
eloquente esempio di una precipua validità, feli-
cemente enucleata secondo figurazioni di com-
posta estrosità e di rara perfezione costruttiva.
Infine va rilevato che in questa sezione, al-
lestita nel sontuoso Palazzo Reale, era alli-
neato un materiale di armoniose proporzioni
che si affianca pienamente a quella dinamica
della “luce riflessa” che diede, appunto al ba-
rocco piemontese una singolare impronta di
capriccioso impressionismo, come se fosse un
libero controcanto rispetto alla coeva produ-
zione dell’area veneta. (A. C. Ambesi)
a S d é
[SOIA nali vali i ;
Il bozzetto di Gianni Saviozzi, vincitore del concorso per un cartello contro gli incendi dei boschi,
riprodotto su banda stagnata litografata e diffuso nei boschi di tutta Italia a cura dell’Italsider.
Piero Sansoni (premio speciale) Mimmo Castellano (premio speciale)
ATTENZIONE!
NON
PROVOCATE
INCENDI
= è
ata Ho
ATTENZIONE NON PROVOCATE INCENDI
39
Un cartello
contro gli incendi
dei boschi
Negli ultimi due anni si sono verificati,
nella sola Liguria, 756 incendi di boschi che
interessarono oltre 12.000 ettari e causarono
danni per una cifra che supera largamente il
mezzo miliardo di lire.
Non abbiamo sottomano i dati relativi alle
altre regioni italiane, ma possiamo supporre
che le cose non siano andate in modo molto
diverso, per cui non è azzardato ritenere che
i danni provocati ogni anno dal fuoco nei
boschi italiani (nei pochi boschi che ci restano)
raggiungano il valore di miliardi.
Il patrimonio boschivo italiano è valutato
complessivamente 1.500 miliardi. È utile ai
proprietari per il reddito che ne ricavano; ma
è ancora più prezioso per le funzioni che
esso esercita a difesa del suolo e quale ele-
mento insostituibile per la bellezza del pae-
saggio. Distruggere i boschi col fuoco, volu-
tamente o per disattenzione, è grave colpa;
un bosco incenerito non può essere ricosti-
tuito che in molti anni e con spese ingenti
che ricadono su tutta la comunità. E spesso
i danni provocati al terreno sono irrimediabili.
Come si incendiano i boschi? Qualche volta
per autocombustione ma più spesso, anzi
nella maggioranza dei casi, responsabile è
l’uomo: cacciatori e gitanti che per impru-
denza o disattenzione lasciano cadere siga-
rette e fiammiferi senza spegnerli, o accen-
dono fuochi senza prendere le debite precau-
zioni.
Questa affermazione sarebbe suffragata dal
fatto che all’indomani di ogni apertura di
caccia oppure dopo le giornate festive che so-
litamente vengono dedicate alle gite, quasi
sempre scoppiano incendi di più o meno
vaste proporzioni.
Per contribuire a risolvere il grave proble-
ma, l’Unione regionale delle camere di com-
mercio della Liguria, la Consulta regionale
agricola e forestale e il Corpo forestale dello
stato hanno indetto nel 1963 un concorso per
un manifesto che, con semplici mezzi grafici,
accessibili a tutti richiamasse l’attenzione dei
distratti, volontari ed involontari, sulle con-
seguenze gravissime della distruzione di un
patrimonio comune.
Il concorso ha avuto un esito assai lusin-
ghiero. Vi hanno preso parte 156 concorrenti
che hanno presentato complessivamente 269
bozzetti. Il primo premio è stato assegnato a
Gianni Saviozzi, un livornese che vive a
Milano, nel cui bozzetto la giuria ha ritenuto
fosse espresso con maggior evidenza il mes-
saggio ammonitore diretto ai frequentatori
dei boschi. Ma perché ci occupiamo sulla
rivista di questo bozzetto? D'accordo, molti
lavoratori dell’Italsider trascorrono le giornate
di festa compiendo gite nei boschi oppure
cacciando, e questa potrebbe essere una ra-
FRGNON A. 15
|. PROVOCATE
“INCENDI
Giuseppe Casarino Renzo Vianello
Domenico Rosellini
ATTENZIONE!
gione sufficiente. Ma c’è anche un altro motivo.
La nostra società ha voluto dare una con-
creta collaborazione all’iniziativa curando la
realizzazione su banda stagnata litografata del
bozzetto vincente e provvedendo alla distri-
buzione di tremila esemplari a vari ispetto-
rati forestali italiani. Il cartello metallico con
l’albero in fiamme si inserirà così stabilmente
nel paesaggio e costituirà d’ora innanzi un
elemento di richiamo e di ammonimento per
tutti i frequentatori dei boschi italiani.
Ci auguriamo che esso possa costituire un
prezioso aiuto nella battaglia contro l’impru-
denza e la disattenzione che minacciano i nostri
terreni boschivi già così depauperati e che gli È
organi forestali vanno faticosamente rico- î NON
struendo tra molte difficoltà.
Pubblichiamo in questa pagina qualche al- È PROVOCATE i end
tro bozzetto che è stato giudicato dalla giuria ( I
del concorso particolarmente interessante e : i =
degno di essere segnalato.
AN È
Con il 31 dicembre 1963 il dottor Mario Lucio Savarese
lascia la direzione delle Pubbliche Relazioni dell’Italsider da
lui tenuta dal 1961, per assumere altri incarichi. |
Egli si accomiata pertanto anche dalla rivista Italsider, del |
cui comitato direttivo è stato membro in questi anni. |
Nel rivolgergli un cordiale saluto, la rivista Italsider e |
la sua «équipe» direzionale esprimono al dottor Savarese la
più viva gratitudine per la preziosa ed appassionata colla-
borazione, ed i più fervidi auguri per il suo nuovo lavoro.
RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
via Corsica 4 - Genova - telefono 5999. La riproduzione è subordinata alla citazione della fonte.
Stampa: AGIS - Stringa - Genova. Clichés: Ceriale - Genova, Denz - Berna. Carta Solex Burgo.
italsider
sede e direzione generale
Genova via Corsica 4 - telefono 5999
telex 27039 Italsid
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telefono 302024 - telex 71039 Italsid
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