Rivista Italsider, n. 3, 1963

Contenuto

Rivista Italsider, n. 3, 1963
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Achille Perilli: "La transmutation" 1962.
Seconda di copertina: un "fumetto" di quattrocento anni fa, tratto dal "Bambergische Pelinche Halsgerichts-Ordung", un'opera giuridica del XVI secolo.
Terza di copertina: un divertente fumetto americano su una giornata della famiglia Kennedy, tratto dal "Mad".
Quarta di copertina: il fumo del buon tabacco orientale. Insegna in lamiera dipinta di una rivendita di sali e tabacchi torinese.

Immagini in evidenza:
- L'ing. Franco Tammaro, primo assistente altiforni, col capoforno Migliaccio (p. 8)
- Il "piccolo Nemo", un fumetto iniziato nel 1905 (p. 13)
- Un gruppo di ragazzini e un cane sono i personaggi dei "Peanuts" (p. 17)
- Un'immagine medioevale di un fabbro che lamina un pezzo di ferro (p. 19)
- Leonardo da Vinci, tra i suoi innumerevoli disegni di macchine ci ha lasciato anche un progetto di laminatoio per lamiere (p. 19)
- La fine del Medioevo vide l'avvento di un importantissima innovazione tecnica: il maglio a ruota idraulica, che sfruttava l'energia prodotta dalla caduta dell'acqua (p. 21)
- I sistemi di laminazione progrediscono e si meccanicizzano con l'avvento del motore a vapore (p. 22)
- Strumenti modernissimi e stentata vita di pescatori (p. 25)
- Piet Mondrian: "Composizione" con rosso, giallo e blu - 1927 (p. 31)

Sommario:
- L'ingegnere Oscar Sinigaglia, p. 2
- Un discorso di Sinigaglia, p. 5
- Da Bagnoli a Taranto, p. 8
- Fumetti e cultura, p. 12
- Breve storia della lamiera, p. 18
- Lamierino al microscopio, p. 23
- Pianificare, p. 24
- La lotta contro la fame, p. 25
- L'astrattismo, p. 28
- L'inchiesta sulla nostra stampa aziendale, p. 34
- Il nuovo punto di partenza, p. 38
Data testuale
1963 giugno- luglio
Consistenza
pp. 40
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/16
Collocazione
Emeroteca
contenuto
3 1963 RIVISTA ITALSIDER

Si Vas if die Sach oder Argivan,
E Da der Berflagt bat getban,


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Serre Richter lafî mir memen an /
Cinen f(badbafffigen Pann.









3 o RIVISTA ITALADER

la copertina: Achille Perilli: ‘“ La transmutation” 1962
(collezione Felix Landau Gallery, Los Angeles).

2° di copertina: un “fumetto” di quattrocento
anni fa, tratto dal ‘““Bambergische Peinliche Halsge-
richts-Ordnung”, un’opera giuridica del XVI secolo
conservata al British Museum di Londra. I due per-
sonaggi dialogano tra loro in versi. Le parole non
sone: racchiuse in una nuvoletta come si usa oggi,
ma scritte in bei caratteri gotici su un nastro svo-
lazzante, chiamato “filatterio”. I nastri sembrano
uscire dalla bocca dei personaggi, proprio come nel
moderno fumetto. Generalmente si trattava di dialo-
ghi che si proponevano la divulgazione di argomenti
religiosi, filosofici, giuridici eccetera. Anche allora,
dunque, la tecnica del fumetto aveva, entro certi li-
miti, una funzione di comunicazione di massa, ma
per la diffusione popolare della cultura, scopo che il
fumetto potrebbe proporsi, forse, anche oggi.

3° di copertina: un divertente fumetto americano su
una giornata della famiglia Kennedy, tratto da “Mad”.
La più diffusa e spiritosa rivista satirica degli Stati
Uniti usa il fumetto per rappresentare in forma iro-
nica ed umoristica gli aspetti tipici della vita ame-
ricana. Il presidente Kennedy è un assiduo lettore
di “Mad” e dei fumetti che lo riguardano.

#° di copertina: il fumo del buon tabacco orientale.
Insegna in lamiera dipinta di una rivendita di sali
e tabacchi torinese. Primi del ’900. (Museo delle
Arti e Tradizioni Popolari - Roma).

RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’ Italsider
Anno IV - n. 3 - giugno - luglio

comitato di direzione: Giaseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di ‘Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

L’ingegnere Oscar Sinigaglia |» 2
Un discorso di Sinigaglia » 5
Da Bagnoli a Taranto » 8
Fumetti e cultura » 12
Breve storia della lamiera » 18
Lamierino al microscopio » 23
Pianificare » 24
La lotta contro la fame » 25
L’astrattismo » 28

L’inchiesta sulla nostra stampa aziendale » 34
Il nuovo punto di partenza » 38

Achille Perilli è nato a Roma nel 1927. Fa anch'egli parte del gruppo romano di giovani pittori che
cercano nuove strade espressive interpretando certi aspetti tipici della realtà di oggi. In particolare, Perilli
si rifà ai fumetti, questo formidabile mezzo di comunicazione di massa. Non li riproduce semplicemente,
magari ingigantendoli, come fa qualche pittore americano (ad esempio Lichtenstein), ma si limita ad
ispirarsi ad essi. Nella presentazione della mostra personale tenuta lo scorso anno dall’artista alla XXXI
Biennale di Venezia, il critico d’arte Umbro Apollonio così scriveva: «S'è detto che Perilli ha ripreso
a narrare, e per far questo s'è servito dei suggerimenti che gli potevano venire dalle tecniche contem-
poranee preoccupate e quindi adatte a tale proposito: perciò i suoi quadri si modellano su una distribu-
zione analoga a quella delle pagine tipografiche e sono sistemati al modo degli stripes dei «fumetti».
Ma tale impostazione moderna del racconto non può non richiamare alla mente il precedente dei rilievi
sulle colonne celebrative romane oppure dei rotoli del Medioevo giapponese oppure dei polittici rinasci-
mentali. Ad ognuno il suo modo di raccontare: per pannelli come per cartoons, per figure come per
ideogrammi, a seconda di ciò che impone lo spirito dell’epoca. E se oggidì il cinema riscuote tanto suc-
cesso e tanta popolarità è perfettamente legittimo che pure nella pittura si riflettano successioni ritmate
secondo una norma filmica. Potremmo addirittura dite che i dipinti di Perilli obbediscono ad una dina-
mica temporale che trasferisce sullo schermo della tela il succedersi e contrapporsi di scene la cui con-
catenazione corrisponde al montaggio cinematografico. Lo spettatore, così, è obbligato a seguire il rac-
conto: anche se può interpretarlo come vuole, non per questo è autorizzato a: varcarne i limiti che gli
vengono imposti ».

«La mia pittura — dice Perilli — si pone come problema di forme e di contenuti: un ritorno alla nar-
razione, alla prosa, sia pure ottenuta con procedimenti e mezzi che traggono ispirazione dalla nostra
civiltà visiva. Allora, e solo in questo caso, il mezzo tecnologico, il fumetto, i comics, la pubblicità, il di-
segno industriale, possono ritornare alla loro funzione “segnica”, divenire elementi di un vasto discorso,
che può utilizzarli per coinvolgerli a testimonianza dell’allargato potere espressivo del nostro tempo»,

La programmazione
nelle aziende industriali

Le discussioni che la parola programmazione ha sollevato nel recente passato in Italia
hanno la loro causa forse più rilevante proprio nella scarsa presenza della programmazione nello
sviluppo delle nostre attività industriali e commerciali. Soltanto oggi, infatti, si incomincia
ad avvertire l’esigenza di adottare questo moderno ed essenziale strumento dell’impresa economica.

Non staremo a ricordare come in realtà la programmazione sia stata alle origini del progresso
industriale, quando, nella fase del passaggio dall'impresa artigianale a quella capitalistica, i gros-
sisti tessili usavano, ad esempio, commettere le ordinazioni raccolte sul mercato a un grande nu-
mero di piccole lavorazioni a carattere famigliare. Ciò portava ad una notevole riduzione dei
costi, accompagnata, d'altro canto, da un'eccezionale e capillare opera di coordinamento idoneo
a soddisfare le esigenze del mercato (tempi di consegna, qualità e quantità del prodotto) di fronte
alla polverizzazione delle unità produttive.

Il costituirsi delle piccole e medie unità imprenditoriali affidate all'incremento della domanda
e ad un certo giuoco del libero mercato, ha fatto pensare per molto tempo che l'intuizione dell’im-
prenditore e la capacità di adeguare rapidamente la produzione degli impianti alle immediate ri-
percussioni della domanda potessero far apparire la programmazione come un’inutile camicia di
forza applicata a una condizione florida dell'economia.

In realtà la programmazione nell'industria, nelle fasi più mature dello sviluppo economico,
quando cioè si costituirono i grossi complessi fondati sulla produzione a catena, si è affermata come
indispensabile condizione all’ordinato funzionamento di un'economia complessa. La produzione a
catena aveva già imposto l'adozione di una esatta programmazione del macchinario, del compor-
tamento della manodopera, della manutenzione preventiva, dei tempi correnti per le successive
fasi delle lavorazioni.

L'esperienza dimostrava che un’errata programmazione della produzione o, addirittura, l’as-
senza della programmazione, aveva condotto in molti casi all’inattività delle maestranze e al di-
sordine organizzativo. Si possono citare molti esempi : fermate di macchine per l’inserimento di
un tipo di produzione al posto di un altro ; arresto di intere linee di lavorazione per la mancanza
di semilavorati ; ritardi nell’arrivo di alcuni macchinari ; errori nella determinazione del carico
di una macchina e così via.

Per queste ragioni la programmazione si è necessariamente estesa sia a monte sia a valle del
momento produttivo, interessando l’acquisizione delle materie prime da un lato, e l’organizzazione
della vendita dall’altro.

La produzione a catena, evidentemente, non poteva consentire nella distribuzione del prodotto
che le imprese si accontentassero di formulare delle semplici previsioni delle vendite, ma ha richiesto
la creazione di una programmazione delle vendite come un fatto che condiziona l’intero complesso

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industriale, dalla determinazione dei tempi di
lavorazione alla costituzione degli stocks, alle
specializzazioni dei prodotti eccetera. Allo stesso
modo, la programmazione nella ricerca e nell’ac-
quisto delle materie prime si è resa indispensa-
bile per basare su dati precisi il mantenimento
dei tempi di lavoro e della produzione.

A poco a poco il centro dell'attività aszien-
dale, dal puro e semplice fattore produttivo 0
commerciale, si è così spostato sulla program-
mazione, intesa come l'elemento unitario di
promozione rispetto all'intera attività dell’im-
presa.

Si è detto che la programmazione nell’indu-
stria è stata caratteristica per molto tempo di
un'economia matura e di grossi complessi produt-
tivi. In questo settore, come in altri, il nostro
paese ha dovuto scontare il ritardo con cui si è
avviato a un moderno sviluppo industriale. Tut-
tavia, un'interessante esperienza di programma-
zione si è realizzata nel settore pubblico del-
l'industria, controllato dall’ IRI.

Tale esperienza è stata condotta con parti-
colare approfondimento nel settore siderurgico.
Il coordinamento e la ordinata relazione fra i
vari elementi economici e produttivi sono stati
alla base sia dei primi programmi di salvataggio
e concentrazione della siderurgia, sia soprattutto
dell'iniziativa — ricordata con il nome di
“piano Sinigaglia” — che ha condotto l’indu-
stria italiana dell’acciaio a un livello europeo.

Ed è proprio esaminando il carattere e i ri-
sultati di questa esperienza che si possono indi-
viduare ed analizzare i due problemi più im-
portanti oggi posti da una fase più avanzata e
progredita della programmazione, rispetto al
coordinamento fra materie prime, produzione,
vendite.

La programmazione IRI e Finsider ha infatti
avuto il particolare pregio di essere realizzata
su un’ampia base di gruppo. I suoi estensori,
quindi, hanno dovuto considerare la necessità di
elaborare piani produttivi tenendo conto, per
quanto è più possibile, dei fini e degli indirizzi
programmatici negli altri settori industriali col-
legati.

Nel suo intervento ad un convegno sulla pro-
grammazione e sviluppo nell'industria, tenutosi
recentemente a Milano, il presidente della Fin-
sider, prof. Manuelli, ha opportunamente ram-
mentato, ad esempio, che «la siderurgia è un’in-
dustria di base che ha dei forti condizionamenti
reciproci con il mercato degli utilizzatori, donde
la necessità che i piani di sviluppo dei princi-
pali acquirenti siano conosciuti dalle nostre in-
dustrie e viceversa ».

La difficoltà di conoscere i piani di sviluppo
dei concorrenti e degli utilizzatori, le scarse
prospezioni sulle economie nazionali ed inter-
nazionali, il ritardo delle statistiche siderurgiche,
concretano in modo evidente una difficoltà fra
le più pesanti, di fronte alla quale si trova oggi
la programmazione nell’industria.

È una difficoltà che, evidentemente, potrà
essere in parte risolta non solo realizzando una
migliore programmazione a livello nazionale, ma
anche e soprattutto diffondendo, nel mondo dei
piccoli e medi imprenditori legati alla siderurgia,
il convincimento circa la necessità di program-

mare. Occorre superare la particolare mentalità
di certi industriali, i quali ancora pensano che
le informazioni sui piani di sviluppo delle pro-
prie aziende debbano essere gelosamente custodite
nella cassaforte e non piuttosto offerte allo studio
degli esperti e degli ambienti economici interes-
sati, con il fine di creare una catena produttiva
armonica e fondata su una comune fiducia.

Ma c'è un altro problema, più interno alle
aziende, che è nato dall'esperienza di program-
mazione condotta dall’IRI e dalla Finsider, e che
deve essere risolto sulla base di precisi criteri
organizzativi.

È noto come si delinei la programmazione : si
crea un piano pluriennale delle trasformazioni
aziendali necessarie al conseguimento degli obiet-
tivi prefissati e vi si indicano gli impianti che
devono essere costruiti, la previsione degli inve-
stimenti, il tipo e la quantità della manopera
necessaria, gli approvvigionamenti e le categorie
dei prodotti.

Al di là di questo schema orientativo che può
essere sottoposto a revisioni e correzioni, si ha
un programma a medio termine, nel quale si
definiscono e si precisano i dati di massima con-
tenuti nello schema pluriennale.

Sulla base di questi programmi più concreti,
si creano i programmi operativi riferiti a inter-
valli ancora più brevi e che sono riassunti nel
budget aziendale ove sono assunti gli impegni
precisi da parte dei vari settori programmati.

A questo punto è evidente che la programma-
zione, pur essendo lo strumento necessario per
«improvvisare il meno possibile e vedere lontano»,
deve mantenere e sollecitare un grado costante
di partecipazione critica delle persone impegnate
nello sviluppo dell’attività programmata.

I progressi compiuti nell’organiszazione azien-
dale consentono di affrontare con strumenti ab-
bastanza sicuri il problema della programmazione
del lavoro umano. Questi strumenti possono esse-
re: la diffusione tra il personale di una conce-
zione del lavoro aperto al futuro, in contrasto con
l'abitudine del lavoro a giornata ; l'introduzione
dei sistemi di lavoro di gruppo; la libertà di
ogni dipendente di operare nel quadro del pro-
gramma con la prospettiva di un controllo sul
proprio lavoro, condotto soltanto sulla base dei
risultati ottenuti.

L'adattamento del criterio organizzativo dello
staff (organi consultivi) e della line (organi ese-
cutivi) alla programmazione, con una diversa
partecipazione delle due funzioni alla formula-
zione di programmi (il peso dello staff diminuisce
mano a mano che si passa dai programmi a
lungo termine a quelli a breve termine, mentre
corrispondentemente cresce il rapporto della line),
dimostra come la moderna organizzazione e la
programmazione si condizionino e si integrino
profondamente, quali aspetti decisivi della mo-
derna realtà industriale.

Ma occorre ancora sottolineare che il problema
umano dev'essere al centro delle attenzioni :
come ha affermato il prof. Manuelli, « qualsiasi
forma di programmazione non deve rendere
l’individuo prigioniero di essa: egli deve ten-
dere agli obiettivi fissati e sforzarsi di conseguire
i risultati da lui stesso proposti o per lo meno
discussi ed accettati ».

Nel decennale della scomparsa

L ingegnere
Oscar
Sinigaglia

Dieci anni orsono, il 30 giugno 1953, si
spegneva a Roma l’ing. Oscar Sinigaglia, pre-
sidente della Finsider.

Il prof. Ernesto Manuelli, attuale presidente
della capogruppo delle aziende siderurgiche
IRI, ne ha rievocato la figura e l’opera nel
corso di una solenne cerimonia al circolo
Italsider del centro siderurgico di Cornigliano,
che dello scomparso porta il nome.

Erano presenti, con le autorità, il presidente
dell’Italsider ing. Marchesi, l'amministratore
delegato dr. Redaelli Spreafico, numerosi altri
dirigenti e 418 “anziani”, premiati per la loro
fedeltà al lavoro e all’azienda.

Nel presentare l’oratore, l’ing. Marchesi,
che fu a fianco dell’ing. Sinigaglia e diresse
la realizzazione del centro siderurgico di
Cornigliano voluto dallo scomparso, ha ri-
cordato che il prof. Manuelli ne fu il più
intimo ed efficace collaboratore, come diret-
tore generale della Finsider. “Oggi — ha
detto l’ing. Marchesi — il prof. Manuelli è
il continuatore dell’opera dell’ing. Sinigaglia,
vorrei dire che egli ha avuto il grande onore
di completarla con una visione ancora più
ampia ma sempre impostata sulle linee trac-
ciate dal precursore della nostra siderurgia”.

L’ing. Marchesi ha poi rivolto agli anziani
presenti un caloroso saluto e ringraziamento.
Egli ha sottolineato l’interesse che l’Italsider
e gli organismi cui la società fa capo portano
ai problemi del lavoro e particolarmente a
quei problemi che riguardano coloro che da
più anni prestano la loro opera nell’azienda.
Essi sono, ha soggiunto il presidente del-
l’Italsider, non soltanto “esperti del lavoro”,
ma anche esperti degli aspetti “umani” del
lavoro, e come tali è su di essi che la co-
munità aziendale conta per una preziosa
opera di collaborazione e di esempio ai più
giovani.

L’ing. Alpino Mencarelli, presidente dei
circa 4.500 lavoratori anziani dell’Italsider, ha
annunciato, quindi, che nel decennale della
scomparsa di Oscar Sinigaglia, 1’ Iri, la Fin-
sider e l’ Italsider hanno deciso di aumentare
il fondo di dotazione della fondazione intito-
lata al nome dello scomparso, e che ha per
scopo l’assistenza dei lavoratori anziani del
Gruppo.

Pubblichiamo nelle pagine che seguono il
discorso del prof. Manuelli.

«Cari Amici,

sono molto grato all’ ing. Marchesi ed ai
massimi dirigenti dell’ Italsider per avermi in-
vitato a questo incontro che, con la presenza delle
autorità cittadine, vede uniti i nostri lavoratori
per testimoniare l’affettuosa ammirazione che ci
lega a quelli fra di loro che maggiormente si
sono distinti per la lunga e fedele collaborazione
alle aziende del Gruppo.

Consentitemi tuttavia di prendere lo spunto
dalla festa di oggi per ricordare il primo decen-
nale della scomparsa dell’ing. Sinigaglia, dece-
duto il 30 giugno 1953.

La figura dell’ing. Sinigaglia è quella di un
uomo di altissime virtù, lavoratore geniale ed
instancabile, ma soprattutto di un innamorato
della sua patria.

Un sentimento che ha ispirato in grado eleva-
tissimo tutte le sue attività : di combattente in
guerra ; di filantropo e benefattore, di operatore
economico in pace.

Sotto questo ultimo riguardo, Egli, che si era
occupato del ferro sin dal principio del secolo,
a partire dal 1930 gettò le basi per l’organiz-
zazione di questo settore di industria, con i criteri
che dovevano poi costituire l'impostazione basi-
lare della siderurgia dell’ IRI.

Ciò che Egli realizzò negli anni dal 1945 al
10953, in cui fu presidente della Finsider, è trop-
po noto perché sia il caso di ricordarlo in det-
taglio. A parte la ricostruzione materiale degli
impianti del Gruppo, pressoché distrutti, e a
parte il ripristino della funzionalità e delle
strutture organizzative aziendali, duramente
provate dalle vicende di quel periodo, il più
grande risultato fu costituito dalla possibilità di
avviare su un terreno concreto le sue intuizioni.

Egli, infatti, preconizzò la possibilità di
un'industria siderurgica nazionale capace di una
propria vita competitiva con le siderurgie stra-
niere; antevide l'evoluzione della politica eco-
nomica internazionale, che avrebbe portato alla
liberalizzazione dei mercati con la caduta di
ogni strumento protettivo ; intuì che il solo mezzo
perché la nostra siderurgia potesse svilupparsi
era quello di riordinare ed ammodernare radi-
calmente la propria impostazione.

Ma, soprattutto, ebbe una fede quasi fanatica
in quell’incremento dei consumi del ferro in Italia,
che la grande maggioranza vedeva modesto e
molto graduato nel tempo.

In realtà, Oscar Sinigaglia aveva qualcosa
che andava oltre le doti, pur notevolissime, che
si richiedono ad un industriale, anche se di ec-
cezionale levatura : Egli ‘‘sentiva” di essere vo-
tato ad una missione fuori dell’ordinario ed
intuiva che i tempi per la sua realizzazione erano
arrivati. Egli considerava che proprio le distru-
zioni della guerra, per quanto dolorose, offrivano
all’ Italia la possibilità di realizzare una tappa
radicalmente innovatrice sul suo cammino di
nazione industrialmente avanzata.

Purtroppo, il destino, che non fu avaro di
soddisfazioni con Lui, non gli concesse quella,
maggiormente ambita, di vedere confermata la
validità delle sue più ardite speranze. E non Gli
consentì neppure di assistere al funzionamento
di questo stabilimento genovese, che era stato il

si:
L’ ing.
lavoro,



Oscar Sinigaglia al suo tavolo di
quand’era presidente della Finsider

4

fulcro del suo piano siderurgico e l’oggetto dei
contrasti più accesi.

Ricordiamolo pure lo stabilimento di Corni-
gliano, che da Oscar Sinigaglia ha preso poi il
nome. Ricordiamolo perché la sua importanza ed
il suo significato nella storia della nuova side-
rurgia italiana non risiedono soltanto nella dota-
zione di impianti moderni e nel conseguimento di
eccezionali risultati ma anche — e non secon-
dariamente — nel felice proposito — pure rea-
lizzato — di dare all'azienda un'apertura ed
una modernità organizzative e sociali tali da
costituire una meritata distinzione nella siderur-
gia italiana.

lornigliano, in effetti, è stato un esempio, al
quale abbiamo ispirato la nostra azione succes-
siva. L'innesto che poi ne abbiamo fatto sul
tronco solido della tradizione e dell’esperienza
dell’ Ilva con la costituzione dell’Italsider, che,
fino a questo momento, è la più grande società
siderurgica europea, ha dato frutti ancora più
generosi e maturi e — soprattutto — ci ha dato
la forza di affrontare sulle linee tracciate dal-
l’ing. Sinigaglia i più vasti programmi che ab-
biamo in corso e che, nel giro di tre 0 quattro
anni, debbono raddoppiare la produzione attuale.

Compito da taluni ritenuto troppo ambizioso,
ma che noi invece giudichiamo soltanto immane
ed assai impegnativo nella realizzazione, mentre
non abbiamo dubbi sulle linee di fondo alle quali
è ispirato. E non ne abbiamo perché, fatte salve
le assai più grandi dimensioni, le premesse
sono le stesse poste da Oscar Sinigaglia e
che hanno dimostrato la loro validità non per la

sola Italia, priva di materie prime, ma anche
per una gran parte di paesi di essa meglio dotati.

La nostra, quindi, è una cosciente manifesta-
sione di fiducia ed una assunzione, anche se
assai onerosa, di grandi responsabilità.

E, proprio sul filo di questi atteggiamenti spi-
rituali, mi è caro salutare gli anziani degli stabi-
limenti liguri dell’ Italsider, qui riuniti per rice-
vere il segno distintivo della loro operosità e
fedeltà.

Non è infatti occasionale che questa loro ceri-
monia coincida con la commemorazione di Oscar
Sinigaglia, perché — altro Suo ammaestramento
per noi — Egli era sollecito come pochi ai pro-
blemi del lavoro e della stabile occupazione.

Consentitemi a questo proposito di leggervi
alcune righe di una lettera che cinque giorni
prima della morte ebbe la forza di scrivere al
presidente del consiglio Alcide De Gasperi :

“Oggi, a mio avviso, punto fondamentale di
tutta l’azione di governo è un solo problema :
il riassorbimento della disoccupazione. Mi sem-
bra assolutamente indispensabile che il problema
sia affrontato con tutta l'energia necessaria senza
lasciarsi sviare dalle difficoltà della soluzione...
È indispensabile che in Italia si cessì» dal consi-
derare una disgrazia nazionale l’eccesso della
manodopera, che costituisce, invece, una forza
economica di prim'ordine, assai più importante
delle miniere di ferro e di carbone che hanno gli
altri paesi; una manodopera abile, sobria, in-
telligente come la nostra, rappresenta la fortuna
di un paese, ma bisogna saperla utilizzare e non
sciupare come finora si è fatto da noi”.

Un momento della commemorazione di Oscar Sinigaglia nel teatro del circolo aziendale di Corni-
gliano. Il prof. Manuelli, attuale presidente della Finsider, ricorda l'opera dello scomparso.

A dieci anni di distanza — ha concluso il
presidente della Finsider — anche questa Sua
previsione — che a quell’ epoca era molto. az-
sardata — sta integralmente realizzandosi, tanto
che il problema più acuto che gli anziani lasciano
alle giovani leve non è quello delle possibilità
lavorative, quanto e soprattutto di una forma-
zione professionale più rispondente alle evolu-
sioni tecniche dei moderni processi produttivi.

Da questo ponte ideale che da Oscar Sini-
gaglia, l’ideatore, si snoda fino a voi, anziani
del lavoro, consentite che io rivolga un ringra-
ziamento ed un appello a tutti i 75.000 collabo-
ratori di ogni ordine e grado, impegnati nella
rinascita e nello sviluppo della siderurgia Finsider.
Un ringraziamento per la dedizione posta nei
rispettivi compiti e che in voi anziani raggiunge
le espressioni più elevate e significative.

Un appello perché intendano sempre più la
poesia dello sforzo al quale siamo tesi ; ne consi-
derino l'enorme importanza non solo per loro
stessi e per le loro famiglie, ma anche per i
milioni di italiani che attendono sempre più
ferro, la materia prima della civiltà e del pro-
gresso. Un appello perché non immiseriscano con
questioni estranee o marginali un'impresa di
portata storica, della quale un giorno potranno
orgogliosamente dire di essere stati artefici. Un
appello infine perché dai più elevati nella gerar-
chia all’ultimo giovane arrivato, si operi tutti
con animo fraterno ed al massimo delle nostre
forze coscienti di dedicarle alla realizzazione di
un bene che mai come in questo caso è un bene
comune ».





Un discorso
di Sinigaglia

agli altifornisti

Offriamo ai nostri lettori una testimonianza
inedita sull’ing. Oscar Sinigaglia: i suoi in-
terventi ad una riunione del comitato tecnico
plenario del settore fabbricazione ghisa, te-
nuta a Bagnoli il 15 novembre 1949, per ini-
ziativa dell’Istituto Siderurgico Finsider, allora
appena creato.

La riunione, cui partecipavano i migliori e-
sperti italiani dell’altoforno, avveniva in un
momento particolarmente difficile per la nostra
siderurgia, non solo per gli impianti pratica-
mente annientati dalla guerra e per le ferite
ancora aperte, ma per le incomprensioni e le av-
versioni che ne minacciavano l’esistenza stessa.

Dalle parole rivolte a quei tecnici (e qui
riprodotte dal testo stenografico, messo a
nostra disposizione da uno dei presenti alla
riunione, l'ing. Mencarelli), traspare il segno
inconfondibile della coraggiosa fiducia, della
spregiudicata lungimiranza e dell'amore per
la siderurgia e per il proprio paese che ani-
mavano Oscar Sinigaglia e che egli sapeva
trasfondere nei suoi collaboratori. Ai quali
insegnava soprattutto a guardare la realtà in
faccia, a riscontrare in ogni momento le idee
con i dati, a “non fare qualcosa di più bello,



ma di qualità migliore e di costo minore”.

Frase, questa, con la quale Sinigaglia feli-
cemente si contraddiceva. Perché è regola
fissa che una cosa, quando è fatta nel modo
giusto, con perfetta rispondenza tra mezzi e
fini, invariabilmente finisce per essere anche
una cosa bella. Per questo non poteva non
essere una cosa bella lo stabilimento di Corni-
gliano, così come i rinnovati Bagnoli e Piom-
bino, e i nuovi Taranto e Novi Ligure, tutti
corollari di un teorema di cui Sinigaglia aveva
indicato la soluzione e che i suoi collaboratori
di un tempo, oggi alla guida della siderurgia
italiana a partecipazione statale, hanno tra-
dotto in realtà operante.

Per questa soluzione, l’unica possibile, egli
si sentiva disposto a battersi fino in fondo e
aggiungeva: ‘anche se dovesse mancare la
sicurezza della vittoria”.

Ancora una volta, una frase che pare con-
traddire tutta un’impostazione basata su cal-
coli precisi, su premesse rigorose, ed è invece
il segno della grande forza morale di Oscar
Sinigaglia, del suo non disperare in nessuna
avversità; una forza che, alimentata dalle buo-
ne idee, doveva alla fine prevalere.

«Approfitto molto volentieri di questa riunione,
a cui ho tenuto essere presente, per spiegare gli
intendimenti della Finsider per quello che ri-
guarda soprattutto le questioni tecniche, che in
questo momento vi interessano e delle quali voi
vi occupate.

La Finsider ha voluto creare l Istituto Si-
derurgico, perché si è resa conto della assoluta
necessità che i nostri tecnici abbiano a disposi-
zione un mezzo che rappresenti il collegamento
fra loro e l'industria e la scienza di tutto il
mondo.

Evidentemente, tutti coloro che, come voi, sono
presi dalle necessità quotidiane del lavoro di of-
ficina, non hanno il tempo sufficiente né le como-
dità che sarebbero necessarie per poter seguire i
progressi che in tutto il mondo si fanno nei campi
che interessano ciascuno di voi, mentre è assolu-
tamente indispensabile, se vogliamo avere una
posizione di vita vera nel campo della produ-
zione, essere possibilmente sempre alla testa
del movimento. Noi, per compensare le deficienze
naturali del nostro paese, per quanto riguarda
la siderurgia, abbiamo ancora più degli altri
bisogno di attirare tutti i mezzi di produzione e
di compensare con la migliore qualità del pro-

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dotto e col minimo costo di trasformazione quei
gravi danni che ci derivano dalla mancanza di
materie prime.

Ora, evidentemente, perché questo sia possi-
bile, è necessario che noi seguiamo attentamente
ed accuratamente quello che si fa in tutto il
mondo per migliorare la qualità ed abbassare il
costo. Questa è la ragione dell'Istituto Siderur-
gico.

L’ Istituto Siderurgico non deve avere un ca-
rattere puramente scientifico ; non deve studiare
problemi tecnici, astrusi e difficili ; deve esplicare
un lavoro pratico, che possa aiutare direttamente
i tecnici di stabilimento ; deve essere un organo
al quale ciascuno di voi possa rivolgersi con
fiducia per esporre i propri bisogni, i propri
dubbi, le proprie richieste di notizie, in modo da
avere un valido, pronto ed efficace appoggio al
vostro lavoro quotidiano.

Questa riunione è stata indetta perché il con-
cetto dell’ Istituto e del suo direttore è che
l’ Istituto non può e non deve operare in un
empirismo isolato : vuole lavorare insieme con
voi.

Siete voi che dovete dire all'Istituto che cosa
vi occorre; voi che avete l’esperienza quotidia-
na del lavoro, voi che vedete le difficoltà di
fronte alle quali vi trovate e vi siete domandati
qualche volta che cosa si deve fare, quale siste-
ma seguire per evitare un determinato inconve-
niente che vi si è presentato.

L’ Istituto deve essere un organo a vostra
disposizione per le vostre necessità di lavoro.

Vorrei aggiungere qualche cosa che non ri-
guarda l’ Istituto e, forse, nemmeno voi perso-
nalmente, ma riguarda un poco l'insieme della
nostra industria.

Devo dirvi che quando, dopo la liberazione,
mi hanno chiesto di assumere il commissariato
della Finsider, il mio primo impulso è stato,
come ho sempre fatto per tutte le richieste
analoghe che mi sono state rivolte, di rispon-
dere negativamente.

Poi ci ho ripensato e, conoscendo bene la situa-
zione della nostra industria italiana, mi sono
fatto questo ragionamento : non so se sarà fra
un anno, se fra due, fra tre o fra cinque, ma
non vi è dubbio che le dogane dovranno — se
non sparire — tendere ad essere enormemente
diminuite. Il mio concetto era che, in definitiva,
la vita del’ Europa sarebbe stata possibile solo
a condizione che essa potesse costituire un mer-
cato unico. Perché, di fronte a due blocchi come
la Russia con 250 milioni di abitanti da un lato
e gli Stati Uniti d’ America con 160 milioni di
abitanti dall'altro e, quindi, tra mercati di enorme
potenzialità, non era possibile, come io ritengo
ancor oggi che non sia possibile, l’esistenza di
una regione in cui ad ogni 200 0 500 chilometri
si trovi una frontiera con blocchi di mercati che
vanno dai 10 milioni ai 50 milioni di abitanti,
assolutamente insufficienti per realizzare le con-
dizioni in cui si trovano i due blocchi della
Russia e degli Stati Uniti.

Il mio concetto era che si debba arrivare
per forza — è questione di tempo — ad un
mercato unico, e mi sono convinto che in questa
situazione l'industria siderurgica italiana era

condannata a morte. Nelle condizioni in cui essa
è ancora oggi, se si dovessero togliere i dazi, od
anche ridurli, come si sta facendo, al 10 o al
15% ad valorem, la nostra industria sarebbe
finita.

In quel tempo, subito dopo la liberazione,
c'era un solo punto sul quale tutti i partiti po-
litici italiani erano d’accordo: distruggere la
siderurgia italiana.

Ho pensato allora che fosse necessario andare
contro corrente e studiare se effettivamente, come
più volte è stato dimostrato in passato, non fosse
possibile mettere in Italia l’industria siderurgica
in condizioni tali da poter avere dei costi ap-
prossimativamente corrispondenti a quelli stra-
nieri.

Questa è la ragione per cui mi sono mosso ad
affrontare la battaglia che non è ancora finita
e che è addirittura questione di vita o di morte
per la nostra industria. Perché bisogna che noi
abbiamo ben chiaro il concetto che : 0 riusciamo
ad arrivare — io lo spero, non ne sono ancora
sicuro — ad avere dei costi pressappoco cor-
rispondenti a quelli stranieri, o la nostra indu-
stria è finita per sempre.

I costi non dipendono esclusivamente dal prez-
zo delle materie prime o dal livello della mano-
dopera ; essi dipendono da tutto un insieme di
spese, di condizioni in cui la vostra opera è
preminente, perché dal modo di adoperare le
materie prime, dal modo di impiegare la mano-
dopera, dallo studio degli impianti e dal modo
di condurli, dalla cura della sorveglianza del-
l'esercizio, dall'esame delle economie ottenibili in
ogni singola operazione fino alle più insignifi-
canti, da tutto questo dipende l'abbassamento dei
costi. È qui che l’opera di ciascuno di voi è ne-
cessaria e preziosa.

Non esiste nessuna pietra filosofale che faccia
economizzare nella nostra industria delle migliaia
di lire a tonnellata, o che dia, in una operazione,
dei grandi risparmi. Le economie possibili sono
di una o di poche lire ripetute mille volte in
mille piccole cose, che, messe insieme, formano le
migliaia di lire di economia a tonnellata. Questo
concetto dell'economia spinta in tutti i reparti,
in tutte le singole operazioni, che è preminente
nei tecnici belgi e lussemburghesi più che in qua-
lunque altro tecnico inglese o americano, a mio
avviso non fa parte intima della mentalità dei
nostri tecnici. Noi italiani siamo spinti piutto-
sto all'amore dell’arte anche nell'industria, ossia
ci piace fare una cosa bella, avere un bel risul-
tato, essere arrivati a qualche cosa di diverso
dagli altri; ma quella cosa banale, stupida, di
aver risparmiato IO centesimi 0 50 centesimi non
la calcoliamo. È questo che ci vuole, non una
cosa bella. La cosa bella nell'industria non frutta
niente. Quando a un ingegnere lussemburghese si
dice : invece di trasportare questo materiale con
piccoli carrelli, non sarebbe meglio adoperare un
vagone di 10 tonnellate? egli fa subito i suoi
calcoli : quanto costa il vagone, qual’è l'economia
che se ne può ricavare, e se questa non supera in
misura apprezzabile l'interesse e l’ammorta-
mento del vagone, rinuncerà senz'altro al mi-
glioramento d’impianto.

Che cosa si deve spendere e perché si
deve spendere? Non per fare qualche cosa

di più bello, ma di qualità migliore e di
costo minore. Questa deve essere la base del
vostro lavoro; questo deve essere lo scopo
al quale dovete "tendere con tutte le vostre
forze.

Se tutti i nostri tecnici ci aiuteranno e si
metteranno con tutto il loro impegno e con tutta
la loro intelligenza, che, fortunatamente nel nostro
paese è abbondante, noi riusciremo certamente a
vincere questa difficile battaglia. Essa è molto
difficile, perché abbiamo, purtroppo, contro di
noi tutti, dentro e fuori dell’ Italia.

La dobbiamo vincere lo stesso e, comunque,
dobbiamo combattere anche se dovesse mancare
la sicurezza della vittoria ».

Nel corso della riunione, l’ing. Sinigaglia
prese ancora la parola, per puntualizzare al-
tri problemi.

«Io sono incompetente nelle questioni tecniche,
ma vorrei che noi evitassimo di inventare l’om-
brello ; a mio avviso, tutto il lavoro che risulta
dalla esposizione che è stata fatta dai presenti,
dovrebbe essere suddiviso dall’ Istituto in vari
gruppi.

Primo gruppo: Questioni per le quali basti
semplicemente una raccolta di notizie presso
stabilimenti esteri che abbiano già fatto qualche
cosa in quel campo e che può darsi abbiano ri-
solto il problema. Se non lo hanno risolto, ci
sarà qualche cosa da fare da parte nostra.

Secondo gruppo: Prove che i nostri stessi
altifornisti potranno fare negli altiforni in base
ad un certo programma stabilito, d’accordo
con î singoli interessati, dall’ Istituto e dalle
direzioni degli stabilimenti. Queste saranno
prove che noî stessi possiamo fare nei nostri
impianti.

Terzo gruppo : Questioni da sottoporre ai con-
sulenti stranieri della Finsider.

Voi sapete che la Finsider ha concluso due
contratti di consulenza, che io considero di
grandissima importanza: uno con la ditta
MecKee, la quale è specializzata nelle questioni
degli altiforni, e l’altro con la società Armco,
la quale è specializzata nei laminati piani.

Noi potremo sfruttare in pieno la competenza
dell’Armco, che è una società di primissimo
ordine, non fra le più grandi, ma notoriamente
alla testa di tutte per competenza tecnica e per
la ricerca di miglioramenti.

Ora, se si riterrà utile estendere questa
consulenza, o dell’Armco o delia MeKee, ai
problemi di altiforni, ciò potrà farsi molto facil-
mente. Nel perfezionare i contratti di consulenza,
sarà bene introdurvi una clausola che ci con-
senta di adoperare largamente la collabora-
zione dell’Armco per tutti i problemi che ci
interessano.

L’Armco è disposta, a nostra richiesta, a man-
darci degli specialisti di qualunque ramo per la
nostra industria, per gli stabilimenti per i quali
la consulenza è contrattata, a solo rimborso di
spese. Ci darà altresì la facoltà di mandare
nostri ingegneri, capi operai e operai nei suoi
stabilimenti per imparare il funzionamento dei



nuovi treni. Gli operai vengono pagati da loro,
gli altri da noi.

Quando si tratterà di questioni che non pos-
sano entrare nella consulenza Armco o McKee,
sarà il caso di organizzare delle vere prove che
dovranno essere fatte nei nostri altiforni, ma, a
mio avviso, coordinate dall'Istituto.

Siccome anche la Terni sta trattando per i
lamierini magnetici, è da ritenere che per
queste consultazioni speciali si possano ottenere
condizioni favorevoli ».

Trattate alcune altre questioni tecniche,
l’ing. Sinigaglia così concluse il suo intervento:

« Vorrei farvi una calda raccomandazione :
studiate le lingue, in particolar modo l'inglese.
Oggi la conoscenza delle lingue è assolutamente
indispensabile ; per noi è necessario l'inglese,
anche in relazione a tutti i rapporti che abbiamo
con l’America e in particolare in relazione ai
contratti di consulenza in corso ed alla possibi-
lità di mandare nostri tecnici in America a
sentire e a vedere.

Vi debbo dire che oggi, nel nostro gruppo, voi
altifornisti siete l'elemento più importante, perché
il problema più grave per noi è il costo della
ghisa: da questo dipende il successo o l’insuc-
cesso di tutto il nostro programma.

Il costo della ghisa è per noi il problema più
importante, decisivo, definitivo direi. Ecco perché
vi dicevo che voi siete l'elemento più importante
del nostro gruppo; i problemi dell’ altoforno
debbono avere oggi la preminenza su tutti gli
altri.

Tutto quello che voi farete, quindi, per cer-
care di migliorare l’attuale situazione sarà pre-
siosissimo per noi.

Desidero dirvi che sono felicissimo di aver
preso parte a questa vostra riunione, non solo
perché ho avuto una magnifica lezione di side-
rurgia, ma perché sono affiorati una quantità
di problemi e si è vista veramente l'utilità di
queste riunioni e di questo collegamento con
l’ Istituto, che può servire a risolvere in modo
più facile e più completo una quantità di
problemi.

Da questa riunione è balzato evidente e
questa per me è una grande soddisfazione — che
il nostro Istituto rappresenta il punto di incontro
di tutti i cervelli che lavorano in uno
senso.

stesso

Ed è certo che l’Istituto possa aiutare a mi-
gliorare questo coordinamento di pensiero dei
nostri tecnici perché, quando di un problema si
siano messi a posto î dati, evidentemente tutti i
vostri cervelli lavoreranno nello stesso senso, e
sarà più facile arrivare a dei risultati concreti
e definitivi.

Mi compiaccio molto con voi per l'interesse
che avete preso ai nostri problemi, cosa che è
per me un grande conforto e che mi dà fiducia
per l’avvenire : ve ne ringrazio ».

nella foto qui sopra: un altro tipico atteggiamento di
Oscar Sinigaglia

cavaliere al merito del

Sinigaglia,
lavoro, nacque a Roma il 31 ottobre 1877.
Mentre sedicenne attendeva agli studi, con-
clusisi con la laurea in ingegneria conseguita

Oscar



presso l’Università di Roma, fu colpito dalla
tragica fine del padre e dal dissesto della
rinomata azienda familiare per il commercio
del ferro. Entrò allora in essa con maturità
d’intenti, riorganizzandola dalle basi. Non
appena gli fu possibile liquidò col cento per
cento i creditori paterni, sebbene questi
avessero aderito a un vantaggioso concordato.
Nel 1903, sempre nel commercio dei prodotti
siderurgici, costituì la « Sinigaglia e Di Porto»
e dieci anni dopo la «Ferrotaie». Nel 1915
partì volontario per il fronte, dopo aver
preso attiva parte al movimento interventista.
Chiamato al Ministero delle Armi e Muni-
zioni fu capo del servizio approvvigiona-
mento bellico e, dopo la vittoria, contribuì
validamente con vigile integrità alla liquida-
zione delle commesse di guerra. Rientrato





nella vita civile lo troviamo fondatore ed
amministratore della benemerita «Lega degli
italiani all’estero», fulcro d'attività patriot-
tica, e nel mondo degli affari a capo della
Società Finanziaria per l’industria e il com-
mercio. Dopo la crisi economica del 1930 si
occupò dei gruppi siderurgici passati sotto
il controllo della Sofindit, gettando sin d’al-
lora le basi per la riorganizzazione dell’ in-
dustria del ferro noti concetti della
siderurgia integrale e del concentramento delle
produzioni. In questo periodo (1933-1934)
fu presidente dell’Ilva. Nel 1945 lIRI
lo pregò di assumere la presidenza della
Finsider, che tenne alla morte. Con
la stessa efficace iniziativa usata nell’ indu-
stria, Oscar Sinigaglia, con spirito giova-
nile, dedicò gli ultimi suoi anni all’ Opera
per l’assistenza ai profughi giuliani e dal-
mati. Rivisse in tale patriottica attività i
lontani tempi del movimento irredentista e
della Lega degli italiani.



con i

sino



Da Bagnoli

a Taranto

Si conclude con questo articolo l'inchiesta
che Alberto Mondini ha condotto per la
nostra rivista tra gli ingegneri dei maggiori
centri produttivi dell’Italsider.

L’ing. Franco Tammaro, primo assistente altiforni, col
capoforno Migliaccio. Ghisa: tradizione di famiglia.



L’ing. Luigi Madrigali, direttore di Bagnoli.
Importanza del dialogo col personale.

Napoli imprime il suo sigillo di umanità
anche all’acciaio che esce dai suoi forni; negli
incontri, nelle discussioni, nelle descrizioni
che gli ingegneri dell’ Italsider di Bagnoli
mi hanno fatto della loro vita e del loro
lavoro è stato sempre presente, come un
motivo conduttore, il problema dell’uomo.
L’uomo operaio, capo operaio, perito o in-
gegnere; l’uomo che lavora all’ Italsider e i
suoi parenti che l’aspettano a casa, e l’uomo
che non lavora ancora all’Italsider, ma vorreb-
be entrarci, e preme dal di fuori come l’acqua
preme su una diga, spiando ogni minima
crepa, ogni possibile falla per farvisi largo.

Non voglio cadere nel luogo comune: ogni
fabbrica, per il solo fatto che gli impianti non
lavorano da soli ma hanno bisogno di uomi-
ni intorno, è un’avventura dell’uomo. E le
nostre visite a Cornigliano e a Piombino ce
ne avrebbero ridato conferma, se ce ne fosse
stato bisogno; ma a Napoli, per le condizioni
di vita meno facili e il carattere degli abi-
tanti, questa verità salta agli occhi.

E ce lo conferma il primo ingegnere che
incontriamo, il direttore dello stabilimento,
ing. Luigi Madrigali, nato a Capua nel 1924, e
laureato a Pisa nel 1948. Dipendono da lui
circa 7.400 persone, di cui 6.450 (compresi i
790 impiegati) a Bagnoli, e 950 (compresi i
cento impiegati) a "Torre Annunziata; è coa-
diuvato da venti dirigenti. Oltre che giovane
d’età, specie per la sua posizione, l'ing. Ma-
drigali è giovanile; sorride volentieri d’un
sorriso aperto e benigno: sul suo tavolo di
lavoro notiamo un ordine esemplare, nell’uf-
ficio direzionale una semplicità estrema; unico
ornamento sono due bellissime piante, un
filodendron bipennato e un pertusum che porta-
no in quest’atmosfera greve di esalazioni e
di fumi una gentile nota di serra. La scri-
vania è posta in angolo: dalle “veneziane”
semichiuse delle due finestre che si trovano
ai lati dell'ingegnere, si intravedono le sa-



L’ing. Angelo Picco, capo servizio organizzazione.

L’ i serve

Li 1 P

gome di un gazometro e di un altoforno.

La storia professionale dell'ing. Madrigali
è breve: il 30 maggio 1949 entrò per concorso
all’ Istituto Siderurgico Finsider, nel 1952 fu
mandato a Cornigliano, dove divenne diri-
gente nel 1957, procuratore nel 1958, vicedi-
rettore nel 1959; poi venne a Bagnoli come vi-
cedirettore, e successivamente divenne diret-
tore. Una carriera di rapida ascesa, che ha
fatto seguito ad un corso di studi pieno di
successi, nonostante gli studi fossero com-
piuti negli anni della guerra, quando “toccava
viaggiare fra Firenze e Pisa nel carro bestiame”.
Parliamo dei giovani ingegneri, di ciò che la
scuola dà, di ciò che s’acquista con la pratica.
«Le buone caratteristiche professionali si
acquistano con la forza di volontà — dice
l’ing. Madrigali — e col lavoro, l’addestra-
mento e l’esperienza si acuiscono quelle doti
organizzative e di comando che sono tanto
essenziali ». Certo nessuna scuola, specie di
ingegneria, può insegnare ciò ch’egli mette in
pratica nel corso dei “colloqui del venerdì”,
fra operai e direttore.

« Sono colloqui interessanti; affiorano qua-

dri d’ambiente, vengono alla luce condizioni
di vita di estrema durezza ».
Così il direttore mi ha detto cose molto im-
portanti, sia sull'ambiente, sia su se stesso;
traspare un profondo senso umano, e una
conoscenza non superficiale delle condizioni
di vita, e quindi degli stati d’animo del suo
personale.

Di problemi umani parliamo, in chiave un
po’ diversa, con un dinamico ingegnere dello
staff: Angelo Picco, nato a Godiasco (Pavia)
nel 1927, e laureato a Genova nel 1952.
L’ing. Picco parla a voce alta per farsi in-
tendere da me che sono dall’altra parte della
scrivania; non è che la scrivania sia troppo
larga, è che, come dice lui stesso: « C'è un
forte rumore di fondo ». Il rombo delle cen-
trali, il rumore dei treni che passano, entrano



L’ing. Giuseppe Bozza, capo servizio
acciaieria. Dal Thomas al processo L.D.,

dalla finestra insieme alla polvere di carbone.

«In ordine di tempo il nostro è lo stabili-
mento in cui più di recente sono state in-
stallate le nuove tecniche organizzative », dice
l’ing. Picco, «a Bagnoli abbiamo finito nel
settembre dell’anno scorso, a Torre finiremo
fra un paio di mesi ».

« Lei dice installare parlando di sistemi, come
fossero macchine » non posso trattenermi dal-
l’osservare. E la sua risposta è pronta: «I
sistemi organizzativi sono più complessi dei
macchinari ed almeno altrettanto importanti.
Hanno la natura di investimenti industriali
volti allo scopo di formare e migliorare uomini
ed ambienti, nello stesso modo che investi-
menti in nuovi impianti tendono a migliorare
i procedimenti produttivi ».

Le nuove tecniche organizzative per Ba- _

gnoli e ‘Torre sono l’analisi e valutazione del
lavoro ed il sistema dei costi standard: l’una
per una razionale distribuzione dei compiti e
dei salari, l’altra per una più sana, moderna e
dinamica gestione aziendale. >

Come per tutti gli altri stabilimenti, all’atto
dell’introduzione di questi sistemi si è dovuta
superare qualche difficoltà d’ambiente: quella
stessa difficoltà d’ambiente, a un dipresso,
per cui l’impianto di un grande stabilimento
siderurgico in questo golfo meraviglioso, sem-
bra un ribellarsi alla natura, ma poi ci si accor-
ge che tutto si adatta, si integra, si completa.

D'altronde alternativa non ne esiste: lo
stabilimento deve conservare un ruolo di
importanza fondamentale nel Meridione.

E a Napoli questo lo sanno, a giudicare
dalle domande di quanti vorrebbero essere
assunti: lo sanno e lo apprezzano.

Dallo staff passiamo subito alla /ie; alla
primazlinea dell’altoforno. A Bagnoli ci sono
quattro altiforni, di cui tre, aventi un cro-
giuolo del diametro di 5 metri, capaci di pro-
durre 150.000 tonnellate annue di ghisa cia-
scuno; € uno nuovo, entrato in servizio nel

L’ing. Arnaldo Mancinelli, vice diret-
tore produzione. Due tipi di ingegneri.

marzo 1960, col crogiuolo da 8,07 metri, ca-
pace di produrre da solo oltre 500.000 ton-
nellate di ghisa, cioè più degli altri tre messi
insieme.

Il primo assistente altiforni è i’ing. Franco
Tammaro, nato a Napoli nel 1928 e laureato
pure a Napoli nel 1954; ha un’espressione mo-
bile, aperta, è di quelle persone con cui si in-
staura immediatamente un’atmosfera di cordia-
lità: si sente che, se appena il tempo fosse suf-
ficiente per approfondire la conoscenza, si di-
verrebbe amici. Lo incontriamo presso un alto-
forno, fra il fumo, gli scrosci d’acqua, il frastuo-
no assordante; è in tuta ed elmetto, parla col
capoforno signor Amedeo Migliaccio. Le paro-
le, gridate all'orecchio, appena s’intendono; i
gesti, rapidi e brevi, di Tammaro, indicano
questa o quella parte della base del forno.

C'è una buona ragione, per questa tensio-
ne che ho notato, e me la spiega l’ing. Tam-
miro: « Ci stiamo preparando per fare una
insuffazione di nafta, che per Bagnoli è una
cosa nuova». « Pericolosa? » chiedo. « Biso-
gna stare attenti e andare per gradi» è la
sua risposta.

L’ing. Tammaro è all’altoforno per tradi-
zione di famiglia; suo padre è in questo stes-

- so stabilimento, da trentotto anni, di cui molti

passati in altoforno. Ma c’è di più: Tammaro
ha avuto i due nonni all’altoforno, uno ha co-
minciato qui, l’altro a Piombino. Ora è spo-
sato, ha due bambini: « Verranno qui anche
loro? » chiedo. Risponde sorridendo: «Il fisi-
co ce l’hanno »; fa una pausa, come se si figu-
rasse i figli già grandi, qui sullo sfondo del
fumo e del fuoco, immersi nel ruggito dei
forni, poi aggiunge: «Questo è un po’ un
lavoraccio; si fanno delle rinunce, e ci vuol
passione ». E lui, questa passione, ce l’ha?
Non risponde direttamente, come per pudo-
re di rivelare a chi è ancora un estraneo l’in-
tima natura di questo affetto a un mestiere
che a prima vista colpisce solo per la sua



L’ing. Vincenzo Cioffi, capo officina

locomobili e carri, Utilità del biennio.

durezza. « Quando mi laureai ebbi molte of-
ferte, da vari stabilimenti, anche da industrie
famose; ma feci il concorso per l’ Italsider,
vinsi, e scelsi decisamente l’altoforno. Fui
fortunato, mi accontentarono ». La fortuna,
e anche la felicità, possono chiamarsi altoforno.
Diceva un personaggio di Joseph Conrad a
proposito del lavoro: « Lo detesto, ma è
l’unica cosa che mi fa sentire d’esser vera-
mente uomo ». E più un lavoro è aspro, di-
sagiato, pericoloso e difficile, più chi lo com-
pie si sente uomo. Ora mi parla dei suoi ope-
rai e dei suoi capiforno: « Abbiamo la fortu-
na di avere dei vecchi capiforno che anche
se non sono diplomati se la cavano molto
bene; considerano il forno come cosa loro.
Qui le colate sono difficili perché la ghisa
serve solo per i convertitori ‘Thomas, e deve
essere a basso tenore di silicio e ad alta tem-
peratura di colata, due cose che fanno a pu-
gni fra loro. E il forno ogni quattro ore deve
colare; qui non si ammettono sfaticati; benché
le condizioni di lavoro siano enormemente
migliorate rispetto all’epoca dei miei nonni,
questo rimane un lavoro tipicamente pesante:
ci vuole la resistenza al calore e alla fatica,
e la passione ».

Siamo usciti dall’ufficetto disadorno, siamo
di nuovo in linea; gli operai passano madidi
di sudore, con aste e altri ferri del mestiere:
dal piglio direi che hanno passione e anche
orgoglio. Forse non lo ammetterebbero mai,
ma apprezzano questo lavoro che li fa sentire
uomini, come il personaggio di Conrad.

«Quando avevo trent'anni ho messo in
marcia l’acciaieria Thomas, oggi a quaranta-
quattro metto in marcia l’acciaieria L.D., e
ho lo stesso entusiasmo d’allora. Quando vedo
arrivare le colonne e le travi per la nuova ac-
ciaieria mi sento qualcosa qua dentro. Per
me, napoletano, è bello poter cambiare qual-
cosa, anzi in un certo senso poter cambiare
la faccia di Napoli ». Chi ci parla così è





direttore del centro
Qui i nuovi ingegneri,

L’ing. Cesare De Franceschini,
siderurgico di T:



l’ing. Giuseppe Bozza, nato a Napoli nel 1920,
e laureato in ingegneria industriale chimica a
Napoli nel 1946; è non molto alto, tarchiato,
scuro di capelli, con occhi vivi e mobili sotto
gli occhiali, un sorriso che a tratti illumina
appieno il volto quadrato. Dalla finestra del
suo ufficio si vedono i tre forni alti trenta
metri che servono per la produzione della
calce per l’acciaieria Thomas. Questa è l’acciaie-
ria che l’ing. Bozza ha messo in marcia; scen-
diamo presso i convertitori, che vomitano
fiamme e scintille, s'inclinano per la colata, e
rimangono con le bocche di fuoco aperte,
come animali d’inferno. Gli operai e i tecnici
danno all’ing. Bozza il bentornato; infatti egli
è appena ritornato dall’ America, dove è stato
a Pittsburgh, Cleveland e altri centri indu-
striali a vedere acciaierie della J & L, e a
studiare la possibilità di impiegare i calcola-
tori elettronici per il controllo della fabbrica-
zione dell’acciaio.

Si vede che i suoi operai sono contenti di
rivederlo fra loro; e si vede che operai e
ingegnere vanno d’accordo. «Io non sono
un giudice imparziale degli operai napoletani
— dice — perché sono napoletano anch'io.
Dirò soltanto che l’operaio napoletano è mol-
to buono se preso per il suo verso; ha un’in-
dividualità che va rispettata, e qualche volta
frenata (vuole fare spesso ‘e capa soja, di testa
sua): chi sa sfruttare questa sua tendenza a
non essere pecora ne ritrae grandi risultati ».

Questa sarà la prima acciaieria L.D. che
funzionerà in Italia; la seconda sarà quella di
Taranto, la terza quella di Piombino. Se pro-
prio non cambierà la faccia di Napoli, questo
sarà un primato industriale che avrà grande
significato, e grandi conseguenze.

La visita a Bagnoli si conclude al circolo
aziendale, la sera, oltre l’orario, in una di-
scussione sugli ingegneri, fatta con gli inge-
gneri e l’intervento di alcuni periti. Noto
l'assoluta mancanza di fretta, la pazienza con







L'ing. A Abi lo, capo organizzazione produ-
zione tubificio. A Taranto una tesi dal titolo profetico.
la quale gli intervenuti si assoggettano a
questo extra; vorrei dire loro che me ne di-
spiace e sono grato. In prima fila siede il
direttore, e presso di lui il vice-direttore di
produzione, ing. Arnaldo Mancinelli, romano
e laureato a Roma; ha la parola facile, è de-
ciso negli interventi. Pensa che la scuola ita-
liana sia buona, non specialistica, ma forma-
tiva. Attraverso un tirocinio in fabbrica, +
giovani laureati possono assorbire facilmente
tutto ciò che è ‘mestiere’. Meglio sarebbe
però se il titolo di ingegnere fosse diviso in
due gradini, come in Germania, e in quasi
tutto il resto del mondo. Prendono parte al
discorso l’ing. Antonio Campagna, laureato
a Napoli nel 1962, l’ing. Guido d’Amato,
che invece rappresenta gli anziani, essendo
nato nel 1909 e laureato nel 1933, l’ing. Picco,
il giovane ing. Vincenzo Cioffi, che rivendica
la piena utilità del biennio (tutte le materie
del biennio sono essenziali e formative),
l’ing. Alvaro Achermann (al biennio cadono
le vocazioni non sicure), l’ing. Antonio Cac-
cavale (al biennio la selezione è eccessiva, e
anche il programma è eccessivo).

Il fatto umano, ancora una volta affiora;
affiora qui in un’accolta di ingegneri, presso
la fabbrica dell’acciaio, dove si stanno « in-
stallando » le muove tecniche di inserimento
e di guida dell’uomo. Lasciamo gli ingegneri
dello stabilimento che è ormai buio, con il
rimpianto di non poter approfondire né l’argo-
mento, né lo scambio di impressioni e di idee.

Ma per il mattino seguente ci attende una
levataccia; solo alle 5,45 parte un treno pos-
sibile per andare a Taranto.

Oggi che non si viaggia più a piedi né a
cavallo, il treno è uno dei pochi veicoli che
sappia dare ancora l’idea della lontananza; il
treno delle 5,45 è un “rapido” secondo la
definizione ferroviaria. Infatti si paga il sup-
plemento; ma la marcia è tutt'altro che rapida,



L'ing. Mario Sbano, dell’ esercizio
tubificio. Duecento tubi in otto ore.

specie dopo che si è lasciato il Tirreno: si
sale, si scende, si entra in galleria, si esce su
vallette solitarie e deserte. Le abitazioni si
fanno rade. Ricordo d’aver fatto altra volta
questo viaggio in aeroplano; allora il senso
della distanza fu meno vivo, ma rimase l’im-
pressione dei paesetti arroccati sui monti, e,
ancor più strano, dei paesi di pianura con le
case disposte intorno al centro, cinte di mura,
aggruppate come a difesa. La pace degli uli-
veti è forse illusoria; qui una guerra antica
dell’uomo contro l’uomo e della miseria con-
tro tutti è stata per secoli la legge.

Quando arrivo a Taranto, e un tassì mi de-
posita nell’immenso cantiere Italsider sull’ Ap-
pia, vedo la risposta della tecnica a questa
guerra; e mi torna alla mente l’inizio dramma-
tico del film “Pianeta acciaio”, con i bulldozers
che incedono distruttori e terribili fra gli
ulivi, facendo violenza all’equilibrio naturale.
Il cantiere è una testimonianza vivente di
questa violenza ancora in corso; ma nel pla-
stico che mi mostrano dentro una costruzione
prefabbricata, tutto ritorna ad avere ordine
e senso, e Taranto, fra il suo Mar Piccolo e
il suo Mar Grande, diviene il centro di un
prestigioso sviluppo industriale razionalmen-
te concepito e coraggiosamente attuato.
L’IRI sta compiendo un’opera gigantesca, che
muta il costume, l'economia, il modo di esse-
re di regioni intere. E parlando con gente del
luogo, che ricorda le crisi e i sacrifici di ieri,
si vede quanto quest'opera fosse necessaria.

Il centro siderurgico a ciclo integrale di
Taranto, che sarà compiuto entro il 1965,
sorge su una zona di circa 500 ettari; è desti-
nato a produrre, partendo dal minerale, l’in-
tera gamma dei laminati piani a caldo. Una
parte dell’impianto, il tubificio, già funziona;
è stato inaugurato il 15 ottobre del ’61. È
qui che incontriamo i primi ingegneri: e co-
minciamo con un tarentino; l’ing. Antonio
Abbatangelo, capo organizzazione produzio-





L'ing. Amedeo Berlenghi, capo esercizio
tubificio. C* erano appena le colonne.

ne di zona, è nato a Taranto nel 1932, e si è
laureato in ingegneria idraulica a Napoli nel
1960, con una tesi dal titolo profetico: « siste-
mazione del porto di Taranto in considera-
zione del futuro sviluppo industriale ». Appena
laureato è andato all’ Italsider, prima a Geno-
va, poi a Bagnoli, poi qui a Taranto. Fra i
suoi compiti troviamo la rilevazione dei tempi
standard, i cicli di lavoro, la job evaluation.
È un giovane serio e di poche parole; ma
si intravede, pur nel breve incontro, una con-
sapevolezza delle molte facce dei problemi
che tratta, problemi che hanno l’uomo come
soggetto.

Più loquace è l’ing. Amedeo Berlenghi, na-
to a Fivizzano in provincia di Massa nel
1928, laureato a Pisa nel 1958, e all’ Italsider
dal 1960. È stato in Inghilterra per sei mesi
a imparare a far scatole di conserva, poi in
USA per quattro mesi in addestramento
per imparare tutto sul tubificio della U.S.
Steel. Tornato in Italia è venuto direttamente
a Taranto. «Son tornato qui, e arrivato a
Taranto ho trovato che c’erano appena le
colonne ». Col ricordo di quanto aveva im-
parato a Provo (Utah), la sua cultura tecnica
e una buona dose di senso comune, ha preso
parte al montaggio del macchinario; questo
aver visto nascere la “sua” fabbrica costitui-
sce un legame sentimentale. È con lui che
vediamo il tubificio, questo capannone ster-
minato, che di fuori è verdissimo, e dentro
ospita quattro carri ponte, uno da venti e
tre da dieci tonnellate. Non staremo a ripe-
tere come vengono ricevute le lamiere, come
nelle macchine oleodinamiche diventano pri-
ma U e poi O, cioè tubo chiuso, come pas-
sano alle saldature che suscitano improvvise
fontane luminose, e come infine vengono ret-
tificati i tubi e poi provati all’espansore e alla
pressa idraulica. La lunga passeggiata in questo
stabilimento, seguendo la storia delle lamiere
piatte che diventano tubi lunghi dodici metri,

> vi
# 74
Quelli della Cosider: l'ing. Vincenzo Na-
tale, tarentino. Costruire nella mia città.



[rg .

da più di un metro di diametro, destinati a
gasdotti e a oleodotti, meriterebbe una de-
scrizione a parte, che del resto è stata già
fatta. Diremo soltanto che si tratta di uno dei
più begli esempi di lavorazione meccanica, di
uno degli esempi più razionali e persuasivi;
l'impressione dei tubi, già fatti, che rotolano
ora su un lato ora sull’altro del capannone per
sottoporsi alle varie operazioni, è di quelle
che difficilmente si dimenticano.

Addetto all’esercizio del tubificio è l’ing.
Mario Sbano, nato a Roma nel 1933 e lau-
reato a Napoli nel 1960. Venne all’ Italsider
di Taranto nell’agosto del ’62.

Nei primi giorni — dice l’ing. Sbano —
sentivo il peso delle muove responsabilità,
ma non ci sono stati strattoni. Anzi abbiamo
toccato in quel periodo l’ambita mèta di
duecento tubi a turno di otto ore. Era una
commessa per l’Argentina: ogni nave che ar-
rivava era sulle sei-ottomila tonnellate, e
non era tanto facile attenersi ai termini di
consegna. L'ambiente era muovo, il caldo
atroce, il lavoro non familiare a molti; fra
l’altro occorreva tenere gli occhi ben aperti
perché qualche operaio non si facesse
schiacciare una mano in mezzo ai tubi. Sa
come passai il ferragosto? A smontare la
pressa; si era rotta proprio quel giorno la
pressa ad O: sospese le lavorazioni si è lavo-
rato giorno e notte vicino alla macchina, si
sono smontati i quattro cilindri in acciaio del
congegno oleodinamico superiore, si sono
mandati in officina per farli riparare, e poi si
sono rimontati ».

È sposato a Napoli; si è saputo creare ami-
cizie: qualche visita, qualche gita, qualche riu-
nione conviviale. In breve: un giovane che
si sa organizzare, sul lavoro e fuori.

Lasciamo il tubificio ed attraversiamo su una
campagnola l’immenso cantiere, una volta e
mezza la città di Taranto, dove sta sorgendo
il centro siderurgico vero e proprio: sulla



L’ing. Fabio Pampana: giorno
per giorno dai progetti alla realtà,

sinistra è il primo altoforno, le cui strutture
si stanno ormai delineando, e poi la cokeria,
mentre sulla destra si stagliano contro il cielo
le carpenterie dell’acciaieria L.D. e dei laminatoi.

Terminata la pista in terra battuta e tra-
versati i binari della rete ferroviaria che gira
tutt'intorno allo stabilimento, la macchina
si arresta su un piazzale, davanti ad un gruppo
di disadorne ma funzionalissime baracche di
lamiera. Qui è attualmente alloggiata la dire-
zione di Italsider ‘Taranto e qui ci attende, in
una stanzetta sobriamente arredata, il diretto-
re del centro siderurgico, ing. Cesare De
Franceschini.

È un ligure, l’ing. De Franceschini, nato a
Spotorno nel ’21 e laureato a Genova nel ’48
in ingegneria meccanica, con una tesi sulle
fonderie.

Dietro la sua poltrona c'è un quadro d’at-
mosfera prettamente pugliese: una casa e un
muro bianco calcinato dal sole e tutt'intorno
la vegetazione con i colori violenti di questo
paesaggio. Così, invece che di siderurgia, co-
minciamo a parlare di pittura, e scopro che
questo tecnico dal piglio così deciso coltiva
anche la passione per le arti figurative (« Ha
visto i tramonti, qui a Taranto? »).

L’ing. De Franceschini è entrato in side-
rurgia dopo alcuni viaggi di studio compiuti
nel 1949 e nel 1950 in Gran Bretagna e negli
Stati Uniti, dove ebbe occasione di visitare
numerosi stabilimenti. ‘Tornato in Italia, en-
trò subito nella “Cornigliano” e le sue tappe
più significative furono la direzione del lami-
natoio a caldo e poi di entrambi i laminatoi.
«I colleghi mi chiamavano “direttore dello
stabilimento che non c’è” quando accettai
l’incarico per il centro siderurgico di Taranto.
Difatti, qui non c'erano che ulivi. Oggi ab-
biamo già 7000 persone che lavorano nei
cantieri, oltre ai 1.500 assunti — per ora —
dall’ Italsider. Il resto lo sta vedendo crescere »
- aggiunge l’ingegnere indicandoci dalla fine-



i:2

stra le strutture degli impianti. « Nel 1965 sa-
remo 5.000, qui all’Italsider, senza contare poi
l’effetto che il nostro sforzo avrà per tutta la
zona. Parlo anche per la formazione dei futuri
quadri tecnici, prettamente meridionali. Qui
nasceranno i nuovi ingegneri ». Le sue sono
parole di un uomo giustamente entusiasta di
ciò che sta portando a compimento.

«La maggior soddisfazione professionale è
quella di fare il costruttore; noi vediamo sor-
gere lo stabilimento ». Chi ci parla così è un
altro tarentino, l’ing. Vincenzo Natale, nato
nel 1926, e laureato nel Politecnico di Torino
nel marzo 1950, non ancora ventiquattrenne.
Allora, però, le condizioni per gli ingegneri
non erano così rosee come adesso, e non
c'erano tante offerte. Figlio unico, l’ing. Na-
tale appena laureato dovette tornare a Taran-
to, e contentarsi di fare qualche lavoretto ci-
vile, o della conduzione di un impianto per
l’estrazione dell’olio vegetale o olio d’oliva
dalle sanse. Poi fu successivamente all’ Aerfer,
alla Fiat e alla Montecatini. Approdò infine
alla Cosider nel 1962. Ed ebbe la gioia di co-
struire, e di costruire nella sua città. È un
lavoro alla polvere e al sole, con uffici che
sono baracche, i rapporti con le imprese che
non sono sempre facili. Ma si vedono sorgere
giorno per giorno dalla terra arsiccia le grandi
creature di metallo, e pensare che sono almeno
in parte frutto del nostro lavoro consola di
ogni sacrificio.

Lo stesso pensa l’ing. Fabio Pampana, na-
to a Pisa nel 1910, e laureato pure a Pisa
nel 1931. Ha il piglio sicuro di chi è da lungo
tempo abituato al comando, a far montare
strutture complesse e a smontare difficoltà
naturali o artificialmente create. Anche lui ha
avuto i difficili inizi di un’epoca in cui la
laurea non garantiva nulla a chi l’aveva fati-
cosamente conquistata. Ha insegnato disegno
di macchine all’istituto industriale; a ventitrè
anni aveva allievi di ventisette. Poi, dal 9 mar-
zo del ’34 (ricorda tutte le date con stupe-
facente precisione), entrò all’ Ilva di Piombino,
e legò il suo destino all’acciaio. Rimase a
Piombino fino al 1958, quando fu costituita
la Cosider; è a Taranto dall’ottobre del 1962.

Dalle finestre della baracca si vede il va e
vieni dei mezzi, le sagome delle costruzioni
metalliche spiccano contro il cielo grigio. Il
vento leva dal terriccio mulinelli di polvere, e li
arrotola fino al cielo per poi lasciarli ricadere.
Le macchine che lavorano traggono dai me-
talli strani accordi, sono le voci del cantiere.
Quelli della Cosider hanno dei buoni motivi
per amare il loro lavoro; giorno per giorno i
progetti diventano realtà. Quella terribile sen-
sazione di vivere inutilmente, quel senso di
vuoto delle ore e delle giornate che passano
senza traccia come la sabbia fra le dita di una
mano si possono vincere opponendo alla
corsa del tempo qualcosa di nostro che resti,
qualcosa che sia le nostre ore e i nostri giorni.
Per questo tutti gli ingegneri che non costrui-
scono effettivamente invidiano un po’, in
fondo al cuore, i loro colleghi che hanno la
ventura di costruire; anche se non tutti lo
confessano.

Fumetti

e
cultura

Che i “fumetti” siano nati ufficialmente dome-
nica 16 febbraio 1896, quando comparve sul
“World” di New York la prima immagine di
“Yellow Kid” è ormai arcinoto. Come altret-
tanto noti sono i loro antenati illustri : dalle
caricature satiriche dell’Ottocento con la frec-
ciata politica racchiusa in una vera e propria
nuvoletta, fino alle remote stampe religiose del
Medioevo in cui santi e filosofi affidavano le
loro parole ad un nastro svolazzante.

Umberto Eco, attentissimo studioso di tutti
i fenomeni che caratterizzano il nostro tempo,
analizza in questo articolo il fumetto come *
nere letterario”, nelle sue migliori espressioni, e
i rapporti che, come tale, esso ha con i valori
culturali.

ge-



Coriano 1008 vp Fota Caerpenna de





Sa









WHY, IT5 STEVIE
CANYON! ME SISTER



GLAD TO SEE YOU
BACK, MR. CANYON!





CAPTAIN CANYON!
I REALLY SWEAT YOU OUT
THIS LAST TRIP! HEY! I HAVE
A FINANCIAL STATEMENT
7 FORYOU...YOU'LL NEVER
REGRET HAVING BACKED
ME ON THIS DEAL.





DD Ml/ THIS CAR, MR. CANYON!
U GoinS \f{ - AND FOR YOU WE DONT
MULZA WAIT TILL ITS FULL!
RIGHT, IRMA 7












OH... HERE
16 MR. CANYON,

E PAR
4) L)

ei Lat
LIO

ITS A_MR.DAYZEE,\_HMM-THEY CALL HER
SECRETARY To |*THE COPPERHEAD*.
COPPER CALHOON, | I WONDER IF SHE





Mr. CANYON... MISS
COPPER. CALHOON WISHES
TO ENGASE Your
PROFESSIONAL SERVICES!
MISS












AND ALL THIS
TIME I THOUOKT

MIS-TER CANYON!
PEOPLE DO NOT REFUSE
WHEN SUMMONED BY
COPPER. CALHOON!



ses THE CLICK YOU

WHY, MR.

ZZY, WHAT HAVE BEEN NICE
YOU SAIDI.AND \HAVE MONEY To PAY THIS
ME SO YOENG AND. |OFFICE RENT BUT I GUESS
IMPRESSIONABLE ! | IT BAD FORM TO GET INTO
REGULAR HABITS LIKE
HEAR WILL MEAN





i-19
HEARD ON THE

EXTENSION WHAT

STEVE CANYON
SAID!.. I HAVE
NEVER. BEEN sO--















Guardate attentamente la pagina di fumetti
pubblicata qui a lato: apparve nel gennaio
1947 in un giornale americano. Era la prima
puntata di una nuova storia disegnata e con-
cepita da Milton Caniff, l’abilissimo creatore
di Terry e ? Pirati, una serie di avventure
che avevano appassionato tutta l’ America. In
questa pagina viene invece introdotto un nuovo
personaggio, il detective Steve Canyon. Leg-
giamola insieme; e dicendo “leggiamola” inten-
diamo dire: guardiamola criticamente cercando
di analizzare tutte le sue componenti e di capi-
re su quali meccanismi si basa il suo effetto.

Nella prima vignetta troviamo un poliziot-
to che saluta cordialmente Steve Canyon; ma
Steve non lo vediamo; di fatto vediamo la
scena, come se la camera da presa fosse ap-
poggiata sulle sue spalle o sulla sua testa. Si
è detto “macchina da presa”, e infatti la co-
struzione di questa vignetta realizza quella che
in cinema viene detta una “inquadratura sog-
gettiva”. In realtà tutto il resto della storia
procede secondo una grammatica di tipo ci-
nematografico e va interpretato come una serie
di movimenti di camera. Ma fermiamoci ancora
alla prima vignetta; il sorriso del poliziotto ci
lascia capire che Steve è evidentemente ben-
visto dalle forze dell’ordine: il personaggio
incomincia a disegnarsi. Passiamo alla seconda
vignetta: la camera procede avanti, Steve è
entrato in un edificio, il portiere lo accoglie
ringraziandolo perché ha portato un regalino
a suo figlio tornando dall'Egitto; dunque Steve
è gentile d’animo, premuroso, e viaggia molto,
in paesi esotici; il personaggio si precisa, da
un lato, e dall’altro incomincia ad alonarsi di
interesse; nasce lentamente una certa suspense.

Nella terza e nella quarta vignetta il carat-
tere di Steve si arricchisce di nuovi elementi,
attraverso un colloquio cordiale col giorna-
laio cieco (che lo chiama “capitano” — c’è
dunque anche un passato militare...) e un af-
fettuoso rapporto con la piccola fioraia. Nella
quinta vignetta infine la camera carre/la indietro,
e scopre dall’alto Steve visto di schiena; già
se ne intravede la figura avvenente, e l’ac-
coglienza delle due ragazze addette all’ascen-
sore, che se lo contendono e affermano di
voler dedicare un viaggio a lui solo, ci dà
una conferma delle qualità fisiche del Nostro,
evidentemente un charzeur. Infine nella sesta
e settima vignetta Steve appare ai nostri occhi:
un volto virile, piuttosto segnato, da uomo
che “ha vissuto”, dei gesti sicuri; una segre-
taria procace e sofisticata, che gli passa il mi-
crofono: una chiamata. Da chi? Da una donna

nella pagina a fianco: la prima puntata delle avventure
del detective Steve Canyon apparsa su un giornale ame-
ricano nel gennaio del 1947. In poche vignette, il dise-
gnatore Milton Caniff definisce con grande efficacia e
dignità grafica due caratteri e introduce il lettore nel
vivo di una situazione carica di tensione. Questa pagina
viene analizzata nel corso dell’articolo.

a destra: un buon fumetto può portare a un livello di
divulgazione estrema certi aspetti di un gusto ormai
diffuso a livello “colto”, conservandogli eleganza e
dignità stilistica. Un esempio tipico è il “piccolo Nemo”,
un fumetto iniziato nel 1905, dove è palese nel gradevolis-
simo segno del disegnatore Winsor MeCay l'influenza del
gusto “liberty” di quegli anni (da “I primi eroi”, edito
da Garzanti).

ricchissima, bellissima, misteriosa. Per presen-
tarla Caniff ricorre, nell’ ottava vignetta, a
una serie di convenzioni iconografiche di in-
dubbio effetto: un arredamento sontuoso, da
grande ufficio direzionale, una figura femmi-
nile inguainata in un abito nero dietro a una
enorme scrivania, un segretario vestito come
un banchiere: « Mister Canyon, la signorina
Copper Calhoon desidera assumervi ». Non
una parola di più; si intuisce che al solo nome
di Copper Calhoon chiunque dovrebbe fare
un sobbalzo dall'emozione. E infatti (nona
vignetta) quando Steve, con la calma dei forti,
risponde che non ha intenzione di porsi al
servizio di Copper Calhoon, il segretario ha
un moto di stupore. Notate, lo choc è rap-
presentato attraverso l’uso di caratteri grafici
più marcati, mentre la sottolineatura sulla pri-
ma sillaba di “Mis -ter”” indica l’accento, l’ap-
poggiar della voce sull’inizio di parola come
ad esprimere una irrefrenabile costernazione.
Infatti il segretario spiega che «di solito la
gente non rifiuta un invito di Copper Calhoon».
Ma Steve si, rifiuta con alterigia — e anche
un fatto del genere vale a sottolineare la na-
tura dell’uomo, bisognoso di danaro, come
afferma la segretaria nella decima vignetta, ma
disposto a guadagnarlo solo se gli va a genio
l’incarico (e quindi Steve oltre che bello, forte,
buono, simpatico, misterioso, ci appare anche
un “puro”, un artista della sua professione).

13

Ma il culmine della vicenda viene raggiunto
nell’undicesima vignetta. Il segretario spiega a
Miss Calhoon quanto è accaduto (ma, lo avete
visto nella nona vignetta, Miss Copper non
è donna da lasciarsi sorprendere, e seguiva la
conversazione su una derivazione); ed è a
questo punto che la donna rivela tutta la sua
natura; emettendo una lunga boccata di fumo
(anche qui: ricorso a un artificio grafico che
fa parte di un “vocabolario” del fumetto; la
sottile nuvoletta significa “fumo” per i lettori
abituati a questo linguaggio) pronuncia una
frase imperiosa, in cui si condensa tutto un
carattere: « Voglio quell’uomo. Portatemelo ».

Fine della puntata. In poche vignette Caniff
è riuscito a disegnare due caratteri, a darci
l’avvio di una vicenda piena di promesse, a
farci entrare nel vivo di una situazione carica
di tensione. Cosa si può pretendere di più?
Vi sarà ancora qualcuno disposto a pensare
che il fumetto è un divertimento per ragazzini
e non un genere narrativo per adulti, dotato
di propria grammatica e sintassi, di un lin-
guaggio estremamente articolato?

Che i fumetti siano nati come un genere
destinato non solo ai bambini ma anche agli
adulti, è un fatto noto. Le statistiche in propo-
sito sono appassionanti e rimandiamo i let-
tori ai dati che mette a disposizione Carlo
della Corte nel volumetto / faretti che Mon-
dadori ha pubblicato due anni fa. E d’altra



E POCO SICURO] COME FAI

? .
A SCENDERE SUA VELOCITÀ

VALCA UN TETTO
fip ESSO.



ACCIDENTI, SCA-(





FORTUNA CHÉ
ERA SOLTANTO

UN Soana!













parte la voga di questo genere sui principali
quotidiani italiani ci dimostra che il fenome-
no vale anche per noi.

Ma una pagina come quella esaminata ci
dice di più. Pensate: in essa noi abbiamo
“letto” tutto un racconto, con una serie di
connotazioni psicologiche, un richiamo a toni,
rumori, gesti, movimenti, come sé guardassi-
mo un film. In effetti stavamo guardando una
serie di sti/liggazioni grafiche dotate ciascuna di
un preciso significato che ormai accettiamo
per scontato, ma che ad un osservatore di
cento anni fa non avrebbero detto nulla. Questo
significa che in sessanta anni i fumetti‘‘hanno
creato un modo di vedere e di leggere, hanno
stabilito un repertorio di immagini fornite,
per convenzione, di determinati significati,
hanno elaborato insomma una semzantica e, se
la parola non apparirà esagerata, gli elementi
di una estetica. In questo senso infatti sarebbe
assai interessante portare avanti una analisi
degli elementi strutturali del fumetto, l’esisten-
za della coppia parola-gesto; la tecnica di mon-
taggio in base alla quale si dà l’impressione al
lettore di uno svolgersi continuo di eventi
(come al cinema) mentre di fatto vengono
isolati e collegati solo alcuni momenti essen-
ziali dell’azione; e ancora, la tecnica di visua-
lizzazione dei rumori, sia attraverso la forma
della “nuvoletta” che attraverso la realizzazione
grafica delle lettere; e poi la stabilizzazione di
una serie di convenzioni onomatopeiche (con
tutti i precisi significati dei vari dum, g#/p,
smack, crash, mumble eccetera, ormai usati dai
nostri bambini come elementi comuni di di-
scorso); la tecnica di rappresentazione del mo-
vimento e così via...

Esaminato sotto questo aspetto, il mondo
dei fumetti ci dice che, accanto a prodotti di
indubbio cattivo gusto e pessima qualità, sono
esistiti ed esistono dei fumetti di alto livello
tecnico. Sono quelli di solito che hanno otte-
nuto i più fervorosi successi di pubblico; e se
pure queste opere non apportavano niente di
nuovo, proponevano
figurative che non fossero già state avanzate
a livello delle Belle Arti propriamente dette,
tuttavia non di rado effettuavano una opera-
zione preziosissima di omologazione di un gusto
non ancora acquisito dal grande pubblico. Tanto
per fare un esempio, la rappresentazione del

se cioè non soluzioni

movimento, che la pittura futurista realizzava
scomponendo e moltiplicando l’immagine per
mostrarla nelle varie fasi in cui si veniva a
trovare nello spazio, è stata accettata e popo-
larizzata dal fumetto che l’ha resa familiare,
come elemento di linguaggio, artificio figura-
tivo di valore convenzionale, a folle immense.
In fumetti come quelli di Dick Tracy, di cui

sopra: azione, violenza, suspense si realizzano nelle storie
di Dick Tracy, di Chester Gould, attraverso un segno
grafico, caratterizzato da un gusto per la stilizzazione
deformante, chiaramente influenzato dalle esperienze del-
l’arte contemporanea,

sotto: la storia di “Little Orphan Annie” (Betta nella ver-
sione italiana), creata da Harold Gray nel 1924, appas-
siona da decenni milioni di lettori. Sulle disavventure di
questa piccola orfana, un gruppo di studiosi americani ha
condotto una singolare ricerca, di cui si parla nell’ articolo.









(ca)
JUST

“Tre ss REAL! LIFE 18 EARNESTI Lnoruai
YOU CAN SAY "THAT AGAIN, BiLL!

IFE ÎS A GAME? THEY SAY: HOW

UE-AND FT%5 PLAYED FOR KEEPS, BUD!

ONLY NINE DAYS TILL CHRISTMASI
Î ‘THIS TIME IMLL BE












Pane IN A WATER-FRONT DIVE
ANOTHER BUM SLOUCHES
AT A TABLE IN A DARK CORNER--









PLL FIND FRIENOS AGAIN-
“| ALWAYS Havel

















SOON KNOW + THEY'RE
To MEET ME HERE WILL
THEY? OR WILL IT BE-»
HAVE TO TAKE A CHANCE,
BUT NO NEED TO TAKE
ALL THE CHANCES-







I NEVER CEASE:
To HOPE, SAHIB








2A
|

Il



pel e AN i 1

FOLKS 0° THE GUN —
INZo
QUI

7}
ì



riproduciamo una immagine, troviamo un gu-
sto per la stilizzazione deformante che è stato
proprio dell’arte contemporanea, si pensi al-
l’Espressionismo o a Picasso; in prodotti come
quelli di Caniff, di cui abbiamo visto la pa-
gina su Steve Canyon, invece abbiamo la sta-
bilizzazione di un gusto “medio”, alieno dalle
avventure intellettualistiche, modellato sulla
scorta dei migliori prodotti holliwoodiani, ma
sempre ad un livello di dignità grafica. E se
ricorderemo i fumetti di Gordon che hanno
animato le veglie della nostra infanzia, ci ac-
corgeremo che la matita di Alex Raymond,
un “grande” del fumetto, aveva dato vita a
un suo mondo di alto prestigio fantastico;
tanto che ancor oggi gli astronauti americani
tendono a vestire come i personaggi di Ray-
mond, e l'ombra di Gordon grava sui pro-
gettisti di Cape Canaveral.

Dal disegno che traduce per le masse i
portati dell’avanguardia moderna a quello che
si attiene alle regole di un onesto artigianato
commerciale, possiamo tuttavia affermare che
il fumetto, nelle sue espressioni migliori, ha
avuto ed ha le carte in regola per essere in-
terpretato in termini culturali, almeno sul
piano dei valori figurativi. E se in Italia ab-
biamo qualche difficoltà ad ammetterlo, ciò
avviene per due motivi; anzitutto la scadente
qualità della produzione nostrana, che tranne
rarissimi casi (e di preferenza nel campo co-
mico-grottesco, si pensi a Jacovitti) si pre-
senta sul mercato con esempi sconfortanti; in
secondo luogo la disinvolta attività degli
“importatori” di merce americana, che non
esitano a lavorare con clichés rovinati, a ri-
calcare materiale originale, o — nel migliore
dei casi — a tradurlo in modo approssimativo
e sgrammaticato. La serie di vignette tratte
dalle edizioni italiane delle storie de L'uomo
Mascherato (che pubblichiamo qui a lato) do-
vrebbero servire come campione tipico di un
costume piuttosto assai diffuso,

Ma tutte queste argomentazioni non ten-
gono conto di alcuni fattori di estrema im-
portanza. I fumetti possono rappresentare un
fenomeno di gusto grafico e di novità lingui-
stica; ma qui stiamo parlando ancora di aspetti
formali e di artifici tecnici. Quale mondo mo-
rale, quali contenuti ideologici vengono co-
municati grazie a questi mezzi? Aspetti tecnico-
formali hanno semplicemente una funzione
retorica (rivestire in modo piacevole qualsivo-
glia contenuto), oppure appaiono fusi in modo
organico con un determinato “messaggio”?

Il panorama è piuttosto sfumato. Anzitutto
il fumetto è un mezzo di comunicazione di

in alto a destra: l'Uomo Mascherato”, in un disegno
originale di Wilson McCoy. Questo artista riprese il
personaggio creato — con ben altra energia di segno —
da Ray Moore. Comunque McCoy ne porta avanti le av-
venture con una certa onestà, sia pure in uno stile
ormai fuori moda.

al centro: ecco ora, da una pubblicazione italiana,
un'avventura dell’ “Uomo Mascherato”: non si tratta
di un rifacimento dovuto ad un diseg itali
che avrebbe almeno cercato di difendere l’onor di firma.
Si tratta di un volg ricalco, o del rit inabil
di un cliché originale.

massa e viene prodotto industrialmente. Del
prodotto industriale ha dunque le principali
caratteristiche: viene modellato in modo che
risponda ai gusti del pubblico e la sua produ-
zione è sottomessa alle leggi inesorabili della
domanda e dell’offerta. In tal senso il fumetto
sarebbe determinato da esigenze tali da con-
trastare qualsiasi possibilità di esito artistico
e di discorso libero e autonomo. Di fatto,
però, come avviene per vari aspetti della cul-
tura di massa, il fumetto non solo obbedisce
alle aspettative del pubblico, ma sa anche
crearle; fumetti celebri hanno imposto un gusto,
o comunque hanno saputo fare evolvere il
gusto esistente secondo una intenzione precisa
dell’artista che seguiva un suo mondo fanta-
stico. Come la televisione, il cinema o la can-
zone, lo strumento di cultura di massa non si
adegua mai passivamente alle richieste vaghe e
inverificabili della folla: /e crea, /e determina,
le orienta. In questo senso rappresenta uno
strumento di potere. E come strumento pe-
dagogico di potere va visto anche il fumetto:
nel senso che esistono fumetti conservatori,
magari reazionari, e fumetti progressisti,
fumetti impegnati politicamente e fumet-

15

ti il cui impegno è solo apparente, fu-
metti che vogliono proporre una semplice
evasione irresponsabile e fumetti che sotto
l’aspetto dell’evasione propongono una espe-
rienza di buon livello estetico. Proprio per
questo si rendono necessarie le chiarificazioni
critiche: e si potrebbe dire che il pubblico dei
fumetti, se da un lato ha bisogno di quello
che un mio amico chiamava «il movimento
per un fumetto migliore », dall’altro ha bi-
sogno che si stabilisca una vera e propria
critica che insegni a leggere (e, nel caso, a
smascherare ideologicamente) le varie storie.
Per il che ci vuole una classe intellettuale che
abbia abbandonato certe remore aristocratiche
nei confronti di questo “genere letterario” e
che si avvii a capirlo con intelligenza e sen-
sibilità.

Indagini del genere non mancano. Una di
queste ci aiuta ad esempio ad individuare un
modello di fumetto di destra. È lo studio con-
dotto da Lyle W. Shannon sulla Piccola Or-
fana Annie, an fumetto che Harold Gray ha
creato nel 1924 e che da allora continua ad
appassionare milioni di spettatori (da allora
la piccola Annie, e sono quarant'anni, non è







MY ANCESTOR, THE FIRST PHANTOM,| | LEGEND SAYS
DESTROYED IT SINGLE -HANDED BUT
HE NEVER CAPTURED CAPTAIN
THOMAS KIDDER- ass ALWAYS SAY
THAT ABOUT
PIRATES

BURIED TREASURE
HERE>BUTTWEY

KIDDER)MY ANCESTOR
FOUND KIDDER
"AMUSING".1
WONDER
WUY=- ]



IVE DECIDE DON A NEW
EXPLORATION=-TO FIND
THE LOST €ITYy

OF TOMAS.







UNA SPACCATURA !
QUESTA NON Ci
VOLEVA *

INTENZIONE DI





gf | li
Ze UA
GLi ALBERI A CUI APPOGGIARSI SI





SA
FANNO SEMPRE LE RADI FINCHE
A UN TRATTO.

SALTARLA E IMPOSSIBILE
SENZA POTER PRENDERE
LO SLANCIO ! È IL
SOLE MA PROPRIO

CORICARSI .

QUELL'ALBERO... FORSE !
SL..PUO ANDARE È





/

Da RA

UN ALBERO HA SUE DICI PRO
PRIO SULL'ORLO DEL CREPACCIO
E L'UOMO MASCHERATO...







a fianco: ed ecco infine, sempre
da un albo italiano, una vignetta
di McCoy, riprodotta fedelmente,
ma dove il traduttore non è stato
capace di evitare un grossolano
errore di grammatica (l’indicativo
al posto del congiuntivo). Le storie
dell'Uomo Mascherato” non rap-
presentano davvero, specie oggi,
il meglio della produzione fumet-
tistica, ma è certo che presentate
in q modo scadono a un
livello assolutamente vergognoso.





QUESTO PRETELLERRÀ
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SicurEzZA:
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Ra)

E















Con #Krazi Kat”, il topo Ignatz e il cane Offissa Pup, George
Herriman aveva creato all’inizio del secolo uno strano triangolo pas-
sionale assurdo e surreale; la poesia nasceva dalla ripetizione conti»
nua di una situazione: gatto ama topo, topo tiranneggia gatto,
cane ama gatto e lo difende, ma non ne è ricambiato. Si noti
l'atmosfera da quadro surrealista che pervade queste vignette.

mai cresciuta di un palmo, e i giornali umori-
stici si sono divertiti a prendersi giuoco di
questo fatto: ma i personaggi dei fumetti
hanno l’eterna giovinezza dei miti, e questo è
un'elemento di cui occorre tener conto per
comprendere il fenomeno in tutti i suoi aspetti).
Dunque, Shannon ha incaricato una équipe di
ricercatori di analizzare per un anno le strisce
di questa storia e di stendere una tavola dei
valori che vi venivano affermati: chi erano gli
amici della piccola Annie, chi i suoi nemici,
chi erano i buoni e chi i cattivi, chi i ricchi e
chi i poveri, perché i ricchi erano ricchi e i
poveri poveri, che opinioni politiche profes-
savano i buoni e quali i cattivi, e così via.
Si è stabilito così che in genere i perversi ap-
partenevano alle classi meno agiate; che la
loro indigenza era sempre derivante da cat-
tivo carattere e cattiva volontà, mai da ob-
biettive condizioni sociali; che i buoni, i be-
nefattori, gli altruisti, erano nella maggior
parte di casi facoltosi industriali; che coloro



che conducevano attività spionistiche 0 co-
munque tradivano il loro paese, erano carat-
terizzati dal fatto di appartenere a gruppi di
sinistra (la sinistra americana, intendiamoci, i
radicals tipo Stevenson, i progressisti di tipo
kennediano); insomma, il fumetto apparve
condurre una sistematica azione pedagogica di
tipo maccartista, resa per figure e “spiegata al
popolo”.

L’indagine di Shannon è in realtà assai più
sfumata, cerca di mettere in luce non solo gli
ideali politici, ma anche quelli economici,
morali, religiosi. Ne esce un ritratto e un si-
stema di valori chiaramente etichettabile: dopo
di che sarà difficile negare che le storie della
piccola Annie, gradevoli ed evasive, fatte di
avventure mirabolanti, tra / misteri di
e il Cwore (una volta che la piccola orfana
era stata rapita, Henry Ford I aveva tele-
grafato all’autore pregandolo di farla riap-
parire libera al più presto), in realtà veico-
lino una precisa ideologia e svolgano una

Parigi

MIEYI
STOP PLAYING
WITH THOSE/

VATIA





“Dennis the Menace”, il bambino terribile creato da Hank Katcham:
notate come in una sola immagine il disegnatore è riuscito a rap-
presentare una successione di avv i
stendo a un film. Il movimento è indicato da vari artifici grafici:
l’altezza dei suoni, il loro timbro, l'atmosfera di allarme e concita-
zione, sono dati dalla forma dei fumetti e delle lettere.

nimenti, come se stessimo assi-



azione di consolidamento di dati valori.

Ma di fronte a fenomeni del genere ne ab-
biamo altri di tipo radicalmente diverso: le
storie di Jules Feiffer, ad esempio, tradotte e
diffuse anche in Italia. Feiffer è indubbiamente
un grosso artista, e la sua opera oltrepassa i
limiti del fumetto, ma vi rientra come gewere.
Nel suo caso abbiamo una capacità feroce e
spietata nel mettere a nudo i vizi e le con-
traddizioni dell’uomo contemporaneo, del cit-
tadino solitario e nevrotico di una società di
massa. E Feiffer lo fa con una capacità di
analisi e una finezza incomparabile, una tenera
pietà, una ferocia senza limiti; il tutto in pochi
tratti. Alla sua critica non sfugge nulla, i
rapporti affettivi, la politica, i tic letterari, le
nevrosi, il sesso, il danaro. E nel suo caso
abbiamo un esempio di fusione perfetta tra
segno grafico, apparentemente debole e in-
certo, e impegno contenutistico: il che signi-
fica dire che siamo a livello dell’arte. Se
Feiffer ha fatto del fumetto un genere di sa-














Z\
SEEN) | MELO ro pre QUALCHE VOLA (7 I
CHARLIE BROWN? VORREI ‘




ESSERE Un,
DITTATORE:







4, Sì, E L'HO
n ANCHE SCOPERTO... /

















LO SAI CHE CI
SONO PIU Di DUE





E NEMMENO UNA DI LORO
Mi APPREZZA! NON UNAII

CON IL DOMINIO
IN CONDIZIONATO






E...LO SAI COS'È
ANCORA PEGGIO?











Un gruppo di ragazzini e un cane sono i perso-

i dei “Peanuts” creati dalla fantasia poetica di
Charles Schulz. Nelle due storie che riprendiamo
dal volume dei Peanuts, recentemente uscito in
Italia (Milano Libri), assistiamo al dramma di
Charlie Brown: non essere popolare. È un tema

tira politica, Charles M. Schulz ne ha fatto
un genere lirico. I suoi Peansis sono dei ra-
gazzini nei quali si agitano tutti i vizi e le
virtù del mondo degli adulti, filtrati attra-
verso situazioni di un candore assoluto, in
modo che le contraddizioni della nostra co-
scienza vengono viste come ai raggi X, ri-
dotte all’osso, ai minimi termini, e proprio per
questo più toccanti e decisive: il pubblico ita-
liano ha conosciuto col nome di Pierino
Charlie Brown e i suoi amici, il cane Snoopy,
Lucy, Violet, Linus, Schroeder, Pig Pen. Ma
si trattava di traduzioni affrettate: e queste
storie chiedono inoltre di essere lette tutte
insieme, una dietro l’altra, per coglierne il
ritmo fondamentale, poiché costituiscono come
una sorta di testardo ricamo lirico su pochi
elementi essenziali (il terrore della mediocrità,
il bisogno di trovare il consenso dei propri
simili, in Charlie Brown; l’angoscia di non
poter essere più di quello che si è, nel cane
Snoopy; la nevrosi da mancato adattamento,

CHE CON IL CONTINUO AUMENTO
DELLA POPOLAZIONE, IO DIVENTO
IMPOPOLARE OGNI GIORNO DI PIÙ!

ossessivo per l’uomo medio americano, sempre
esposto al rischio dell'isolamento e della solitu-
Come conquistare gli
diventar simpatico... Decine di manuali ribadi-
scono questo tema, Charlie Brown ne è vittima:
Schulz è il rapido fustigatore di queste debolezze.

dine.



amici, l’arte di

risolta mediante un rabbioso attaccamento ai
simboli dell’infanzia, in Linus; la fuga estetica
come protesta contro il mondo, in Schroeder,
perennemente seduto al suo piccolo piano-
forte a coda; la violenza invadente e perfida
del matriarcato trionfante, in Lucy; e così via).
Ora è appena apparso un volume che racco-
glie un centinaio di queste storie, tradotte in
italiano, e il mondo poetico di Schulz potrà
essere avvicinato in tutta la sua impalpabile
ricchezza. E d’altra parte Schulz si muove sul
filone di un altro grande disegnatore, Her-
riman, che aveva dato vita all’inizio del se-
colo all’ormai classico e poeticissimo Krazy
Kat.

Attraverso autori di questo genere il fu-
metto dimostra una sua vitalità; e varrebbe la
pena di continuare a indicare una casistica
assai sottile di manifestazioni contraddittorie:
dal Li'/ Abner di Al Capp, sostanzialmente
“progressista” nella sua costante critica alla
società americana, ma viziato da un certo ot-






Una breve storia da “Passionella” di Jules Feiffer. Nella satira
di un tipo psicologico, in cui si urtano volontà di potenza e
timidezza, si legge in trasparenza l’attacco alla retorica ditta-
toriale: guerre, cannoni e baci ai bambini, Feiffer, le cui storie sono
state tradotte e pubblicate in due volumi anche in Italia da Bom-
piani, è un artista autentico, che oltrepassa i limiti del fumetto.

timismo giocoso che ne lima moltissimo il
mordente (ciò che non accade con Feiffer); a
Superman, per il quale, in altra sede, chi scrive
ha creduto di poter parlare di pedagogia del
conformismo condotta ad un livello quasi
metafisico; a Dick Tracy, che contrabbanda in
modo originale e prestigioso una sensibilità
fondamentalmente sadica, allineandosi con le
più tipiche produzioni del giallo d’azione; a
Dennis the Menace o a Joe Palooka, che in
modi diversi si risolvono in una glorificazione
del modello americano medio, pacificandone i
limiti e le contraddizioni in una visione otti-
mistica e sdrammatizzata. Una lista che po-
trebbe continuare. Ma qui ci premeva solo
indicare, attraverso alcuni esempi macrosco-
pici, l’esistenza, a pieno diritto, di un genere
letterario, e di tutto lo sfondo culturale che
si muove dietro di esso, a livello dei valori
estetici, morali e politici.

È chiaro: il fumetto non è solo un tratte-
nimento per bambini.



18

reve storia
ella lamiera

Laminare il ferro per trarne barre e lamiere :
ecco uno dei problemi che hanno assillato l’uomo
sin da quando fu scoperto il modo di estrarre il
metallo dal minerale. Dal fabbro che per mil-
lenni ha battuto sull’incudine, col suo martello,
assottigliando a forza di muscoli un pezzo di
ferro rovente, fino ai modernissimi laminatoi
automatizzati, la strada è stata lunga e faticosa.
In questo articolo, Amor Teo Barnaba traccia
una breve storia delle tecniche che, attraverso i
tempi, l’uomo ha escogitato per riuscire a tra-
sformare in lamiere il ferro, e per ottenere pro-
dotti sempre migliori e in maggiori quantità.

Nel prossimo numero illustreremo le moderne
tecniche di produzione dei laminati piani, gli
innumerevoli settori nei quali essi trovano largo
impiego e le prospettive per il futuro.



In questo particolare di un dipinto del pittore spagnuolo Diego Velazquez (*Apol-
lo nell’officina di Vulcano” - Museo del Prado, Madrid) è ben rappresentato il
lavoro del fabbro per ottenere da un pezzo di ferro incandescente una lamina
destinata ad una corazza. I fabbri hanno lavorato così per secoli per fabbricare
le splendide armature che oggi ammiriamo melle sale d’armi dei musei.

... Allontanò dal fuoco

i mantici ventosi: ogni fabbrile

istrumento raccolse, è dentro un’arca

li ripose d’argento. Indi con molle

spugna ben tutto stropicciossi il volto

affumicato ed ambedue le mani

e il duro collo ed il peloso petto.

(Iliade, Libro XVIII)

Così Omero ci mostra il dio Vulcano,
mal ridotto dalla sua fatica di fabbro. È
l’immagine che si è ripetuta nei millenni,
sino ai giorni nostri, in tutte le officine dove
si foggiava il metallo rovente con la forza
del braccio.

Il lavoro più semplice di fucinatura era
quello di appiattire il massello per farne una
piastra. Più difficile diventava il compito
quando si volevano ottenere piastre sottili.

Nel Medio Evo fece il suo ingresso nelle
officine il maglio azionato da forza idraulica
o da forza animale. Da questo utensile trasse
particolare vantaggio la fucinatura dei pro-
dotti piatti, pur rimanendo molto faticosa
l’opera dell’uomo.

Il massello di ferro veniva dapprima bat-

tuto al maglio sino a venir ridotto in lastra.
L’operazione di fucinatura al maglio veniva
ripetuta, intercalata da riscaldi per ridare al
ferro la necessaria plasticità, sino ad avere
una lastra sottile, spessa solo alcuni millimetri.

La fucinatura a pacchetto

Talora si sovrapponevano due o più di
queste lastre, formando così un “pacchetto”
che si scaldava e si continuava a battere al
maglio per ridurre lo spessore del pacco e,
proporzionalmente, quello dei singoli fogli
che lo costituivano. Era questo un procedi-
mento introdotto in Europa dagli Arabi.

Se si alternavano lamine di acciaio dolce
a lamine di acciaio duro, ben ripulite prima
della loro sovrapposizione, e si ritorceva e
rifucinava più volte il pacchetto, i fogli si
saldavano € si poteva ottenere un
materiale duro ed elastico molto adatto per
le armi da taglio.

Così venivano fabbricate
di Damasco e di Toledo, ma il procedimento
era noto anche in Giappone, dove con la
fucinatura a pacchetto si producevano le non

insieme

le celebri lame





Ferme fedi *

dan
ri,

19





Un'immagine medioevale di
un fabbro che lamina un
pezzo di ferro per trarne og-
getti di uso domestico: vasi,
imbuti, fiaschette,

meno famose lame Yamato,
Samurai.

Ma se lo scopo della fucinatura a pac-
chetto era semplicemente quello di produrre
un lamierino sottile, si sovrapponevano le
lamine di ferro senza pulirne la superficie.
Allora, dopo la fucinatura, i fogli si pote-
vano separare con relativa facilità, in conse-
guenza della forte ossidazione cui erano
esposte le varie lastre nei ripetuti riscaldi
per le molteplici, lente lavorazioni al maglio;
ma proprio quell’ossido, che degradava parte
di buon metallo e lo sottraeva alla resa finale,
interveniva a impedire che i singoli fogli si
saldassero tra di loro.

Noi, abituati alle imponenti capacità pro-
duttive degli stabilimenti moderni, restiamo
sorpresi e quasi increduli quando apprendiamo
la grande mole di lavoro che si svolgeva nelle
antiche officine per produrre un centinaio di
chilogrammi di lamiera sottile.

Dicendo “antiche officine” non intendiamo
andar molto lontano nel tempo perché ancora
cento, centocinquanta anni fa, si poteva assi-
stere alle scene che qui sommariamente de-
scriviamo.

le spade dei






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La ge sonar
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Leonardo da Vinci, tra i suoi innumerevoli disegni di macchine ci ha lasciato
anche un progetto di laminatoio per lamiere. L'interesse di questo disegno sta
soprattutto nel fatto che esso testimonia come Leonardo avesse ideato (schizzo
in alto) il laminatoio “quarto”, cioè a quattro cilindri: due di lavoro e due di
appoggio. Questi ultimi dovevano permettere ai cilindri di lavoro di esercitare
più efficacemente la pressione sulla lamiera.

Uomini arrivavano con gerle piene di mi-
nerale già ridotto in pezzetti e altri uomini
portavano ceste piene di carbone di legna.
Molto carbone di legna! Ché ce ne volevano
più di trecento chilogrammi per cento chilo-
grammi di prodotto finito. Minerale e carbone
venivano caricati nel forno e dopo quattro o
cinque ore, insieme a gran quantità di scoria,
si ritirava il massello che, sottoposto a ripe-
tuti riscaldi, veniva battuto, pulito, schiacciato.
Per produrre cento chilogrammi di lamiera,
una decina di uomini avevano lavorato per < «4
dodici ore. Ed era una lavoro continuo, pe-
noso, sopportabile solo da operai molto ro- ©
busti.

Compare il laminatoio

L’idea di un laminatoio, cioè di una mac-
china che sostituisse il martello del fabbro e
il maglio nella fabbricazione delle lamiere
scaturì dalla mente universale di Leonardo
da Vinci nel XV secolo. Il massimo ingegnere
rinascimentale tradusse subito, come era solito
fare, la sua idea nel disegno riprodotto in
questa pagina.

L’idea di Leonardo verrà ripresa nel XVII secolo da
un geniale ingegnere svedese, Christoffer Polhem, che
ci ha lasciato il disegno schematico di un vero e proprio
laminatoio “quarto”,













Leonardo, spinto dalla sua meravigliosa sen-
sibilità e preveggenza, tracciò, oltre ai due
cilindri “di lavoro”, anche dei cilindri “di
appoggio”, precorrendo una pratica ed cffi-
cace realizzazione dei tempi nostri. Abbiamo
notizia che un primo laminatoio venne rea-
lizzato nel 1615 mentre, a quanto ci consta,
la prima laminazione del ferro risale al 1683.
Erano naturalmente laminatoi rudimentali,
mossi da forza animale o idraulica.

I primi laminatoi avevano cilindri lisci che
davano, quindi, prodotti piatti, cioè lamiere
più o meno spesse. Con essi, la fucinatura a
mano lascia il campo ad una macchina che
può esercitare sulla superficie del pezzo in
lavorazione una pressione costante, continua-
tiva e omogeneamente distribuita.

Solo nel 1784 l’inglese Cort introdusse nel
laminatoio l’uso di cilindri scanalati che per-
misero di ottenere, direttamente dal lingotto,
barre di qualsiasi profilo.

Diametro e velocità dei cilindri influiscono
sui rapporti tra allungamento e allargamento
del pezzo. Cilindri di piccolo diametro e ve-
loci favoriscono l’allungamento così come si
ottiene un grande allungamento quando si la-
vora un pezzo di ferro rovente con un martello
ad angolo molto acuto.

La pratica di lavorazione al maglio del ferro

a pacchetto per produrre lamierini molto sot-
tili passò al laminatoio.

Il sistema di laminazione a pacchetto fiorì
durante tutto il secolo scorso e non è ancora
del tutto scomparso. In qualche piccolo sta-
bilimento, esso viene praticato ancora oggi.

Laminazione del ferro in pacchetto

Con questa definizione, da non confon-
dersi con la “laminazione a pacchetto” di
cui abbiamo ora parlato, veniva inteso un
processo nel quale il materiale da laminare
era costituito da un “pacco” di piccoli mas-
selli di ferro legati insieme e messi in un
“forno a bollire” perché si saldassero in
modo da formare un pezzo di più grandi
dimensioni. I masselli erano in origine otte-
nuti al forno di puddellaggio, ma più tardi
vennero sostituiti con rottami di ferro.

Con quest’ultima variante il processo fu
particolarmente adottato in Liguria dove ab-
bondava il rottame proveniente dalle demo-
lizioni navali. La preparazione dei ‘ pac-
chetti” veniva di solito effettuata durante
la notte da operai che lavoravano a cottimo.
I rottami più grossi venivano tagliati a pezzi
oppure piegati. Un quantitativo di trenta
o quaranta chilogrammi di rottame così pre-

parato veniva avvolto in vecchi lamierini
che erano poi legati con fil di ferro. Il pac-
co così confezionato passava al maglio o
alla pressa per venirvi costipato. Seguiva il
riscaldo e la laminazione in barre, profilati
e lamiere.

In quanto al prodotto ricavato dalla lami-
nazione dei pacchetti, merita ricordare una
curiosa caratteristica che, sotto certi aspetti,
veniva considerata un pregio. Si trattava della
discontinuità del materiale dovuta agli strati
dei costituenti del pacco che difficilmente si
saldavano insieme sino a fusione ma, più che
altro, si incollavano tra di loro con l’interpo-
sizione di sottili strati di ossidi o di altre so-
stanze eterogenee che impedivano di ottenere
una massa continua, compatta.

Infatti, se si esamina una vecchia lamiera di
ferro a pacchetto si vede ben chiara, nella se-
zione, una macrostruttura a strati.

Il vantato pregio di questo materiale con-
sisteva, appunto, nel fatto che se per una
sollecitazione veniva intaccato e incrinato
uno strato, la frattura aveva possibilità di arre-
starsi, proprio per la suddetta discontinuità.

Naturalmente, la “durata” di una lamiera a
pacchetto, proprio per il fatto di non essere
compatta, era molto inferiore a quella delle
lamiere di oggi prodotte con i moderni







sistemi di laminazione, che consentono tra
l’altro il profondo stampaggio, essenziale in
molti settori di utili ione.

La grande spinta, anche nel campo del la-
mierino, venne con la rivoluzione siderurgica,
nella seconda metà del secolo scorso, quando
ebbe inizio l’era dell’acciaio fuso omogeneo,
prodotto nei convertitori Bessemer e Thomas
e nei forni Martin-Siemens. Non più i pic-
coli sudati masselli di puddellato erano il pro-
dotto delle acciaierie; ora dai forni potevano
uscire grandi quantità di acciaio a tonnellate
per volta, ed era acciaio liquido che veniva
colato in grossi lingotti.

I treni sbozzatori

I treni di laminazione dovettero mettersi al
passo per lavorare le grosse colate dell’acciaie-
ria. Bisognava creare dei laminatoi che ope-
rassero sui pesanti lingotti un primo grosso
lavoro di sbozzatura, per dar loro una forma
di più agevole manipolazione, per farne in-
somma degli abbozzi di lamiere. Fecero così
la comparsa i “treni sbozzatori”, in un primo
tempo azionati a vapore.

Questo tipo di laminatoio preparava, per la
laminazione a lamierino, i cosiddetti “bido-
ni”, cioè lastre piatte, larghe intorno ai 20





centimetri e spesse da 2 a 4 centimetri, che
venivano tagliate in lunghezza eguale a quella
che doveva poi essere la larghezza del lamie-
rino.

Da questo punto i bidoni subivano la tra-
sformazione in lamierino seguendo fasi che,
essenzialmente, erano le ste di quelle che
nel passato subivano i masselli di ferro pud-
dellato. Per ottenere il lamierino sottile, l’ultima
fase era pur sempre una laminazione a pac-
chetto. Il prodotto finale era rappresentato da
fogli di lamierino di limitata grande

I moderni treni a nastro

Bidoni e laminazione a pacchetto vanno
oggi scomparendo perché al loro posto si è
affermata la laminazione continua a
freddo, con impianti azionati dall’energia elet-
trica, dei /arghi nastri. È questo un termine
appropriato in quanto il lamierino non viene
più laminato in modo discontinuo in fogli,
ma è un vero e proprio nastro d’acciaio che
schizza veloce fuori dall’ultima coppia di
cilindri. Questo nastro continuo, lungo chilo-
metri, va ad avvolgersi in rotoli che possono
raggiungere il peso di trenta tonnellate.

fa della moderna tecnica di laminazione
parleremo in un prossimo articolo.

ldo e a



ia

nella pagina accanto: la fine del Medioevo vide l'avvento
di un’importantissima innovazione tecnica: il maglio a
ruota idraulica, che sfruttava l'energia prodotta dalla
caduta dell’acqua. In questa incisione del *700 è rap-
presentata idealmente una fucina in cui l'energia idrica
viene utilizzata per azionare sia il mantice che alimenta
il forno di riscaldo del metallo, sia il maglio che sostitui-
sce il martello. Nella realtà, le fucine non erano così spa-
ziose e “funzionali”, come si direbbe oggi. Il maglio
alleviava la fatica del metallurgico, ma il lavoro anche
per le condizioni ambientali restava sempre durissimo.

sopra: un laminatoio per lamiere del XVIII secolo, azio-
nato dall’energia idrica, in un dipinto di Leonard De-
nee del 1790.

Nello schizzo in basso è mostrato lo schema di funzio-
namento di un laminatoio ad azionamento idraulico. In
primo piano si vede il canale che convoglia l’acqua ad
una ruota a pale. Questa trasmette il movimento, attra-
verso una serie di ingranaggi, ai due cilindri del lamina-
toio. A sinistra, si scorge anche un laminatoio “trio”
con gabbia di laminazione a tre cilindri, pure azionato
dalla stessa ruota,



peefi







di

elim Gi iS

|

I sistemi di laminazione progre-
discono e si meccanizzano con
l'avvento del motore a vapore,
ma la fatica dell’uomo è ancora
grande. Ecco come veniva ef.
fettuata nel 1861 l'operazione di
trasferimento di una corazza da
venti tonnellate dal forno di ri-
scaldo al laminatoio, che si scor-
ge a destra.

Un laminatoio italiano originale
del 1850, conservato al Museo
della Scienza e della Tec di

Milano.



N
va

I colori del ferro

Lamierino
al microscopio

Questa volta siamo andati a cercare i colori del
ferro non nelle miniere o tra le scorie antiche e recenti,
ma nei laboratori del nostro controllo qualità.

Gli sforzi degli ingegneri per creare sistemi di la-
minazione sempre più perfetti e prodotti sempre mi-
gliori sono stati accompagnati dagli sforzi dei fisici e
dei chimici, che hanno indagato in modo sempre più
approfondito le caratteristiche del ferro.

Le due immagini che presentiamo sono un esempio
della moderna tecnica usata dai ricercatori per ana-
liszare la struttura dell’acciaio.

La laminazione a caldo deforma i grani cristallini
del metallo, ma questi si ricostituiscono rapidamente
grazie alla temperatura elevata che permette una grande
mobilità dei grani stessi e consente loro di riunirsi in
buon assetto strutturale.

Non così avviene quando si lamina a freddo. Sotto
la pressione dei cilindri i grani si deformano stabilmente
e si spezzano. La struttura che ne risulta conferisce
al materiale che esce dal treno di laminazione a freddo
una rigidità eccessiva. Il lamierino non è più in grado
di sopportare i lavori di formatura e di imbutitura :
si è, come dicono i tecnici, « incrudito ».

Se guardiamo al microscopio un provino di lamierino
laminato a caldo, opportunamente preparato, e ingran-
diamo l’immagine cinquecento volte, ci si presenterà
un aspetto simile a quello della figura in alto. L'acciaio
qui non ha subìto deformazioni a freddo.

Osserviamo ora la figura in basso: è l’immagine
microscopica di un lamierino a freddo, i cui grani han-
no subìto forti deformazioni. Ma basterà un’adatta
ricottura per ripristinare in questo acciaio deformato
la struttura regolare e per ridargli tutte le sue buone
caratteristiche fisiche e meccaniche, prima fra tutte
la capacità di subire stampaggi profondi, requisito che,
normalmente, è il principale per un lamierino.

Abbiamo riportato due microfotografie a colori per
rendere più appariscente il fenomeno. Ordinariamente,
però, ci si limita ad esami di provini lucidati e sempli-
cemente attaccati con un reagente. La figura che ap-
pare è, allora, in bianco e nero.

Per generare invece una colorazione del provino
basta scaldarlo e tenerlo esposto all'aria per un po’.
Si forma così sulla superficie una pellicola di ossido
di spessore submicroscopico che dà luogo al fenomeno
ottico della “interferenza” su determinate onde lumi-
nose. La luce riflessa, per la sottrazione di tali onde,
risulta colorata.

Spessore di pellicola d’ossido e conseguente interfe-
renza variano a seconda dell’orientamento dei grani
cristallini. Questa è la causa delle diverse colorazioni
da grano a grano, osservabili in entrambe le microfo-
tografie : due meravigliosi aspetti della natura che la
tecnica moderna ha reso visibili ai nostri occhi.

Sei lic

«RE







24

Pianificare

un problema di oggi
per il futuro

« Noi riteniamo che un’azione internazionale
diretta ad abolire la fame ridurrà la tensione
mondiale e renderà più agevoli le relazioni
fra i paesi esaltando la parte migliore invece
che quella peggiore dell’uomo ». Così conclude
il testo del manifesto approvato da un’assem-
blea straordinaria che la FAO (Food and
Agriculture Organization) ha tenuto a Roma
in vista del congresso mondiale dell’alimen-
tazione svoltosi a Washington dal 4 al 18 giu-
gno scorso, preceduto da una “settimana
mondiale contro la fame”.

Scopo dell’assemblea era di richiamare an-
cora una volta l’attenzione dei governi e del-
l’opinione pubblica, in tutte le sue drammatiche
dimensioni, sul problema della fame e della
malnutrizione in vastissime regioni del mondo,
un mondo in cui scienza e tecnica potrebbero
consentire la piena utilizzazione delle risorse
naturali per far fronte alla rapida, impressio-
nante espansione della popolazione. Quali
mezzi si possono usare per risolvere questo
problema?

Non vi è soltanto una insufficienza di ri-
sorse naturali, poiché vi sono regioni in cui
di tali risorse vi è abbondanza. « Ciò che
manca è lo sforzo coordinato di intelligenze
e di volontà organizzatrici capaci di assicu-
rarne una giusta ripartizione ». Queste parole
le ha pronunciate Giovanni XXIII rivolgen-
dosi ai partecipanti all'assemblea.

Pubblichiamo, nelle pagine che seguono, un
articolo di Alfonso Sterpellone sui problemi
dell’alimentazione mondiale, preceduto da una
nota di Franco Belmas che si propone di di-
mostrare l’esigenza improrogabile di un ar-
monioso sforzo di pianificazione, da compiersi
non solo sul piano delle nazioni ma su scala
internazionale per assicurare a tutti un futuro
migliore.

Chiunque di noi voglia darsi o partecipare
ad attività di un certo rilievo deve prima di
tutto elaborare un piano di lavoro, che altro
non è se non il mezzo per conseguire un deter-
minato fine. Così chi vuole, ad esempio, scrive-
re un libro deve, prima di stenderlo fare, come
si dice, il “piano dell’opera”, ossia vedere in
anticipo quelle che dovranno essere le linee di-
rettrici lungo le quali dovrà muoversi se vorrà
ottenere con chiarezza lo scopo che si è prefisso
di raggiungere.

Ho parlato in apertura di ‘attività di un
certo rilievo” — e, tanto per rimanere all’esem-
pio fatto, lo scrivere un libro non è certo cosa
da poco — in quanto nessuno di noi ha bisogno
di un piano vero e proprio per compiere quel-
l’infinità di azioni comuni e sporadiche cui lo
obbliga la vita di tutti i giorni.

Fare un piano significa quindi fare sempre
qualche cosa che, ripeto, va al di là delle più

immediate necessità quotidiane, e che d’altra
parte nasce non già da una realtà semplice quanto
piuttosto da una realtà complessa.

Uno dei campi in cui questa elementarissima
considerazione ha trovato nel tempo un’applica-
zione via via sempre più vasta è quello dell’eco-
nomia, proprio per l'estrema e sempre crescente
complessità di essa.

Gli uomini dell'antichità infatti, non avevano
bisogno di fare piani particolari per soddisfare
le loro esigenze di vita e di lavoro. Il diritto
di proprietà, d'altra parte, era da essi concepito
come diritto di uso e di abuso dei beni che pos-
sedevano. Col passare del tempo tuttavia, questa
concezione tanto individualistica della vita ha
dovuto cedere il passo a considerazioni di mag-
giore socialità in quanto la sfera dei diritti e
dei doveri delle persone si è dilatata sempre di
più, a misura del continuo accrescersi dei con-
sociati, dei loro bisogni e delle loro reciproche
relazioni. E oggi possiamo dire d’esser giunti,
sul piano economico, a una situazione partico-
larmente evidente di “coesistenza competitiva”,
per usare un'espressione cara ai politici attuali ;
situazione che, per non degenerare in squilibri
di portata ancor maggiore di quelli che già esi-
stono nella società odierna, sembra richiedere
rimedi urgenti e soprattutto radicali.

Il rimedio di cui si parla oggi con particolare
insistenza alla radio, alla televisione e sui gior-
nali, per non parlare dei libri di economia che
ne trattano sempre più diffusamente, è la piani-
ficazione economica, prima settoriale, ad esem-
pio în materia edilizia, e poi globale, riguardan-
te cioè la realtà economica in tutti i suoi aspetti.
Ebbene : l’Italia sembra oggi aver accettato questo
rimedio, al pari di moltissimi altri paesi stranieri.

Esso d’altra parte, non solo è stato applicato
in maggiore o minor misura all’interno delle
singole nazioni che l’ hanno fatto proprio, ma
tende ad essere attuato sempre di più anche su
scala internazionale, come dimostrano tutti gli
organismi che sono sorti in questi anni, ad esem-
pio in Europa, per favorire l'integrazione eco-
nomica dei singoli popoli del vecchio continente
fra di loro. È di questi giorni, d'altro canto, la
conferenza di Addis Abeba fra le nazioni del
continente nero, presieduta da Hailé Selassié, e
per quanto se ne può sapere anche in essa sembra
si sia parlato di pianificare le economie dei vari
popoli d’ Africa.

La pianificazione, quindi, non è l'invenzione
di qualche economista 0 di qualche uomo politico
in vena di cose nuove, ma è una esigenza del
mondo moderno. Essa d’altra parte, mentre è
stata favorita in larga misura dall'aumento
sempre più rapido dei mezzi di comunicazione
nazionali e internazionali, che col loro crescere
hanno messo uomini e mercati a contatto sempre
più stretto fra loro fino a determinarne reciproche
interferenze impensabili in passato, si è posta
per conseguire un più razionale sfruttamento e
una migliore distribuzione delle risorse esistenti
in natura, al fine di evitare con ogni mezzo
l'insorgere di crisi di sovrapproduzione 0 di sot-
toconsumo, il cui verificarsi sarebbe oggi molto
più dannoso che non in passato data l’interdi-
pendenza delle varie economie nazionali.

La pianificazione d’altronde, o nasce dalla

sola iniziativa degli imprenditori privati che si
accordano fra loro, senz’alcun intervento dello
stato, sull’utilità o meno di produrre determinati
beni e sulla misura in cui eventualmente produrli,
o è guidata o proposta dallo stato stesso che
partecipa al processo economico assieme appunto
agl’imprenditori privati, oppure è studiata e at-
tuata interamente dallo stato, unico titolare delle
fonti di produzione.

Il primo caso — e gli specialisti di economia
non me ne vogliano se sono tanto sbrigativo —
è tipico in Europa della Repubblica Federale
Tedesca, e in America degli Stati Uniti, l’eco-
nomia dei quali, come è noto, è largamente
“standardizzata” ossia pianificata. L'assenza
del potere pubblico dall'economia di questi due
paesi è tuttavia più apparente che reale, come
provano, nel caso ad esempio dell’ America, i
molteplici interventi presidenziali nell’ economia
nazionale : il “Nuovo Corso” di Roosevelt in-
segni. Il terzo caso è quello della Russia e degli
altri paesi a regime collettivista.

Nel secondo caso, intermedio fra i due, s'in-
serisce invece l'economia così dell’ Italia come
di moltissime altre nazioni dell’ occidente :
dalla Francia al Belgio all’Olanda ai Paesi
Scandinavi all’ Inghilterra e così via, ognuna
con piani proprii anche notevolmente differenti
fra loro quanto a concezione e realizzazione,
ma tutti fedeli a una posizione di equidistanza
fra quelli tedesco - americani e quelli sovietici.

Lasciando ora di parlare delle altre nazioni
e venendo all’ Italia, ricorderò che dopo la fine
della seconda guerra mondiale il primo progetto
di pianificazione economica globale che venne
elaborato da noi fu il cosiddetto “Schema Va-
noni” per l'occupazione e il reddito, del 1954.
Esso era stato preceduto nell’ambito settoriale,
tanto per non citare che due fra î provvedimenti
più importanti della nostra politica di piano,
dalla legge istitutiva della ‘Cassa per il Mezzo-
giorno”, del 1950 e dal ‘Piano Fanfani”, del
1948; la prima a favore delle aree depresse del
Meridione, il secondo a vantaggio dell'edilizia
popolare. E da allora parecchi altri provvedi-
menti sono stati presi e molti altri studi sono
stati fatti in Italia proprio in funzione della
pianificazione economica. I problemi ch’essa si
propone di risolvere sono ingentissimi per nu-
mero ed importanza : citarli tutti non mi è evi-
dentemente possibile, visto anche che se ne pon-
gono e se ne porranno sempre di nuovi.

Voglio tuttavia ricordarne qui alcuni : da quelli
dell’assistenza ospedaliera a quelli del rammoder-
namento e potenziamento della rete ferroviaria ;
da quelli dell’agricoltura e dell'industria a quelli
del turismo e della viabilità ; da quelli dell’edi-
lizia scolastica a quelli della ricerca scientifica,
a quelli della qualificazione professionale.

Problemi di portata vastissima come si vede,
nella soluzione dei quali l’ Italia potrà essere
enormemente facilitata dalla sua partecipazione
sempre più intensa ed attiva a tutte le forme di
cooperazione internazionale attualmente esi-
stenti e che potranno sorgere in futuro.

Di qui la necessità per î responsabili della
nostra economia di elaborare piani e progetti
che siano sempre più in armonia con quelli delle
altre nazioni, nell’ interesse nostro e di queste



ultime. Ritengo d’altra parte che la politica di
piano, strumento, se ben condotta, di elevazione
sociale, non possa non essere attuata sotto il
controllo vigile e attento dei cittadini e dei
loro rappresentanti, siano essi nel parlamento,
nei sindacati, o in qualunque altro organo creato
a tutela delle libertà civili.

Avendo parlato di squilibri da correggere,
d’interdipendenza dei mercati, di pianificazione
economica e di collaborazione internazionale,
non mi par giusto concludere queste mie poche
osservazioni sulla pianificazione stessa senza
ricordare qui il problema della fame nel mondo
che è addirittura tragico nella sua imponenza :
basti pensare, per convincersene, che secondo
quanto dicono le statistiche più aggiornate în
materia tre uomini su quattro nel mondo soffrono
la fame.

Se la pianificazione che il tempo generalizzerà
presumibilmente a tutti i continenti riuscirà
"— creando nuove risorse, ridistribuendo le ric-
chezze esistenti e aumentando il benessere ge-
nerale — a risolvere anche questo problema, es-
sa avrà reso all'uomo un grandissimo servizio,
liberandolo appunto dalla fame che è il più
elementare e il più naturale di tutti i suoi bisogni.



a lotta contro la fame

È indispensabile triplicare, entro meno di
quarant’anni, l’attuale produzione alimentare,
per poter garantire nutrimento sufficiente alla
popolazione mondiale, che nel 2000 sarà rad-
doppiata, rispetto all’odierna cifra, superando
i 6 miliardi di unità. Questo è il risultato dram-
matico della Terza inchiesta mondiale alimen-
tare, svolta quest'anno dalla FAO (le due
precedenti furono condotte nel 1946 e nel
1953), nella documentata consapevolezza che
molto più di un terzo della popolazione at-
tuale del mondo soffre per la fame o per la
malnutrizione. Inaugurando il 4 giugno scorso
in Washington il Congresso mondiale dell ali-
mentazione, conclusosi il 18 giugno, il presi-
dente degli Stati Uniti ha avvertito che l’opi-
nione pubblica di tutto il mondo deve aver
coscienza della situazione, perché gli uomini
d’ogni paese si impegnino nella soluzione del

“compito principale della nostra generazione:
eliminare la fame”. Nella stessa circostanza, il
segretario generale dell’ ONU, U Thant, ha
ammonito: “esiste un paradosso della povertà
nel mezzo della ricchezza, della fame o di
uno stato vicino alla fame a fianco dell’opu-
lenza; un paradosso, che è uno dei principali
rimproveri per il mondo contemporaneo”.
Come risolvere il problema? Indubbiamen-
te, esso va considerato in un quadro globale,
nel quale i paesi deficitari non possono supe-
rare l’attuale condizione di difficoltà, se non
con l’aiuto esterno; la fame non può essere

sopra: strumenti modernissimi e stentata vita di pe-
scatori, in una foto che può essere assunta a simbolo
delle contraddizioni dei nostri tempi. Le strutture di
acciaio sono quelle di due antenne paraboloidi per la
riflessione dei segnali radio, in costruzione nel Vietnam
del sud.

26

Queste quattro immagini illustrano alcuni
aspetti dello sforzo che si sta compiendo in
alcune regioni sottosviluppate del mondo per
tentare di porre le premesse di un’industrializ-
zazione agricola, uno dei possibili rimedi alla
fame che minaccia l'umanità. (in alto) a si-
nistra: studenti nigeriani in un istituto agrario
a Esa-Oke imparano le moderne tecniche
della produzione; a destra: esperti della Fao
addestrano agricoltori giamaicani all'uso delle
macchine agricole.

(in basso) a sinistra: sotto la direzione di agro-
nomi locali, la terra nigeriana viene preparata
per la coltivazione. Siamo in uno dei villaggi
cooperativi agricoli creati in Nigeria con l’as-
sistenza dei tecnici della Fao; a destra: un im-
pianto per il trattamento di 300 mila bottiglie
di latte al giorno ad Aarey, presso Bombay,
dove sorge una delle più grandi fattorie del
mondo, attrezzata per la lavorazione dei pro-
dotti caseari.

vinta con l’impiego di strumenti tecnici, finan-
ziari, politici, sociali, che siano fini a se stessi,
o che siano escogitati e attuati singolarmente;
da qui la necessità inderogabile d’uno sforzo
congiunto, che impegni collegialmente tutte
le nazioni. La recente “campagna contro la
fame”, indetta dalla FAO, e gli atti, che sono
stati presentati al congresso mondiale di
Washington, consentono anzitutto di valutare
l’attuale situazione. Un’inchiesta esauriente è
stata compiuta (e può essere assunta a base
della valutazione) dall’indiano dr. P. V.
Sukhatme, direttore della divisione statistica
della FAO, e presentata dalla Reale Società
Statistica di Londra.

Il primo dato, che clamorosamente illustra
il quadro, attesta che attualmente soffre la
fame il 10-15 per cento della popolazione, ed
è malnutrito o sotto-nutrito dal 35 al so per
cento. Quello che Gandhi chiamò l’eferno di-
giuno obbligatorio si concretizza nel fatto che
la media giornaliera della mortalità per fame
o per malnutrizione è di 10 mila unità, e che
da un miliardo a un miliardo e mezzo di abi-
tanti della terra ogni sera si coricano avver-
tendo gli stimoli umilianti e tormentosi della
fame. ‘Tali fenomeni sono particolarmente
drammatici nei paesi sottosviluppati o poco
sviluppati dell’Asia, dell’Africa, del Vicino
Oriente, dell’America Latina, dove l’incre-
mento della popolazione è stato più sensibile





che nel resto del mondo: oltre 650 degli 800

milioni di nuovi abitanti della terra dal
1938 al 1960. All’aumento della popolazione
non ha corrisposto, in quei paesi, un incre-
mento adeguato della produzione alimentare.

Per fame si intende l’insufficiente ingeri-
mento di calorie pro capite, a causa del-
l’indisponibilità quantitativa di alimenti; per
malnutrizione si intende l’insufficiente quali-
tatività degli alimenti. La fame provoca la
perdita di peso o la riduzione delle attività
fisiche, o entrambe; nei bambini ritarda lo
sviluppo. Condizioni prolungate di fame pro-
vocano la morte. La malnutrizione riduce so-



stanzialmente le capacità dell’individuo, può
facilitarne il cedimento ad avverse condizioni
ambientali, all’attacco di malattie. Queste de-
finizioni possono giovare a distinguere i ter-
mini, nel loro significato.

Un quadro della situazione generale, ag-
giornato al 1959 (non esistono, successiva-
mente, variazioni d’entità apprezzabile), espone
il rapporto in percentuali, fra popolazione,
disponibilità alimentari (totali, d’origine ani-
male, d’origine vegetale) e il reddito pro-
dotto.

Si osservi, in via d'esempio, come oltre metà
della popolazione mondiale, abitante in Estre-

DISPONIBILITÀ ALIMENTARI NEL MONDO

regioni popolazione
Estremo Oriente 52,9
Vicino Oriente 4,4
Africa 7,1
America Latina 6,9
Europa (inclusa URSS) 21,6
America del nord 6,6
Oceania 0,5
Terra 100,0

totali origine origine reddito
animale vegetale

27,8 18,5 44,2 12,3
4,2 2,8 5,5 1,9
4,3 2,9 6,3 2,3
6,4 6,7 6,5 4,8
34,2 38,4 26,2 39,3
21,8 29,1 10,4 37,7
1,3 1,6 0,9 1,7
100,0 100,0 100,0 100,9

mo Oriente, disponga, per vivere, soltanto di
circa un quarto delle risorse alimentari mon-
diali e produca soltanto il 12,3% del reddito di
tutta la terra. Il contrasto con la situazione
nelle altre zone è rilevante. I dati attestano che
la capacità produttiva delluomo — anche
prescindendo dalle condizioni economiche ge-
nerali, nelle quali agisce — è sensibile, dove
egli sia malnutrito, o, peggio, affamato. Ri-
manendo nel solo settore delle colture agri-
cole e dell’allevamento del bestiame, si dovrà
notare che nelle regioni sviluppate il loro
rendimento è superiore del doppio a quello
dei paesi sottosviluppati; in certi settori, il
rapporto è di 5 a 1. Nei paesi sottosviluppati
più della metà della popolazione è tributaria
esclusivamente dell’agricoltura (con proprietà
frazionatissime, solitamente non superiori al-
l’ettaro, sfruttate con tecniche arretrate; il
rendimento è minimo, e non consente reinve-
stimenti, né lavori di miglioramento e ammo-
dernamento; è ingentissimo il costo di opere
essenziali, come l’elettrificazione e l’irrigazio-
ne). Negli altri paesi soltanto meno del 20%
della popolazione dipende esclusivamente dal-
la terra: il reddito delle proprietà lavorate da
una sola famiglia può essere consumato da un
minimo di dieci a un massimo di venti famiglie.
I guadagni consentono anche l’acquisto di cibo
variato, in guisa da favorire — a differenza
di quel che avviene nei paesi sottosviluppati,
a colture povere, con economia agricola mo-
nofamigliare — un’alimentazione completa,
sia qualitativamente, sia quantitativamente.

Il fabbisogno medio dell’uomo wedio (calco-
lato fra uomini e donne viventi in zone con
temperatura media annua di 10 gradi centi-
gradi, in età fra i 20 e i 30 anni, con un peso
di 65 kg. per gli uomini e di 55 kg. per le
donne) è presunto di 3.200 calorie giorna-
liere per l’uomo e di 2.300 per le donne.

Dividiamo la terra in due gruppi: il primo,
con più bassi consumi calorici, comprende
l’ Estremo Oriente, il Vicino Oriente, l’Afri-
ca e l’America Latina, esclusi i tre paesi del
Rio de la Plata (Argentina, Uruguay, Para-
guay); il secondo, con più alti consumi calo-
rici, include l’ Europa, l'America del nord,
l’Oceania e i tre paesi del Rio de la Plata.
Nel primo gruppo la cifra giornaliera di ca-
lorie pro capite è di 2.150 (di gran lunga in-
feriore alle necessità), e per il 78% proviene
da cereali, tuberi amidacei e zucchero; nel se-
condo gruppo è di 3.050 calorie, delle quali
il 57% provenienti da cereali, amidacei e zuc-
chero. L’affermazione che nei paesi del se-
condo gruppo l’alimentazione è più completa
è confortata dal fatto che vi si consumano ce-
reali e amidacei negli stessi quantitativi, ma vi
si consumano prodotti animali (carne, latte,
pesce e uova) in misura sei volte maggiore
che nei paesi del primo gruppo. In generale,
in Europa, in America settentrionale e in
Oceania le disponibilità di calorie superano
di circa il 20% il fabbisogno; nel Vicino Orien-
te, in Africa e in America Latina sono quasi
uguali ai fabbisogni, in Estremo Oriente ne
sono inferiori dell’ 11%. Si tratta di calcoli
generali, che devono essere interpretati te-

27



Il 2000 non è più un anno da racconti di fantascienza: a questa scadenza
mancano ormai soltanto trentasette anni durante i quali la popolazione del
mondo si raddoppierà, raggiungendo i 6 miliardi. Solo un piano di coordina-
mento su scala mondiale delle fonti alimentari e delle ricerche scientifi-
che potrà impedire che milioni di persone soffrano la fame.

nendo conto di situazioni particolari. Ad
esempio, la situazione del Vicino Oriente è
caratterizzata dalle migliori condizioni in
Turchia, Israele e RAU, che compensa —
statisticamente — le carenze delle altre nazioni
della stessa zona, ove la disponibilità pro capite
giornaliera non supera le 2.000 calorie. Si
deve tener conto di un altro fattore: la dispo-
nibilità di calorie varia, ai livelli minimi, se-
condo il reddito medio della popolazione.
Così, ad esempio, l’inchiesta della FAO ha
accertato che nei ceti più poveri dello stato
indiano di Maharashtra (a reddito medio molto
basso) il consumo giornaliero non superava
nel 1958 le 1.600 calorie, mentre nello stesso
anno in Inghilterra era, fra i medesimi ceti,
fra 2.600 e 3.000.

Nell’attuale situazione mondiale, tenendo
conto del significato dei due termini, soffrono
per la fame da 300 a 500 milioni di persone;
la cifra dei malnutriti è calcolata da almeno un
terzo alla metà della popolazione. Perché il
fenomeno scompaia, in una prospettiva non
troppo lontana (al 2000, valutando l’incre-
mento della popolazione), la garanzia di una
dieta calorica normale a tutti gli abitanti della
terra richiede che il tasso d’aumento della
produzione alimentare sia del 400% in Asia
e nell’ Estremo Oriente, fra il 300 e il 400%
in America Latina, del 300%, nel Vicino Oriente,
dal 200 al 300% in Africa. La rispondenza di
tale programma — quando sia stato attuato —

ai fabbisogni effettivi dipende dalla capacità
che i prodotti giungano ai mercati di consu-
mo a prezzi accessibili per la maggioranza dei
consumatori e dal mantenimento delle attuali
abitudini alimentari della popolazione. Un al-
tro problema è connesso al ritmo dell’incre-
mento demografico. Si dovrà notare che l’esi-
genza di un accrescimento della produzione
alimentare sarebbe egualmente ingente, nella
stessa prospettiva dell’anno 2000, qualora
s’intendesse mantenere l’attuale stato calorico,
senza alcun miglioramento della situazione:
in tal caso, il tasso d’aumento dovrebbe esse-
re del 100% in Africa, del 200%, nell'America
Latina, del 150% nell’ Estremo e nel Vicino
Oriente. In altri termini, ed estendendo il di-
scorso, si dovrebbe ottenere una maggiore
disponibilità di prodotti alimentari del 150%,
nelle zone sottosviluppate e del 120% nelle
altre. Questo, ripetiamo, per mantenere l’at-
tuale basso consumo calorico, per perpetuare
le condizioni di fame e di malnutrizione. E
sarebbe egualmente uno sforzo ingente, non
commisurabile all’attuale ritmo d’incremento
della produzione alimentare.

Nella seduta inaugurale del congresso di
Washington, lo storico inglese Arnold Toynbee
ha notato che “l’avvenire dell'umanità è in
giuoco: dipenderà dall’esito della terribile gara
fra l'incremento demografico e la fame”, ed
ha aggiunto che, a lungo andare, la gara non
potrà essere vinta, se non si giungerà ad un





28

controllo delle nascite. È un problema serio,
che l’indiano S. Y. Krishnaswamy riporta en-
tro limiti realistici, avvertendo che “nessun
sistema di controllo delle nascite, per quanto
efficace, potrà influire su un radicale muta-
mento: infatti, in meno d’una generazione la

opolazione del mondo sarà raddoppiata.

di ciò che dobbiamo tener conto nell’impo-
stazione della strategia della lotta contro la
fame”. La previsione attuale è che l’aumento
della popolazione sia particolarmente sensibile
nei paesi sottosviluppati, e che nel 2000 rad-
doppierà in Africa, si triplicherà nell’ America
Latina, aumenterà del 250%, nell’ Estremo e nel
Vicino Oriente.

L’interesse degli esperti della FAO, e con
loro anche dei più qualificati uomini politici ed
economisti di altri stati e organismi internazio-
nali, si rivolge a un censimento delle disponibili-
tà attuali, all'indicazione di programmi di mas-
sima. Si avverte, anzitutto, che le risorse esi-
stono in abbondanza, specialmente nei paesi
dell’Africa (dove l’incuria secolare, non supe-
rata nelle nuove condizioni politiche della
maggioranza degli stati che hanno conseguito
la propria indipendenza nazionale, provoca già
in misura preoccupante la distruzione di tali
risorse) e dell’America Latina. La migliore
organizzazione deli’assistenza tecnica e finan-
ziaria dai paesi sviluppati a quelli più poveri
e bisognosi dovrebbe essere integrata da una
programmazione a breve e a lunga scadenza,
che garantisca l’impiego fruttifero dei mezzi
disponibili, in aggiunta alla migliore utiliz-
zazione delle risorse interne. Il problema con-
siste, sostanzialmente, nel modo in cui la
classe dirigente è in grado di organizzare e
dirigere. le attività pubbliche, soprattutto nei
settori economici. Nei paesi del Vicino Orien-
te, invece, il reperimento delle disponibilità è
più difficile, soprattutto a causa degli ap-
provvigionamenti idrici, che potranno esse-
re migliorati in conseguenza dell’esecuzione
di programmi di utilizzazione del Nilo (Diga
di Assuan) e del sistema Tigri-Eufrate (già
parzialmente sfruttato). La situazione è parti-
colarmente critica nelle nazioni asiatiche, ver-
so le quali dovrebbero essere convogliate le
disponibilità alimentari, prodotte altrove (a
costi, quindi, maggiori). Le cifre d’aumento
dei prodotti alimentari sono così indicate dal
rapporto della FAO, in vista del soddisfaci-
mento delle esigenze del 1975, e del 2000 (in
parentesi): cereali, 35% (110%); legumi e
affini, 85% (225%) prodotti animali, 60%
(210%). Le disponibilità alimentari globali, in
tutto il mondo, dovranno, dunque, aumen-
tare entro il 1975 del 51% e nel 2000 del 174%.

In questo quadro generale, il problema del-
l'agricoltura assume interesse rilevante; non
minore e decisiva importanza ha il problema
della produzione industriale, nei settori ausi-
liari dell’agricoltura: macchinari, forniture per
impianti idrici, costruzioni di depositi. Feno-
meni particolari — come i surplus invenduti
di prodotti agricoli negli Stati Uniti, o la
stasi agricola nei paesi di rapido sviluppo in-
dustriale — non possono assumere significato
permanente; si tratta di momenti critici in un

processo evolutivo a lunga scadenza, desti-
nato a caratterizzarsi sempre più in un sistema
solidaristico internazionale, nella consapevo-
lezza che il successo nella lotta contro la fame
e la malnutrizione potrà essere molto difficil-
mente ottenuto senza un adeguato sforzo di
incremento della produzione alimentare in
tutto il mondo, anche nelle nazioni economi-
camente più sviluppate: e non soltanto in vista
del superamento della fase attuale di crisi.

Il congresso di Washington ha delineato
gli indirizzi generali d’un intervento massiccio
e globale. Si è, tuttavia, ancora lontani dal-
l'impostazione di programmi organici, richie-
denti gli impegni congiunti di stati e di or-
ganizzazioni internazionali, in una valutazione
non isolata o frammentaria dei problemi di
settore, bensì nel quadro di un programma
d’azione, che coordini le iniziative locali, le
stimoli; indirizzandole verso il conseguimento
di obiettivi concordati. ‘ Nei nostri giorni —
notava uno dei dirigenti della FAO: l’indiano
S. Y. Krishnaswamy, già dianzi ricordato —
si tratta non di rifiutare il principio della
pianificazione, ma di definire un ordine ra-
zionale delle priorità”. Non basta, a respin-
gere o attenuare i motivi di pessimismo, con-
fidare sulla validità di principi economici
classici, più o meno modernamente elaborati;
né conviene giurare aprioristicamente sul-
l’efficacia dell’intervento di nuove tecniche,
specialmente in materia di produzione di
massa di cibi artificiali; né sarebbe giusto at-
tendere risultati determinanti da una diffusa
pratica, eventualmente accettata, del controllo
delle nascite. Nessuno sforzo è foriero di
successo, se non sia predeterminato in vista
di un fine preciso, in una lotta, che impegna
cospicue energie, ricchezze straordinarie, €
deve svolgersi in tutti i continenti.

La programmazione dovrebbe tener conto
di tutti gli elementi, capaci di influire su even-
tuali modifiche delle prospettive: dal calcolo
dei costi della produzione industriale ausilia-
ria, per esempio, a quello del rischio che i
giovani contadini, istruiti ed educati, abban-
donino il lavoro dei campi, in luogo di va-
lersi dell’acquisita cultura per il miglioramento
delle condizioni produttive e ambientali della
loro terra. Una programmazione globale, im-
postata e attuata su base internazionale, per
essere efficace, deve poter tener conto non
soltanto delle diverse strutture economiche
delle zone interessate, ma anche degli indirizzi
politici ivi prevalenti, che determinano parti-
colari tipi d’organizzazione dell’economia nei
singoli paesi. È in tale complessa serie di
problemi il limite d’un intervento program-
mato. Ma nessun’altra forma di intervento è
concepibile. Ciò è ammesso anche da parte di
quei governi che più fedelmente aderiscono
ai principii dell'economia di mercato. Non se
ne derivano implicazioni d’ordine opposto,
peraltro, su un piano generale. L’urgenza del-
l'intervento è attestata dal primo ministro
Nehru che in un drammatico ammonimento
ha ricordato come sia davvero follia parlare
di civiltà quando gli esseri umani soffrono e
muoiono per fame.

Vassili Kandinski: “Improvvisazione” (1913) una delle
prime pitture astratte. Mentre gli Imperi Centrali si pre-
paravano a scatenare la prima guerra mondiale, a Mo-
naco, dove si era trasferito dalla nativa Russia, Kandinski
dava inizio ad una nuova rivoluzione nelle arti figurative,
che aveva però le sue premesse nell’ Espressionismo.
I primi dipinti astratti di Kandinski si intitolano tutti
“Improvvisazione”, come certe pagine musicali. È evi-
dente in queste opere il richiamo alla musica, alle qualità
liriche della sensibilità. Da Kandinski (e da Klee) ha
origine appunto il filone “lirico” dell’Astrattismo.

L’Astrattismo

Con questo articolo che illustra le origini e
le principali tendenze dell’ Astrattismo, Marco
Valsecchi conclude la sua breve storia della
pittura moderna. I capitoli precedenti sono stati
pubblicati sui seguenti numeri della rivista :
1961-6 (Arte e polemica); 1962-1 (Cubismo),
2 (Espressionismo), 5 (Futurismo), 6 (Metafisi-
ca); 1963-1 (Dada), 2 (Surrealismo), 3 (A-
strattismo).

Per rintracciare le origini dell’arte astratta,
che fa anch’essa la sua affermazione negli
anni attorno al 1910, si sono sfogliati anche
gli atlanti della preistoria per trovare ta-
luni esempi, e cioè i primi segni, i gerogli-
fici e gli ideogrammi degli antichi uomini
abitatori delle caverne. E non nego che questa
indagine in periodi così lontani, tanto più che
Gauguin aveva rivelato drammaticamente il
desiderio dell’uomo contemporaneo di ritor-
nare alle fonti innocenti dell’umanità, possa
aver portato buone scoperte e indicato semmai
che proprio nulla di nuovo c’è sotto il sole.
Ma non è il caso di andar lontano nei tempi
per trovare le premesse teoriche e le giustifi-
cazioni anche morali di questa nuova tendenza
che è l’arte astratta. E forse, nel pensiero di
molti suoi esegeti, già definirla tendenza è un
limitarne la portata, perché si è anche detto
da taluni studiosi che l’Astrattismo è il comin-
ciamento non solo di una tendenza, ma addi-
rittura di un nuovo evo. Già i futuristi, a
chiusura del loro manifesto milanese dell’ 11
aprile 1910, avevano proclamato: « Voi ci



credete pazzi. Noi siamo invece i Primitivi di
una nuova sensibilità completamente trasfor-
mata »

Nei capitoli precedenti si è visto di quali
polemiche furono centro le varie tendenze al
momento del loro sorge L’arte astratta ha
acceso forse la maggior diatriba nel campo delle
arti, maggiore della stessa polemica che, nel
secolo scorso, divise i classici dai romantici.
Se entrassimo nel labirinto di queste dispute,
se ne farebbe un libro con tutte le opinioni e
i giudizi. Atteniamoci intanto ai fatti accaduti;
e proprio in base ad essi, senza amplificarli
con tutte le risonanze e le discussioni positive
o negative dei fautori e degli avversari, si può
dire tranquillamente che l’arte i si è
guadagnata il diritto a esi
meno dell’arte figurati I
modo sensibile

sentato un estremamente

imere non solo le nuove
realtà del mondo contemporaneo, ma la stessa

estendere e di

sensibilità dell’uomo d’oggi, a cui si sono
affacciate nuove intuizioni e capacità immagi-
native.
Però è opportuno accennare ad alcune
questioni intorno alla stessa denominazior
arte astratta e arte figurativa, le quali appari
scono molto generiche. Sono ormai due ter-
mini vagamente indicativi, e seppure
stati u ame denominazione di parti oppo
ste, in effetti, rispetto all’arte, non possono
ere usati come implicita e aprioristica defi-
one di arte e di non arte.

sono

Intanto si è fatto osservare che il

limitabile alla

termine

“«g ” x "
figura non € sola persona

è figura anche un oggetto qualsiasi,
figurazione” un ritratto, come
una natura morta, come un pi

bero; è une
gio; e anche

la geometria ha le sue figure, e le sue varie
composizioni fanno anch’esse una “figura-
zione”. Quindi anche l’arte astratta potrebbe
dirsi arte figurativa, figurativa di una realtà
ideale, come l’altra si potrebbe dire figurativa
di una realtà oggettiva. Ma anche su questo
punto si è fatto osservare che pure la geome-
tria e le sue figure sono oggettive, esistono,
possono esprimere sentimenti e pensieri di un
artista, che se ne serve con la stessa libertà e

ssità con cui si serve degli oggetti della
vita reale o di natura per esprimere altri ordini
di pensieri e di sentimenti. Per cui non sono
mancati coloro che hanno rifiutato il termine
“astratto” per quello ritenuto più appropriato
di “concreto”. Fu, questa, una polemica as-
sunta in particolare da Hilla Rebay, fondatrice
a New York del museo della pittura non-
oggetti

oltre che amica ed esegeta del pit-






tore Wassili Kandinski. La base di questa
nuova denominazione verteva sul fatto che
con l’arte astratta si è creato qualcosa di nuovo,
di non espresso prima di allora, e quindi con-
cretamente rivelato e imposto alla conoscenza
umana. Altri critici hanno aggiunto che tutta
l’arte figurativa può considerarsi astratta,
appunto perché la realtà del mondo è rappre-
sentata con elementi stilistici, quindi con pro-
cedimenti in minor o maggior grado intellet-
tuali, che già di per sé sono di natura astratta.
E si fece un gran parlare dell’astraztiszo di
Paolo Uccello, di Piero della Francesca, del
Beato Angelico. Ma questi sono cavilli pole-
mici e stiamone pur lontani. Tanto più che la
storia di questi decenni ha chiarito, o almeno
ha reso abituali molte questioni e considera-
zioni e “figure” dell’arte astratta. La quale,
poi, nel suo lungo corso di circa mezzo secolo,
ha preso aspetti diversi, si è suddivisa in varie
tendenze, allo stesso modo, del resto, che l’arte
figurativa, con tutte le sue partizioni di ma-
niere e di scuole. Quindi accettiamo pure, in
senso pratico, questi due vasti raggruppamenti:
arte figurativa (il critico Ragghianti propose
anche il termine “figurale’’), e arte astratta.
E se per figurativa o figurale intendiamo quella
che rappresenta la figura degli oggetti reali e
naturali, per arte astratta ripeto volentieri una
definizione di Michel Seuphor: « Chiamo arte
astratta tutta l’arte che non contiene alcun
richiamo, alcuna evocazione della realtà osser-
vata, tanto nel caso che essa sia o che non sia
il punto di partenza dell’artista ».

Intanto sarà bene ripetere, proprio per aver

osservato in particolare gli aspetti delle varie
tendenze poetiche dell’arte figurativa a cavallo
fra Ottocento e Novecento, che l’arte di questi
ultimi decenni si è svolta decisamente in senso
antirealista, sia che fosse suggerita da inten-
zioni di estremo romanticismo, o di eccitabi-
lità fantasiosa e lirica, o di protesta morale
(vedi il caso di Dadà), o dall’indagine dei
sottofondi della coscienza e dell’istinto (vedi
il Surrealismo). Tutte le nuove manifestazioni
artistiche a cavallo fra i due secoli, e per un
bel tratto del nostro secolo, sono state deter-
minate da una nuova necessità, una necessità
interiore ha detto Kandinski nel suo libro
Della spiritualità nell'arte pubblicato a Monaco
di Baviera nel 1912: quella, appunto, di ricor-
rere ad altre entità che non fosse soltanto il
mondo di natura, ad altre realtà che non fos-
sero soltanto le sue facce e i suoi profili.
Abbiamo visto nei capitoli precedenti come
il mondo reale, con tutte le sue figure e i
suoi oggetti, non prestasse all’artista altro
che una somma di emozioni soggettive, e come
fossero proprio esse ad offrire diverse e nuove
prospettive per considerare la realtà del mondo
e dell’esistenza, e quindi ad infittire di altre
esperienze il problema della rappresentazione.
L’artista cioè non cercava più di rappresen-
tare l’oggetto come lo vedeva, bensì come
lo sentiva entro le relazioni infinite della sua
sensibilità; perciò il suo rapporto col mondo
esterno non avveniva più tramite lo sguardo,
ma tramite la sensazione, come già disse
Cézanne, che pure fece parte dell’ Impressio-
nismo e cioè di una manifestazione della pittu-





da sinistra a destra:
(in alto) Atanasio Sol-
dati: Composizione **
- 1959; Mario Radice:
“Composizione a sbarre
in verde e azzurro” -
1942; (sotto) Osvaldo
Licini : “Ritmo (Com-
posizione n. 7)" ”- 1933;
Alberto Magnelli: “Dia-
logo naturale” - 1942.

L’altro grande filone della pittura moderna è
l’Astrattismo geometrico che ha il suo caposcuola
in Mondrian e le sue premesse nel Cubismo, Gli
artisti che seguono questa corrente si distaccano
dalla rappresentazione degli oggetti appoggian-
dosi non alla sensibilità musicale ma alle facoltà
deduttive, logiche dell’architettura, al rigore ma-
tematico della geometria.

In questa pagina, le opere di quattro maestri
italiani dell’Astrattismo geometrico. Tre di essi,
Licini, Soldati e Radice lanciarono nel 1933,
assieme ad altri pittori lombardi, il primo mani-
festo astrattista italiano in cui essi sostenevano
una pittura ispirata alla “geometria dinamica”.
«La geometria può diventare sentimento », af-
fermava Licini. Delle opere di Alberto Magnelli
è stata presentata il mese scorso a Firenze la
prima grande mostra tenuta in Italia per cele-
brare i suoi settantacinque anni.



ra realista; e per accentuare maggiormente il
valore soggettivo di questo rapporto e della
conseguente rappresentazione artistica, la sen-
sazione cedeva man mano terreno alla più
intima emotività o alla più sottile speculazione
intellettuale. E non ripeto quale sia stata l’in-
clinazione emotiva o intellettuale dei diversi
movimenti estetici di questo periodo: appas-
sionati, persino furenti di motivi morali e
psicologici i fauves e gli espressionisti; lucidi
e razionali i cubisti e i futuristi.

Con l’arte astratta l’oggetto viene del tutto
accantonato, e non dico, col solito motivo
superficiale degli avversari, per un’incapacità
di saperlo rappresentare (tutti i primi astrat-
tisti provengono dall’arte figurativa e persino
da pregevoli studi accademici), o per un’anar-
chica negazione del mondo reale, o per una
frigidità intellettuale. Su queste due ultime
ragioni ci si può intendere, e possono anche
essere ravvisate come motivo suggerente di
alcune soluzioni astrattiste. Però si può dire
del pari, e non per mera ritorsione polemica,
ma basandosi sulle opere, che all’origine del-
l’arte astratta si ritrova anche un acuto desi-
derio di attingere l’assoluto spirituale, che po-
trebbe coincidere con l’assoluto religioso. E
se il termine “astratto” richiama istantanea-
mente un principio intellettuale, di rigorismo
razionale, si può anche osservare che moltissi-
mi esempi dell’arte astratta, si vedano le prime
opere di Kandinski, discendono da un’estrema
apprensività dell’immaginazione, da una sottile
fioritura di emozioni liriche. L’accantonamento
della realtà non avvenne sempre e solo per il



desiderio di negarla; ma per il bisogno di
allargare la conoscenza dello spazio fisico e
intellettuale entro cui esiste l’uomo, per gua-
dagnare un’altra dimensione oltre quella fisica
e oggettiva.

Del resto l’espressione di un sentimento,
di un’emozione, e di un’idea poetica senza
ricorrere al mondo naturale, è sempre stata
attuata sia dalla musica che dall’architettura,
basandosi soltanto su mezzi e leggi stretta-
mente propri, al di fuori di ogni rappresenta-
zione imitativa, imponendo anzi al mondo
reale una propria e distinta oggettività. L’arte
astratta tende a esprimersi soltanto con gli
procedimenti autonomi attuati dalla
musica e dall’architettura. E non è per nulla
un caso che proprio appoggiandosi all’una o
all’altra, abbiamo già le prime distinzioni, le
prime due grandi suddivisioni dell’arte astrat-
ta: Kandinski e Klee da un lato, appoggiati
alle qualità liriche, musicali della sensibilità;
e dall’altro lato Kupka e Mondrian, appoggiati
alle facoltà deduttive e logiche, matematiche,
dell’architettura. E proprio osservando la loro
evoluzione, fra il 1910 e il 1912, vediamo che
non si tratta di un salto eversivo, ma di un
coerente sviluppo dalle premesse dell’arte
espressionista per Kandinski, e dell’arte cubista
per Mondrian. Difatti i primi dipinti astratti
di Wassili Kandinski, pittore di origine russa
trasferitosi a Monaco, giusto fra il 1910 e il
"12, si chiamano /mprovvisazioni come certe
pagine musicali, e il colore a macchia, a lace-
razioni, e il disegno a filamenti nervosi dentro
aloni di luce colorata, hanno la sonorità im-
provvisa dei suoni e la stessa tendenza evoca-
tiva; e quelli di Piet Mondrian, pittore di
origine olandese, si chiamano Composizioni o
Ritmi, e tendono a creare spazi, ritmi e rap-
porti geometrici appunto nella regola di una

stessi

visione architettonica. In questo secondo caso
l’allontanamento dall'oggetto è graduale, per
selezioni formali di stadi successivi dall’imma-
gine; e tipica resta la sequenza dei sei dipinti
di Mondrian tra il 1910 e il 1911 sul tema
dell’A/bero, di cui man mano il pittore ne
semplifica l’apparizione, finché i rami, progres-
sivamente spogliati del loro senso figurale di-
ventano pure linee curve, ritmo geometrico.

Questo progressivo distacco dalla rappre-
sentazione dell’oggetto, da una parte per rag-
giungere l’autonomia dell’emotività del colore
e dall’altra parte l’intellettualità della geometria,
è il carattere distintivo dell’arte astratta fra il
1g1o e il 1916, con l’avvertenza che certi di-
segni astratteggianti di Picasso portano la
data del 1909 e pare che il lituano Tchurlianis
già dal 1906 avesse compiuto il primo quadro
astratto: ma è da provare. Sta di fatto che
questo processo di autonomia dal riscontro
oggettivo o di natura si rileva in certe opere
cubiste, di Picasso, Braque, Metzinger; è
ravvisabile anche in opere futuriste, quali
l’ Automobile in corsa di Russolo del 1913, il
Dinamismo di un ciclista di Boccioni dello stes-
so anno, e la P/asticità di luci per velocità di
Balla, pure del 1913. Questa esperienza, me-
diata a dire il vero dai cubisti francesi e dai
futuristi «italiani (Marinetti fu in Russia nel

Piet Mondrian: “ Composizione” con rosso, giallo, blu -
1927. L’artista olandese, morto nel 1944, è qui rappre-
sentato da una delle opere più significative. Dietro le
sue composizioni apparentemente facili ed elementari,
vi è la ricerca di un'armonia assoluta, di un “equili-

Igio per alcune conferenze a Mosca e a
Pietroburgo), diventano essenziali per com-
prendere l’origine delle opere di Michele
Larionov e dei compagni che formano il
gruppo del “Raggismo”, basato sulla ricerca
di un’uscita dallo spazio tridimensionale €
dall’idea di tempo quotidiano, per rappresen-
tare la dinamicità della luce e della sua propa-
gazione ideale, in uno spazio-tempo più in-
tuitivo che fisico.

“Suprematismo” è invece il termine
da Casimiro Malevic (un altro pittore russo che

È usato



brato rapporto” fra la posizione e la misura dello spazio
colorato, come dice lo stesso Mondrian in uno degli
scritti in cui ha teorizzato la sua concezione della
pittura. L'architettura moderna deve a Piet Mondrian
molte delle sue ispirazioni.



ebbe contatti con Marinetti e fu nel 1912 a
Parigi) per definire la sua attività pittorica. La
sua coerenza astratta punte di
un’asperità intellettuale che si potrebbe dire
mistica. Il suo “manifesto” per la difesa di
un’astrazione che si basasse sulle figure più
elementari della geometria, è del 1915; ma già
dal 1913 aveva esemplificato quel suo rigore
formale con un dipinto esposto a Mosca, e
ora al Museo d’Arte moderna di New
York, intitolato Quadrato nero su fondo bianco.
Toccava cioè in quell’anno il punto estremo

raggiunse



dell’astrazione soggettiva, in una specie di
delirio freddo, di esaltazione dell’idea del
nulla. Disse infatti, a spiegazione di quel di-
pinto: « Quel quadrato non era un quadrato
nero, ma la sensibilità dell’assenza dell’og-
getto ». Tre anni dopo espone Quadrato bian-
co su fondo bianco e quel suo dipinto è l’equiva-
lente, in pittura, dell’estremismo poetico rap-
presentato dalla “pagina bianca” di Mallarmé.

In questa linea rigorosa si muove anche il
neo-plasticismo di Piet Mondrian (1872-1944).
Dopo un breve periodo di pittura naturali-
stica, verso il 1908 Mondrian trascorre un
lungo periodo in un'isola del Mare del Nord.
Le vaste distese marine, la chiarità circostante,
gli orizzonti liberi in un’immensità di spazio
che si colora per lente variazioni della luce, le
notizie della pittura divisionista di Seurat e
di Signac lo spingono a tentare una pittura
in quel senso, con colpi di colore rari e spar-
titi sulla tela con un’idea già chiara in mente
di un’essenzialità cromatica e di limpido ritmo
spaziale. La luce è cioè distesa dentro questi
primi quadri della lunga carriera di Mondrian
con l’intenzione di rarefare la visione realistica
in una visione idealistica, già inconsciamente
astratta.

Un viaggio a Parigi nel 1911,che si prolunga



In queste pagine, le opere di tre astrattisti il cui
punto di origine si può far risalire alle esperienze
di Kandinski e di Klee, che si distaccano dalla
rappresentazione dell’oggetto, delle “cose”, per
tentare di esprimere un’emozione con il puro im-
piego del colore e del segno.



“Concetto
Bissier:

a sinistra: (in alto) Lucio Fontana:
spaziale” (1958); (in basso) Julius
“28. Dez. 38. 3”.

per qualche tempo, gli fa conoscere il primo
tempo, quello analitico, del cubismo di Pi-
casso, di Braque e di Léger. Già la sua ten-
denza intimista lo aveva tenuto discosto
dalla pittura sfarzosa e gridata degli espres-
sionisti tedeschi, di Nolde, di Pechstein, di
Kirchner, accesa di fiamme cromatiche, di de-
formazioni figurali, dominata da turbamenti
sentimentali, di impulsi ribelli e di confuse
aspirazioni di annientamento. Gli incontri
parigini chiariscono e rinforzano le sue istin-
tive preferenze per la semplificazione, per una
pittura di puri rapporti spaziali, di calme equi-
valenze cromatiche, con un’apertura continua
verso le sospese vertiginosità dell’infinito idea-
le. È chiaro che Mondrian tendeva ad affer-
mare la misura dell’intelligenza sul flusso
turbolento dell’emotività espressionistica, il
fuoco trasparente dell’idea, un ordine di armo-
nie matematiche che disperde le confusioni,
distingue l’immobilità dell’universale dal bru-
licare del particolare e dall’empirismo dei sensi.
Nel corso di tre anni, nella serie notissima
delle nature morte col vaso o dell’albero dai
rami spogli, ripresi a distanza di tempo con
l’accanita scienziato che
insegua una verità intravista, arriva ai dipinti
del 1914 di ispirazione cubista, ma con imma-



ostinazione di uno



sopra: Hans Hartung: “T 1951 - I, 1951”.

nella pagina accanto: Paul Klee: “Attenuazione” -
1938. Nello svizzero Klee la rappresentazione pittorica
delle qualità liriche e musicali della sensibilità raggiun»
gono l’espressione più alta. Klee era stato uno dei
capiscuola dell’ Espressionismo. A questo proposito ri-
mandiamo i nostri lettori anche al capitolo dedicato a
questo movimento artistico, pubblicato nel numero
2.1962 della nostra rivista.

gini ancor più rarefatte, con un senso più
vivo della geometria, dove gli oggetti o le
figure non offrono più che un leggero sup-
porto a quella visione di puri ritmi, a quella
costruzione di elementi essenziali. Si direbbe
che semplifichi e riduca la figura della realtà
di ogni frangia illusoria per ridurla a un segno
originario, a un ritmo infinito, a una vibra-
zione continua. Ed è necessario tener conto,
per togliere di mezzo l’eventuale sospetto che
il processo di riduzione all’assoluto essenziale
avvenga per una specie di avventura inconscia
e incontrollata, delle pagine di critica e di
meditazione estetica che Mondrian comincia
a scrivere, in cui replica l’idea di una pittura
in “funzione universale”, oppure di “espres-
sione più pura dell’interiorità”, e ancora come
“equilibrato rapporto fra la posizione e la
misura dello spazio colorato”.

Questa perentoria operazione intellettuale
sfocia verso il 1920 in quella rappresentazione
del quadrato, in quella variazione e calcolo
geometrico e cromatico dello spazio come
pura emanazione di un’idea, di un’equivalenza
plastica. La bellezza che ora ricerca Mondrian
non sta nelle cose o nell’onda dei sentimenti
che le investono. Abolito l’incomposto fluire
della cronaca e dell’emozione, rifuggita ogni







accidentalità offertagli dalla realtà esteriore per
affidarsi all’ordine universale, abolisce anche
ogni altra illusorietà di prospettiva spaziale,
di illuminazione cromatica, per l’assolutezza
di un’idea platonica, di una visione metafisica
che non è più ineffabile ma ormai afferrabile
con questa concreta armonia del numero e
della geometria.

L’assenza, il nulla, come già nel Suprema-
tismo di Malevic, poteva essere il rischio
finale della sua ricerca pittorica. Si può dire
oggi che l’artista perdeva di vista la concre-
tezza della vita quotidiana, in definitiva la
storia dell’uomo, per fondare sul razionalismo
e sull’ordine primordiale della geometria la
sua estetica, anzi la suo moralità d’esistenza.
Forse mai in pittura si era incarnato in modi
così perentori quello che Pascal definì « l’esprit
de géometrie », il dominio cioè della mente
sull’incomposto agire della cronaca e dell’ec-
citazione emotiva. Sopra il filo di una tale
rigida disciplina è anche facile rischiare l’ari-
dità, uscire dalla vita per la frigidezza cere-
brale. Ma si vorrà anche tener conto che nel-
l’assolutezza ideale e litica insieme della crea-
zione di Mondrian si esce dal mondo confuso,
si riconferma la chiarezza classica, che nell’ar-
monia intellettuale scorge la vittoria sul tra-
gico quotidiano. La linea ferma che divide lo
spazio bianco di un dipinto di Mondrian, quel
quadrato di spazio occupato da una stesura
di colore compatta come una condensazione
cristallina, quel rapporto essenziale di propor-
zioni e di bilanciati accordi, assomiglia allora
alla speculazione attorno ai valori e alle figure
fondamentali dell’ordine universale. Il nume-
ro d’oro di Pitagora, la liricità assoluta dei
teoremi di Euclide, il margine della divinità
toccato non più dall’intuizione sentimentale
degli artisti e dei mistici barocchi, ma da questo
calcolo matematico e geometrico che rispec-
chia la poesia nelle sue clausole più pure e
ideali, immobili come gli archetipi vertignosi
di Platone. E proprio nel fatto che nessuno,
anche gli avversari più recisi, può misconoscere
la forza di moralità, oltre che estetica, che si
sprigiona da questa paziente e lunga creazione
pittorica, sta la riprova che il fuoco bianco di
questa lucida razionalità non esclude il calore
della presenza umana di chi l’ha condotta fino
a queste assolutezze.

Abbiamo in tal modo indicato i semi origi-
nari dell’arte astratta, da cui si dirameranno per
infinite esperienze le varie posizioni dell’ Astrat-
tismo. Verso l’Italia si è già fatto cenno al
proto-astrattismo di Balla e di Boccioni. Verso
il 1930 si avverte una coscienza più riflessiva
e radicale in un altro gruppo di pittori: Alberto
Magnelli, che vive a Milano, o il gruppo di
Como e di Milano, con Mario Radice, Manlio
Rho, Enrico Radice, Gino Ghiringhelli, Mauro
Reggiani, Oreste Bogliardi, Atanasio Soldati,
Osvaldo Licini, i quali lanceranno il primo
“manifesto” astrattista italiano nel 1933, nel
corso di una mostra milanese. La geometria
dinamica di questi artisti parve in quel tempo
una negazione di ogni valore d’immaginazione.
Era invece un modo diverso e più idoneo per
avvicinare ed esprimere la realtà interiore, il

proprio ideale di creazione pura, il vasto regno
delle figure ideali e assolute. In una lettera del
1935 ai colleghi milanesi, Osvaldo Licini ri-
sponde alle polemiche affermando: « Dimostre-
remo che la geometria può diventare senti-
mento ». Non è una battuta polemica, è l’in-
tuizione di un poeta che ha avvertito come il
mondo della realtà si sia allargato fino a in-

cludere gli assoluti del pensiero, la mobilità
di una riflessione lirica sugli spazi ulteriori
agli oggetti e alle figure della natura. La marea
accademica dell’ Astrattismo internazionale, che
si è riversata su queste primarie e fondamentali
esperienze, non toglie nulla alla verità e neces-
sità di queste affermazioni e delle opere che
ne sono derivate.



34

L'inchiesta
sulla nostra
stampa
aziendale

Nel settembre dello scorso anno decidemmo di svolgere un’in-
chiesta tra i lettori della nostra stampa aziendale, e in particolare della
rivista Italsider, per conoscere la loro opinione in proposito.

I primi interrogativi che ci venivano spontanei erano naturalmente:
che cosa ne pensano della nostra rivista i 50.000 lettori interni ed esterni
ai quali essa viene inviata? Che cosa ne pensano dei notiziari i 38.000
lettori interni?

Ma quando cominciammo a sederci attorno ad un tavolo, insieme
agli esperti di una società milanese specializzata in consulenze indu-
striali (la “Pietro Gennaro e Associati”), per chiarirci gli obiettivi
dell'indagine che intendevamo svolgere, ci rendemmo subito conto
che quelle domande, anche se erano le prime che ci venivano alle
labbra, dovevano essere precedute da un’altra, molto più, o almeno
altrettanto, importante: chi erano i nostri lettori ?

Poteva sembrare una domanda ovvia, ma non era così.

L’aniverso dei nostri lettori (universo è la parola che i sociologhi
usano quando devono indicare sinteticamente una collettività, un
gruppo di persone di cui studiano il comportamento) era solo appa-
rentemente omogeneo.

In realtà appena cominciavamo ad esaminarlo meglio, ci accorge-
vamo che era invece molto eterogeneo.

C'erano i 38.000 dipendenti, legati da uno stesso lavoro, da co-
muni interessi, è vero, ma dislocati in nuclei grossi e piccoli, sparsi
in 14 stabilimenti e sezioni di stabilimento, da Genova a Trieste, a
Napoli, a Taranto, e in vari uffici vendite e di rappresentanza, senza
contare la sede centrale. Tutti nuclei, quindi, con particolari interessi
locali, spesso con modi di vita e tradizioni diverse. Poi c’era tutta
la gamma delle qualifiche, di cui bisognava pure tener conto, con
aspetti e proporzioni diverse da stabilimento a stabilimento, secondo
che si trattasse di grandi centri a ciclo integrale o di stabilimenti di
seconde lavorazioni. Poi c'erano gli stabilimenti del Nord, con minor
numero di analfabeti, e quelli del Sud, dove purtroppo l’analfabetismo
registra ancor oggi percentuali più alte. C'erano ancora i famigliari,

e anche di essi bisognava tener conto, se volevamo che la nostra in-
chiesta fosse completa.

C'erano, infine, i 12.000 lettori esterni della rivista. Circa 5.000
di essi erano laureandi in ingegneria, ai quali proprio in quel periodo
avevamo cominciato ad inviare sistematicamente la nostra pubblica-
zione, d’accordo con gli uffici di selezione e addestramento.

Gli altri 7.000 esterni erano quanto di più eterogeneo si potesse
pensare: clienti, fornitori, personalità, autorità locali e centrali, parla-
mentari, studiosi e tecnici dei più diversi rami, giornalisti, letterati,
artisti, biblioteche, ambasciate eccetera. Erano, per dirla in due parole,
i componenti di quel gruppo relativamente ristretto di persone ed
istituzioni che si sogliono definire “formatori della pubblica opinione”.
Sono coloro ai quali la rivista viene inviata non solo perché sono ad
essa interessati, per diverse ragioni, ma anche perché le loro autorevoli
opinioni sono suscettibili di influenzare quella di molte altre persone.

Da tutte queste considerazioni apparve insomma indispensabile
porre come primo obiettivo dell'inchiesta la definizione del profilo del
lettore.

Per ottenere questo, bisognava determinare:

1) le caratteristiche e le abitudini di lettura dei destinatari della
rivista e dei notiziari: chi erano e guanti erano (cioè, quanti leggevano
effettivamente la nostra stampa aziendale);

2) il grado di interesse per la rivista e i notiziari;

3) il ruolo che la nostra stampa aziendale giuoca nell’àmbito
della famiglia dei lettori.

Fissammo poi un quarto obiettivo, complementare ma ugual-
mente interessante: la determinazione delle abitudini di altre letture,
di ascolto della Rai/Tv e, in generale, di impiego del tempo libero da
parte dei lettori interni e, tra i lettori esterni, degli studenti universitari.

Di fronte a questi quattro obiettivi, c'era da porsi un altro pro-
blema: quale tecnica scegliere per il più efficace svolgimento dell’in-
chiesta. Naturalmente il sistema migliore, che garantisce il cento per
cento di attendibilità, sarebbe stato quello dell'intervista diretta, del
colloquio a quattr’occhi con tutti i lettori. Ma intervistare 50.000 per-
sone, cioè andarle a rintracciare fisicamente a casa, sottoporre loro
una serie di domande e sentire anche qualche famigliare, sarebbe stato
un lavoro immane, per il quale sarebbe occorso un gran dispendio di
tempo, un forte numero di intervistatori e un troppo complesso lavoro
di analisi dell'enorme massa di dati che si sarebbe ricavata.

Seconda soluzione era un referendum con una scheda, un for-
mulario da inviare a tutti perché lo riempissero. Rinunciammo anche
a questo sistema per due ragioni: la prima era che esso non ci dava la
possibilità di definire esattamente il lettore. Le schede non ci avreb-
bero cioè permesso di definire i lettori effettivi e i non lettori perché non
ci sarebbe stata nessuna possibilità di controllare se le risposte erano
attendibili. Non ci era possibile, in altre parole, porre ai lettori certe
domande di controllo per accertare se, quando affermavano ad esempio
di leggere tutti i numeri della rivista e dei notiziari da cima a fondo,
dicevano il vero, o raccontavano invece una bugia vergognandosi di
confessare che a loro la nostra stampa aziendale interessa pochissimo
o addirittura che non la sfogliano nemmeno. Era indispensabile, in-
somma, alla nostra inchiesta, di avere gli strumenti adatti ad individuare
le eventuali ‘componenti di prestigio” che potevano falsare le risposte.

La seconda ragione per cui rinunciammo al referendum era che
il sistema delle schede non ci dava la possibilità di estendere i risultati
ottenuti all’intero “universo” dei destinatari. E ciò perché il “campione
dei rispondenti”, cioè il numero più o meno alto di schede che ci
sarebbero state restituite debitamente compilate non sarebbe stato
rappresentativo. Questo è un termine che usano gli esperti di inchieste
per indicare che un determinato numero di persone, scelto come cam-
pione in un gruppo più ampio, lo “rappresenta” (intervistare il cam-
pione è, insomma, come intervistare tutto il gruppo, tutto l’ “uni-
verso” di cui si vuol sapere l’opinione).

Solo in due casi il campione ottenuto con il sistema delle schede
sarebbe stato rappresentativo: se avessero risposto tutti o quasi i 50.000
lettori (ma è regola costante che le schede vengano restituite solo da
un gruppo abbastanza ristretto di interpellati), o se il campione dei
rispondenti fosse stato casua/mente rappresentativo (ma non ci sarebbe
stato modo di controllarlo).



C'era anche la possibilità di ricorrere alla tecnica della discussione
di gruppo. Essa consiste nell’intervistare un gruppo “ragionato” di
lettori (di solito poche decine di persone, al massimo), scelti tenendo
conto di determinate ipotesi sulla struttura dell’ “universo” dei
destinatari della rivista e dei notiziari.

Questa tecnica avrebbe potuto fornirci indicazioni interessanti
sulla impostazione della nostra stampa aziendale (ciò che è gradito,
ciò che non è gradito) ma si sarebbe sempre trattato di informazioni
di carattere esclusivamente qualitativo e non quantitativo. Per esempio,
non avremmo mai potuto sapere, con il sistema del “gruppo”, quanti sono
i lettori effeztivi (che è quello che conta di più), quanti veramente leg-
gono la rivista e i notiziari, e poi quanti altri della famiglia li leggono.
E questo perché, per strutturare bene un “gruppo”, allo scopo di avere
i risultati più approssimati possibili, sarebbe necessaria un’indagine
sociologica troppo complessa e, soprattutto, troppo costosa per un
“universo” di 50.000 lettori.

In conclusione, si pensò di ricorrere ai metodi classici delle ri-
cerche di mercato, cioè ad un’indagine su un campione di 2.000 de-
stinatari della stampa aziendale, estratti a sorte e intervistati diretta-
mente nelle loro abitazioni.

Di questi 2.000 lettori, 1.600 erano dipendenti estratti casual-
mente tra quelli degli stabilimenti di Cornigliano (‘Oscar Sinigaglia”),
Piombino, Bagnoli e Lovere (4oo lettori per ogni stabilimento), natu-
ralmente tenendo conto delle proporzioni tra operai, impiegati e di-
rigenti. Quindi, tre stabilimenti a ciclo integrale dislocati rispettiva-
mente nel Nord, nell’ Italia centrale e nel Sud, e uno stabilimento di
seconde lavorazioni, situato al Nord, vicino a Bergamo.

Altre 400 persone furono estratte a sorte tra i lettori esterni. Di
esse, 150 erano studenti universitari, residenti a Torino, Milano, Geno-
va, Roma e Napoli.

Un campione scelto in questo modo, come è dimostrato da una
lunga esperienza (e da una serie di formule matematiche che non è
qui il caso di riportare), fornisce risultati con un grado di attendibi-
lità di circa il 95%. Questo vuol dire che i risultati quantitativi sono
“veri” con un minimo scarto per eccesso o per difetto.

Le interviste sono state effettuate durante tutto il mese di no-
vembre dello scorso anno da un gruppo di una cinquantina di inter-
vistatori opportunamente addestrati. I colloqui con i lettori estratti
dovevano avvenire, come si è detto, nelle abitazioni, durante le ore
di riposo. Gli intervistatori si sono serviti di tre questionari diversi:
uno per i dipendenti, uno per gli esterni in genere e uno per gli
studenti universitari.

Il questionario per l’intervista ai dipendenti era naturalmente il
più ampio. Esso comprendeva ben cinquantadue domande, ed era
stato precedentemente messo a punto mediante una ventina di inter-
viste di prova condotte personalmente da esperti dello ‘staff’ della
Gennaro e da una decina di interviste condotte da uno psicologo allo
scopo di predisporre alcune domande, chiamate “test proiettivi”, che
servono a ottenere certe risposte dalle quali gli esperti sanno trarre
indicazioni particolari.

Gli intervistati hanno mostrato un notevole interesse per l’inchie-
sta. Pare, a quanto ci è stato riferito, che la maggior difficoltà incon-
trata dagli intervistatori (che avevano un preciso “ruolino di marcia”
da seguire) sia stata spesso quella di “sganciarsi” dall’intervistato.
Dopo un primo momento di legittima freddezza e diffidenza, il ghiac-
cio si rompeva e i lettori intervistati erano prodighi di risposte e di
informazioni, chiamavano a raccolta la famiglia, offrivano un caffè
al bravo giovanotto o alla signorina, ponevano a loro volta delle do-
mande, da intervistati si trasformavano in intervistatori...

Diamo ora una sintesi dei risultati più interessanti.

Il primo risultato di rilievo è consistito nella determinazione del
numero dei “lettori” della rivista. Complessivamente essi sono 1 87%
dei dipendenti e il 100%, dei destinatari esterni. Solo il 13% dei di-
pendenti ha dichiarato di non aver mai letto la rivista. Presso gli esterni
questa dichiarazione è del tutto assente. È da notare che gli intervi-
statori non si sono accontentati di una semplice affermazione di let-
tura, ma hanno verificato l’esattezza delle dichiarazioni attraverso il
ricordo del contenuto degli ultimi numeri ricevuti dall’intervistato (i

35

Il giudizio dei lettori sulla Rivista

su 100 lettori interni



negativo

indifferente

positivo
su 100 lettori esterni



negativo



100 numeri della Rivista vengono letti da 100 dipendenti più altre 70 persone:
il coniuge, i figli, i parenti e amici,

I lettori della Rivista Italsider

su 100 destinatari interni





lettori abituali non lettori

su 100 destinatari esterni

lettori occasionali



lettori abituali lettori occasionali

Abitudini di altre letture dei dipendenti

lettori abituali (51%) lettori occasionali (36%)

+ non lettori (13%)







tra i lettori abituali della Rivista
il 48% legge anche altre pubbli-
cazioni, il 3%; legge solo la Rivista

tra i lettori occasionali e i non let-
tori il 43%; legge altre pubblicazio- |
ni, mentre il 6%, non legge nulla |

Impiego del tempo libero

su 100 dipendenti intervistati seguono:

radio dischi televisione calcio cinema

36

numeri 3 e 4 del 1962). Egli veniva invitato ad elencare e a descrivere
gli argomenti trattati, prima mostrandogli la sola copertina, poi, in
caso di difficoltà a ricordare, il sommario e quindi sfogliando la rivista.
Gli intervistatori, che conoscevano il contenuto dei singoli articoli nei
minimi dettagli, ponevano man mano che sfogliavano la rivista oppor-
tune domande rendendosi conto di quali erano gli articoli letti o
scorsi dagli intervistati.

Si è trattato di un controllo rigoroso al punto da inserire nel
sommario due titoli inesistenti, per permettere la determinazione della
“soglia di attendibilità” sotto la quale non venivano più considerate
significative le risposte ottenute.

È stato considerato /z/ore della rivista il destinatario che, oltre
ad affermare di leggerla, era in grado di ricordare con un certo det-
taglio il contenuto di almeno un articolo o fotografia. Tra i “lettori”,
il 51% dei dipendenti è risultato composto di “lettori abituali”, e il
36% di “lettori occasionali” della rivista. Sono stati definiti tali coloro
che, non avendo letto per vari motivi i due ultimi numeri, erano però
stati in grado di ricordare, senza alcun aiuto, articoli apparsi in numeri
precedenti a quelli oggetto dell’indagine. Tra gli esterni, le percentuali
sono più alte: 84% di lettori abituali e 16 % di lettori occasionali.

Un dato interessante (che va ad onore degli intervistati) è che
la verifica rigorosa delle dichiarazioni di lettura non ha abbassato sen-
sibilmente la percentuale dei lettori (8% di scarto per i dipendenti, 3%
di scarto per gli esterni): i nostri sono insomma lettori generalmente sinceri.

È sembrato particolarmente indicativo anche analizzare, secondo al-
cune caratteristiche socio-culturali, coloro che sono stati definiti “lettori”.

Se si esaminano ad esempio gli indici di lettura suddividendo i
lettori secondo le qualifiche e l’età, si ha che in media, a parità di qua-
lifica, la lettura della rivista è maggiore presso i giovani e che a parità
di età è più letta da coloro che hanno qualifiche più alte. L’esame
dell’indice di lettura secondo gli stabilimenti (per i soli lettori che
abbiamo prima definito “abituali’’), vede al primo posto Lovere
(56,1%), seguito da Cornigliano (52,6%), da Piombino (48,1%) €,
ultimo, da Bagnoli (47,1%).

Un indubbio indice dell’interessamento per la rivista è che oltre
un terzo dei destinatari ne conserva tutti î numeri. Altri, invece, conservano
solo i numeri in cui hanno trovato qualche articolo che li aveva par-
ticolarmente interessati.

La rivista non viene letta soltanto dal destinatario, ma anche da
altre persone. Nel 6o % dei casi essa è letta nella cerchia dei fami-
gliari (soprattutto dal coniuge e dai figli) e nel 20 % circa dei casi
da parenti, amici, vicini di casa eccetera.

Sommando i lettori dipendenti e gli altri lettori si rileva che le
38.000 riviste spedite ai dipendenti vengono lette da circa 61.000
persone, va/e 4 dire 1,7 persone per copia (cento copie sono lette dunque
da 170 persone).

Vediamo ora il giudizio sulla rivista.

La grande maggioranza degli intervistati (95% dei dipendenti e 92%
degli esterni), si è espressa positivamente nei confronti della rivista.

Per individuare con chiarezza l’atteggiamento dei dipendenti verso
la nostra pubblicazione, gli eventuali motivi di non lettura e il profilo
delle persone che non la leggono, era stato approntato un test proiet-
tivo, cui si è già accennato. Esso consisteva in nove frasi che ciascun
intervistato era invitato a completare (ad esempio: trovo piacere
quando ricevo a casa la rivista perché mi sembra...). Questo test ha
confermato l’atteggiamento largamente positivo.

Le motivazioni espresse mettono in rilievo che la rivista è consi-
derata un mezzo di collegamento con l’azienda: co/legamento di tipo infor-
mativo volto alla conoscenza degli aspetti produttivi e sociali della vita aziendale.

Vediamo alcune delle risposte date. Fra le positive motivate pre-
valgono quelle che indicano la rivista come: motivo di collegamento
con lo stabilimento; pubblica argomenti che ci riguardano; serve ad
aggiornare i dipendenti e i famigliari; è un passatempo per gli operai;
riesce ad istruire gli operai; ha uno scopo culturale; serve a tenere
uniti i dipendenti; fa conoscere cose nuove; è un segno di conside-
razione verso i dipendenti; dà un senso di compagnia.

Vi sono poi i giudizi positivi ma non motivati; trai più curiosi, quelli
che considerano la rivista “comoda”, “riposante”, “una novità strana”.

Quanto ai giudizi negativi sulla rivista, se la loro percentuale è
minima, non mancano tuttavia di “mordente”: preferisco il notiziario;
non dà piacere; è noiosa; è poco interessante; manca qualcosa; è futile;
serve a fare propaganda, a modificare il parere degli operai; è un com-
promesso... Per fortuna, in totale, questi ed altri severi giudizi consi-
mili non rappresentano che il 5% del totale. Sono però giudizi dei
quali noi ci sforzeremo di tener conto nel nostro lavoro.

E veniamo alle preferenze dei destinatari della rivista nei riguardi
degli articoli pubblicati.

Ecco una tabella in cui sono indicati gli articoli più ricordati nei
due ultimi numeri in esame:



dipendenti esterni

% %

Sculture nella città 35 49
Gli ingegneri dell’ Italsider 32 20
Costruito a Lovere 20 3
I colori dei minerali di ferro 19 14
La siderurgia olandese 18 23
L’ingegnere, oggi 16 15
La siderurgia italiana a Mosca 16 24
MEC: prospettive per il gruppo IRI 13 26
La XXXI biennale di Venezia 8 23
Il museo del cinema a Torino 6 21
Valore estetico e sociale del disegno industriale 4 28
totali 187 246

Le risposte ottenute denotano uno spiccato interesse dei lettori
della rivista, sia dipendenti che esterni, verso tutti quegli argomenti
che direttamente o indirettamente si ricollegano all’attività dell’ Ital-
sider e alle sue manifestazioni di natura tecnica, economica, culturale
e sociale. /n questo senso è significativo che presso interni ed esterni sia al primo
posto nell’interesse un articolo come “Sculture nella città”, nel quale l'elemento
tecnico e quello culturale si trovano strettamente uniti în una iniziativa di cui
l’Italsider è stata la promotrice.

Presso gli esterni la graduatoria delle preferenze è poi ovviamente
diversa da quella manifestata dai dipendenti e alcuni articoli più stret-
tamente connessi con la vita aziendale passano agli ultimi posti. Esiste
tuttavia un’area comune di interessi, rappresentata da quegli articoli riguar-
danti appunto gli aspetti tecnici, produttivi e umani dell’ Italsider.

Sempre allo scopo di individuare le preferenze dei lettori, è stata
sottoposta agli intervistati una lista di temi tra i quali scegliere quelli
che essi vorrebbero vedere trattati di preferenza dalla rivista.

Ecco la tabella relativa.



ARGOMENTI dipendenti esterni
% %

sull’ Italsider 76 61
divulgativi tecnico-economici 72 87
sindacali 48 4T
reparti 43 45
processi produttivi 39 52
arte e teatro 28 41
totali 306 333

Come si può notare, la tabella conferma l’esistenza di un’area co-
mune di interessi fra i due gruppi di destinatari.

L’inchiesta ha dato altri elementi interessanti e anche curiosi.
Ad esempio, alla domanda: «secondo Lei per chi è fatta la rivista
Italsider? » si sono avute risposte diverse a seconda che l’intervistato
fosse un dipendente, un esterno, uno studente. La maggioranza ritiene
che la nostra pubblicazione sia diretta esclusivamente 4/4 sua categoria.
È un elemento molto importante, questo, perché significa che ognuno
trova nella rivista qualcosa di utile, degno di essere letto e ricordato.

Qualche altra curiosità: ogni numero della rivista viene letto dai di-
pendenti in media durante 2 ore e 40 minuti e viene preso in mano per



la lettura 3,3 volte. Il 46,6% dei destinatari preferisce leggerla di sera
e di essi l’ 8,3% a letto.

Alcune domande dell’inchiesta riguardavano anche i vari notiziari.
Data la diversità del loro contenuto (ciascuno di essi, come è noto, è
diretto ai dipendenti di un determinato stabilimento), era difficile
trarre dei risultati generali che potessero essere molto indicativi. //
giudizio sui nostri giornali mensili è comunque nettamente positivo (87%).
La maggioranza degli intervistati ritiene che i notiziari siano fatti per
tutti i dipendenti indistintamente.

Ecco una tabella con gli argomenti che più hanno ricordato i
lettori dei notiziari:

ARGOMENTI E RUBRICHE %
notizie sullo stabilimento 22,2
premiazione anziani 20,1
notizie sul cral 19,6
notizie sportive 10,6
notizie Italsider 9,9
cassetta delle idee 9,0
notizie su altri stabilimenti 3,3
altre risposte 20,5

totale 115,2

Ed ecco ora in ordine di preferenza gli argomenti che essi vor-
rebbero trattati:

ARGOMENTI %
notizie sullo stabilimento 56,0
notizie sui vari reparti 49,
notizie sugli altri stabilimenti 43,2
notizie sull’ Italsider 43,0
notizie sportive 36,8
notizie sindacali 36,0
statistiche sulla produzione 34,6
cassetta delle idee 32,0
notizie sulle aziende IRI 21,3
notizie sul cral 20,0
notizie e fotografie dei dirigenti 18,8
lettere alla redazione 14,7
piccoli annunci economici 13,1
nascite e matrimoni 10,3

totale 429,7

Desideravamo conoscere anche il parere dei lettori circa l’utilità
delle notizie contenute nei notiziari. Il 51% dei lettori preferisce da
questo punto di vista i notiziari alla rivista.

È questa una risposta che ci soddisfa particolarmente, in quanto
mostra che i notiziari assolvono entro limiti abbastanza ampi al com-
pito informativo che è loro proprio: quello di presentare delle notizie.
Una critica mossa ai notiziari è che le notizie sono spesso indirizzate
nel senso della pura e semplice comunicazione. Evidentemente, questi
lettori desidererebbero che le notizie fossero commentate, “spiegate”.
È un’altra indicazione della quale terremo conto.

L’inchiesta, come abbiamo visto, si proponeva anche di raccogliere
elementi sull’impiego del tempo libero da parte dei dipendenti. Co-
minciamo con le abitudini di 4/fre letture. Vi è un 6% di dipendenti
che non legge assolutamente nulla, e poi un 3% che non legge né gior-
nali né libri, 274 soltanto la rivista e i notiziari (ed ha potuto provarlo).

Solo la metà dei lettori interni av eva letto nel mese precedente
all’intervista un periodico in vendita. Fra quel 13% di destinatari
della rivista che avevano dichiarato di non leggerla mai, una larga
maggioranza (63% circa) non /egge mai nessun altro periodico. Questo
indica, ovviamente, che il loro atteggiamento di indifferenza nei con-

37

tronti della nostra rivista è, per gran parte, il riflesso del comporta-
mento che essi probabilmente hanno nei confronti della lettura in
genere.

Può interessare conoscere l’ordine di preferenza dei periodici
maggiormente letti dal personale:

% %

RIVISTE lettura RIVISTE lettura
Oggi 34,7 riporto 133,0
Epoca 27,3 Famiglia Cristiana 3,0
Tempo 26, Incom 2,2
Domenica del Corriere 12,4 Panorama 1,9
Selezione 7,8 Quattrosoldi 1,5
Europeo 6,6 Annabella 1,3
Gente 6,5 Espresso 1,2
Quattroruote 4,7 Le Ore 1,2
Grand Hotel 3,4 Grazia 12
Radiocorriere 3,0 Altre 26,0
a riportare 133,0 totale 172,5

Quanto ai libri, in media gli intervistati ne hanno letto uno negli
ultimi tre mesi. Al primo posto sono i romanzi gialli (36,9%) seguiti
dai romanzi d’intreccio (26,5), dai libri storici (21,2), di divulgazione
scientifica (15,4), dalle antologie (4,5), dalla fantascienza (2), da altri
libri (9). La preferenza per i gialli è meno pronunciata presso gli im-
piegati, che :preferiscono leggere libri di intreccio. In media gli in-
tervistati dedicano alla lettura in genere 24 ore al mese; il tempo
sale a 33 ore per i lettori di libri.

Passiamo allo sport. In media il 23,5% dei destinatari della rivista
pratica almeno uno sport, indipendentemente dalla loro qualifica. In
generale, i meno sportivi (in senso attivo) risultano i dipendenti di
Bagnoli. La-caccia è lo sport più praticato (solo a Cornigliano è superato
dal giuoco delle bocce). La qualifica influisce in modo rilevante sulla
pratica della caccia, del calcio e del tennis.

La metà circa dei dipendenti intervistati frequenta manifestazioni sportive.
Almeno 81 dipendenti su 100 assistono alle partite di calcio, con un
massimo a Bagnoli (87%).

L’ascolto della radio è più diffuso a Bagnoli (91,7%) e a Corni-
gliano (91,5%). Il giornale-radio è la trasmissione più ascoltata, seguito
da musica leggera, programmi sportivi, varietà, musica operistica,
musica classica.

Il 43,4% degli intervistati ascolta dischi dando larga preferenza
(88,6%) alla musica leggera, seguita da musica operistica e classica.

Anche per quanto riguarda l’abitudine di seguire la televisione,
i dipendenti di Bagnoli sono in testa: 90,6%, contro l’ 84,4% a Cor-
nigliano, l’ 86,3% a Piombino e il 75,1% a Lovere. In media il 58,1%
la vede a casa propria (ma a Bagnoli ben l’ 83,7% degli intervistati
possiede un apparecchio), il 26,4% in locali pubblici, il 15,5% in casa
altrui.

Lovere, dove abbiamo visto esservi la più forte percentuale di
lettori della rivista Italsider, è anche il posto in cui la televisione è
meno seguita. La trasmissione più seguita è il telegiornale. Vengono
poi: riprese sportive, film, spettacoli di varietà, tribuna politica, prosa.

L’ultima domanda riguardava il cinema: in media il 54,6% degli
intervistati era stato al cinema nell’ultimo mese. Ancora una volta Love-
re presenta la più bassa percentuale di frequentatori del cinematografo
(39,6%), mentre la più alta è a Piombino (78,3%).

Desideriamo qui esprimere il nostro ringraziamento a tutti î lettori che
hanno collaborato alla nostra iniziativa rispondendo pazientemente alle nume-
rose domande degli intervistatori. Ringraziamo naturalmente tutti. I molti,
anzi moltissimi che hanno dato della nostra stampa aziendale un giudizio fa-
vorevole, e coloro che hanno mosso delle critiche; î primi ci confortano con il
loro appoggio nel nostro lavoro, î secondi ci offrono motivi per riesaminare certe
nostre impostazioni, puntualizzare certe insufficienze e regolare i nostri stru-
menti per meglio raggiungere gli obiettivi che ci proponiamo.





Libri

Il nuovo
punto
di partenza

In un volumetto della collana economica di
Garzanti, “ Saper tutto”, Francesco Compagna
— direttore della rivista “Nord e Sud” e stu-
dioso dei problemi del nostro Mezzogiorno —
ripropone al lettore italiano la « questione meri-
dionale », col linguaggio scarno delle cifre e delle
tavole statistiche. Sbaglierebbe tuttavia chi pen-
sasse ad un libro arido o difficile, giacché nei
suoi nove capitoli è scritto in modo chiaro e tale
da aprire all’attento lettore non poche prospet-
tive di carattere economico, politico e sociale.

Dopo avere affermato che il problema del
Mezzogiorno di per sé non è insolubile, Com-
pagna passa in rassegna, sia pure rapidamente,
le singole questioni di cui esso si compone : da
quella demografica a quella dell’ineguale distri-
buzione dell’industrializzazione italiana, a quella
delle città medie, a tutte le altre connesse, e
insiste sulla necessità d’impostare studi, progetti
e realizzazioni in senso non banalmente empirico
e localistico, ma nel quadro più ampio e generale
dell’intera economia italiana, di cui il Mezzo-
giorno è e dev'essere parte integrante. Di qui,
secondo l’autore, l’insostituibilità dell'intervento
dello stato nei piani di sviluppo del Sud, in-
tervento che non è fatto per soffocare l’iniziati-
va privata, ma anzi per integrarla validamente
dove già c'è e per sostituirla là dove condizioni
obiettive lo richiedano. A questo proposito il
Compagna distingue due tipi di politica nel
Mezzogiorno : quello del 1950 di riforma agraria
e di preindustrializzazione e quello posteriore
al 1950 d’industrializzazione vera e propia
perseguita tramite organi e imprese statali e a
partecipazione statale. « La politica de! 1950 ».
afferma |’ autore « deve essere ripensata, aggi: r-
nata, integrata ». «Si tratta in primo lurgo di

Francesco Compagna

(CETEETIA

FRANCESCO COMPAGNA «La questione meridionale»;
Garzanti, Milano, 1963, 157 pagine, Lire 400,



portare a compimento l’esecuzione dei programmi
impostati e avviati come programmi di preindu-
strializzazione, avendo presente che non è più
tanto questione di grandi opere pubbliche (salvo
che per il settore dei trasporti e delle comunica-
zioni), quanto di « paziente costruzione civile »,
mediante interventi differenziati fra zone omo-
genee. Ma si tratta anche e soprattutto di im-
postare ed avviare l'esecuzione di nuovi pro-
grammi, programmi d’industrializzazione arti-
colati anch'essi sulla base d’interventi differen-
siati per zone omogenee » (parte III, pag. 117).
A queste conclusioni il Compagna arriva dopo
aver esaminato în un capitolo apposito, il primo
della parte II, i rapporti fra città e campagna
in Italia, diversi a seconda che si tratti del
Nord o del Sud.

« Gli economisti di scuole più moderne », scrive
l’autore, « hanno dimostrato che è indispensabile
promuovere l’industrializzazione del Mezzo-
giorno ; che è conveniente per tutti una espan-
sione în senso territoriale, verso il Mezzogiorno,
dello sviluppo economico del paese ; che è pos-
sibile creare “una parte ubicata a Sud del
sistema industriale italiano” ».

Industrializzare il Mezzogiorno vuol dire

dunque «sprovincializzarne » le prospettive di
vita e di lavoro, con quale vantaggio per l’Italia
e per la stessa Europa, è facile capire! Aver
presentato la questione meridionale con tanta
ampiezza di respiro, è merito non piccolo di
Francesco Compagna.
Riportiamo qui alcuni passi del secondo capitolo
della parte terza, intitolato «Il nuovo punto di
partenza » nel quale Compagna analizza le ca-
ratteristiche attuali dello sviluppo industriale nel
Sud. (F.B.)

«Nel passato il punto di partenza dell’in-
dustrializzazione era l’artigianato: “ dalle pic-
cole imprese si passava progressivamente alle
imprese medie e alle grandi imprese, e le
società giganti non apparivano che alla fine”:
alla fine, cioè, di un processo di selezione
assai efficace delle attività imprenditoriali.
Oggi, invece, © questo sviluppo graduale non
è possibile”: non è possibile perché, se si
vuole produrre economicamente, sono neces-
sarie, in moltissimi rami della produzione in-
dustriale, dimensioni assai ampie fin dagli inizi;
perché “il mercato locale è spesso già stato
conquistato da grandi imprese moderne ubi-
cate altrove”; perché solo in pochi rami del-
l'industria moderna (edilizia, tessili, alimen-
tari) “è ancora possibile una certa gradualità
di sviluppo”, ma si tratta di attività che da sole
“non sono riuscite e non riescono ad avviare
uno sviluppo industriale autonomo di rilievo”.

Gran parte delle imprese create con successo
nei paesi e nelle regioni che cercano di indu-
strializzarsi sono, quindi, grandi filiali o suc-
cursali di imprese importanti, pubbliche o
private, situate in un paese o in una regione
già industrializzati. È questo — la espansio-
ne in senso anche territoriale delle grandi in-
dutrie, e non più la selezione dell’artigianato
e della piccola industria locale, come nell’In-
ghilterra del XVIII secolo — il punto di
partenza dell’industrializzazione per una re-
gione o per un paese che affrontano oggi il
problema dello sviluppo economico; onde un
processo inverso rispetto a quello che addu-
ceva all’industrializzazione nel XVIII e nel
XIX secolo: dal grande al medio e al piccolo,
e non viceversa, nel senso che medi e piccoli
devono e possono diffondersi intorno ai gran-
di, come clienti dei grandi e in conseguenza
dei nuovi e maggiori consumi consentiti lo-
calmente dall’attività dei grandi. Si tenga pre-
sente, infatti, che la grande industria è di per
sé mercato per le piccole e medie industrie:
basta pensare alle commesse che la prima passa
alle seconde per accessorii, pezzi di ricambio,
prodotti intermedi ecc.; e basta pensare al-
l'aumento del potere di acquisto delle popo-
lazioni locali grazie ai salari e agli stipendi
pagati dalla grande industria.

La politica del 1950 non teneva conto di
tutto ciò, non si fondava, cioè, sulla consi-
derazione che nel XX secolo l’industrializza-
zione non può aver luogo, e il processo di
sviluppo economico non può pervenire alla
fase del “ decollo”, secondo gli stessi modi e
gli stessi tempi con cui l’industrializzazione e
il “decollo” hanno avuto luogo nei paesi
che per primi si sono industrializzati, secondo
gli stessi modi e gli stessi tempi di cui si sa
che hanno potuto valere negli esempi che ci
sono forniti dalla storia economica del XVIII
e del XIX secolo. E proprio perché non te-
neva conto di tutto ciò, la politica del 1950
era in definitiva accettata o subita dai liberisti,
salvo naturalmente che per la riforma agraria;
la quale comunque — rimanendo al di qua
della problematica cui direttamente dà luogo
l’industrializzazione in un paese che risulta
industrializzato solo per una parte del suo



territorio — non rappresentava un vero e
proprio punto di rottura, una prova della
impossibilità di promuovere lo sviluppo del
Mezzogiorno ispirandosi a venerande conce-
zioni liberiste.

Man mano, però, che il discorso sulla po-
litica di sviluppo del Mezzogiorno si veniva
spostando dalle esigenze della preindustrializ-
zazione alle esigenze dell’industrializzazione
vera e propria, non si poteva più eludere la
questione del punto di partenza dell’industria-
lizzazione e quindi il contrasto fra liberisti e
meridionalisti. I primi non rassegnati a rico-
noscere che tale punto di partenza non può
essere oggi lo stesso che era ieri, nell’ Inghil-
terra del XVIII secolo; i secondi consapevoli
della verità che tale punto di partenza non è
più l’artigianato, ma la grande industria. I
primi disposti pure ad ammettere, come mas-
sima concessione, e talvolta a denti stretti,
che infrastrutture e incentivi sono condizioni
necessarie per lo sviluppo economico; i se-
condi oramai convinti che anche queste con-
dizioni, necessarie, non sono sufficienti. I pri-
mi decisamente ostili a ogni intervento diretto
dello stato nel processo di industrializzazione;
i secondi coerentemente impegnati a promuo-
vere questo intervento diretto dello stato,
per accorciare i tempi del processo di indu-
strializzazione, specialmente ai fini della crea-
zione di quel punto di partenza che gli stu-
diosi più aggiornati dello sviluppo economico
avevano oramai concordemente indicato nella
opportunità di localizzare nel Mezzogiorno
tutti o quasi tutti gli ampliamenti ed i nuovi im-
pianti della cosiddetta grande industria di base.

Possiamo dire che questo punto di partenza
è ormai assicurato, 0 sta per essere assicurato?
Certo le grandi fabbriche, per iniziative di
potenti gruppi, pubblici e privati, stanno sor-
gendo nel Mezzogiorno; ed è presumibile, per
le ragioni che si sono dette, che nel prossimo
futuro sempre di più risulterà conveniente
localizzare nel Mezzogiorno ampliamenti e
nuovi impianti, filiali e succursali di grandi
industrie italiane, e non soltanto italiane. È
stata comunque fondamentale, ai fini della
creazione del punto di partenza, la decisione
di far intervenire nel processo di industrializ-
zazione del Mezzogiorno l’industria pubblica,
imponendo, fra significativi contrasti, all’ IRI
e all’ ENI di localizzare annualmente nelle
regioni meridionali il 40% dei loro investi-
menti complessivi ed il 60% dei loro investi-
menti per i nuovi impianti. E proprio questa
decisione ha rappresentato il punto di rottura
fra liberisti e meridionalisti ed il primo rile-
vante superamento dei limiti che erano stati
segnati alla politica del 1950, e che i liberisti
pretendevano che non potessero essere var-
cati neanche quando le esigenze dell’industria-
lizzazione vera e propria fossero venute in
primo piano rispetto alle esigenze della prein-
dustrializzazione.

D'altra parte non si può dire che l’iniziativa
privata, l’iniziativa dei grandi gruppi privati,
non abbia contribuito, o abbia contribuito in
una misura irrilevante, alla creazione del punto
di partenza di cui si diceva. Le iniziative —

tanto per fare qualche esempio — della Oli-
vetti, della Montecatini, della stessa Edison
hanno anticipato, accompagnato o seguito le
iniziative delle aziende a partecipazione statale
a seconda dei casi; ma sono state comunque
iniziative di cui molto si è parlato, mentre,
almeno fino a questo momento, assai meno si
è parlato, poniamo, di iniziative meridiona-
listiche della Fiat o della Necchi. Evidente-
mente, come è proprio dell’iniziativa privata,
c'è chi ha rischiato e chi non ha rischiato,
chi si è lasciato persuadere ad impegnarsi nel
Mezzogiorno e chi non si è lasciato persuadere,
chi ha già trovato una convenienza diretta o
indiretta a inserirsi nel processo di industria-
lizzazione del Mezzogiorno e chi ancora non
l’ha trovata; ma in complesso si deve ricono-
scere che, specialmente negli ultimi tempi,
numerose grandi firme industriali, italiane e
non soltanto italiane, hanno portato le inse-
gne nel Mezzogiorno.

Del resto, quando si auspica la partecipa-
zione delle imprese pubbliche al processo di
industrializzazione del Mezzogiorno, non si
vuole, non si è mai voluto, affermare che
questa partecipazione debba sostituire quella
delle grandi industrie private; e ancora meno
si vuole affermare che l’appello alle industrie
pubbliche è la conseguenza dell’assenteismo o
addirittura delle colpe da addebitare alle in-
dustrie private. Non è una questione di colpe
dei gruppi industriali privati, ma una que-
stione di limiti della iniziativa privata in ge-
nerale, una questione di ciò che si può pre-
tendere e di ciò che non si può pretendere
dall’iniziativa privata nella fase iniziale di un
processo di industrializzazione ai nostri tem-
pi; e siccome ciò che non si può pretendere
dall’iniziativa privata è indispensabile per pro-
muovere l’industrializzazione (grandi investi-
menti nei servizi essenziali — energia, tele-
foni, ecc. — e nei settori cosiddetti di base,
nella siderurgia, per esempio), lo si deve pre-
tendere dall’iniziativa pubblica, la quale, per-
ciò, non può limitarsi a intervenire per le
opere pubbliche, le bonifiche, l’istruzione, ma
deve intervenire anche direttamente nel pro-
cesso di industrializzazione. Anzi, si è pure
detto che, quando risultasse che in talune
zone che si vogliono industrializzare non si
può contare sull’iniziativa privata, sia perché
non vi sono forze imprenditoriali in /oco, sia
perché imprenditori e tecnici di altre regioni
dimostrano una certa “ripugnanza psicologi-
ca” a “esiliarsi”’ nelle regioni meridionali,
per il timore di non potersi adattare a condi-
zioni di vita che presumono, e magari sono,
poco confortevoli, allora, in questi casi, l’in-
tervento della iniziativa pubblica nel processo
di industrializzazione del Mezzogiorno può
riguardare anche la creazione di industrie mec-
caniche e trasformatrici; le quali, per la loro
natura, sono le più idonee a suscitare una
serie di attività complementari, e quindi ri-
sultano indispensabili allo scopo di stimolare
una crescente espansione in profondità del-
l’industrializzazione e a quello di provocare
una spinta nei confronti di potenziali inizia-
tive minori, locali e non soltanto locali.

39

Questo è appunto il grande problema che
ora si pone per la politica di industrializzazione:
come fare perché si diffondano, intorno alle
grandi fabbriche localizzate nel Mezzogiorno
sia dall’iniziativa privata che dall’iniziativa
pubblica, anche medie e piccole industrie,
che poi a loro volta servano da richiamo per
nuove grandi fabbriche, nella misura in cui
contribuiscono più di ogni altro fattore e in
modo definitivo alla “promozione” dell’am-
biente. E cioè: devono certo localizzarsi nel
Mezzogiorno altre fabbriche, nel senso che
deve essere mantenuto l’impegno dell’ IRI e
dell’ ENI a localizzare nel Mezzogiorno nuovi
impianti, così come devono essere dirottati
verso il Mezzogiorno gli investimenti di grandi
gruppi privati (delle società elettriche, per
esempio); ma ci si deve anche porre il pro-
blema degli ulteriori gradi dell’industrializza-
zione, dei medi e dei piccoli che possono e
devono diffondersi intorno ai grandi, che al-
trimenti sarebbero davvero “giganti nel de-
serto””, simboli monumentali di una industria-
lizzazione artificiosa e non punto di partenza
per un moderno processo di industrializza-
zione diffusa e articolata.

Se consideriamo le industrie italiane dal
punto di vista delle loro dimensioni, salta
agli occhi un aspetto patologico dell’econo-
mia del paese: la coesistenza di due strutture
profondamente diverse, onde si è parlato di
un “esasperato dualismo” che determina gra-
vi squilibri nel sistema industriale e in tutta
la realtà economica e sociale. Da un lato, in-
fatti, abbiamo poche grandissime industrie, il
cui livello tecnico è molto alto, la cui produt-
tività è molto forte; e di fatto sono queste
poche grandissime industrie, caratterizzate da
processi produttivi altamente meccanizzati, che
effettuano la più gran parte degli investimenti
industriali per ampliamenti e nuovi impianti.
Dall’altro lato, invece, abbiamo un sistema di
piccolissime industrie, il cui ritardo tecnico è
impressionante, la cui produttività è molto
bassa e minimo l’investimento di capitale per
ogni addetto. Debole risulta, infine, la pre-
senza e la diffusione delle industrie di media
ampiezza (da 50 a 500 addetti): esse occupano
solo il 5,9% del totale degli addetti all’indu-
stria nazionale, il 6,3% nel Centro-Nord, il
3,5% nel Mezzogiorno ».

Compagna, dopo essersi soffermato ad esami-
nare il caso di Napoli, che egli considera un
esempio molto significativo di “dualismo esa-
sperato” delle strutture industriali, così prosegue :

«Ci si dovrebbe poi domandare se le com-
messe delle grandi filiali di industrie del Nord,
create recentemente nel Sud, hanno provocato,
e in quale misura, iniziative piccole e medie
— importate o locali — nei comprensori me-
ridionali di industrializzazione; o se queste
commesse, paradossalmente, devono “ risali-
re” al Nord, per difetto di iniziative nel Sud.
In un primo momento è avvenuto proprio
questo, e magari era logico che così fosse.
Ma oggi, fino a che punto possiamo ritenere
che si stia delineando la formazione di quello
che gli economisti ed i geografi chiamano il
“tessuto connettivo” fra la grande industria

40

importata da altre regioni e l’economia regio-
nale di cui si vuole promuovere lo sviluppo?
Fino a che punto, cioè, si sta realmente in-
trecciando la rete delle iniziative medie e pic-
cole, a maglie relativamente strette, e tanto
più strette quanto più risulta oramai presente
in questa o quella zona la grande industria?

Alcuni passi avanti in questo senso sono
stati fatti grazie alla legge del 30 luglio 1959,
n. 623, che si propone appunto di promuo-
vere la creazione e la diffusione delle medie e
piccole industrie, specialmente nel Mezzogior-
no, dove medie e piccole industrie appunto
dovrebbero trovare ora più favorevoli con-
dizioni in conseguenza della creazione e rela-
tiva diffusione di quelle grandi ».

L'autore osserva a questo punto come progressi
si siano fatti specialmente in Campania, meno
in altre regioni, dove nessuna impresa locale
piccola o media sembra essersi avvalsa delle
facilitazioni previste dalla legge, proprio perché
mancano qui localizzazioni di grandi ‘industrie
pubbliche 0 private. Questa è una riprova della
esattezza di quanti sostengono che solo i gran-
di complessi possono essere oggi un punto di
partenza per l’industrializzazione del Sud.

«Di qui la considerazione che la questione
delle industrie medie costituisce il banco di pro-
va, oggi, dell’industrializzazione del Mezzo-
giorno: la questione delle industrie medie, an-
che più che non la questione delle piccole o del-
le grandi industrie. Perché, se è vero che “le
grandi industrie nascono per iniziativa di po-
tenti imprese, private o pubbliche che siano”;
e se è vero che “le piccole si sviluppano in
funzione dell'aumento del potere di acquisto
locale e dello sviluppo delle altre industrie”,
è sulle industrie medie — la cui presenza e
diffusione è indispensabile perché il processo
di industrializzazione dia luogo a una realtà
economica, sociale, civile, che risulti vera-
mente articolata, differenziata, equilibrata —
che “ deve concentrarsi l’attenzione di un pro-
gramma di sviluppo industriale”.

Ed è d’altra parte proprio nel settore delle
industrie medie “che i vantaggi di una pro-
grammazione coordinata possono farsi mag-
giormente sentire ”’: le medie industrie, infatti,
“quando non nascono spontaneamente, come
in Inghilterra, in virtù di particolari condi-
zioni ambientali, molto possono avvantaggiar-
si di una buona programmazione”; perché
“un singolo medio impianto che nasca in
un’area sottosviluppata può essere travolto da
circostanze avverse”, mentre “un complesso
di medi impianti concentrato in zone adatte
può dare un contributo decisivo all’industria-
lizzazione dell’area”; e poiché la concentra-
zione programmata delle industrie medie può
consentire a queste di “ realizzare molte delle
economie di massa proprie dei grandi impian-
ti integrati”, ne dovrebbe risultare, proprio
per gli imprenditori privati, una maggiore
convenienza a intervenire nel Mezzogiorno
anche sul piano delle iniziative che si è soliti
classificare come iniziative di media ampiezza.

Si può aggiungere che per queste iniziative,
come per le iniziative minori in generale, vi
sono problemi di informazione sulle possibi-
lità di investimento e problemi di assistenza
per le varie pratiche, da quelle per il reperi-
mento di suoli a quelle per le facilitazioni
creditizie. Tali problemi finora non sono stati
affrontati con mezzi adeguati, onde si è deciso
di ricorrere ad un istituto apposito, che do-
vrebbe, appunto, assolvere a queste funzioni:
di prospettare in altre regioni e anche in altri
paesi le occasioni di investimento che si pre-
sentano nel Mezzogiorno e poi assistere colo-
ro che volessero cogliere tali occasioni; di
suscitare e incoraggiare e assistere l’iniziativa
locale. Ma è comunque indispensabile che,
alle misure necessarie per passare dalla prein-
dustrializzazione alla industrializzazione vera
€ propria, corrisponda ora un impegno di
programmazione dello sviluppo economico
italiano e di inserimento della politica meri-
dionalista nel quadro di questa programma-
zione, come capitolo principale che condi-
zioni tutti gli altri.

Questo significa che è il momento delle
scelte a carattere territoriale, degli interventi
differenziati per zone omogenee, della diver-
sificazione regionale dello sviluppo. È stato,
infatti, giustamente osservato che non si trat-
ta di realizzare “impossibili pareggiamenti,
astratti livellamenti, difficili equilibri”, ma di
provocare un arricchimento della “morfologia
sociale”, una diffusione “di stratificazioni più
differenziate, una elevazione del piano sul qua-
le i conflitti e le tensioni si instaurano, una
rotazione (verso poli più ricchi di contenuto
e di significato civile) dell’asse intorno al
quale girano gli equilibri meramente provvi-
sori determinati dal corso delle cose e che
sono essi stessi la matrice inesauribile di nuovi
conflitti e nuove tensioni”. Ma perciò, quando
ci poniamo oggi gli obiettivi della politica di
sviluppo. economico del paese e in particolare
quelli della politica meridionalista, più che in
termini di astratto “equilibrio” (e di non
meno astratto “pareggiamento” delle condi-
zioni di vita, fra le “due Italie”, e all’interno
di ciascuna di esse fra le regioni e subregioni
in cui le “due Italie” variamente si configura-
no), dobbiamo ragionare in termini di con-
creta “diversificazione”. Dobbiamo tener pre-
sente sì “l’unico Mezzogiorno”, ma sapendo
sempre distinguere fra le molte e varie sue
zone, più o meno omogenee, che richiedono
interventi differenziati e soluzioni articolate,
nel quadro di una politica non viziata da sem-
plificazioni tipiche del massimalismo rivolu-
zionario nostrano e non frenata dai pregiudizi
tipici del conservatorismo borbonico non me-
no nostrano; nel quadro, cioè, di una politica
animata dal “duttile e costruttivo spirito di
sorvegliato ottimismo che non può essere as-
sente da una seria volontà riformatrice”. È
la strada del riformismo democratico, “che
tutto in Italia sta ad indicare, oggi, come
strada — insieme — del realismo politico” ».



RIVISTA ITALSIDER - segreteria di

redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -

via Corsica 4 - Genova - telefono 5999. La riproduzione è subordinata alla citazione della fonte.
Stampa: AGIS - Stringa - Genova, Clichés: Ceriale - Genova, Denz - Berna. Carta Solex Burgo.

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Torino, corso Sebastopoli 35 - telefono 673918
telex 21039 UVETO
rappresentanza

Roma, viale Castro Pretorio 122 - telefono 470556



BIG-TIME OPERETTA DEPT.



sa14913 50 449)" AN3WILYVdW 3Hlax*

Gilbert and Sullivan are famous for their operettas, and will long be remembered
for their clever and light-hearted satire. MAD, on the other hand is notorious
for its articles, and will hardly be remembered for its idiotic and heavy-handed
satire. So, in a desperate effort to alter its corporate image, the clod-staff of

MAD MAGAZINE

(With apologies to Gilbert and Sullivan)

a le

Daddy, before
you start
working today,
please sing
me a song.



ii of ours in the White House

Why, certainly, Caroline. % When | was a lad, my father said, IZ] He tousled up his hair
T'Il tell you the story “You've got great hair right there upon your head! so carefullee—

of how this wonderful life

Just make sure, son, that you tousle it well; That now he is the leader
And upon the female voters you will cast a spell!” of the whole countree! |
| tousled up my hair so careful-lee— 7 ;

all came about. You see... | That now | am the leader of the whole coun-tree! }



*Sung to the tune of “Wren I Was A Lap” (‘..

. Anp Now I Am THe RuLER OF ii Queen s Navr”)]










extracted text
3 1963 RIVISTA ITALSIDER

Si Vas if die Sach oder Argivan,
E Da der Berflagt bat getban,


—__ _
—__
I
i —

Serre Richter lafî mir memen an /
Cinen f(badbafffigen Pann.









3 o RIVISTA ITALADER

la copertina: Achille Perilli: ‘“ La transmutation” 1962
(collezione Felix Landau Gallery, Los Angeles).

2° di copertina: un “fumetto” di quattrocento
anni fa, tratto dal ‘““Bambergische Peinliche Halsge-
richts-Ordnung”, un’opera giuridica del XVI secolo
conservata al British Museum di Londra. I due per-
sonaggi dialogano tra loro in versi. Le parole non
sone: racchiuse in una nuvoletta come si usa oggi,
ma scritte in bei caratteri gotici su un nastro svo-
lazzante, chiamato “filatterio”. I nastri sembrano
uscire dalla bocca dei personaggi, proprio come nel
moderno fumetto. Generalmente si trattava di dialo-
ghi che si proponevano la divulgazione di argomenti
religiosi, filosofici, giuridici eccetera. Anche allora,
dunque, la tecnica del fumetto aveva, entro certi li-
miti, una funzione di comunicazione di massa, ma
per la diffusione popolare della cultura, scopo che il
fumetto potrebbe proporsi, forse, anche oggi.

3° di copertina: un divertente fumetto americano su
una giornata della famiglia Kennedy, tratto da “Mad”.
La più diffusa e spiritosa rivista satirica degli Stati
Uniti usa il fumetto per rappresentare in forma iro-
nica ed umoristica gli aspetti tipici della vita ame-
ricana. Il presidente Kennedy è un assiduo lettore
di “Mad” e dei fumetti che lo riguardano.

#° di copertina: il fumo del buon tabacco orientale.
Insegna in lamiera dipinta di una rivendita di sali
e tabacchi torinese. Primi del ’900. (Museo delle
Arti e Tradizioni Popolari - Roma).

RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’ Italsider
Anno IV - n. 3 - giugno - luglio

comitato di direzione: Giaseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di ‘Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

L’ingegnere Oscar Sinigaglia |» 2
Un discorso di Sinigaglia » 5
Da Bagnoli a Taranto » 8
Fumetti e cultura » 12
Breve storia della lamiera » 18
Lamierino al microscopio » 23
Pianificare » 24
La lotta contro la fame » 25
L’astrattismo » 28

L’inchiesta sulla nostra stampa aziendale » 34
Il nuovo punto di partenza » 38

Achille Perilli è nato a Roma nel 1927. Fa anch'egli parte del gruppo romano di giovani pittori che
cercano nuove strade espressive interpretando certi aspetti tipici della realtà di oggi. In particolare, Perilli
si rifà ai fumetti, questo formidabile mezzo di comunicazione di massa. Non li riproduce semplicemente,
magari ingigantendoli, come fa qualche pittore americano (ad esempio Lichtenstein), ma si limita ad
ispirarsi ad essi. Nella presentazione della mostra personale tenuta lo scorso anno dall’artista alla XXXI
Biennale di Venezia, il critico d’arte Umbro Apollonio così scriveva: «S'è detto che Perilli ha ripreso
a narrare, e per far questo s'è servito dei suggerimenti che gli potevano venire dalle tecniche contem-
poranee preoccupate e quindi adatte a tale proposito: perciò i suoi quadri si modellano su una distribu-
zione analoga a quella delle pagine tipografiche e sono sistemati al modo degli stripes dei «fumetti».
Ma tale impostazione moderna del racconto non può non richiamare alla mente il precedente dei rilievi
sulle colonne celebrative romane oppure dei rotoli del Medioevo giapponese oppure dei polittici rinasci-
mentali. Ad ognuno il suo modo di raccontare: per pannelli come per cartoons, per figure come per
ideogrammi, a seconda di ciò che impone lo spirito dell’epoca. E se oggidì il cinema riscuote tanto suc-
cesso e tanta popolarità è perfettamente legittimo che pure nella pittura si riflettano successioni ritmate
secondo una norma filmica. Potremmo addirittura dite che i dipinti di Perilli obbediscono ad una dina-
mica temporale che trasferisce sullo schermo della tela il succedersi e contrapporsi di scene la cui con-
catenazione corrisponde al montaggio cinematografico. Lo spettatore, così, è obbligato a seguire il rac-
conto: anche se può interpretarlo come vuole, non per questo è autorizzato a: varcarne i limiti che gli
vengono imposti ».

«La mia pittura — dice Perilli — si pone come problema di forme e di contenuti: un ritorno alla nar-
razione, alla prosa, sia pure ottenuta con procedimenti e mezzi che traggono ispirazione dalla nostra
civiltà visiva. Allora, e solo in questo caso, il mezzo tecnologico, il fumetto, i comics, la pubblicità, il di-
segno industriale, possono ritornare alla loro funzione “segnica”, divenire elementi di un vasto discorso,
che può utilizzarli per coinvolgerli a testimonianza dell’allargato potere espressivo del nostro tempo»,

La programmazione
nelle aziende industriali

Le discussioni che la parola programmazione ha sollevato nel recente passato in Italia
hanno la loro causa forse più rilevante proprio nella scarsa presenza della programmazione nello
sviluppo delle nostre attività industriali e commerciali. Soltanto oggi, infatti, si incomincia
ad avvertire l’esigenza di adottare questo moderno ed essenziale strumento dell’impresa economica.

Non staremo a ricordare come in realtà la programmazione sia stata alle origini del progresso
industriale, quando, nella fase del passaggio dall'impresa artigianale a quella capitalistica, i gros-
sisti tessili usavano, ad esempio, commettere le ordinazioni raccolte sul mercato a un grande nu-
mero di piccole lavorazioni a carattere famigliare. Ciò portava ad una notevole riduzione dei
costi, accompagnata, d'altro canto, da un'eccezionale e capillare opera di coordinamento idoneo
a soddisfare le esigenze del mercato (tempi di consegna, qualità e quantità del prodotto) di fronte
alla polverizzazione delle unità produttive.

Il costituirsi delle piccole e medie unità imprenditoriali affidate all'incremento della domanda
e ad un certo giuoco del libero mercato, ha fatto pensare per molto tempo che l'intuizione dell’im-
prenditore e la capacità di adeguare rapidamente la produzione degli impianti alle immediate ri-
percussioni della domanda potessero far apparire la programmazione come un’inutile camicia di
forza applicata a una condizione florida dell'economia.

In realtà la programmazione nell'industria, nelle fasi più mature dello sviluppo economico,
quando cioè si costituirono i grossi complessi fondati sulla produzione a catena, si è affermata come
indispensabile condizione all’ordinato funzionamento di un'economia complessa. La produzione a
catena aveva già imposto l'adozione di una esatta programmazione del macchinario, del compor-
tamento della manodopera, della manutenzione preventiva, dei tempi correnti per le successive
fasi delle lavorazioni.

L'esperienza dimostrava che un’errata programmazione della produzione o, addirittura, l’as-
senza della programmazione, aveva condotto in molti casi all’inattività delle maestranze e al di-
sordine organizzativo. Si possono citare molti esempi : fermate di macchine per l’inserimento di
un tipo di produzione al posto di un altro ; arresto di intere linee di lavorazione per la mancanza
di semilavorati ; ritardi nell’arrivo di alcuni macchinari ; errori nella determinazione del carico
di una macchina e così via.

Per queste ragioni la programmazione si è necessariamente estesa sia a monte sia a valle del
momento produttivo, interessando l’acquisizione delle materie prime da un lato, e l’organizzazione
della vendita dall’altro.

La produzione a catena, evidentemente, non poteva consentire nella distribuzione del prodotto
che le imprese si accontentassero di formulare delle semplici previsioni delle vendite, ma ha richiesto
la creazione di una programmazione delle vendite come un fatto che condiziona l’intero complesso

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industriale, dalla determinazione dei tempi di
lavorazione alla costituzione degli stocks, alle
specializzazioni dei prodotti eccetera. Allo stesso
modo, la programmazione nella ricerca e nell’ac-
quisto delle materie prime si è resa indispensa-
bile per basare su dati precisi il mantenimento
dei tempi di lavoro e della produzione.

A poco a poco il centro dell'attività aszien-
dale, dal puro e semplice fattore produttivo 0
commerciale, si è così spostato sulla program-
mazione, intesa come l'elemento unitario di
promozione rispetto all'intera attività dell’im-
presa.

Si è detto che la programmazione nell’indu-
stria è stata caratteristica per molto tempo di
un'economia matura e di grossi complessi produt-
tivi. In questo settore, come in altri, il nostro
paese ha dovuto scontare il ritardo con cui si è
avviato a un moderno sviluppo industriale. Tut-
tavia, un'interessante esperienza di programma-
zione si è realizzata nel settore pubblico del-
l'industria, controllato dall’ IRI.

Tale esperienza è stata condotta con parti-
colare approfondimento nel settore siderurgico.
Il coordinamento e la ordinata relazione fra i
vari elementi economici e produttivi sono stati
alla base sia dei primi programmi di salvataggio
e concentrazione della siderurgia, sia soprattutto
dell'iniziativa — ricordata con il nome di
“piano Sinigaglia” — che ha condotto l’indu-
stria italiana dell’acciaio a un livello europeo.

Ed è proprio esaminando il carattere e i ri-
sultati di questa esperienza che si possono indi-
viduare ed analizzare i due problemi più im-
portanti oggi posti da una fase più avanzata e
progredita della programmazione, rispetto al
coordinamento fra materie prime, produzione,
vendite.

La programmazione IRI e Finsider ha infatti
avuto il particolare pregio di essere realizzata
su un’ampia base di gruppo. I suoi estensori,
quindi, hanno dovuto considerare la necessità di
elaborare piani produttivi tenendo conto, per
quanto è più possibile, dei fini e degli indirizzi
programmatici negli altri settori industriali col-
legati.

Nel suo intervento ad un convegno sulla pro-
grammazione e sviluppo nell'industria, tenutosi
recentemente a Milano, il presidente della Fin-
sider, prof. Manuelli, ha opportunamente ram-
mentato, ad esempio, che «la siderurgia è un’in-
dustria di base che ha dei forti condizionamenti
reciproci con il mercato degli utilizzatori, donde
la necessità che i piani di sviluppo dei princi-
pali acquirenti siano conosciuti dalle nostre in-
dustrie e viceversa ».

La difficoltà di conoscere i piani di sviluppo
dei concorrenti e degli utilizzatori, le scarse
prospezioni sulle economie nazionali ed inter-
nazionali, il ritardo delle statistiche siderurgiche,
concretano in modo evidente una difficoltà fra
le più pesanti, di fronte alla quale si trova oggi
la programmazione nell’industria.

È una difficoltà che, evidentemente, potrà
essere in parte risolta non solo realizzando una
migliore programmazione a livello nazionale, ma
anche e soprattutto diffondendo, nel mondo dei
piccoli e medi imprenditori legati alla siderurgia,
il convincimento circa la necessità di program-

mare. Occorre superare la particolare mentalità
di certi industriali, i quali ancora pensano che
le informazioni sui piani di sviluppo delle pro-
prie aziende debbano essere gelosamente custodite
nella cassaforte e non piuttosto offerte allo studio
degli esperti e degli ambienti economici interes-
sati, con il fine di creare una catena produttiva
armonica e fondata su una comune fiducia.

Ma c'è un altro problema, più interno alle
aziende, che è nato dall'esperienza di program-
mazione condotta dall’IRI e dalla Finsider, e che
deve essere risolto sulla base di precisi criteri
organizzativi.

È noto come si delinei la programmazione : si
crea un piano pluriennale delle trasformazioni
aziendali necessarie al conseguimento degli obiet-
tivi prefissati e vi si indicano gli impianti che
devono essere costruiti, la previsione degli inve-
stimenti, il tipo e la quantità della manopera
necessaria, gli approvvigionamenti e le categorie
dei prodotti.

Al di là di questo schema orientativo che può
essere sottoposto a revisioni e correzioni, si ha
un programma a medio termine, nel quale si
definiscono e si precisano i dati di massima con-
tenuti nello schema pluriennale.

Sulla base di questi programmi più concreti,
si creano i programmi operativi riferiti a inter-
valli ancora più brevi e che sono riassunti nel
budget aziendale ove sono assunti gli impegni
precisi da parte dei vari settori programmati.

A questo punto è evidente che la programma-
zione, pur essendo lo strumento necessario per
«improvvisare il meno possibile e vedere lontano»,
deve mantenere e sollecitare un grado costante
di partecipazione critica delle persone impegnate
nello sviluppo dell’attività programmata.

I progressi compiuti nell’organiszazione azien-
dale consentono di affrontare con strumenti ab-
bastanza sicuri il problema della programmazione
del lavoro umano. Questi strumenti possono esse-
re: la diffusione tra il personale di una conce-
zione del lavoro aperto al futuro, in contrasto con
l'abitudine del lavoro a giornata ; l'introduzione
dei sistemi di lavoro di gruppo; la libertà di
ogni dipendente di operare nel quadro del pro-
gramma con la prospettiva di un controllo sul
proprio lavoro, condotto soltanto sulla base dei
risultati ottenuti.

L'adattamento del criterio organizzativo dello
staff (organi consultivi) e della line (organi ese-
cutivi) alla programmazione, con una diversa
partecipazione delle due funzioni alla formula-
zione di programmi (il peso dello staff diminuisce
mano a mano che si passa dai programmi a
lungo termine a quelli a breve termine, mentre
corrispondentemente cresce il rapporto della line),
dimostra come la moderna organizzazione e la
programmazione si condizionino e si integrino
profondamente, quali aspetti decisivi della mo-
derna realtà industriale.

Ma occorre ancora sottolineare che il problema
umano dev'essere al centro delle attenzioni :
come ha affermato il prof. Manuelli, « qualsiasi
forma di programmazione non deve rendere
l’individuo prigioniero di essa: egli deve ten-
dere agli obiettivi fissati e sforzarsi di conseguire
i risultati da lui stesso proposti o per lo meno
discussi ed accettati ».

Nel decennale della scomparsa

L ingegnere
Oscar
Sinigaglia

Dieci anni orsono, il 30 giugno 1953, si
spegneva a Roma l’ing. Oscar Sinigaglia, pre-
sidente della Finsider.

Il prof. Ernesto Manuelli, attuale presidente
della capogruppo delle aziende siderurgiche
IRI, ne ha rievocato la figura e l’opera nel
corso di una solenne cerimonia al circolo
Italsider del centro siderurgico di Cornigliano,
che dello scomparso porta il nome.

Erano presenti, con le autorità, il presidente
dell’Italsider ing. Marchesi, l'amministratore
delegato dr. Redaelli Spreafico, numerosi altri
dirigenti e 418 “anziani”, premiati per la loro
fedeltà al lavoro e all’azienda.

Nel presentare l’oratore, l’ing. Marchesi,
che fu a fianco dell’ing. Sinigaglia e diresse
la realizzazione del centro siderurgico di
Cornigliano voluto dallo scomparso, ha ri-
cordato che il prof. Manuelli ne fu il più
intimo ed efficace collaboratore, come diret-
tore generale della Finsider. “Oggi — ha
detto l’ing. Marchesi — il prof. Manuelli è
il continuatore dell’opera dell’ing. Sinigaglia,
vorrei dire che egli ha avuto il grande onore
di completarla con una visione ancora più
ampia ma sempre impostata sulle linee trac-
ciate dal precursore della nostra siderurgia”.

L’ing. Marchesi ha poi rivolto agli anziani
presenti un caloroso saluto e ringraziamento.
Egli ha sottolineato l’interesse che l’Italsider
e gli organismi cui la società fa capo portano
ai problemi del lavoro e particolarmente a
quei problemi che riguardano coloro che da
più anni prestano la loro opera nell’azienda.
Essi sono, ha soggiunto il presidente del-
l’Italsider, non soltanto “esperti del lavoro”,
ma anche esperti degli aspetti “umani” del
lavoro, e come tali è su di essi che la co-
munità aziendale conta per una preziosa
opera di collaborazione e di esempio ai più
giovani.

L’ing. Alpino Mencarelli, presidente dei
circa 4.500 lavoratori anziani dell’Italsider, ha
annunciato, quindi, che nel decennale della
scomparsa di Oscar Sinigaglia, 1’ Iri, la Fin-
sider e l’ Italsider hanno deciso di aumentare
il fondo di dotazione della fondazione intito-
lata al nome dello scomparso, e che ha per
scopo l’assistenza dei lavoratori anziani del
Gruppo.

Pubblichiamo nelle pagine che seguono il
discorso del prof. Manuelli.

«Cari Amici,

sono molto grato all’ ing. Marchesi ed ai
massimi dirigenti dell’ Italsider per avermi in-
vitato a questo incontro che, con la presenza delle
autorità cittadine, vede uniti i nostri lavoratori
per testimoniare l’affettuosa ammirazione che ci
lega a quelli fra di loro che maggiormente si
sono distinti per la lunga e fedele collaborazione
alle aziende del Gruppo.

Consentitemi tuttavia di prendere lo spunto
dalla festa di oggi per ricordare il primo decen-
nale della scomparsa dell’ing. Sinigaglia, dece-
duto il 30 giugno 1953.

La figura dell’ing. Sinigaglia è quella di un
uomo di altissime virtù, lavoratore geniale ed
instancabile, ma soprattutto di un innamorato
della sua patria.

Un sentimento che ha ispirato in grado eleva-
tissimo tutte le sue attività : di combattente in
guerra ; di filantropo e benefattore, di operatore
economico in pace.

Sotto questo ultimo riguardo, Egli, che si era
occupato del ferro sin dal principio del secolo,
a partire dal 1930 gettò le basi per l’organiz-
zazione di questo settore di industria, con i criteri
che dovevano poi costituire l'impostazione basi-
lare della siderurgia dell’ IRI.

Ciò che Egli realizzò negli anni dal 1945 al
10953, in cui fu presidente della Finsider, è trop-
po noto perché sia il caso di ricordarlo in det-
taglio. A parte la ricostruzione materiale degli
impianti del Gruppo, pressoché distrutti, e a
parte il ripristino della funzionalità e delle
strutture organizzative aziendali, duramente
provate dalle vicende di quel periodo, il più
grande risultato fu costituito dalla possibilità di
avviare su un terreno concreto le sue intuizioni.

Egli, infatti, preconizzò la possibilità di
un'industria siderurgica nazionale capace di una
propria vita competitiva con le siderurgie stra-
niere; antevide l'evoluzione della politica eco-
nomica internazionale, che avrebbe portato alla
liberalizzazione dei mercati con la caduta di
ogni strumento protettivo ; intuì che il solo mezzo
perché la nostra siderurgia potesse svilupparsi
era quello di riordinare ed ammodernare radi-
calmente la propria impostazione.

Ma, soprattutto, ebbe una fede quasi fanatica
in quell’incremento dei consumi del ferro in Italia,
che la grande maggioranza vedeva modesto e
molto graduato nel tempo.

In realtà, Oscar Sinigaglia aveva qualcosa
che andava oltre le doti, pur notevolissime, che
si richiedono ad un industriale, anche se di ec-
cezionale levatura : Egli ‘‘sentiva” di essere vo-
tato ad una missione fuori dell’ordinario ed
intuiva che i tempi per la sua realizzazione erano
arrivati. Egli considerava che proprio le distru-
zioni della guerra, per quanto dolorose, offrivano
all’ Italia la possibilità di realizzare una tappa
radicalmente innovatrice sul suo cammino di
nazione industrialmente avanzata.

Purtroppo, il destino, che non fu avaro di
soddisfazioni con Lui, non gli concesse quella,
maggiormente ambita, di vedere confermata la
validità delle sue più ardite speranze. E non Gli
consentì neppure di assistere al funzionamento
di questo stabilimento genovese, che era stato il

si:
L’ ing.
lavoro,



Oscar Sinigaglia al suo tavolo di
quand’era presidente della Finsider

4

fulcro del suo piano siderurgico e l’oggetto dei
contrasti più accesi.

Ricordiamolo pure lo stabilimento di Corni-
gliano, che da Oscar Sinigaglia ha preso poi il
nome. Ricordiamolo perché la sua importanza ed
il suo significato nella storia della nuova side-
rurgia italiana non risiedono soltanto nella dota-
zione di impianti moderni e nel conseguimento di
eccezionali risultati ma anche — e non secon-
dariamente — nel felice proposito — pure rea-
lizzato — di dare all'azienda un'apertura ed
una modernità organizzative e sociali tali da
costituire una meritata distinzione nella siderur-
gia italiana.

lornigliano, in effetti, è stato un esempio, al
quale abbiamo ispirato la nostra azione succes-
siva. L'innesto che poi ne abbiamo fatto sul
tronco solido della tradizione e dell’esperienza
dell’ Ilva con la costituzione dell’Italsider, che,
fino a questo momento, è la più grande società
siderurgica europea, ha dato frutti ancora più
generosi e maturi e — soprattutto — ci ha dato
la forza di affrontare sulle linee tracciate dal-
l’ing. Sinigaglia i più vasti programmi che ab-
biamo in corso e che, nel giro di tre 0 quattro
anni, debbono raddoppiare la produzione attuale.

Compito da taluni ritenuto troppo ambizioso,
ma che noi invece giudichiamo soltanto immane
ed assai impegnativo nella realizzazione, mentre
non abbiamo dubbi sulle linee di fondo alle quali
è ispirato. E non ne abbiamo perché, fatte salve
le assai più grandi dimensioni, le premesse
sono le stesse poste da Oscar Sinigaglia e
che hanno dimostrato la loro validità non per la

sola Italia, priva di materie prime, ma anche
per una gran parte di paesi di essa meglio dotati.

La nostra, quindi, è una cosciente manifesta-
sione di fiducia ed una assunzione, anche se
assai onerosa, di grandi responsabilità.

E, proprio sul filo di questi atteggiamenti spi-
rituali, mi è caro salutare gli anziani degli stabi-
limenti liguri dell’ Italsider, qui riuniti per rice-
vere il segno distintivo della loro operosità e
fedeltà.

Non è infatti occasionale che questa loro ceri-
monia coincida con la commemorazione di Oscar
Sinigaglia, perché — altro Suo ammaestramento
per noi — Egli era sollecito come pochi ai pro-
blemi del lavoro e della stabile occupazione.

Consentitemi a questo proposito di leggervi
alcune righe di una lettera che cinque giorni
prima della morte ebbe la forza di scrivere al
presidente del consiglio Alcide De Gasperi :

“Oggi, a mio avviso, punto fondamentale di
tutta l’azione di governo è un solo problema :
il riassorbimento della disoccupazione. Mi sem-
bra assolutamente indispensabile che il problema
sia affrontato con tutta l'energia necessaria senza
lasciarsi sviare dalle difficoltà della soluzione...
È indispensabile che in Italia si cessì» dal consi-
derare una disgrazia nazionale l’eccesso della
manodopera, che costituisce, invece, una forza
economica di prim'ordine, assai più importante
delle miniere di ferro e di carbone che hanno gli
altri paesi; una manodopera abile, sobria, in-
telligente come la nostra, rappresenta la fortuna
di un paese, ma bisogna saperla utilizzare e non
sciupare come finora si è fatto da noi”.

Un momento della commemorazione di Oscar Sinigaglia nel teatro del circolo aziendale di Corni-
gliano. Il prof. Manuelli, attuale presidente della Finsider, ricorda l'opera dello scomparso.

A dieci anni di distanza — ha concluso il
presidente della Finsider — anche questa Sua
previsione — che a quell’ epoca era molto. az-
sardata — sta integralmente realizzandosi, tanto
che il problema più acuto che gli anziani lasciano
alle giovani leve non è quello delle possibilità
lavorative, quanto e soprattutto di una forma-
zione professionale più rispondente alle evolu-
sioni tecniche dei moderni processi produttivi.

Da questo ponte ideale che da Oscar Sini-
gaglia, l’ideatore, si snoda fino a voi, anziani
del lavoro, consentite che io rivolga un ringra-
ziamento ed un appello a tutti i 75.000 collabo-
ratori di ogni ordine e grado, impegnati nella
rinascita e nello sviluppo della siderurgia Finsider.
Un ringraziamento per la dedizione posta nei
rispettivi compiti e che in voi anziani raggiunge
le espressioni più elevate e significative.

Un appello perché intendano sempre più la
poesia dello sforzo al quale siamo tesi ; ne consi-
derino l'enorme importanza non solo per loro
stessi e per le loro famiglie, ma anche per i
milioni di italiani che attendono sempre più
ferro, la materia prima della civiltà e del pro-
gresso. Un appello perché non immiseriscano con
questioni estranee o marginali un'impresa di
portata storica, della quale un giorno potranno
orgogliosamente dire di essere stati artefici. Un
appello infine perché dai più elevati nella gerar-
chia all’ultimo giovane arrivato, si operi tutti
con animo fraterno ed al massimo delle nostre
forze coscienti di dedicarle alla realizzazione di
un bene che mai come in questo caso è un bene
comune ».





Un discorso
di Sinigaglia

agli altifornisti

Offriamo ai nostri lettori una testimonianza
inedita sull’ing. Oscar Sinigaglia: i suoi in-
terventi ad una riunione del comitato tecnico
plenario del settore fabbricazione ghisa, te-
nuta a Bagnoli il 15 novembre 1949, per ini-
ziativa dell’Istituto Siderurgico Finsider, allora
appena creato.

La riunione, cui partecipavano i migliori e-
sperti italiani dell’altoforno, avveniva in un
momento particolarmente difficile per la nostra
siderurgia, non solo per gli impianti pratica-
mente annientati dalla guerra e per le ferite
ancora aperte, ma per le incomprensioni e le av-
versioni che ne minacciavano l’esistenza stessa.

Dalle parole rivolte a quei tecnici (e qui
riprodotte dal testo stenografico, messo a
nostra disposizione da uno dei presenti alla
riunione, l'ing. Mencarelli), traspare il segno
inconfondibile della coraggiosa fiducia, della
spregiudicata lungimiranza e dell'amore per
la siderurgia e per il proprio paese che ani-
mavano Oscar Sinigaglia e che egli sapeva
trasfondere nei suoi collaboratori. Ai quali
insegnava soprattutto a guardare la realtà in
faccia, a riscontrare in ogni momento le idee
con i dati, a “non fare qualcosa di più bello,



ma di qualità migliore e di costo minore”.

Frase, questa, con la quale Sinigaglia feli-
cemente si contraddiceva. Perché è regola
fissa che una cosa, quando è fatta nel modo
giusto, con perfetta rispondenza tra mezzi e
fini, invariabilmente finisce per essere anche
una cosa bella. Per questo non poteva non
essere una cosa bella lo stabilimento di Corni-
gliano, così come i rinnovati Bagnoli e Piom-
bino, e i nuovi Taranto e Novi Ligure, tutti
corollari di un teorema di cui Sinigaglia aveva
indicato la soluzione e che i suoi collaboratori
di un tempo, oggi alla guida della siderurgia
italiana a partecipazione statale, hanno tra-
dotto in realtà operante.

Per questa soluzione, l’unica possibile, egli
si sentiva disposto a battersi fino in fondo e
aggiungeva: ‘anche se dovesse mancare la
sicurezza della vittoria”.

Ancora una volta, una frase che pare con-
traddire tutta un’impostazione basata su cal-
coli precisi, su premesse rigorose, ed è invece
il segno della grande forza morale di Oscar
Sinigaglia, del suo non disperare in nessuna
avversità; una forza che, alimentata dalle buo-
ne idee, doveva alla fine prevalere.

«Approfitto molto volentieri di questa riunione,
a cui ho tenuto essere presente, per spiegare gli
intendimenti della Finsider per quello che ri-
guarda soprattutto le questioni tecniche, che in
questo momento vi interessano e delle quali voi
vi occupate.

La Finsider ha voluto creare l Istituto Si-
derurgico, perché si è resa conto della assoluta
necessità che i nostri tecnici abbiano a disposi-
zione un mezzo che rappresenti il collegamento
fra loro e l'industria e la scienza di tutto il
mondo.

Evidentemente, tutti coloro che, come voi, sono
presi dalle necessità quotidiane del lavoro di of-
ficina, non hanno il tempo sufficiente né le como-
dità che sarebbero necessarie per poter seguire i
progressi che in tutto il mondo si fanno nei campi
che interessano ciascuno di voi, mentre è assolu-
tamente indispensabile, se vogliamo avere una
posizione di vita vera nel campo della produ-
zione, essere possibilmente sempre alla testa
del movimento. Noi, per compensare le deficienze
naturali del nostro paese, per quanto riguarda
la siderurgia, abbiamo ancora più degli altri
bisogno di attirare tutti i mezzi di produzione e
di compensare con la migliore qualità del pro-

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dotto e col minimo costo di trasformazione quei
gravi danni che ci derivano dalla mancanza di
materie prime.

Ora, evidentemente, perché questo sia possi-
bile, è necessario che noi seguiamo attentamente
ed accuratamente quello che si fa in tutto il
mondo per migliorare la qualità ed abbassare il
costo. Questa è la ragione dell'Istituto Siderur-
gico.

L’ Istituto Siderurgico non deve avere un ca-
rattere puramente scientifico ; non deve studiare
problemi tecnici, astrusi e difficili ; deve esplicare
un lavoro pratico, che possa aiutare direttamente
i tecnici di stabilimento ; deve essere un organo
al quale ciascuno di voi possa rivolgersi con
fiducia per esporre i propri bisogni, i propri
dubbi, le proprie richieste di notizie, in modo da
avere un valido, pronto ed efficace appoggio al
vostro lavoro quotidiano.

Questa riunione è stata indetta perché il con-
cetto dell’ Istituto e del suo direttore è che
l’ Istituto non può e non deve operare in un
empirismo isolato : vuole lavorare insieme con
voi.

Siete voi che dovete dire all'Istituto che cosa
vi occorre; voi che avete l’esperienza quotidia-
na del lavoro, voi che vedete le difficoltà di
fronte alle quali vi trovate e vi siete domandati
qualche volta che cosa si deve fare, quale siste-
ma seguire per evitare un determinato inconve-
niente che vi si è presentato.

L’ Istituto deve essere un organo a vostra
disposizione per le vostre necessità di lavoro.

Vorrei aggiungere qualche cosa che non ri-
guarda l’ Istituto e, forse, nemmeno voi perso-
nalmente, ma riguarda un poco l'insieme della
nostra industria.

Devo dirvi che quando, dopo la liberazione,
mi hanno chiesto di assumere il commissariato
della Finsider, il mio primo impulso è stato,
come ho sempre fatto per tutte le richieste
analoghe che mi sono state rivolte, di rispon-
dere negativamente.

Poi ci ho ripensato e, conoscendo bene la situa-
zione della nostra industria italiana, mi sono
fatto questo ragionamento : non so se sarà fra
un anno, se fra due, fra tre o fra cinque, ma
non vi è dubbio che le dogane dovranno — se
non sparire — tendere ad essere enormemente
diminuite. Il mio concetto era che, in definitiva,
la vita del’ Europa sarebbe stata possibile solo
a condizione che essa potesse costituire un mer-
cato unico. Perché, di fronte a due blocchi come
la Russia con 250 milioni di abitanti da un lato
e gli Stati Uniti d’ America con 160 milioni di
abitanti dall'altro e, quindi, tra mercati di enorme
potenzialità, non era possibile, come io ritengo
ancor oggi che non sia possibile, l’esistenza di
una regione in cui ad ogni 200 0 500 chilometri
si trovi una frontiera con blocchi di mercati che
vanno dai 10 milioni ai 50 milioni di abitanti,
assolutamente insufficienti per realizzare le con-
dizioni in cui si trovano i due blocchi della
Russia e degli Stati Uniti.

Il mio concetto era che si debba arrivare
per forza — è questione di tempo — ad un
mercato unico, e mi sono convinto che in questa
situazione l'industria siderurgica italiana era

condannata a morte. Nelle condizioni in cui essa
è ancora oggi, se si dovessero togliere i dazi, od
anche ridurli, come si sta facendo, al 10 o al
15% ad valorem, la nostra industria sarebbe
finita.

In quel tempo, subito dopo la liberazione,
c'era un solo punto sul quale tutti i partiti po-
litici italiani erano d’accordo: distruggere la
siderurgia italiana.

Ho pensato allora che fosse necessario andare
contro corrente e studiare se effettivamente, come
più volte è stato dimostrato in passato, non fosse
possibile mettere in Italia l’industria siderurgica
in condizioni tali da poter avere dei costi ap-
prossimativamente corrispondenti a quelli stra-
nieri.

Questa è la ragione per cui mi sono mosso ad
affrontare la battaglia che non è ancora finita
e che è addirittura questione di vita o di morte
per la nostra industria. Perché bisogna che noi
abbiamo ben chiaro il concetto che : 0 riusciamo
ad arrivare — io lo spero, non ne sono ancora
sicuro — ad avere dei costi pressappoco cor-
rispondenti a quelli stranieri, o la nostra indu-
stria è finita per sempre.

I costi non dipendono esclusivamente dal prez-
zo delle materie prime o dal livello della mano-
dopera ; essi dipendono da tutto un insieme di
spese, di condizioni in cui la vostra opera è
preminente, perché dal modo di adoperare le
materie prime, dal modo di impiegare la mano-
dopera, dallo studio degli impianti e dal modo
di condurli, dalla cura della sorveglianza del-
l'esercizio, dall'esame delle economie ottenibili in
ogni singola operazione fino alle più insignifi-
canti, da tutto questo dipende l'abbassamento dei
costi. È qui che l’opera di ciascuno di voi è ne-
cessaria e preziosa.

Non esiste nessuna pietra filosofale che faccia
economizzare nella nostra industria delle migliaia
di lire a tonnellata, o che dia, in una operazione,
dei grandi risparmi. Le economie possibili sono
di una o di poche lire ripetute mille volte in
mille piccole cose, che, messe insieme, formano le
migliaia di lire di economia a tonnellata. Questo
concetto dell'economia spinta in tutti i reparti,
in tutte le singole operazioni, che è preminente
nei tecnici belgi e lussemburghesi più che in qua-
lunque altro tecnico inglese o americano, a mio
avviso non fa parte intima della mentalità dei
nostri tecnici. Noi italiani siamo spinti piutto-
sto all'amore dell’arte anche nell'industria, ossia
ci piace fare una cosa bella, avere un bel risul-
tato, essere arrivati a qualche cosa di diverso
dagli altri; ma quella cosa banale, stupida, di
aver risparmiato IO centesimi 0 50 centesimi non
la calcoliamo. È questo che ci vuole, non una
cosa bella. La cosa bella nell'industria non frutta
niente. Quando a un ingegnere lussemburghese si
dice : invece di trasportare questo materiale con
piccoli carrelli, non sarebbe meglio adoperare un
vagone di 10 tonnellate? egli fa subito i suoi
calcoli : quanto costa il vagone, qual’è l'economia
che se ne può ricavare, e se questa non supera in
misura apprezzabile l'interesse e l’ammorta-
mento del vagone, rinuncerà senz'altro al mi-
glioramento d’impianto.

Che cosa si deve spendere e perché si
deve spendere? Non per fare qualche cosa

di più bello, ma di qualità migliore e di
costo minore. Questa deve essere la base del
vostro lavoro; questo deve essere lo scopo
al quale dovete "tendere con tutte le vostre
forze.

Se tutti i nostri tecnici ci aiuteranno e si
metteranno con tutto il loro impegno e con tutta
la loro intelligenza, che, fortunatamente nel nostro
paese è abbondante, noi riusciremo certamente a
vincere questa difficile battaglia. Essa è molto
difficile, perché abbiamo, purtroppo, contro di
noi tutti, dentro e fuori dell’ Italia.

La dobbiamo vincere lo stesso e, comunque,
dobbiamo combattere anche se dovesse mancare
la sicurezza della vittoria ».

Nel corso della riunione, l’ing. Sinigaglia
prese ancora la parola, per puntualizzare al-
tri problemi.

«Io sono incompetente nelle questioni tecniche,
ma vorrei che noi evitassimo di inventare l’om-
brello ; a mio avviso, tutto il lavoro che risulta
dalla esposizione che è stata fatta dai presenti,
dovrebbe essere suddiviso dall’ Istituto in vari
gruppi.

Primo gruppo: Questioni per le quali basti
semplicemente una raccolta di notizie presso
stabilimenti esteri che abbiano già fatto qualche
cosa in quel campo e che può darsi abbiano ri-
solto il problema. Se non lo hanno risolto, ci
sarà qualche cosa da fare da parte nostra.

Secondo gruppo: Prove che i nostri stessi
altifornisti potranno fare negli altiforni in base
ad un certo programma stabilito, d’accordo
con î singoli interessati, dall’ Istituto e dalle
direzioni degli stabilimenti. Queste saranno
prove che noî stessi possiamo fare nei nostri
impianti.

Terzo gruppo : Questioni da sottoporre ai con-
sulenti stranieri della Finsider.

Voi sapete che la Finsider ha concluso due
contratti di consulenza, che io considero di
grandissima importanza: uno con la ditta
MecKee, la quale è specializzata nelle questioni
degli altiforni, e l’altro con la società Armco,
la quale è specializzata nei laminati piani.

Noi potremo sfruttare in pieno la competenza
dell’Armco, che è una società di primissimo
ordine, non fra le più grandi, ma notoriamente
alla testa di tutte per competenza tecnica e per
la ricerca di miglioramenti.

Ora, se si riterrà utile estendere questa
consulenza, o dell’Armco o delia MeKee, ai
problemi di altiforni, ciò potrà farsi molto facil-
mente. Nel perfezionare i contratti di consulenza,
sarà bene introdurvi una clausola che ci con-
senta di adoperare largamente la collabora-
zione dell’Armco per tutti i problemi che ci
interessano.

L’Armco è disposta, a nostra richiesta, a man-
darci degli specialisti di qualunque ramo per la
nostra industria, per gli stabilimenti per i quali
la consulenza è contrattata, a solo rimborso di
spese. Ci darà altresì la facoltà di mandare
nostri ingegneri, capi operai e operai nei suoi
stabilimenti per imparare il funzionamento dei



nuovi treni. Gli operai vengono pagati da loro,
gli altri da noi.

Quando si tratterà di questioni che non pos-
sano entrare nella consulenza Armco o McKee,
sarà il caso di organizzare delle vere prove che
dovranno essere fatte nei nostri altiforni, ma, a
mio avviso, coordinate dall'Istituto.

Siccome anche la Terni sta trattando per i
lamierini magnetici, è da ritenere che per
queste consultazioni speciali si possano ottenere
condizioni favorevoli ».

Trattate alcune altre questioni tecniche,
l’ing. Sinigaglia così concluse il suo intervento:

« Vorrei farvi una calda raccomandazione :
studiate le lingue, in particolar modo l'inglese.
Oggi la conoscenza delle lingue è assolutamente
indispensabile ; per noi è necessario l'inglese,
anche in relazione a tutti i rapporti che abbiamo
con l’America e in particolare in relazione ai
contratti di consulenza in corso ed alla possibi-
lità di mandare nostri tecnici in America a
sentire e a vedere.

Vi debbo dire che oggi, nel nostro gruppo, voi
altifornisti siete l'elemento più importante, perché
il problema più grave per noi è il costo della
ghisa: da questo dipende il successo o l’insuc-
cesso di tutto il nostro programma.

Il costo della ghisa è per noi il problema più
importante, decisivo, definitivo direi. Ecco perché
vi dicevo che voi siete l'elemento più importante
del nostro gruppo; i problemi dell’ altoforno
debbono avere oggi la preminenza su tutti gli
altri.

Tutto quello che voi farete, quindi, per cer-
care di migliorare l’attuale situazione sarà pre-
siosissimo per noi.

Desidero dirvi che sono felicissimo di aver
preso parte a questa vostra riunione, non solo
perché ho avuto una magnifica lezione di side-
rurgia, ma perché sono affiorati una quantità
di problemi e si è vista veramente l'utilità di
queste riunioni e di questo collegamento con
l’ Istituto, che può servire a risolvere in modo
più facile e più completo una quantità di
problemi.

Da questa riunione è balzato evidente e
questa per me è una grande soddisfazione — che
il nostro Istituto rappresenta il punto di incontro
di tutti i cervelli che lavorano in uno
senso.

stesso

Ed è certo che l’Istituto possa aiutare a mi-
gliorare questo coordinamento di pensiero dei
nostri tecnici perché, quando di un problema si
siano messi a posto î dati, evidentemente tutti i
vostri cervelli lavoreranno nello stesso senso, e
sarà più facile arrivare a dei risultati concreti
e definitivi.

Mi compiaccio molto con voi per l'interesse
che avete preso ai nostri problemi, cosa che è
per me un grande conforto e che mi dà fiducia
per l’avvenire : ve ne ringrazio ».

nella foto qui sopra: un altro tipico atteggiamento di
Oscar Sinigaglia

cavaliere al merito del

Sinigaglia,
lavoro, nacque a Roma il 31 ottobre 1877.
Mentre sedicenne attendeva agli studi, con-
clusisi con la laurea in ingegneria conseguita

Oscar



presso l’Università di Roma, fu colpito dalla
tragica fine del padre e dal dissesto della
rinomata azienda familiare per il commercio
del ferro. Entrò allora in essa con maturità
d’intenti, riorganizzandola dalle basi. Non
appena gli fu possibile liquidò col cento per
cento i creditori paterni, sebbene questi
avessero aderito a un vantaggioso concordato.
Nel 1903, sempre nel commercio dei prodotti
siderurgici, costituì la « Sinigaglia e Di Porto»
e dieci anni dopo la «Ferrotaie». Nel 1915
partì volontario per il fronte, dopo aver
preso attiva parte al movimento interventista.
Chiamato al Ministero delle Armi e Muni-
zioni fu capo del servizio approvvigiona-
mento bellico e, dopo la vittoria, contribuì
validamente con vigile integrità alla liquida-
zione delle commesse di guerra. Rientrato





nella vita civile lo troviamo fondatore ed
amministratore della benemerita «Lega degli
italiani all’estero», fulcro d'attività patriot-
tica, e nel mondo degli affari a capo della
Società Finanziaria per l’industria e il com-
mercio. Dopo la crisi economica del 1930 si
occupò dei gruppi siderurgici passati sotto
il controllo della Sofindit, gettando sin d’al-
lora le basi per la riorganizzazione dell’ in-
dustria del ferro noti concetti della
siderurgia integrale e del concentramento delle
produzioni. In questo periodo (1933-1934)
fu presidente dell’Ilva. Nel 1945 lIRI
lo pregò di assumere la presidenza della
Finsider, che tenne alla morte. Con
la stessa efficace iniziativa usata nell’ indu-
stria, Oscar Sinigaglia, con spirito giova-
nile, dedicò gli ultimi suoi anni all’ Opera
per l’assistenza ai profughi giuliani e dal-
mati. Rivisse in tale patriottica attività i
lontani tempi del movimento irredentista e
della Lega degli italiani.



con i

sino



Da Bagnoli

a Taranto

Si conclude con questo articolo l'inchiesta
che Alberto Mondini ha condotto per la
nostra rivista tra gli ingegneri dei maggiori
centri produttivi dell’Italsider.

L’ing. Franco Tammaro, primo assistente altiforni, col
capoforno Migliaccio. Ghisa: tradizione di famiglia.



L’ing. Luigi Madrigali, direttore di Bagnoli.
Importanza del dialogo col personale.

Napoli imprime il suo sigillo di umanità
anche all’acciaio che esce dai suoi forni; negli
incontri, nelle discussioni, nelle descrizioni
che gli ingegneri dell’ Italsider di Bagnoli
mi hanno fatto della loro vita e del loro
lavoro è stato sempre presente, come un
motivo conduttore, il problema dell’uomo.
L’uomo operaio, capo operaio, perito o in-
gegnere; l’uomo che lavora all’ Italsider e i
suoi parenti che l’aspettano a casa, e l’uomo
che non lavora ancora all’Italsider, ma vorreb-
be entrarci, e preme dal di fuori come l’acqua
preme su una diga, spiando ogni minima
crepa, ogni possibile falla per farvisi largo.

Non voglio cadere nel luogo comune: ogni
fabbrica, per il solo fatto che gli impianti non
lavorano da soli ma hanno bisogno di uomi-
ni intorno, è un’avventura dell’uomo. E le
nostre visite a Cornigliano e a Piombino ce
ne avrebbero ridato conferma, se ce ne fosse
stato bisogno; ma a Napoli, per le condizioni
di vita meno facili e il carattere degli abi-
tanti, questa verità salta agli occhi.

E ce lo conferma il primo ingegnere che
incontriamo, il direttore dello stabilimento,
ing. Luigi Madrigali, nato a Capua nel 1924, e
laureato a Pisa nel 1948. Dipendono da lui
circa 7.400 persone, di cui 6.450 (compresi i
790 impiegati) a Bagnoli, e 950 (compresi i
cento impiegati) a "Torre Annunziata; è coa-
diuvato da venti dirigenti. Oltre che giovane
d’età, specie per la sua posizione, l'ing. Ma-
drigali è giovanile; sorride volentieri d’un
sorriso aperto e benigno: sul suo tavolo di
lavoro notiamo un ordine esemplare, nell’uf-
ficio direzionale una semplicità estrema; unico
ornamento sono due bellissime piante, un
filodendron bipennato e un pertusum che porta-
no in quest’atmosfera greve di esalazioni e
di fumi una gentile nota di serra. La scri-
vania è posta in angolo: dalle “veneziane”
semichiuse delle due finestre che si trovano
ai lati dell'ingegnere, si intravedono le sa-



L’ing. Angelo Picco, capo servizio organizzazione.

L’ i serve

Li 1 P

gome di un gazometro e di un altoforno.

La storia professionale dell'ing. Madrigali
è breve: il 30 maggio 1949 entrò per concorso
all’ Istituto Siderurgico Finsider, nel 1952 fu
mandato a Cornigliano, dove divenne diri-
gente nel 1957, procuratore nel 1958, vicedi-
rettore nel 1959; poi venne a Bagnoli come vi-
cedirettore, e successivamente divenne diret-
tore. Una carriera di rapida ascesa, che ha
fatto seguito ad un corso di studi pieno di
successi, nonostante gli studi fossero com-
piuti negli anni della guerra, quando “toccava
viaggiare fra Firenze e Pisa nel carro bestiame”.
Parliamo dei giovani ingegneri, di ciò che la
scuola dà, di ciò che s’acquista con la pratica.
«Le buone caratteristiche professionali si
acquistano con la forza di volontà — dice
l’ing. Madrigali — e col lavoro, l’addestra-
mento e l’esperienza si acuiscono quelle doti
organizzative e di comando che sono tanto
essenziali ». Certo nessuna scuola, specie di
ingegneria, può insegnare ciò ch’egli mette in
pratica nel corso dei “colloqui del venerdì”,
fra operai e direttore.

« Sono colloqui interessanti; affiorano qua-

dri d’ambiente, vengono alla luce condizioni
di vita di estrema durezza ».
Così il direttore mi ha detto cose molto im-
portanti, sia sull'ambiente, sia su se stesso;
traspare un profondo senso umano, e una
conoscenza non superficiale delle condizioni
di vita, e quindi degli stati d’animo del suo
personale.

Di problemi umani parliamo, in chiave un
po’ diversa, con un dinamico ingegnere dello
staff: Angelo Picco, nato a Godiasco (Pavia)
nel 1927, e laureato a Genova nel 1952.
L’ing. Picco parla a voce alta per farsi in-
tendere da me che sono dall’altra parte della
scrivania; non è che la scrivania sia troppo
larga, è che, come dice lui stesso: « C'è un
forte rumore di fondo ». Il rombo delle cen-
trali, il rumore dei treni che passano, entrano



L’ing. Giuseppe Bozza, capo servizio
acciaieria. Dal Thomas al processo L.D.,

dalla finestra insieme alla polvere di carbone.

«In ordine di tempo il nostro è lo stabili-
mento in cui più di recente sono state in-
stallate le nuove tecniche organizzative », dice
l’ing. Picco, «a Bagnoli abbiamo finito nel
settembre dell’anno scorso, a Torre finiremo
fra un paio di mesi ».

« Lei dice installare parlando di sistemi, come
fossero macchine » non posso trattenermi dal-
l’osservare. E la sua risposta è pronta: «I
sistemi organizzativi sono più complessi dei
macchinari ed almeno altrettanto importanti.
Hanno la natura di investimenti industriali
volti allo scopo di formare e migliorare uomini
ed ambienti, nello stesso modo che investi-
menti in nuovi impianti tendono a migliorare
i procedimenti produttivi ».

Le nuove tecniche organizzative per Ba- _

gnoli e ‘Torre sono l’analisi e valutazione del
lavoro ed il sistema dei costi standard: l’una
per una razionale distribuzione dei compiti e
dei salari, l’altra per una più sana, moderna e
dinamica gestione aziendale. >

Come per tutti gli altri stabilimenti, all’atto
dell’introduzione di questi sistemi si è dovuta
superare qualche difficoltà d’ambiente: quella
stessa difficoltà d’ambiente, a un dipresso,
per cui l’impianto di un grande stabilimento
siderurgico in questo golfo meraviglioso, sem-
bra un ribellarsi alla natura, ma poi ci si accor-
ge che tutto si adatta, si integra, si completa.

D'altronde alternativa non ne esiste: lo
stabilimento deve conservare un ruolo di
importanza fondamentale nel Meridione.

E a Napoli questo lo sanno, a giudicare
dalle domande di quanti vorrebbero essere
assunti: lo sanno e lo apprezzano.

Dallo staff passiamo subito alla /ie; alla
primazlinea dell’altoforno. A Bagnoli ci sono
quattro altiforni, di cui tre, aventi un cro-
giuolo del diametro di 5 metri, capaci di pro-
durre 150.000 tonnellate annue di ghisa cia-
scuno; € uno nuovo, entrato in servizio nel

L’ing. Arnaldo Mancinelli, vice diret-
tore produzione. Due tipi di ingegneri.

marzo 1960, col crogiuolo da 8,07 metri, ca-
pace di produrre da solo oltre 500.000 ton-
nellate di ghisa, cioè più degli altri tre messi
insieme.

Il primo assistente altiforni è i’ing. Franco
Tammaro, nato a Napoli nel 1928 e laureato
pure a Napoli nel 1954; ha un’espressione mo-
bile, aperta, è di quelle persone con cui si in-
staura immediatamente un’atmosfera di cordia-
lità: si sente che, se appena il tempo fosse suf-
ficiente per approfondire la conoscenza, si di-
verrebbe amici. Lo incontriamo presso un alto-
forno, fra il fumo, gli scrosci d’acqua, il frastuo-
no assordante; è in tuta ed elmetto, parla col
capoforno signor Amedeo Migliaccio. Le paro-
le, gridate all'orecchio, appena s’intendono; i
gesti, rapidi e brevi, di Tammaro, indicano
questa o quella parte della base del forno.

C'è una buona ragione, per questa tensio-
ne che ho notato, e me la spiega l’ing. Tam-
miro: « Ci stiamo preparando per fare una
insuffazione di nafta, che per Bagnoli è una
cosa nuova». « Pericolosa? » chiedo. « Biso-
gna stare attenti e andare per gradi» è la
sua risposta.

L’ing. Tammaro è all’altoforno per tradi-
zione di famiglia; suo padre è in questo stes-

- so stabilimento, da trentotto anni, di cui molti

passati in altoforno. Ma c’è di più: Tammaro
ha avuto i due nonni all’altoforno, uno ha co-
minciato qui, l’altro a Piombino. Ora è spo-
sato, ha due bambini: « Verranno qui anche
loro? » chiedo. Risponde sorridendo: «Il fisi-
co ce l’hanno »; fa una pausa, come se si figu-
rasse i figli già grandi, qui sullo sfondo del
fumo e del fuoco, immersi nel ruggito dei
forni, poi aggiunge: «Questo è un po’ un
lavoraccio; si fanno delle rinunce, e ci vuol
passione ». E lui, questa passione, ce l’ha?
Non risponde direttamente, come per pudo-
re di rivelare a chi è ancora un estraneo l’in-
tima natura di questo affetto a un mestiere
che a prima vista colpisce solo per la sua



L’ing. Vincenzo Cioffi, capo officina

locomobili e carri, Utilità del biennio.

durezza. « Quando mi laureai ebbi molte of-
ferte, da vari stabilimenti, anche da industrie
famose; ma feci il concorso per l’ Italsider,
vinsi, e scelsi decisamente l’altoforno. Fui
fortunato, mi accontentarono ». La fortuna,
e anche la felicità, possono chiamarsi altoforno.
Diceva un personaggio di Joseph Conrad a
proposito del lavoro: « Lo detesto, ma è
l’unica cosa che mi fa sentire d’esser vera-
mente uomo ». E più un lavoro è aspro, di-
sagiato, pericoloso e difficile, più chi lo com-
pie si sente uomo. Ora mi parla dei suoi ope-
rai e dei suoi capiforno: « Abbiamo la fortu-
na di avere dei vecchi capiforno che anche
se non sono diplomati se la cavano molto
bene; considerano il forno come cosa loro.
Qui le colate sono difficili perché la ghisa
serve solo per i convertitori ‘Thomas, e deve
essere a basso tenore di silicio e ad alta tem-
peratura di colata, due cose che fanno a pu-
gni fra loro. E il forno ogni quattro ore deve
colare; qui non si ammettono sfaticati; benché
le condizioni di lavoro siano enormemente
migliorate rispetto all’epoca dei miei nonni,
questo rimane un lavoro tipicamente pesante:
ci vuole la resistenza al calore e alla fatica,
e la passione ».

Siamo usciti dall’ufficetto disadorno, siamo
di nuovo in linea; gli operai passano madidi
di sudore, con aste e altri ferri del mestiere:
dal piglio direi che hanno passione e anche
orgoglio. Forse non lo ammetterebbero mai,
ma apprezzano questo lavoro che li fa sentire
uomini, come il personaggio di Conrad.

«Quando avevo trent'anni ho messo in
marcia l’acciaieria Thomas, oggi a quaranta-
quattro metto in marcia l’acciaieria L.D., e
ho lo stesso entusiasmo d’allora. Quando vedo
arrivare le colonne e le travi per la nuova ac-
ciaieria mi sento qualcosa qua dentro. Per
me, napoletano, è bello poter cambiare qual-
cosa, anzi in un certo senso poter cambiare
la faccia di Napoli ». Chi ci parla così è





direttore del centro
Qui i nuovi ingegneri,

L’ing. Cesare De Franceschini,
siderurgico di T:



l’ing. Giuseppe Bozza, nato a Napoli nel 1920,
e laureato in ingegneria industriale chimica a
Napoli nel 1946; è non molto alto, tarchiato,
scuro di capelli, con occhi vivi e mobili sotto
gli occhiali, un sorriso che a tratti illumina
appieno il volto quadrato. Dalla finestra del
suo ufficio si vedono i tre forni alti trenta
metri che servono per la produzione della
calce per l’acciaieria Thomas. Questa è l’acciaie-
ria che l’ing. Bozza ha messo in marcia; scen-
diamo presso i convertitori, che vomitano
fiamme e scintille, s'inclinano per la colata, e
rimangono con le bocche di fuoco aperte,
come animali d’inferno. Gli operai e i tecnici
danno all’ing. Bozza il bentornato; infatti egli
è appena ritornato dall’ America, dove è stato
a Pittsburgh, Cleveland e altri centri indu-
striali a vedere acciaierie della J & L, e a
studiare la possibilità di impiegare i calcola-
tori elettronici per il controllo della fabbrica-
zione dell’acciaio.

Si vede che i suoi operai sono contenti di
rivederlo fra loro; e si vede che operai e
ingegnere vanno d’accordo. «Io non sono
un giudice imparziale degli operai napoletani
— dice — perché sono napoletano anch'io.
Dirò soltanto che l’operaio napoletano è mol-
to buono se preso per il suo verso; ha un’in-
dividualità che va rispettata, e qualche volta
frenata (vuole fare spesso ‘e capa soja, di testa
sua): chi sa sfruttare questa sua tendenza a
non essere pecora ne ritrae grandi risultati ».

Questa sarà la prima acciaieria L.D. che
funzionerà in Italia; la seconda sarà quella di
Taranto, la terza quella di Piombino. Se pro-
prio non cambierà la faccia di Napoli, questo
sarà un primato industriale che avrà grande
significato, e grandi conseguenze.

La visita a Bagnoli si conclude al circolo
aziendale, la sera, oltre l’orario, in una di-
scussione sugli ingegneri, fatta con gli inge-
gneri e l’intervento di alcuni periti. Noto
l'assoluta mancanza di fretta, la pazienza con







L'ing. A Abi lo, capo organizzazione produ-
zione tubificio. A Taranto una tesi dal titolo profetico.
la quale gli intervenuti si assoggettano a
questo extra; vorrei dire loro che me ne di-
spiace e sono grato. In prima fila siede il
direttore, e presso di lui il vice-direttore di
produzione, ing. Arnaldo Mancinelli, romano
e laureato a Roma; ha la parola facile, è de-
ciso negli interventi. Pensa che la scuola ita-
liana sia buona, non specialistica, ma forma-
tiva. Attraverso un tirocinio in fabbrica, +
giovani laureati possono assorbire facilmente
tutto ciò che è ‘mestiere’. Meglio sarebbe
però se il titolo di ingegnere fosse diviso in
due gradini, come in Germania, e in quasi
tutto il resto del mondo. Prendono parte al
discorso l’ing. Antonio Campagna, laureato
a Napoli nel 1962, l’ing. Guido d’Amato,
che invece rappresenta gli anziani, essendo
nato nel 1909 e laureato nel 1933, l’ing. Picco,
il giovane ing. Vincenzo Cioffi, che rivendica
la piena utilità del biennio (tutte le materie
del biennio sono essenziali e formative),
l’ing. Alvaro Achermann (al biennio cadono
le vocazioni non sicure), l’ing. Antonio Cac-
cavale (al biennio la selezione è eccessiva, e
anche il programma è eccessivo).

Il fatto umano, ancora una volta affiora;
affiora qui in un’accolta di ingegneri, presso
la fabbrica dell’acciaio, dove si stanno « in-
stallando » le muove tecniche di inserimento
e di guida dell’uomo. Lasciamo gli ingegneri
dello stabilimento che è ormai buio, con il
rimpianto di non poter approfondire né l’argo-
mento, né lo scambio di impressioni e di idee.

Ma per il mattino seguente ci attende una
levataccia; solo alle 5,45 parte un treno pos-
sibile per andare a Taranto.

Oggi che non si viaggia più a piedi né a
cavallo, il treno è uno dei pochi veicoli che
sappia dare ancora l’idea della lontananza; il
treno delle 5,45 è un “rapido” secondo la
definizione ferroviaria. Infatti si paga il sup-
plemento; ma la marcia è tutt'altro che rapida,



L'ing. Mario Sbano, dell’ esercizio
tubificio. Duecento tubi in otto ore.

specie dopo che si è lasciato il Tirreno: si
sale, si scende, si entra in galleria, si esce su
vallette solitarie e deserte. Le abitazioni si
fanno rade. Ricordo d’aver fatto altra volta
questo viaggio in aeroplano; allora il senso
della distanza fu meno vivo, ma rimase l’im-
pressione dei paesetti arroccati sui monti, e,
ancor più strano, dei paesi di pianura con le
case disposte intorno al centro, cinte di mura,
aggruppate come a difesa. La pace degli uli-
veti è forse illusoria; qui una guerra antica
dell’uomo contro l’uomo e della miseria con-
tro tutti è stata per secoli la legge.

Quando arrivo a Taranto, e un tassì mi de-
posita nell’immenso cantiere Italsider sull’ Ap-
pia, vedo la risposta della tecnica a questa
guerra; e mi torna alla mente l’inizio dramma-
tico del film “Pianeta acciaio”, con i bulldozers
che incedono distruttori e terribili fra gli
ulivi, facendo violenza all’equilibrio naturale.
Il cantiere è una testimonianza vivente di
questa violenza ancora in corso; ma nel pla-
stico che mi mostrano dentro una costruzione
prefabbricata, tutto ritorna ad avere ordine
e senso, e Taranto, fra il suo Mar Piccolo e
il suo Mar Grande, diviene il centro di un
prestigioso sviluppo industriale razionalmen-
te concepito e coraggiosamente attuato.
L’IRI sta compiendo un’opera gigantesca, che
muta il costume, l'economia, il modo di esse-
re di regioni intere. E parlando con gente del
luogo, che ricorda le crisi e i sacrifici di ieri,
si vede quanto quest'opera fosse necessaria.

Il centro siderurgico a ciclo integrale di
Taranto, che sarà compiuto entro il 1965,
sorge su una zona di circa 500 ettari; è desti-
nato a produrre, partendo dal minerale, l’in-
tera gamma dei laminati piani a caldo. Una
parte dell’impianto, il tubificio, già funziona;
è stato inaugurato il 15 ottobre del ’61. È
qui che incontriamo i primi ingegneri: e co-
minciamo con un tarentino; l’ing. Antonio
Abbatangelo, capo organizzazione produzio-





L'ing. Amedeo Berlenghi, capo esercizio
tubificio. C* erano appena le colonne.

ne di zona, è nato a Taranto nel 1932, e si è
laureato in ingegneria idraulica a Napoli nel
1960, con una tesi dal titolo profetico: « siste-
mazione del porto di Taranto in considera-
zione del futuro sviluppo industriale ». Appena
laureato è andato all’ Italsider, prima a Geno-
va, poi a Bagnoli, poi qui a Taranto. Fra i
suoi compiti troviamo la rilevazione dei tempi
standard, i cicli di lavoro, la job evaluation.
È un giovane serio e di poche parole; ma
si intravede, pur nel breve incontro, una con-
sapevolezza delle molte facce dei problemi
che tratta, problemi che hanno l’uomo come
soggetto.

Più loquace è l’ing. Amedeo Berlenghi, na-
to a Fivizzano in provincia di Massa nel
1928, laureato a Pisa nel 1958, e all’ Italsider
dal 1960. È stato in Inghilterra per sei mesi
a imparare a far scatole di conserva, poi in
USA per quattro mesi in addestramento
per imparare tutto sul tubificio della U.S.
Steel. Tornato in Italia è venuto direttamente
a Taranto. «Son tornato qui, e arrivato a
Taranto ho trovato che c’erano appena le
colonne ». Col ricordo di quanto aveva im-
parato a Provo (Utah), la sua cultura tecnica
e una buona dose di senso comune, ha preso
parte al montaggio del macchinario; questo
aver visto nascere la “sua” fabbrica costitui-
sce un legame sentimentale. È con lui che
vediamo il tubificio, questo capannone ster-
minato, che di fuori è verdissimo, e dentro
ospita quattro carri ponte, uno da venti e
tre da dieci tonnellate. Non staremo a ripe-
tere come vengono ricevute le lamiere, come
nelle macchine oleodinamiche diventano pri-
ma U e poi O, cioè tubo chiuso, come pas-
sano alle saldature che suscitano improvvise
fontane luminose, e come infine vengono ret-
tificati i tubi e poi provati all’espansore e alla
pressa idraulica. La lunga passeggiata in questo
stabilimento, seguendo la storia delle lamiere
piatte che diventano tubi lunghi dodici metri,

> vi
# 74
Quelli della Cosider: l'ing. Vincenzo Na-
tale, tarentino. Costruire nella mia città.



[rg .

da più di un metro di diametro, destinati a
gasdotti e a oleodotti, meriterebbe una de-
scrizione a parte, che del resto è stata già
fatta. Diremo soltanto che si tratta di uno dei
più begli esempi di lavorazione meccanica, di
uno degli esempi più razionali e persuasivi;
l'impressione dei tubi, già fatti, che rotolano
ora su un lato ora sull’altro del capannone per
sottoporsi alle varie operazioni, è di quelle
che difficilmente si dimenticano.

Addetto all’esercizio del tubificio è l’ing.
Mario Sbano, nato a Roma nel 1933 e lau-
reato a Napoli nel 1960. Venne all’ Italsider
di Taranto nell’agosto del ’62.

Nei primi giorni — dice l’ing. Sbano —
sentivo il peso delle muove responsabilità,
ma non ci sono stati strattoni. Anzi abbiamo
toccato in quel periodo l’ambita mèta di
duecento tubi a turno di otto ore. Era una
commessa per l’Argentina: ogni nave che ar-
rivava era sulle sei-ottomila tonnellate, e
non era tanto facile attenersi ai termini di
consegna. L'ambiente era muovo, il caldo
atroce, il lavoro non familiare a molti; fra
l’altro occorreva tenere gli occhi ben aperti
perché qualche operaio non si facesse
schiacciare una mano in mezzo ai tubi. Sa
come passai il ferragosto? A smontare la
pressa; si era rotta proprio quel giorno la
pressa ad O: sospese le lavorazioni si è lavo-
rato giorno e notte vicino alla macchina, si
sono smontati i quattro cilindri in acciaio del
congegno oleodinamico superiore, si sono
mandati in officina per farli riparare, e poi si
sono rimontati ».

È sposato a Napoli; si è saputo creare ami-
cizie: qualche visita, qualche gita, qualche riu-
nione conviviale. In breve: un giovane che
si sa organizzare, sul lavoro e fuori.

Lasciamo il tubificio ed attraversiamo su una
campagnola l’immenso cantiere, una volta e
mezza la città di Taranto, dove sta sorgendo
il centro siderurgico vero e proprio: sulla



L’ing. Fabio Pampana: giorno
per giorno dai progetti alla realtà,

sinistra è il primo altoforno, le cui strutture
si stanno ormai delineando, e poi la cokeria,
mentre sulla destra si stagliano contro il cielo
le carpenterie dell’acciaieria L.D. e dei laminatoi.

Terminata la pista in terra battuta e tra-
versati i binari della rete ferroviaria che gira
tutt'intorno allo stabilimento, la macchina
si arresta su un piazzale, davanti ad un gruppo
di disadorne ma funzionalissime baracche di
lamiera. Qui è attualmente alloggiata la dire-
zione di Italsider ‘Taranto e qui ci attende, in
una stanzetta sobriamente arredata, il diretto-
re del centro siderurgico, ing. Cesare De
Franceschini.

È un ligure, l’ing. De Franceschini, nato a
Spotorno nel ’21 e laureato a Genova nel ’48
in ingegneria meccanica, con una tesi sulle
fonderie.

Dietro la sua poltrona c'è un quadro d’at-
mosfera prettamente pugliese: una casa e un
muro bianco calcinato dal sole e tutt'intorno
la vegetazione con i colori violenti di questo
paesaggio. Così, invece che di siderurgia, co-
minciamo a parlare di pittura, e scopro che
questo tecnico dal piglio così deciso coltiva
anche la passione per le arti figurative (« Ha
visto i tramonti, qui a Taranto? »).

L’ing. De Franceschini è entrato in side-
rurgia dopo alcuni viaggi di studio compiuti
nel 1949 e nel 1950 in Gran Bretagna e negli
Stati Uniti, dove ebbe occasione di visitare
numerosi stabilimenti. ‘Tornato in Italia, en-
trò subito nella “Cornigliano” e le sue tappe
più significative furono la direzione del lami-
natoio a caldo e poi di entrambi i laminatoi.
«I colleghi mi chiamavano “direttore dello
stabilimento che non c’è” quando accettai
l’incarico per il centro siderurgico di Taranto.
Difatti, qui non c'erano che ulivi. Oggi ab-
biamo già 7000 persone che lavorano nei
cantieri, oltre ai 1.500 assunti — per ora —
dall’ Italsider. Il resto lo sta vedendo crescere »
- aggiunge l’ingegnere indicandoci dalla fine-



i:2

stra le strutture degli impianti. « Nel 1965 sa-
remo 5.000, qui all’Italsider, senza contare poi
l’effetto che il nostro sforzo avrà per tutta la
zona. Parlo anche per la formazione dei futuri
quadri tecnici, prettamente meridionali. Qui
nasceranno i nuovi ingegneri ». Le sue sono
parole di un uomo giustamente entusiasta di
ciò che sta portando a compimento.

«La maggior soddisfazione professionale è
quella di fare il costruttore; noi vediamo sor-
gere lo stabilimento ». Chi ci parla così è un
altro tarentino, l’ing. Vincenzo Natale, nato
nel 1926, e laureato nel Politecnico di Torino
nel marzo 1950, non ancora ventiquattrenne.
Allora, però, le condizioni per gli ingegneri
non erano così rosee come adesso, e non
c'erano tante offerte. Figlio unico, l’ing. Na-
tale appena laureato dovette tornare a Taran-
to, e contentarsi di fare qualche lavoretto ci-
vile, o della conduzione di un impianto per
l’estrazione dell’olio vegetale o olio d’oliva
dalle sanse. Poi fu successivamente all’ Aerfer,
alla Fiat e alla Montecatini. Approdò infine
alla Cosider nel 1962. Ed ebbe la gioia di co-
struire, e di costruire nella sua città. È un
lavoro alla polvere e al sole, con uffici che
sono baracche, i rapporti con le imprese che
non sono sempre facili. Ma si vedono sorgere
giorno per giorno dalla terra arsiccia le grandi
creature di metallo, e pensare che sono almeno
in parte frutto del nostro lavoro consola di
ogni sacrificio.

Lo stesso pensa l’ing. Fabio Pampana, na-
to a Pisa nel 1910, e laureato pure a Pisa
nel 1931. Ha il piglio sicuro di chi è da lungo
tempo abituato al comando, a far montare
strutture complesse e a smontare difficoltà
naturali o artificialmente create. Anche lui ha
avuto i difficili inizi di un’epoca in cui la
laurea non garantiva nulla a chi l’aveva fati-
cosamente conquistata. Ha insegnato disegno
di macchine all’istituto industriale; a ventitrè
anni aveva allievi di ventisette. Poi, dal 9 mar-
zo del ’34 (ricorda tutte le date con stupe-
facente precisione), entrò all’ Ilva di Piombino,
e legò il suo destino all’acciaio. Rimase a
Piombino fino al 1958, quando fu costituita
la Cosider; è a Taranto dall’ottobre del 1962.

Dalle finestre della baracca si vede il va e
vieni dei mezzi, le sagome delle costruzioni
metalliche spiccano contro il cielo grigio. Il
vento leva dal terriccio mulinelli di polvere, e li
arrotola fino al cielo per poi lasciarli ricadere.
Le macchine che lavorano traggono dai me-
talli strani accordi, sono le voci del cantiere.
Quelli della Cosider hanno dei buoni motivi
per amare il loro lavoro; giorno per giorno i
progetti diventano realtà. Quella terribile sen-
sazione di vivere inutilmente, quel senso di
vuoto delle ore e delle giornate che passano
senza traccia come la sabbia fra le dita di una
mano si possono vincere opponendo alla
corsa del tempo qualcosa di nostro che resti,
qualcosa che sia le nostre ore e i nostri giorni.
Per questo tutti gli ingegneri che non costrui-
scono effettivamente invidiano un po’, in
fondo al cuore, i loro colleghi che hanno la
ventura di costruire; anche se non tutti lo
confessano.

Fumetti

e
cultura

Che i “fumetti” siano nati ufficialmente dome-
nica 16 febbraio 1896, quando comparve sul
“World” di New York la prima immagine di
“Yellow Kid” è ormai arcinoto. Come altret-
tanto noti sono i loro antenati illustri : dalle
caricature satiriche dell’Ottocento con la frec-
ciata politica racchiusa in una vera e propria
nuvoletta, fino alle remote stampe religiose del
Medioevo in cui santi e filosofi affidavano le
loro parole ad un nastro svolazzante.

Umberto Eco, attentissimo studioso di tutti
i fenomeni che caratterizzano il nostro tempo,
analizza in questo articolo il fumetto come *
nere letterario”, nelle sue migliori espressioni, e
i rapporti che, come tale, esso ha con i valori
culturali.

ge-



Coriano 1008 vp Fota Caerpenna de





Sa









WHY, IT5 STEVIE
CANYON! ME SISTER



GLAD TO SEE YOU
BACK, MR. CANYON!





CAPTAIN CANYON!
I REALLY SWEAT YOU OUT
THIS LAST TRIP! HEY! I HAVE
A FINANCIAL STATEMENT
7 FORYOU...YOU'LL NEVER
REGRET HAVING BACKED
ME ON THIS DEAL.





DD Ml/ THIS CAR, MR. CANYON!
U GoinS \f{ - AND FOR YOU WE DONT
MULZA WAIT TILL ITS FULL!
RIGHT, IRMA 7












OH... HERE
16 MR. CANYON,

E PAR
4) L)

ei Lat
LIO

ITS A_MR.DAYZEE,\_HMM-THEY CALL HER
SECRETARY To |*THE COPPERHEAD*.
COPPER CALHOON, | I WONDER IF SHE





Mr. CANYON... MISS
COPPER. CALHOON WISHES
TO ENGASE Your
PROFESSIONAL SERVICES!
MISS












AND ALL THIS
TIME I THOUOKT

MIS-TER CANYON!
PEOPLE DO NOT REFUSE
WHEN SUMMONED BY
COPPER. CALHOON!



ses THE CLICK YOU

WHY, MR.

ZZY, WHAT HAVE BEEN NICE
YOU SAIDI.AND \HAVE MONEY To PAY THIS
ME SO YOENG AND. |OFFICE RENT BUT I GUESS
IMPRESSIONABLE ! | IT BAD FORM TO GET INTO
REGULAR HABITS LIKE
HEAR WILL MEAN





i-19
HEARD ON THE

EXTENSION WHAT

STEVE CANYON
SAID!.. I HAVE
NEVER. BEEN sO--















Guardate attentamente la pagina di fumetti
pubblicata qui a lato: apparve nel gennaio
1947 in un giornale americano. Era la prima
puntata di una nuova storia disegnata e con-
cepita da Milton Caniff, l’abilissimo creatore
di Terry e ? Pirati, una serie di avventure
che avevano appassionato tutta l’ America. In
questa pagina viene invece introdotto un nuovo
personaggio, il detective Steve Canyon. Leg-
giamola insieme; e dicendo “leggiamola” inten-
diamo dire: guardiamola criticamente cercando
di analizzare tutte le sue componenti e di capi-
re su quali meccanismi si basa il suo effetto.

Nella prima vignetta troviamo un poliziot-
to che saluta cordialmente Steve Canyon; ma
Steve non lo vediamo; di fatto vediamo la
scena, come se la camera da presa fosse ap-
poggiata sulle sue spalle o sulla sua testa. Si
è detto “macchina da presa”, e infatti la co-
struzione di questa vignetta realizza quella che
in cinema viene detta una “inquadratura sog-
gettiva”. In realtà tutto il resto della storia
procede secondo una grammatica di tipo ci-
nematografico e va interpretato come una serie
di movimenti di camera. Ma fermiamoci ancora
alla prima vignetta; il sorriso del poliziotto ci
lascia capire che Steve è evidentemente ben-
visto dalle forze dell’ordine: il personaggio
incomincia a disegnarsi. Passiamo alla seconda
vignetta: la camera procede avanti, Steve è
entrato in un edificio, il portiere lo accoglie
ringraziandolo perché ha portato un regalino
a suo figlio tornando dall'Egitto; dunque Steve
è gentile d’animo, premuroso, e viaggia molto,
in paesi esotici; il personaggio si precisa, da
un lato, e dall’altro incomincia ad alonarsi di
interesse; nasce lentamente una certa suspense.

Nella terza e nella quarta vignetta il carat-
tere di Steve si arricchisce di nuovi elementi,
attraverso un colloquio cordiale col giorna-
laio cieco (che lo chiama “capitano” — c’è
dunque anche un passato militare...) e un af-
fettuoso rapporto con la piccola fioraia. Nella
quinta vignetta infine la camera carre/la indietro,
e scopre dall’alto Steve visto di schiena; già
se ne intravede la figura avvenente, e l’ac-
coglienza delle due ragazze addette all’ascen-
sore, che se lo contendono e affermano di
voler dedicare un viaggio a lui solo, ci dà
una conferma delle qualità fisiche del Nostro,
evidentemente un charzeur. Infine nella sesta
e settima vignetta Steve appare ai nostri occhi:
un volto virile, piuttosto segnato, da uomo
che “ha vissuto”, dei gesti sicuri; una segre-
taria procace e sofisticata, che gli passa il mi-
crofono: una chiamata. Da chi? Da una donna

nella pagina a fianco: la prima puntata delle avventure
del detective Steve Canyon apparsa su un giornale ame-
ricano nel gennaio del 1947. In poche vignette, il dise-
gnatore Milton Caniff definisce con grande efficacia e
dignità grafica due caratteri e introduce il lettore nel
vivo di una situazione carica di tensione. Questa pagina
viene analizzata nel corso dell’articolo.

a destra: un buon fumetto può portare a un livello di
divulgazione estrema certi aspetti di un gusto ormai
diffuso a livello “colto”, conservandogli eleganza e
dignità stilistica. Un esempio tipico è il “piccolo Nemo”,
un fumetto iniziato nel 1905, dove è palese nel gradevolis-
simo segno del disegnatore Winsor MeCay l'influenza del
gusto “liberty” di quegli anni (da “I primi eroi”, edito
da Garzanti).

ricchissima, bellissima, misteriosa. Per presen-
tarla Caniff ricorre, nell’ ottava vignetta, a
una serie di convenzioni iconografiche di in-
dubbio effetto: un arredamento sontuoso, da
grande ufficio direzionale, una figura femmi-
nile inguainata in un abito nero dietro a una
enorme scrivania, un segretario vestito come
un banchiere: « Mister Canyon, la signorina
Copper Calhoon desidera assumervi ». Non
una parola di più; si intuisce che al solo nome
di Copper Calhoon chiunque dovrebbe fare
un sobbalzo dall'emozione. E infatti (nona
vignetta) quando Steve, con la calma dei forti,
risponde che non ha intenzione di porsi al
servizio di Copper Calhoon, il segretario ha
un moto di stupore. Notate, lo choc è rap-
presentato attraverso l’uso di caratteri grafici
più marcati, mentre la sottolineatura sulla pri-
ma sillaba di “Mis -ter”” indica l’accento, l’ap-
poggiar della voce sull’inizio di parola come
ad esprimere una irrefrenabile costernazione.
Infatti il segretario spiega che «di solito la
gente non rifiuta un invito di Copper Calhoon».
Ma Steve si, rifiuta con alterigia — e anche
un fatto del genere vale a sottolineare la na-
tura dell’uomo, bisognoso di danaro, come
afferma la segretaria nella decima vignetta, ma
disposto a guadagnarlo solo se gli va a genio
l’incarico (e quindi Steve oltre che bello, forte,
buono, simpatico, misterioso, ci appare anche
un “puro”, un artista della sua professione).

13

Ma il culmine della vicenda viene raggiunto
nell’undicesima vignetta. Il segretario spiega a
Miss Calhoon quanto è accaduto (ma, lo avete
visto nella nona vignetta, Miss Copper non
è donna da lasciarsi sorprendere, e seguiva la
conversazione su una derivazione); ed è a
questo punto che la donna rivela tutta la sua
natura; emettendo una lunga boccata di fumo
(anche qui: ricorso a un artificio grafico che
fa parte di un “vocabolario” del fumetto; la
sottile nuvoletta significa “fumo” per i lettori
abituati a questo linguaggio) pronuncia una
frase imperiosa, in cui si condensa tutto un
carattere: « Voglio quell’uomo. Portatemelo ».

Fine della puntata. In poche vignette Caniff
è riuscito a disegnare due caratteri, a darci
l’avvio di una vicenda piena di promesse, a
farci entrare nel vivo di una situazione carica
di tensione. Cosa si può pretendere di più?
Vi sarà ancora qualcuno disposto a pensare
che il fumetto è un divertimento per ragazzini
e non un genere narrativo per adulti, dotato
di propria grammatica e sintassi, di un lin-
guaggio estremamente articolato?

Che i fumetti siano nati come un genere
destinato non solo ai bambini ma anche agli
adulti, è un fatto noto. Le statistiche in propo-
sito sono appassionanti e rimandiamo i let-
tori ai dati che mette a disposizione Carlo
della Corte nel volumetto / faretti che Mon-
dadori ha pubblicato due anni fa. E d’altra



E POCO SICURO] COME FAI

? .
A SCENDERE SUA VELOCITÀ

VALCA UN TETTO
fip ESSO.



ACCIDENTI, SCA-(





FORTUNA CHÉ
ERA SOLTANTO

UN Soana!













parte la voga di questo genere sui principali
quotidiani italiani ci dimostra che il fenome-
no vale anche per noi.

Ma una pagina come quella esaminata ci
dice di più. Pensate: in essa noi abbiamo
“letto” tutto un racconto, con una serie di
connotazioni psicologiche, un richiamo a toni,
rumori, gesti, movimenti, come sé guardassi-
mo un film. In effetti stavamo guardando una
serie di sti/liggazioni grafiche dotate ciascuna di
un preciso significato che ormai accettiamo
per scontato, ma che ad un osservatore di
cento anni fa non avrebbero detto nulla. Questo
significa che in sessanta anni i fumetti‘‘hanno
creato un modo di vedere e di leggere, hanno
stabilito un repertorio di immagini fornite,
per convenzione, di determinati significati,
hanno elaborato insomma una semzantica e, se
la parola non apparirà esagerata, gli elementi
di una estetica. In questo senso infatti sarebbe
assai interessante portare avanti una analisi
degli elementi strutturali del fumetto, l’esisten-
za della coppia parola-gesto; la tecnica di mon-
taggio in base alla quale si dà l’impressione al
lettore di uno svolgersi continuo di eventi
(come al cinema) mentre di fatto vengono
isolati e collegati solo alcuni momenti essen-
ziali dell’azione; e ancora, la tecnica di visua-
lizzazione dei rumori, sia attraverso la forma
della “nuvoletta” che attraverso la realizzazione
grafica delle lettere; e poi la stabilizzazione di
una serie di convenzioni onomatopeiche (con
tutti i precisi significati dei vari dum, g#/p,
smack, crash, mumble eccetera, ormai usati dai
nostri bambini come elementi comuni di di-
scorso); la tecnica di rappresentazione del mo-
vimento e così via...

Esaminato sotto questo aspetto, il mondo
dei fumetti ci dice che, accanto a prodotti di
indubbio cattivo gusto e pessima qualità, sono
esistiti ed esistono dei fumetti di alto livello
tecnico. Sono quelli di solito che hanno otte-
nuto i più fervorosi successi di pubblico; e se
pure queste opere non apportavano niente di
nuovo, proponevano
figurative che non fossero già state avanzate
a livello delle Belle Arti propriamente dette,
tuttavia non di rado effettuavano una opera-
zione preziosissima di omologazione di un gusto
non ancora acquisito dal grande pubblico. Tanto
per fare un esempio, la rappresentazione del

se cioè non soluzioni

movimento, che la pittura futurista realizzava
scomponendo e moltiplicando l’immagine per
mostrarla nelle varie fasi in cui si veniva a
trovare nello spazio, è stata accettata e popo-
larizzata dal fumetto che l’ha resa familiare,
come elemento di linguaggio, artificio figura-
tivo di valore convenzionale, a folle immense.
In fumetti come quelli di Dick Tracy, di cui

sopra: azione, violenza, suspense si realizzano nelle storie
di Dick Tracy, di Chester Gould, attraverso un segno
grafico, caratterizzato da un gusto per la stilizzazione
deformante, chiaramente influenzato dalle esperienze del-
l’arte contemporanea,

sotto: la storia di “Little Orphan Annie” (Betta nella ver-
sione italiana), creata da Harold Gray nel 1924, appas-
siona da decenni milioni di lettori. Sulle disavventure di
questa piccola orfana, un gruppo di studiosi americani ha
condotto una singolare ricerca, di cui si parla nell’ articolo.









(ca)
JUST

“Tre ss REAL! LIFE 18 EARNESTI Lnoruai
YOU CAN SAY "THAT AGAIN, BiLL!

IFE ÎS A GAME? THEY SAY: HOW

UE-AND FT%5 PLAYED FOR KEEPS, BUD!

ONLY NINE DAYS TILL CHRISTMASI
Î ‘THIS TIME IMLL BE












Pane IN A WATER-FRONT DIVE
ANOTHER BUM SLOUCHES
AT A TABLE IN A DARK CORNER--









PLL FIND FRIENOS AGAIN-
“| ALWAYS Havel

















SOON KNOW + THEY'RE
To MEET ME HERE WILL
THEY? OR WILL IT BE-»
HAVE TO TAKE A CHANCE,
BUT NO NEED TO TAKE
ALL THE CHANCES-







I NEVER CEASE:
To HOPE, SAHIB








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|

Il



pel e AN i 1

FOLKS 0° THE GUN —
INZo
QUI

7}
ì



riproduciamo una immagine, troviamo un gu-
sto per la stilizzazione deformante che è stato
proprio dell’arte contemporanea, si pensi al-
l’Espressionismo o a Picasso; in prodotti come
quelli di Caniff, di cui abbiamo visto la pa-
gina su Steve Canyon, invece abbiamo la sta-
bilizzazione di un gusto “medio”, alieno dalle
avventure intellettualistiche, modellato sulla
scorta dei migliori prodotti holliwoodiani, ma
sempre ad un livello di dignità grafica. E se
ricorderemo i fumetti di Gordon che hanno
animato le veglie della nostra infanzia, ci ac-
corgeremo che la matita di Alex Raymond,
un “grande” del fumetto, aveva dato vita a
un suo mondo di alto prestigio fantastico;
tanto che ancor oggi gli astronauti americani
tendono a vestire come i personaggi di Ray-
mond, e l'ombra di Gordon grava sui pro-
gettisti di Cape Canaveral.

Dal disegno che traduce per le masse i
portati dell’avanguardia moderna a quello che
si attiene alle regole di un onesto artigianato
commerciale, possiamo tuttavia affermare che
il fumetto, nelle sue espressioni migliori, ha
avuto ed ha le carte in regola per essere in-
terpretato in termini culturali, almeno sul
piano dei valori figurativi. E se in Italia ab-
biamo qualche difficoltà ad ammetterlo, ciò
avviene per due motivi; anzitutto la scadente
qualità della produzione nostrana, che tranne
rarissimi casi (e di preferenza nel campo co-
mico-grottesco, si pensi a Jacovitti) si pre-
senta sul mercato con esempi sconfortanti; in
secondo luogo la disinvolta attività degli
“importatori” di merce americana, che non
esitano a lavorare con clichés rovinati, a ri-
calcare materiale originale, o — nel migliore
dei casi — a tradurlo in modo approssimativo
e sgrammaticato. La serie di vignette tratte
dalle edizioni italiane delle storie de L'uomo
Mascherato (che pubblichiamo qui a lato) do-
vrebbero servire come campione tipico di un
costume piuttosto assai diffuso,

Ma tutte queste argomentazioni non ten-
gono conto di alcuni fattori di estrema im-
portanza. I fumetti possono rappresentare un
fenomeno di gusto grafico e di novità lingui-
stica; ma qui stiamo parlando ancora di aspetti
formali e di artifici tecnici. Quale mondo mo-
rale, quali contenuti ideologici vengono co-
municati grazie a questi mezzi? Aspetti tecnico-
formali hanno semplicemente una funzione
retorica (rivestire in modo piacevole qualsivo-
glia contenuto), oppure appaiono fusi in modo
organico con un determinato “messaggio”?

Il panorama è piuttosto sfumato. Anzitutto
il fumetto è un mezzo di comunicazione di

in alto a destra: l'Uomo Mascherato”, in un disegno
originale di Wilson McCoy. Questo artista riprese il
personaggio creato — con ben altra energia di segno —
da Ray Moore. Comunque McCoy ne porta avanti le av-
venture con una certa onestà, sia pure in uno stile
ormai fuori moda.

al centro: ecco ora, da una pubblicazione italiana,
un'avventura dell’ “Uomo Mascherato”: non si tratta
di un rifacimento dovuto ad un diseg itali
che avrebbe almeno cercato di difendere l’onor di firma.
Si tratta di un volg ricalco, o del rit inabil
di un cliché originale.

massa e viene prodotto industrialmente. Del
prodotto industriale ha dunque le principali
caratteristiche: viene modellato in modo che
risponda ai gusti del pubblico e la sua produ-
zione è sottomessa alle leggi inesorabili della
domanda e dell’offerta. In tal senso il fumetto
sarebbe determinato da esigenze tali da con-
trastare qualsiasi possibilità di esito artistico
e di discorso libero e autonomo. Di fatto,
però, come avviene per vari aspetti della cul-
tura di massa, il fumetto non solo obbedisce
alle aspettative del pubblico, ma sa anche
crearle; fumetti celebri hanno imposto un gusto,
o comunque hanno saputo fare evolvere il
gusto esistente secondo una intenzione precisa
dell’artista che seguiva un suo mondo fanta-
stico. Come la televisione, il cinema o la can-
zone, lo strumento di cultura di massa non si
adegua mai passivamente alle richieste vaghe e
inverificabili della folla: /e crea, /e determina,
le orienta. In questo senso rappresenta uno
strumento di potere. E come strumento pe-
dagogico di potere va visto anche il fumetto:
nel senso che esistono fumetti conservatori,
magari reazionari, e fumetti progressisti,
fumetti impegnati politicamente e fumet-

15

ti il cui impegno è solo apparente, fu-
metti che vogliono proporre una semplice
evasione irresponsabile e fumetti che sotto
l’aspetto dell’evasione propongono una espe-
rienza di buon livello estetico. Proprio per
questo si rendono necessarie le chiarificazioni
critiche: e si potrebbe dire che il pubblico dei
fumetti, se da un lato ha bisogno di quello
che un mio amico chiamava «il movimento
per un fumetto migliore », dall’altro ha bi-
sogno che si stabilisca una vera e propria
critica che insegni a leggere (e, nel caso, a
smascherare ideologicamente) le varie storie.
Per il che ci vuole una classe intellettuale che
abbia abbandonato certe remore aristocratiche
nei confronti di questo “genere letterario” e
che si avvii a capirlo con intelligenza e sen-
sibilità.

Indagini del genere non mancano. Una di
queste ci aiuta ad esempio ad individuare un
modello di fumetto di destra. È lo studio con-
dotto da Lyle W. Shannon sulla Piccola Or-
fana Annie, an fumetto che Harold Gray ha
creato nel 1924 e che da allora continua ad
appassionare milioni di spettatori (da allora
la piccola Annie, e sono quarant'anni, non è







MY ANCESTOR, THE FIRST PHANTOM,| | LEGEND SAYS
DESTROYED IT SINGLE -HANDED BUT
HE NEVER CAPTURED CAPTAIN
THOMAS KIDDER- ass ALWAYS SAY
THAT ABOUT
PIRATES

BURIED TREASURE
HERE>BUTTWEY

KIDDER)MY ANCESTOR
FOUND KIDDER
"AMUSING".1
WONDER
WUY=- ]



IVE DECIDE DON A NEW
EXPLORATION=-TO FIND
THE LOST €ITYy

OF TOMAS.







UNA SPACCATURA !
QUESTA NON Ci
VOLEVA *

INTENZIONE DI





gf | li
Ze UA
GLi ALBERI A CUI APPOGGIARSI SI





SA
FANNO SEMPRE LE RADI FINCHE
A UN TRATTO.

SALTARLA E IMPOSSIBILE
SENZA POTER PRENDERE
LO SLANCIO ! È IL
SOLE MA PROPRIO

CORICARSI .

QUELL'ALBERO... FORSE !
SL..PUO ANDARE È





/

Da RA

UN ALBERO HA SUE DICI PRO
PRIO SULL'ORLO DEL CREPACCIO
E L'UOMO MASCHERATO...







a fianco: ed ecco infine, sempre
da un albo italiano, una vignetta
di McCoy, riprodotta fedelmente,
ma dove il traduttore non è stato
capace di evitare un grossolano
errore di grammatica (l’indicativo
al posto del congiuntivo). Le storie
dell'Uomo Mascherato” non rap-
presentano davvero, specie oggi,
il meglio della produzione fumet-
tistica, ma è certo che presentate
in q modo scadono a un
livello assolutamente vergognoso.





QUESTO PRETELLERRÀ
ùTUA GRATIOSA
\ TESTA DALLE BOTTE,



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LE BOTTE DELL, ANGHE LU HA |(E ANCHE iL TUO n
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Con #Krazi Kat”, il topo Ignatz e il cane Offissa Pup, George
Herriman aveva creato all’inizio del secolo uno strano triangolo pas-
sionale assurdo e surreale; la poesia nasceva dalla ripetizione conti»
nua di una situazione: gatto ama topo, topo tiranneggia gatto,
cane ama gatto e lo difende, ma non ne è ricambiato. Si noti
l'atmosfera da quadro surrealista che pervade queste vignette.

mai cresciuta di un palmo, e i giornali umori-
stici si sono divertiti a prendersi giuoco di
questo fatto: ma i personaggi dei fumetti
hanno l’eterna giovinezza dei miti, e questo è
un'elemento di cui occorre tener conto per
comprendere il fenomeno in tutti i suoi aspetti).
Dunque, Shannon ha incaricato una équipe di
ricercatori di analizzare per un anno le strisce
di questa storia e di stendere una tavola dei
valori che vi venivano affermati: chi erano gli
amici della piccola Annie, chi i suoi nemici,
chi erano i buoni e chi i cattivi, chi i ricchi e
chi i poveri, perché i ricchi erano ricchi e i
poveri poveri, che opinioni politiche profes-
savano i buoni e quali i cattivi, e così via.
Si è stabilito così che in genere i perversi ap-
partenevano alle classi meno agiate; che la
loro indigenza era sempre derivante da cat-
tivo carattere e cattiva volontà, mai da ob-
biettive condizioni sociali; che i buoni, i be-
nefattori, gli altruisti, erano nella maggior
parte di casi facoltosi industriali; che coloro



che conducevano attività spionistiche 0 co-
munque tradivano il loro paese, erano carat-
terizzati dal fatto di appartenere a gruppi di
sinistra (la sinistra americana, intendiamoci, i
radicals tipo Stevenson, i progressisti di tipo
kennediano); insomma, il fumetto apparve
condurre una sistematica azione pedagogica di
tipo maccartista, resa per figure e “spiegata al
popolo”.

L’indagine di Shannon è in realtà assai più
sfumata, cerca di mettere in luce non solo gli
ideali politici, ma anche quelli economici,
morali, religiosi. Ne esce un ritratto e un si-
stema di valori chiaramente etichettabile: dopo
di che sarà difficile negare che le storie della
piccola Annie, gradevoli ed evasive, fatte di
avventure mirabolanti, tra / misteri di
e il Cwore (una volta che la piccola orfana
era stata rapita, Henry Ford I aveva tele-
grafato all’autore pregandolo di farla riap-
parire libera al più presto), in realtà veico-
lino una precisa ideologia e svolgano una

Parigi

MIEYI
STOP PLAYING
WITH THOSE/

VATIA





“Dennis the Menace”, il bambino terribile creato da Hank Katcham:
notate come in una sola immagine il disegnatore è riuscito a rap-
presentare una successione di avv i
stendo a un film. Il movimento è indicato da vari artifici grafici:
l’altezza dei suoni, il loro timbro, l'atmosfera di allarme e concita-
zione, sono dati dalla forma dei fumetti e delle lettere.

nimenti, come se stessimo assi-



azione di consolidamento di dati valori.

Ma di fronte a fenomeni del genere ne ab-
biamo altri di tipo radicalmente diverso: le
storie di Jules Feiffer, ad esempio, tradotte e
diffuse anche in Italia. Feiffer è indubbiamente
un grosso artista, e la sua opera oltrepassa i
limiti del fumetto, ma vi rientra come gewere.
Nel suo caso abbiamo una capacità feroce e
spietata nel mettere a nudo i vizi e le con-
traddizioni dell’uomo contemporaneo, del cit-
tadino solitario e nevrotico di una società di
massa. E Feiffer lo fa con una capacità di
analisi e una finezza incomparabile, una tenera
pietà, una ferocia senza limiti; il tutto in pochi
tratti. Alla sua critica non sfugge nulla, i
rapporti affettivi, la politica, i tic letterari, le
nevrosi, il sesso, il danaro. E nel suo caso
abbiamo un esempio di fusione perfetta tra
segno grafico, apparentemente debole e in-
certo, e impegno contenutistico: il che signi-
fica dire che siamo a livello dell’arte. Se
Feiffer ha fatto del fumetto un genere di sa-














Z\
SEEN) | MELO ro pre QUALCHE VOLA (7 I
CHARLIE BROWN? VORREI ‘




ESSERE Un,
DITTATORE:







4, Sì, E L'HO
n ANCHE SCOPERTO... /

















LO SAI CHE CI
SONO PIU Di DUE





E NEMMENO UNA DI LORO
Mi APPREZZA! NON UNAII

CON IL DOMINIO
IN CONDIZIONATO






E...LO SAI COS'È
ANCORA PEGGIO?











Un gruppo di ragazzini e un cane sono i perso-

i dei “Peanuts” creati dalla fantasia poetica di
Charles Schulz. Nelle due storie che riprendiamo
dal volume dei Peanuts, recentemente uscito in
Italia (Milano Libri), assistiamo al dramma di
Charlie Brown: non essere popolare. È un tema

tira politica, Charles M. Schulz ne ha fatto
un genere lirico. I suoi Peansis sono dei ra-
gazzini nei quali si agitano tutti i vizi e le
virtù del mondo degli adulti, filtrati attra-
verso situazioni di un candore assoluto, in
modo che le contraddizioni della nostra co-
scienza vengono viste come ai raggi X, ri-
dotte all’osso, ai minimi termini, e proprio per
questo più toccanti e decisive: il pubblico ita-
liano ha conosciuto col nome di Pierino
Charlie Brown e i suoi amici, il cane Snoopy,
Lucy, Violet, Linus, Schroeder, Pig Pen. Ma
si trattava di traduzioni affrettate: e queste
storie chiedono inoltre di essere lette tutte
insieme, una dietro l’altra, per coglierne il
ritmo fondamentale, poiché costituiscono come
una sorta di testardo ricamo lirico su pochi
elementi essenziali (il terrore della mediocrità,
il bisogno di trovare il consenso dei propri
simili, in Charlie Brown; l’angoscia di non
poter essere più di quello che si è, nel cane
Snoopy; la nevrosi da mancato adattamento,

CHE CON IL CONTINUO AUMENTO
DELLA POPOLAZIONE, IO DIVENTO
IMPOPOLARE OGNI GIORNO DI PIÙ!

ossessivo per l’uomo medio americano, sempre
esposto al rischio dell'isolamento e della solitu-
Come conquistare gli
diventar simpatico... Decine di manuali ribadi-
scono questo tema, Charlie Brown ne è vittima:
Schulz è il rapido fustigatore di queste debolezze.

dine.



amici, l’arte di

risolta mediante un rabbioso attaccamento ai
simboli dell’infanzia, in Linus; la fuga estetica
come protesta contro il mondo, in Schroeder,
perennemente seduto al suo piccolo piano-
forte a coda; la violenza invadente e perfida
del matriarcato trionfante, in Lucy; e così via).
Ora è appena apparso un volume che racco-
glie un centinaio di queste storie, tradotte in
italiano, e il mondo poetico di Schulz potrà
essere avvicinato in tutta la sua impalpabile
ricchezza. E d’altra parte Schulz si muove sul
filone di un altro grande disegnatore, Her-
riman, che aveva dato vita all’inizio del se-
colo all’ormai classico e poeticissimo Krazy
Kat.

Attraverso autori di questo genere il fu-
metto dimostra una sua vitalità; e varrebbe la
pena di continuare a indicare una casistica
assai sottile di manifestazioni contraddittorie:
dal Li'/ Abner di Al Capp, sostanzialmente
“progressista” nella sua costante critica alla
società americana, ma viziato da un certo ot-






Una breve storia da “Passionella” di Jules Feiffer. Nella satira
di un tipo psicologico, in cui si urtano volontà di potenza e
timidezza, si legge in trasparenza l’attacco alla retorica ditta-
toriale: guerre, cannoni e baci ai bambini, Feiffer, le cui storie sono
state tradotte e pubblicate in due volumi anche in Italia da Bom-
piani, è un artista autentico, che oltrepassa i limiti del fumetto.

timismo giocoso che ne lima moltissimo il
mordente (ciò che non accade con Feiffer); a
Superman, per il quale, in altra sede, chi scrive
ha creduto di poter parlare di pedagogia del
conformismo condotta ad un livello quasi
metafisico; a Dick Tracy, che contrabbanda in
modo originale e prestigioso una sensibilità
fondamentalmente sadica, allineandosi con le
più tipiche produzioni del giallo d’azione; a
Dennis the Menace o a Joe Palooka, che in
modi diversi si risolvono in una glorificazione
del modello americano medio, pacificandone i
limiti e le contraddizioni in una visione otti-
mistica e sdrammatizzata. Una lista che po-
trebbe continuare. Ma qui ci premeva solo
indicare, attraverso alcuni esempi macrosco-
pici, l’esistenza, a pieno diritto, di un genere
letterario, e di tutto lo sfondo culturale che
si muove dietro di esso, a livello dei valori
estetici, morali e politici.

È chiaro: il fumetto non è solo un tratte-
nimento per bambini.



18

reve storia
ella lamiera

Laminare il ferro per trarne barre e lamiere :
ecco uno dei problemi che hanno assillato l’uomo
sin da quando fu scoperto il modo di estrarre il
metallo dal minerale. Dal fabbro che per mil-
lenni ha battuto sull’incudine, col suo martello,
assottigliando a forza di muscoli un pezzo di
ferro rovente, fino ai modernissimi laminatoi
automatizzati, la strada è stata lunga e faticosa.
In questo articolo, Amor Teo Barnaba traccia
una breve storia delle tecniche che, attraverso i
tempi, l’uomo ha escogitato per riuscire a tra-
sformare in lamiere il ferro, e per ottenere pro-
dotti sempre migliori e in maggiori quantità.

Nel prossimo numero illustreremo le moderne
tecniche di produzione dei laminati piani, gli
innumerevoli settori nei quali essi trovano largo
impiego e le prospettive per il futuro.



In questo particolare di un dipinto del pittore spagnuolo Diego Velazquez (*Apol-
lo nell’officina di Vulcano” - Museo del Prado, Madrid) è ben rappresentato il
lavoro del fabbro per ottenere da un pezzo di ferro incandescente una lamina
destinata ad una corazza. I fabbri hanno lavorato così per secoli per fabbricare
le splendide armature che oggi ammiriamo melle sale d’armi dei musei.

... Allontanò dal fuoco

i mantici ventosi: ogni fabbrile

istrumento raccolse, è dentro un’arca

li ripose d’argento. Indi con molle

spugna ben tutto stropicciossi il volto

affumicato ed ambedue le mani

e il duro collo ed il peloso petto.

(Iliade, Libro XVIII)

Così Omero ci mostra il dio Vulcano,
mal ridotto dalla sua fatica di fabbro. È
l’immagine che si è ripetuta nei millenni,
sino ai giorni nostri, in tutte le officine dove
si foggiava il metallo rovente con la forza
del braccio.

Il lavoro più semplice di fucinatura era
quello di appiattire il massello per farne una
piastra. Più difficile diventava il compito
quando si volevano ottenere piastre sottili.

Nel Medio Evo fece il suo ingresso nelle
officine il maglio azionato da forza idraulica
o da forza animale. Da questo utensile trasse
particolare vantaggio la fucinatura dei pro-
dotti piatti, pur rimanendo molto faticosa
l’opera dell’uomo.

Il massello di ferro veniva dapprima bat-

tuto al maglio sino a venir ridotto in lastra.
L’operazione di fucinatura al maglio veniva
ripetuta, intercalata da riscaldi per ridare al
ferro la necessaria plasticità, sino ad avere
una lastra sottile, spessa solo alcuni millimetri.

La fucinatura a pacchetto

Talora si sovrapponevano due o più di
queste lastre, formando così un “pacchetto”
che si scaldava e si continuava a battere al
maglio per ridurre lo spessore del pacco e,
proporzionalmente, quello dei singoli fogli
che lo costituivano. Era questo un procedi-
mento introdotto in Europa dagli Arabi.

Se si alternavano lamine di acciaio dolce
a lamine di acciaio duro, ben ripulite prima
della loro sovrapposizione, e si ritorceva e
rifucinava più volte il pacchetto, i fogli si
saldavano € si poteva ottenere un
materiale duro ed elastico molto adatto per
le armi da taglio.

Così venivano fabbricate
di Damasco e di Toledo, ma il procedimento
era noto anche in Giappone, dove con la
fucinatura a pacchetto si producevano le non

insieme

le celebri lame





Ferme fedi *

dan
ri,

19





Un'immagine medioevale di
un fabbro che lamina un
pezzo di ferro per trarne og-
getti di uso domestico: vasi,
imbuti, fiaschette,

meno famose lame Yamato,
Samurai.

Ma se lo scopo della fucinatura a pac-
chetto era semplicemente quello di produrre
un lamierino sottile, si sovrapponevano le
lamine di ferro senza pulirne la superficie.
Allora, dopo la fucinatura, i fogli si pote-
vano separare con relativa facilità, in conse-
guenza della forte ossidazione cui erano
esposte le varie lastre nei ripetuti riscaldi
per le molteplici, lente lavorazioni al maglio;
ma proprio quell’ossido, che degradava parte
di buon metallo e lo sottraeva alla resa finale,
interveniva a impedire che i singoli fogli si
saldassero tra di loro.

Noi, abituati alle imponenti capacità pro-
duttive degli stabilimenti moderni, restiamo
sorpresi e quasi increduli quando apprendiamo
la grande mole di lavoro che si svolgeva nelle
antiche officine per produrre un centinaio di
chilogrammi di lamiera sottile.

Dicendo “antiche officine” non intendiamo
andar molto lontano nel tempo perché ancora
cento, centocinquanta anni fa, si poteva assi-
stere alle scene che qui sommariamente de-
scriviamo.

le spade dei






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Leonardo da Vinci, tra i suoi innumerevoli disegni di macchine ci ha lasciato
anche un progetto di laminatoio per lamiere. L'interesse di questo disegno sta
soprattutto nel fatto che esso testimonia come Leonardo avesse ideato (schizzo
in alto) il laminatoio “quarto”, cioè a quattro cilindri: due di lavoro e due di
appoggio. Questi ultimi dovevano permettere ai cilindri di lavoro di esercitare
più efficacemente la pressione sulla lamiera.

Uomini arrivavano con gerle piene di mi-
nerale già ridotto in pezzetti e altri uomini
portavano ceste piene di carbone di legna.
Molto carbone di legna! Ché ce ne volevano
più di trecento chilogrammi per cento chilo-
grammi di prodotto finito. Minerale e carbone
venivano caricati nel forno e dopo quattro o
cinque ore, insieme a gran quantità di scoria,
si ritirava il massello che, sottoposto a ripe-
tuti riscaldi, veniva battuto, pulito, schiacciato.
Per produrre cento chilogrammi di lamiera,
una decina di uomini avevano lavorato per < «4
dodici ore. Ed era una lavoro continuo, pe-
noso, sopportabile solo da operai molto ro- ©
busti.

Compare il laminatoio

L’idea di un laminatoio, cioè di una mac-
china che sostituisse il martello del fabbro e
il maglio nella fabbricazione delle lamiere
scaturì dalla mente universale di Leonardo
da Vinci nel XV secolo. Il massimo ingegnere
rinascimentale tradusse subito, come era solito
fare, la sua idea nel disegno riprodotto in
questa pagina.

L’idea di Leonardo verrà ripresa nel XVII secolo da
un geniale ingegnere svedese, Christoffer Polhem, che
ci ha lasciato il disegno schematico di un vero e proprio
laminatoio “quarto”,













Leonardo, spinto dalla sua meravigliosa sen-
sibilità e preveggenza, tracciò, oltre ai due
cilindri “di lavoro”, anche dei cilindri “di
appoggio”, precorrendo una pratica ed cffi-
cace realizzazione dei tempi nostri. Abbiamo
notizia che un primo laminatoio venne rea-
lizzato nel 1615 mentre, a quanto ci consta,
la prima laminazione del ferro risale al 1683.
Erano naturalmente laminatoi rudimentali,
mossi da forza animale o idraulica.

I primi laminatoi avevano cilindri lisci che
davano, quindi, prodotti piatti, cioè lamiere
più o meno spesse. Con essi, la fucinatura a
mano lascia il campo ad una macchina che
può esercitare sulla superficie del pezzo in
lavorazione una pressione costante, continua-
tiva e omogeneamente distribuita.

Solo nel 1784 l’inglese Cort introdusse nel
laminatoio l’uso di cilindri scanalati che per-
misero di ottenere, direttamente dal lingotto,
barre di qualsiasi profilo.

Diametro e velocità dei cilindri influiscono
sui rapporti tra allungamento e allargamento
del pezzo. Cilindri di piccolo diametro e ve-
loci favoriscono l’allungamento così come si
ottiene un grande allungamento quando si la-
vora un pezzo di ferro rovente con un martello
ad angolo molto acuto.

La pratica di lavorazione al maglio del ferro

a pacchetto per produrre lamierini molto sot-
tili passò al laminatoio.

Il sistema di laminazione a pacchetto fiorì
durante tutto il secolo scorso e non è ancora
del tutto scomparso. In qualche piccolo sta-
bilimento, esso viene praticato ancora oggi.

Laminazione del ferro in pacchetto

Con questa definizione, da non confon-
dersi con la “laminazione a pacchetto” di
cui abbiamo ora parlato, veniva inteso un
processo nel quale il materiale da laminare
era costituito da un “pacco” di piccoli mas-
selli di ferro legati insieme e messi in un
“forno a bollire” perché si saldassero in
modo da formare un pezzo di più grandi
dimensioni. I masselli erano in origine otte-
nuti al forno di puddellaggio, ma più tardi
vennero sostituiti con rottami di ferro.

Con quest’ultima variante il processo fu
particolarmente adottato in Liguria dove ab-
bondava il rottame proveniente dalle demo-
lizioni navali. La preparazione dei ‘ pac-
chetti” veniva di solito effettuata durante
la notte da operai che lavoravano a cottimo.
I rottami più grossi venivano tagliati a pezzi
oppure piegati. Un quantitativo di trenta
o quaranta chilogrammi di rottame così pre-

parato veniva avvolto in vecchi lamierini
che erano poi legati con fil di ferro. Il pac-
co così confezionato passava al maglio o
alla pressa per venirvi costipato. Seguiva il
riscaldo e la laminazione in barre, profilati
e lamiere.

In quanto al prodotto ricavato dalla lami-
nazione dei pacchetti, merita ricordare una
curiosa caratteristica che, sotto certi aspetti,
veniva considerata un pregio. Si trattava della
discontinuità del materiale dovuta agli strati
dei costituenti del pacco che difficilmente si
saldavano insieme sino a fusione ma, più che
altro, si incollavano tra di loro con l’interpo-
sizione di sottili strati di ossidi o di altre so-
stanze eterogenee che impedivano di ottenere
una massa continua, compatta.

Infatti, se si esamina una vecchia lamiera di
ferro a pacchetto si vede ben chiara, nella se-
zione, una macrostruttura a strati.

Il vantato pregio di questo materiale con-
sisteva, appunto, nel fatto che se per una
sollecitazione veniva intaccato e incrinato
uno strato, la frattura aveva possibilità di arre-
starsi, proprio per la suddetta discontinuità.

Naturalmente, la “durata” di una lamiera a
pacchetto, proprio per il fatto di non essere
compatta, era molto inferiore a quella delle
lamiere di oggi prodotte con i moderni







sistemi di laminazione, che consentono tra
l’altro il profondo stampaggio, essenziale in
molti settori di utili ione.

La grande spinta, anche nel campo del la-
mierino, venne con la rivoluzione siderurgica,
nella seconda metà del secolo scorso, quando
ebbe inizio l’era dell’acciaio fuso omogeneo,
prodotto nei convertitori Bessemer e Thomas
e nei forni Martin-Siemens. Non più i pic-
coli sudati masselli di puddellato erano il pro-
dotto delle acciaierie; ora dai forni potevano
uscire grandi quantità di acciaio a tonnellate
per volta, ed era acciaio liquido che veniva
colato in grossi lingotti.

I treni sbozzatori

I treni di laminazione dovettero mettersi al
passo per lavorare le grosse colate dell’acciaie-
ria. Bisognava creare dei laminatoi che ope-
rassero sui pesanti lingotti un primo grosso
lavoro di sbozzatura, per dar loro una forma
di più agevole manipolazione, per farne in-
somma degli abbozzi di lamiere. Fecero così
la comparsa i “treni sbozzatori”, in un primo
tempo azionati a vapore.

Questo tipo di laminatoio preparava, per la
laminazione a lamierino, i cosiddetti “bido-
ni”, cioè lastre piatte, larghe intorno ai 20





centimetri e spesse da 2 a 4 centimetri, che
venivano tagliate in lunghezza eguale a quella
che doveva poi essere la larghezza del lamie-
rino.

Da questo punto i bidoni subivano la tra-
sformazione in lamierino seguendo fasi che,
essenzialmente, erano le ste di quelle che
nel passato subivano i masselli di ferro pud-
dellato. Per ottenere il lamierino sottile, l’ultima
fase era pur sempre una laminazione a pac-
chetto. Il prodotto finale era rappresentato da
fogli di lamierino di limitata grande

I moderni treni a nastro

Bidoni e laminazione a pacchetto vanno
oggi scomparendo perché al loro posto si è
affermata la laminazione continua a
freddo, con impianti azionati dall’energia elet-
trica, dei /arghi nastri. È questo un termine
appropriato in quanto il lamierino non viene
più laminato in modo discontinuo in fogli,
ma è un vero e proprio nastro d’acciaio che
schizza veloce fuori dall’ultima coppia di
cilindri. Questo nastro continuo, lungo chilo-
metri, va ad avvolgersi in rotoli che possono
raggiungere il peso di trenta tonnellate.

fa della moderna tecnica di laminazione
parleremo in un prossimo articolo.

ldo e a



ia

nella pagina accanto: la fine del Medioevo vide l'avvento
di un’importantissima innovazione tecnica: il maglio a
ruota idraulica, che sfruttava l'energia prodotta dalla
caduta dell’acqua. In questa incisione del *700 è rap-
presentata idealmente una fucina in cui l'energia idrica
viene utilizzata per azionare sia il mantice che alimenta
il forno di riscaldo del metallo, sia il maglio che sostitui-
sce il martello. Nella realtà, le fucine non erano così spa-
ziose e “funzionali”, come si direbbe oggi. Il maglio
alleviava la fatica del metallurgico, ma il lavoro anche
per le condizioni ambientali restava sempre durissimo.

sopra: un laminatoio per lamiere del XVIII secolo, azio-
nato dall’energia idrica, in un dipinto di Leonard De-
nee del 1790.

Nello schizzo in basso è mostrato lo schema di funzio-
namento di un laminatoio ad azionamento idraulico. In
primo piano si vede il canale che convoglia l’acqua ad
una ruota a pale. Questa trasmette il movimento, attra-
verso una serie di ingranaggi, ai due cilindri del lamina-
toio. A sinistra, si scorge anche un laminatoio “trio”
con gabbia di laminazione a tre cilindri, pure azionato
dalla stessa ruota,



peefi







di

elim Gi iS

|

I sistemi di laminazione progre-
discono e si meccanizzano con
l'avvento del motore a vapore,
ma la fatica dell’uomo è ancora
grande. Ecco come veniva ef.
fettuata nel 1861 l'operazione di
trasferimento di una corazza da
venti tonnellate dal forno di ri-
scaldo al laminatoio, che si scor-
ge a destra.

Un laminatoio italiano originale
del 1850, conservato al Museo
della Scienza e della Tec di

Milano.



N
va

I colori del ferro

Lamierino
al microscopio

Questa volta siamo andati a cercare i colori del
ferro non nelle miniere o tra le scorie antiche e recenti,
ma nei laboratori del nostro controllo qualità.

Gli sforzi degli ingegneri per creare sistemi di la-
minazione sempre più perfetti e prodotti sempre mi-
gliori sono stati accompagnati dagli sforzi dei fisici e
dei chimici, che hanno indagato in modo sempre più
approfondito le caratteristiche del ferro.

Le due immagini che presentiamo sono un esempio
della moderna tecnica usata dai ricercatori per ana-
liszare la struttura dell’acciaio.

La laminazione a caldo deforma i grani cristallini
del metallo, ma questi si ricostituiscono rapidamente
grazie alla temperatura elevata che permette una grande
mobilità dei grani stessi e consente loro di riunirsi in
buon assetto strutturale.

Non così avviene quando si lamina a freddo. Sotto
la pressione dei cilindri i grani si deformano stabilmente
e si spezzano. La struttura che ne risulta conferisce
al materiale che esce dal treno di laminazione a freddo
una rigidità eccessiva. Il lamierino non è più in grado
di sopportare i lavori di formatura e di imbutitura :
si è, come dicono i tecnici, « incrudito ».

Se guardiamo al microscopio un provino di lamierino
laminato a caldo, opportunamente preparato, e ingran-
diamo l’immagine cinquecento volte, ci si presenterà
un aspetto simile a quello della figura in alto. L'acciaio
qui non ha subìto deformazioni a freddo.

Osserviamo ora la figura in basso: è l’immagine
microscopica di un lamierino a freddo, i cui grani han-
no subìto forti deformazioni. Ma basterà un’adatta
ricottura per ripristinare in questo acciaio deformato
la struttura regolare e per ridargli tutte le sue buone
caratteristiche fisiche e meccaniche, prima fra tutte
la capacità di subire stampaggi profondi, requisito che,
normalmente, è il principale per un lamierino.

Abbiamo riportato due microfotografie a colori per
rendere più appariscente il fenomeno. Ordinariamente,
però, ci si limita ad esami di provini lucidati e sempli-
cemente attaccati con un reagente. La figura che ap-
pare è, allora, in bianco e nero.

Per generare invece una colorazione del provino
basta scaldarlo e tenerlo esposto all'aria per un po’.
Si forma così sulla superficie una pellicola di ossido
di spessore submicroscopico che dà luogo al fenomeno
ottico della “interferenza” su determinate onde lumi-
nose. La luce riflessa, per la sottrazione di tali onde,
risulta colorata.

Spessore di pellicola d’ossido e conseguente interfe-
renza variano a seconda dell’orientamento dei grani
cristallini. Questa è la causa delle diverse colorazioni
da grano a grano, osservabili in entrambe le microfo-
tografie : due meravigliosi aspetti della natura che la
tecnica moderna ha reso visibili ai nostri occhi.

Sei lic

«RE







24

Pianificare

un problema di oggi
per il futuro

« Noi riteniamo che un’azione internazionale
diretta ad abolire la fame ridurrà la tensione
mondiale e renderà più agevoli le relazioni
fra i paesi esaltando la parte migliore invece
che quella peggiore dell’uomo ». Così conclude
il testo del manifesto approvato da un’assem-
blea straordinaria che la FAO (Food and
Agriculture Organization) ha tenuto a Roma
in vista del congresso mondiale dell’alimen-
tazione svoltosi a Washington dal 4 al 18 giu-
gno scorso, preceduto da una “settimana
mondiale contro la fame”.

Scopo dell’assemblea era di richiamare an-
cora una volta l’attenzione dei governi e del-
l’opinione pubblica, in tutte le sue drammatiche
dimensioni, sul problema della fame e della
malnutrizione in vastissime regioni del mondo,
un mondo in cui scienza e tecnica potrebbero
consentire la piena utilizzazione delle risorse
naturali per far fronte alla rapida, impressio-
nante espansione della popolazione. Quali
mezzi si possono usare per risolvere questo
problema?

Non vi è soltanto una insufficienza di ri-
sorse naturali, poiché vi sono regioni in cui
di tali risorse vi è abbondanza. « Ciò che
manca è lo sforzo coordinato di intelligenze
e di volontà organizzatrici capaci di assicu-
rarne una giusta ripartizione ». Queste parole
le ha pronunciate Giovanni XXIII rivolgen-
dosi ai partecipanti all'assemblea.

Pubblichiamo, nelle pagine che seguono, un
articolo di Alfonso Sterpellone sui problemi
dell’alimentazione mondiale, preceduto da una
nota di Franco Belmas che si propone di di-
mostrare l’esigenza improrogabile di un ar-
monioso sforzo di pianificazione, da compiersi
non solo sul piano delle nazioni ma su scala
internazionale per assicurare a tutti un futuro
migliore.

Chiunque di noi voglia darsi o partecipare
ad attività di un certo rilievo deve prima di
tutto elaborare un piano di lavoro, che altro
non è se non il mezzo per conseguire un deter-
minato fine. Così chi vuole, ad esempio, scrive-
re un libro deve, prima di stenderlo fare, come
si dice, il “piano dell’opera”, ossia vedere in
anticipo quelle che dovranno essere le linee di-
rettrici lungo le quali dovrà muoversi se vorrà
ottenere con chiarezza lo scopo che si è prefisso
di raggiungere.

Ho parlato in apertura di ‘attività di un
certo rilievo” — e, tanto per rimanere all’esem-
pio fatto, lo scrivere un libro non è certo cosa
da poco — in quanto nessuno di noi ha bisogno
di un piano vero e proprio per compiere quel-
l’infinità di azioni comuni e sporadiche cui lo
obbliga la vita di tutti i giorni.

Fare un piano significa quindi fare sempre
qualche cosa che, ripeto, va al di là delle più

immediate necessità quotidiane, e che d’altra
parte nasce non già da una realtà semplice quanto
piuttosto da una realtà complessa.

Uno dei campi in cui questa elementarissima
considerazione ha trovato nel tempo un’applica-
zione via via sempre più vasta è quello dell’eco-
nomia, proprio per l'estrema e sempre crescente
complessità di essa.

Gli uomini dell'antichità infatti, non avevano
bisogno di fare piani particolari per soddisfare
le loro esigenze di vita e di lavoro. Il diritto
di proprietà, d'altra parte, era da essi concepito
come diritto di uso e di abuso dei beni che pos-
sedevano. Col passare del tempo tuttavia, questa
concezione tanto individualistica della vita ha
dovuto cedere il passo a considerazioni di mag-
giore socialità in quanto la sfera dei diritti e
dei doveri delle persone si è dilatata sempre di
più, a misura del continuo accrescersi dei con-
sociati, dei loro bisogni e delle loro reciproche
relazioni. E oggi possiamo dire d’esser giunti,
sul piano economico, a una situazione partico-
larmente evidente di “coesistenza competitiva”,
per usare un'espressione cara ai politici attuali ;
situazione che, per non degenerare in squilibri
di portata ancor maggiore di quelli che già esi-
stono nella società odierna, sembra richiedere
rimedi urgenti e soprattutto radicali.

Il rimedio di cui si parla oggi con particolare
insistenza alla radio, alla televisione e sui gior-
nali, per non parlare dei libri di economia che
ne trattano sempre più diffusamente, è la piani-
ficazione economica, prima settoriale, ad esem-
pio în materia edilizia, e poi globale, riguardan-
te cioè la realtà economica in tutti i suoi aspetti.
Ebbene : l’Italia sembra oggi aver accettato questo
rimedio, al pari di moltissimi altri paesi stranieri.

Esso d’altra parte, non solo è stato applicato
in maggiore o minor misura all’interno delle
singole nazioni che l’ hanno fatto proprio, ma
tende ad essere attuato sempre di più anche su
scala internazionale, come dimostrano tutti gli
organismi che sono sorti in questi anni, ad esem-
pio in Europa, per favorire l'integrazione eco-
nomica dei singoli popoli del vecchio continente
fra di loro. È di questi giorni, d'altro canto, la
conferenza di Addis Abeba fra le nazioni del
continente nero, presieduta da Hailé Selassié, e
per quanto se ne può sapere anche in essa sembra
si sia parlato di pianificare le economie dei vari
popoli d’ Africa.

La pianificazione, quindi, non è l'invenzione
di qualche economista 0 di qualche uomo politico
in vena di cose nuove, ma è una esigenza del
mondo moderno. Essa d’altra parte, mentre è
stata favorita in larga misura dall'aumento
sempre più rapido dei mezzi di comunicazione
nazionali e internazionali, che col loro crescere
hanno messo uomini e mercati a contatto sempre
più stretto fra loro fino a determinarne reciproche
interferenze impensabili in passato, si è posta
per conseguire un più razionale sfruttamento e
una migliore distribuzione delle risorse esistenti
in natura, al fine di evitare con ogni mezzo
l'insorgere di crisi di sovrapproduzione 0 di sot-
toconsumo, il cui verificarsi sarebbe oggi molto
più dannoso che non in passato data l’interdi-
pendenza delle varie economie nazionali.

La pianificazione d’altronde, o nasce dalla

sola iniziativa degli imprenditori privati che si
accordano fra loro, senz’alcun intervento dello
stato, sull’utilità o meno di produrre determinati
beni e sulla misura in cui eventualmente produrli,
o è guidata o proposta dallo stato stesso che
partecipa al processo economico assieme appunto
agl’imprenditori privati, oppure è studiata e at-
tuata interamente dallo stato, unico titolare delle
fonti di produzione.

Il primo caso — e gli specialisti di economia
non me ne vogliano se sono tanto sbrigativo —
è tipico in Europa della Repubblica Federale
Tedesca, e in America degli Stati Uniti, l’eco-
nomia dei quali, come è noto, è largamente
“standardizzata” ossia pianificata. L'assenza
del potere pubblico dall'economia di questi due
paesi è tuttavia più apparente che reale, come
provano, nel caso ad esempio dell’ America, i
molteplici interventi presidenziali nell’ economia
nazionale : il “Nuovo Corso” di Roosevelt in-
segni. Il terzo caso è quello della Russia e degli
altri paesi a regime collettivista.

Nel secondo caso, intermedio fra i due, s'in-
serisce invece l'economia così dell’ Italia come
di moltissime altre nazioni dell’ occidente :
dalla Francia al Belgio all’Olanda ai Paesi
Scandinavi all’ Inghilterra e così via, ognuna
con piani proprii anche notevolmente differenti
fra loro quanto a concezione e realizzazione,
ma tutti fedeli a una posizione di equidistanza
fra quelli tedesco - americani e quelli sovietici.

Lasciando ora di parlare delle altre nazioni
e venendo all’ Italia, ricorderò che dopo la fine
della seconda guerra mondiale il primo progetto
di pianificazione economica globale che venne
elaborato da noi fu il cosiddetto “Schema Va-
noni” per l'occupazione e il reddito, del 1954.
Esso era stato preceduto nell’ambito settoriale,
tanto per non citare che due fra î provvedimenti
più importanti della nostra politica di piano,
dalla legge istitutiva della ‘Cassa per il Mezzo-
giorno”, del 1950 e dal ‘Piano Fanfani”, del
1948; la prima a favore delle aree depresse del
Meridione, il secondo a vantaggio dell'edilizia
popolare. E da allora parecchi altri provvedi-
menti sono stati presi e molti altri studi sono
stati fatti in Italia proprio in funzione della
pianificazione economica. I problemi ch’essa si
propone di risolvere sono ingentissimi per nu-
mero ed importanza : citarli tutti non mi è evi-
dentemente possibile, visto anche che se ne pon-
gono e se ne porranno sempre di nuovi.

Voglio tuttavia ricordarne qui alcuni : da quelli
dell’assistenza ospedaliera a quelli del rammoder-
namento e potenziamento della rete ferroviaria ;
da quelli dell’agricoltura e dell'industria a quelli
del turismo e della viabilità ; da quelli dell’edi-
lizia scolastica a quelli della ricerca scientifica,
a quelli della qualificazione professionale.

Problemi di portata vastissima come si vede,
nella soluzione dei quali l’ Italia potrà essere
enormemente facilitata dalla sua partecipazione
sempre più intensa ed attiva a tutte le forme di
cooperazione internazionale attualmente esi-
stenti e che potranno sorgere in futuro.

Di qui la necessità per î responsabili della
nostra economia di elaborare piani e progetti
che siano sempre più in armonia con quelli delle
altre nazioni, nell’ interesse nostro e di queste



ultime. Ritengo d’altra parte che la politica di
piano, strumento, se ben condotta, di elevazione
sociale, non possa non essere attuata sotto il
controllo vigile e attento dei cittadini e dei
loro rappresentanti, siano essi nel parlamento,
nei sindacati, o in qualunque altro organo creato
a tutela delle libertà civili.

Avendo parlato di squilibri da correggere,
d’interdipendenza dei mercati, di pianificazione
economica e di collaborazione internazionale,
non mi par giusto concludere queste mie poche
osservazioni sulla pianificazione stessa senza
ricordare qui il problema della fame nel mondo
che è addirittura tragico nella sua imponenza :
basti pensare, per convincersene, che secondo
quanto dicono le statistiche più aggiornate în
materia tre uomini su quattro nel mondo soffrono
la fame.

Se la pianificazione che il tempo generalizzerà
presumibilmente a tutti i continenti riuscirà
"— creando nuove risorse, ridistribuendo le ric-
chezze esistenti e aumentando il benessere ge-
nerale — a risolvere anche questo problema, es-
sa avrà reso all'uomo un grandissimo servizio,
liberandolo appunto dalla fame che è il più
elementare e il più naturale di tutti i suoi bisogni.



a lotta contro la fame

È indispensabile triplicare, entro meno di
quarant’anni, l’attuale produzione alimentare,
per poter garantire nutrimento sufficiente alla
popolazione mondiale, che nel 2000 sarà rad-
doppiata, rispetto all’odierna cifra, superando
i 6 miliardi di unità. Questo è il risultato dram-
matico della Terza inchiesta mondiale alimen-
tare, svolta quest'anno dalla FAO (le due
precedenti furono condotte nel 1946 e nel
1953), nella documentata consapevolezza che
molto più di un terzo della popolazione at-
tuale del mondo soffre per la fame o per la
malnutrizione. Inaugurando il 4 giugno scorso
in Washington il Congresso mondiale dell ali-
mentazione, conclusosi il 18 giugno, il presi-
dente degli Stati Uniti ha avvertito che l’opi-
nione pubblica di tutto il mondo deve aver
coscienza della situazione, perché gli uomini
d’ogni paese si impegnino nella soluzione del

“compito principale della nostra generazione:
eliminare la fame”. Nella stessa circostanza, il
segretario generale dell’ ONU, U Thant, ha
ammonito: “esiste un paradosso della povertà
nel mezzo della ricchezza, della fame o di
uno stato vicino alla fame a fianco dell’opu-
lenza; un paradosso, che è uno dei principali
rimproveri per il mondo contemporaneo”.
Come risolvere il problema? Indubbiamen-
te, esso va considerato in un quadro globale,
nel quale i paesi deficitari non possono supe-
rare l’attuale condizione di difficoltà, se non
con l’aiuto esterno; la fame non può essere

sopra: strumenti modernissimi e stentata vita di pe-
scatori, in una foto che può essere assunta a simbolo
delle contraddizioni dei nostri tempi. Le strutture di
acciaio sono quelle di due antenne paraboloidi per la
riflessione dei segnali radio, in costruzione nel Vietnam
del sud.

26

Queste quattro immagini illustrano alcuni
aspetti dello sforzo che si sta compiendo in
alcune regioni sottosviluppate del mondo per
tentare di porre le premesse di un’industrializ-
zazione agricola, uno dei possibili rimedi alla
fame che minaccia l'umanità. (in alto) a si-
nistra: studenti nigeriani in un istituto agrario
a Esa-Oke imparano le moderne tecniche
della produzione; a destra: esperti della Fao
addestrano agricoltori giamaicani all'uso delle
macchine agricole.

(in basso) a sinistra: sotto la direzione di agro-
nomi locali, la terra nigeriana viene preparata
per la coltivazione. Siamo in uno dei villaggi
cooperativi agricoli creati in Nigeria con l’as-
sistenza dei tecnici della Fao; a destra: un im-
pianto per il trattamento di 300 mila bottiglie
di latte al giorno ad Aarey, presso Bombay,
dove sorge una delle più grandi fattorie del
mondo, attrezzata per la lavorazione dei pro-
dotti caseari.

vinta con l’impiego di strumenti tecnici, finan-
ziari, politici, sociali, che siano fini a se stessi,
o che siano escogitati e attuati singolarmente;
da qui la necessità inderogabile d’uno sforzo
congiunto, che impegni collegialmente tutte
le nazioni. La recente “campagna contro la
fame”, indetta dalla FAO, e gli atti, che sono
stati presentati al congresso mondiale di
Washington, consentono anzitutto di valutare
l’attuale situazione. Un’inchiesta esauriente è
stata compiuta (e può essere assunta a base
della valutazione) dall’indiano dr. P. V.
Sukhatme, direttore della divisione statistica
della FAO, e presentata dalla Reale Società
Statistica di Londra.

Il primo dato, che clamorosamente illustra
il quadro, attesta che attualmente soffre la
fame il 10-15 per cento della popolazione, ed
è malnutrito o sotto-nutrito dal 35 al so per
cento. Quello che Gandhi chiamò l’eferno di-
giuno obbligatorio si concretizza nel fatto che
la media giornaliera della mortalità per fame
o per malnutrizione è di 10 mila unità, e che
da un miliardo a un miliardo e mezzo di abi-
tanti della terra ogni sera si coricano avver-
tendo gli stimoli umilianti e tormentosi della
fame. ‘Tali fenomeni sono particolarmente
drammatici nei paesi sottosviluppati o poco
sviluppati dell’Asia, dell’Africa, del Vicino
Oriente, dell’America Latina, dove l’incre-
mento della popolazione è stato più sensibile





che nel resto del mondo: oltre 650 degli 800

milioni di nuovi abitanti della terra dal
1938 al 1960. All’aumento della popolazione
non ha corrisposto, in quei paesi, un incre-
mento adeguato della produzione alimentare.

Per fame si intende l’insufficiente ingeri-
mento di calorie pro capite, a causa del-
l’indisponibilità quantitativa di alimenti; per
malnutrizione si intende l’insufficiente quali-
tatività degli alimenti. La fame provoca la
perdita di peso o la riduzione delle attività
fisiche, o entrambe; nei bambini ritarda lo
sviluppo. Condizioni prolungate di fame pro-
vocano la morte. La malnutrizione riduce so-



stanzialmente le capacità dell’individuo, può
facilitarne il cedimento ad avverse condizioni
ambientali, all’attacco di malattie. Queste de-
finizioni possono giovare a distinguere i ter-
mini, nel loro significato.

Un quadro della situazione generale, ag-
giornato al 1959 (non esistono, successiva-
mente, variazioni d’entità apprezzabile), espone
il rapporto in percentuali, fra popolazione,
disponibilità alimentari (totali, d’origine ani-
male, d’origine vegetale) e il reddito pro-
dotto.

Si osservi, in via d'esempio, come oltre metà
della popolazione mondiale, abitante in Estre-

DISPONIBILITÀ ALIMENTARI NEL MONDO

regioni popolazione
Estremo Oriente 52,9
Vicino Oriente 4,4
Africa 7,1
America Latina 6,9
Europa (inclusa URSS) 21,6
America del nord 6,6
Oceania 0,5
Terra 100,0

totali origine origine reddito
animale vegetale

27,8 18,5 44,2 12,3
4,2 2,8 5,5 1,9
4,3 2,9 6,3 2,3
6,4 6,7 6,5 4,8
34,2 38,4 26,2 39,3
21,8 29,1 10,4 37,7
1,3 1,6 0,9 1,7
100,0 100,0 100,0 100,9

mo Oriente, disponga, per vivere, soltanto di
circa un quarto delle risorse alimentari mon-
diali e produca soltanto il 12,3% del reddito di
tutta la terra. Il contrasto con la situazione
nelle altre zone è rilevante. I dati attestano che
la capacità produttiva delluomo — anche
prescindendo dalle condizioni economiche ge-
nerali, nelle quali agisce — è sensibile, dove
egli sia malnutrito, o, peggio, affamato. Ri-
manendo nel solo settore delle colture agri-
cole e dell’allevamento del bestiame, si dovrà
notare che nelle regioni sviluppate il loro
rendimento è superiore del doppio a quello
dei paesi sottosviluppati; in certi settori, il
rapporto è di 5 a 1. Nei paesi sottosviluppati
più della metà della popolazione è tributaria
esclusivamente dell’agricoltura (con proprietà
frazionatissime, solitamente non superiori al-
l’ettaro, sfruttate con tecniche arretrate; il
rendimento è minimo, e non consente reinve-
stimenti, né lavori di miglioramento e ammo-
dernamento; è ingentissimo il costo di opere
essenziali, come l’elettrificazione e l’irrigazio-
ne). Negli altri paesi soltanto meno del 20%
della popolazione dipende esclusivamente dal-
la terra: il reddito delle proprietà lavorate da
una sola famiglia può essere consumato da un
minimo di dieci a un massimo di venti famiglie.
I guadagni consentono anche l’acquisto di cibo
variato, in guisa da favorire — a differenza
di quel che avviene nei paesi sottosviluppati,
a colture povere, con economia agricola mo-
nofamigliare — un’alimentazione completa,
sia qualitativamente, sia quantitativamente.

Il fabbisogno medio dell’uomo wedio (calco-
lato fra uomini e donne viventi in zone con
temperatura media annua di 10 gradi centi-
gradi, in età fra i 20 e i 30 anni, con un peso
di 65 kg. per gli uomini e di 55 kg. per le
donne) è presunto di 3.200 calorie giorna-
liere per l’uomo e di 2.300 per le donne.

Dividiamo la terra in due gruppi: il primo,
con più bassi consumi calorici, comprende
l’ Estremo Oriente, il Vicino Oriente, l’Afri-
ca e l’America Latina, esclusi i tre paesi del
Rio de la Plata (Argentina, Uruguay, Para-
guay); il secondo, con più alti consumi calo-
rici, include l’ Europa, l'America del nord,
l’Oceania e i tre paesi del Rio de la Plata.
Nel primo gruppo la cifra giornaliera di ca-
lorie pro capite è di 2.150 (di gran lunga in-
feriore alle necessità), e per il 78% proviene
da cereali, tuberi amidacei e zucchero; nel se-
condo gruppo è di 3.050 calorie, delle quali
il 57% provenienti da cereali, amidacei e zuc-
chero. L’affermazione che nei paesi del se-
condo gruppo l’alimentazione è più completa
è confortata dal fatto che vi si consumano ce-
reali e amidacei negli stessi quantitativi, ma vi
si consumano prodotti animali (carne, latte,
pesce e uova) in misura sei volte maggiore
che nei paesi del primo gruppo. In generale,
in Europa, in America settentrionale e in
Oceania le disponibilità di calorie superano
di circa il 20% il fabbisogno; nel Vicino Orien-
te, in Africa e in America Latina sono quasi
uguali ai fabbisogni, in Estremo Oriente ne
sono inferiori dell’ 11%. Si tratta di calcoli
generali, che devono essere interpretati te-

27



Il 2000 non è più un anno da racconti di fantascienza: a questa scadenza
mancano ormai soltanto trentasette anni durante i quali la popolazione del
mondo si raddoppierà, raggiungendo i 6 miliardi. Solo un piano di coordina-
mento su scala mondiale delle fonti alimentari e delle ricerche scientifi-
che potrà impedire che milioni di persone soffrano la fame.

nendo conto di situazioni particolari. Ad
esempio, la situazione del Vicino Oriente è
caratterizzata dalle migliori condizioni in
Turchia, Israele e RAU, che compensa —
statisticamente — le carenze delle altre nazioni
della stessa zona, ove la disponibilità pro capite
giornaliera non supera le 2.000 calorie. Si
deve tener conto di un altro fattore: la dispo-
nibilità di calorie varia, ai livelli minimi, se-
condo il reddito medio della popolazione.
Così, ad esempio, l’inchiesta della FAO ha
accertato che nei ceti più poveri dello stato
indiano di Maharashtra (a reddito medio molto
basso) il consumo giornaliero non superava
nel 1958 le 1.600 calorie, mentre nello stesso
anno in Inghilterra era, fra i medesimi ceti,
fra 2.600 e 3.000.

Nell’attuale situazione mondiale, tenendo
conto del significato dei due termini, soffrono
per la fame da 300 a 500 milioni di persone;
la cifra dei malnutriti è calcolata da almeno un
terzo alla metà della popolazione. Perché il
fenomeno scompaia, in una prospettiva non
troppo lontana (al 2000, valutando l’incre-
mento della popolazione), la garanzia di una
dieta calorica normale a tutti gli abitanti della
terra richiede che il tasso d’aumento della
produzione alimentare sia del 400% in Asia
e nell’ Estremo Oriente, fra il 300 e il 400%
in America Latina, del 300%, nel Vicino Oriente,
dal 200 al 300% in Africa. La rispondenza di
tale programma — quando sia stato attuato —

ai fabbisogni effettivi dipende dalla capacità
che i prodotti giungano ai mercati di consu-
mo a prezzi accessibili per la maggioranza dei
consumatori e dal mantenimento delle attuali
abitudini alimentari della popolazione. Un al-
tro problema è connesso al ritmo dell’incre-
mento demografico. Si dovrà notare che l’esi-
genza di un accrescimento della produzione
alimentare sarebbe egualmente ingente, nella
stessa prospettiva dell’anno 2000, qualora
s’intendesse mantenere l’attuale stato calorico,
senza alcun miglioramento della situazione:
in tal caso, il tasso d’aumento dovrebbe esse-
re del 100% in Africa, del 200%, nell'America
Latina, del 150% nell’ Estremo e nel Vicino
Oriente. In altri termini, ed estendendo il di-
scorso, si dovrebbe ottenere una maggiore
disponibilità di prodotti alimentari del 150%,
nelle zone sottosviluppate e del 120% nelle
altre. Questo, ripetiamo, per mantenere l’at-
tuale basso consumo calorico, per perpetuare
le condizioni di fame e di malnutrizione. E
sarebbe egualmente uno sforzo ingente, non
commisurabile all’attuale ritmo d’incremento
della produzione alimentare.

Nella seduta inaugurale del congresso di
Washington, lo storico inglese Arnold Toynbee
ha notato che “l’avvenire dell'umanità è in
giuoco: dipenderà dall’esito della terribile gara
fra l'incremento demografico e la fame”, ed
ha aggiunto che, a lungo andare, la gara non
potrà essere vinta, se non si giungerà ad un





28

controllo delle nascite. È un problema serio,
che l’indiano S. Y. Krishnaswamy riporta en-
tro limiti realistici, avvertendo che “nessun
sistema di controllo delle nascite, per quanto
efficace, potrà influire su un radicale muta-
mento: infatti, in meno d’una generazione la

opolazione del mondo sarà raddoppiata.

di ciò che dobbiamo tener conto nell’impo-
stazione della strategia della lotta contro la
fame”. La previsione attuale è che l’aumento
della popolazione sia particolarmente sensibile
nei paesi sottosviluppati, e che nel 2000 rad-
doppierà in Africa, si triplicherà nell’ America
Latina, aumenterà del 250%, nell’ Estremo e nel
Vicino Oriente.

L’interesse degli esperti della FAO, e con
loro anche dei più qualificati uomini politici ed
economisti di altri stati e organismi internazio-
nali, si rivolge a un censimento delle disponibili-
tà attuali, all'indicazione di programmi di mas-
sima. Si avverte, anzitutto, che le risorse esi-
stono in abbondanza, specialmente nei paesi
dell’Africa (dove l’incuria secolare, non supe-
rata nelle nuove condizioni politiche della
maggioranza degli stati che hanno conseguito
la propria indipendenza nazionale, provoca già
in misura preoccupante la distruzione di tali
risorse) e dell’America Latina. La migliore
organizzazione deli’assistenza tecnica e finan-
ziaria dai paesi sviluppati a quelli più poveri
e bisognosi dovrebbe essere integrata da una
programmazione a breve e a lunga scadenza,
che garantisca l’impiego fruttifero dei mezzi
disponibili, in aggiunta alla migliore utiliz-
zazione delle risorse interne. Il problema con-
siste, sostanzialmente, nel modo in cui la
classe dirigente è in grado di organizzare e
dirigere. le attività pubbliche, soprattutto nei
settori economici. Nei paesi del Vicino Orien-
te, invece, il reperimento delle disponibilità è
più difficile, soprattutto a causa degli ap-
provvigionamenti idrici, che potranno esse-
re migliorati in conseguenza dell’esecuzione
di programmi di utilizzazione del Nilo (Diga
di Assuan) e del sistema Tigri-Eufrate (già
parzialmente sfruttato). La situazione è parti-
colarmente critica nelle nazioni asiatiche, ver-
so le quali dovrebbero essere convogliate le
disponibilità alimentari, prodotte altrove (a
costi, quindi, maggiori). Le cifre d’aumento
dei prodotti alimentari sono così indicate dal
rapporto della FAO, in vista del soddisfaci-
mento delle esigenze del 1975, e del 2000 (in
parentesi): cereali, 35% (110%); legumi e
affini, 85% (225%) prodotti animali, 60%
(210%). Le disponibilità alimentari globali, in
tutto il mondo, dovranno, dunque, aumen-
tare entro il 1975 del 51% e nel 2000 del 174%.

In questo quadro generale, il problema del-
l'agricoltura assume interesse rilevante; non
minore e decisiva importanza ha il problema
della produzione industriale, nei settori ausi-
liari dell’agricoltura: macchinari, forniture per
impianti idrici, costruzioni di depositi. Feno-
meni particolari — come i surplus invenduti
di prodotti agricoli negli Stati Uniti, o la
stasi agricola nei paesi di rapido sviluppo in-
dustriale — non possono assumere significato
permanente; si tratta di momenti critici in un

processo evolutivo a lunga scadenza, desti-
nato a caratterizzarsi sempre più in un sistema
solidaristico internazionale, nella consapevo-
lezza che il successo nella lotta contro la fame
e la malnutrizione potrà essere molto difficil-
mente ottenuto senza un adeguato sforzo di
incremento della produzione alimentare in
tutto il mondo, anche nelle nazioni economi-
camente più sviluppate: e non soltanto in vista
del superamento della fase attuale di crisi.

Il congresso di Washington ha delineato
gli indirizzi generali d’un intervento massiccio
e globale. Si è, tuttavia, ancora lontani dal-
l'impostazione di programmi organici, richie-
denti gli impegni congiunti di stati e di or-
ganizzazioni internazionali, in una valutazione
non isolata o frammentaria dei problemi di
settore, bensì nel quadro di un programma
d’azione, che coordini le iniziative locali, le
stimoli; indirizzandole verso il conseguimento
di obiettivi concordati. ‘ Nei nostri giorni —
notava uno dei dirigenti della FAO: l’indiano
S. Y. Krishnaswamy, già dianzi ricordato —
si tratta non di rifiutare il principio della
pianificazione, ma di definire un ordine ra-
zionale delle priorità”. Non basta, a respin-
gere o attenuare i motivi di pessimismo, con-
fidare sulla validità di principi economici
classici, più o meno modernamente elaborati;
né conviene giurare aprioristicamente sul-
l’efficacia dell’intervento di nuove tecniche,
specialmente in materia di produzione di
massa di cibi artificiali; né sarebbe giusto at-
tendere risultati determinanti da una diffusa
pratica, eventualmente accettata, del controllo
delle nascite. Nessuno sforzo è foriero di
successo, se non sia predeterminato in vista
di un fine preciso, in una lotta, che impegna
cospicue energie, ricchezze straordinarie, €
deve svolgersi in tutti i continenti.

La programmazione dovrebbe tener conto
di tutti gli elementi, capaci di influire su even-
tuali modifiche delle prospettive: dal calcolo
dei costi della produzione industriale ausilia-
ria, per esempio, a quello del rischio che i
giovani contadini, istruiti ed educati, abban-
donino il lavoro dei campi, in luogo di va-
lersi dell’acquisita cultura per il miglioramento
delle condizioni produttive e ambientali della
loro terra. Una programmazione globale, im-
postata e attuata su base internazionale, per
essere efficace, deve poter tener conto non
soltanto delle diverse strutture economiche
delle zone interessate, ma anche degli indirizzi
politici ivi prevalenti, che determinano parti-
colari tipi d’organizzazione dell’economia nei
singoli paesi. È in tale complessa serie di
problemi il limite d’un intervento program-
mato. Ma nessun’altra forma di intervento è
concepibile. Ciò è ammesso anche da parte di
quei governi che più fedelmente aderiscono
ai principii dell'economia di mercato. Non se
ne derivano implicazioni d’ordine opposto,
peraltro, su un piano generale. L’urgenza del-
l'intervento è attestata dal primo ministro
Nehru che in un drammatico ammonimento
ha ricordato come sia davvero follia parlare
di civiltà quando gli esseri umani soffrono e
muoiono per fame.

Vassili Kandinski: “Improvvisazione” (1913) una delle
prime pitture astratte. Mentre gli Imperi Centrali si pre-
paravano a scatenare la prima guerra mondiale, a Mo-
naco, dove si era trasferito dalla nativa Russia, Kandinski
dava inizio ad una nuova rivoluzione nelle arti figurative,
che aveva però le sue premesse nell’ Espressionismo.
I primi dipinti astratti di Kandinski si intitolano tutti
“Improvvisazione”, come certe pagine musicali. È evi-
dente in queste opere il richiamo alla musica, alle qualità
liriche della sensibilità. Da Kandinski (e da Klee) ha
origine appunto il filone “lirico” dell’Astrattismo.

L’Astrattismo

Con questo articolo che illustra le origini e
le principali tendenze dell’ Astrattismo, Marco
Valsecchi conclude la sua breve storia della
pittura moderna. I capitoli precedenti sono stati
pubblicati sui seguenti numeri della rivista :
1961-6 (Arte e polemica); 1962-1 (Cubismo),
2 (Espressionismo), 5 (Futurismo), 6 (Metafisi-
ca); 1963-1 (Dada), 2 (Surrealismo), 3 (A-
strattismo).

Per rintracciare le origini dell’arte astratta,
che fa anch’essa la sua affermazione negli
anni attorno al 1910, si sono sfogliati anche
gli atlanti della preistoria per trovare ta-
luni esempi, e cioè i primi segni, i gerogli-
fici e gli ideogrammi degli antichi uomini
abitatori delle caverne. E non nego che questa
indagine in periodi così lontani, tanto più che
Gauguin aveva rivelato drammaticamente il
desiderio dell’uomo contemporaneo di ritor-
nare alle fonti innocenti dell’umanità, possa
aver portato buone scoperte e indicato semmai
che proprio nulla di nuovo c’è sotto il sole.
Ma non è il caso di andar lontano nei tempi
per trovare le premesse teoriche e le giustifi-
cazioni anche morali di questa nuova tendenza
che è l’arte astratta. E forse, nel pensiero di
molti suoi esegeti, già definirla tendenza è un
limitarne la portata, perché si è anche detto
da taluni studiosi che l’Astrattismo è il comin-
ciamento non solo di una tendenza, ma addi-
rittura di un nuovo evo. Già i futuristi, a
chiusura del loro manifesto milanese dell’ 11
aprile 1910, avevano proclamato: « Voi ci



credete pazzi. Noi siamo invece i Primitivi di
una nuova sensibilità completamente trasfor-
mata »

Nei capitoli precedenti si è visto di quali
polemiche furono centro le varie tendenze al
momento del loro sorge L’arte astratta ha
acceso forse la maggior diatriba nel campo delle
arti, maggiore della stessa polemica che, nel
secolo scorso, divise i classici dai romantici.
Se entrassimo nel labirinto di queste dispute,
se ne farebbe un libro con tutte le opinioni e
i giudizi. Atteniamoci intanto ai fatti accaduti;
e proprio in base ad essi, senza amplificarli
con tutte le risonanze e le discussioni positive
o negative dei fautori e degli avversari, si può
dire tranquillamente che l’arte i si è
guadagnata il diritto a esi
meno dell’arte figurati I
modo sensibile

sentato un estremamente

imere non solo le nuove
realtà del mondo contemporaneo, ma la stessa

estendere e di

sensibilità dell’uomo d’oggi, a cui si sono
affacciate nuove intuizioni e capacità immagi-
native.
Però è opportuno accennare ad alcune
questioni intorno alla stessa denominazior
arte astratta e arte figurativa, le quali appari
scono molto generiche. Sono ormai due ter-
mini vagamente indicativi, e seppure
stati u ame denominazione di parti oppo
ste, in effetti, rispetto all’arte, non possono
ere usati come implicita e aprioristica defi-
one di arte e di non arte.

sono

Intanto si è fatto osservare che il

limitabile alla

termine

“«g ” x "
figura non € sola persona

è figura anche un oggetto qualsiasi,
figurazione” un ritratto, come
una natura morta, come un pi

bero; è une
gio; e anche

la geometria ha le sue figure, e le sue varie
composizioni fanno anch’esse una “figura-
zione”. Quindi anche l’arte astratta potrebbe
dirsi arte figurativa, figurativa di una realtà
ideale, come l’altra si potrebbe dire figurativa
di una realtà oggettiva. Ma anche su questo
punto si è fatto osservare che pure la geome-
tria e le sue figure sono oggettive, esistono,
possono esprimere sentimenti e pensieri di un
artista, che se ne serve con la stessa libertà e

ssità con cui si serve degli oggetti della
vita reale o di natura per esprimere altri ordini
di pensieri e di sentimenti. Per cui non sono
mancati coloro che hanno rifiutato il termine
“astratto” per quello ritenuto più appropriato
di “concreto”. Fu, questa, una polemica as-
sunta in particolare da Hilla Rebay, fondatrice
a New York del museo della pittura non-
oggetti

oltre che amica ed esegeta del pit-






tore Wassili Kandinski. La base di questa
nuova denominazione verteva sul fatto che
con l’arte astratta si è creato qualcosa di nuovo,
di non espresso prima di allora, e quindi con-
cretamente rivelato e imposto alla conoscenza
umana. Altri critici hanno aggiunto che tutta
l’arte figurativa può considerarsi astratta,
appunto perché la realtà del mondo è rappre-
sentata con elementi stilistici, quindi con pro-
cedimenti in minor o maggior grado intellet-
tuali, che già di per sé sono di natura astratta.
E si fece un gran parlare dell’astraztiszo di
Paolo Uccello, di Piero della Francesca, del
Beato Angelico. Ma questi sono cavilli pole-
mici e stiamone pur lontani. Tanto più che la
storia di questi decenni ha chiarito, o almeno
ha reso abituali molte questioni e considera-
zioni e “figure” dell’arte astratta. La quale,
poi, nel suo lungo corso di circa mezzo secolo,
ha preso aspetti diversi, si è suddivisa in varie
tendenze, allo stesso modo, del resto, che l’arte
figurativa, con tutte le sue partizioni di ma-
niere e di scuole. Quindi accettiamo pure, in
senso pratico, questi due vasti raggruppamenti:
arte figurativa (il critico Ragghianti propose
anche il termine “figurale’’), e arte astratta.
E se per figurativa o figurale intendiamo quella
che rappresenta la figura degli oggetti reali e
naturali, per arte astratta ripeto volentieri una
definizione di Michel Seuphor: « Chiamo arte
astratta tutta l’arte che non contiene alcun
richiamo, alcuna evocazione della realtà osser-
vata, tanto nel caso che essa sia o che non sia
il punto di partenza dell’artista ».

Intanto sarà bene ripetere, proprio per aver

osservato in particolare gli aspetti delle varie
tendenze poetiche dell’arte figurativa a cavallo
fra Ottocento e Novecento, che l’arte di questi
ultimi decenni si è svolta decisamente in senso
antirealista, sia che fosse suggerita da inten-
zioni di estremo romanticismo, o di eccitabi-
lità fantasiosa e lirica, o di protesta morale
(vedi il caso di Dadà), o dall’indagine dei
sottofondi della coscienza e dell’istinto (vedi
il Surrealismo). Tutte le nuove manifestazioni
artistiche a cavallo fra i due secoli, e per un
bel tratto del nostro secolo, sono state deter-
minate da una nuova necessità, una necessità
interiore ha detto Kandinski nel suo libro
Della spiritualità nell'arte pubblicato a Monaco
di Baviera nel 1912: quella, appunto, di ricor-
rere ad altre entità che non fosse soltanto il
mondo di natura, ad altre realtà che non fos-
sero soltanto le sue facce e i suoi profili.
Abbiamo visto nei capitoli precedenti come
il mondo reale, con tutte le sue figure e i
suoi oggetti, non prestasse all’artista altro
che una somma di emozioni soggettive, e come
fossero proprio esse ad offrire diverse e nuove
prospettive per considerare la realtà del mondo
e dell’esistenza, e quindi ad infittire di altre
esperienze il problema della rappresentazione.
L’artista cioè non cercava più di rappresen-
tare l’oggetto come lo vedeva, bensì come
lo sentiva entro le relazioni infinite della sua
sensibilità; perciò il suo rapporto col mondo
esterno non avveniva più tramite lo sguardo,
ma tramite la sensazione, come già disse
Cézanne, che pure fece parte dell’ Impressio-
nismo e cioè di una manifestazione della pittu-





da sinistra a destra:
(in alto) Atanasio Sol-
dati: Composizione **
- 1959; Mario Radice:
“Composizione a sbarre
in verde e azzurro” -
1942; (sotto) Osvaldo
Licini : “Ritmo (Com-
posizione n. 7)" ”- 1933;
Alberto Magnelli: “Dia-
logo naturale” - 1942.

L’altro grande filone della pittura moderna è
l’Astrattismo geometrico che ha il suo caposcuola
in Mondrian e le sue premesse nel Cubismo, Gli
artisti che seguono questa corrente si distaccano
dalla rappresentazione degli oggetti appoggian-
dosi non alla sensibilità musicale ma alle facoltà
deduttive, logiche dell’architettura, al rigore ma-
tematico della geometria.

In questa pagina, le opere di quattro maestri
italiani dell’Astrattismo geometrico. Tre di essi,
Licini, Soldati e Radice lanciarono nel 1933,
assieme ad altri pittori lombardi, il primo mani-
festo astrattista italiano in cui essi sostenevano
una pittura ispirata alla “geometria dinamica”.
«La geometria può diventare sentimento », af-
fermava Licini. Delle opere di Alberto Magnelli
è stata presentata il mese scorso a Firenze la
prima grande mostra tenuta in Italia per cele-
brare i suoi settantacinque anni.



ra realista; e per accentuare maggiormente il
valore soggettivo di questo rapporto e della
conseguente rappresentazione artistica, la sen-
sazione cedeva man mano terreno alla più
intima emotività o alla più sottile speculazione
intellettuale. E non ripeto quale sia stata l’in-
clinazione emotiva o intellettuale dei diversi
movimenti estetici di questo periodo: appas-
sionati, persino furenti di motivi morali e
psicologici i fauves e gli espressionisti; lucidi
e razionali i cubisti e i futuristi.

Con l’arte astratta l’oggetto viene del tutto
accantonato, e non dico, col solito motivo
superficiale degli avversari, per un’incapacità
di saperlo rappresentare (tutti i primi astrat-
tisti provengono dall’arte figurativa e persino
da pregevoli studi accademici), o per un’anar-
chica negazione del mondo reale, o per una
frigidità intellettuale. Su queste due ultime
ragioni ci si può intendere, e possono anche
essere ravvisate come motivo suggerente di
alcune soluzioni astrattiste. Però si può dire
del pari, e non per mera ritorsione polemica,
ma basandosi sulle opere, che all’origine del-
l’arte astratta si ritrova anche un acuto desi-
derio di attingere l’assoluto spirituale, che po-
trebbe coincidere con l’assoluto religioso. E
se il termine “astratto” richiama istantanea-
mente un principio intellettuale, di rigorismo
razionale, si può anche osservare che moltissi-
mi esempi dell’arte astratta, si vedano le prime
opere di Kandinski, discendono da un’estrema
apprensività dell’immaginazione, da una sottile
fioritura di emozioni liriche. L’accantonamento
della realtà non avvenne sempre e solo per il



desiderio di negarla; ma per il bisogno di
allargare la conoscenza dello spazio fisico e
intellettuale entro cui esiste l’uomo, per gua-
dagnare un’altra dimensione oltre quella fisica
e oggettiva.

Del resto l’espressione di un sentimento,
di un’emozione, e di un’idea poetica senza
ricorrere al mondo naturale, è sempre stata
attuata sia dalla musica che dall’architettura,
basandosi soltanto su mezzi e leggi stretta-
mente propri, al di fuori di ogni rappresenta-
zione imitativa, imponendo anzi al mondo
reale una propria e distinta oggettività. L’arte
astratta tende a esprimersi soltanto con gli
procedimenti autonomi attuati dalla
musica e dall’architettura. E non è per nulla
un caso che proprio appoggiandosi all’una o
all’altra, abbiamo già le prime distinzioni, le
prime due grandi suddivisioni dell’arte astrat-
ta: Kandinski e Klee da un lato, appoggiati
alle qualità liriche, musicali della sensibilità;
e dall’altro lato Kupka e Mondrian, appoggiati
alle facoltà deduttive e logiche, matematiche,
dell’architettura. E proprio osservando la loro
evoluzione, fra il 1910 e il 1912, vediamo che
non si tratta di un salto eversivo, ma di un
coerente sviluppo dalle premesse dell’arte
espressionista per Kandinski, e dell’arte cubista
per Mondrian. Difatti i primi dipinti astratti
di Wassili Kandinski, pittore di origine russa
trasferitosi a Monaco, giusto fra il 1910 e il
"12, si chiamano /mprovvisazioni come certe
pagine musicali, e il colore a macchia, a lace-
razioni, e il disegno a filamenti nervosi dentro
aloni di luce colorata, hanno la sonorità im-
provvisa dei suoni e la stessa tendenza evoca-
tiva; e quelli di Piet Mondrian, pittore di
origine olandese, si chiamano Composizioni o
Ritmi, e tendono a creare spazi, ritmi e rap-
porti geometrici appunto nella regola di una

stessi

visione architettonica. In questo secondo caso
l’allontanamento dall'oggetto è graduale, per
selezioni formali di stadi successivi dall’imma-
gine; e tipica resta la sequenza dei sei dipinti
di Mondrian tra il 1910 e il 1911 sul tema
dell’A/bero, di cui man mano il pittore ne
semplifica l’apparizione, finché i rami, progres-
sivamente spogliati del loro senso figurale di-
ventano pure linee curve, ritmo geometrico.

Questo progressivo distacco dalla rappre-
sentazione dell’oggetto, da una parte per rag-
giungere l’autonomia dell’emotività del colore
e dall’altra parte l’intellettualità della geometria,
è il carattere distintivo dell’arte astratta fra il
1g1o e il 1916, con l’avvertenza che certi di-
segni astratteggianti di Picasso portano la
data del 1909 e pare che il lituano Tchurlianis
già dal 1906 avesse compiuto il primo quadro
astratto: ma è da provare. Sta di fatto che
questo processo di autonomia dal riscontro
oggettivo o di natura si rileva in certe opere
cubiste, di Picasso, Braque, Metzinger; è
ravvisabile anche in opere futuriste, quali
l’ Automobile in corsa di Russolo del 1913, il
Dinamismo di un ciclista di Boccioni dello stes-
so anno, e la P/asticità di luci per velocità di
Balla, pure del 1913. Questa esperienza, me-
diata a dire il vero dai cubisti francesi e dai
futuristi «italiani (Marinetti fu in Russia nel

Piet Mondrian: “ Composizione” con rosso, giallo, blu -
1927. L’artista olandese, morto nel 1944, è qui rappre-
sentato da una delle opere più significative. Dietro le
sue composizioni apparentemente facili ed elementari,
vi è la ricerca di un'armonia assoluta, di un “equili-

Igio per alcune conferenze a Mosca e a
Pietroburgo), diventano essenziali per com-
prendere l’origine delle opere di Michele
Larionov e dei compagni che formano il
gruppo del “Raggismo”, basato sulla ricerca
di un’uscita dallo spazio tridimensionale €
dall’idea di tempo quotidiano, per rappresen-
tare la dinamicità della luce e della sua propa-
gazione ideale, in uno spazio-tempo più in-
tuitivo che fisico.

“Suprematismo” è invece il termine
da Casimiro Malevic (un altro pittore russo che

È usato



brato rapporto” fra la posizione e la misura dello spazio
colorato, come dice lo stesso Mondrian in uno degli
scritti in cui ha teorizzato la sua concezione della
pittura. L'architettura moderna deve a Piet Mondrian
molte delle sue ispirazioni.



ebbe contatti con Marinetti e fu nel 1912 a
Parigi) per definire la sua attività pittorica. La
sua coerenza astratta punte di
un’asperità intellettuale che si potrebbe dire
mistica. Il suo “manifesto” per la difesa di
un’astrazione che si basasse sulle figure più
elementari della geometria, è del 1915; ma già
dal 1913 aveva esemplificato quel suo rigore
formale con un dipinto esposto a Mosca, e
ora al Museo d’Arte moderna di New
York, intitolato Quadrato nero su fondo bianco.
Toccava cioè in quell’anno il punto estremo

raggiunse



dell’astrazione soggettiva, in una specie di
delirio freddo, di esaltazione dell’idea del
nulla. Disse infatti, a spiegazione di quel di-
pinto: « Quel quadrato non era un quadrato
nero, ma la sensibilità dell’assenza dell’og-
getto ». Tre anni dopo espone Quadrato bian-
co su fondo bianco e quel suo dipinto è l’equiva-
lente, in pittura, dell’estremismo poetico rap-
presentato dalla “pagina bianca” di Mallarmé.

In questa linea rigorosa si muove anche il
neo-plasticismo di Piet Mondrian (1872-1944).
Dopo un breve periodo di pittura naturali-
stica, verso il 1908 Mondrian trascorre un
lungo periodo in un'isola del Mare del Nord.
Le vaste distese marine, la chiarità circostante,
gli orizzonti liberi in un’immensità di spazio
che si colora per lente variazioni della luce, le
notizie della pittura divisionista di Seurat e
di Signac lo spingono a tentare una pittura
in quel senso, con colpi di colore rari e spar-
titi sulla tela con un’idea già chiara in mente
di un’essenzialità cromatica e di limpido ritmo
spaziale. La luce è cioè distesa dentro questi
primi quadri della lunga carriera di Mondrian
con l’intenzione di rarefare la visione realistica
in una visione idealistica, già inconsciamente
astratta.

Un viaggio a Parigi nel 1911,che si prolunga



In queste pagine, le opere di tre astrattisti il cui
punto di origine si può far risalire alle esperienze
di Kandinski e di Klee, che si distaccano dalla
rappresentazione dell’oggetto, delle “cose”, per
tentare di esprimere un’emozione con il puro im-
piego del colore e del segno.



“Concetto
Bissier:

a sinistra: (in alto) Lucio Fontana:
spaziale” (1958); (in basso) Julius
“28. Dez. 38. 3”.

per qualche tempo, gli fa conoscere il primo
tempo, quello analitico, del cubismo di Pi-
casso, di Braque e di Léger. Già la sua ten-
denza intimista lo aveva tenuto discosto
dalla pittura sfarzosa e gridata degli espres-
sionisti tedeschi, di Nolde, di Pechstein, di
Kirchner, accesa di fiamme cromatiche, di de-
formazioni figurali, dominata da turbamenti
sentimentali, di impulsi ribelli e di confuse
aspirazioni di annientamento. Gli incontri
parigini chiariscono e rinforzano le sue istin-
tive preferenze per la semplificazione, per una
pittura di puri rapporti spaziali, di calme equi-
valenze cromatiche, con un’apertura continua
verso le sospese vertiginosità dell’infinito idea-
le. È chiaro che Mondrian tendeva ad affer-
mare la misura dell’intelligenza sul flusso
turbolento dell’emotività espressionistica, il
fuoco trasparente dell’idea, un ordine di armo-
nie matematiche che disperde le confusioni,
distingue l’immobilità dell’universale dal bru-
licare del particolare e dall’empirismo dei sensi.
Nel corso di tre anni, nella serie notissima
delle nature morte col vaso o dell’albero dai
rami spogli, ripresi a distanza di tempo con
l’accanita scienziato che
insegua una verità intravista, arriva ai dipinti
del 1914 di ispirazione cubista, ma con imma-



ostinazione di uno



sopra: Hans Hartung: “T 1951 - I, 1951”.

nella pagina accanto: Paul Klee: “Attenuazione” -
1938. Nello svizzero Klee la rappresentazione pittorica
delle qualità liriche e musicali della sensibilità raggiun»
gono l’espressione più alta. Klee era stato uno dei
capiscuola dell’ Espressionismo. A questo proposito ri-
mandiamo i nostri lettori anche al capitolo dedicato a
questo movimento artistico, pubblicato nel numero
2.1962 della nostra rivista.

gini ancor più rarefatte, con un senso più
vivo della geometria, dove gli oggetti o le
figure non offrono più che un leggero sup-
porto a quella visione di puri ritmi, a quella
costruzione di elementi essenziali. Si direbbe
che semplifichi e riduca la figura della realtà
di ogni frangia illusoria per ridurla a un segno
originario, a un ritmo infinito, a una vibra-
zione continua. Ed è necessario tener conto,
per togliere di mezzo l’eventuale sospetto che
il processo di riduzione all’assoluto essenziale
avvenga per una specie di avventura inconscia
e incontrollata, delle pagine di critica e di
meditazione estetica che Mondrian comincia
a scrivere, in cui replica l’idea di una pittura
in “funzione universale”, oppure di “espres-
sione più pura dell’interiorità”, e ancora come
“equilibrato rapporto fra la posizione e la
misura dello spazio colorato”.

Questa perentoria operazione intellettuale
sfocia verso il 1920 in quella rappresentazione
del quadrato, in quella variazione e calcolo
geometrico e cromatico dello spazio come
pura emanazione di un’idea, di un’equivalenza
plastica. La bellezza che ora ricerca Mondrian
non sta nelle cose o nell’onda dei sentimenti
che le investono. Abolito l’incomposto fluire
della cronaca e dell’emozione, rifuggita ogni







accidentalità offertagli dalla realtà esteriore per
affidarsi all’ordine universale, abolisce anche
ogni altra illusorietà di prospettiva spaziale,
di illuminazione cromatica, per l’assolutezza
di un’idea platonica, di una visione metafisica
che non è più ineffabile ma ormai afferrabile
con questa concreta armonia del numero e
della geometria.

L’assenza, il nulla, come già nel Suprema-
tismo di Malevic, poteva essere il rischio
finale della sua ricerca pittorica. Si può dire
oggi che l’artista perdeva di vista la concre-
tezza della vita quotidiana, in definitiva la
storia dell’uomo, per fondare sul razionalismo
e sull’ordine primordiale della geometria la
sua estetica, anzi la suo moralità d’esistenza.
Forse mai in pittura si era incarnato in modi
così perentori quello che Pascal definì « l’esprit
de géometrie », il dominio cioè della mente
sull’incomposto agire della cronaca e dell’ec-
citazione emotiva. Sopra il filo di una tale
rigida disciplina è anche facile rischiare l’ari-
dità, uscire dalla vita per la frigidezza cere-
brale. Ma si vorrà anche tener conto che nel-
l’assolutezza ideale e litica insieme della crea-
zione di Mondrian si esce dal mondo confuso,
si riconferma la chiarezza classica, che nell’ar-
monia intellettuale scorge la vittoria sul tra-
gico quotidiano. La linea ferma che divide lo
spazio bianco di un dipinto di Mondrian, quel
quadrato di spazio occupato da una stesura
di colore compatta come una condensazione
cristallina, quel rapporto essenziale di propor-
zioni e di bilanciati accordi, assomiglia allora
alla speculazione attorno ai valori e alle figure
fondamentali dell’ordine universale. Il nume-
ro d’oro di Pitagora, la liricità assoluta dei
teoremi di Euclide, il margine della divinità
toccato non più dall’intuizione sentimentale
degli artisti e dei mistici barocchi, ma da questo
calcolo matematico e geometrico che rispec-
chia la poesia nelle sue clausole più pure e
ideali, immobili come gli archetipi vertignosi
di Platone. E proprio nel fatto che nessuno,
anche gli avversari più recisi, può misconoscere
la forza di moralità, oltre che estetica, che si
sprigiona da questa paziente e lunga creazione
pittorica, sta la riprova che il fuoco bianco di
questa lucida razionalità non esclude il calore
della presenza umana di chi l’ha condotta fino
a queste assolutezze.

Abbiamo in tal modo indicato i semi origi-
nari dell’arte astratta, da cui si dirameranno per
infinite esperienze le varie posizioni dell’ Astrat-
tismo. Verso l’Italia si è già fatto cenno al
proto-astrattismo di Balla e di Boccioni. Verso
il 1930 si avverte una coscienza più riflessiva
e radicale in un altro gruppo di pittori: Alberto
Magnelli, che vive a Milano, o il gruppo di
Como e di Milano, con Mario Radice, Manlio
Rho, Enrico Radice, Gino Ghiringhelli, Mauro
Reggiani, Oreste Bogliardi, Atanasio Soldati,
Osvaldo Licini, i quali lanceranno il primo
“manifesto” astrattista italiano nel 1933, nel
corso di una mostra milanese. La geometria
dinamica di questi artisti parve in quel tempo
una negazione di ogni valore d’immaginazione.
Era invece un modo diverso e più idoneo per
avvicinare ed esprimere la realtà interiore, il

proprio ideale di creazione pura, il vasto regno
delle figure ideali e assolute. In una lettera del
1935 ai colleghi milanesi, Osvaldo Licini ri-
sponde alle polemiche affermando: « Dimostre-
remo che la geometria può diventare senti-
mento ». Non è una battuta polemica, è l’in-
tuizione di un poeta che ha avvertito come il
mondo della realtà si sia allargato fino a in-

cludere gli assoluti del pensiero, la mobilità
di una riflessione lirica sugli spazi ulteriori
agli oggetti e alle figure della natura. La marea
accademica dell’ Astrattismo internazionale, che
si è riversata su queste primarie e fondamentali
esperienze, non toglie nulla alla verità e neces-
sità di queste affermazioni e delle opere che
ne sono derivate.



34

L'inchiesta
sulla nostra
stampa
aziendale

Nel settembre dello scorso anno decidemmo di svolgere un’in-
chiesta tra i lettori della nostra stampa aziendale, e in particolare della
rivista Italsider, per conoscere la loro opinione in proposito.

I primi interrogativi che ci venivano spontanei erano naturalmente:
che cosa ne pensano della nostra rivista i 50.000 lettori interni ed esterni
ai quali essa viene inviata? Che cosa ne pensano dei notiziari i 38.000
lettori interni?

Ma quando cominciammo a sederci attorno ad un tavolo, insieme
agli esperti di una società milanese specializzata in consulenze indu-
striali (la “Pietro Gennaro e Associati”), per chiarirci gli obiettivi
dell'indagine che intendevamo svolgere, ci rendemmo subito conto
che quelle domande, anche se erano le prime che ci venivano alle
labbra, dovevano essere precedute da un’altra, molto più, o almeno
altrettanto, importante: chi erano i nostri lettori ?

Poteva sembrare una domanda ovvia, ma non era così.

L’aniverso dei nostri lettori (universo è la parola che i sociologhi
usano quando devono indicare sinteticamente una collettività, un
gruppo di persone di cui studiano il comportamento) era solo appa-
rentemente omogeneo.

In realtà appena cominciavamo ad esaminarlo meglio, ci accorge-
vamo che era invece molto eterogeneo.

C'erano i 38.000 dipendenti, legati da uno stesso lavoro, da co-
muni interessi, è vero, ma dislocati in nuclei grossi e piccoli, sparsi
in 14 stabilimenti e sezioni di stabilimento, da Genova a Trieste, a
Napoli, a Taranto, e in vari uffici vendite e di rappresentanza, senza
contare la sede centrale. Tutti nuclei, quindi, con particolari interessi
locali, spesso con modi di vita e tradizioni diverse. Poi c’era tutta
la gamma delle qualifiche, di cui bisognava pure tener conto, con
aspetti e proporzioni diverse da stabilimento a stabilimento, secondo
che si trattasse di grandi centri a ciclo integrale o di stabilimenti di
seconde lavorazioni. Poi c'erano gli stabilimenti del Nord, con minor
numero di analfabeti, e quelli del Sud, dove purtroppo l’analfabetismo
registra ancor oggi percentuali più alte. C'erano ancora i famigliari,

e anche di essi bisognava tener conto, se volevamo che la nostra in-
chiesta fosse completa.

C'erano, infine, i 12.000 lettori esterni della rivista. Circa 5.000
di essi erano laureandi in ingegneria, ai quali proprio in quel periodo
avevamo cominciato ad inviare sistematicamente la nostra pubblica-
zione, d’accordo con gli uffici di selezione e addestramento.

Gli altri 7.000 esterni erano quanto di più eterogeneo si potesse
pensare: clienti, fornitori, personalità, autorità locali e centrali, parla-
mentari, studiosi e tecnici dei più diversi rami, giornalisti, letterati,
artisti, biblioteche, ambasciate eccetera. Erano, per dirla in due parole,
i componenti di quel gruppo relativamente ristretto di persone ed
istituzioni che si sogliono definire “formatori della pubblica opinione”.
Sono coloro ai quali la rivista viene inviata non solo perché sono ad
essa interessati, per diverse ragioni, ma anche perché le loro autorevoli
opinioni sono suscettibili di influenzare quella di molte altre persone.

Da tutte queste considerazioni apparve insomma indispensabile
porre come primo obiettivo dell'inchiesta la definizione del profilo del
lettore.

Per ottenere questo, bisognava determinare:

1) le caratteristiche e le abitudini di lettura dei destinatari della
rivista e dei notiziari: chi erano e guanti erano (cioè, quanti leggevano
effettivamente la nostra stampa aziendale);

2) il grado di interesse per la rivista e i notiziari;

3) il ruolo che la nostra stampa aziendale giuoca nell’àmbito
della famiglia dei lettori.

Fissammo poi un quarto obiettivo, complementare ma ugual-
mente interessante: la determinazione delle abitudini di altre letture,
di ascolto della Rai/Tv e, in generale, di impiego del tempo libero da
parte dei lettori interni e, tra i lettori esterni, degli studenti universitari.

Di fronte a questi quattro obiettivi, c'era da porsi un altro pro-
blema: quale tecnica scegliere per il più efficace svolgimento dell’in-
chiesta. Naturalmente il sistema migliore, che garantisce il cento per
cento di attendibilità, sarebbe stato quello dell'intervista diretta, del
colloquio a quattr’occhi con tutti i lettori. Ma intervistare 50.000 per-
sone, cioè andarle a rintracciare fisicamente a casa, sottoporre loro
una serie di domande e sentire anche qualche famigliare, sarebbe stato
un lavoro immane, per il quale sarebbe occorso un gran dispendio di
tempo, un forte numero di intervistatori e un troppo complesso lavoro
di analisi dell'enorme massa di dati che si sarebbe ricavata.

Seconda soluzione era un referendum con una scheda, un for-
mulario da inviare a tutti perché lo riempissero. Rinunciammo anche
a questo sistema per due ragioni: la prima era che esso non ci dava la
possibilità di definire esattamente il lettore. Le schede non ci avreb-
bero cioè permesso di definire i lettori effettivi e i non lettori perché non
ci sarebbe stata nessuna possibilità di controllare se le risposte erano
attendibili. Non ci era possibile, in altre parole, porre ai lettori certe
domande di controllo per accertare se, quando affermavano ad esempio
di leggere tutti i numeri della rivista e dei notiziari da cima a fondo,
dicevano il vero, o raccontavano invece una bugia vergognandosi di
confessare che a loro la nostra stampa aziendale interessa pochissimo
o addirittura che non la sfogliano nemmeno. Era indispensabile, in-
somma, alla nostra inchiesta, di avere gli strumenti adatti ad individuare
le eventuali ‘componenti di prestigio” che potevano falsare le risposte.

La seconda ragione per cui rinunciammo al referendum era che
il sistema delle schede non ci dava la possibilità di estendere i risultati
ottenuti all’intero “universo” dei destinatari. E ciò perché il “campione
dei rispondenti”, cioè il numero più o meno alto di schede che ci
sarebbero state restituite debitamente compilate non sarebbe stato
rappresentativo. Questo è un termine che usano gli esperti di inchieste
per indicare che un determinato numero di persone, scelto come cam-
pione in un gruppo più ampio, lo “rappresenta” (intervistare il cam-
pione è, insomma, come intervistare tutto il gruppo, tutto l’ “uni-
verso” di cui si vuol sapere l’opinione).

Solo in due casi il campione ottenuto con il sistema delle schede
sarebbe stato rappresentativo: se avessero risposto tutti o quasi i 50.000
lettori (ma è regola costante che le schede vengano restituite solo da
un gruppo abbastanza ristretto di interpellati), o se il campione dei
rispondenti fosse stato casua/mente rappresentativo (ma non ci sarebbe
stato modo di controllarlo).



C'era anche la possibilità di ricorrere alla tecnica della discussione
di gruppo. Essa consiste nell’intervistare un gruppo “ragionato” di
lettori (di solito poche decine di persone, al massimo), scelti tenendo
conto di determinate ipotesi sulla struttura dell’ “universo” dei
destinatari della rivista e dei notiziari.

Questa tecnica avrebbe potuto fornirci indicazioni interessanti
sulla impostazione della nostra stampa aziendale (ciò che è gradito,
ciò che non è gradito) ma si sarebbe sempre trattato di informazioni
di carattere esclusivamente qualitativo e non quantitativo. Per esempio,
non avremmo mai potuto sapere, con il sistema del “gruppo”, quanti sono
i lettori effeztivi (che è quello che conta di più), quanti veramente leg-
gono la rivista e i notiziari, e poi quanti altri della famiglia li leggono.
E questo perché, per strutturare bene un “gruppo”, allo scopo di avere
i risultati più approssimati possibili, sarebbe necessaria un’indagine
sociologica troppo complessa e, soprattutto, troppo costosa per un
“universo” di 50.000 lettori.

In conclusione, si pensò di ricorrere ai metodi classici delle ri-
cerche di mercato, cioè ad un’indagine su un campione di 2.000 de-
stinatari della stampa aziendale, estratti a sorte e intervistati diretta-
mente nelle loro abitazioni.

Di questi 2.000 lettori, 1.600 erano dipendenti estratti casual-
mente tra quelli degli stabilimenti di Cornigliano (‘Oscar Sinigaglia”),
Piombino, Bagnoli e Lovere (4oo lettori per ogni stabilimento), natu-
ralmente tenendo conto delle proporzioni tra operai, impiegati e di-
rigenti. Quindi, tre stabilimenti a ciclo integrale dislocati rispettiva-
mente nel Nord, nell’ Italia centrale e nel Sud, e uno stabilimento di
seconde lavorazioni, situato al Nord, vicino a Bergamo.

Altre 400 persone furono estratte a sorte tra i lettori esterni. Di
esse, 150 erano studenti universitari, residenti a Torino, Milano, Geno-
va, Roma e Napoli.

Un campione scelto in questo modo, come è dimostrato da una
lunga esperienza (e da una serie di formule matematiche che non è
qui il caso di riportare), fornisce risultati con un grado di attendibi-
lità di circa il 95%. Questo vuol dire che i risultati quantitativi sono
“veri” con un minimo scarto per eccesso o per difetto.

Le interviste sono state effettuate durante tutto il mese di no-
vembre dello scorso anno da un gruppo di una cinquantina di inter-
vistatori opportunamente addestrati. I colloqui con i lettori estratti
dovevano avvenire, come si è detto, nelle abitazioni, durante le ore
di riposo. Gli intervistatori si sono serviti di tre questionari diversi:
uno per i dipendenti, uno per gli esterni in genere e uno per gli
studenti universitari.

Il questionario per l’intervista ai dipendenti era naturalmente il
più ampio. Esso comprendeva ben cinquantadue domande, ed era
stato precedentemente messo a punto mediante una ventina di inter-
viste di prova condotte personalmente da esperti dello ‘staff’ della
Gennaro e da una decina di interviste condotte da uno psicologo allo
scopo di predisporre alcune domande, chiamate “test proiettivi”, che
servono a ottenere certe risposte dalle quali gli esperti sanno trarre
indicazioni particolari.

Gli intervistati hanno mostrato un notevole interesse per l’inchie-
sta. Pare, a quanto ci è stato riferito, che la maggior difficoltà incon-
trata dagli intervistatori (che avevano un preciso “ruolino di marcia”
da seguire) sia stata spesso quella di “sganciarsi” dall’intervistato.
Dopo un primo momento di legittima freddezza e diffidenza, il ghiac-
cio si rompeva e i lettori intervistati erano prodighi di risposte e di
informazioni, chiamavano a raccolta la famiglia, offrivano un caffè
al bravo giovanotto o alla signorina, ponevano a loro volta delle do-
mande, da intervistati si trasformavano in intervistatori...

Diamo ora una sintesi dei risultati più interessanti.

Il primo risultato di rilievo è consistito nella determinazione del
numero dei “lettori” della rivista. Complessivamente essi sono 1 87%
dei dipendenti e il 100%, dei destinatari esterni. Solo il 13% dei di-
pendenti ha dichiarato di non aver mai letto la rivista. Presso gli esterni
questa dichiarazione è del tutto assente. È da notare che gli intervi-
statori non si sono accontentati di una semplice affermazione di let-
tura, ma hanno verificato l’esattezza delle dichiarazioni attraverso il
ricordo del contenuto degli ultimi numeri ricevuti dall’intervistato (i

35

Il giudizio dei lettori sulla Rivista

su 100 lettori interni



negativo

indifferente

positivo
su 100 lettori esterni



negativo



100 numeri della Rivista vengono letti da 100 dipendenti più altre 70 persone:
il coniuge, i figli, i parenti e amici,

I lettori della Rivista Italsider

su 100 destinatari interni





lettori abituali non lettori

su 100 destinatari esterni

lettori occasionali



lettori abituali lettori occasionali

Abitudini di altre letture dei dipendenti

lettori abituali (51%) lettori occasionali (36%)

+ non lettori (13%)







tra i lettori abituali della Rivista
il 48% legge anche altre pubbli-
cazioni, il 3%; legge solo la Rivista

tra i lettori occasionali e i non let-
tori il 43%; legge altre pubblicazio- |
ni, mentre il 6%, non legge nulla |

Impiego del tempo libero

su 100 dipendenti intervistati seguono:

radio dischi televisione calcio cinema

36

numeri 3 e 4 del 1962). Egli veniva invitato ad elencare e a descrivere
gli argomenti trattati, prima mostrandogli la sola copertina, poi, in
caso di difficoltà a ricordare, il sommario e quindi sfogliando la rivista.
Gli intervistatori, che conoscevano il contenuto dei singoli articoli nei
minimi dettagli, ponevano man mano che sfogliavano la rivista oppor-
tune domande rendendosi conto di quali erano gli articoli letti o
scorsi dagli intervistati.

Si è trattato di un controllo rigoroso al punto da inserire nel
sommario due titoli inesistenti, per permettere la determinazione della
“soglia di attendibilità” sotto la quale non venivano più considerate
significative le risposte ottenute.

È stato considerato /z/ore della rivista il destinatario che, oltre
ad affermare di leggerla, era in grado di ricordare con un certo det-
taglio il contenuto di almeno un articolo o fotografia. Tra i “lettori”,
il 51% dei dipendenti è risultato composto di “lettori abituali”, e il
36% di “lettori occasionali” della rivista. Sono stati definiti tali coloro
che, non avendo letto per vari motivi i due ultimi numeri, erano però
stati in grado di ricordare, senza alcun aiuto, articoli apparsi in numeri
precedenti a quelli oggetto dell’indagine. Tra gli esterni, le percentuali
sono più alte: 84% di lettori abituali e 16 % di lettori occasionali.

Un dato interessante (che va ad onore degli intervistati) è che
la verifica rigorosa delle dichiarazioni di lettura non ha abbassato sen-
sibilmente la percentuale dei lettori (8% di scarto per i dipendenti, 3%
di scarto per gli esterni): i nostri sono insomma lettori generalmente sinceri.

È sembrato particolarmente indicativo anche analizzare, secondo al-
cune caratteristiche socio-culturali, coloro che sono stati definiti “lettori”.

Se si esaminano ad esempio gli indici di lettura suddividendo i
lettori secondo le qualifiche e l’età, si ha che in media, a parità di qua-
lifica, la lettura della rivista è maggiore presso i giovani e che a parità
di età è più letta da coloro che hanno qualifiche più alte. L’esame
dell’indice di lettura secondo gli stabilimenti (per i soli lettori che
abbiamo prima definito “abituali’’), vede al primo posto Lovere
(56,1%), seguito da Cornigliano (52,6%), da Piombino (48,1%) €,
ultimo, da Bagnoli (47,1%).

Un indubbio indice dell’interessamento per la rivista è che oltre
un terzo dei destinatari ne conserva tutti î numeri. Altri, invece, conservano
solo i numeri in cui hanno trovato qualche articolo che li aveva par-
ticolarmente interessati.

La rivista non viene letta soltanto dal destinatario, ma anche da
altre persone. Nel 6o % dei casi essa è letta nella cerchia dei fami-
gliari (soprattutto dal coniuge e dai figli) e nel 20 % circa dei casi
da parenti, amici, vicini di casa eccetera.

Sommando i lettori dipendenti e gli altri lettori si rileva che le
38.000 riviste spedite ai dipendenti vengono lette da circa 61.000
persone, va/e 4 dire 1,7 persone per copia (cento copie sono lette dunque
da 170 persone).

Vediamo ora il giudizio sulla rivista.

La grande maggioranza degli intervistati (95% dei dipendenti e 92%
degli esterni), si è espressa positivamente nei confronti della rivista.

Per individuare con chiarezza l’atteggiamento dei dipendenti verso
la nostra pubblicazione, gli eventuali motivi di non lettura e il profilo
delle persone che non la leggono, era stato approntato un test proiet-
tivo, cui si è già accennato. Esso consisteva in nove frasi che ciascun
intervistato era invitato a completare (ad esempio: trovo piacere
quando ricevo a casa la rivista perché mi sembra...). Questo test ha
confermato l’atteggiamento largamente positivo.

Le motivazioni espresse mettono in rilievo che la rivista è consi-
derata un mezzo di collegamento con l’azienda: co/legamento di tipo infor-
mativo volto alla conoscenza degli aspetti produttivi e sociali della vita aziendale.

Vediamo alcune delle risposte date. Fra le positive motivate pre-
valgono quelle che indicano la rivista come: motivo di collegamento
con lo stabilimento; pubblica argomenti che ci riguardano; serve ad
aggiornare i dipendenti e i famigliari; è un passatempo per gli operai;
riesce ad istruire gli operai; ha uno scopo culturale; serve a tenere
uniti i dipendenti; fa conoscere cose nuove; è un segno di conside-
razione verso i dipendenti; dà un senso di compagnia.

Vi sono poi i giudizi positivi ma non motivati; trai più curiosi, quelli
che considerano la rivista “comoda”, “riposante”, “una novità strana”.

Quanto ai giudizi negativi sulla rivista, se la loro percentuale è
minima, non mancano tuttavia di “mordente”: preferisco il notiziario;
non dà piacere; è noiosa; è poco interessante; manca qualcosa; è futile;
serve a fare propaganda, a modificare il parere degli operai; è un com-
promesso... Per fortuna, in totale, questi ed altri severi giudizi consi-
mili non rappresentano che il 5% del totale. Sono però giudizi dei
quali noi ci sforzeremo di tener conto nel nostro lavoro.

E veniamo alle preferenze dei destinatari della rivista nei riguardi
degli articoli pubblicati.

Ecco una tabella in cui sono indicati gli articoli più ricordati nei
due ultimi numeri in esame:



dipendenti esterni

% %

Sculture nella città 35 49
Gli ingegneri dell’ Italsider 32 20
Costruito a Lovere 20 3
I colori dei minerali di ferro 19 14
La siderurgia olandese 18 23
L’ingegnere, oggi 16 15
La siderurgia italiana a Mosca 16 24
MEC: prospettive per il gruppo IRI 13 26
La XXXI biennale di Venezia 8 23
Il museo del cinema a Torino 6 21
Valore estetico e sociale del disegno industriale 4 28
totali 187 246

Le risposte ottenute denotano uno spiccato interesse dei lettori
della rivista, sia dipendenti che esterni, verso tutti quegli argomenti
che direttamente o indirettamente si ricollegano all’attività dell’ Ital-
sider e alle sue manifestazioni di natura tecnica, economica, culturale
e sociale. /n questo senso è significativo che presso interni ed esterni sia al primo
posto nell’interesse un articolo come “Sculture nella città”, nel quale l'elemento
tecnico e quello culturale si trovano strettamente uniti în una iniziativa di cui
l’Italsider è stata la promotrice.

Presso gli esterni la graduatoria delle preferenze è poi ovviamente
diversa da quella manifestata dai dipendenti e alcuni articoli più stret-
tamente connessi con la vita aziendale passano agli ultimi posti. Esiste
tuttavia un’area comune di interessi, rappresentata da quegli articoli riguar-
danti appunto gli aspetti tecnici, produttivi e umani dell’ Italsider.

Sempre allo scopo di individuare le preferenze dei lettori, è stata
sottoposta agli intervistati una lista di temi tra i quali scegliere quelli
che essi vorrebbero vedere trattati di preferenza dalla rivista.

Ecco la tabella relativa.



ARGOMENTI dipendenti esterni
% %

sull’ Italsider 76 61
divulgativi tecnico-economici 72 87
sindacali 48 4T
reparti 43 45
processi produttivi 39 52
arte e teatro 28 41
totali 306 333

Come si può notare, la tabella conferma l’esistenza di un’area co-
mune di interessi fra i due gruppi di destinatari.

L’inchiesta ha dato altri elementi interessanti e anche curiosi.
Ad esempio, alla domanda: «secondo Lei per chi è fatta la rivista
Italsider? » si sono avute risposte diverse a seconda che l’intervistato
fosse un dipendente, un esterno, uno studente. La maggioranza ritiene
che la nostra pubblicazione sia diretta esclusivamente 4/4 sua categoria.
È un elemento molto importante, questo, perché significa che ognuno
trova nella rivista qualcosa di utile, degno di essere letto e ricordato.

Qualche altra curiosità: ogni numero della rivista viene letto dai di-
pendenti in media durante 2 ore e 40 minuti e viene preso in mano per



la lettura 3,3 volte. Il 46,6% dei destinatari preferisce leggerla di sera
e di essi l’ 8,3% a letto.

Alcune domande dell’inchiesta riguardavano anche i vari notiziari.
Data la diversità del loro contenuto (ciascuno di essi, come è noto, è
diretto ai dipendenti di un determinato stabilimento), era difficile
trarre dei risultati generali che potessero essere molto indicativi. //
giudizio sui nostri giornali mensili è comunque nettamente positivo (87%).
La maggioranza degli intervistati ritiene che i notiziari siano fatti per
tutti i dipendenti indistintamente.

Ecco una tabella con gli argomenti che più hanno ricordato i
lettori dei notiziari:

ARGOMENTI E RUBRICHE %
notizie sullo stabilimento 22,2
premiazione anziani 20,1
notizie sul cral 19,6
notizie sportive 10,6
notizie Italsider 9,9
cassetta delle idee 9,0
notizie su altri stabilimenti 3,3
altre risposte 20,5

totale 115,2

Ed ecco ora in ordine di preferenza gli argomenti che essi vor-
rebbero trattati:

ARGOMENTI %
notizie sullo stabilimento 56,0
notizie sui vari reparti 49,
notizie sugli altri stabilimenti 43,2
notizie sull’ Italsider 43,0
notizie sportive 36,8
notizie sindacali 36,0
statistiche sulla produzione 34,6
cassetta delle idee 32,0
notizie sulle aziende IRI 21,3
notizie sul cral 20,0
notizie e fotografie dei dirigenti 18,8
lettere alla redazione 14,7
piccoli annunci economici 13,1
nascite e matrimoni 10,3

totale 429,7

Desideravamo conoscere anche il parere dei lettori circa l’utilità
delle notizie contenute nei notiziari. Il 51% dei lettori preferisce da
questo punto di vista i notiziari alla rivista.

È questa una risposta che ci soddisfa particolarmente, in quanto
mostra che i notiziari assolvono entro limiti abbastanza ampi al com-
pito informativo che è loro proprio: quello di presentare delle notizie.
Una critica mossa ai notiziari è che le notizie sono spesso indirizzate
nel senso della pura e semplice comunicazione. Evidentemente, questi
lettori desidererebbero che le notizie fossero commentate, “spiegate”.
È un’altra indicazione della quale terremo conto.

L’inchiesta, come abbiamo visto, si proponeva anche di raccogliere
elementi sull’impiego del tempo libero da parte dei dipendenti. Co-
minciamo con le abitudini di 4/fre letture. Vi è un 6% di dipendenti
che non legge assolutamente nulla, e poi un 3% che non legge né gior-
nali né libri, 274 soltanto la rivista e i notiziari (ed ha potuto provarlo).

Solo la metà dei lettori interni av eva letto nel mese precedente
all’intervista un periodico in vendita. Fra quel 13% di destinatari
della rivista che avevano dichiarato di non leggerla mai, una larga
maggioranza (63% circa) non /egge mai nessun altro periodico. Questo
indica, ovviamente, che il loro atteggiamento di indifferenza nei con-

37

tronti della nostra rivista è, per gran parte, il riflesso del comporta-
mento che essi probabilmente hanno nei confronti della lettura in
genere.

Può interessare conoscere l’ordine di preferenza dei periodici
maggiormente letti dal personale:

% %

RIVISTE lettura RIVISTE lettura
Oggi 34,7 riporto 133,0
Epoca 27,3 Famiglia Cristiana 3,0
Tempo 26, Incom 2,2
Domenica del Corriere 12,4 Panorama 1,9
Selezione 7,8 Quattrosoldi 1,5
Europeo 6,6 Annabella 1,3
Gente 6,5 Espresso 1,2
Quattroruote 4,7 Le Ore 1,2
Grand Hotel 3,4 Grazia 12
Radiocorriere 3,0 Altre 26,0
a riportare 133,0 totale 172,5

Quanto ai libri, in media gli intervistati ne hanno letto uno negli
ultimi tre mesi. Al primo posto sono i romanzi gialli (36,9%) seguiti
dai romanzi d’intreccio (26,5), dai libri storici (21,2), di divulgazione
scientifica (15,4), dalle antologie (4,5), dalla fantascienza (2), da altri
libri (9). La preferenza per i gialli è meno pronunciata presso gli im-
piegati, che :preferiscono leggere libri di intreccio. In media gli in-
tervistati dedicano alla lettura in genere 24 ore al mese; il tempo
sale a 33 ore per i lettori di libri.

Passiamo allo sport. In media il 23,5% dei destinatari della rivista
pratica almeno uno sport, indipendentemente dalla loro qualifica. In
generale, i meno sportivi (in senso attivo) risultano i dipendenti di
Bagnoli. La-caccia è lo sport più praticato (solo a Cornigliano è superato
dal giuoco delle bocce). La qualifica influisce in modo rilevante sulla
pratica della caccia, del calcio e del tennis.

La metà circa dei dipendenti intervistati frequenta manifestazioni sportive.
Almeno 81 dipendenti su 100 assistono alle partite di calcio, con un
massimo a Bagnoli (87%).

L’ascolto della radio è più diffuso a Bagnoli (91,7%) e a Corni-
gliano (91,5%). Il giornale-radio è la trasmissione più ascoltata, seguito
da musica leggera, programmi sportivi, varietà, musica operistica,
musica classica.

Il 43,4% degli intervistati ascolta dischi dando larga preferenza
(88,6%) alla musica leggera, seguita da musica operistica e classica.

Anche per quanto riguarda l’abitudine di seguire la televisione,
i dipendenti di Bagnoli sono in testa: 90,6%, contro l’ 84,4% a Cor-
nigliano, l’ 86,3% a Piombino e il 75,1% a Lovere. In media il 58,1%
la vede a casa propria (ma a Bagnoli ben l’ 83,7% degli intervistati
possiede un apparecchio), il 26,4% in locali pubblici, il 15,5% in casa
altrui.

Lovere, dove abbiamo visto esservi la più forte percentuale di
lettori della rivista Italsider, è anche il posto in cui la televisione è
meno seguita. La trasmissione più seguita è il telegiornale. Vengono
poi: riprese sportive, film, spettacoli di varietà, tribuna politica, prosa.

L’ultima domanda riguardava il cinema: in media il 54,6% degli
intervistati era stato al cinema nell’ultimo mese. Ancora una volta Love-
re presenta la più bassa percentuale di frequentatori del cinematografo
(39,6%), mentre la più alta è a Piombino (78,3%).

Desideriamo qui esprimere il nostro ringraziamento a tutti î lettori che
hanno collaborato alla nostra iniziativa rispondendo pazientemente alle nume-
rose domande degli intervistatori. Ringraziamo naturalmente tutti. I molti,
anzi moltissimi che hanno dato della nostra stampa aziendale un giudizio fa-
vorevole, e coloro che hanno mosso delle critiche; î primi ci confortano con il
loro appoggio nel nostro lavoro, î secondi ci offrono motivi per riesaminare certe
nostre impostazioni, puntualizzare certe insufficienze e regolare i nostri stru-
menti per meglio raggiungere gli obiettivi che ci proponiamo.





Libri

Il nuovo
punto
di partenza

In un volumetto della collana economica di
Garzanti, “ Saper tutto”, Francesco Compagna
— direttore della rivista “Nord e Sud” e stu-
dioso dei problemi del nostro Mezzogiorno —
ripropone al lettore italiano la « questione meri-
dionale », col linguaggio scarno delle cifre e delle
tavole statistiche. Sbaglierebbe tuttavia chi pen-
sasse ad un libro arido o difficile, giacché nei
suoi nove capitoli è scritto in modo chiaro e tale
da aprire all’attento lettore non poche prospet-
tive di carattere economico, politico e sociale.

Dopo avere affermato che il problema del
Mezzogiorno di per sé non è insolubile, Com-
pagna passa in rassegna, sia pure rapidamente,
le singole questioni di cui esso si compone : da
quella demografica a quella dell’ineguale distri-
buzione dell’industrializzazione italiana, a quella
delle città medie, a tutte le altre connesse, e
insiste sulla necessità d’impostare studi, progetti
e realizzazioni in senso non banalmente empirico
e localistico, ma nel quadro più ampio e generale
dell’intera economia italiana, di cui il Mezzo-
giorno è e dev'essere parte integrante. Di qui,
secondo l’autore, l’insostituibilità dell'intervento
dello stato nei piani di sviluppo del Sud, in-
tervento che non è fatto per soffocare l’iniziati-
va privata, ma anzi per integrarla validamente
dove già c'è e per sostituirla là dove condizioni
obiettive lo richiedano. A questo proposito il
Compagna distingue due tipi di politica nel
Mezzogiorno : quello del 1950 di riforma agraria
e di preindustrializzazione e quello posteriore
al 1950 d’industrializzazione vera e propia
perseguita tramite organi e imprese statali e a
partecipazione statale. « La politica de! 1950 ».
afferma |’ autore « deve essere ripensata, aggi: r-
nata, integrata ». «Si tratta in primo lurgo di

Francesco Compagna

(CETEETIA

FRANCESCO COMPAGNA «La questione meridionale»;
Garzanti, Milano, 1963, 157 pagine, Lire 400,



portare a compimento l’esecuzione dei programmi
impostati e avviati come programmi di preindu-
strializzazione, avendo presente che non è più
tanto questione di grandi opere pubbliche (salvo
che per il settore dei trasporti e delle comunica-
zioni), quanto di « paziente costruzione civile »,
mediante interventi differenziati fra zone omo-
genee. Ma si tratta anche e soprattutto di im-
postare ed avviare l'esecuzione di nuovi pro-
grammi, programmi d’industrializzazione arti-
colati anch'essi sulla base d’interventi differen-
siati per zone omogenee » (parte III, pag. 117).
A queste conclusioni il Compagna arriva dopo
aver esaminato în un capitolo apposito, il primo
della parte II, i rapporti fra città e campagna
in Italia, diversi a seconda che si tratti del
Nord o del Sud.

« Gli economisti di scuole più moderne », scrive
l’autore, « hanno dimostrato che è indispensabile
promuovere l’industrializzazione del Mezzo-
giorno ; che è conveniente per tutti una espan-
sione în senso territoriale, verso il Mezzogiorno,
dello sviluppo economico del paese ; che è pos-
sibile creare “una parte ubicata a Sud del
sistema industriale italiano” ».

Industrializzare il Mezzogiorno vuol dire

dunque «sprovincializzarne » le prospettive di
vita e di lavoro, con quale vantaggio per l’Italia
e per la stessa Europa, è facile capire! Aver
presentato la questione meridionale con tanta
ampiezza di respiro, è merito non piccolo di
Francesco Compagna.
Riportiamo qui alcuni passi del secondo capitolo
della parte terza, intitolato «Il nuovo punto di
partenza » nel quale Compagna analizza le ca-
ratteristiche attuali dello sviluppo industriale nel
Sud. (F.B.)

«Nel passato il punto di partenza dell’in-
dustrializzazione era l’artigianato: “ dalle pic-
cole imprese si passava progressivamente alle
imprese medie e alle grandi imprese, e le
società giganti non apparivano che alla fine”:
alla fine, cioè, di un processo di selezione
assai efficace delle attività imprenditoriali.
Oggi, invece, © questo sviluppo graduale non
è possibile”: non è possibile perché, se si
vuole produrre economicamente, sono neces-
sarie, in moltissimi rami della produzione in-
dustriale, dimensioni assai ampie fin dagli inizi;
perché “il mercato locale è spesso già stato
conquistato da grandi imprese moderne ubi-
cate altrove”; perché solo in pochi rami del-
l'industria moderna (edilizia, tessili, alimen-
tari) “è ancora possibile una certa gradualità
di sviluppo”, ma si tratta di attività che da sole
“non sono riuscite e non riescono ad avviare
uno sviluppo industriale autonomo di rilievo”.

Gran parte delle imprese create con successo
nei paesi e nelle regioni che cercano di indu-
strializzarsi sono, quindi, grandi filiali o suc-
cursali di imprese importanti, pubbliche o
private, situate in un paese o in una regione
già industrializzati. È questo — la espansio-
ne in senso anche territoriale delle grandi in-
dutrie, e non più la selezione dell’artigianato
e della piccola industria locale, come nell’In-
ghilterra del XVIII secolo — il punto di
partenza dell’industrializzazione per una re-
gione o per un paese che affrontano oggi il
problema dello sviluppo economico; onde un
processo inverso rispetto a quello che addu-
ceva all’industrializzazione nel XVIII e nel
XIX secolo: dal grande al medio e al piccolo,
e non viceversa, nel senso che medi e piccoli
devono e possono diffondersi intorno ai gran-
di, come clienti dei grandi e in conseguenza
dei nuovi e maggiori consumi consentiti lo-
calmente dall’attività dei grandi. Si tenga pre-
sente, infatti, che la grande industria è di per
sé mercato per le piccole e medie industrie:
basta pensare alle commesse che la prima passa
alle seconde per accessorii, pezzi di ricambio,
prodotti intermedi ecc.; e basta pensare al-
l'aumento del potere di acquisto delle popo-
lazioni locali grazie ai salari e agli stipendi
pagati dalla grande industria.

La politica del 1950 non teneva conto di
tutto ciò, non si fondava, cioè, sulla consi-
derazione che nel XX secolo l’industrializza-
zione non può aver luogo, e il processo di
sviluppo economico non può pervenire alla
fase del “ decollo”, secondo gli stessi modi e
gli stessi tempi con cui l’industrializzazione e
il “decollo” hanno avuto luogo nei paesi
che per primi si sono industrializzati, secondo
gli stessi modi e gli stessi tempi di cui si sa
che hanno potuto valere negli esempi che ci
sono forniti dalla storia economica del XVIII
e del XIX secolo. E proprio perché non te-
neva conto di tutto ciò, la politica del 1950
era in definitiva accettata o subita dai liberisti,
salvo naturalmente che per la riforma agraria;
la quale comunque — rimanendo al di qua
della problematica cui direttamente dà luogo
l’industrializzazione in un paese che risulta
industrializzato solo per una parte del suo



territorio — non rappresentava un vero e
proprio punto di rottura, una prova della
impossibilità di promuovere lo sviluppo del
Mezzogiorno ispirandosi a venerande conce-
zioni liberiste.

Man mano, però, che il discorso sulla po-
litica di sviluppo del Mezzogiorno si veniva
spostando dalle esigenze della preindustrializ-
zazione alle esigenze dell’industrializzazione
vera e propria, non si poteva più eludere la
questione del punto di partenza dell’industria-
lizzazione e quindi il contrasto fra liberisti e
meridionalisti. I primi non rassegnati a rico-
noscere che tale punto di partenza non può
essere oggi lo stesso che era ieri, nell’ Inghil-
terra del XVIII secolo; i secondi consapevoli
della verità che tale punto di partenza non è
più l’artigianato, ma la grande industria. I
primi disposti pure ad ammettere, come mas-
sima concessione, e talvolta a denti stretti,
che infrastrutture e incentivi sono condizioni
necessarie per lo sviluppo economico; i se-
condi oramai convinti che anche queste con-
dizioni, necessarie, non sono sufficienti. I pri-
mi decisamente ostili a ogni intervento diretto
dello stato nel processo di industrializzazione;
i secondi coerentemente impegnati a promuo-
vere questo intervento diretto dello stato,
per accorciare i tempi del processo di indu-
strializzazione, specialmente ai fini della crea-
zione di quel punto di partenza che gli stu-
diosi più aggiornati dello sviluppo economico
avevano oramai concordemente indicato nella
opportunità di localizzare nel Mezzogiorno
tutti o quasi tutti gli ampliamenti ed i nuovi im-
pianti della cosiddetta grande industria di base.

Possiamo dire che questo punto di partenza
è ormai assicurato, 0 sta per essere assicurato?
Certo le grandi fabbriche, per iniziative di
potenti gruppi, pubblici e privati, stanno sor-
gendo nel Mezzogiorno; ed è presumibile, per
le ragioni che si sono dette, che nel prossimo
futuro sempre di più risulterà conveniente
localizzare nel Mezzogiorno ampliamenti e
nuovi impianti, filiali e succursali di grandi
industrie italiane, e non soltanto italiane. È
stata comunque fondamentale, ai fini della
creazione del punto di partenza, la decisione
di far intervenire nel processo di industrializ-
zazione del Mezzogiorno l’industria pubblica,
imponendo, fra significativi contrasti, all’ IRI
e all’ ENI di localizzare annualmente nelle
regioni meridionali il 40% dei loro investi-
menti complessivi ed il 60% dei loro investi-
menti per i nuovi impianti. E proprio questa
decisione ha rappresentato il punto di rottura
fra liberisti e meridionalisti ed il primo rile-
vante superamento dei limiti che erano stati
segnati alla politica del 1950, e che i liberisti
pretendevano che non potessero essere var-
cati neanche quando le esigenze dell’industria-
lizzazione vera e propria fossero venute in
primo piano rispetto alle esigenze della prein-
dustrializzazione.

D'altra parte non si può dire che l’iniziativa
privata, l’iniziativa dei grandi gruppi privati,
non abbia contribuito, o abbia contribuito in
una misura irrilevante, alla creazione del punto
di partenza di cui si diceva. Le iniziative —

tanto per fare qualche esempio — della Oli-
vetti, della Montecatini, della stessa Edison
hanno anticipato, accompagnato o seguito le
iniziative delle aziende a partecipazione statale
a seconda dei casi; ma sono state comunque
iniziative di cui molto si è parlato, mentre,
almeno fino a questo momento, assai meno si
è parlato, poniamo, di iniziative meridiona-
listiche della Fiat o della Necchi. Evidente-
mente, come è proprio dell’iniziativa privata,
c'è chi ha rischiato e chi non ha rischiato,
chi si è lasciato persuadere ad impegnarsi nel
Mezzogiorno e chi non si è lasciato persuadere,
chi ha già trovato una convenienza diretta o
indiretta a inserirsi nel processo di industria-
lizzazione del Mezzogiorno e chi ancora non
l’ha trovata; ma in complesso si deve ricono-
scere che, specialmente negli ultimi tempi,
numerose grandi firme industriali, italiane e
non soltanto italiane, hanno portato le inse-
gne nel Mezzogiorno.

Del resto, quando si auspica la partecipa-
zione delle imprese pubbliche al processo di
industrializzazione del Mezzogiorno, non si
vuole, non si è mai voluto, affermare che
questa partecipazione debba sostituire quella
delle grandi industrie private; e ancora meno
si vuole affermare che l’appello alle industrie
pubbliche è la conseguenza dell’assenteismo o
addirittura delle colpe da addebitare alle in-
dustrie private. Non è una questione di colpe
dei gruppi industriali privati, ma una que-
stione di limiti della iniziativa privata in ge-
nerale, una questione di ciò che si può pre-
tendere e di ciò che non si può pretendere
dall’iniziativa privata nella fase iniziale di un
processo di industrializzazione ai nostri tem-
pi; e siccome ciò che non si può pretendere
dall’iniziativa privata è indispensabile per pro-
muovere l’industrializzazione (grandi investi-
menti nei servizi essenziali — energia, tele-
foni, ecc. — e nei settori cosiddetti di base,
nella siderurgia, per esempio), lo si deve pre-
tendere dall’iniziativa pubblica, la quale, per-
ciò, non può limitarsi a intervenire per le
opere pubbliche, le bonifiche, l’istruzione, ma
deve intervenire anche direttamente nel pro-
cesso di industrializzazione. Anzi, si è pure
detto che, quando risultasse che in talune
zone che si vogliono industrializzare non si
può contare sull’iniziativa privata, sia perché
non vi sono forze imprenditoriali in /oco, sia
perché imprenditori e tecnici di altre regioni
dimostrano una certa “ripugnanza psicologi-
ca” a “esiliarsi”’ nelle regioni meridionali,
per il timore di non potersi adattare a condi-
zioni di vita che presumono, e magari sono,
poco confortevoli, allora, in questi casi, l’in-
tervento della iniziativa pubblica nel processo
di industrializzazione del Mezzogiorno può
riguardare anche la creazione di industrie mec-
caniche e trasformatrici; le quali, per la loro
natura, sono le più idonee a suscitare una
serie di attività complementari, e quindi ri-
sultano indispensabili allo scopo di stimolare
una crescente espansione in profondità del-
l’industrializzazione e a quello di provocare
una spinta nei confronti di potenziali inizia-
tive minori, locali e non soltanto locali.

39

Questo è appunto il grande problema che
ora si pone per la politica di industrializzazione:
come fare perché si diffondano, intorno alle
grandi fabbriche localizzate nel Mezzogiorno
sia dall’iniziativa privata che dall’iniziativa
pubblica, anche medie e piccole industrie,
che poi a loro volta servano da richiamo per
nuove grandi fabbriche, nella misura in cui
contribuiscono più di ogni altro fattore e in
modo definitivo alla “promozione” dell’am-
biente. E cioè: devono certo localizzarsi nel
Mezzogiorno altre fabbriche, nel senso che
deve essere mantenuto l’impegno dell’ IRI e
dell’ ENI a localizzare nel Mezzogiorno nuovi
impianti, così come devono essere dirottati
verso il Mezzogiorno gli investimenti di grandi
gruppi privati (delle società elettriche, per
esempio); ma ci si deve anche porre il pro-
blema degli ulteriori gradi dell’industrializza-
zione, dei medi e dei piccoli che possono e
devono diffondersi intorno ai grandi, che al-
trimenti sarebbero davvero “giganti nel de-
serto””, simboli monumentali di una industria-
lizzazione artificiosa e non punto di partenza
per un moderno processo di industrializza-
zione diffusa e articolata.

Se consideriamo le industrie italiane dal
punto di vista delle loro dimensioni, salta
agli occhi un aspetto patologico dell’econo-
mia del paese: la coesistenza di due strutture
profondamente diverse, onde si è parlato di
un “esasperato dualismo” che determina gra-
vi squilibri nel sistema industriale e in tutta
la realtà economica e sociale. Da un lato, in-
fatti, abbiamo poche grandissime industrie, il
cui livello tecnico è molto alto, la cui produt-
tività è molto forte; e di fatto sono queste
poche grandissime industrie, caratterizzate da
processi produttivi altamente meccanizzati, che
effettuano la più gran parte degli investimenti
industriali per ampliamenti e nuovi impianti.
Dall’altro lato, invece, abbiamo un sistema di
piccolissime industrie, il cui ritardo tecnico è
impressionante, la cui produttività è molto
bassa e minimo l’investimento di capitale per
ogni addetto. Debole risulta, infine, la pre-
senza e la diffusione delle industrie di media
ampiezza (da 50 a 500 addetti): esse occupano
solo il 5,9% del totale degli addetti all’indu-
stria nazionale, il 6,3% nel Centro-Nord, il
3,5% nel Mezzogiorno ».

Compagna, dopo essersi soffermato ad esami-
nare il caso di Napoli, che egli considera un
esempio molto significativo di “dualismo esa-
sperato” delle strutture industriali, così prosegue :

«Ci si dovrebbe poi domandare se le com-
messe delle grandi filiali di industrie del Nord,
create recentemente nel Sud, hanno provocato,
e in quale misura, iniziative piccole e medie
— importate o locali — nei comprensori me-
ridionali di industrializzazione; o se queste
commesse, paradossalmente, devono “ risali-
re” al Nord, per difetto di iniziative nel Sud.
In un primo momento è avvenuto proprio
questo, e magari era logico che così fosse.
Ma oggi, fino a che punto possiamo ritenere
che si stia delineando la formazione di quello
che gli economisti ed i geografi chiamano il
“tessuto connettivo” fra la grande industria

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importata da altre regioni e l’economia regio-
nale di cui si vuole promuovere lo sviluppo?
Fino a che punto, cioè, si sta realmente in-
trecciando la rete delle iniziative medie e pic-
cole, a maglie relativamente strette, e tanto
più strette quanto più risulta oramai presente
in questa o quella zona la grande industria?

Alcuni passi avanti in questo senso sono
stati fatti grazie alla legge del 30 luglio 1959,
n. 623, che si propone appunto di promuo-
vere la creazione e la diffusione delle medie e
piccole industrie, specialmente nel Mezzogior-
no, dove medie e piccole industrie appunto
dovrebbero trovare ora più favorevoli con-
dizioni in conseguenza della creazione e rela-
tiva diffusione di quelle grandi ».

L'autore osserva a questo punto come progressi
si siano fatti specialmente in Campania, meno
in altre regioni, dove nessuna impresa locale
piccola o media sembra essersi avvalsa delle
facilitazioni previste dalla legge, proprio perché
mancano qui localizzazioni di grandi ‘industrie
pubbliche 0 private. Questa è una riprova della
esattezza di quanti sostengono che solo i gran-
di complessi possono essere oggi un punto di
partenza per l’industrializzazione del Sud.

«Di qui la considerazione che la questione
delle industrie medie costituisce il banco di pro-
va, oggi, dell’industrializzazione del Mezzo-
giorno: la questione delle industrie medie, an-
che più che non la questione delle piccole o del-
le grandi industrie. Perché, se è vero che “le
grandi industrie nascono per iniziativa di po-
tenti imprese, private o pubbliche che siano”;
e se è vero che “le piccole si sviluppano in
funzione dell'aumento del potere di acquisto
locale e dello sviluppo delle altre industrie”,
è sulle industrie medie — la cui presenza e
diffusione è indispensabile perché il processo
di industrializzazione dia luogo a una realtà
economica, sociale, civile, che risulti vera-
mente articolata, differenziata, equilibrata —
che “ deve concentrarsi l’attenzione di un pro-
gramma di sviluppo industriale”.

Ed è d’altra parte proprio nel settore delle
industrie medie “che i vantaggi di una pro-
grammazione coordinata possono farsi mag-
giormente sentire ”’: le medie industrie, infatti,
“quando non nascono spontaneamente, come
in Inghilterra, in virtù di particolari condi-
zioni ambientali, molto possono avvantaggiar-
si di una buona programmazione”; perché
“un singolo medio impianto che nasca in
un’area sottosviluppata può essere travolto da
circostanze avverse”, mentre “un complesso
di medi impianti concentrato in zone adatte
può dare un contributo decisivo all’industria-
lizzazione dell’area”; e poiché la concentra-
zione programmata delle industrie medie può
consentire a queste di “ realizzare molte delle
economie di massa proprie dei grandi impian-
ti integrati”, ne dovrebbe risultare, proprio
per gli imprenditori privati, una maggiore
convenienza a intervenire nel Mezzogiorno
anche sul piano delle iniziative che si è soliti
classificare come iniziative di media ampiezza.

Si può aggiungere che per queste iniziative,
come per le iniziative minori in generale, vi
sono problemi di informazione sulle possibi-
lità di investimento e problemi di assistenza
per le varie pratiche, da quelle per il reperi-
mento di suoli a quelle per le facilitazioni
creditizie. Tali problemi finora non sono stati
affrontati con mezzi adeguati, onde si è deciso
di ricorrere ad un istituto apposito, che do-
vrebbe, appunto, assolvere a queste funzioni:
di prospettare in altre regioni e anche in altri
paesi le occasioni di investimento che si pre-
sentano nel Mezzogiorno e poi assistere colo-
ro che volessero cogliere tali occasioni; di
suscitare e incoraggiare e assistere l’iniziativa
locale. Ma è comunque indispensabile che,
alle misure necessarie per passare dalla prein-
dustrializzazione alla industrializzazione vera
€ propria, corrisponda ora un impegno di
programmazione dello sviluppo economico
italiano e di inserimento della politica meri-
dionalista nel quadro di questa programma-
zione, come capitolo principale che condi-
zioni tutti gli altri.

Questo significa che è il momento delle
scelte a carattere territoriale, degli interventi
differenziati per zone omogenee, della diver-
sificazione regionale dello sviluppo. È stato,
infatti, giustamente osservato che non si trat-
ta di realizzare “impossibili pareggiamenti,
astratti livellamenti, difficili equilibri”, ma di
provocare un arricchimento della “morfologia
sociale”, una diffusione “di stratificazioni più
differenziate, una elevazione del piano sul qua-
le i conflitti e le tensioni si instaurano, una
rotazione (verso poli più ricchi di contenuto
e di significato civile) dell’asse intorno al
quale girano gli equilibri meramente provvi-
sori determinati dal corso delle cose e che
sono essi stessi la matrice inesauribile di nuovi
conflitti e nuove tensioni”. Ma perciò, quando
ci poniamo oggi gli obiettivi della politica di
sviluppo. economico del paese e in particolare
quelli della politica meridionalista, più che in
termini di astratto “equilibrio” (e di non
meno astratto “pareggiamento” delle condi-
zioni di vita, fra le “due Italie”, e all’interno
di ciascuna di esse fra le regioni e subregioni
in cui le “due Italie” variamente si configura-
no), dobbiamo ragionare in termini di con-
creta “diversificazione”. Dobbiamo tener pre-
sente sì “l’unico Mezzogiorno”, ma sapendo
sempre distinguere fra le molte e varie sue
zone, più o meno omogenee, che richiedono
interventi differenziati e soluzioni articolate,
nel quadro di una politica non viziata da sem-
plificazioni tipiche del massimalismo rivolu-
zionario nostrano e non frenata dai pregiudizi
tipici del conservatorismo borbonico non me-
no nostrano; nel quadro, cioè, di una politica
animata dal “duttile e costruttivo spirito di
sorvegliato ottimismo che non può essere as-
sente da una seria volontà riformatrice”. È
la strada del riformismo democratico, “che
tutto in Italia sta ad indicare, oggi, come
strada — insieme — del realismo politico” ».



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sa14913 50 449)" AN3WILYVdW 3Hlax*

Gilbert and Sullivan are famous for their operettas, and will long be remembered
for their clever and light-hearted satire. MAD, on the other hand is notorious
for its articles, and will hardly be remembered for its idiotic and heavy-handed
satire. So, in a desperate effort to alter its corporate image, the clod-staff of

MAD MAGAZINE

(With apologies to Gilbert and Sullivan)

a le

Daddy, before
you start
working today,
please sing
me a song.



ii of ours in the White House

Why, certainly, Caroline. % When | was a lad, my father said, IZ] He tousled up his hair
T'Il tell you the story “You've got great hair right there upon your head! so carefullee—

of how this wonderful life

Just make sure, son, that you tousle it well; That now he is the leader
And upon the female voters you will cast a spell!” of the whole countree! |
| tousled up my hair so careful-lee— 7 ;

all came about. You see... | That now | am the leader of the whole coun-tree! }



*Sung to the tune of “Wren I Was A Lap” (‘..

. Anp Now I Am THe RuLER OF ii Queen s Navr”)]










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