Rivista Italsider, n. 1, 1963

Contenuto

Rivista Italsider, n. 1, 1963
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Jannis Kounellis - due quadri senza titolo - vernice su tela - 1960.
Seconda di copertina: acciaio ieri ed oggi. Una via sopraelevata a New York attorno al 1875.
Terza di copertina: acciaio ieri ed oggi. Il ponte Severin sul Reno a Colonia: è il più grande in Europa di questo tipo.
Quarta di copertina: vecchie lamiere stampate fotografate in Puglia da Mimmo Castellano.

Immagini in evidenza:
- Immagine del codice di Biadaiolo (p. 12)
- Immagine del codice di Biadaiolo (p. 13)
- Tavola di Achille Beltrame tratta dalla Domenica del Corriere del 1901 (p. 14)
- Minatori italiani in Belgio (p. 19)
- Prima fase di lavoro della ricerca operativa: la raccolta e l'analisi dei dati su un determinato argomento (p. 21)
- Tecnici addetti alla ricerca operativa sono di preferenza scelti fra coloro che dimostrano di avere interessi anche in altri campi di attività (p. 24)
- La scuola-soggiorno di Montechiaro offre ai bimbi dei lavoratori dell'Italsider un periodo di vita attiva e di studio ben preordinato (p. 29)
- "Cadeau" (omaggio) - 1921, dell'americano Man Ray (p. 35)
- "Le case inglesi B.I.S.F." (p. 43)

Sommario:
- Vedersi, parlarsi, conoscersi, p. 8
- L'emigrazione, p. 14
- La ricerca operativa, p. 20
- La conferenza europea della sicurezza sociale, p. 25
- Le "tuberie" di Farfa, p. 30
- Dadà, p. 31
- I libretti di Mal'aria, p. 36
- Case unifamiliari in acciaio, p. 40
- La Finsider aumenta il capitale, p. 44
Data testuale
1963 gennaio- febbraio
Consistenza
pp. 44
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/14
Collocazione
Emeroteca
contenuto

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ALBO PITTORESCO DEGLI STAT] UNITI. — Una via a Nuova York.



la copertina: Jannis Kounellis - due quadri
senza titolo - vernice su tela - 1960. Proprietà
della Galleria “La Tartaruga”, Roma.

Jannis Kounellis è nato al Pireo nel 1936.

Venuto in Italia nel 1956 ha studiato per qualche tempo
all'Accademia di Belle Arti di Roma, città in cui tut-
tora vive e lavora.

Il pittore usa una tecnica particolare: ritaglia con una
grossa forbice enormi numeri, lettere e simboli ma-
tematici in fogli di fibra, cosparge di vernice nera
da cartellone le forme così ottenute e le stampiglia
su grandi tele bianche. Non dà titolo alle sue opere.
Fa parte di quel gruppo di giovani pittori che, rifa-
cendosi anche alle vecchie esperienze dei dadaisti (ai
quali è dedicato in questo numero un articolo di
Valsecchi), si ispirano a certi segni che accompagnano
la nostra vita quotidiana: dalle scritte pubblicitarie ai
fumetti, alle targhe stradali. C'è chi definisce la loro
pittura “nuova figurazione”. Ma non si tratta, come
ha scritto il critico Cesare Vivaldi, “ di rappresen-
tazione o di allusione alla figura umana, ma di un
ricorso più o meno diretto ai simboli visivi che usa
l’uomo d’oggi, in funzione smitizzante, satirica, o
anche in qualche caso drammatica, perfino patetica ”.

2% e 3% di copertina : acciaio ieri ed oggi. Una
via sopraelevata a New York attorno al 1875.
Il ponte Severin sul Reno a Colonia: è il
più grande in Europa di questo tipo (da
“«Structures”, ed. Dupuy-Parigi).

4% di copertina: vecchie lamiere stampate foto-
grafate in Puglia da Mimmo Castellano.

RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 1 - gennaio-febbraio

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO
Vedersi, parlarsi, conoscersi pag. 8
L’emigrazione » 14
La ricerca operativa » 20
La conferenza europea della sicurezza

sociale » 25
Le “tuberie”” di Farfa » 30
Dadà » 3I
I libretti di Mal’aria » 36
Case unifamiliari in acciaio » 40

La Finsider aumenta il capitale » 44



Il “miracolo? dell’acciaio

Un’inchiesta radiofonica di Danilo Colombo.

L’I.R.I. compie quest’ anno trent'anni di vita e di attività. Per illustrare l’apporto che
l’Istituto ha dato e continua a dare allo sviluppo economico e sociale del nostro paese,
la Rai metterà in onda nel corso dell’anno una serie di inchieste radiofoniche e televi-
sive dedicate ai vari settori dell’industria cui 1’ I.R.I. è interessato.

La prima di tali inchieste radiofoniche, dedicata alla Finsider, è stata realizzata da Da-
nilo Colombo negli stabilimenti dell’Italsider, della Dalmine e della Terni.

Nel pubblicare il testo dell’inchiesta, abbiamo conservato il carattere che l’autore ha
voluto dare ad essa: quello di una rapida panoramica sulla nostra siderurgia, attraverso
le parole dell’ing. Marchesi, direttore generale della Finsider e presidente della nostra
società alle quali fanno da contrappunto molte voci anonime di siderurgici intervistati
sul posto di lavoro, negli uffici e negli stabilimenti.

Sono però voci ed esperienze anonime soltanto per chi vede il mondo dell’acciaio dal
di fuori: coloro che in esso operano e che hanno ascoltato la radio, il 28 gennaio
scorso, avranno riconosciuto molti colleghi di lavoro.

Colombo — È un mondo che va capito per stadi di produzione, dagli altiforni che, notte e giorno,
ogni quattro ore, travasano la ghisa liquida ai convertitori che la trasformano in acciaio, ai treni
di sbozzatura e di laminazione, batterie di rulli, sui quali il grosso lingotto diventa lamiera spessa
oppure foglio con pochi millimetri di spessore.

Il fuoco grida tutta la sua irruenza, e il ribollire dell'acciaio, osservato attraverso la scher-
matura protettiva di un vetro azzurro, ha l'aspetto delle tempeste solari viste con un potentissi-
mo telescopio.

Nella produzione dell'acciaio c'è l’irruenza, il fragore di una forza primordiale domata.
Ferro, fuoco, acqua ed aria presiedono alla sua nascita di fiamma e di scintille filanti, creano
un elemento fondamentale per il nostro sviluppo sociale ed economico. Nelle forme più diverse,
l’acciaio è pane quotidiano della nostra civiltà meccanica : dai beni di consumo più umili, alle
strutture avventeristiche, che liberano la forza dell'atomo e ci aprono la strada verso le stelle. Per
ognuno di noi, l'acciaio ha un significato.

Operaio — Secondo me, l’acciaio è una piattaforma da cui partono tutte le altre attività di
questa nostra vita moderna. Cioè è vita.

Secondo operaio — Per me, significa lavoro e nello stesso tempo è la base di tutte le altre fonti
di benessere e di lavoro, insomma. Mancando l’industria pesante, tutto il resto va a farsi
friggere, diciamo.

Terzo operaio — L'acciaio per noi rappresenta sicuramente una ricchezza, perché penso che
la nazione che possiede più acciaio è sicuramente più ricca di quella che ne possiede meno.

Colombo — L’entità della produzione di acciaio è per un paese direttamente proporzionale alla
fiducia con la quale può guardare al futuro e noi italiani, praticamente senza materie prime e con
una limitata, anche se illustre tradizione siderurgica, siamo oggi acciaieri in grado di competere,
come produzione e qualità, con nazioni siderurgicamente potenti, come l’ America, l'Inghilterra,
la Germania. Un risultato che supera largamente le più ottimistiche prospettive dell’immediato
dopoguerra, quando i bombardamenti e le asportazioni di macchinario ci avevano posti, anche
per l’acciaio, di fronte all'anno zero di una dura rinascita.
Un operaio della “Dalmine” ci diceva :

Operaio — Verso le undici, non si è sentito né allarme né niente e tutto a un tratto sono ar-
rivati ’sti apparecchi. Chi l’ha vista l’ha vista. Chi a destra chi a sinistra, chi morto chi ferito.
Su, lungo la strada, non c’era mica possibilità di passare: i tubi, le gru. Io mi ricordo che
c’era il mio capo reparto che mi ha detto: « Dove vai? » - « Vado al mio reparto ». Mi ha det-
to: « Non si può mica passare ». Era uno spavento.

Colombo — Ed un operaio di Bagnoli, aggiunge :

Operaio — Cominciò la distruzione immediatamente dopo le “quattro giornate”. Difatti, sì,
in quella data... I tedeschi vennero qui e cominciarono a distruggere lo stabilimento siste-
maticamente, direi quasi scientificamente, perché andavano settore per settore. Prima la torre
dell’acqua, poi l’altoforno, poi la laminazione, e in una settimana distrussero lo stabilimento
all’ 80 - 85 percento.

Colombo — Già nell’ immediato anteguerra, studi condotti dall’ IRI avevano suggerito l’oppor-
tunità di procedere ad una radicale trasformazione della struttura produttiva italiana. Per
attuare e finanziare questo programma, fu costituita la Finsider che, con le sue aziende, co-
stituisce oggi la colonna vertebrale, la punta più avanzata della nostra siderurgia. Cornigliano,





2

Dalmine, Piombino, Terni, Bagnoli, Taranto,
Marghera, Trieste, San Giovanni, Lovere e Sa-
vona sono attualmente centri nevralgici di una
realtà e di risultati che rasentano il miracolo.
Nell'ultimo decennio la produzione siderurgica
italiana è triplicata. Nel 1952 — tanto per
dare un esempio più accessibile — con tutto l’ac-
ciaio prodotto dalle aziende IRI sarebbe stato
possibile costruire trentacinque transatlantici
del tipo “Michelangelo” ; oggi, con l'acciaio
prodotto, ne potremmo costruire centoventotto,
pari, per tonnellaggio, all’attuale flotta mercan-
tile italiana.

In questo miracolo, fatto di uomini corag-
giosi e di idee geniali, si intreccia un tema marino.

Piombino, zona portuale :

Operaio — Per quanto riguarda i minerali,
provengono tutti i giorni dall’isola d'Elba a
mezzo di due motozattere, ed altri minerali
provengono dal Venezuela, da Bombay .. .
Il carbone generalmente viene dal nord Europa
o dal nord America.

Colombo — L’arrivo via mare della materia
prima, l'ubicazione dei nuovi stabilimenti in pros-
simità del mare, fanno parte integrante del piano
concepito dallo scomparso presidente della Finsider,
ingegnere Oscar Sinigaglia, piano al quale la
siderurgia italiana deve, in tanta parte, quella
che, con termine sportivo, diremmo “la sua par-
tenza lanciata”.

Del piano ci ha parlato l’ing. Marchesi,
direttore generale della Finsider.

Ing. Marchesi - La ricostruzione degli im-
pianti siderurgici del gruppo IRI-Finsider fu
basata soprattutto sul concetto della produ-
zione a ciclo integrale, secondo cui si giunge
al prodotto finito partendo direttamente dal-
le materie prime, cioè carbone e minerali. Si
è posto così il problema del rifornimento delle
materie prime a prezzi che consentissero la
competitività del prodotto finale sul mercato
nazionale e internazionale, cioè di disporre di
risorse minerarie anche in altri paesi molto
lontani — India, Africa, America — e di tra-
sportarle, con navi di proprietà del gruppo o
noleggiate a lungo termine ed esercite con
criteri industriali e non commerciali. Ne è ve-
nuto il concetto di localizzazione costiera
degli impianti, che è ormai seguito anche
dai paesi di maggiore tradizione siderurgica.

La costruzione dello stabilimento di Cor-
nigliano è stata la prima realizzazione post
bellica di questa politica, che è stata seguita
poi anche nello sviluppo degli altri stabili
menti a ciclo integrale, fino all’impostazione
del nuovo centro di Taranto.

Colombo — La siderurgia italiana post bellica
muoveva i primi passi quando, con decisione
che poteva sembrare pazzia, il nostro paese en-
trò nella Comunità Europea Carbosiderurgica.
Con tale mossa scomparivano progressivamente
le dogane, che avevano fatto da scudo protettivo
alla nostra giovane produzione d’acciaio, e l’Ita-
lia entrava direttamente in concorrenza con le
più potenti nazioni siderurgiche europee ed extra
europee. Dissero che era come se un bimbo, che
ancora camminava gattoni, volesse attraversare,
da solo, il centro di una metropoli nel carosello

di traffico delle ore di punta. Ora è possibile
constatare che non fu pazzia ma rischio calco-
lato, al quale l' IRI e la Finsider garantivano
una duttile organizzazione, notevoli capacità
finanziarie e competenza tecnica al massimo li-
vello. Oggi, come ci spiega l'ing. Marchesi,
questa è la nostra posizione in campo siderur-
gico internazionale.

Ing. Marchesi - Nel 1962 la produzione di
acciaio in Italia ha raggiunto i nove milioni e
mezzo di tonnellate, cioè è stata oltre quattro
volte la massima realizzata prima della guerra.
A tale produzione il gruppo IRI-Finsider ha
contribuito con circa cinque milioni e mezzo di
tonnellate, corrispondenti al 56% circa; e so-
prattutto con gli stabilimenti a ciclo integrale
di Cornigliano, Piombino e Bagnoli. Questo
eccezionale sviluppo produttivo, inquadrato
nel più ampio sviluppo economico del nostro
paese, pone l’Italia all'ottavo posto nella si-
derurgia mondiale e al terzo posto nel Mercato
Comune, dopo Germania e Francia; cioè
l’Italia sta cominciando ad inserirsi tra le
grandi nazioni industriali.

Colombo — Senz'altro “miracolo”, ma un mi-
racolo fatto di uomini, di idee, di sacrifici.
Viaggiando lungo l’asse siderurgico italiano, che
partendo da Dalmine giunge a Taranto, abbiamo
raccolto voci di operai e di tecnici ; voci giovani,
chiare e sicure come questa :

Operaio — Fa un certo qual spavento special-
mente vedere questi operai che sono così vi-
cini all’acciaio, al fuoco, all’acciaio fuso; ma
poi, conoscendo meglio, si vede che questo
acciaio che sembra distruggere tutto è pri-
gioniero, invece, dell’operaio che ci lavora,
diciamo.

Colombo — Voci di un'esperienza che equivale
ad una vita.

Operaio — Nei primi tempi che mi trovavo
qui, il fatto che la ghisa prendesse una via
diversa da quella che doveva prendere, mi
sembrava che cascasse il mondo. Ma, cosa
facciamo? Ci si trovava un po’ impacciati.
Poi, l’esperienza ci ha insegnato che, in casi
del genere, non ci si può mettere né uno strac-
cio per fermarla, né altro.

La prima cosa, durante una colata, os-
serviamo la qualità della ghisa, cioè l’aspetto
fisico come si presenta; dalle scintille, da altre
cose, ci possiamo rendere conto della marcia
dell’altoforno, cioè se è una marcia buona,
cattiva o meno.

Colombo — Ogni grande centro siderurgico ha
un suo prodotto tipico. Cornigliano è la capitale
della lamiera ; Dalmine la mecca delle tubature ;
lo stabilimento SIAC di Genova è famoso in tutto
il mondo per i suoi fucinati. La Terni è fiera
dei suoi acciai speciali ; Bagnoli produce nastri,
tondini e vergelle di acciaio. Con i tubi che
Taranto ha prodotto nel suo primo anno di at-
tività, si potrebbe collegare in linea d’aria Calais
a Milano e con le rotaie che Piombino ha fab-
bricato in tanti anni, sarebbe quasi possibile
effettuare il collegamento ferroviario terra-luna.

Nel caso di Piombino, si tratta di siderur-
gia rapportata ad antenati illustri.

Impiegato - Duemila anni fa, già gli etruschi

facevano il ferro. Prelevavano il minerale dal-
l’isola d’Elba, lo portavano sulla terra ferma
e lo cuocevano in forni rudimentali sfruttan-
do il legname del litorale tirrenico. Si dice
addirittura che gli etruschi abbiano fornito le
armi per la guerra di Troia.

Colombo — In poche località come a Piombino
esiste una vera e propria interdipendenza tra
stabilimento siderurgico e vita ed economia cit-
tadina.

Ragazza — Siamo nate e se ne è sentito par-
lare; siamo cresciute e se ne è sentito par-
lare. Adesso siamo in un periodo di amplia-
mento e si sente parlare di ampliamento.
Quindi questo acciaio scorre un po’ da tutte
le parti. Mio padre lavora qui da circa venti-
quattro anni. La nostra famiglia si è basata
tutta su questo stabilimento, da tanto tempo.
Può darsi benissimo, ora ci sono tanti giovani
qui che lavorano, può darsi benissimo che
uno di questi sia mio probabile fidanzato e
marito. Penso che tutta Piombino si basi sul-
l'acciaio e può darsi che la mia futura vita
stessa si basi su questo acciaio di Piombino.

Colombo — Incontrando dirigenti, impiegati,
operai della nostra industria siderurgica, è pos-
sibile individuare una carica dinamica, quasi un
senso di missione ed un profondo senso di orgoglio.

Operaio — Sì, sì, specialmente qui nella Ber-
gamasca. Essere della Dalmine, non so, è un
privilegio, quasi. Tutti, per lo meno la mag-
gioranza, si vanta: « Eh, io lavoro alla Dal-
mine » — «Io faccio questo alla Dalmine » -
«Io appartengo alla Dalmine da tanti anni ».
Perché la Dalmine è considerata, secondo quel
che si dice, il non plus ultra dell’industria
bergamasca. Un po’ per gli operai che occupa,
un po’ per le grandi tonnellate di materiale
che produce e che vanno anche all’estero.
Quando si vede un tubo con su “Dalmine”,
è un vanto: «Eh, lavoro anche io alla Dalmine»
« Ho fatto su anche io quel tubo lì ».

Colombo — La Terni, che ha costruito alcune
tra le più famose centrali elettriche del dopo-
guerra, elenca molti successi in campo siderur-
gico ; è la più grande produttrice italiana di la-
mierino magnetico e avrà entro il 1964 uno dei
maggiori stabilimenti europei per l’acciaio inos-
sidabile. A Terni sono state costruite strutture
che hanno interessato il tecnico e l’uomo della
strada : il cavalcavia dell’ Autostrada del Sole ;
parti della “Michelangelo”, ammiraglia della
nostra flotta mercantile ; il cuore della centrale
termonucleare del Garigliano ; la batisfera del
prof. Piccard.

Tecnico - Le maggiori difficoltà riguardavano
la forgiatura, perché si trattava di costruire
una sfera in due soli pezzi, soddisfacendo dei
requisiti di carattere tecnologico e fisico
notevoli. Basti pensare che questo acciaio do-
veva avere una resistenza di oltre cento chi-
logrammi per millimetro quadrato. Un’altra
difficoltà è di ordine meccanico. Si sono do-
vute lavorare superfici di notevole estensione
con tolleranze ristrettissime. Aggiungo — e
questo ci fa onore e piacere — che la Terni
non si è limitata alla costruzione, ma ha pro-
gettato: cioè la sfera del prof. Piccard, che poi





era l’unica parte del batiscafo che lavorava in
pressione, e quindi la più delicata anche per-
ché conteneva gli uomini, è stata costruita e
progettata a Terni.

Colombo — La spinta generale è verso il nuovo,
verso le tecniche più evolute e moderne. La pa-
rola che sentite ovunque è “qualità” ; qualità
che deve essere componente essenziale anche di
una produzione di massa e che è garantita dai
controlli più scientificamente scrupolosi, in ogni
fase di lavorazione.

Ieri, dicono i vecchi, era tutto lavoro di brac-
cia ed olio di gomito: oggi basta pigiare un
bottone. Ma già sul piano addestrativo, come
ci ha fatto presente il direttore della scuola pro-
fessionale che sorge all’interno dello stabilimento
di Cornigliano, si parte da un principio ; mai
questi operai saranno chiamati a perdere la
loro individualità, a trasformarsi in massa
grigia, senza anima e senza volto.

Insegnante — Noi glielo facciamo apertamente
questo discorso. Noi dobbiamo cercare di to-
gliere dal ragazzo questa mentalità stretta-
mente tecnicistica che domani può essere
dannosa. Il nostro ragazzo ha questo di van-
taggio rispetto al normale operaio di un am-
biente automatizzato, cioè che conosce per-
fettamente quello che avviene dentro la mac-
china; cioè noi non ci fermiamo a dargli la
pura manualità, ma cerchiamo che il ragazzo
capisca come funziona una macchina. Quindi

il ragazzo non è un puro e semplice automa.
Colombo — È l’uomo che fabbrica l'acciaio. E
questo riferimento all’elemento uomo è costante.
In ogni modo si cerca di evolverlo e potenziarlo
intellettualmente, socialmente e culturalmente.
Dirigente —- Le attività culturali, così come
quelle ricreative e sportive, hanno il loro
punto focale nell’attività dei circoli. Ne elen-
cherò le principali. Soprattutto, l’attività cul-
turale si incentra nell’attività della biblioteca,
intesa non quale centro di distribuzione dei
libri, ma in quanto centro vivo di diffusione
della cultura in tutte le sue implicazioni. La
biblioteca anche come luogo di discussioni,
di mostre, di dibattiti.

Dirigente — Ci piace qui ricordare il libro-
strenna che ogni fine anno noi regaliamo al
nostro personale. Un libro da libreria, un li-
bro che non ha niente a che fare con l’acciaio.
Colombo -— Sul piano assistenziale, all’operaio
si dà una casa, ma con concetti ben diversi da
quelli che hanno dato origine in passato ai vil-
laggi operai.

Dirigente - Io credo che spesso non ci sia
una visione panoramica dell’assieme, del per-
ché queste cose vanno fatte. C’entrano un
po’ le pubbliche relazioni della società inte-
ressata, c'entra il fatto che altre aziende le fan-
no, e quindi uno spirito di emulazione note-
vole anche in parte costretto dal fatto che il
personale richiede questo tipo di intervento;
ma tutto viene spesso fatto su una base fram-
mentaria e si ha anzi, facendo questo lavoro,
una fortissima tentazione ad abbandonarsi a
questa base frammentaria e sviluppare in que-
sto senso le cose. In realtà, però, se si guarda
a questo tipo di iniziative e si mettono in

relazione con i problemi specifici che esisto-
no in ogni azienda, salta fuori, quasi per ma-
gia, un filo conduttore. E se riportiamo il pro-
blema su una base più concreta, si vede, per
esempio, che l’Italsider ha un particolare pro-
blema di evoluzione della base operaia nelle
località in cui ha i suoi stabilimenti. E questo
perché, evidentemente, il fenomeno industria-
le ed in particolare il fenomeno industriale
moderno richiede nella massa operaia in ge-
nere e in tutte le persone che prestano la loro
opera una sviluppata coscienza di partecipa-
zione al fenomeno aziendale.

Colombo — È stato per stabilire un contatto
anche più diretto tra operai e azienda che l’ Ital-
sider ha offerto al suo personale, a condizioni
vantaggiose, un piccolo pacchetto azionario. Due
terzi dei dipendenti sono ora azionisti. A
Bagnoli, ad esempio...

Impiegato — ... è stato accolto più che favore-
volmente, se si tien conto che l’azionariato
popolare finora era praticamente sconosciuto.
I dati dello stabilimento sono stati questi: su
5700 dipendenti, 3500 hanno acquistato le
azioni, quindi una media del 61% circa, una
media elevatissima.

Colombo -— Si tratta di iniziative, di un po-
tenziamento industriale e sociale, rese possibili
dalla compartecipazione statale e dall’iniziativa
privata riunite in una formula nota col nome di
formula IRI, che altri paesi vorrebbero applicare
ed imitare. Se quanto è stato fatto finora in
campo siderurgico sembra quasi incredibile, il
piano di sviluppo della nostra siderurgia mobilita
un insieme di tecnica e di finanza assolutamente
fantastico. Ci spiega l’ing. Marchesi :

Ing. Marchesi — Per quanto concerne il futuro,
si prevede che il consumo di acciaio, che già
nel 1962 ha quasi raggiunto dodici milioni di
tonnellate, pari a circa 240 chilogrammi pro
capite, continuerà a svilupparsi parallelamente
all'espansione delle altre attività industriali.
È infatti da considerare che il livello di con-
sumo pro capite già raggiunto è circa la metà
di quello di nazioni economicamente più svi-
luppate, come Stati Uniti, Gran Bretagna e
Germania, e lascia quindi ampio margine per
ulteriori sviluppi. È su queste considerazioni
che si è basato il programma IRI per la si-
derurgia, che prevede per il 1966 una produ-
zione di oltre dieci milioni di tonnellate di
acciaio su una produzione nazionale di quasi
sedici milioni di tonnellate, con una spesa di
circa ottocento miliardi di lire, metà dei quali
verranno investiti nel Sud.

Questo imponente programma richiede il
massimo impegno sul piano organizzativo,
tecnico ed operativo, di tutto il personale del
gruppo (dirigenti, impiegati ed operai): ri-
chiederà un’adeguata preparazione professiona-
le di varie migliaia di lavoratori, e sarà inte-
grato da realizzazioni (case, circoli, colonie),
intese a migliorare le condizioni dei lavoratori
anche fuori della fabbrica.

Colombo — Questo, il quadro siderurgico di do-
mani, un domani la cui alba già rischiara Ta-
ranto. Su un’area doppia di quella occupata
dalla città, di duecentomila anime, continua a

sorgere uno stabilimento Italsider: che, quando
completato, sarà uno dei più grandi e dei più
moderni d'Europa. Già per Taranto esso ha un
significato che esula dalle semplici possibilità di
impiego di cinquemila operai in una zona di sot-
toccupazione. Un’ acciaieria è come il lievito,
o, se volete, come un sasso gettato nell'acqua,
che l’increspa di onde, mandandole lontano,
sempre più lontano.
Ascoltate :

Albergatore — Noi dovevamo fare un albergo
per un numero di camere su 124-125, per
posti-letto 160-170. Successivamente è sorta
l’idea della costruzione dell'impianto siderur-
gico: siamo venuti nell’ordine di idee di fare
un secondo corpo, composto dallo stesso nu-
mero di camere e di posti-letto.

Colombo — E questo è quanto ha detto un ti-
pografo, per il quale “ siderurgia” ha significato
un potenziamento di impianti.

Tipografo — Nel mio settore dell’arte grafica,
come in ogni azienda, il vantaggio nostro
produce anche i suoi effetti sul personale,
sotto l’aspetto sia economico sia anche per
la diversa qualificazione che si richiede in
un’azienda in evoluzione. Cioè la qualifica-
zione nostra determina una qualificazione, ne-
cessariamente commisurata, del nostro perso-
nale. Si tratta di un risultato che sotto i suoi
effetti tocca tutti noi, dall’imprenditore all’ul-
timo dipendente, sotto tutti i profili, econo-
mico, sociale, umano, soprattutto, forse, umano.

Colombo — Uno degli operai tarentini, che,
con tuta, ginocchiere di cuoio, casco e occhiali
tipo aviazione, entrano nei grossi tubi ci ha
detto, parlando dello stabilimento.

Operaio — Quello che penso io è una crea-
tura che sta nascendo ora e penso che tra
una decina di anni sarà proprio il pane dei
nostri figli. È una cosa grandiosa. Io penso
che chi non sa quello che sta succedendo a
Taranto, non lo crede.

Colombo — Nelle parole di tutti è possibile in-
dividuare la sensazione precisa che qualcosa sta
mutando.

Operaio -— Noi lo vediamo qui a Taranto. Ne-
gli ultimi tempi stiamo avendo un certo svi-
luppo e anche un certo miglioramento di vita.
Soprattutto si nota dalla maggiore aspirazione
nella gente: cerca l’operaio o il tecnico di
stare meglio. Soprattutto sente nuove esigenze,
e questo penso che sia anche una certa molla
a progredire effettivamente.

Colombo — C°è nell’operaio tarentino, che ha
acquistato il suo pacchetto di azioni e che cerca
di capire qualcosa delle oscillazioni di Borsa,
qualcosa di commovente e significativo. Sì, nel
Sud, il programma di sviluppo IRI-Finsider ha
messo in moto qualcosa. Per vedere appieno, in
campo economico, sociale, psicologico, i risultati
diretti e indiretti, dovranno passare cinque, dieci,
alcuni dicono vent'anni ; ma se il nostro incontro
con le maestranze dello stabilimento di Taranto
può essere indicativo, di una cosa siamo certi :
anche in quella città sta accadendo qualcosa di
importante. Per Taranto, il Mezzogiorno, e per
tutti noi.

Una medaglia
molti premiati

Il 12 gennaio scorso ha avuto luogo nel
salone d’onore del Circolo della Stampa di
Milano, in Palazzo Serbelloni, la cerimonia
di consegna della grande medaglia d’oro del
premio “Guido Mazzali - L’ Ufficio Moder-
no” assegnato per il 1962 a Carlo Fedeli,
direttore della Rivista Italsider.

Dopo il saluto dell’ing. Galamini, vice pre-
sidente del Circolo della Stampa, ha preso la
parola Dino Villani, presidente della Federa-
zione Italiana di Pubblicità. Nel rievocare la
figura di Guido Mazzali, giornalista e pubbli-
citario tra i maggiori che abbia avuto il no-
stro paese, Villani ha sottolineato come lo
scomparso credesse in modo speciale «n quei
mezzi come le riviste di categoria e nella stampa
aziendale che hanno particolarmente la funzio-
ne di persuadere, ma anche di educare.

In questi ultimi anni, nei quali la sua attività
era volta esclusivamente alla politica, aveva
continuato a seguire da vicino le pubblicazioni
della sua Casa editrice (quella dell’ “Ufficio
Moderno”, la rivista che Mazzali aveva sa-
puto trasformare da una fredda pubblicazione
in un organo vivo, ricco di idee e di ini-
ziative, aperto a tutte le giovani forze del-
l’ organizzazione aziendale, dell’ economia,
della pubblicità), aveva continuato a guardare
con spirito affettuosamente critico la pubbli-
cità che andava rapidamente evolvendosi,
ma considerava in modo particolare le pubbli-
cazioni aziendali che anche da noi si sono mol-
tiplicate oltre ogni aspettativa, raggiungendo
spesso una veste ed un contenuto che le pone
al livello dei paesi economicamente più progrediti.

E se ne compiaceva forse sentendo questo suc-
cesso anche come un successo suo.

Aveva ragione — ha continuato Villani — e
quindi abbiamo ritenuto che nulla avrebbe potuto
meglio di un premio destinato ai redattori ed ai
compilatori di testi, e di pubblicazioni aziendali,
mettere l’accento sull’apporto che Guido Mazzali
ha offerto alla propaganda ed alla pubblicità.

Il premio che viene consegnato oggi nel Suo
nome, ha un valore che il dr. Carlo Fedeli,
al quale è destinato, saprà certamente conside-
rare : è il riconoscimento ad un giornalista che
come Guido Mazzali ha creduto e crede nel po-
tere che hanno le pubblicazioni le quali si limi-
tano a svolgere pubblicità, quando la svolgono,
ma a creare le condizioni perché gli operatori
modesti ed importanti, si pongano in grado di
assolvere meglio ai compiti che sono loro affidati,

e perché il pubblico guardi agli enti che offrono
beni e servizi, come ad organismi che agiscono
al servizio del cittadino ».

Il messaggio dell’on. Tremelloni

Ha fatto seguito Antonio Palieri — respon-
sabile dell’attività della editrice ‘L’Ufficio
Moderno” e allievo di Mazzali.

Egli ha riassunto alcuni concetti espressi
dall’on. ‘Tremelloni lo scorso anno in occa-
sione della prima edizione del premio asse-
gnato allo scrittore Libero Bigiaretti, diretto-
re della stampa aziendale dell’Olivetti, e ha
quindi letto il messaggio del ministro.

«Cari Amici, mi duole che urgenti impegni
di Governo mi trattengano a Roma. Avrei vo-
luto personalmente partecipare, come promisi e
come avvenne lo scorso anno, alla premiazione
della Vostra bella memore iniziativa, e strin-
gere la mano al vincitore, che insieme, nella de-
cisione collegiale, abbiamo scelto. Ritengo che il
premiato fornisca veramente elementi esemplari
per una solenne segnalazione della sua opera,
nella cornice del concorso ; e mette conto di ral-
legrarci tutti per la perfezione mirabile che ha
raggiunto nel nostro paese lo strumento del gior-
nale e della rivista aziendale.

Stiamo facendo passi davvero giganteschi in
questo ramo delle pubbliche relazioni.

Non posso, in occasione dell’attribuzione solenne
del premio dedicato alla sua memoria, dimenti-
care un affettuoso pensiero a Guido Mazzali,
che questo perfezionamento pensò, precorse, so-
gnò în tutta la sua fattiva vita di giornalista e
di pubblicitario. Guido Mazzali ci accompagna
spiritualmente in queste tappe, e si rallegra con
noi del raggiungimento di questi traguardi, e ci
stimola con la sua effigie perpetuata nella meda-
glia del premio a far più, a far meglio; a
lodare ma a nun sostare riposando sugli allori.

Nessuna iniziativa, quanto questa, poteva darci
un cosi genuino ricordo di Guido Mazzali, che
concepi l’arte pubblicitaria come un modo di comu-
nicare, di sapere e far sapere, di rendere efficiente
nel doppio canale l'informazione e la conoscenza.

Salutiamo dunque, con memore affetto, l’ini-
ziativa che si intitola al nostro indimenticabile
amico, grati ai premiati che con perizia esemplare
la valorizzano e la perpetuano ».

La funzione della stampa aziendale

Il prof. Ignazio Weiss, uno dei maggiori
esperti italiani in problemi della stampa, ha
quindi illustrato la funzione della stampa
aziendale, «fenomeno recente, attuale, nuovo e che
come tale — egli ha detto — rientra nella più am-
pia fenomenologia dell’informazione pubblicistica,
anche se si articola in forme assai diverse l'una
dall'altra ed abbia scopi e fini differenti».

« All'origine della stampa aziendale — ha
soggiunto Weiss — sta fondamentalmente l’aspi-
razione della direzione dell'impresa, pubblica 0
privata, di creare un organo pubblico per infor-
mare prima i dipendenti e successivamente altri
“pubblici” sui fatti e sugli avvenimenti che si
riferiscono alla vita dell'azienda stessa, con lo
scopo di migliorare e di allargare le conoscenze,
le informazioni che al personale possono inte-
ressare in quanto facenti parte non del tutto

passiva dell'impresa presso la quale lavorano.
Ma per la direzione dell'azienda non basta que-
sto scopo abbastanza limitato: il fine che la
direzione vuol raggiungere presso i suoi dipen-
denti e gli altri “pubblici” che direttamente 0
indirettamente la interessano, è quello di creare
intorno all’impresa stessa quell’alone di simpatia,
di apprezzamento per l’opera che svolge : opera
che ha per fine ultimo un vantaggio economico
per i suoi proprietari, ma che rappresenta anche
una funzione di carattere sociale, mettendo a
disposizione della collettività beni e servizi che
aiutano (se sono veramente utili) a migliorare e
a rendere più facili le condizioni di vita di una
collettività. Da questo punto di vista, la stampa
periodica aziendale rientra in quel settore di
tecniche che con moderna accezione si sono chia-
mate “pubbliche relazioni”, ma che meglio po-
trebbero essere definite “relazioni col pubblico”,
in quanto tutti questi tipi di tecniche si esauri-
scono, in sostanza, nella ricerca e nella realiz-
zazione di appropriati strumenti e di iniziative nei
confronti di un pubblico, al fine di far conoscere
quelle informazioni che l’impresa ritiene opportu-
no divulgare per raggiungere î suoi scopi».

«Una qualunque pubblicazione a stampa —
ha detto ancora l’oratore — giornale o rivista, è
fatta per essere letta: è ovvio che senza lettori
mancherebbe al suo scopo primordiale. Se il
suo fine è quello di esser letta, è chiaro che il
mondo dei suoi lettori deve costituire la più im-
portante linea direttiva per la sua composizione,
sia nella forma, che nel contenuto. La presa di
contatto coi lettori è uno dei compiti più im-
portanti di qualunque produttore di giornale.
Proprio per questo, negli Stati Uniti, “Sua
Maestà il lettore” è considerato il principale
fattore tra quelli che incidono nella fabbricazione
di un qualsiasi periodico. Un giornale senza let-
tori, non è più un giornale : non è niente. Se
manca uno dei due termini tra i quali il gior-
nale forma il tramite, non esiste più il processo
della comunicazione : non si mette più in comu-
ne niente : l'informazione non trova più il suo
naturale sbocco.

Nel caso di un normale quotidiano o rivista
si fa presto ad accertarsi se trova 0 non trova
lettori : è da supporre che se il giornale si vende,
lo si legga; se non si vende, evidentemente non
può nemmeno venir letto. Diversa la condizione
della stampa aziendale : mai 0 quasi mai questa
viene messa în vendita ; manca perciò, in questo
caso, il controllo che la vendita può dare per
determinare il grado di accettazione che può
avere un periodico da parte dei suoi lettori ».

«Non per questo però la stampa aziendale
può disinteressarsi dei suoi lettori — ha prose-
guito Weiss —. Anzi, proprio perché manca
un controllo esterno, deve prodigarsi in maniera
ancora più attenta per fare in modo di farsi leg-
gere e di richiamare l’attenzione delle persone
cui è istituzionalmente indirizzata ».

Weiss, a questo punto, ha analizzato acu-
tamente le varie tipologie di lettori della stam-
pa aziendale e il genere di rapporti che deb-
bono intercorrere fra l’una e gli altri ponen-
do in rilievo come « la necessità di farsi ascol-
tare, di farsi leggere anche da chi legge nor-
malmente un giornale 0 una rivista non per la-





sciarsi convincere dal punto di vista dell’avver-
sario, ma per vedere rispecchiato e chiarito il
proprio pensiero, nero su bianco, in pubblico » sia,
nel caso della stampa aziendale, problema tra
i più difficili da risolvere.«a Non è affatto escluso
che il giornale di fabbrica o la rivista aziendale
non venga letta affatto da una parte dei desti-
natari, che venga anzi respinta. Il redattore deve
fare in modo di agganciare i suoi lettori poten-
ziali in un qualche modo e questo può esser fatto
tenendo presenti due ordini di considerazioni
che, a nostro avviso, sono essenziali per la stampa
aziendale. In primo luogo si deve considerare
che il pubblico costituito dai destinatari è pur
sempre un pubblico eterogeneo, formato da uomi-
ni e donne, da giovani e da anziani, da persone
o famiglie di diversa condizione economica, da
individui di differente grado di cultura, da abi-
tanti di città e di campagna, e così via. Il di-
rettore dell’organo aziendale deve tener presente
questo fatto obiettivo, non modificabile : deve
saper rivolgersi a un pubblico non omogeneo,
anche se numericamente ristretto in qualche ca-
so. L'unico elemento che accomuna il mondo dei
lettori di una pubblicazione aziendale è solo
quello della dipendenza o dei rapporti con una
stessa impresa. Perciò questo fulcro va utilizza-
to: non dimentichiamoci che uno dei compiti
della stampa aziendale è proprio quello di crea-
re una atmosfera amichevole per non dire cor-
diale tra tutti coloro che hanno relazioni con
l’impresa ». E più oltre: « Sta nella sensibilità
del direttore di non acuire i contrasti, ma nello
stesso tempo di non assumere un atteggiamento
paternalistico o, peggio, di presunta superiorità
di fronte ai dissidenti, che sono o diventano
tali talvolta proprio per le tendenze poco appro-
priate espresse dall'organo di stampa interno ».

«Nel giornale aziendale — ha detto ancora
Weiss — il lettore deve trovare quello che non tro-
va negli altri strumenti di cui si serve per le sue
particolari esigenze di studio o di svago». E ha
concluso: «// giornale aziendale può prendere a
prestito dal rotocalco 0 dalla rivista specializzata
certe tecniche informative, ma non deve invadere il
campo che è già tenuto da altre pubblicazioni che
si rivolgono a un pubblico indifferenziato.

Non è certamente facile mantenere il tono della
stampa aziendale su tale livello: ci rendiamo
perfettamente conto delle varie difficoltà che bi-

sogna superare per raggiungere i fini che la stampa
aziendale si deve almeno proporre di cogliere.

Ma abbiamo con noi chi ha veramente saputo
realizzare un tipo di stampa aziendale esempla-
re, che ha trovato il consenso unanime di una
giuria formata da specialisti : ciò vuol dire che
non esistono difficoltà che non possano essere
superate con la capacità, il buon senso e la sen-
sibilità dell’autentico giornalista ».

Una medaglia, molti premiati

La medaglia d’oro del premio è stata con-
segnata dalla vedova di Guido Mazzali,
signora Bruna Poggi, al dr. Fedeli che ha
così ringraziato: « Sono molto grato a tutti,
ai signori membri della giuria e al suo presi-
dente on. Tremelloni, all'Ufficio Moderno, al
prof. Ignazio Weiss che ha espresso in modo così
lusinghiero il suo autorevole giudizio sulla nostra
attività di stampa aziendale e di pubbliche rela-
zioni, ed ha tratteggiato così acutamente le fun-
zioni della stampa d’azienda.

Sono grato a tutti, voglio aggiungere, per questo
riconoscimento espresso attraverso una medaglia
di dimensioni provvidenzialmente così cospicue.
Dico provvidenzialmente perché il numero di
coloro con cui sono lieto di dividere oggi questo
ambìto premio non è piccolo.

Sarebbe già un calcolo laborioso dividere questa
medaglia con coloro che collaborano con me nel
settore della stampa aziendale dell’Italsider. I
membri del comitato di direzione, innanzitutto :
Giuseppe Ceccarelli (Ceccarius), presidente della
Federazione europea della stampa aziendale,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani e Mario
Lucio Savarese, che dirige le nostre pubbliche
relazioni. Poi il pittore Eugenio Carmi, nostro
collaboratore artistico, cui dobbiamo la rigorosa
impostazione di un peculiare stile aziendale. Ma
la Rivista non è il solo mezzo di stampa azien-
dale dell’Italsider : c'è tutto il gruppo dei noti-
ziari di stabilimento che vogliono esprimere,
ciascuno in modo autonomo e originale, la vita
delle nostre maggiori comunità di lavoro sparse
lungo la penisola. Sono qui presenti i direttori
dei nostri notiziari di stabilimento : anche ad
essi va il merito per il lavoro spesso difficile che
svolgono con grande entusiasmo.

Se poi si aggiunge che questo premio, come

avete sentito, vuol essere un riconoscimento di
tutta l’attività di pubbliche relazioni dell’Italsi-
der, il calcolo delle parti in cui dividere questa
medaglia diventa veramente complicatissimo.

La mia funzione sarà dunque soprattutto quella
di custodire questo premio che tanto più ci onora
in quanto legato alla memoria di Guido Maz-
sali, cui tutti guardiamo come ad un maestro di
idee, di vita e di lavoro, e legato anche al nome di
Libero Bigiaretti, cui fu assegnato lo scorso anno.

Noi non considereremo questo riconoscimento
come un traguardo, ma come una conferma che
stiamo seguendo una buona strada, e come un
invito a proseguire nella nostra attività, confor-
tati in ciò anche dalla nostra direzione cui va
il merito di averci consentito sempre la massima
autonomia di lavoro e di averci anzi sempre stimo-
lati a cercare i mezzi migliori per realizzare,
all’interno ed all’esterno dell'azienda, rapporti
basati su una reciproca conoscenza e fiducia».

La giuria del premio, presieduta dall’on.
prof. dr. Roberto Tremelloni, era composta
da Massimo Alberini, Lorenzo Manconi, An-
tonio Palieri, Gino Pestelli, Dino Villani,
Ignazio Weiss, Gin Racheli (segretaria).

Alla cerimonia è intervenuto un pubblico
numerosissimo: erano presenti, fra gli altri,
parlamentari, il Prefetto di Milano, il Primo
Presidente della Corte d’appello di Milano, il
rappresentante del Sindaco di Milano, diri-
genti ad alto livello e funzionari dell’ Italsider,
tra i quali l’ing. Angelo Scotto, direttore ge-
nerale e il dott. Mario Lucio Savarese, diret-
tore delle Pubbliche Relazioni, giornalisti,
tecnici della pubblicità, pittori, grafici e altri
esponenti del mondo artistico.

Fra i molti telegrammi e lettere di adesione
pervenuti, sono quelli dell'avv. Adrio Casati,
presidente della provincia di Milano, del conte
ing. Radice Fossati, presidente della Camera
di Commercio di Milano, dell’on. Pertusio,
sindaco di Genova, del prof. Manuelli, pre-
sidente della Finsider, di Libero Bigiaretti,
di Gino Pestelli, capo ufficio stampa della Fiat,
del dr. Dubini, presidente dell’ Associazione
Industriale Lombarda, del prof. Vito, rettore
magnifico dell’ Università Cattolica di Milano,
del Console generale d’Olanda H. W. R. de
Wall, del dott. Martini Mauri, direttore gene-
rale della Sipra, del dott. Gianni Mazzocchi.

Le scorie
etrusche



Se passate da Piombino e avete un paio d’ore
di tempo, prendete la strada verso nord che
porta a Populonia. Costeggiate per un tratto
la zona destinata all'ampliamento del centro si-
derurgico, dove già si scorgono i morsi delle
scavatrici e dei bulldozer che livellano il terre-
no. Percorrete una decina di chilometri tra prati
e campi lievemente ondulati e arrivate al golfo
di Baratti. Andate sulla spiaggia, raccogliete
un pugno di pesante sabbia ghiaiosa e osserva-
tela : non è sabbia, è ferro, scoria di ferro degli
etruschi.

I minuti frammenti rossastri, levigati dal moto
delle onde, che tenete sul palmo della mano,
frammezzo ai quali brillano qua e là neri cri-
stalli, non sono materia prima, non sono stati
deposti in questo luogo dalla natura : né a Ba-
ratti né altrove, sulla terraferma di Toscana,
esistono miniere di ferro. Questo che tenete in
mano fu scavato duemilacinquecento, forse duemi-

laottocento anni fa, nella vicina isola d’ Elba, cari-
cato su zattere e sbarcato nella baia di Baratti.

Qui i maestri siderurgici di Populonia, famosi
in tutto il Mediterraneo, arrostendo il minerale
con carbone di legna in un forno costruito
con pietra arenaria e argilla ne ricavarono qual-
che massello di ferro spugnoso che poi, batten-
dolo a lungo, faticosamente affinarono.

Il calore insufficiente, la rudimentale tecnica
di lavorazione lasciarono nel forno molte scorie
non più utilizzabili allora, se pur ancora molto
ricche di metallo, e i fonditori le ammucchiarono
qui, dove ne avete raccolto un pugno.

Il mare, lambendole per secoli, le ha sminuz-
sate, levigate, rese simili alla sabbia, ma ora
guardandole sul palmo della vostra mano, non
potete non avvertire un'emozione profonda,
« l'impressione — come ha scritto Arrigo Orto-
lani due anni fa su questa rivista — d'aver ri-
salito il fiume degli anni e d'essere approdati



-

per magia alle rive di un tempo remoto e pie-
toso ».

Ma la spiaggia non è il solo punto in cui po-
tete trovare le tracce della straordinaria attività
siderurgica etrusca : in realtà tutta la fascia
costiera che circonda la baia di Baratti, per
una profondità di qualche chilometro, è ancora
oggi ricoperta da uno spesso strato di scorie
ricche di ferro.

Gli etruschi lavorarono il minerale elbano per
secoli (anche dopo la conquista romana e la distru-
sione di Populonia) e vendettero il metallo in
tutto il mondo allora conosciuto, fondando so-
prattutto su tali attività la loro grande potenza
economica e politica. Le scorie, in centinaia
d'anni, formarono delle vere e proprie colline
oggi erbose o coltivate.

In certi punti, basta smuovere il terreno con
il piede per veder affiorare blocchi di scoria 0
addirittura di minerale che l’insufficente calore
dei forni, i cosiddetti «bassi-fuochi », non aveva
fatto in tempo ad arrostire.

È questo il caso del pezzo di ematite della
varietà oligisto riprodotto nella pagina accanto.
Lo abbiamo trovato in un campo, accanto ad
una delle tombe etrusche che sorgono poco lon-
tano dalla spiaggia. Nella fotografia si vede
bene di quanto il blocco affiorasse dal terreno,
cioè di tutta la parte superiore cristallizzata.

Si scorgono chiaramente alcuni fili d'erba
rimasti attaccati al minerale nell’estrarlo dal
suolo.

Il pezzo che si vede in questa pagina in alto,
trovato a poca distanza dal primo, è invece
un prodotto intermedio delle lavorazioni etru-
sche : un blocco di ematite rimasto arrostito a
metà. Anche in questo caso il ferro non è an-
cora stato estratto dal minerale a causa dell’in-
sufficiente elaborazione.

Un tipico blocco di scoria etrusca semifusa e
iridescente è invece quello riprodotto qui a fianco
in basso, con i suoi caratteristici goccioloni
ricchi di ferro. Residui come questo contengono
ancora una percentuale di ferro che può arri-
vare al 47 percento!

Si ritiene che il minerale dell’isola d’Elba
fosse anticamente molto ricco, con un 68-70
percento di contenuto di ferro, una percentuale
cioè che oggi è molto difficile trovare anche nei
giacimenti di più recente scoperta. Considerando
l’ancora alto contenuto ferroso delle scorie, si
può dedurre che gli etruschi non riuscivano a
separare dalla ganga più del 21-23 percento di
ferro.

Alla ricchissima materia prima elbana gli
etruschi attinsero a piene mani, e basta una
cifra a dare la misura del grande sviluppo
assunto dalla loro siderurgia : negli ultimi de-
cenni, ditte italiane, francesi e tedesche hanno
ricuperato complessivamente, nella zona di Ba-
ratti, ben quaranta milioni di tonnellate di scorie.

Dopo oltre duemila anni, la moderna tecnica
siderurgica, con i suoi grandi e potenti altiforni
a coke, ha reso possibile di reinserire nel ciclo
produttivo un materiale che costituisce una te-
stimonianza singolare del livello raggiunto, anche
nel campo della tecnica, dalla mirabile e sotto
molti aspetti ancora misteriosa civiltà degli
etruschi.





-

Gli ingegneri dell’Italsider a Piombino

Vedersi, parlarsi, conoscersi

A

Gli ingegneri Angelo Rubei, capo servizio laminatoi e
Giuseppe Marchetti, capo treni a caldo. Un mare di rotaie.

Continua la serie degli articoli sugli ingegneri
dell’ Italsider. Stavolta Alberto Mondini è an-
dato a Piombino dove certi problemi, come quel-
lo dei rapporti con la comunità esterna, si pre-
sentano con aspetti particolari. La città gravita
sullo stabilimento che è al centro dell’interesse
di tutti.

(fotografie di Lando Civilini )

Malgrado fabbrica e centro urbano tendano
ad identificarsi, la vicinanza della natura fa sì
che nella lunga estate la vita dei giovani pro-
fessionisti a Piombino sia meno dura che
altrove.

Capita alle fabbriche poste nei piccoli cen-
tri qualcosa di simile a ciò che accade ai reg-
gimenti di guarnigione: ci sono meno distra-
zioni esterne, più attaccamento al servizio,
ma soprattutto si forma presto un ambiente.
La stessa gente che si vede nelle ore di ser-
vizio si incontra poi fuori, con l’aggiunta
delle famiglie; tutti sanno i fatti di tutti, è
vero, ma questo inconveniente è controbi-
lanciato dal formarsi e dal durare di solide
amicizie, da un senso di colleganza che nelle
grandi città si ignora. Nelle grandi città, fuori



dei cancelli, nessuno conosce più nessuno; e
se è vero che la metropoli “offre di più”, è
anche vero che ben poco di ciò che essa of-
fre può godere chi esce dal lavoro che
ne subisce soprattutto i lati negativi: la lon-
tananza dell’abitazione dal posto di lavoro,
le lunghe code ai semafori e negli imbotti-
gliamenti, quel senso di essere inghiottiti nel-
l’anonima marea della gente che va non si
sa dove, e intanto ci intralcia.

Ero arrivato a Piombino con l’idea, tutta
invernale, che fosse un posto fuori del mondo;
d’estate tutte le vie che si dipartono dal nostro
itinerario normale ci tentano, d’inverno ci
respingono: l’inverno è stagione di case ac-
coglienti e di cose note. La prima visione
che ne ebbi, notturna, fu il “presepio” di luci
dello stabilimento, dominato dalla scritta Ital-
sider. “Fabbrica uguale paese”, pensai; e in
questa identificazione fra stabilimento e cen-
tro urbano non vedevo nulla di buono per
chi è chiamato a viverci.

Nei giorni trascorsi a Piombino la mia

impressione è profondamente mutata; non di-
co che sia una specie di paradiso terrestre,
né che la vita degli ingegneri sia tutta ‘rose
e fiori”, ma certo vi sono dei fattori positivi.
« Tutto sommato — mi diceva uno degli in-
gegneri anziani — anche Piombino offre molte
possibilità di svago, specialmente d’estate con
la vicinanza dell’Elba e di altri luoghi bal-
neari O turistici.
Un altro lato positivo di Piombino sta nel
fatto che vi è apprezzata la regolarità del-
l’orario, sia in entrata sia in uscita; capita
alle volte che ci si debba fermare in ufficio
dopo scoccata l’ora di andar via, ma non per
sistema.

La vita a Piombino è regolata da orari ben
precisi e gli orari di lavoro non sfuggono a
tale legge. Chi per abitudine si trattiene ec-
cessivamente in ufficio è più probabile che
sia giudicato come una persona disordinata
o poco organizzata piuttosto che un assiduo
lavoratore.

A Piombino ho visto degli ingegneri che

hanno passione per il loro mestiere ma non
hanno dimenticato l’amore per la vita, e sanno
strappare un’ora del meriggio per andar sulla
spiaggia d’estate; ho visto gente allegra, pur
se immersa in un lavoro non lieve. La prima
impressione di questa cordialità l’ho avuta
nello studio del direttore, ing. Adamo Adani;
un colloquio breve, ma ricco di calore umano:
è stata come una visione dall’alto dello sta-
bilimento, che è alla vigilia di raddoppiarsi,
e sarà dotato di una delle più moderne ac-
ciaierie dell’Europa continentale.

Vedersi, parlarsi, conoscersi

Subito dopo ho conosciuto l’ing. Arnaldo
Spena, che sovraintende all’organizzazione
della produzione di Piombino, ed ha alle sue
dipendenze sessantacinque persone, fra cui
nove ingegneri e cinquanta periti.

L’ing. Spena è nato a Napoli nel 1923, si
è laureato pure a Napoli nel 1949, si è spo-
sato a Napoli, e ha due bambine, una napo-
letana e una piombinese. Questi immediati
accenni alla vita privata degli ingegneri qui a
Piombino mi sono venuti perfettamente na-
turali; dalle finestre dell’ufficio dell’ing. Spena
si vedono le case dove abita molto personale
dell’ Italsider: e tutto, dal tratto alle fotogra-
fie sui tavoli al modo di concepire la vita e
il servizio, rivela qui a Piombino un inseri-
mento della fabbrica e dei suoi nel tessuto del
centro urbano che è ben diverso da quello
di una fabbrica cittadina. Spena ha una vasta
esperienza: cominciò da libero professionista
lavorando alla costruzione di impianti elettrici
industriali e civili, finché nel 1952 entrò nel-
l'azienda. È stato a Bagnoli, Voltri, Torre An-
nunziata, Savona, Marghera, in missione per
alcuni mesi alla Morteo di Genova-Pegli, ed
è a Piombino dal 1956. La sua attività è stata
sempre quella dell’ organizzazione; perciò il
nostro discorso parte da lui, perché dal suo
ufficio, per la particolarità del tipo di lavoro
che prevede ramificazioni nei vari settori del-
la produzione, è forse più facile avere un’idea

9

della vita degli ingegneri dell’ Italsider a
Piombino.

«Noi non pretendiamo di organizzare la
produzione, ma i fattori della produzione; —
dice l'ing. Spena — noi forniamo lo stru-
mento di applicazione delle politiche di orga-
nizzazione formulate dalla direzione generale ».

«Il nostro lavoro deve essere accettato, non
può essere imposto né all’operaio né al capo
che lo fa eseguire». La posizione di chi fissa
gli incentivi è delicata; in equilibrio fra la
parte direzionale e la parte operativa. « Nel
dubbio afferma l’ing. Spena — la scelta
deve cadere sempre a favore dell’ operaio ».

È quindi un lavoro di precisione, svolto
non su un pezzo di macchina, ma su qualcosa
di astratto e quasi inafferrabile, il lavoro uma-
no; come in tutti i lavori di precisione, ci so-
no delle tolleranze. Ma qui, con gli impegni
sociali, le tolleranze sono singolarmente stret-
te. Ecco un compito per ingegneri così di-
verso dagli altri; per una impensabile lacuna,
l'ingegnere nel suo lungo periodo di forma-
zione non studia alcuna disciplina che abbia
per oggetto l’uomo, se si eccettuino i cenni
di materie giuridiche. Resistenza dei materiali,
meccanica applicata alle macchine, fisica, chi-
mica, legno-ferro-cemento, idraulica sono le
discipline in cui l’ingegnere si forma; prima dei
materiali avrà però a che fare con gli uomini.
Ma essi non sono oggetto di studio. L’in-
gegnere Spena valuta tutto il valore formativo
dei compiti prima accennati: « Questa è la
parte che ci dà più preoccupazioni — affer-
ma — ma riteniamo sia la parte fondamentale
per formare un ingegnere d’organizzazione e
destarne l’interesse ».

Mentre parliamo entrano due giovani in-
gegneri: Francesco Segreti, nato a Mendicino
(Cosenza) nel 1934, laureato a Padova nel
1960, e Luigi Fanelli, nato a Roma nel 1933
e laureato a Genova nel 1960. L'ing. Segreti
è all’ Italsider dal febbraio 1961, ed è al-
l’organizzazione della produzione zona alti-
forni e cokeria; l’ing. Fanelli, che è entrato
all’ Italsider nel ’6o prendendosi solo venti



L’ing. Arnaldo Spena, che dirige l’organiz-
zazione della produzione. Un lavoro di pre-
cisione su uomini, mezzi, materiali.

L’ing. Francesco Segreti, dell’organiz-
zazione produzione altiforni e cokeria.
Un lavoro appassionante,

L’ing. Luigi Fanelli, dell’ organizzazione
produzione servizi di manutenzione. Una
filosofia e molta responsabilità.





IO

giorni di vacanze fra la laurea e l’impiego, è
all’organizzazione della produzione servizi di
manutenzione interna per tutti gli impianti; è
sposato e in attesa di prole.

Presenti i due giovani ingegneri, conti-
nuiamo con l’ing. Spena l’esame dei compiti
di organizzazione, esaminando brevemente gli
altri fattori della produzione: mezzi e mate-
riali. Quanto ai mezzi, lo studio organizzati-
vo consiste nell’equilibrarli per avere la mas-
sima produzione; per i materiali si tratta
di ritrovare quelli che diano al processo
produttivo la massima capacità possibile al
minor prezzo. Si possono adottare fra l’altro
anche le tecniche della ricerca operativa; sta
per arrivare un IBM 14io per il centro
meccanografico ed un altro grande calcolatore
scientifico che verrà inserito 0/f line nel proces-
so produttivo dell’altoforno.

« Dapprincipio mi prese una specie di sgo-
mento — confessa l’ing. Segreti — vedevo
tutto nero; ma è un lavoro che appassiona
moltissimo. L’altoforno esercita un fascino
cui non è estraneo il mistero di certe reazioni
che vi avvengono e che la scienza non ha
ancora svelato ».

«Se si ferma il carro-ponte che trasporta
le siviere si ferma l’acciaieria — dice
l’ing. Fanelli — questo dà un’idea delle
responsabilità che gravano sugli addetti alla
manutenzione». E qui viene sul tappeto quella
che gli anglosassoni chiamerebbero /a filosofia
della manutenzione: quanto si può spendere
nella manutenzione rimanendo nei criteri di
una sana economia? Problema che si articola
in mille e mille domande precise a punta di
spillo, come « per quante ore può funzionare
un olio? »

Il colloquio con i tre tecnici conclude con
un vivo elogio a Piombino dell’ing. Spena.
« Piombino è il migliore stabilimento per ra-
gioni di coesistenza esterna; cioè ci si vede
sempre, ci si vede fuori e si continua a par-
lare delle cose dello stabilimento. Questo gio-
va al lavoro di gruppo: vedersi, parlarsi, co-
noscersi ».



L’ing. Ardelio Gargiulo, capo servi-
zio agli altiforni. Un personale co-
scienzioso e capace,

Il terribile agosto di un giovane ingegnere

Ho visitato lo stabilimento secondo il per-
corso classico del minerale e del carbone,
dalla cokeria e dagli altiforni all’acciaieria e
ai laminatoi; sono stato fra i fumi e i lampi,
con tutto l'imponente accompagnamento acu-
stico che caratterizza le varie fasi.

Alla cokeria ho trovato un ingegnere piom-
binese, Arturo Bellucci; è nato a Piombino
nel 1908, si è laureato a Pisa in ingegneria
industriale ed è entrato all’ Ilva nel 1936.
È stato a Torre Annunziata, a Bagnoli, e in
sede. La cokeria a Piombino, a differenza di
quanto accade a Cornigliano, è divisa dall’al-
toforno. L’ing. Bellucci è molto riservato;
teme che con questo genere di colloqui si
vada nel “fantasioso”. È 1l suo braccio destro,
sig. Benvenuti, che mi accompagna a visitare
la cokeria, mi fa assistere allo sfornamento del
“salmone”, di carbon coke rovente, allo spe-
gnimento che manda in cielo nubi di vapor
bianco, e mi porta nei sotterranei dove corro-
no le tubazioni del gas. « Novecentonovan-
tasei bombe caddero durante la guerra nel
perimetro dello stabilimento!» dice Benve-
nuti. E il dramma di quei giorni rivive nel
suo colorito racconto; ma capisco che anche
questo dramma, del minerale che diviene coke,
dei treni che vanno e vengono, delle cariche,
degli spegnimenti, non è per lui diventato
routine, e lo appassiona ancora. « La guerra ci
dette grandi insegnamenti — dice — tenemmo
la cokeria ferma quattordici ore, poi ripar-
timmo senza inconvenienti »; non c’è retorica
che potrebbe descrivere più compiutamente la
passione per il mestiere di queste parole mo-
deste e rivelatrici.

Agli altiforni troviamo un ingegnere dalla
personalità molto spiccata: Ardelio Gargiulo,
nato a Morbegno in Valtellina ma formato a
Napoli, dove si laureò nel 1940 in ingegneria
chimica e nel 1947, tornato dalla guerra, in
farmacia. Nato nel 1916, appartiene a quella
generazione i cui problemi mi sono anche
troppo noti poiché io pure ne faccio parte.



Il dr. Giacomo Mecacci, capo sezio-
ne acciaieria, Un vecchio compagno
d'armi.

Il decennio della guerra e del dopoguerra ci
s'è incastrato nell’esistenza fra giovinezza e
maturità, e praticamente siamo partiti a tren-
tacinque anni dalla stessa linea di partenza dei
venticinquenni; nulla di strano quindi che un
ingegnere, nel 1947 quando non si trovava
un chiodo da battere, pensasse di fare il far-
macista. Oggi invece per gli ingegneri trova-
re impiego è molto più facile. L’ing. Gargiulo
sostiene inoltre che si dovrebbe istituire
il titolo intermedio di laurea, o assumere
diplomati “di prima grandezza”. L’ing. Gar-
giulo ama Piombino dal momento del primo
incontro. « Offre molte cose — dice — per-
sonale coscienzioso e capace, e poi è una città
ordinata e pulita ».

Lo ama, forse anche per quelle abitudini

ottocentesche che vi sono rimaste, come la
partita serale col medico e il notaio, le vecchie
strade e le vecchie piazze accoglienti. E ama
gli altiforni: «Li considero come dei bambini
che hanno bisogno di essere nutriti assistiti e
amati, anche se sono un po’ rumorosi ».
Vi passiamo accanto, e i “colpi di vento”
sono come ruggiti.
Ma eccoci in acciaieria, dove ci aspetta una
gradita sorpresa: il capo-sezione, dr. Giacomo
Mecacci, laureato in chimica pura, è un vecchio
compagno d’armi. Rievochiamo la guerra, poi
indossiamo l’elmetto per andare fra i fuochi
dell’acciaieria. Troviamo nell’ufficio del dr.
Mecacci due ingegneri: Marco Scaparra, nato
a Sale (Alessandria) nel 1933 e laureato a
Genova in navale nel 1960; è scapolo e rico-
pre la carica di capo-fabbricazione acciaio;
l’altro ingegnere è Roberto Mandolesi, nato
a Firenze nel 1931, laureato a Padova in
ingegneria chimica nel 1961, sposato e padre
di una bambina: dipende dall’ing. Spena, ed è
capo zona acciaieria per l’organizzazione della
produzione. «Crede che l’università l’abbia
convenientemente preparato ai Suoi compiti?»
chiedo. «Sì — risponde — ma i problemi
sindacali non andrebbero trascurati neppure
nel periodo formativo ».

Alla stessa domanda l’ing. Scaparra rispon-



L’ing. Marco Scaparra, capo fabbri-
cazione acciaio. Quell’agosto tutti
chiedevano ferie.



de: « Non bisogna cercare mende nella scuola,
o addossarle colpe; è chiaro che per stare in
acciaieria ci vuole una conoscenza specifica »
(e sottintende «che la scuola non può dare»).
Dopo un periodo trascorso presso |’ ac-
ciaieria di Cornigliano, a metà del giugno
scorso venne qui, e in agosto si trovò in mano
il bastone del comando: «Tutti chiedevano ferie,
ero nell’impossibilità di accontentarli tutti »
dice. E poi rivive nel suo racconto quell’ansia
che è di tutti i giovani quando per la prima
volta la responsabilità pesa sulle loro spalle;
e quei giorni debbono pur venire, per farli
uomini. Dopo l’ovatta della famiglia, l’aria
condizionata della scuola, l’idillio dei primi
mesi di fabbrica, ecco l’afflato rovente del-
l’acciaieria d’agosto; il sole dardeggia nei vetri,
i cortili avvampano di luce, come le bocche
dei forni Martin in cui bolle l’acciaio. I pen-
toloni delle siviere vanno a mezz’aria, por-
tati dal carro-ponte; gli operai sanno fare
ognuno il proprio mestiere, e quando sorge
un problema, è un problema vero, da risolvere
con un parere esperto: evitare di dare pareri
avventati è la norma d’oro per tutti. Ma qui
non siamo in politica, in diplomazia o in giu-
risprudenza, dove si può prender tempo e
rispondere con risposte che non dicono nulla.
Il giovane ingegnere capo-sezione deve ta-
gliare il nodo che gli viene presentato con
un colpo chiaro e netto come la spada di
Alessandro. Ma la prova è stata ben superata;
l’ha confermato il dr. Mecacci: « Sono due
ragazzi in gamba, due giovani laureati bril-
lanti » dice dei due ingegneri. E con essi
usciamo dall’ufficio, sul balcone da cui si ac-
cede alla campata dell’acciaieria: sotto di noi
sono due “siluri” su carri ferroviari, ciascuno
colmo di duecento tonnellate di buona ghisa
liquida; questa è la stazione ghisa, dove si
riempiono le siviere che vanno ai forni Martin:
i forni sono cinque, e si nutrono della ghisa
versata in essi dalle siviere, e del rottame ca-
ricato dalla macchina caricatrice, che passa su
rotaie, a sirene spiegate, e spinge il rottame
nella bocca incandescente dei forni.



Mandolesi,
produzione in acciaieria. Studiare nella scuo-
la anche i problemi sindacali.

L’ing. Roberto organizzazione

In acciaieria facciamo conoscenza con un
simpatico ingegnere della manutenzione: Gian-
carlo Consogno, nato a Spineto Scrivia (Ales-
sandria) nel 1921, laureato a Torino nel 1951-
-52 dopo aver fatto cinque anni di stellette.
«Sono venuto a vedere il forno Martin n. 1
— dice lo stiamo rifacendo. “Guai” ce ne
sono sempre; sono sempre in giro in bicicletta,
è un lavoro interessante ». Frase modesta; è
un lavoro che dà una visione generale del-
la fabbrica, dà la conoscenza di tutti i suoi
problemi.

Un mare di rotaie

Dall’acciaieria, seguendo i lingotti, passia-
mo ai laminatoi. Capo servizio è l’ing. Angelo
Rubei, nato a Piombino nel 1923, laureato a
Pisa nel 1954, all’ Italsider dal 1956. Parla un
bel toscano rotondo, è vivace e naturalmente
orgoglioso dei suoi operai piombinesi: « An-
che senza andare a scomodare gli etruschi
qui c’è una tradizione metallurgica — afferma
— sono stato in altri posti, posso fare dei
confronti: a Piombino ci sono delle maestranze
ben preparate. Quando t’hanno detto “sì, è
possibile’ vuol dire che lo è. È un personale
che conosce i suoi diritti e li difende, ma la-
vora bene e volentieri. Questo ci permette di
lavorare... » e qui gli veniva detto « benissimo »
ma un improvviso attacco di modestia l’ha
fermato... « ovvia, un po’ benino ».

Un esemplare di questa forte razza di la-
voratori piombinesi l’ho incontrato poco do-
po nella cabina di comando del freno blooming:
è l’operaio Corrado Buccianti, che ha qua-
rant'anni e tre mesi di servizio, e tanta, ine-
sausta passione per il mestiere. La stessa
passione di cui mi parla il dr. Quilici, che
cura le pubbliche relazioni dello stabilimento
e che ebbe occasione di far fare il giro degli
impianti ad ex operai anziani. Nel descrivermi
il loro interesse per la vita dei reparti, per
le novità, mi diceva che molti di essi avevano
gli occhi lustri. E non son personaggi alla
De Amicis, metalmeccanici toscani,



sono



L’ing. Giancarlo Consogno, capo della
manutenzione assegnata, Una visione
generale della fabbrica.

II

piombinesi, gran lanciatori di moccoli, gente
per nulla tenera o disposta all’intenerimento.
KR 45 nei laminatoi
finché diventa rotaia da 60 chilogrammi al
metro lineare; il 90 per cento delle rotaie
d’Italia si fanno a Piombino, e se ne esportano
anche in Egitto, India, Spagna e altri paesi.
Ci accompagna fra le rotaie l’ing. Giusep-
pe Marchetti, nato nel 1927 a Genova e
in quella università laureato in ingegneria in-
dustriale e chimica nel ’55, in preparazione
per capo treni a caldo. Aspirava a pas-
sare all’ esercizio laminazione: « Finalmen-
te prodotti finiti, lavoro più pratico, più me-
tallurgico; ogni tanto ci si sporca: si va sotto
qualche gabbia e si esce fuori neri, ma dà
più soddisfazione che stare a tavolino ».

Alle rotaie Piombino sta per affiancare an-
che la produzione di profilati piccoli e medi,
e di tubi saldati. Perché Piombino vedrà rad-
doppiare lo stabilimento; qui il discorso si
farebbe lungo, ma non potevamo non accen-
narlo in questa sede.

Ed ora usciamo a far due passi per Piom-
bino; qui passeggiano le ragazze guardinghe
che consigliano i giovani professionisti a spo-
sarsi o ad andare a cercare altrove facili prede:
qui i negozi schierano la loro merce, i cinema
i cartelli e le immagini dei film in program-
mazione e di prossima visione. Qui c’è, nella
buona stagione, il passeggio, con i mariti e
i fidanzati a braccio delle rispettive dame, op-
pure le donne avanti a ciarlar di bambini,
domestiche, mode e frivolezze, e dietro gli
uomini a parlare di sport, o magari di acciaio.
Ma c’è il mare, ci sono i pini, c'è la grande
isola che chiama e mostra le sue bellezze di
là da dieci miglia di mare.

L’isola del ferro antico, l’Ilva, o Elba. E se
la nuova piazza di Piombino è un po’ squal-
lida, le vecchie mura hanno vita da vendere e
la rocchetta e il porto sono pieni di prospet-
tive e di scorci suadenti. Parto da Piombino
con un animus tutto diverso da quello col
quale sono arrivato; parto con un gran de-
siderio di tornarci.

Seguiamo l’acciaio





L’operaio Corrado Buccianti (in pri-
mo piano), laminatore al blooming.
Un tipico siderurgico piombinese.





Il Codice di Biadaiolo

Famosi sono i codici miniati italiani : libri precedenti
l'invenzione della stampa, che erano manoscritti su pergamena
e illustrati con magnifiche miniature.

Dapprima si trattò di disegnare con ghirigori e motivi
vegetali le lettere iniziali della pagina o del capoverso, poi
si passò ad inserire la lettera iniziale in un quadrato dorato,
entro il quale ci si sbizzarrì a creare figure e scenette at-
tinenti al soggetto trattato nel testo.

Le miniature, ottenute con colori naturali e grandi sfondi
in oro, di stile prevalentemente gotico, erano eseguite in
massima parte nei conventi dove appunto si procedeva nel
medioevo alla copiatura di codici antichi, provenienti dalla
cultura greco-romana o alla creazione di messali e salteri.

La maggior parte dei codici miniati italiani dall’ XI
al XV secolo fu costituita da libri da messa, da sacre bib-
bie, da storie di santi e profeti o al massimo da tavole
astrologiche. Rarissimi i soggetti profani, riguardanti trionfi
di personaggi illustri o scene di guerra, ancora più rari
i soggetti commerciali, perché non si riteneva il lavoro
manuale degno di essere immortalato con tali opere.

Più unico che raro, dunque, questo codice italiano del
secolo XIV oggi conservato nella celebre Biblioteca Lauren-

,

ziana di Firenze e detto ‘il codice di Biadaiolo”.

Esso costituiva il libro dei conti di un mercante fiorentino
di biade, un certo Lenzi, che vi annotò dal 1320 al 1335,
giorno per giorno, il prezzo dei grani e delle altre biade, le
vendite eseguite, i soldi incassati, quelli pagati, i crediti e
i debiti. Un vero libro di contabilità e di cassa sul quale il
mercante fiorentino, degno in questo del gusto corrente nel-
la sua artistica città, fece miniare, non si sa da chi (tanto
è vero che l’autore viene definito nelle storie della pittura
come il “maestro di Biadaiolo”), gustosissime scene di vita
commerciale rappresentanti appunto la compravendita dei
grani e delle biade che si svolgeva allora nel celebre mercato
di Orsanmichele (ancora oggi esistente e trasformato in
chiesa, in via dei Calzaioli).

Ed ecco che in quelle pagine fitte di annotazioni com-
merciali e di cifre si incontrano, patetici saggi dell’arte
popolaresca fiorentina, scene vivissime rese con tratto per-
spicace e con colori brillanti, con dovizia di rossi, di blu, di
verdi su gotici sfondi dorati.

Ecco, nella grande miniatura che riproduciamo a tutta
pagina, due scomparti : in quello superiore un mercante sta
contrattando con due Biadaioli mentre prende una misura ;
in quello inferiore il mercante è nella sua bottega, seduto al
banco, mentre scrive sul libro il prezzo del grano venduto,
alla presenza dei due clienti.

Nella miniatura a sinistra vediamo una scena in tempo
di dovizia, con mietitura, trebbiatura e mercato del grano
contenuto nei grandi recipienti di legno, e tanto di angeli
con trombe che ricordano l’allegrezza del momento e invita-
no a far bene in tempo di dovizia.

Questo codice è uno degli esempi più rari e più alti

della «pittura popolaresca intesa ad illustrare scene di vita
commerciale.





e

e mae UOCICOIONI



14

DOMENICA va (ORRIERE



SI PUBBLICA A MILANO OGNI DOMENICA



sata 1 la Se È vie reicwo Verri. 12 Il problema dell’emigrazione, che è stato per
Dono agli Abbonati del “ Coniese della Sera, i?» = - più di un secolo uno dei più drammatici che
(Centesimi 10





AREZZO — la società italiana ha dovuto affrontare, si pre-

senta oggi in una luce completamente nuova.
Per la prima volta nella storia del nostro paese

RS : ( grandi industrie italiane (fra cui |’ Italsider)
E | Hi lb cercano personale per i propri stabilimenti nel







Sud anche tra gli emigrati.
( Partendo da questi dati di fatto Piero Biz-

() zarri ha tracciato nell’articolo che segue la
Mi storia delle principali idee che sul problema
î LIL i dell'emigrazione sono state formulate da storici
Peli gr! A EEE TI i e politici italiani.

}} i (Foto: Farabola, Leoni, Patellanî).



























, : Se ancora ce ne fosse bisogno, un’ulteriore
È dimostrazione di come il “miracolo economi-
n A co italiano” abbia colto di sorpresa tutti in
Europa è data dal fatto che nel 1957, al mo-
mento della discussione del Trattato di Roma,
le maggiori perplessità suscitate dallo stesso
nei Parlamenti europei furono dovute alla
$ paventata “invasione” di manodopera italia-
À na, contro la quale non sembravano sussiste-
N 4 re sufficienti garanzie. E in Inghilterra, an-
, d ) P cora uno o due anni fa, la polemica contro
} l'adesione al Mercato Comune era principal-
mente basata sulle “orde di italiani affamati”
che si temeva sarebbero sciamati ad invadere
l’isola.
È Ma anche in Italia, nel 1957, il relatore di
4 maggioranza della Commissione Speciale del-
‘ la Camera dei Deputati per la ratifica del trat-
È |. | tato istitutivo della Comunità Economica
"I <a | Europea affermava che la preoccupazione
a LC ° i . dei negoziatori italiani era stata “anzitutto”
“f x i: S «| quella della migliore utilizzazione del poten-
; N > ziale umano all’interno della Comunità e che
SR Re: SI 3 x o: v di la libertà di movimento garantita dal trattato
\ ° n rappresentava un notevole incentivo allo sboc-
SI ) i co dell’emigrazione italiana nei paesi della
# > SII piccola Europa.
% In effetti, il mutamento è stato rapidissi-
pe RT PF? °° mo:in pochissimi anni, addirittura in pochis-
di ; 444 il simi mesi, l'emigrazione, uno dei fatti più
De Se i : tradizionali della vita economica del nostro
Sr Rit i i paese ha cambiato (o sta cambiando) aspetto
SIUCAI fino a trasformarsi da fenomeno fisiologico
in patologico.
Oggi dunque, mentre la riserva di “terroni”

Tra le illustrazioni di un articolo sul problema dell'emigrazione non potevano mancare le tavole di Achille Beltrame. comincia ad esaurirsi, mentre assistiamo al
Questa, tratta dalla Domenica del Corriere del 1901, coglie dal vero emigranti meridionali in partenza dalla stazione fenomeno di industrie italiane che si rivolgo-
di Milano per il Canadà.

TASSA TITOLI, EMUGIANTI: MFRNIMONATI D'ALTA STAZIONI M

dif Pern «di A Melly i

EN SINFOPARE EMoniza

no agli emigrati per le assunzioni, vale la pena
di soffermarsi sul problema che è stato uno
dei più gravi propostisi alle classi dirigenti
x : italiane e che minaccia di diventare un ele-
Breve storia di un problema mento di contraddizione nel quadro dello
straordinario sviluppo che il paese sta co-
9 ° Ò noscendo.

| L’emigrazione italiana, come fenomeno di
enil TaZIOo ì Ì e massa, si è sviluppata dopo l’unificazione po-

litica del paese. Prima dell’unità, a parte al-

cune correnti di emigrazione stagionale dal

Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto ver-



so la Francia, la Svizzera e l’Austria, e alcune
correnti migratorie dalla Liguria verso l’Ar-
gentina, il problema si pone in termini assai
modesti o non si pone affatto.

Eppure in uno scritto di Giuseppe Maria
Galanti, incaricato dalla Corte borbonica di
condurre una serie di inchieste nelle varie
province del Regno, apparso nel 1805, tro-
viamo in luce tutta la problematica che sarà
poi sviluppata dai primi scrittori meridionali-
sti e, come vedremo, continuerà a proporsi
quasi inalterata fino ai nostri giorni.

«... Se tali emigrazioni — scriveva il Ga-
lanti a proposito degli abruzzesi che ogni
anno emigravano nel vicino Stato: Pontificio
— agli abruzzesi riescono vantaggiose, sono
poi nocive nel rapporto politico e generale
del Regno... Lo Stato Romano aumenta di
ricchezza e di forze con le nostre braccia; e
mentre le nostre terre, soprattutto le nostre
spiagge, sono abbandonate e mefitiche, quelle
della campagna di Roma diventano sempre
più coltivate, produttive e floride... Il supremo
magistrato del commercio propose per espe-
diente di confiscare i beni di coloro che espa-
triavano e per decoro di questo Tribunale



Un'altra immagine di Beltrame, sempre del 1901.
La didascalia dice: «la triste partenza da Genova di
contadini dell'alta Italia emigranti in America ».

sarebbe stato mestieri che non fusse questo
spediente registrato tra le nostre prammatiche.

Spediente più proprio era quello di erigere delle
fabbriche di arti e di manifatture nell’ Abruzzo,
così abbondante di acqua e di legna, con provve-
dere al tempo medesimo alla conservazione e ri-
produzione dei boschi ... ».

Ma prima di entrare nel vivo del dibattito del-
le idee che accompagnò il fenomeno migratorio,
diamo uno sguardo alle cifre che definiscono

meglio di ogni considerazione l’entità e la rile-
vanza che lo stesso ha assunto in anni passati.

Negli anni compresi dall’unità alla prima
guerra mondiale, l’emigrazione ha subito un
costante incremento: da 119 mila emigrati nel
1880, si è passati a 157 mila nel 1885, a 217
mila nel 1890, a 293 mila nel 1895. Nel 1900
il numero degli emigranti comincia a salire
bruscamente e dalle 352 mila unità di quel-
l’anno passa, l’anno dopo, a 533 mila unità
per raggiungere una media di 600 mila unità
fino al 1913, anno in cui si registra la punta
massima di 872 mila espatri. Dal 1901 al
1913 oltre 8 milioni di italiani lasciarono il
paese diretti in massima parte (5 milioni)
verso le Americhe. Il 47% degli emigranti era-
no di provenienza meridionale. Nel Mezzo-
giorno infatti, come ricordava Gino Luzzatto
in un convegno di qualche anno fa, «l’incre-
mento della popolazione residente, mante-
nendosi quasi costante con un tasso quinquen-
nale del 3,3% dal 1861 al 1906, è salito a 5,1
nel quinquennio 1906-11; la mortalità, pur es-
sendo sempre superiore a quella del Nord, è
sensibilmente diminuita ed è largamente com-

pensata dal forte aumento di natalità. Sono

Una scatola di pata-
te nel bagaglio di un
contadino emigrante,

assai numerose le famiglie che hanno sette o
otto figli e che, data la mancanza quasi to-
tale di offerte di impiego fuori dei campi,
sono condannate a ridurre entro limiti sem-
pre meno tollerabili la loro alimentazione o a
tentare la via dell'emigrazione, non per cer-
car fortuna ma per sottrarsi alla miseria e
alla fame ». Si capisce quindi come il dibattito
politico si sviluppò proprio nella pubblicistica
meridionalistica che in quegli anni andava

15

facendo le sue prime prove e costituiva uno
dei fatti più incisivi della cultura italiana.

Ma non fu tanto l’entità numerica del flus-
so migratorio ad imporsi all’attenzione della
grande opinione pubblica quanto le caratte-
ristiche di brutalità e di sfruttamento che esso
assunse. Veri e propri mercanti di carne uma-
na, gli “agenti”, giravano le campagne e i
paesi del Meridione offrendo i loro servigi a
chi intendeva lasciare il paese. vantavano
conoscenze in tutti i settori della pubblica
amministrazione e della marina mercantile che
potevano interessare l’emigrante e promette-
vano un contratto di lavoro nel paese di de-
stinazione. Spesso questi ingaggiatori percepi-
vano compensi da più parti: dall’emigrante e
dalla compagnia di navigazione e qualche vol-
ta erano veramente in corrispondenza con gli
imprenditori d’oltre oceano a cui fornivano
personale a basso costo. Molto spesso capita-
va invece che l’emigrante venisse imbarcato
su una vecchia carretta sovraccarica e costret-
to ad effettuare la traversata oceanica stipato
nelle stive e che, arrivato nel paese di desti-
nazione, senza un soldo, senza conoscerne la
lingua, dovesse mettersi alla ricerca di un la-



voro che gli era stato dato come certo al
momento della partenza.

Fu questo l’aspetto del fenomeno che, come
si diceva, colpì particolarmente l’opinione
pubblica, anche perché su di esso si sbizzarrì
la retorica più o meno lacrimevole di quei
giornali che in quegli anni coltivavano i so-
gni colonialistici e nazionalistici della borghe-
sia italiana. Ma una letteratura seria (di un
livello superiore a ‘Dagli Appennini alle

16

in questa pagina: par-
tenze di emigranti,

nella pagina accanto: tec-
nici italiani dell’Agip Mi-
neraria occupati presso le
piattaforme della conces-
sione “off shore” sul Gol-
fo Persico.



Ande”, per intenderci) sull’argomento non ci
fu mai e se ne lamentava Ugo Ojetti, anni
dopo, in pieno periodo fascista.

Se ne occuparono invece economisti e po-
litici liberali, i quali peraltro ebbero tutti la
convinzione comune che l'emigrazione fosse
un fenomeno assolutamente ineliminabile, da-
ta la povertà delle regioni meridionali e la
concomitante eccedenza demografica. Nessuno
di essi cioè si pose il problema della riforma
delle strutture economiche che sarebbero sta-
te indispensabili per avviare a soluzione la
questione meridionale e porre un freno al-
l'emigrazione. Nessuno di essi continuò il
discorso che il Galanti aveva iniziato in ter-
mini così chiari quasi un secolo prima.



Essi avevano di fronte una classe di gover-
no strettamente legata, almeno fino alla con-
clusione del periodo crispino, agli interessi
terrieri della borghesia meridionale, e che,
oltre a non risolvere i problemi di fondo da
cui l'emigrazione derivava, predisponeva mi-
sure repressive nei confronti degli emigranti
(circolare Lanza ai prefetti del 18 luglio 1873

- disegno di legge Crispi 1887) nel timore
di rompere l’ “equilibrio” esistente nei rap-
porti tra le classi agricole con conseguente di-
minuzione della massa di manodopera dispo-
nibile nelle campagne e successivo aumento
dei salari. La polemica sull’emigrazione va
quindi inserita nel contesto della polemica li-
berista avversa alle pratiche protezioniste dei
governi di allora. Tratto caratteristico della
posizione dei riformisti meridionali fu l’avere
attribuito all'emigrazione un’importanza deci-
siva per il rinnovamento dei rapporti produt-
tivi e sociali della stessa vita morale e politica
del Mezzogiorno, partendo dal presupposto
che l’emigrazione sarebbe riuscita a creare un
meccanismo di sviluppo autonomo della so-
cietà meridionale. « L'emigrazione fu presen-
tata quindi — scrive il Villari — come la
via naturale e spontanea di soluzione della
questione meridionale in quanto destinata ad
eliminare o ridurre la sovrappopolazione agri-
cola e quindi a favorire, insieme alla disten-
sione sociale, il miglioramento dei rapporti
contrattuali tra proprietari e contadini, l’au-
mento del livello dei salari e, indirettamente,
un maggiore impegno dei ceti possidenti per
lo sviluppo dell’agricoltura ».



L’attenzione prestata dagli economisti libe-
rali al fenomeno fu comunque di grande im-
portanza, poiché si deve ad essi la prima vigo-
rosa sottolineatura del rapporto tra esodo
rurale e condizioni generali di vita nelle cam-
pagne in un momento in cui l’opinione gene-
rale attribuiva le cause dell’emigrazione allo
spirito di avventura, all’anarchismo dei conta-
dini ed alle ingannevoli promesse degli agenti.

Il Franchetti e il Sonnino, nella loro inchie-
sta sulle « Condizioni economiche ed ammini-
strative delle province napoletane e la mezza-
dria in Toscana» del 1875, si dicevano favore-
voli all'emigrazione che « se crescesse, da un
lato diminuirebbe ancora l’offerta di braccia,
dall’altra potrebbe, col ritorno degli emigrati
più fortunati, far nascere una classe di piccoli
capitalisti e di contadini proprietari ».











18

qui a fianco: operai italiani
impegnati nella costruzione di
una gigantesca diga a Roscires,
sul Nilo Azzurro.

nella pagina accanto:

(a sinistra) minatori italiani
in Belgio; (a destra) tecnici
dell’Agip Mineraria sul Gol-
fo Persico.

Sostanzialmente analoga la posizione di
Giustino Fortunato: «Non esito un
istante a dire, per la molta esperienza che
ho del paese in cui vivo, che se l'emigrazione
delle province meridionali è un male, un
danno, poiché, dopo tutto, riconosco rappre-
senti la fuga e l'abbandono, essa è un male e
un danno che il fattore demografico ivi de-
terminato, assai più che nella rimanente pe-
nisola, dall’eccesso di popolazione in rappor-
to alla fertilità della terra, spiega e giustifica
salvandoci da mali infinitamente più grandi.
L’emigrazione ci ha purgati dalla vergognosa
piaga del brigantaggio... ha contribuito alla
diminuzione degli omicidi e reso meno fre-
quente l’abigeato... ha spinto la classe agiata
alla lotta contro il tracoma, ha debellato l’usura
fino a ieri scandalosissima, ha fatto tra noi
più rade le sanguinose rivolte dei ceti rurali
che un partito politico vorrebbe impedire,
illudendo sé e gli altri, con una semplice di-
sposizione di legge, ha fatto innalzare i valori
dei contadini e dei braccianti, e pervenire ca-
pitali nuovi al Mezzogiorno con le rimesse
degli emigranti ».

La funzione decisiva delle rimesse degli
emigranti per il pareggio della bilancia com-
merciale e per l’accumulazione di capitali co-
mincia intanto ad imporsi come un elemento
decisivo nella valutazione del fenomeno. Se-
condo i calcoli degli studiosi, infatti, negli
anni 1901-10 le rimesse furono di 500 milioni
all'anno e se si considera che nello stesso pe-
riodo l’eccedenza delle importazioni sulle
esportazioni determinò nella bilancia commer-
ciale italiana un deficit di 469 milioni all’anno,

solo



ci si può fare un’idea dell'importanza econo-
mica delle rimesse.

Così, mentre nei grandi porti di Genova,
Napoli, Palermo e Messina decine di migliaia
di uomini, donne e bambini erano costretti
ad attendere 4-5 giorni il proprio turno d’im-
barco ammassati in grandi cameroni freddi,
guardati a vista dalla polizia, F. S. Nitti in un
discorso pronunziato alla Camera il 21 giugno
1905 sul bilancio dell’emigrazione dichiarava:
« Fino a quando noi non saremo un grande pae-
se esportatore di merci e le nostre industrie non
avranno una forza motrice e uno sviluppo alme-
no dieci volte superiore all’attuale, noi saremo
per necessità un paese esportatore di uomini».

La coraggiosa denunzia che quegli uomini
fecero nell’Italia post-risorgimentale di uno
dei suoi mali peggiori non andò quindi mai
oltre il generico appello alle classi dirigenti
perché vi ponessero riparo.

Parimenti generico e sostanzialmente con-
comitante nei giudizi di fondo fu l’atteggia-
mento del movimento operaio e socialista di
fronte al fenomeno migratorio. L’incompren-
sione della questione meridionale, che era an-
cora una delle caratteristiche del partito so-
cialista, in quel periodo legato a pochi gruppi
di operai privilegiati, fece sì che esso assu-
messe una posizione sostanzialmente contrad-
dittoria di fronte al grande esodo. Interessante,
al fine di comprendere gli orientamenti esi-
stenti nel partito socialista, è la polemica
sorta nel 1912 tra Luzzatto e Treves il quale
aveva esaltato le lotte per il lavoro delle masse
bracciantili della Valle Padana in contrappo-
sizione con la passività dei contadini meridio-

nali, da lui ritenuta causa dell’emigrazione.
Nelle argomentazioni del Treves (riconosce
A. Fontani nel suo volume “Gli emigrati”),
«affiora una interpretazione della combattività
dei braccianti emiliani che risente delle conce-
zioni razzistiche sulla inferiorità dei meridio-
nali mentre, per quanto concerne i mezzi atti
a ridurre e combattere l’emigrazione, egli non
sa indicare altro che le lotte per il lavoro. I
problemi strutturali della società italiana, e in
primo luogo il problema agrario e meridiona-
le, non sono neppure menzionati ».

Anche l’anticonformismo abituale del Sal-
vemini non si manifesta su questo spinoso
problema. Nel 1920, infatti, Salvemini scriveva
che «trattenere per forza in Italia la gente
che era disposta ad emigrare, significava sot-
trarre all’Italia gli utili dell'emigrazione che
contribuiva ad equilibrare lo sbilancio tra im-
portazione ed esportazione, significava esa-
sperare in Italia il fenomeno della disoccupa-
zione, significava moltiplicare il numero dei
rivoluzionari per disperazione ».

L’atteggiamento dei cattolici non fu sul
piano teorico molto diverso da quello dei li-
berali anche se Leone XIII aveva rilevato
nella “Rerum Novarum” che « non si cam-
bierebbe la patria per un paese straniero, se
quella desse di che vivere passabilmente ai
suoi figli ».

Notevoli furono invece le opere di assi-
stenza religiosa dovute all’iniziativa di due
grandi vescovi: mons. Scalabrini di Piacenza
e mons. Bonomelli di Cremona.

L’unico dei grandi meridionalisti dell’Ita-
lia prefascista ad assumere una posizione coe-



rente ed approfondita di fronte al fenomeno
migratorio, ma “clamans in deserto”, fu Na-
poleone Colajanni. Egli negò l’esistenza in
Italia di un eccesso di popolazione e dimostrò
come fosse illusoria la posizione di coloro che
volevano porvi rimedio promuovendo l’emi-
grazione perché «è la miseria che favorisce
maggiormente la procreazione imprevidente ».
La sua conclusione è quindi precisa: «I fatti
e le induzioni stabiliscono che solo le riforme
sociali valgono ad arrestare l'emigrazione eli-
minandone la causa precipua: la miseria ».
L’avvento del Fascismo segnò una svolta
anche nella politica migratoria del paese.
L’emigrazione in massa non è più conside-
rata un mezzo per risolvere il problema demo-
grafico, ma cosa umiliante e condannabile. La
soluzione dei problemi interni della società
italiana viene indicata nell’attuazione di una
politica imperialistica ossia nella modificazio-
ne dei rapporti di forza tra le grandi potenze.
Lo sviluppo demografico serve a dimostrare
che l’Italia ha bisogno del “posto al sole” e
a creare il mito della “razza prolifica in ascesa”.
Dirà infatti Mussolini, in un discorso pro-
nunziato a Potenza nel 1936: «I popoli dalle
culle vuote non possono conquistare un
Impero ... hanno diritto all’ Impero i popoli
fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la vo-
lontà di propagare la loro razza sulla faccia
della terra... I problemi che interessano la
vostra terra e la vostra gente sono già cono-
sciuti. Si è sin troppo scritto e poco operato ...
io vi dico, vi prometto — il che è più impor-
tante — che la Lucania, sotto l’impulso e il
dinamismo della Rivoluzione delle Camicie

Nere, brucierà le tappe per raggiungere più
presto la mèta... ».

Le pagine di “Cristo si è fermato ad Eboli”
di Carlo Levi sono la più efficace smentita di
questa politica magniloquente e retorica, così
come lo sono le cifre del fenomeno migrato-
rio alla sua ripresa nel secondo dopoguerra.
Dal 1946 al 1960 l’emigrazione permanente
ha registrato 2.618.068 espatri a cui vanno
aggiunti 1.356.641 espatri stagionali dal 1953
al 1960. Le rimesse, passate per i canali uffi
ciali e non, si calcolano, negli anni 1946-1960
intorno ai 2200 miliardi di lire.

Appare evidente dunque che l’entità del
fenomeno non è molto cambiata rispetto a
quella degli anni prefascisti. Cambiato è in-
vece l’atteggiamento delle classi dirigenti ita-
liane e il dibattito meridionalista ora tutto in-
dirizzato ad individuare le cause degli squili-
bri regionali e a studiare le modalità dell’in-
tervento pubblico e privato diretto ad elimi-
narle, agendo sulle strutture economiche.
L’emigrazione viene accettata come un male
per il momento inevitabile, anche se si cerca
di migliorare l’assistenza agli emigrati. Ma la
lotta contro la disoccupazione è anche lotta
contro l’emigrazione. Ci si rende conto cioè
che se è vero che di fronte al problema di
assicurare a tutti un lavoro e un minimo di
possibilità, l'emigrazione costituisce una so-
luzione, si tratta di una soluzione rinunzia-
taria, ottenuta cancellando una parte dei cit-
tadini dai registri dello stato, e paradossal-
mente deficitaria dato l’onere dell’allevamen-
to fisico e dello sviluppo intellettuale dell’emi-
grato, che per un uomo di venti anni è stato



calcolato intorno ai 4 milioni di lire. Questo
spiega le proteste con cui è stato accolto
nel 1961 un articolo di Vera Lutz la quale,

collegandosi agli economisti liberali del-
l’ Italia umbertina, di cui abbiamo illustra-
to le idee, ha sostenuto essere l’emigrazione
una condizione indispensabile per l’industria-
lizzazione del Mezzogiorno.

Nel frattempo, però, molto prima di quanto
gli studiosi avessero previsto, la riserva dei
possibili emigranti si è quasi completamente
esaurita. Alle migrazioni verso paesi stranieri
si sono aggiunte quelle interne, dal sud al
nord d’Italia. Oggi, come dicevamo all’ini-
zio, le industrie sorte nel Sud cominciano a
rivolgersi agli emigrati invitandoli a tornare
a lavorare nei loro paesi d’origine. E di fron-
te a questa situazione, appare manifesta la
contraddizione fra una politica tendente alla
realizzazione di infrastrutture che consentano
lo sviluppo di una data zona, all’intervento
diretto mediante la creazione di impianti in-
dustriali perché fungano da poli di attrazione,
e una politica che contemporaneamente inco-
raggi il progressivo depauperamento di uno
dei fattori essenziali della produzione e cioè
del lavoro. Pertanto, mentre rimane probabil-
mente incolmabile la perdita secca subita per
effetto dell’emigrazione passata, sembra chia-
ra la linea da seguire per il futuro: continua-
re a rimuovere le condizioni che hanno co-
stretto i cittadini italiani all'emigrazione, co-
stituendo nei loro luoghi di origine quelle
fonti di sostentamento, per sé e per i loro fa-
miliari, che essi hanno dovuto andare a cer-
care lontano, in paesi stranieri.

20

La ricerca
operativa

Nelle grandi industrie, quando si presenta un
problema da risolvere che riguardi, poniamo,
certi tempi di lavoro o un certo tipo di mercato
o la migliore applicazione di certe tecniche di auto-
mazione, capita sempre più spesso di sentir dire :
«questo è un problema da ricerca operativa ».

Questo tipo di ricerca è ormai diventato in-
dispensabile per le industrie, in particolare per
i grandi complessi che debbono affrontare e ri-
solvere ogni giorno situazioni sempre più com-
plicate, in cui bisogna tener conto di una quan-
tità di fattori che su tali situazioni possono di-
versamente influire.

Che cos'è, dunque, questa ‘‘ricerca operativa”
di cui tanto si sente parlare?

Cercheremo qui di illustrarne nel modo più
semplice le caratteristiche, rifacendoci anche alle
interessanti esperienze compiute e in corso in
questo campo presso l’Italsider. Ringraziamo
l’ing. Armando Corso, che dirige la sezione ri-
cerca operativa della nostra società e che ha
scritto per la rivista questo articolo.

(Disegni di Riccardo Manzi),



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Tre sono gli elementi fondamentali su cui si basa la ricerca operativa: la
realtà, la matematica, la statistica.

Com'è nata

la ricerca operativa

Innanzitutto, vediamo com’è nata la ricer-
ca operativa. La sua origine è tutt'altro che
remota: è un ramo della scienza scaturito
dal gran crogiuolo del secondo conflitto
mondiale accanto al radar, al reattore, al
missile, all'impiego dell’energia atomica, e
poi applicato, al pari delle molte innova-
zioni tempo di guerra, alle
opere più costruttive e rassicuranti del tem-
po di pace.

Durante la seconda conflagrazione mondiale,
nei paesi anglosassoni si presentò agli stati
maggiori la necessità di risolvere, nel modo
più rapido e con meno errori possibili, una
grande quantità di problemi di gestione di
uomini e di mezzi.

Si trattava di problemi molto comples
le decisioni dovevano essere prese rapida-
mente e in condizioni di incertezza, per la
difficoltà di prevedere il comportamento del-

tecniche del

SI, Cl



l'avversario o l’effetto di fattori esterni, non
dominabili.

Il numero di elementi da considerare era
generalmente elevato, le caratteristiche
ed interrelazioni erano complicate, ma pote-
vano essere espresse in forma matematica, ri-
correndo anche, talvolta, all’ausilio del calcolo
delle probabilità.

Esempi classici di tali problemi furono: il
più efficace impiego del radar, la determina-
zione del numero ottimo di navi da riunire
in convoglio per ottenere la più bassa per-
centuale di affondamenti ad opera dei sommer-
gibili tedeschi, indicazioni tattiche come ad
esempio la previsione dei risultati dei bombar-
damenti aerei eccetera.

Per risolvere simili problemi gli stati mag-
giori decisero di affiancare, ai responsabili
operazioni, consulenti tratti dall’am-
biente scientifico, specializzati in matemati-
ca, statistica, economia, psicologia, genetica
e in altre diverse discipline, affidando loro
il compito di condurre gli studi necessari

loro

delle











secondo il più rigoroso metodo scientifico.

L’attività di quegli scienziati fu chiamata
ricerca operativa e il loro lavoro si mostrò
subito estremamente difficile.
ricercatori puri, studiosi abituati ad un ritmo
di lavoro intellettuale che non teneva conto
dell’orologio, delle conseguenze immediate di

della

guerra imponevano invece decisioni rapide,

Essi erano dei

una determinata scelta. Le necessità
contatto con la realtà: le
qualità, insomma, dell’uomo d’azione.

Fu un’attività, quella, preziosa e certamen

intuizione, rischio,

te, in taluni campi, decisiva per la condotta e
per l’esito della guerra. Ma fu anche un’espe-
rienza destinata a non esaurirsi con il ritorno
alla pace. Gli scienziati che ne erano stati i
che i metodi di ri-

protagonisti trovarono

cerca da essi adottati in circostanze eccezio-
nali, a pro delle operazioni di guerra, poteva-
trasferiti
attività pacifiche.

no essere vantaggiosamente nelle

Così la ricerca operativa sopravvisse alla

guerra e si sviluppò ben presto lungo diverse



Prima fase di lavoro della ricerca operativa: la raccolta e l’analisi dei dati su un determinato ar-
gomento. Se per questa fase, che è la più lunga, i tecnici impiegano - poniamo - dieci mesi...

direttrici, invadendo il campo industriale, la
pianificazione economica regionale e nazio-
nale, lo studio dei traffici, il commercio.

il suo intervento è particolarmente utile
quando si debbano conciliare punti di vista,
talvolta I
ressati a qualche decisione.

diametralmente opposti, degli inte-

La ricerca operativa, in conclusione, non è
che un atteggiamento scientifico di fronte ai
problemi. Si può dunque dire che, con essa,
dato
Un'idea vecchia, ma che non tutti teniamo



è stato un nome ad un’idea vecchia.
nel giusto conto al momento opportuno. E
questo avviene talora per la fretta di pren-
dere certe decisioni, 0 per presunzione, o per
abitudine.

Come lavora
il ricercatore operativo

I criteri che devono animare il ricercatore
operativo di fronte ad una decisione da pren-
dere, sono essenzialmente due:

- finalizzare la decisione, cioè fissare un

obiettivo;

- rendere misurabile e misurare quanto più
si può del sisfemza considerato.

Il procedimento è induttivo-deduttivo: si
raccolgono dapprima e si elaborano le infor-
i sul sistema da studiare, con l’aiuto
dei competenti e della statistica; si costruisce,
in una seconda fase, un zrodello del sistema,
alle “alternative
nali” e alle loro conseguenze sull’obiettivo da

mazioni

limitato cosiddette decisio-
raggiungere.

Sarebbe, in altre parole, come se un cal
ciatore, per tentar di trovare il sistema migliore



per segnare una rete, si ponesse al tavolino
per costruire, su un ipotetico “campo”, un
modello del percorso da seguire con la palla.
Egli dovrebbe cercare di individuare tutti i
successivi ostacoli che potrebbero presentar-
glisi nella corsa verso la porta avversaria,
ostacoli costituiti, naturalmente, dai calciatori

della squadra rivale.





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22

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seconda fase: ... impiegheranno tre settimane per l'elaborazione, sui dati rac-
colti, di un “modello matematico” da sottoporre alla calcolatrice elettronica.

Ogni incontro con un avversario impone
al calciatore delle alternative, delle decisioni
da prendere. Al termine della sua fatica, il
calciatore-ricercatore si troverebbe davanti ad
un modello di sistema costituito da una serie
di alternative, di decisioni, ciascuna con con-
seguenze diverse rispetto all’obiettivo da rag-
giungere (un’alta probabilità di segnare la
retel). Egli dovrebbe inoltre tener conto di
una mumerosissima serie di altri fattori, come
gli angoli di incidenza, il vento che può de-
viare il pallone, le reazioni psicologiche e
fisiche degli avversari e proprie, l’aiuto dei
compagni di squadra, e tutte le altre circostan-
ze che chi frequenta i campi di foot-ball co-
nosce assai bene.

Fattori di questo genere possono essere
talvolta espressi in termini matematici, ed in-
fatti i modelli che i ricercatori operativi ela-
borano sono, generalmente, di tipo matema-
tico. Su di essi si sperimenta pazientemente,
per soluzione diretta o per tentativi, al fine
di ottenere la decisione preferibile.

Lo studio del modello permette di ricavare
anche informazioni sulle conseguenze di altre
alternative, elementi per la determinazione di
politiche generali o particolari da seguire,
oppure elementi per sviluppare indagini e
rilievi.

Da quanto si è detto risulta evidente come
la matematica e gli elaboratori elettronici gio-
chino un grande ruolo nel campo della ricer-
ca operativa.

Come dev'essere
un ricercatore operativo

Un serio problema che si pone ad ogni
organizzazione che voglia iniziare un pro-
gramma di ricerca operativa è quello del re-
perimento e del continuo addestramento di
persone adatte a tale disciplina.

In America è stato calcolato che si possa
in media individuare wr solo /anreato realmente
idoneo a svolgere in modo completo l’atti-
vità di ricerca operativa su duemila laureati

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tecnici (ingegneri, fisici-matematici, economi-
sti, chimici eccetera).

È un fatto che sul mercato americano ed
europeo la domanda di tale servizio è in au-
mento, e ciò porta a buone prospettive per
chi sia in grado di intraprendere questa pro-
fessione.

I requisiti fondamentali del ricercatore ope-
rativo che debba agire in campo industriale
sono di tre ordini: tecnici, di mentalità, di
comportamento.

I requisiti tecnici consistono innanzitutto
in una forte tendenza all’astrazione, e quindi
alla logica, al ragionamento, alle discipline
matematiche. Il ricercatore deve possedere in
alto grado la facoltà di analisi e di sintesi, ma
deve avere anche spirito creativo, inventiva,
originalità.

Per quanto riguarda gli altri requisiti, ecco
una serie di regole, una sorta di “decalogo”
che il ricercatore operativo deve poter rispet-
tare integralmente per essere considerato ido-
neo a svolgere il suo non facile compito:

GS


8 3290

RU=33042

R

R STOP OVFRELOM. 1,



Mi
Je



1) mon opinare: cerca di misurare i fenomeni,
anziché contentarti di indicazioni generiche.

2) mon precipitare: sii riflessivo e metodico.

3) non ti addormentare: abbi il senso del do-
vere: forza di volontà per il tuo addestra-
mento e continuo aggiornamento, e per il
lavoro di ufficio. Sii aperto verso le novità
tecnologiche e metodologiche, non rinun-
ciare per pigrizia ad affrontare le più diffi-
cili ed astruse.

4) non poetare: sii consapevole delle respon-
sabilità insite nei compiti a te affidati, in
particolare della portata, della realizzabili-
tà e dei limiti delle tue proposte.

5) mon urtare: sappi ispirare fiducia e simpa-
tia negli interlocutori con la tua franchezza
e lealtà, con un comportamento modesto
ed educato, con autocontrollo ed intuito
psicologico nelle difficili discussioni.

6) non re: mantieni in tema le riunioni,
usando tatto, calma, una certa disinvoltura.



7) non pontificare: rinuncia quando necessario
al tuo preciso linguaggio da “iniziato”:
esprimiti con semplicità, chiarezza, essen-
zialità. Scrivi le tue relazioni in modo or
dinato, evidente e conciso (in particolare,



non scrivere decaloghi).



8) won spifferare: mantieni il segreto sulle in-
formazioni che i responsabili ti indicano

come riservate.

9) non rinunciare: sii costante e perseverante
nella raccolta di dati e informazioni neces-
sarie al lavoro, cercando di superare nel
modo migliore le difficoltà.

10) mon ti isolare: diffondi la mentalità, il me-
todo e le tecniche nel resto dell’organiz
zazione. Favorisci il lavoro di squadra e
lo spirito di collaborazione.

Si può aggiungere che il ricercatore ope
ere un individuo che alle doti
tecniche unisca una mentalità molto aperta ed
una personalità completa, e quindi sia non

rativo deve



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terza fase: la calcolatrice e
lavoro

tronica in poche ore di
fornisce la risposta ai quesiti dei ricercatori,

solo, per esempio, un ingegnere, ma anche
un umanista, che sappia trovare con natur
lezza la strada per comunicare con altri uomini.



Egli dovrà cioè confortare le sue attitudini
anche con una molteplicità di interessi al di
fuori del lavoro, siano essi artistici, culturali
o ricreativi.

Come opera
la sezione ricerca operativa dell’Italsider
La sezione ricerca operativa dell’Italsider
dipende direttamente dalla direzione generale
servizi di produzione e impianti. È un tipico
servizio di staff, un ente di consulenza al ser
vizio di tutta l'azienda. I problemi di una
società delle dimensioni della nostra sono in-
numerevoli: è possibile però fare un inventa-
rio di quelli che per evidenti caratteristiche
sono passibili di trattamento con la ricerca
operativa, per la molteplicità e stretta rela
zione tra i fattori, per la misurabilità di buona



24

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2 39863 &
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c 3435?

parte di tali fattori, per la mumerosità delle
competenze interessate, per la possibilità di
studiarli con calma, senza eccessive pressioni
di ter.po.

Occorre poi riordinare tale elenco di pro-
blemi per importanza e precedenza: si può
quindi scegliere su quali è bene di volta
in volta indirizzare il lavoro del nucleo di
ricerca.

Sino ad oggi sono stati inventariati circa
ottanta argomenti di studio e si è lavorato
su quasi tutti, portandone a termine, con o
senza relazione, una trentina.

Le aree maggiormente investigate
programmi di consumo di materie prime; con-
trollo delle scorte; simulazione di movimento
interno ed esterno; dimensionamento e con-
dotta di impianti, attrezzature ed edifici; pia-
nificazione della produzione e degli scambi fra
reparti e fra stabilimenti; politiche di mercato
e di trasporto; flusso delle informazioni azien-
dali. Inoltre studi teorici di ricerca operativa
e programmi elettronici generali.

sono:



tecnici addetti alla ricerca operativa sono di preferenza scelti fra coloro che dimostrano
di avere interessi anche in altri campi di attività. Tecnici, insomma, ma con fantasia.

Ogni argomento viene affidato ad uno dei
tecnici di ricerca operativa, che diviene capo-
progetto responsabile dal punto di vista me-
todologico. Generalmente si costituisce anche
un gruppo di lavoro, affidato ad un respon-
sabile da scegliersi con criteri organizzativi e
tecnologici. Il tecnico di ricerca operativa si
porrà al suo servizio.

La fase più lunga e delicata è sempre quella
della raccolta dei dati e delle informazioni.
In alcuni casi essa può durare anche un anno,
contro le due o tre settimane necessarie per
il lavoro di costruzione del modello. Alla
fine, si giunge al responso delle macchine:
una fase nella quale è sufficiente qualche ora
di elaborazione elettronica!

Per la costruzione del modello ci si avvale
degli sviluppi più recenti in questo campo.
Si parte quindi da alcune tecniche divenute
oramai classiche, ed in qualche caso si giunge
a sviluppi originali. A queste tecniche dedi-
cheremo prossimamente un altro articolo.
Esse vanno sotto i nomi evocativi di: pro-

grammazione matematica; simulazione; teo-
ria delle file d’attesa, dei giuochi di strategia,
delle scorte, dei rinnovi ed investimenti, dei
grafi; programmazione reticolare; program-
mazione dinamica eccetera.

Fatta la costruzione del modello, bisogna
con esso simulare la realtà, e ricavare le con-
seguenze delle alternative, per ottenere le re-
gole di decisione.

I risultati vengono discussi con tutti gli
interessati e poi si passa alla stesura delle
conclusioni in un rapporto. Occorre infine
verificare in pratica l’esattezza delle previ-
sioni, ed eventualmente ricorreggere il mo-
dello.

Un lavoro lungo e paziente, come si vede,
ma nel quale (e ci piace sottolinearlo),
la scienza più rigorosa e la tecnica più aggior-
nata vanno insieme con la capacità creativa,
la ragione si sposa con la fantasia per dare al-
l’uomo sempre nuove possibilità di dominare
questo nostro mondo così difficile, complicato
e affascinante.

La conferenza
europea

della

sicurezza
sociale

Il prof. Mattia Persiani dell’ Università di
Roma prende lo spunto dalla prima conferenza
europea sulla sicurezza sociale per tracciare
un sintetico panorama dei problemi della tutela
previdenziale nell’area del Mercato Comune.

Nello scorso mese di dicembre, è accaduto
un fatto di grande importanza per l’evoluzio-
ne delle legislazioni sociali dei paesi della
Comunità. Per la prima volta gli esecutivi
delle Comunità hanno convocata a Bruxelles
una Conferenza Europea della Sicurezza So-
ciale alla quale hanno partecipato i rappresen-
tanti dei datori di lavoro, dei lavoratori, dei
governi ed esperti indipendenti. Il fatto è
assai importante non solo perché mai fino
allora i problemi dell’armonizzazione delle
legislazioni di previdenza sociale nel loro
complesso erano stati affrontati a livello eu-
ropeo, ma specialmente perché la conferenza
non aveva scopi di studio o di discussione
teorica. La Conferenza è stata convocata,
infatti, allo scopo di consultare le categorie
più direttamente interessate ai problemi della
armonizzazione. Da queste consultazioni e,
cioè, dalle conclusioni cui è giunta la Confe-
renza, la Commissione, che è l’organo supre-
mo esecutivo del Mercato Comune, si ripro-
pone di trarre utili indicazioni circa gli
obiettivi da perseguire a breve, medio e lun-
go termine e, in genere, circa l’indirizzo
da dare alla sua attività nei confronti degli
stati.

Il risultato finale cui si vuole pervenire è
quello di armonizzare le legislazioni nazio-
nali. Occorre, però, avvertire che armonizza-
re, come dice la parola stessa, è qualcosa di
diverso da unificare. Non si vuole né si deve
arrivare ad una disciplina legislativa uguale
ovunque. A parte le difficoltà praticamente
insormontabili che si frapporrebbero a que-
sta realizzazione, essa sarebbe inutile perché
la diversità di situazioni economiche e sociali
esistenti nei sei paesi impedirebbe di rea-
lizzare ugualmente la stessa tutela dei la-
voratori.

Armonizzare, quindi, vuole dire eliminare
le disparità di trattamento e, va aggiunto, dare
impulso alla evoluzione verso il progresso
delle legislazioni nazionali.

L’armonizzazione delle legislazioni sociali e,
in particolare, di quelle di previdenza sociale
è una esigenza che si pone principalmente
perché, come è noto, la realizzazione della
Comunità Europea, secondo lo spirito dei
Trattati che l’hanno istituita, deve portare
non solo a risultati positivi da un punto di
vista economico, ma anche e specialmente al
miglioramento delle condizioni di vita e di
lavoro della mano d’opera e al soddisfacimen-
to in genere delle esigenze sociali. Così l’ar-
monizzazione nel progresso della tutela previ-
denziale realizzata a favore dei lavoratori co-

25

stituisce uno degli obiettivi principali della
politica comunitaria.

Si capisce, però, che l’esigenza dell’armo-
nizzazione si pone anche sotto altri profili,
in quanto i fenomeni sociali interferiscono re-
ciprocamente con quelli economici. Così, poi-
ché l’onere del finanziamento della previdenza
sociale è sostenuto in genere, direttamente o
indirettamente, dai datori di lavoro, l’armo-
nizzazione deve servire anche a rimuovere le
distorsioni che falsano o impediscono la li-
bera concorrenza tra le imprese della comu-
nità.

L’azione della Comunità, in tema di si-
curezza sociale, non è, però, improntata di-
rettamente alla eliminazione degli ostacoli alla
concorrenza, che costituisce un risultato pre-
visto solo come naturale conseguenza di
quanto sarà fatto al fine di migliorare le con-
dizioni dei lavoratori.

I lavori della Conferenza possono essere
considerati come un risultato positivo. Na-
turalmente le difficoltà da superare per giun-
gere all’ armonizzazione sono molte e no-
tevoli.

Una delle principali difficoltà, anche se a
volte viene sottovalutata, è quella relativa
proprio alla diversità del modo in cui viene
concepita la previdenza sociale e conseguente-
mente dei sistemi giuridici attraverso i qua-
li, nei sei paesi, si attua la tutela previ-
denziale.

In Italia e, per alcuni aspetti, in Belgio e
in Olanda, si ritiene, pur non senza incertezze,
che la realizzazione della tutela previdenziale
di chi vive del proprio lavoro debba essere
considerata come un fine perseguito imme-
diatamente e direttamente dallo stato. Si han-
no così sistemi di assicurazione sociale resi
obbligatori dalla legge che determina le con-
dizioni per l’erogazione delle prestazioni pre-
videnziali, il loro ammontare e quello dei
contributi. Queste assicurazioni sono, inoltre,
gestite da enti pubblici al cui finanziamento
concorre largamente lo stato.

Nella Repubblica Federale ‘Tedesca, in
Francia e, per altri aspetti, in Belgio e in
Olanda, sembra, invece, prevalere l’opinione
per cui la tutela previdenziale sia un fatto
che riguardi solo indirettamente lo stato e
quindi l’intera collettività, e direttamente sol-
tanto le categorie protagoniste della vita eco-
nomica del paese: lavoratori e datori di
lavoro.

La tutela previdenziale è spesso realizzata
attraverso organizzazioni di origine contrattua-
le, e quindi libere, finanziate solo dai lavora-
tori e dai datori di lavoro. Così, in alcuni
paesi, i sistemi tradizionali dell’ assicurazione
sociale, intesa come assicurazione obbligato-
ria, coesistono con sistemi di servizio nazio-
nale ispirati alle più moderne concezioni del-
la sicurezza sociale, mentre in altri paesi sono
largamente integrati, se non addirittura sosti-
tuiti, da forme di previdenza libera tanto in-
dividuale che collettiva. Basterebbe ricordare,
a questo proposito, come in Francia la tutela
contro la disoccupazione sia tuttora realizzata
e regolata da un contratto collettivo.

R.F. Tedesca

Belgio

Francia

Italia

Lussemburgo

Paesi Bassi

Gran Bretagna







EVOLUZIONE DELLE SPESE DI SICUREZZA SOCIALE DAL 1955 AL 1959

numero rosso — 1955
numero nero 1959
numero in parentesi — indice di variazione (1955 — 100)

(°) regime complementare della disoccupazione nel 1959: 3.310 milioni di vecchi franchi

malattia infortuni vecchiaia disoccupazione

. maternità sul lavoro

4.668 1.040 7.000 961
8.368 1.648 16.311 1,106
(179) (158) (233) (115)
O n O o
7.351 3.561 8.347 6.079
9.193 4,155 14.038 8.370
(125) (117) (168) (138)



L] O
353.487 98.399 191.000 6.151 (0)
593.853 169.374 295.000 6.596
(163) (172) (154) (107)



306,545



187.830 56.061 e
332.426 90.998 609.827
(177) (162) (199)

o w n .
358,4 238,2 7794 1,5
467,5 305,2 1.046,9 1,8
(130) (128) (134) (115)

n o O wu
553,4 105,1 425,8 109,5
888,4 130,6 1.220,4 151,3
(161) (124) (286) (138)



741.569 32.584 440.766 18.431
980.986 49.423 670.255 45.827
(132) (152) (152) (249)

assegni
familiari

792
(177)

7.326
9.770
(133)



523.377
710.551

(136)



336.320
435.509
(129)

316,6
395,2
(125)

n
377,6
505,1
(134)

110.878
137.021
(124)

totale

14.115
28.225
(200)

32.664
45.526
(139)

1.172.414
1.775.374
(151)

941.919
1.556.360
(165)

1.694,1
2.216,1
(131)

1.571,4
2.895,8
(184)

1.344.228
1.883.472
(140)

In questo grafico l’evolu-
zione delle spese di sicu-
rezza sociale è presentata
secondo i rischi e per
paese. Le spese si riferi-
scono all’ erogazione delle
prestazioni compresa la
gestione. L'aumento mag-
giore di spese si è avuto,
per l’assicurazione di “vec-
chiaia”, negli anni consi-
derati, nella Repubblica
Federale Tedesca, in Bel-
gio, in Italia e in Olanda,
mentre in Francia l’au-
mento maggiore ha riguar-
dato l'assicurazione con-
tro gli “infortuni sul
lavoro” e in Gran Breta-
gna la “disoccupazione ”

R.F. Tedesca

Francia

Italia

Lussemburgo

Paesi Bassi

Gran Bretagna

PERCENTUALE DELLE SPESE DI SICUREZZA SOCIALE PER I VARI RISCHI

le cifre corrispondono nell'ordine da sinistra a destra alle seguenti voci:
1) malattia; 2) invalidità vecchiaia superstiti; 3) infortuni sul lavoro; 4) disoccupazione;
5) assegni familiari; 6) altri.

1 2 3 4 5 totale
25,1 32,7 7,3 14,9 20 100
1 2 3 6 5
28,8 57,3 5,7 5,5 2,7 100
1 2 3 4 5
25,3 31 8 0,3 35,4 100
1 2 3 4 5 6
22,1 40,1 5,4 42 25,5 2,7 100
1 2 3 4 5
22 44,4 14,6 0,1 18,9 100
1 2 3 4 5
31,3 42,7 41 6,8 15,1 100
1 2 34 5
52,1 35,6 2,6 2,4 7,3 100

Come si vede da questo grafico,
in Italia, Belgio, Repubblica Fe-
derale Tedesca, Lussemburgo, Pae-
si Bassi, la voce che assorbe la
maggior percentuale di spese di
sicurezza sociale è rappresentata
dall’ «invalidità vecchiaia super-
stiti” mentre in Francia è rap-
presentata dagli “assegni fami-
liari” e in Gran Bretagna dalle
spese per le assicurazioni contro
le “malattie”. Le due tabelle ri-
prodotte in queste pagine mostra-
no quali grandi diversità esistono
oggi nelle nazioni europee nel
campo della sicurezza sociale.
Ogni paese concepisce in modo
diverso la previdenza sociale e i
sistemi giuridici attraverso i quali
attuarla. Per tentare di armoniz-
zare le varie legislazioni anche
nello spirito dei trattati istitutivi
della Comunità Europea, sono stati
discussi recentemente a Bruxelles,
in una conferenza di grande in-
teresse, i problemi della sicurez-
za sociale.

28

L’opera di armonizzazione, in queste con-
dizioni, deve tener conto della diversità degli
strumenti e della diversità di posizioni assun-
te dai soggetti interessati, prima ancora delle
differenze di risultati ottenuti.

Sotto quest’ultimo profilo le differenze più
notevoli riguardano l’ammontare delle pre-
stazioni erogate e le condizioni richieste per
la loro erogazione.

È risultato così che, prendendo come punto
di riferimento la spesa media sostenuta in
ogni singolo stato per l’erogazione delle pre-
stazioni previdenziali, sono nettamente supe-
riori alla media dei sei paesi le spese sostenu-
te nella Repubblica Federale Tedesca per le
pensioni di vecchiaia, in Francia per gli asse-
gni familiari, in Belgio per la disoccupazio-
ne, nel Lussemburgo per gli infortuni sul
lavoro.

È, invece, nettamente inferiore alla ‘media
la spesa sostenuta nella Repubblica Federale
Tedesca per gli assegni familiari, in Francia
e nel Lussemburgo per gli infortuni sul
lavoro.

Tutto ciò dipende da diverse cause. Così, ad
esempio, in materia di assegni familiari, men-
tre in Italia la famiglia viene considerata in
modo assai ampio tale da ricomprendervi, pra-
ticamente, quasi tutti i familiari a carico, in
altri paesi gli assegni sono erogati solo per i
figli e, a volte, solo per i figli non primoge-
niti e da qui una limitazione anche nella
spesa.

In altri paesi, poi, come in Francia, gli
assegni familiari sono versati a tutti i citta-
dini indipendentemente dal fatto che siano o
no lavoratori, onde si spiega che in quel paese
si superi la media degli altri nelle spese incon-
trate per la realizzazione di questa forma di
tutela.

Le differenze sono poi dovute anche ad
una diversa evoluzione delle legislazioni dei
sei paesi. Sempre prendendo come punto di
riferimento il costo dell’erogazione delle pre-
stazioni previdenziali, si ha che dal 1955 al
1959 nella Repubblica Federale ‘Tedesca, in
Olanda, in Belgio e in Italia l'aumento mag-
giore di spese si è avuto per l’assicurazione di
vecchiaia, in Francia per l’assicurazione con-
tro gli infortuni e per quella di malattia. Si
trattà però evidentemente di scelte fatte con
riferimento alla situazione economica e so-
ciale dei singoli paesi.

Ulteriori differenze, l’eliminazione delle
quali, come è stato sottolineato, si impone
come necessaria, riguardano la disparità di
trattamento fatta ai lavoratori dell’agricoltura
rispetto a quelli degli altri settori e partico-
larmente ai lavoratori dell’industria. Entro
certi limiti, inoltre, si impone un adeguamen-
to della tutela previdenziale prevista anche
per i lavoratori autonomi.

La soluzione di tutti questi problemi non
potrà certo aversi a breve termine, ma occorre
pur iniziare a percorrere la via che porterà
ad essa.

La Conferenza Europea della Sicurezza
Sociale costituisce, in questa via, una tappa
importante.



nella pagina accanto: la scuola-soggiorno di Monte-
chiaro offre ai bimbi dei lavoratori dell’Italsider un pe-
riodo di vita attiva e di studio ben preordinato in un
ambiente di alta montagna e in una sede estremamente
confortevole. (in alto) piccoli ospiti dinanzi alla palaz-
zina della colonia mentre giocano con la neve; (in bas-
so) in aula durante una lezione.

Una nuova iniziativa dell’Italsider

La scuola invernale
a Montechiaro

La neve altissima ricopre i prati, le pinete,
i sentieri e anche la baita costruita l’estate
scorsa dai bambini. Nel gran bianco spicca
con le sue linee essenziali l’edificio d’acciaio
e di vetro. Ogni traccia della presenza estiva
dei bimbi in vacanza è scomparsa.

Ma il soggiorno montano Italsider di Mon-
techiaro, a San Sicario di Cesana Torinese,
non è deserto: un grosso pupazzo di neve in-
dica inequivocabilmente la presenza dei bam-
bini.

Montechiaro non è stato dunque abbando-
nato fino alla prossima estate. Una nuova
iniziativa dell’Italsider a favore dei bimbi del
proprio personale ha portato tra le nevi del-
l’alta Valle di Susa centoventi piccoli ospiti
in tenuta invernale che frequentano una scuo-
la elementare parificata gestita secondo i più
moderni sistemi pedagogici.

Lo scopo che l’iniziativa si propone è quel-
lo di offrire ai figli dei lavoratori un periodo
di vita attiva e un ambiente particolarmente
salubre senza che per questo venga trascu-
rata la loro preparazione scolastica. Infatti,
nel periodo di soggiorno a Montechiaro i
ragazzi continuano a seguire i programmi re-
golari di studio iniziati presso le scuole cit-
tadine, assistiti da insegnanti selezionati ed
appositamente preparati.

Per dare al maggior numero di ragazzi la
possibilità di usufruire della scuola, sono stati
organizzati tre turni della durata di cinquan-
ta giorni ciascuno. Il primo di questi turni,
conclusosi alla fine di febbraio, ha dato ec-

cellenti risultati. Vi hanno partecipato bam-
bini di Lovere, Marghera, Piombino e Cor-
nigliano.

Dal 4 marzo al 21 aprile e dal 26 aprile al
9 giugno si svolgeranno rispettivamente il se-
condo e il terzo turno. La scuola funziona
per la terza, quarta, quinta classe elementare
e i partecipanti non devono superare i do-
dici anni di età.

Ci si preoccupa particolarmente di agevo-
lare il distacco del bambino dalla scuola di
origine e il suo rinserimento in essa, alla fine
del turno, senza che la preparazione scolasti-
ca ne abbia a soffrire.

A questo scopo il direttore didattico della
scuola di provenienza compila un modulo in
cui sono annotati i profitti riportati, i pro-
gressi conseguiti e le osservazioni sul com-
portamento dell’allievo. Questo modulo segue
il bambino alla scuola-colonia e al momento
del rientro è restituito con analoghe osserva-
zioni dagli insegnanti della scuola di Mon-
techiaro sui programmi svolti e sui profitti
ottenuti.

Anche allo svago — agli sport invernali in
primo luogo e a tutta una serie di giuochi di
gruppo che allietano le giornate dei piccoli
ospiti — è dedicata una speciale attenzione.

Tutto il programma della scuola è, in so-
stanza, accuratamente studiato per consentire
ai bimbi che necessitano di cambiamento di
aria di usufruire di un confortevole soggior-
no montano e di ritornare in città ritemprati
fisicamente senza danno per i loro studi.



30
Le “tuberie,,

di Farfa

Ad un vecchio pittore-poeta futurista triesti-
no, che oggi abita a Savona, è capitato recente-
mente tra le mani il n. 5 della Rivista Italsi-
der dello scorso anno (quello in cui Marco
Valsecchi tracciava un breve profilo del fu-
turismo). Ma a Farfa non interessò tanto l’ar-
ticolo che parlava del movimento artistico di
cui egli fu uno dei protagonisti, bensì un al-
tro articolo in cui si parlava del bilancio del
primo anno di attività produttiva dello sta-
bilimento di ‘Taranto.

Farfa fu attratto soprattutto da un fatto:
che il tubificio aveva prodotto in un anno
52.225 tubi per il cui trasporto erano stati
necessari 7484 carri ferroviari.

Farfa prese subito uno dei suoi strani bi-
glietti di visita, lo mise in una busta e sulla
busta, invece dell’indirizzo, scrisse quello che
avrebbe dovuto scrivere sul biglietto. Poi
chiuse la busta in un’altra busta e ce la spedì,
insieme con un opuscoletto in cui è stampata
la poesia “Tuberie” che Farfa scrisse nel 1933

Riproduciamo qui a fianco il biglietto e una
parte della lunga poesia sui tubi che piacerà
certamente ai nostri lettori tarentini (e anche
a quelli di Cogoleto).

Abbiamo poi pregato il critico d’arte Euge-
nio Battisti di scriverci una breve nota su
Farfa futurista.

Leggo, in quella miniera di notizie che è il
“Secondo futurismo” di Enrico Crispolti — ed oltre
che miniera, diario dell'unico tenue filone di li-
bertà nostrano dall’ossessione del classico e del
vero lungo decenni di conformismo da operetta
— questo giudizio di Fillia (del 1927) sul già
scatenatissimo Farfa : «Egli non interpreta plasti-
camente la sua visione del mondo — egli si ser-
ve della forma e del colore per esprimere delle
trovate di carattere paradossale-letterario. Umo-
rismo caricaturale perciò, a volte allegro a volte
ironico, denso di bizzarria e di fantasia ». Che
bel giudizio, e come resta vero! Penso, soprat-
tutto, al collage del serpente che ha inghiottito
un pomo (uno di quei pomi che l’ Ariosto descri-
veva con tanto gusto sul corpo delle sue eroine
nude) e che di tale femminile attributo si è fatto
veste, ritmica, ragion d’essere. Una trovata tutta
ridotta in pittura. Ed anche le “tuberie” sono una
invenzione che nasce dall’associazione di imma-
gine ad immagine, per contatto, incastro succes-
sivo, senza volume. Dimenticavo di dire che Fil-
lia, dopo il suo bel giudizio, trova modo di ag-
giungere una cosa sbagliatissima, su Farfa: «è più
poeta che pittore». Ma neppur per sogno. È
proprio la inconsistenza di arabesco dei collages
di Farfa che, pur nutrendosi di esperienze di
tutti i giorni o d’un umorismo da buon Travaso,



È PIA da Di

esplode in qualcosa di assai più pittorico ed
aereo che le pesanti scansioni geometriche d’un
Fillia affascinato dal cubismo, ma incapace di
coglierne lo scetticismo volumetrico e spaziale ;
d’un Diulgheroff, troppo meccanico ed intenzio-

nale; d’un Oriani che si condanna da solo in
una specie di confessione, ‘‘il ritratto del geome-
tra”. Il limite del secondo futurismo, e di tutta
la condizione italiana, era l'incubo di dover dare
un significato, una veste ufficiale anche alla po-
lemica, alla libertà. Farfa conservò il gusto del
giuoco, e per questa strada può venire ancor sco-
perto oggi, non con la riverenza dovuta alle cose
vecchie, ma col piacere dell’imprevisto. Così fe-
cero Forn e Baj, così fanno i visitatori delle
mostre più recenti, trovandosi davanti a farse
pittoriche fra i fumetti e René Clair, ad un gusto
cioè che è istintivo, epidermico, e dall’altro,
gira e gira, porta la sua morale. Il mondo in
cui passiamo non ha una ragion d’essere, verrebbe
da dire: ma è elaborabile a volontà. Aggiungo
milioni a milioni e faccio gli affari; tubo a
tubo, e cambio l'economia del Mezzogiorno, muto
la geografia; aggiungo pezzetto a pezzetto, e
creo una storia. Il vecchio Farfa — è nato a
Trieste nel 1881 — si trova a braccetto con i più
giovani, giotosàmente scettico come loro, e pron-
to, se Dio vuole, a ricominciare tutto da capo.

Eravamo partiti dal secondo futurismo, cioè
dal clima entro cui Farfa uscì sulla ribalta : e
siamo giunti alla ripresa attuale del fantastico,
dell’irrealtà. La scomposizione arbitraria della
natura, allora, dovette sembrare un gran atto di
fede nell’idealismo, un buttarsi a frugare sotto
la maschera delle cose, per cercare il noumeno.
Oggi non si crede più a queste complicazioni lo-
giche. Ma quando Farfa, a proposito degli otto-
cento chilometri di tubi fabbricati a Taranto, e
caricati su 7484 carri ferroviari, scoppia a dire :
« bellissimo allora essere poeti e fabbricare e tra-
sportare col cervello tutte le “‘tuberie”’», vien vo-
glia di abbracciarlo. Ha detto la verità : anche
i treni sono fatti col cervello, e così gli stabili-
menti, e così î tubi. Ed è il cervello di un poeta
(magari un poeta ragioniere, un poeta direttore
d’azienda, un poeta assessore) che pensa che con
i tubi (o facendoli, o usandoli) si possono fare
degli intrichi economici, sociali, tecnologici ma-
gnifici. Quasi dei collages. Più passa il tempo,
d'altronde, anch'io che lavoro a mio modo con
le carte capisco che nel mondo ciò che conta è

la fantasia e, Farfa c'insegna, il coraggio di

credere che non c'è da aver timore della fantasia
propria 0 di quella altrui, perché l’unica distin-
zione che conta è fra chi fa, e chi non fa : cioè
fra “l’incantatore di serpenti” e chi, per non
darsi fatica, finisce invelenito, o avvelenato.

Una foto di Farfa, «poeta record nazionale”, vincitore
del primo circuito di poesia futurista, infrontato col
casco lirico d'alluminio a 1.000 m. in idrocorsa», Questa
è la didascalia che illustra la foto riprodotta qui a fianco.
Farfa fu incoronato poeta, anziché con il classico lauro,
con una corona d'alluminio dallo stesso Marinetti nel
1932 nel cielo di Genova, dove entrambi erano saliti
(a mille metri) con un idroplano Caproni leggero da

7
lime. Gue]

fan 140.000 AL di

toripeli, rapiti Aa 7 4 rr. O
pui Aa ipa 1591
Elmo Ho REZZA lale kbtrian
cervello fi a
1 VERI BFA (E° 14%

. + tubi di camini d’officine
di piroscafi di locomotive
con seme di fumo
dimostranti la nullità
della voluttà
tubi delle panche dei giardini
profumati dai gelsomini
tubi per tutti gli usi
tubi per tutti gli abusi
tubi di latteria curvanti
a mano che ghermisce
cui l’acqua espulsa
prolunga le dita
tubi di canne di grondaie di bocchini
tubi bergmann
togni tubi mannesmann
di tutte le macchine
di tutti i motori
tubi dei gambi dei fiori
tubi dei fucili e dei cannoni
pel cambio rapido delle generazioni
tubi ossibuchi dei polli
che furono pasciuti e satolli
tubi dei nasi infreddoliti
tubi dei cuori inteneriti
tubi dei cannocchiali
che nelle notti belle
si riempiono di stelle
tubi d’organi e d’argani
tubi di strumenti musicali
picchianti col fiato
sui timpani degli orecchi
motivi stravecchi
tubi turati e sturati
tubi nominati e innominati
tubi d’ogni specie e d’ogni tipo
tubi d’ogni spessore e dimensione
tubi ritti e a gomito acuto . ..

tubi
tubi
tubi





Dadà

Marco Valsecchi traccia ‘in questo capitolo
la storia delle origini e dello sviluppo del
Dadaismo, un movimento artistico che, nel
secondo decennio di questo secolo, si mani-

festò attraverso una rivolta totale della fantasia.

I primi gesti compiuti dal gruppo di lette-
rati e di artisti che assunsero il nome di Da-
daisti, servono benissimo a indicare il gusto
della beffa, dell’azzardo illogico e della rivolta
irriverente che animava quel gruppetto di in-
tellettuali seduti a Zurigo, un certo impreciso
giorno del 1916, attorno a un tavolino da caffè.

Praticamente si tratta di questo: il poeta
rumeno Tristan Tzara, gli scrittori tedeschi
Hugo Ball e Richard Hiilsenbeck e lo scultore
alsaziano Hans Arp avevano deciso di fondare

DADA 2

Fretoiii, UTTERAIRE. ET ARTISTIQUE
LIDEGEMBRE ‘1977
pesa



srmita rione

un locale che servisse come club letterario,
sala di esposizioni d’avanguardia, teatro di
varietà, libero da tutti i limiti di censura e di
convenienza. E difatti lo apersero in una stra-
ducola vicino al fiume che attraversa la vecchia
città gotica, e lo battezzarono Cabaret Voltaire.

Già quel nome di uno scrittore illuminista,
campione del razionalismo francese nel Set-
tecento antidogmatico, posto a insegna di
un locale; dove ogni valore logico veniva sov-
vertito e negato, era un primo segno di irri-
tazione più che di disinvoltura. E poiché altri
gruppi di artisti, in quel giro d’anni, erano
distinguibili sotto le diverse denominazioni
dei Fauves, dei Cubisti, dei Futuristi e degli
Espressionisti, si misero a cercare una sigla
propria. E anche qui emerge un altro aspetto
caricaturale del gruppo nuovo. Le denomina-
zioni degli altri movimenti artistici erano pres-
soché tutte sorte a posteriori, durante le pole-
miche e le discussioni suscitate dagli avver-
sari. Dico avversari perché le varie denomi-
nazioni vennero suggerite da critici o da ar-
tisti in dissenso e spesso a derisione di quelle
teorie o di quelle forme. Negli altri casi, ri-
peto, la sigla nacque a posteriori, con un giu-

3I



sopra: le copertine dei primi quattro fascicoli della rivista
“Dadà” usciti tra il 1917 e il 1919. Il nome della rivista
è lo stesso del movimento e si dice che sia stato trovato
aprendo il dizionario Larousse a una pagina qualsiasi e
mettendo il dito a caso su una parola.

a sinistra: uno scorcio della Spiegelgasse a Zurigo.
In questa stradicciuola vicino al fiume che attraversa
la vecchia città gotica c’era un tempo il Cabaret Vol.
taire dove il poeta romeno Tristan Tzara, gli scrittori
tedeschi Hugo Ball e Richard Hiilsenbeck e lo scultore
alsaziano Hans Arp fondarono nel 1916 il gruppo
dadaista.

a destra: Hans Richter e Leo Leuppi davanti ad una
fotografia di una riunione di dadaisti tenuta a Weimar
nel 1922 e nella quale sono riconoscibili, fra gli altri,
Tristan Tzara e Hans Arp.

(Queste illustrazioni sono tratte dal volume “Als Dada begann”
(Così cominciò Dada) di Schifferli - ed. Sanssouci - Die Arche,
Zurigo).

dizio che avrebbe dovuto riuscire sferzante;
e nel caso del nuovo gruppo di artisti radu-
nati nel caffè zurighese la sigla doveva nascere
subito e già con una disposizione ironica e cri-
ticante. Si narra che quei giovani si fecero
portare i volumi del dizionario Larousse, che
li apersero a caso, e che sempre a caso mi-
sero il dito su una parola insignificante del
gergo infantile, Dada, e da questa parola
trovata si battezzarono Dadaisti.

Bisogna tener conto, per comprendere que-
sti fatti, del particolare clima di quegli anni e
per prima cosa della saturazione culturale rag-
giunta anche nelle arti figurative. L’accumu-
larsi delle teorie estetiche, delle polemiche
culturali, delle controrisposte e anche della
nebulosità dei programmi filosofici spesso
percorsi da più o meno vaghe teorie di ri-
forma religiosa, il complicarsi intellettualistico
del momento creativo, avevano originato una
situazione complicata, una specie di gabbia fat-
ta di parole, di schemi, di programmi, entro la
quale la spontaneità creativa degli artisti re-
stava come impigliata e non trovava più
quello slancio innocente e fertile di altre epo-
che meno critiche e meno saturate. Da quella

32

chiusura intellettualistica bisognava pur usci-
re, proprio per sottrarsi alla soffocazione, e
trovare nuovi terreni culturali vergini, dove
poter svolgere altre esperienze e quasi rico-
minciare una nuova vita dello spirito.

Era infatti caduta in crisi l’idea stessa del-
l’uomo e dei suoi caratteri e delle sue relazio-
ni col mondo circostante, e quella crisi finiva
anche per investire il campo dell’arte, che è,
appunto, il riflesso più sensibile e sintomatico
della condizione dell’uomo e del suo esistere
in particolari situazioni. Per cui, in conse-
guenza di quella crisi che si manifestava in
tutti i settori della vita spirituale, anche l’idea
di un’arte come imitazione, imitazione voglio
dire di una realtà esterna e visibile, si rivelò
man mano come una consuetudine logora. A
questo proposito è significativo considerare
che gli stessi Impressionisti, i quali erano con-
siderati come gli esaltatori della realtà della
natura anche nei suoi aspetti più fugaci, già
avevano cercato di sottrarsi a quella sottomis-
sione realistica, almeno negli ultimi anni del-
la loro attività: si veda Monet con i dipinti
dei giardini e delle ninfee di Giverny, si veda
Cézanne con i paesaggi dell’Estaque o del
monte Sainte-Victoire, il periodo di riflessione
di Renoir sull’arte rinascimentale italiana in
cerca di nuovi valori plastici. Piano piano si
era fatta strada un’idea dell’arte come libera
invenzione, come documento e indagine di
una realtà più segreta e soggettiva, coinci-
dente anzi con la più gelosa interiorità, fosse
questa imbevuta di una sottile malinconia
preziosa, come rivelano le pitture di Gauguin
e poi dei suoi seguaci Nabis, cioè Serusier,
Bonnard, Vuillard e compagni, o violente-
mente scossa da un’insofferenza morale, come
dimostrano le opere di Van Gogh e dei due
gruppi dei Fauves francesi da una parte (Vla-
minck e Derain), degli Espressionisti tedeschi
dall’altra (Nolde, Kirchner, Heckel).

Lo scoppio della prima guerra mondiale
aveva portato in Svizzera molti esuli d’ogni
parte dell'Europa, dai dinamitardi e rivolu-
zionari ricercati dalle polizie, Lenin compreso,
agli intellettuali ribelli di ogni legge e con-
formismo; accanto a questi “irregolari”, si ri-
trovarono molti artisti intolleranti di ogni li-
mitazione. Se ne formò una comunità di in-
sofferenti e di riformatori, dalla politica alla
cultura, all’arte, che nel profondo rivolgimento
di quegli anni di guerra sanguinosissima ve-
devano confermate le loro pessimistiche con-
clusioni sulla civiltà moderna incapace di un
ordine e di un equilibrio interiore, e dell’im-
pellente necessità di radicali trasformazioni sia
nell’ambito dei pensieri, della concezione della
vita, che degli organismi e dei rapporti collettivi.

Del resto già Gauguin, il primo di una
lunga serie di spiriti “irregolari” e ribelli,
aveva dimostrato, verso il 1890, la sua insof-
ferenza per quella cultura stagnante e quel
senso di prigionia che si comunicava all’uomo
libero, mutilato — da quel carico eccessivo di
schemi intellettualistici — nelle sue facoltà pri-
mordiali, nella sua innocenza immaginativa.
E come conclusione, in parte illusoria e in
parte disperata, di quel suo pessimismo e del

suo desiderio di giovane libertà, abbandonava
addirittura il vecchio continente, partiva per
sempre dalla Francia per andare a vivere in
una primitiva isola del Pacifico. Né si deve
tacere dell’insofferenza di Rimbaud, altro poe-
ta che avvertiva il senso di chiusura di ogni
prospettiva ideale offerta da quella società
borghese. I Dadaisti di cui stiamo parlando
sorgono in effetti da questo terreno inquieto
e insoddisfatto; ma meno illusi sulla possibi-
lità di salvarsi in mezzo all’innocenza delle
tribù primitive nelle isole lontane, e di inten-
zioni più direttamente ribelli, volevano rivol-
tare dall’interno gli schemi culturali della vec-
chia Europa, cominciando col respingere e col
beffare in modi scandalistici proprio gli esempi
più illustri della tradizione filosofica e artistica.

In questo clima libertario si comprende
non solo l’atroce ironia verso se stessi di quel
titolo occasionale e balbettante di “Dadà”,
ma anche gli atti più inconsulti e sprezzanti,
da quel nome dell’illustre filosofo francese
messo a insegna del cabaret, al gesto di Mar-
cel Duchamp che disegna un paio di baffi
sotto il naso di una riproduzione della ‘“Gio-
conda” leonardesca per il gusto di sconsacrare
con lo sberleffo un capolavoro dell’arte rina-
scimentale, a quell’altro ‘atto gratuito” di
Francis Picabia, che sparge una macchia d’in-
chiostro sopra una superficie bianca (forse il
primo gesto di pittura “tachiste”’?) e la chiama
“La Sainte Vierge”.

Potrebbero sembrare soltanto gesti di spre-
gio estetico. E lo sono infatti. Ma conside-
riamo le persone che li provocano: artisti,
poeti, musicisti, filosofi, e allora questi gesti
prendono altri significati e diventano in certo
modo gesti rivelatori di un’inquietudine spiri-
tuale, profonda al punto da rivoltarsi contro
le stesse basi della cultura, con un’insofferenza
che a volte è tragica e sfiora gli orli della follia,
altre volte è ironica fino alla più feroce cari-
catura. Con dolorosa sincerità André Gide
aveva già dimostrato nel suo romanzo “Les
caves du Vatican” che l’atto gratuito del suo
personaggio non era un gesto di insensibilità
morale, bensì una provocazione al con-
formismo che circondava l’uomo moderno,
spegnendogli ogni riflesso della vita dell’ani-
ma; allo stesso modo quegli ‘atti gratuiti”
consumati sul piano artistico dai Dadaisti ser-
vivano a far crollare ogni artificio estetico,
ogni sovrapposizione culturalistica e liberare,
attraverso quella violenza aggressiva, una
nuova e primitiva sensibilità immaginativa.

Il Cabaret Voltaire cominciò a funzionare
nel febbraio 1916, tra l'indignazione e il sol-
lazzo del pubblico. Avveniva là dentro qual-
cosa che ricorda le ‘serate futuriste” italiane.
Ma queste organizzate o improvvisate dal
gruppo Dadà apparivano più satiriche e vio-
lente per il proposito di aggredire ogni valore
ideale, ogni principio culturale ed estetico.
Era una specie di furia scatenata e distruttiva
dello spirito caricaturale, il gesto più doloroso
di una rivolta contro tutta la società e i suoi
ordinamenti, contro quella guerra in corso
che decimava sanguinosamente nelle trincee
le giovani generazioni europee.

Diverrà più chiara la natura di quelle ri-
bellioni artistiche di Dadà se si fa caso che
nelle sue esposizioni, durate fino al 1922,
quando cioè il gruppo, infoltendosi, si espan-
de in altre città, e da Zurigo e da New York,
dove avvennero le prime mostre dadaiste,
raggiunge Colonia, Berlino e Parigi, compari-
ranno, accanto a quelle di altri artisti, anche
le opere di Marc, Kokoschka, Feininger,
Kandinski, Klee e Max Ernst, cioè di artisti
provenienti dai più vecchi gruppi dell’Espres-
sionismo. I quali, per i primi, avvertirono la
crescente pressione di una fantasia eccitata
da estremismi romantici e psicologici, che ri-
versava la sua irruenza sentimentale sul mondo
reale. Dadà giunse più in là: ruppe anche gli
ultimi legami della realtà con la visione sia
pure deformante dei sentimenti romantici, e
accettò solo il caso, l’abnorme, il fortuito,
l'inversione dei significati, l’arbitrio figurati-
vo, come se tutte le cose e le persone e i
fenomeni di questa terra « fossero visti da un
essere di un altro pianeta, che non capisce
nulla del nostro ».

Gli episodi dadaisti di Zurigo non sono però
i primi avvenimenti in questa direzione. Qual-
cosa era già avvenuto, in condizioni di singo-
lare stranezza, qualche anno prima. A_New
York, nel 1913, si inaugura la prima mostra
d’arte moderna europea in America, nei locali
di una caserma. Tra gli espositori figuravano
due giovani, Francis Picabia di origine spa-
gnuola, e Marcel Duchamp francese, i quali
presentarono dei dipinti eseguiti in uno stile
tra il cubismo e il futurismo, tanto strani che
lo stesso Salon des Indépendants di Parigi
rimase assai incerto se accettarli ed esporli al
pubblico. Il poeta e critico francese Guil-
laume Apollinaire finì per escogitare per que-
sti dipinti una classificazione estetica che indi-
cava almeno in parte la radice anti-razionale
di quelle opere. Inventò cioè il termine di
cubismo orfico. Oggi particolarmente avvertia-
mo l’esattezza e la suggestione di quel termi-
ne orfico, esplicitamente accennato sul sogno,
sull’invenzione quasi magica; e lo spiegò di-
fatti con queste parole: « Il cubismo orfico è
l’arte di dipingere dei raggruppamenti nuovi
con elementi imprestati non dalla realtà visua-
le ma interamente creati dall’artista e da lui
dotati di una possente realtà ».

Picabia e Duchamp puntarono successiva-
mente e con maggior decisione nel regno del-
l’invenzione libera, e trassero anzi motivo di
creazione anche da oggetti presi dal mondo
reale, ma presentati sotto un’angolatura in-
consueta quasi spinti fuori dalla loro stessa

nella pagina accanto: Kurt Schwitters: #* MZ. Nivea ” +
1920. Collezione privata Venezia.

Tra i mezzi rivoluzionari della pittura Dadà contro la
tradizione e l’accademismo imperante vi fu anche quello
di sostituire ai colori i materiali più diversi. Il tedesco
Kurt Schwitters, che è considerato oggi uno dei maggio-
ri artisti Dadà, componeva i suoi quadri incollando sulla
tela carta stracciata, pezzi di stoffa, bottoni, biglietti
del tram e altri oggetti estratti dal cestino, dal bidone
della spazzatura, dalle macerie. Fu un poeta che dal
ciarpame della vita quotidiana traeva le forme e i colori
di una inesauribile ispirazione,







“Ready-made” (1914) di Marcel Duchamp, che

esponeva “oggetti bell'e pronti”, di uso comune,
cambiando loro semplicemente nome, come nel caso
di questo attrezzo di ferro per asciugare bottiglie.

figura, che pure non veniva modificata, e
costretti, si direbbe, a esprimere altri sensi,
altre relazioni, con una sorprendente capacità
di metamorfosi e quasi di ubiquità figurale.
I due artisti, sulle prime indicazioni di un al-
tro giovane americano, di nome Man Ray,
che già aveva sperimentato quella duplicità
di sensi e di immagini fin dal 1914, presen-
tarono in esposizione degli oggetti comuni,
oggetti già belle e pronti (i “ready-made” di
Man Ray appunto), chiamandoli però con
altri titoli e constatando che effettivamente
essi avevano la capacità di adattarsi a quella
nuova definizione e di rivelare quasi una loro
faccia nascosta. Un procedimento, cioè, che
alcuni anni più tardi venne ripreso anche da
Picasso, quando collegando un manubrio a
una sella da bicicletta, ne trasse, senza altre
aggiunte né modificazioni, una testa di capra.
E un’operazione che in antico era riuscita
anche all’Arcimboldi, usando frutta, ortaggi
e arnesi da cucina per creare ritratti di figure
umane.

Man Ray trovò anche altri mezzi: alla tra-
dizionale espressione pittorica, con i mezzi
cioè della pittura, sostituì per la prima volta
altri materiali: bottoni, vetri spezzati, fili di
canapa, lembi di stoffe, determinando in tal
modo una rivolta non solo sulle immagini
tradizionali della pittura, ma anche sui mate-
riali dell'antica tecnica dei colori.
Kurt Schwitters seguì subito quell’indicazio-
ne. In Man Ray era il gusto della scoperta;

Il tedesco

Max Ern





: “composizione dadaista” - 1920. Ernst è un artista tedesco dotato di

una fantasia che può essere avvicinata a quella dei pittori demoniaci del 400. Nella
sua pittura, oltre le intenzioni ironiche, si scoprono i labirinti oscuri e le angosce
dell'anima moderna. Diventerà più tardi uno dei maestri del Surrealismo.

in Schwitters quelle materie raccolte nel ciar-
pame della vita quotidiana servivano a rico-
struire un'immagine dell’esistenza, quasi un
bisogno di salvare l’ultimo barbaglio di una
realtà nello squallore dei rifiuti, dei relitti, al
di fuori di ogni mitologia letteraria. La vita
si spende in una serie infinita di atti e gesti
automatici, senza storia; e Schwitters appunto
ne raccoglieva, con i biglietti del tram, le
carte stracciate, i pezzi di sfoffa, i bottoni, le
piume, i mozziconi di sigaretta, le estreme,
umili testimonianze. Sotto la rivolta deriden-
te alla grande cultura bisogna raccogliere in
questi fatti l'estremo atto d’amore anche verso
questi ritagli della nostra cronaca, una specie
di poetica crepuscolare del frammento deca-
duto ed umiliato. Picabia arrivò a disegnare
‘macchine’, certi congegni con molle e
ingranaggi, non rispondenti a nessun uso pra-

certe *
tico, ma solo curiosamente allusivi e inutili.
Macchine per captare le nuvole imprendibili
della fantasia o della noia. E sarà necessario
insistere ancora sulla fertile immaginazione
sperimentale di Man Ray, perché da lui, oltre
che il primo suggerimento del “collage” di
oggetti eterogenei, deriveranno anche i primi
esperimenti di sovrapposizioni fotografiche.
Fu insomma un vero pioniere delle esplora-
zioni nella giungla che la fantasia umana aveva
scoperto nei sottofondi delle immagini reali
e negli espliciti rovesciamenti delle abitudini
logiche e visive.

I Dadaisti trovarono perciò quell’ “inno-

cenza” cercata anche da Gauguin in queste
operazioni di frattura da ogni consuetudine
mentale e visiva, in questa libertà assoluta di
stacco dell’intelligenza e degli istinti, in que-
sti incroci imprevisti di oggetti e di figure
che determinano di sorpresa altri imprevisti
significati, Il poeta Tzara disse che non si
voleva affatto distruggere l’arte e la lettera-
tura: ma solo distruggere l’idea che l’uomo
se n’era fatta, e raggiungere così una chiarez-
za morale e una sincerità della fantasia, al di
là di ogni convenzione culturale, al di là de-
gli stessi movimenti artistici moderni, che
finivano per creare altre regole, altre accade-
mie. Sicché André Breton, fondatore del Sur-
realismo col suo “manifesto” del 1924, poté
affermare giustamente, riassumendo i prece-
denti culturali del Surrealismo, che Dadà fu
piuttosto una rivolta dell’intelligenza, un’azio-
ne di insofferenza dello spirito troppo gravato,
che non un vero e proprio movimento arti-
stico,

Sta di fatto che questa libertà intuitiva, im-
maginifica ed espressiva del Dadaismo avrebbe
sollecitato molti aspetti dell’arte contempora-
nea. Gli stessi Surrealisti, che pure negavano
evidenza artistica ai Dadaisti, trovarono sul
terreno del Dadaismo una larga disponibilità
di impulsi creativi. E intanto quella libertà
stessa della fantasia, che se in Dadà aveva
una funzione provocatoria, nel Surrealismo
diventa un atto di ricerca e di affermazione
della vita immaginativa contro la logica, del-

“«Cadeau” (omaggio) - 1921, dell’americano Man Ray. La protesta e l’ironia
Dadà sono qui concentrate in un semplice oggetto deformato: un ferro da stiro
ad usare oggetti e immagini



strappa-vestiti. Ray fu uno dei primi artisti
reali rovesciandone il significato logico.

l’intuizione, anzi dell’illuminazione interiore
contro la regola fissa, per poter comprendere
la vera rigenerazione dello spirito. Dadà ave-
va spalancato le porte, i Surrealisti procedet-
tero, come vedremo in altro articolo, dentro
quel vasto regno dell’inconscio, della vita
automatica e irriflessiva.

Avrebbero usato come materiale espressivo
non tanto gli oggetti del mondo reale, quanto
le figure sorgenti o dilatate o spiazzate su
altri sensi e rapporti dal sogno, dall’allucina-
zione, persino dai deliri e dalla follia, a costo
di provocarli artificialmente, certi ormai come
erano, sulle intuizioni della psicanalisi freu-
diana, che la vera libertà dello spirito è altro-
ve, fuori dalle parvenze del mondo reale, in
una dimensione tutta interiore,
giunge la luce della coscienza e il controllo
della ragione, nella notte primordiale dell’es-
sere e dei suoi istinti. E la loro risposta a
tutto quell’immenso accumulo di materiale
figurativo ricavato dal mondo reale o vagliato
della ragione, era appunto in quei profondi
scandagli dentro gli abiss

dov e non



i della vita inconscia,
nel provocare urti di emozioni disparate, nel-
l'associazione improvvisa di oggetti tra di lo-
ro eterogenei per ricavarne significati remoti,
con la speranza che qualcuno individuasse nel
deserto di

quelle dissoluzioni una nuova
misura più vera delluomo e della vita.
Già il poeta Valery, in un verso del suo
famoso poema ‘“Cimitièr marin” aveva in-
dicato questa attesa di una nuova vita:

e scenografo teatrale.

«Le vent se lève, il faut tenter de vivre... ».

Dadà fu l’inizio, un gesto violento di ri-
bellione che trova giustificazione non in un
principio estetico, ma in una necessità di ri-
forma morale e immaginativa. Ripeto adesso
alcune parole di Max Ernst intorno a Dadì,
dette a chi gli comunicava la preparazione di
una mostra di Dadà a Diisseldorf. Fra i Da-
daisti Max Ernst è colui che, per fantasia, può
essere avvicinato a certe invenzioni strane di
Jeronimus Bosch, il quattrocentesco pittore
dei diavoli scatenati e dei trionfi del peccato.
Nella pittura di Max Ernst, al di là delle in-
tenzioni ironiche, si scoprono infatti i labi-
rinti oscuri dell'anima moderna, risonante di
echi angosciosi. Alla notizia della mostra che
un paio di anni fa avrebbero voluto fare a
Diisseldorf si arrabbia ed esclama: « Ma che
cos'è questa storia, che tutti vogliono fare di
Dadà un oggetto da museo? Dadà era una
bomba. Si può immaginare che qualcuno, a
quasi mezzo secolo dalla deflagrazione, vada
in giro a raccoglierne i frammenti, a ricom-
porli insieme e ad esporli ?». Gli si replica
che Dadà è poco conosciuto e i giovani vo-
gliono sapere; e allora Max Ernst aggiunge:
«Che cosa sapranno di più? Si mostreranno
degli oggetti, dei collages, con i quali noi
esprimevamo la nostra indignazione, la nostra
rivolta. Questi giovani e con essi il pubblico
che visiterà la mostra non vedranno che una
tappa, come si dice, della “storia dell’arte”:
esattamente il contrario di quel che voleva



1

La)



Hans Arp: “costruzione in legno policromo” (1920). Arp fu tra i fondatori del
movimento e fra tutti il più poliedrico. Oltre i legni colorati, i collages,
le sculture, è autore di poesie burlesche, illustratore di poemi dei suoi amici

Dadà. Dadà, per noi a Colonia nel 1919, era
prima di tutto una reazione morale. La no-
stra rabbia tendeva alla sovversione totale.
Una guerra orribile e stupida ci aveva fru-
strati per cinque anni. Avevamo assistito al-
l'affondamento nel ridicolo e nella vergogna
di tutto ciò che ci fu dato per giusto, per
bello e per vero. Le mie opere di allora non
erano fatte per sedurre, ma per fare urlare ».

Da queste parole precise di uno degli in-
terpreti maggiori e sinceri di Dadà proviene
per lo meno un avvertimento. Che non si può
tradurre in termini di pratica estetica un’opera
Dadà. Non è ripetibile come fenomeno crea-
tivo. Le molte repliche attuali e note appun-
to come neo-dadaismo sono in contraddizione
col caso limite dell’urlo, della protesta rap-
presentata da Dadà. Il termine stesso di neo-
dadaismo usato per certi fatti attuali include
il sospetto di voler tradurre questo moto di
insofferenza morale in una regola stilistica. O
diciamo meglio: certo divertimento psicologico
oggi basato sulla sorpresa momentanea di certi
imprevisti accostamenti di oggetti, manca spes-
so di quella radice di rivolta protestataria del
primo Dadaismo; oggi accade cioè in un’area
di gusto per la meraviglia, quasi sempre
compiaciuta, e quindi in una dimensione di
neo-marinismo, che rappresenta, come già ac-
cadde nel Seicento col travolgimento più futile
dei veri motivi ideali del barocco, una defor-
mazione di quella riforma morale implicita
nel primo e vero Dadaismo.





I libretti di Mal’aria

Luciano Rebuffo ha visitato a Sampierdarena lo scrittore Arrigo
Bugiani, ex operaio e poi impiegato dell’Ilva, oggi in pensione, editore
di una deliziosa collana di “ libretti”.

Arrigo Bugiani, classe 1897, nasce a Grosseto ma vien subito
portato a Follonica, dove cresce e frequenta le elementari. A 12 anni
entra nello stabilimento dell’ Ilva, come apprendista: primo anno
senza paga (come si usava), secondo anno a 25 centesimi al giorno,
terzo anno a jo centesimi, nel quarto anno, finalmente, 75 cen-
tesimi! Intanto, facendo il “‘garzonetto”, l’apprendista, l’allievo; os-
servando attentamente quello che fa l’operaio, il “maestro”, diviene
tornitore, operaio tornitore, finché la sua attività viene interrotta dalla
chiamata alle armi. Siamo nel 1916, c’è la guerra e lui va al fronte, nei
bersaglieri. Poi, affetto da congelamento, passa nelle retrovie e vi ri-
mane fino al 1920, quando ritrova i torni dell’ Ilva di Follonica.

È un buon operaio tornitore, che conosce il mestiere ed ama la
sua macchina, ma le vicende aziendali sono tante: ad un certo punto
gli chiedono di lavorare all’ufficio paghe, e quindi all’ufficio segrete-
ria, e diventa impiegato. Sta a Follonica fino al 1939, poi l’ Ilva lo
manda a Cogoleto, dove resta fino al ’42, anno in cui passa a Torre

Annunziata. Nel 1945 è di nuovo a Follonica, e dieci anni dopo ancora
a Cogoleto, dove resta fino alla pensione. Nel 1960 lascia l’ Ilva per
raggiunti limiti di età: è un pensionato, si ritira a Sampierdarena, dove
vive tuttora.

Questa è una biografia operaia, direte voi, una stringata biografia
operaia come se ne leggono tante anche nei “Notiziari” aziendali.

Invece, come si vedrà, questa è la prima parte di una biografia
letteraria, che io ho voluto presentare subito per mettere in rilievo la
formazione particolare, e la particolare personalità, di quell’ ‘outsider’
della libera Repubblica delle Lettere che è Arrigo Bugiani.

Arrigo Bugiani i nostri lettori vecchi e nuovi lo conoscono già
come collaboratore di “Noi dell’Ilva” e della rivista “Italsider”, sul-
la quale è stato pubblicato un suo racconto (“Alessandro Magno
ed io, tornitori”’).

Come è giunto, Bugiani, ad esercitare un ruolo attivo e preciso,
così delicato e poetico, come vedremo, nella repubblica delle lettere,
essendo partito dai torni di Follonica, dai libri-paga di Follonica?

Per una irresistibile vocazione, direi (o per una predestinazione,
come forse lui preferirebbe sentirmi dire?), che ha preso corpo e si
è sviluppata malgrado le circostanze obiettive e le condizioni ambientali.

La sera, dopo la giornata di lavoro, Bugiani andava a studiare,
assieme ad altri ragazzotti del luogo, da Don Evaristo Bigi e lì, tra
quei corsi volenterosi ma necessariamente compositi ed irregolari, e
le letture dei testi più diversi che erano poi quelli della biblioteca per-
sonale del buon prete, si sviluppò la sua passione letteraria, che
continuò ancora sotto le armi, quando Bugiani fece conoscenza
con tutti i nostri classici, comprati a pochi soldi nelle edizioni popolari.

Le vie della cultura e dell’arte, come noto, sono infinite, e quella
imboccata dall’operaio Bugiani non fu tra le più larghe ed asfaltate,
ma certo fu una lunga via, sulla quale egli percorse molte leghe, così
come certamente ancora ne percorrerà.

Avido di letture, e di pubblicazioni letterarie, si abbonò subito
alla rivista “Frontespizio”, alla quale poi mandò qualche “pezzetto”
(prima a Giuliotti, poi a Bargellini col quale stabilì duraturi rapporti).



EPG RATE

PER
FONTE
Re



35° libretto di MAL'ARIA

Così uscirono su “Frontespizio” i suoi primi pezzi, delicati, uma-
ni, ma anche spessi, di una corposità tutta toscana. Nel 1936 la rivista
raccolse in volume tali scritti, col titolo ‘Festa dell’òmo inutile”. Ec-
co un pezzetto che costituisce, in tale raccolta, una bella auto-presen-
tazione dell’autore: « La mia nobiltà non pesca l’origine nella lonta-
nanza dei secoli. Un dei mi’ nonni era barrocciaio in maremma, e
quell’altro sensale di granaglie a Pistoia. Tutt'e due avevano lo stesso
cognome. Il primo abituato a trattare coi cavalli e con gente più irsuta
de’ cinghiali ». Ed ancora aggiunge, parlando dell’eredità lasciatagli
dai suoi «... m’é venuto l’amore per le bestie e la sincerità (magari
dannosa) per i cristiani. È l’eredità che mi basia ».

Già leggendo queste cose si capisce l’uomo, non è vero? E la
conoscenza che ne ho fatta personalmente, a casa sua a Sampierda-
rena, non è stata che una conferma. Un uomo sincero, dallo sguardo
aperto, dalla cortesia antica, con opinioni precise, con una calda uma-
nità, ed una vena sottile di malinconia.

Abbiamo bevuto assieme un po’ di buon Frascati, proprio di
quello che ha ricevuto recentemente al “Premio Botte di Frascati”
per la sua poesia “Il filanciano”, tuttora inedita e che comincia così:

«Un filanciano mi lega, tenace
filo sottile, alla residua vita.
Resisterà per il tempo prescritto;
durerà finch’io mi conduca a fine:
come tiene le manne dei sarmenti,
come regge la pergola sui pali ».

RIA

: DETTI, SENTENZIOSI
DI BERTOLDO

di GIULIO CESARE CROCI |

ce eee



® Libretto di MALARIA

e



EFFETTI DEL VINO

BEVUTG ;
MODERATAMENTE |

dl BALDASSARE PISANELLI



# NON L'ALLORO, NEMMENO LA ROSA
S'INVOCHI SU QUESTA PIETRA SMARRITA:

AVANZI L'OMBRA COI SUOI MAROSI,

MA VENGA A SALPARE UNA STELLA

QUESTO DESERTO SENZA SCALO.

# 1048

Poi mi ha mostrato la raccolta di ‘Mal’aria” con tutta modestia,
ma con evidente affetto: insomma con l’aria di dire « questa è una
cosuzcia che-ho fatto io perché ho creduto di doverla fare. È una co-
succia, ma io l’ho fatta con amore, e vi sono affezionato ».

Quanta ricchezza di sentimenti, di calore, di sincerità conserva
la nostra “provincia” letteraria, lontano da Via Veneto e Piazza del
Popolo! Ma sia ben chiaro che questo lo dico io, perché Bugiani è
tanto buono e modesto che neppure la penserebbe mai, una cosa così
“maligna”...

Quello che sorprende in Bugiani, è che egli non abbia mai trasfe-
rito nella sua produzione letteraria né le esperienze umane legate alla
fabbrica, né il mondo delle macchine. Forse perché è nato nell’altro
secolo, egli è rimasto legato alla terra, al mondo della natura, ai sen-
timenti sottili agitati più dallo stormire di una foglia che dal rumore
di un motore. Perciò non è diventato, diciamo, un Davì ma è restato
nel mondo agreste che fu di un Pascoli o di un Tozzi.

“Mal’aria”, rivista maremmana, fu una rivista fondata da Bugia-
ni a Follonica nel ’51 e che uscì fino al ’55, poi cessò appunto perché
Bugiani fu ancora trasferito, come si disse, a Cogoleto. E la rivista
“maremmana”, lo si capisce, non poteva vivere che in Toscana, là
dove era nata, e non solo per ragioni ... poetiche, ma anche pratiche.
Perché, come tutte le riviste diciamo così ‘non ricche” si faceva in
famiglia, con l’aiuto di vari amici appassionati, compreso il tipografo.
Bugiani mi dice che la rivista nacque perché si sentiva il bisogno di
fare una rivista “maremmana”, e la cosa fu varata dopo varie riunioni

NATURA & EFFETTI
DELL'ACQUA

tt BALDASSARE PISANELLI
medico bolognese



$* Libretto di MAL'ARIA

17° libretto di MAL' ARIA

SAI D'ESSERE UNA NUBE

Ul LEONARDO SIN

SGALLI

o Fefolo

bianco ©

AG BITS:

di ANGELO BARILE

40° libretto



a Grosseto, tra lui, il prof. Folena, Don Pompili e Luciano Bianciardi
(sì, Bianciardi, quello della “Vita agra”).

La rivista, di circa 20-25 pagine, stampate con caratteri un po’...
rudi e provinciali, con la sua squillante copertina verde, portava come
motto un proverbio locale « Dio ci mandi male — che ben ci metta ».

Tra i collaboratori più assidui, oltre al fondatore e direttore, vi
erano Bartolini, Betocchi, Padre Ernesto Balducci. Vi scrisse anche
Padre Fabretti. Di notevole gusto i disegni che accompagnavano le
poesie o le prose, ad opera di Omiccioli, Purificato, Bartolini stesso.

Cessata la rivista, Bugiani non poteva certo starsene con le mani
in mano, anche se continuava le sue collaborazioni sulla terza pagina
del “Quotidiano”, o sulla rivista romana “Persona”. Ecco quindi che,
da toscano tenace, tira fuori questa idea dei “librettini di Mal’aria”,
che ebbero inizio nel 1960.

Debbo subito dire che questi “librettini”, seppur sono arrivati
per ultimi nelle iniziative di Bugiani, e malgrado il formato minuscolo
(ma da quando mai la cultura si misura a peso?), sono secondo me
una delle cose migliori del Nostro: una iniziativa originale, bella, de-
licata ed importante.

In sostanza, cosa sono questi “libretti?”

Bugiani prende un sottile foglio di carta (sempre di tipo diverso,
come vedremo, ma dello stesso formato: un foglio da lettere; se lo
va a cercare lui stesso, dal cartolaio, dalle tipografie, dalle spuntature
dei giornali, dal macellaio, dal droghiere), lo piega in quattro, sulla
facciata fa stampare il cliché, sulle due facciate interne, o anche su una
sola, le parole (una poesia, una prosa, un verso, una canzone, un pro-
verbio). Sul retro, in corpo minuscolo, la scritta (eccone una, ad esem-
pio: “Di questo 46° libretto della rivista maremmana MAL’ ARIA so-
no state impresse cinquecento copie in carta centorighe, ad opera della
Stamperia etc. etc. Tutti i diritti sono riservati”).

E il libretto è fatto.

Così escono via via questi gentili, gustosi, inconfondibili “libretti
di Mal’aria”, a volte in cinquecento copie, a volte in mille copie.

La carta varia, dicevo, ma rivela sempre un’accurata ricerca ed
un certo gusto: carta centorighe, carta millerighe, carta paglia, carta
superaffisso, carta rasata, carta larice, carta kraft, carta pelure, carta
abete, carta vulcania, carta mezzofino, carta pelleaglio, carta satinata.

Ed ecco i colori, sono sempre diversi, ma possibilmente intonati
con l’oggetto: un verde se la cosa è speranzosa o piacevole, un rosso
se è allegra, vivace, un giallo se è triste, un azzurro se è serafica, un
viola se è liturgica o luttuosa e così via.

Ed i testi? Sono tipici della mentalità, del gusto, della moltepli-
cità di delicati interessi culturali di questo “specialissimo” editore:
vi sono, per così dire, delle “serie” abbastanza omogenee.

Abbiamo, ad esempio, delle riesumazioni, per così dire. Ecco la
prima serie: — L’inno Eucaristico — Il privilegio del Vescovo — I Detti

GOLONDRINA
DEL=SAGIÀ

di PEDRO

URELIO FIORI



di MAL'ARIA

sentenziosi di Bertoldo - Il contratto matrimoniale di Tollo e Nuta
Nera Albizzeschi (genitori di San Bernardino da Siena) - Polisa della
compra dell’Orologio dell’Ore (con la quale il Comune di Cogoleto
comperò l’orologio per il campanile).

Questa serie è illustrata con xilografie e stemmi, così come un’al-
tra serie di “rievocazioni” che va dal “Testamento” di Domenico Colom-
bo alla ‘“Pragmatica” di Emanuele Filiberto sul vestir delle don-
ne; dalla “Natura ed effetti dell’acqua” all’ “Arte del Navegar” del
dott. Pietro de Medina, stampato a Venezia nel MDLV.

Bellissime le ser > dei poeti nostri di oggi: vi sono Sbarbaro,
Sinisgalli, De Libero, Caproni, Orsola Nemi, Nicola Ghiglione.

Il libretto di Nicola Ghiglione è il 379, in carta pelure satinata,
con una bella xilografia di Guido Chiti, e porta dodici sapienti ri-
tratti, in tre righe (si chiama infatti 3 x 12), di altrettanti poeti. Citiamo-
ne alcuni:

Saba
Il delfino è nel golfo

Betocchi
Esile un tornio ronza a mezza luce

come ape d’ autunno.
Dal fondaco illune un grillo canta.

Campana
Le tavole della Legge
i manicomi di provincia,
la testa di falco bendata.

Caproni
I soli delle luminarie

e Ulisse approda

dal vaporetto verde di Sibilla.

Sbarbaro
Antica poesia di dirupi
con l’acqua che stringe alla gola.
Licheni, segnalibri di festa.

Sinisgalli
Batte con la mazza le rose

sui tavoli d’ardesia
e il pane portato con le biciclette.

e fischia il merlo
dove ha l'occhio di rugiada il topo.

Vi sono anche versi in originale, come “Révolte” di André Blan-
chard e “Albisola, golondrina del agua” di Pedro Aurelio Fiori.

Tra le serie di prosa, Renzo Biasion, Orsola Nemi, Henry Furst,
Giacomo Natta, pensieri di Sbarbaro.

Come si vede, una bella raccolta di nomi e di argomenti, ed i disegni
non sono da meno: vanno da Emilio Greco a Domenico Purificato,
da Pietro Parigi a Bruno Caruso, a Omiccioli. E poi, ogni tanto, vi è
il “clichettino” del Guercino, di Leonardo, di Van Gogh.

E tutto questo, una volta al mese, o anche ogni due, in un leg-
gero foglietto da mettere in tasca, e che pare una cabala del lotto, o
un pianeta della fortuna.

Questa è l’attuale “fatica” di Arrigo Bugiani, maremmano, ex-
operaio, ex-impiegato, ora pensionato. Una fatica che gli piace, ma che
non per questo è meno meritoria, perché costituisce un contributo
purissimo alla cultura, alla bellezza. A quanto di meglio c’è nella vita,
insieme all’amicizia, che egli reputa tanto cara.

I dieci anni
di Civiltà
delle Macchine

Civiltà delle Macchine, la rivista dell’ IRI, ha
compiuto dieci anni. In uno speciale fascicolo cele-
brativo, ricco di contributi originali di uomini di
pensiero, è tracciata una sintesi del decennio.

Tre fatti “storici” determinanti di questi dieci
anni sono rievocati rispettivamente da ‘Toussaint
Viderot, scrittore negro del Togo (‘Gli Stati nuovi
dell’Africa Nera"), da Bernard Lovell, direttore del-
l'osservatorio astronomico di Jodrell Bank (‘Satel-
liti artificiali e sonde spaziali”) e da W. Grey Walter,
dell’Istituto neurologico di Bristol (“Sviluppo e si-
gnificato della cibernetica"). Joseph Frings, vescovo
di Colonia (“Il Concilio e il pensiero moderno”)
e Jean Guitton, accademico di Francia (‘Il Concilio
e i ritmi della storia’) esaminano il significato del
Concilio ‘Vaticano Secondo”. Lo sviluppo di tre
fondamentali settori scientifici: medico-psicologico,
biologico e fisico è trattato da tre scienziati di
fama mondiale: Karl Jaspers (“Il medico nell'età
della tecnica”), Jean Rostand (“Biologia 1952-1962”)
e Max Born (“Fisica d’oggi e fisica di ieri”).
“Dieci anni d’arte” del critico Gillo Dorfles e la
“Storia di un imbrattatele”, scritta da Paul Gauguin
poco prima di morire, sono il contributo ad un
settore cui Civiltà delle macchine ha sempre dedi-
cato particolare attenzione.

I vari temi trattati sono accompagnati da in-
terpretazioni pittoriche di Brindisi, Cagli, Dova,
Gentilini, Greco, Sassu, Scanavino e Vedova, del
quale è pubblicato anche “Diario di Spagna 1961”.
La copertina è tratta da un linoleum di Picasso.

Civiltà delle Macchine fu fondata nel 1953 da
Leonardo Sinisgalli. La sua nascita fu un avveni-
mento culturale di grande rilievo, un punto di par-
tenza. Significò un nuovo modo di guardare molte
cose del mondo di oggi e anche del mondo di ieri.
In un’Italia non ancora entrata nel clima del “mi-
racolo economico”’, la rivista chiamò filosofi, scien-
ziati e poeti a dibattere i problemi dell’uomo di
fronte alla seconda rivoluzione industriale che da
noi appena cominciava a profilarsi.

Ma Civiltà delle Macchine, questa rivista “non
di divulgazione, ma di cultura”, ha fatto anche qual-
cosa di più: ha dato occasione a scrittori, giornali-
sti, artisti, di entrare in un nuovo rapporto con il
mondo del lavoro; ha indicato a molti nuovi modi
di interpretare la vita delle fabbriche, di guardare
i prodotti dell'ingegno e della fatica umana.

Il discorso sulle macchine (e sull'uomo) si è an-
dato poi via via approfondendo, mano a mano che
si estendeva e si faceva sempre più complesso il
rapporto tra le prime e il secondo, e nuove scoperte
e applicazioni allargavano il campo della scienza e
della tecnica.

Quali, oggi, le prospettive, le linee programmati-
che per il futuro di una pubblicazione che porta
una testata così impegnativa? Francesco D'’Arcais,
direttore della rivista dal 1958, così scrive:

« Con questo fascicolo Civiltà delle Macchine porta
a termine il primo decennio di sua vita. E lo compie
in un momento in cui il progresso della scienza e della
tecnica impone all'uomo una rinnovata riflessione :















per le responsabilità ch'egli si assume — proprio at-
traverso la sua opera — in ordine al suo stesso destino.

All'entusiasmo di molti si contrappone il timore di
altri, e il concetto di progresso rimane problematico,
dibattuto com'è fra le opposte sponde di un irenismo
superficiale e di un pessimismo tentatore ed assurdo.
Finché il progresso non riuscirà ad essere permanen-
temente ricondotto ed ancorato all'uomo — reincar-
nato ad esso la benefica e feconda crisi che travaglia
il mondo contemporaneo non avrà sbocco. Un nuovo
umanesimo, ancora variamente interpretato ed enun-
ciato, una nuova Weltanschauung in cui gli autentici
valori della scienza e della tecnica siano capaci di
inserirsi in un quadro unitario che in nome della cul-

tura abbracci tutte le manifestazioni dell’uomo -
ecco quanto si è delineato in misura sempre più evi-
dente in questi ultimi anni — aprono un discorso che
è appena agli inizi, indicano la diagnosi di uno stato

febbrile destinato forse a continuare per molto tempo.

Questo primo decennale viene così a costituire per la
rivista stimolo e motivo di riflessione. Civiltà delle
Macchine è mata in un periodo in cui il rapporto
fra l’uomo e la macchina veniva posto in termini pre-
valentemente esterni : si seguiva lo sviluppo mirabile
degli strumenti, si considerava il loro utilizzo da parte
dell'uomo, si studiavano le modifiche che la macchina
introduceva nel comportamento degli uomini, le nuove
relazioni che imponeva loro ; si avvertiva che la mac-
china cominciava anche a creare un gusto nuovo che
si trasformava, sia pure timidamente o parzialmente,
in atteggiamento artistico e letterario, in nuova este-
tica. Le prime reazioni degli esponenti della cultura
italiana all'uscita della rivista sottolineavano il dua-
lismo uomo-macchina come in una successione crescente :
l’uomo che vede dapprima nella macchina uno stru-
mento utile o indispensabile, poi un prodotto del suo
pensiero degno quindi di essere amato di per se stesso,
per arrivare infine al momento della contemplazione
e alla ricerca, quindi, di una bellezza sempre più alta,
di una perfezione non mai raggiunta. I due termini
rimanevano comunque esterni l'uno all'altro : lo erano
obiettivamente? Una rivista che non voglia adagiarsi
nell'abitudine e rivestirsi di stanchezza o di accade-
mismo, dev'essere pronta a cogliere le sensazioni forse
ancora inespresse che costituiscono il primo segno di
un progresso în Civiltà delle Macchine
ha saputo avvertire e riconoscere, ad un certo mo-
mento, che i rapporti fra l'uomo e la macchina acqui-
sivano una dimensione nuova, da esterni si facevano
interni, poiché la macchina stessa — superando ogni
mera interpretazione strumentale — assumeva, con
maggior respiro, il modo di esprimersi dell'uomo nei
confronti della natura, e l'atteggiamento si innervava
in tutte le espressioni dell'attività dello spirito, facen-
dosi cultura nel più ampio significato del termine. Ci
troviamo di fronte ad una apparente contraddizione :
la scienza e la tecnica hanno dato all'uomo una nuova
statura esaltandolo, e al tempo stesso l'hanno ridimen-
sionato collocandolo in una prospettiva di dimensioni
cosmiche. Ed ecco che la problematica fra l'uomo e
la macchina, sconvolgendo la considerazione troppo
superficiale ed affrettata della macchina-uomo (un
rapporto ancora di carattere esterno), si risolveva
nella scoperta, sotto taluni aspetti allucinante, del-
l'uomo che sta per ricostruire in se stesso la macchina
più impensabile : i due termini non risultavano più
estranei, innestandosi l'uno nell'altro fino a dar luogo
a quel nuovo tipo di rapporto di recente così ben de-
scritto da Karl Rahner : * (l’uomo) è invece piuttosto
colui che applica pure a se stesso la potenza tecnica e

evoluzione.



ha

CIVILTA DELLI

MACORINE

pianificatrice della trasformazione, che rende se me-
desimo oggetto della sua manipolazione, J/ soggetto
diviene l'oggetto più proprio di se stesso, l'uomo di-
viene il creatore di sé. A questo proposito, anzitutto,
non è importante il fatto che queste possibilità di
mutazione e di sovvertimento di sé, per i motivi più
vari e nelle direzioni più diverse, siano relativamente
scarse. Decisivo è che l’uomo sia giunto all'idea di
una simile autotrasformazione, che veda già la pos-
sibilità di realizzarla, anzi abbia intrapreso a porla
in atto». L'originale testata della rivista viene così
ad assumere un significato più pregnante. Oggi noi
sentiamo che la nuova civiltà — di cui viviamo i
palpiti iniziali forse senza pienamente avvertirli —
sta realmente modificando il mondo che non può più
reggersi unicamente ed esclusivamente sulle colonne
antiche e tradizionali del pensiero e della civiltà oc-
cidentali, ma assumere veramente impostazioni e di-
mensioni mondiali e planetarie. Le distanze annullate
uniscono ormai anzi che dividere, e nonostante le ap-
parenze, la diversità delle esperienze si riassume in
un'unica appassionante esperienza umana. Il progres-
so della scienza e della tecnica ha svolto un ruolo
insostituibile e ha consentito al mondo di intuire con
immediatezza la possibilità di una sua concreta e so-
stanziale unità. Spetta naturalmente all'uomo, intel-
ligenza e volontà capaci di operare le sintesi, di rea-
lizzare la nuova civiltà senza attendersi dalla scienza
e dalla tecnica ciò che esse non possono per loro natura
esprimere ; ma anche la moralità e la spiritualità —
termini indissociabili dal progresso della storia — pos-
sono trovare nello sviluppo tecnico-scientifico, attra-
verso l'uomo, una nuova incarnazione. In questo con-
testo la rivista viene a vivere una sua terza fase, in
cui i termini culturali che essa intende esprimere at-
traverso l'evidenza dei grandi fatti che ci accompa-
gnano, spaziano in confini più ampi, riconoscendo la

fondamentale unità verso la quale il mondo si avvia :

unità geografica ed intellettuale, unità morale e spi-
rituale. Non che il processo sia facile e limpido, ma
la tendenza è evidente. Ed è per questo che, senza gli
assurdi ottimismi che velano sempre la realtà, anche
la rivista vorrà tener conto delle nuove prospettive
che si aprono ed approfondire i temi che le si pongono
innanzi, continuando nella tradizione e rinnovandosi
quanto è necessario perché la tradizione non divenga
stanca. I consensi fin qui ottenuti, di cui la qualifi-
catissima collaborazione internazionale che appare in
questo numero è un segno e una conferma, fanno pen-
sare fondatamente che la presenza di Civiltà delle
Macchine nel mondo delle riviste di autentica cultura
non solo abbia una sua validità ma rappresenti un
tentativo singolare e fecondo per tradurre in termini
culturali, profondamente innestati nell'esperienza uma-
na, il travaglio di civiltà che caratterizza questo no-
stro tempo »,





40

Case
unifamiliari

in acciaio

{Le illustrazioni contenute în questo articolo sono state riprodotte
dall'edizione italiana dell’ Ufficio Italiano Sviluppo Applicazioni
Acciaio di Milano del volume “Case unifamiliari în acciaio” di
Helmuth Odenhausen).





Progetto tedesco per una casa prefabbricata *C

nuta presente la possibilità di una prod in serie,

”. Nella prog i di

PP9iS

casa prefabbricata è stata te-

do nel e po i desideri del committente, in quanto,

impiegando un numero limitato di tipi di elementi costruttivi, è possibile variare sia la pianta sia la disposizione degli
ambienti, Nel caso di variazione della pianta, resta fisso il nucleo dei servizi e le dimensioni lineari devono essere un

multiplo del modulo base di 1,13 metri.

«Non costituisce novità rilevare come in
Italia, purtroppo, manchi una esauriente pro-
duzione bibliografica riguardante l’applica-
zione dei nuovi processi costruttivi nel cam-
po dell’edilizia e in particolare per l’acciaio e
per la prefabbricazione. Lo studioso, il ricer-
catore, il progettista che desiderino documen-
tarsi in materia sono costretti nella maggio-
ranza dei casi a rivolgersi a pubblicazioni di
altri paesi, dove lo sviluppo dell’industrializ-
zazione in campo edilizio ha raggiunto un
alto livello e quindi ha facilitato il manife-
starsi di una letteratura specializzata ».

Abbiamo tolto questa citazione dalla pre-
fazione che l’architetto Enrico Mandolesi ha
scritto per presentare ai lettori italiani la tra-
duzione di un’opera che ha suscitato molto
interesse tra gli ingegneri, gli architetti e i
costruttori del nostro paese. Si tratta del vo-
lume “Case mifamiliari in acciaio” dovuto ad
uno dei maggiori specialisti tedeschi in
costruzioni metalliche, l'ingegnere Helmuth
Odenhausen, e pubblicato in Germania a cura
del “Beratungsstelle fiir Stahlverwendung” di
Diisseldorf.

L’iniziativa di tradurre in italiano quest’ope-
ra è stata presa dall’ Ufficio Italiano Sviluppo

Applicazioni Acciaio (UISAA) di Milano, che
svolge in Italia una efficace azione in favore
della conoscenza degli impieghi dei prodotti
siderurgici.

Viene giustamente sottolineato come il me-
rito dell’editore italiano non si risolva tanto
nella fatica, seppur notevole, di tradurre un
testo, ma consista soprattutto nell’aver saputo
scegliere un’opera che pur non superando i
limiti di un’oculata ed ampia esemplificazione,
è destinata a dare senz'altro un sensibile con-
tributo alla diffusione in Italia della conoscen-
za del costruire in acciaio, soprattutto nel set-
tore interessantissimo dell’edilizia residenziale.

L’opera di Odenhausen documenta, attra-
verso una ricca scelta di fotografie, prospetti,
piante e dettagli costruttivi, quanto di meglio
è stato fatto nel mondo nel campo delle case
unifamiliari realizzate in acciaio, siano esse
vere e proprie ville oppure abitazioni prefab-
bricate.

Per il lettore italiano, la parte di maggiore
attualità e spiccato interesse è appunto quella
che si riferisce alla prefabbricazione, al cui
sviluppo possono dare nel nostro paese un
apporto sostanziale i sistemi costruttivi in
acciaio.





“Progetto Costanze”., La cucina con
l’angolo adibito a tinello. Il collega»
mento dei vari elementi viene effet-
tuato mediante bulloni e il montag-
gio può essere eseguito anche da
operai non specializzati.

Qualcuno potrà chiedersi come mai si ri-
volga oggi tanto interesse alle case unifami-
liari, mentre lo spirito del nostro secolo è for-
temente orientato verso tendenze collettivisti-
che, verso la produzione e il consumo di
massa di beni unificati, il livellamento delle
abitudini di vita e di esigenze culturali, l’in-
terdipendenza funzionale nella vita comune.

Tutto questo, osserva l’autore, ha portato
grandi vantaggi all'uomo, liberandolo da mil-
lenarie schiavitù, ma rischia ora di condurlo
alla perdita di molti valori umani, sacrificati
sull’altare della funzionalità.

L’istituto familiare è per Odenhausen uno
degli elementi che possono ridare forza a co-
desti valori indeboliti dal progressivo annul-
lamento dell’individuo nella collettività. Ma
come può farlo, in un mondo in cui la famiglia
ha sempre meno occasioni di trovarsi vera-
mente unita, di costituire un “rifugio” dalla
massa, un antidoto alla tendenza a vivere col-
lettivamente? Perché possa assolvere al suo
compito, è necessario alla famiglia un am-
biente adatto, che Odenhausen identifica ap-
punto nella casa unifamiliare, « quella — egli
dice — che meglio assolve alle esigenze del-
l’abitare, in quanto meglio serve a tutelare

4



41

e

La pianta della “casa Costanze”: notare al centro il nucleo

dei servizi.
La copertura



di lamiere di nervate

di 1,2 millimetri di spessore, sulle quali sono posti uno strato
di materiale isolante e cartone bitumato: in analogo modo
sono formate le pareti esterne,

l’unità della famiglia e la personalità degli
individui che la compongono. Quando questo
tipo di casa, come spesso accade, è di pro-
prietà di coloro che in essa vivono, allora
raggiunge l’optizum dell’abitabilità, poiché
consente grande elasticità nell'adattamento al-
le esigenze notevoli della vita familiare ». La
casa in cui vive una sola famiglia, in conclu-
sione, distacca l’uomo dalla comunione for-
zata con gli altri individui, « pone le basi per
una benefica ricreazione, in perfetto riposo e
in sostanza per un vivere migliore ».

La Germania del ‘miracolo economico”
trova nelle parole di Odenhausen una delle
sue più caratteristiche espressioni: il fatto che
su cinque milioni di famiglie della Repubblica
Federale che aspiravano ad abitare in una
casa unifamiliare (il tipo cioè più costoso di
casa), un milione siano divenute proprietarie
nel decennio 1949-59, ne costituisce una elo-
quente conferma.

In Italia, il problema della casa non si pone
certamente in questi termini. Molte cose tut-
tavia stanno mutando anche da noi. A coloro
ai quali spetta il compito di prevedere certe
tendenze o addirittura di stimolarle, non può
sfuggire l’importanza di un orientamento come

quello espresso nel libro di Odenhausen e
suffragato da una serie così ampia e convin-
cente di esemplificazioni.

Costruire un edificio in acciaio non signi-
fica semplicemente sostituire ai materiali tra-
dizionali, ai mattoni, al cemento, al legno,
un materiale nuovo, ma implica un distacco
da tutti i canoni tradizionali, l'adozione di
criteri costruttivi e di soluzioni architettoniche
completamente nuove e diverse.

Nel campo dei grandi edifici in acciaio sono
state compiute, specialmente in America, ap-
profondite esperienze e le tecniche relative
hanno raggiunto un alto livello di perfezione.
Esiste ormai tutta una vasta organizzazione
produttiva, su scala industriale, che consente
di raggiungere costi di costruzione economici,
in grado di competere con i vecchi sistemi.

AI conseguimento di questa “economia del
costruire” intesa come migliore sfruttamento
del materiale, ha notevolmente contribuito
l’introduzione dell’acciaio laminato, che si è
gradualmente imposto su vasta scala.

Una simile evoluzione tecnica è stata ac-
compagnata ed anzi favorita dal ritorno ad
una maggior sensibilità per i valori spaziali
dell’architettura, dopo una parentesi di acca-



42





Una fase del montaggio della struttura metallica di una “casa con pannelli-parete smaltati”, Dati i risultati positivi riscontrati in questa casa, il
La caratteristica di questa casa è data dall’adozione di pannelli di acciaio smaltati, smal- costruttore è stato incoraggiato ad effettuare la realiz-
tatura che, oltre a costituire la protezione degli elementi di parete, è nel c di più e plari perfezi do il procedi o
espressione architettonica, In particolare, essa resiste ottimamente agli agenti atmosferici costruttivo e cioè predisponendo gli elementi costitutivi

ed i colori sono da ritenersi pressoché inalterabili.

in serie secondo una produzione industriale,

































































Di [ i
1]
il nueleo è fissato al basamento in muratu- la copertura ed il pavimento sono completamente si-
ra: viene alzata una parte della copertura stemati; una delle due pareti laterali è già montata





= TTT mmm











































































“Casa con sistema a cerniera” in fase

di montaggio. In questo singolare pro-
getto francese la casa è stata studiata
in modo da ridurre al minimo possi-
bile il lavoro di montaggio.

le pareti frontali vengono siste- alzato del fronte
mate nella loro posizione definitiva

Su di un basamento in muratura, nel quale sono sistemate le scale, viene fissato il nucleo
centrale contenente la cucina ed i servizi ed al quale sono collegati mediante cerniere
gli elementi costituenti le pareti esterne, il pavimento e la copertura: per il trasporto sul
luogo di montaggio questi elementi non occupano praticamente spazio, in quanto sono
ripiegabili. I disegni illustrano quattro fasi di montaggio.



È; i

RT

ni

dh

n



“Le case inglesi B.I.S.F.". Costruite su pro-
posta della British Iron and Steel Federation
di Londra, vennero progettate e realizzate
durante l’ultima guerra per far fronte alla
prevedibile enorme richiesta di case unifa-
miliari che si sarebbe verificata alla fine del
conflitto.

Le case raffigurate nella foto in alto sono
costruite con profilati laminati a caldo e con
capriate in tubi pure di acciaio fornite di-
rettamente al cantiere come elementi pre-
fabbricati.

qui a fianco e in basso a sinistra: montaggio
dei telai in acciaio delle finestre al piano
terreno e al primo piano.

sotto: la scala in acciaio dopo il montaggio.



43

demismo e di retorica. Oggi in tutto il mon-
do si tende alla costruzione “leggera”, a
sostituire cioè ad una massa omogenca di
materiali tradizionali elementi leggeri con
compiti staticamente e funzionalmente ben
definiti.

La costruzione in acciaio, con la rinuncia
ai muri spessi e ai pilastri di grande sezione,
offre la possibilità di sfruttare razionalmente
lo spazio, di realizzare una certa economia sui
costi del terreno e delle fondazioni, e di di-
minuire anche il tempo (e quindi il costo)
necessario per costruire la casa. L'acciaio inol-
tre facilita l’industrializzazione delle costru-
zioni, ed è questo un altro elemento di eco-
nomia.

La mèta ideale da raggiungere è una pro-
duzione in serie di elementi da costruzione
normalizzati e di largo smercio su vasti mer-
cati. Si tratta, in sostanza, di applicare all’edili-
zia le tecniche oggi universalmente adottate nel
campo della produzione delle automobili, dei
frigoriferi eccetera. Dal punto di vista tecnico,
non esiste infatti alcun ostacolo alla produ-
zione ‘a catena” di case prefabbricate. Perché
si sviluppi un’industria del genere occorre
solo che vi siano degli acquirenti, cioè che si
crei un mercato. Da anni tecnici e uffici in-
teressati studiano dal punto di vista industriale
il problema della progettazione di case eco-
nomiche prefabbricate. La domanda che essi
si pongono è soprattutto questa: fino a che
punto conviene estendere la prefabbricazione?

Gli industriali sostengono generalmente
che bisogna portarla fino alle estreme conse-
guenze per poter ottenere un risultato eco-
nomico apprezzabile. Gli architetti affermano
invece che la standardizzazione completa por-
terebbe ad una eccessiva uniformità di tipi
di case: tutti avrebbero la casa uguale, diversa
al massimo nei colori o in qualche elemento
accessorio, come oggi avviene per le auto-
mobili.

Per il momento, si prefabbricano solo ele-
menti singoli (come gli infissi o i blocchi-ser-
vizi).

Molto giustamente Odenhausen osserva
che la difficile soluzione del problema dal
punto di vista dei costi (soluzione che aprirà
la strada, forse, ad una completa prefabbrica-
zione), presuppone anche una soluzione sul
piano del gusto, aspetto quest’ultimo che è
legato a quello economico più di quanto co-
munemente non si creda.

Il tempo in cui sceglieremo la nostra casa
sfogliando un catalogo o “provando” un cam-
pione, come si fa con l’automobile o con il
motoscooter, è ancora molto lontano, proba-
bilmente, almeno per noi. C'è da augurarsi
che, oltre al problema, essenziale, del costo,
quello della “individualità” della casa, il pro-
blema di evitare che essa diventi un altro bene
unificato per il consumo di massa, si imponga
con altrettanto peso.

Parlare della casa come di un indice di ci-
viltà, come di uno strumento di ricupero dei
valori spirituali e umani dell’individuo, non
sarebbe in caso diverso che un'illusione come
tante altre.



di

La Finsider

aumenta il capitale

Il 27 febbraio 1963 ha avuto luogo a Roma l’as-
semblea straordinaria della nostra capogruppo Finsider
al termine della quale è stato approvato un aumento
del capitale sociale di 47.124.000.000 di lire,

Il presidente, cav. del lav. prof. Ernesto Manuelli,
ha dato lettura alla relazione del consiglio di ammi-
nistrazione che illustra i motivi e le modalità della
operazione.

Riteniamo possa interessare i nostri lettori pub-
blicare, in luogo del consueto «panorama siderur-
gico», un ampio stralcio della relazione e delle deli-
berazioni prese.

«Signori azionisti,

come a Voi noto, la Vostra società è impegnata
nella realizzazione di un importante programma di
investimenti, volto ad adeguare sempre più la strut-
tura della siderurgia italiana alle esigenze della nostra
economia,

Pur con ritmo variamente accentuato, l'espansione
del consumo di acciaio in Italia è stata una delle carat-
teristiche più notevoli dello sviluppo del nostro paese.

I primi dati per l’anno 1962 indicano che il consu-
mo ha raggiunto gli 11,9 milioni di tonn., pari a
237 kg. pro capite, con un incremento di oltre il 10%
sull'anno precedente: risultato notevole, se si tiene
conto che appena 3 o 4 anni fa eravamo intorno ai
150 kg. L’attuale livello di consumo, anche se più
adeguato alle caratteristiche che il nostro paese è
andato assumendo in questi ultimi anni (corrisponde
a quello della Francia di circa 7 anni fa), è tuttora
lontano dalla saturazione e tale invece da lasciare ampi
margini per ulteriori sviluppi, se si tiene conto che
nei Paesi più industrializzati il consumo raggiunge
5-600 kg. pro capite.

La produzione di acciaio in Italia, dal canto suo,
ha raggiunto nel 1962 i 9,5 milioni di tonn. circa,
con un incremento del 4% sull’anno precedente e del
170% negli ultimi 10 anni.

Ed è da rilevare che questi traguardi produttivi,
ai quali le società del Gruppo hanno partecipato per
il 56,8%, rappresentano uno sfruttamento vicino al
massimo delle capacità disponibili.

Esiste pertanto tuttora uno sfasamento tra consu-
mo e capacità di produzione che, seppure non desta
alcuna preoccupazione per quel che riguarda le condi-
zioni di approvvigionamento — sia per quantità che
per prezzi — data la piena intercomunicazione dei
mercati, specie nell’ambito C.E.C.A., la Vostra so-
cietà intende eliminare con gli investimenti in corso.

Nella relazione del Vostro consiglio all'assemblea
straordinaria del 26 febbraio 1960, che deliberò l’ul-
timo aumento di capitale, vennero indicati due obiet-
tivi, uno a medio termine, per il 1963, uno a più lunga
scadenza, per il 1965.

Siamo lieti di comunicarVi che l’obiettivo allora
indicato per l’anno in corso, e cioè di una capacità
di 3,7 milioni di tonn. di ghisa e di 5,5 milioni di tonn.
di acciaio negli stabilimenti esistenti, è stato raggiunto
ed anche superato.

Con la realizzazione del nuovo grande altoforno
di Cornigliano, con il potenziamento della fase ghisa
a Piombino, con l’aumentata produttività delle acciaie-
rie di Cornigliano, Piombino e Bagnoli — grazie
all'introduzione delle tecniche all’ossigeno — si sono
infatti ottenuti notevoli incrementi di capacità pro-
duttiva. Inoltre, nel campo della laminazione, è stato
completato il nuovo grande stabilimento di Novi Li-
gure — entrato in funzione in questi giorni — capa-
ce di produrre in questa prima fase 650.000 tonn.
annue di lamierini a freddo,

Il Gruppo è pertanto impegnato nella realizzazione
degli obiettivi a più lungo periodo che, indicati in
7,2 milioni di tonn. di acciaio, sono stati ora portati,

tenendo presente l’espansione in atto del mercato
italiano, a 7,5 milioni di tonn. per la ghisa ed a 10,3
milioni di tonn. per l’acciaio, come previsto nel piano
quadriennale 1963-1966, formulato in stretta collabora-
zione con l’I.R.I. ed inserito nei programmi del’Istituto.

Si tratta di un traguardo di vasta portata, che, in-
sieme alle possibilità di soddisfare direttamente i pre-
visti incrementi della domanda e di alimentare una
adeguata esportazione, consentirà il raggiungimento
di una struttura produttiva sempre più consona alle
esigenze di una grande e moderna siderurgia.

Le linee di questo sviluppo sono quelle che hanno
guidato i nostri programmi, di ricostruzione prima, e di
espansione poi, e che qui vogliamo soltanto richiamare:
— accentuazione dell’orientamento costiero e conse-
guente ricorso al ciclo integrale per tutte le nuove pro-
duzioni di acciaio;

— accrescimento delle dimensioni delle singole unità
produttive, in conformità con gli orientamenti tecnici
ed economici oggi prevalenti, unitamente ad una più
spiccata specializzazione produttiva;

— sviluppo delle capacità di laminazione in corrispon-
denza della incrementata produzione di greggio, specie
nel settore dei laminati piani, secondando le indica-
zioni sulla evoluzione dei consumi;

— ulteriore ammodernamento delle installazioni esi-
stenti, introduzione ovunque dei più economici pro-
cessi produttivi e sviluppo di particolari produzioni
di qualità nei centri non a ciclo integrale.

La parte essenziale del programma riguarda:

a) i due grandi centri a ciclo integrale di Bagnoli
e Cornigliano, dove l'impostazione degli impianti
previsti nei precedenti piani di investimento è stata
adeguata alle esigenze dei nuovi incrementi produttivi.

Questi due stabilimenti raggiungeranno ciascuno
una potenzialità produttiva dell'ordine di 2 milioni
di tonnfanno di acciaio greggio, avvicinandosi così
ai limiti massimi della loro espansione. Il maggiore
quantitativo di acciaio disponibile presso questi centri
verrà utilizzato con il potenziamento delle produzioni
nelle quali ciascuno di essi è già oggi specializzato:
laminati piani a caldo e rivestiti (lamierino zincato e
banda stagnata) per lo stabilimento di Cornigliano,
profilati e nastri stretti per lo stabilimento di Bagnoli;

b) lo stabilimento a ciclo integrale di Piombino,
raggiungerà nel 1966 una dimensione di 2,5 milioni
di tonn., mentre è già impostato un piano regolatore
per ulteriori espansioni produttive, consentite dalla
disponibilità di vaste aree.

Questo stabilimento, oggi specializzato nel settore
dei profilati, incrementerà tali produzioni, con l’ag-
giunta dei nastri, in parte trasformati in loco in tubi
di piccolo diametro;

€) il nuovo centro a ciclo integrale di Taranto, il
cui reparto di fabbricazione tubi saldati di grande
diametro è già entrato in funzione nel settembre 1961.
Anche per questo stabilimento, la capacità iniziale di
produzione, sarà di poco superiore ai 2 milioni di
tonn., ma suscettibile di successivi notevoli incrementi.
Il settore di specializzazione di questo centro è costi-
tuito dai laminati piani e dai tubi saldati, che verranno
sviluppati anche nei tipi di medio diametro;

d) gli impianti di Terni dove — a fianco delle
attuali produzioni — verrà sviluppata quella degli
acciai inossidabili e magnetici, con un impianto che,
per capacità produttiva e modernità di concezione,
sarà tra i maggiori del mondo;

€) le nuove iniziative — di minor impegno finan-
ziario, ma di notevole importanza tecnica ed econo-
mica, in quanto completano l’attività di una grande
siderurgia — nel campo della carpenteria e dei pre-
fabbricati metallici.

In questo quadro vogliamo inoltre sottolineare il
particolare impulso che — in armonia con l’importanza
assunta dalle produzioni del Gruppo — verrà dato
al settore delle ricerche, mediante la costituzione di
un apposito importante centro sperimentale di metal-
lurgia al quale parteciperanno 1’ LR.I., altre finanzia-
rie del Gruppo, nonché alcuni grandi complessi in-
dustriali italiani.

Gli investimenti necessari al programma qui trat-
teggiato per grandi linee, sono di 665 miliardi di lire.

Lo sforzo anche sotto l’aspetto finanziario è quindi di



RIVISTA ITALSIDER - segreteria di

redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -

via Corsica 4 - Genova - telefono n. 5999. La riproduzione è subordinata alla citazione della fonte.

Stampa: AGIS - Stringa - Genova, Clichés: Altimani - Milano, Ceriale - Genova, Denz - Berna,

Carta Solex.

vasta portata ed impegna il Gruppo in modo rilevante.

Desideriamo però sottolineare che abbiamo già
assicurata la copertura di una parte notevole di questo
fabbisogno, sia attraverso gli ammortamenti degli
impianti esistenti e di quelli che a man a mano en-
treranno in esercizio; sia attraverso l'assistenza del-
I'LR.I. e l'accensione di importanti mutui con le
principali istituzioni finanziarie italiane ed interna-
zionali, le quali, attentamente vagliando e pienamente
riconoscendo la validità delle nostre iniziative, hanno
appoggiato in questo modo i nostri programmi.

Possiamo inoltre ricordare l'operazione speciale
connessa con l'impianto di Taranto di cui Vi abbiamo
già dato notizia.

Queste coperture attuali e le ulteriori prospettive
ci consentono di guardare alle nostre realizzazioni ed
agli impegni ad esse conseguenti con tutta fiducia.

Nell’esatta prospettiva dei problemi ed in una
organica visione di tutti gli aspetti ad essi connessi,
abbiamo tuttavia ritenuto necessario chiamare anche
Voi, Signori Azionisti, a partecipare con il Vostro
contributo alle realizzazioni del Gruppo, proponen-
doVi un aumento del capitale sociale.

Questo aumento è giustificato oltretutto dalla ne-
cessità di ristabilire un miglior equilibrio fra capitale
sociale, di 94,248 miliardi di lire, e partecipazioni, che,
nell'ultimo bilancio approvato ammontavano a 220
miliardi di lire. In particolare, dall’ultimo aumento di
capitale del febbraio 1960 al gennaio di quest'anno,
le partecipazioni sono aumentate, ai valori di carico,
di oltre 120 miliardi di lire. Questo incremento è
dovuto principalmente agli aumenti di capitale inter-
venuti presso le nostre principali consociate, nonché,
in minima parte, alla costituzione di nuove società.

L’aumento che qui Vi proponiamo si giustifica
anche con la prudenza con la quale siamo soliti affron-
tare i problemi connessi con la realizzazione del piano
di sviluppo. Come Vi abbiamo più sopra accennato,
la copertura degli impegni finanziari è già assicurata
per un buon periodo di tempo. La Vostra società
tende tuttavia non soltanto ad una copertura equili-
brata fra le varie fonti di finanziamento del proprio
fabbisogno, ma vuole anche che questa copertura esi-
sta con anticipo rispetto alle scadenze, in quanto non
intende correre l’alea di dover ricorrere a finanzia-
menti onerosi. per far fronte di volta in volta agli
impegni più urgenti. .

D'altra parte occorre Vi rendiate esatto conto delle
prospettive che Vi offre la Vostra società, la quale
oggi non solo costituisce il primo gruppo siderurgico
d’ Europa, ma tende a rafforzare questa sua posizione
con il programma in corso e non soltanto per dimen-
sioni produttive ma anche per modernità ed efficienza
di impianti.

Prospettive quindi favorevoli a breve termine, in
quanto, sulla base delle risultanze dei bilanci testè
chiusi dalle maggiori società del Gruppo, potremo
nel corrente esercizio assicurare alle azioni la stessa
remunerazione dello scorso anno; ancor più favore-
voli per l'avvenire, quando l'imponente programma in
corso sarà completato.

Riteniamo che in questo quadro il contributo che
oggi Vi chiediamo possa essere messo nella giusta
luce e risultare suscettibile di soddisfazioni»,

Alla relazione è seguita un’approfondita discussione
e - dopo ulteriori ragguagli e precisazioni forniti dal
presidente - l'assemblea, conformemente alle proposte
del consiglio di amministrazione approvate dal col-
legio sindacale e subordinatamente all’ottenimento delle
prescritte autorizzazioni, ha deliberato all'unanimità:

-) diaumentare il capitale sociale da L. 94.248.000.000
a L. 141.372.000.000 mediante emissione di n. 94.248.000
azioni da L. 500 cadauna, godimento 1° marzo 1963,
da offrire in opzione agli azionisti, in ragione di una
azione su due possedute, alla pari, più sovrapprezzo
di L. 100 e rimborso spese di L. 25;

=) di lasciare facoltà agli azionisti, all’atto della
sottoscrizione, di liberare interamente le azioni ovvero
di versare i cinque decimi del capitale e del sovrap-
prezzo, rinviando il versamento dei successivi cinque
decimi a data non anteriore all’aprile 1964, nei termini
e con le modalità che saranno tempestivamente sta-
biliti dal consiglio di amministrazione.;

-) di modificare conseguentemente l’art. 5 dello
statuto sociale.

Le deliberazioni assembleari saranno rese esecutive
entro il mese di marzo.

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ALBO PITTORESCO DEGLI STAT] UNITI. — Una via a Nuova York.



la copertina: Jannis Kounellis - due quadri
senza titolo - vernice su tela - 1960. Proprietà
della Galleria “La Tartaruga”, Roma.

Jannis Kounellis è nato al Pireo nel 1936.

Venuto in Italia nel 1956 ha studiato per qualche tempo
all'Accademia di Belle Arti di Roma, città in cui tut-
tora vive e lavora.

Il pittore usa una tecnica particolare: ritaglia con una
grossa forbice enormi numeri, lettere e simboli ma-
tematici in fogli di fibra, cosparge di vernice nera
da cartellone le forme così ottenute e le stampiglia
su grandi tele bianche. Non dà titolo alle sue opere.
Fa parte di quel gruppo di giovani pittori che, rifa-
cendosi anche alle vecchie esperienze dei dadaisti (ai
quali è dedicato in questo numero un articolo di
Valsecchi), si ispirano a certi segni che accompagnano
la nostra vita quotidiana: dalle scritte pubblicitarie ai
fumetti, alle targhe stradali. C'è chi definisce la loro
pittura “nuova figurazione”. Ma non si tratta, come
ha scritto il critico Cesare Vivaldi, “ di rappresen-
tazione o di allusione alla figura umana, ma di un
ricorso più o meno diretto ai simboli visivi che usa
l’uomo d’oggi, in funzione smitizzante, satirica, o
anche in qualche caso drammatica, perfino patetica ”.

2% e 3% di copertina : acciaio ieri ed oggi. Una
via sopraelevata a New York attorno al 1875.
Il ponte Severin sul Reno a Colonia: è il
più grande in Europa di questo tipo (da
“«Structures”, ed. Dupuy-Parigi).

4% di copertina: vecchie lamiere stampate foto-
grafate in Puglia da Mimmo Castellano.

RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 1 - gennaio-febbraio

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO
Vedersi, parlarsi, conoscersi pag. 8
L’emigrazione » 14
La ricerca operativa » 20
La conferenza europea della sicurezza

sociale » 25
Le “tuberie”” di Farfa » 30
Dadà » 3I
I libretti di Mal’aria » 36
Case unifamiliari in acciaio » 40

La Finsider aumenta il capitale » 44



Il “miracolo? dell’acciaio

Un’inchiesta radiofonica di Danilo Colombo.

L’I.R.I. compie quest’ anno trent'anni di vita e di attività. Per illustrare l’apporto che
l’Istituto ha dato e continua a dare allo sviluppo economico e sociale del nostro paese,
la Rai metterà in onda nel corso dell’anno una serie di inchieste radiofoniche e televi-
sive dedicate ai vari settori dell’industria cui 1’ I.R.I. è interessato.

La prima di tali inchieste radiofoniche, dedicata alla Finsider, è stata realizzata da Da-
nilo Colombo negli stabilimenti dell’Italsider, della Dalmine e della Terni.

Nel pubblicare il testo dell’inchiesta, abbiamo conservato il carattere che l’autore ha
voluto dare ad essa: quello di una rapida panoramica sulla nostra siderurgia, attraverso
le parole dell’ing. Marchesi, direttore generale della Finsider e presidente della nostra
società alle quali fanno da contrappunto molte voci anonime di siderurgici intervistati
sul posto di lavoro, negli uffici e negli stabilimenti.

Sono però voci ed esperienze anonime soltanto per chi vede il mondo dell’acciaio dal
di fuori: coloro che in esso operano e che hanno ascoltato la radio, il 28 gennaio
scorso, avranno riconosciuto molti colleghi di lavoro.

Colombo — È un mondo che va capito per stadi di produzione, dagli altiforni che, notte e giorno,
ogni quattro ore, travasano la ghisa liquida ai convertitori che la trasformano in acciaio, ai treni
di sbozzatura e di laminazione, batterie di rulli, sui quali il grosso lingotto diventa lamiera spessa
oppure foglio con pochi millimetri di spessore.

Il fuoco grida tutta la sua irruenza, e il ribollire dell'acciaio, osservato attraverso la scher-
matura protettiva di un vetro azzurro, ha l'aspetto delle tempeste solari viste con un potentissi-
mo telescopio.

Nella produzione dell'acciaio c'è l’irruenza, il fragore di una forza primordiale domata.
Ferro, fuoco, acqua ed aria presiedono alla sua nascita di fiamma e di scintille filanti, creano
un elemento fondamentale per il nostro sviluppo sociale ed economico. Nelle forme più diverse,
l’acciaio è pane quotidiano della nostra civiltà meccanica : dai beni di consumo più umili, alle
strutture avventeristiche, che liberano la forza dell'atomo e ci aprono la strada verso le stelle. Per
ognuno di noi, l'acciaio ha un significato.

Operaio — Secondo me, l’acciaio è una piattaforma da cui partono tutte le altre attività di
questa nostra vita moderna. Cioè è vita.

Secondo operaio — Per me, significa lavoro e nello stesso tempo è la base di tutte le altre fonti
di benessere e di lavoro, insomma. Mancando l’industria pesante, tutto il resto va a farsi
friggere, diciamo.

Terzo operaio — L'acciaio per noi rappresenta sicuramente una ricchezza, perché penso che
la nazione che possiede più acciaio è sicuramente più ricca di quella che ne possiede meno.

Colombo — L’entità della produzione di acciaio è per un paese direttamente proporzionale alla
fiducia con la quale può guardare al futuro e noi italiani, praticamente senza materie prime e con
una limitata, anche se illustre tradizione siderurgica, siamo oggi acciaieri in grado di competere,
come produzione e qualità, con nazioni siderurgicamente potenti, come l’ America, l'Inghilterra,
la Germania. Un risultato che supera largamente le più ottimistiche prospettive dell’immediato
dopoguerra, quando i bombardamenti e le asportazioni di macchinario ci avevano posti, anche
per l’acciaio, di fronte all'anno zero di una dura rinascita.
Un operaio della “Dalmine” ci diceva :

Operaio — Verso le undici, non si è sentito né allarme né niente e tutto a un tratto sono ar-
rivati ’sti apparecchi. Chi l’ha vista l’ha vista. Chi a destra chi a sinistra, chi morto chi ferito.
Su, lungo la strada, non c’era mica possibilità di passare: i tubi, le gru. Io mi ricordo che
c’era il mio capo reparto che mi ha detto: « Dove vai? » - « Vado al mio reparto ». Mi ha det-
to: « Non si può mica passare ». Era uno spavento.

Colombo — Ed un operaio di Bagnoli, aggiunge :

Operaio — Cominciò la distruzione immediatamente dopo le “quattro giornate”. Difatti, sì,
in quella data... I tedeschi vennero qui e cominciarono a distruggere lo stabilimento siste-
maticamente, direi quasi scientificamente, perché andavano settore per settore. Prima la torre
dell’acqua, poi l’altoforno, poi la laminazione, e in una settimana distrussero lo stabilimento
all’ 80 - 85 percento.

Colombo — Già nell’ immediato anteguerra, studi condotti dall’ IRI avevano suggerito l’oppor-
tunità di procedere ad una radicale trasformazione della struttura produttiva italiana. Per
attuare e finanziare questo programma, fu costituita la Finsider che, con le sue aziende, co-
stituisce oggi la colonna vertebrale, la punta più avanzata della nostra siderurgia. Cornigliano,





2

Dalmine, Piombino, Terni, Bagnoli, Taranto,
Marghera, Trieste, San Giovanni, Lovere e Sa-
vona sono attualmente centri nevralgici di una
realtà e di risultati che rasentano il miracolo.
Nell'ultimo decennio la produzione siderurgica
italiana è triplicata. Nel 1952 — tanto per
dare un esempio più accessibile — con tutto l’ac-
ciaio prodotto dalle aziende IRI sarebbe stato
possibile costruire trentacinque transatlantici
del tipo “Michelangelo” ; oggi, con l'acciaio
prodotto, ne potremmo costruire centoventotto,
pari, per tonnellaggio, all’attuale flotta mercan-
tile italiana.

In questo miracolo, fatto di uomini corag-
giosi e di idee geniali, si intreccia un tema marino.

Piombino, zona portuale :

Operaio — Per quanto riguarda i minerali,
provengono tutti i giorni dall’isola d'Elba a
mezzo di due motozattere, ed altri minerali
provengono dal Venezuela, da Bombay .. .
Il carbone generalmente viene dal nord Europa
o dal nord America.

Colombo — L’arrivo via mare della materia
prima, l'ubicazione dei nuovi stabilimenti in pros-
simità del mare, fanno parte integrante del piano
concepito dallo scomparso presidente della Finsider,
ingegnere Oscar Sinigaglia, piano al quale la
siderurgia italiana deve, in tanta parte, quella
che, con termine sportivo, diremmo “la sua par-
tenza lanciata”.

Del piano ci ha parlato l’ing. Marchesi,
direttore generale della Finsider.

Ing. Marchesi - La ricostruzione degli im-
pianti siderurgici del gruppo IRI-Finsider fu
basata soprattutto sul concetto della produ-
zione a ciclo integrale, secondo cui si giunge
al prodotto finito partendo direttamente dal-
le materie prime, cioè carbone e minerali. Si
è posto così il problema del rifornimento delle
materie prime a prezzi che consentissero la
competitività del prodotto finale sul mercato
nazionale e internazionale, cioè di disporre di
risorse minerarie anche in altri paesi molto
lontani — India, Africa, America — e di tra-
sportarle, con navi di proprietà del gruppo o
noleggiate a lungo termine ed esercite con
criteri industriali e non commerciali. Ne è ve-
nuto il concetto di localizzazione costiera
degli impianti, che è ormai seguito anche
dai paesi di maggiore tradizione siderurgica.

La costruzione dello stabilimento di Cor-
nigliano è stata la prima realizzazione post
bellica di questa politica, che è stata seguita
poi anche nello sviluppo degli altri stabili
menti a ciclo integrale, fino all’impostazione
del nuovo centro di Taranto.

Colombo — La siderurgia italiana post bellica
muoveva i primi passi quando, con decisione
che poteva sembrare pazzia, il nostro paese en-
trò nella Comunità Europea Carbosiderurgica.
Con tale mossa scomparivano progressivamente
le dogane, che avevano fatto da scudo protettivo
alla nostra giovane produzione d’acciaio, e l’Ita-
lia entrava direttamente in concorrenza con le
più potenti nazioni siderurgiche europee ed extra
europee. Dissero che era come se un bimbo, che
ancora camminava gattoni, volesse attraversare,
da solo, il centro di una metropoli nel carosello

di traffico delle ore di punta. Ora è possibile
constatare che non fu pazzia ma rischio calco-
lato, al quale l' IRI e la Finsider garantivano
una duttile organizzazione, notevoli capacità
finanziarie e competenza tecnica al massimo li-
vello. Oggi, come ci spiega l'ing. Marchesi,
questa è la nostra posizione in campo siderur-
gico internazionale.

Ing. Marchesi - Nel 1962 la produzione di
acciaio in Italia ha raggiunto i nove milioni e
mezzo di tonnellate, cioè è stata oltre quattro
volte la massima realizzata prima della guerra.
A tale produzione il gruppo IRI-Finsider ha
contribuito con circa cinque milioni e mezzo di
tonnellate, corrispondenti al 56% circa; e so-
prattutto con gli stabilimenti a ciclo integrale
di Cornigliano, Piombino e Bagnoli. Questo
eccezionale sviluppo produttivo, inquadrato
nel più ampio sviluppo economico del nostro
paese, pone l’Italia all'ottavo posto nella si-
derurgia mondiale e al terzo posto nel Mercato
Comune, dopo Germania e Francia; cioè
l’Italia sta cominciando ad inserirsi tra le
grandi nazioni industriali.

Colombo — Senz'altro “miracolo”, ma un mi-
racolo fatto di uomini, di idee, di sacrifici.
Viaggiando lungo l’asse siderurgico italiano, che
partendo da Dalmine giunge a Taranto, abbiamo
raccolto voci di operai e di tecnici ; voci giovani,
chiare e sicure come questa :

Operaio — Fa un certo qual spavento special-
mente vedere questi operai che sono così vi-
cini all’acciaio, al fuoco, all’acciaio fuso; ma
poi, conoscendo meglio, si vede che questo
acciaio che sembra distruggere tutto è pri-
gioniero, invece, dell’operaio che ci lavora,
diciamo.

Colombo — Voci di un'esperienza che equivale
ad una vita.

Operaio — Nei primi tempi che mi trovavo
qui, il fatto che la ghisa prendesse una via
diversa da quella che doveva prendere, mi
sembrava che cascasse il mondo. Ma, cosa
facciamo? Ci si trovava un po’ impacciati.
Poi, l’esperienza ci ha insegnato che, in casi
del genere, non ci si può mettere né uno strac-
cio per fermarla, né altro.

La prima cosa, durante una colata, os-
serviamo la qualità della ghisa, cioè l’aspetto
fisico come si presenta; dalle scintille, da altre
cose, ci possiamo rendere conto della marcia
dell’altoforno, cioè se è una marcia buona,
cattiva o meno.

Colombo — Ogni grande centro siderurgico ha
un suo prodotto tipico. Cornigliano è la capitale
della lamiera ; Dalmine la mecca delle tubature ;
lo stabilimento SIAC di Genova è famoso in tutto
il mondo per i suoi fucinati. La Terni è fiera
dei suoi acciai speciali ; Bagnoli produce nastri,
tondini e vergelle di acciaio. Con i tubi che
Taranto ha prodotto nel suo primo anno di at-
tività, si potrebbe collegare in linea d’aria Calais
a Milano e con le rotaie che Piombino ha fab-
bricato in tanti anni, sarebbe quasi possibile
effettuare il collegamento ferroviario terra-luna.

Nel caso di Piombino, si tratta di siderur-
gia rapportata ad antenati illustri.

Impiegato - Duemila anni fa, già gli etruschi

facevano il ferro. Prelevavano il minerale dal-
l’isola d’Elba, lo portavano sulla terra ferma
e lo cuocevano in forni rudimentali sfruttan-
do il legname del litorale tirrenico. Si dice
addirittura che gli etruschi abbiano fornito le
armi per la guerra di Troia.

Colombo — In poche località come a Piombino
esiste una vera e propria interdipendenza tra
stabilimento siderurgico e vita ed economia cit-
tadina.

Ragazza — Siamo nate e se ne è sentito par-
lare; siamo cresciute e se ne è sentito par-
lare. Adesso siamo in un periodo di amplia-
mento e si sente parlare di ampliamento.
Quindi questo acciaio scorre un po’ da tutte
le parti. Mio padre lavora qui da circa venti-
quattro anni. La nostra famiglia si è basata
tutta su questo stabilimento, da tanto tempo.
Può darsi benissimo, ora ci sono tanti giovani
qui che lavorano, può darsi benissimo che
uno di questi sia mio probabile fidanzato e
marito. Penso che tutta Piombino si basi sul-
l'acciaio e può darsi che la mia futura vita
stessa si basi su questo acciaio di Piombino.

Colombo — Incontrando dirigenti, impiegati,
operai della nostra industria siderurgica, è pos-
sibile individuare una carica dinamica, quasi un
senso di missione ed un profondo senso di orgoglio.

Operaio — Sì, sì, specialmente qui nella Ber-
gamasca. Essere della Dalmine, non so, è un
privilegio, quasi. Tutti, per lo meno la mag-
gioranza, si vanta: « Eh, io lavoro alla Dal-
mine » — «Io faccio questo alla Dalmine » -
«Io appartengo alla Dalmine da tanti anni ».
Perché la Dalmine è considerata, secondo quel
che si dice, il non plus ultra dell’industria
bergamasca. Un po’ per gli operai che occupa,
un po’ per le grandi tonnellate di materiale
che produce e che vanno anche all’estero.
Quando si vede un tubo con su “Dalmine”,
è un vanto: «Eh, lavoro anche io alla Dalmine»
« Ho fatto su anche io quel tubo lì ».

Colombo — La Terni, che ha costruito alcune
tra le più famose centrali elettriche del dopo-
guerra, elenca molti successi in campo siderur-
gico ; è la più grande produttrice italiana di la-
mierino magnetico e avrà entro il 1964 uno dei
maggiori stabilimenti europei per l’acciaio inos-
sidabile. A Terni sono state costruite strutture
che hanno interessato il tecnico e l’uomo della
strada : il cavalcavia dell’ Autostrada del Sole ;
parti della “Michelangelo”, ammiraglia della
nostra flotta mercantile ; il cuore della centrale
termonucleare del Garigliano ; la batisfera del
prof. Piccard.

Tecnico - Le maggiori difficoltà riguardavano
la forgiatura, perché si trattava di costruire
una sfera in due soli pezzi, soddisfacendo dei
requisiti di carattere tecnologico e fisico
notevoli. Basti pensare che questo acciaio do-
veva avere una resistenza di oltre cento chi-
logrammi per millimetro quadrato. Un’altra
difficoltà è di ordine meccanico. Si sono do-
vute lavorare superfici di notevole estensione
con tolleranze ristrettissime. Aggiungo — e
questo ci fa onore e piacere — che la Terni
non si è limitata alla costruzione, ma ha pro-
gettato: cioè la sfera del prof. Piccard, che poi





era l’unica parte del batiscafo che lavorava in
pressione, e quindi la più delicata anche per-
ché conteneva gli uomini, è stata costruita e
progettata a Terni.

Colombo — La spinta generale è verso il nuovo,
verso le tecniche più evolute e moderne. La pa-
rola che sentite ovunque è “qualità” ; qualità
che deve essere componente essenziale anche di
una produzione di massa e che è garantita dai
controlli più scientificamente scrupolosi, in ogni
fase di lavorazione.

Ieri, dicono i vecchi, era tutto lavoro di brac-
cia ed olio di gomito: oggi basta pigiare un
bottone. Ma già sul piano addestrativo, come
ci ha fatto presente il direttore della scuola pro-
fessionale che sorge all’interno dello stabilimento
di Cornigliano, si parte da un principio ; mai
questi operai saranno chiamati a perdere la
loro individualità, a trasformarsi in massa
grigia, senza anima e senza volto.

Insegnante — Noi glielo facciamo apertamente
questo discorso. Noi dobbiamo cercare di to-
gliere dal ragazzo questa mentalità stretta-
mente tecnicistica che domani può essere
dannosa. Il nostro ragazzo ha questo di van-
taggio rispetto al normale operaio di un am-
biente automatizzato, cioè che conosce per-
fettamente quello che avviene dentro la mac-
china; cioè noi non ci fermiamo a dargli la
pura manualità, ma cerchiamo che il ragazzo
capisca come funziona una macchina. Quindi

il ragazzo non è un puro e semplice automa.
Colombo — È l’uomo che fabbrica l'acciaio. E
questo riferimento all’elemento uomo è costante.
In ogni modo si cerca di evolverlo e potenziarlo
intellettualmente, socialmente e culturalmente.
Dirigente —- Le attività culturali, così come
quelle ricreative e sportive, hanno il loro
punto focale nell’attività dei circoli. Ne elen-
cherò le principali. Soprattutto, l’attività cul-
turale si incentra nell’attività della biblioteca,
intesa non quale centro di distribuzione dei
libri, ma in quanto centro vivo di diffusione
della cultura in tutte le sue implicazioni. La
biblioteca anche come luogo di discussioni,
di mostre, di dibattiti.

Dirigente — Ci piace qui ricordare il libro-
strenna che ogni fine anno noi regaliamo al
nostro personale. Un libro da libreria, un li-
bro che non ha niente a che fare con l’acciaio.
Colombo -— Sul piano assistenziale, all’operaio
si dà una casa, ma con concetti ben diversi da
quelli che hanno dato origine in passato ai vil-
laggi operai.

Dirigente - Io credo che spesso non ci sia
una visione panoramica dell’assieme, del per-
ché queste cose vanno fatte. C’entrano un
po’ le pubbliche relazioni della società inte-
ressata, c'entra il fatto che altre aziende le fan-
no, e quindi uno spirito di emulazione note-
vole anche in parte costretto dal fatto che il
personale richiede questo tipo di intervento;
ma tutto viene spesso fatto su una base fram-
mentaria e si ha anzi, facendo questo lavoro,
una fortissima tentazione ad abbandonarsi a
questa base frammentaria e sviluppare in que-
sto senso le cose. In realtà, però, se si guarda
a questo tipo di iniziative e si mettono in

relazione con i problemi specifici che esisto-
no in ogni azienda, salta fuori, quasi per ma-
gia, un filo conduttore. E se riportiamo il pro-
blema su una base più concreta, si vede, per
esempio, che l’Italsider ha un particolare pro-
blema di evoluzione della base operaia nelle
località in cui ha i suoi stabilimenti. E questo
perché, evidentemente, il fenomeno industria-
le ed in particolare il fenomeno industriale
moderno richiede nella massa operaia in ge-
nere e in tutte le persone che prestano la loro
opera una sviluppata coscienza di partecipa-
zione al fenomeno aziendale.

Colombo — È stato per stabilire un contatto
anche più diretto tra operai e azienda che l’ Ital-
sider ha offerto al suo personale, a condizioni
vantaggiose, un piccolo pacchetto azionario. Due
terzi dei dipendenti sono ora azionisti. A
Bagnoli, ad esempio...

Impiegato — ... è stato accolto più che favore-
volmente, se si tien conto che l’azionariato
popolare finora era praticamente sconosciuto.
I dati dello stabilimento sono stati questi: su
5700 dipendenti, 3500 hanno acquistato le
azioni, quindi una media del 61% circa, una
media elevatissima.

Colombo -— Si tratta di iniziative, di un po-
tenziamento industriale e sociale, rese possibili
dalla compartecipazione statale e dall’iniziativa
privata riunite in una formula nota col nome di
formula IRI, che altri paesi vorrebbero applicare
ed imitare. Se quanto è stato fatto finora in
campo siderurgico sembra quasi incredibile, il
piano di sviluppo della nostra siderurgia mobilita
un insieme di tecnica e di finanza assolutamente
fantastico. Ci spiega l’ing. Marchesi :

Ing. Marchesi — Per quanto concerne il futuro,
si prevede che il consumo di acciaio, che già
nel 1962 ha quasi raggiunto dodici milioni di
tonnellate, pari a circa 240 chilogrammi pro
capite, continuerà a svilupparsi parallelamente
all'espansione delle altre attività industriali.
È infatti da considerare che il livello di con-
sumo pro capite già raggiunto è circa la metà
di quello di nazioni economicamente più svi-
luppate, come Stati Uniti, Gran Bretagna e
Germania, e lascia quindi ampio margine per
ulteriori sviluppi. È su queste considerazioni
che si è basato il programma IRI per la si-
derurgia, che prevede per il 1966 una produ-
zione di oltre dieci milioni di tonnellate di
acciaio su una produzione nazionale di quasi
sedici milioni di tonnellate, con una spesa di
circa ottocento miliardi di lire, metà dei quali
verranno investiti nel Sud.

Questo imponente programma richiede il
massimo impegno sul piano organizzativo,
tecnico ed operativo, di tutto il personale del
gruppo (dirigenti, impiegati ed operai): ri-
chiederà un’adeguata preparazione professiona-
le di varie migliaia di lavoratori, e sarà inte-
grato da realizzazioni (case, circoli, colonie),
intese a migliorare le condizioni dei lavoratori
anche fuori della fabbrica.

Colombo — Questo, il quadro siderurgico di do-
mani, un domani la cui alba già rischiara Ta-
ranto. Su un’area doppia di quella occupata
dalla città, di duecentomila anime, continua a

sorgere uno stabilimento Italsider: che, quando
completato, sarà uno dei più grandi e dei più
moderni d'Europa. Già per Taranto esso ha un
significato che esula dalle semplici possibilità di
impiego di cinquemila operai in una zona di sot-
toccupazione. Un’ acciaieria è come il lievito,
o, se volete, come un sasso gettato nell'acqua,
che l’increspa di onde, mandandole lontano,
sempre più lontano.
Ascoltate :

Albergatore — Noi dovevamo fare un albergo
per un numero di camere su 124-125, per
posti-letto 160-170. Successivamente è sorta
l’idea della costruzione dell'impianto siderur-
gico: siamo venuti nell’ordine di idee di fare
un secondo corpo, composto dallo stesso nu-
mero di camere e di posti-letto.

Colombo — E questo è quanto ha detto un ti-
pografo, per il quale “ siderurgia” ha significato
un potenziamento di impianti.

Tipografo — Nel mio settore dell’arte grafica,
come in ogni azienda, il vantaggio nostro
produce anche i suoi effetti sul personale,
sotto l’aspetto sia economico sia anche per
la diversa qualificazione che si richiede in
un’azienda in evoluzione. Cioè la qualifica-
zione nostra determina una qualificazione, ne-
cessariamente commisurata, del nostro perso-
nale. Si tratta di un risultato che sotto i suoi
effetti tocca tutti noi, dall’imprenditore all’ul-
timo dipendente, sotto tutti i profili, econo-
mico, sociale, umano, soprattutto, forse, umano.

Colombo — Uno degli operai tarentini, che,
con tuta, ginocchiere di cuoio, casco e occhiali
tipo aviazione, entrano nei grossi tubi ci ha
detto, parlando dello stabilimento.

Operaio — Quello che penso io è una crea-
tura che sta nascendo ora e penso che tra
una decina di anni sarà proprio il pane dei
nostri figli. È una cosa grandiosa. Io penso
che chi non sa quello che sta succedendo a
Taranto, non lo crede.

Colombo — Nelle parole di tutti è possibile in-
dividuare la sensazione precisa che qualcosa sta
mutando.

Operaio -— Noi lo vediamo qui a Taranto. Ne-
gli ultimi tempi stiamo avendo un certo svi-
luppo e anche un certo miglioramento di vita.
Soprattutto si nota dalla maggiore aspirazione
nella gente: cerca l’operaio o il tecnico di
stare meglio. Soprattutto sente nuove esigenze,
e questo penso che sia anche una certa molla
a progredire effettivamente.

Colombo — C°è nell’operaio tarentino, che ha
acquistato il suo pacchetto di azioni e che cerca
di capire qualcosa delle oscillazioni di Borsa,
qualcosa di commovente e significativo. Sì, nel
Sud, il programma di sviluppo IRI-Finsider ha
messo in moto qualcosa. Per vedere appieno, in
campo economico, sociale, psicologico, i risultati
diretti e indiretti, dovranno passare cinque, dieci,
alcuni dicono vent'anni ; ma se il nostro incontro
con le maestranze dello stabilimento di Taranto
può essere indicativo, di una cosa siamo certi :
anche in quella città sta accadendo qualcosa di
importante. Per Taranto, il Mezzogiorno, e per
tutti noi.

Una medaglia
molti premiati

Il 12 gennaio scorso ha avuto luogo nel
salone d’onore del Circolo della Stampa di
Milano, in Palazzo Serbelloni, la cerimonia
di consegna della grande medaglia d’oro del
premio “Guido Mazzali - L’ Ufficio Moder-
no” assegnato per il 1962 a Carlo Fedeli,
direttore della Rivista Italsider.

Dopo il saluto dell’ing. Galamini, vice pre-
sidente del Circolo della Stampa, ha preso la
parola Dino Villani, presidente della Federa-
zione Italiana di Pubblicità. Nel rievocare la
figura di Guido Mazzali, giornalista e pubbli-
citario tra i maggiori che abbia avuto il no-
stro paese, Villani ha sottolineato come lo
scomparso credesse in modo speciale «n quei
mezzi come le riviste di categoria e nella stampa
aziendale che hanno particolarmente la funzio-
ne di persuadere, ma anche di educare.

In questi ultimi anni, nei quali la sua attività
era volta esclusivamente alla politica, aveva
continuato a seguire da vicino le pubblicazioni
della sua Casa editrice (quella dell’ “Ufficio
Moderno”, la rivista che Mazzali aveva sa-
puto trasformare da una fredda pubblicazione
in un organo vivo, ricco di idee e di ini-
ziative, aperto a tutte le giovani forze del-
l’ organizzazione aziendale, dell’ economia,
della pubblicità), aveva continuato a guardare
con spirito affettuosamente critico la pubbli-
cità che andava rapidamente evolvendosi,
ma considerava in modo particolare le pubbli-
cazioni aziendali che anche da noi si sono mol-
tiplicate oltre ogni aspettativa, raggiungendo
spesso una veste ed un contenuto che le pone
al livello dei paesi economicamente più progrediti.

E se ne compiaceva forse sentendo questo suc-
cesso anche come un successo suo.

Aveva ragione — ha continuato Villani — e
quindi abbiamo ritenuto che nulla avrebbe potuto
meglio di un premio destinato ai redattori ed ai
compilatori di testi, e di pubblicazioni aziendali,
mettere l’accento sull’apporto che Guido Mazzali
ha offerto alla propaganda ed alla pubblicità.

Il premio che viene consegnato oggi nel Suo
nome, ha un valore che il dr. Carlo Fedeli,
al quale è destinato, saprà certamente conside-
rare : è il riconoscimento ad un giornalista che
come Guido Mazzali ha creduto e crede nel po-
tere che hanno le pubblicazioni le quali si limi-
tano a svolgere pubblicità, quando la svolgono,
ma a creare le condizioni perché gli operatori
modesti ed importanti, si pongano in grado di
assolvere meglio ai compiti che sono loro affidati,

e perché il pubblico guardi agli enti che offrono
beni e servizi, come ad organismi che agiscono
al servizio del cittadino ».

Il messaggio dell’on. Tremelloni

Ha fatto seguito Antonio Palieri — respon-
sabile dell’attività della editrice ‘L’Ufficio
Moderno” e allievo di Mazzali.

Egli ha riassunto alcuni concetti espressi
dall’on. ‘Tremelloni lo scorso anno in occa-
sione della prima edizione del premio asse-
gnato allo scrittore Libero Bigiaretti, diretto-
re della stampa aziendale dell’Olivetti, e ha
quindi letto il messaggio del ministro.

«Cari Amici, mi duole che urgenti impegni
di Governo mi trattengano a Roma. Avrei vo-
luto personalmente partecipare, come promisi e
come avvenne lo scorso anno, alla premiazione
della Vostra bella memore iniziativa, e strin-
gere la mano al vincitore, che insieme, nella de-
cisione collegiale, abbiamo scelto. Ritengo che il
premiato fornisca veramente elementi esemplari
per una solenne segnalazione della sua opera,
nella cornice del concorso ; e mette conto di ral-
legrarci tutti per la perfezione mirabile che ha
raggiunto nel nostro paese lo strumento del gior-
nale e della rivista aziendale.

Stiamo facendo passi davvero giganteschi in
questo ramo delle pubbliche relazioni.

Non posso, in occasione dell’attribuzione solenne
del premio dedicato alla sua memoria, dimenti-
care un affettuoso pensiero a Guido Mazzali,
che questo perfezionamento pensò, precorse, so-
gnò în tutta la sua fattiva vita di giornalista e
di pubblicitario. Guido Mazzali ci accompagna
spiritualmente in queste tappe, e si rallegra con
noi del raggiungimento di questi traguardi, e ci
stimola con la sua effigie perpetuata nella meda-
glia del premio a far più, a far meglio; a
lodare ma a nun sostare riposando sugli allori.

Nessuna iniziativa, quanto questa, poteva darci
un cosi genuino ricordo di Guido Mazzali, che
concepi l’arte pubblicitaria come un modo di comu-
nicare, di sapere e far sapere, di rendere efficiente
nel doppio canale l'informazione e la conoscenza.

Salutiamo dunque, con memore affetto, l’ini-
ziativa che si intitola al nostro indimenticabile
amico, grati ai premiati che con perizia esemplare
la valorizzano e la perpetuano ».

La funzione della stampa aziendale

Il prof. Ignazio Weiss, uno dei maggiori
esperti italiani in problemi della stampa, ha
quindi illustrato la funzione della stampa
aziendale, «fenomeno recente, attuale, nuovo e che
come tale — egli ha detto — rientra nella più am-
pia fenomenologia dell’informazione pubblicistica,
anche se si articola in forme assai diverse l'una
dall'altra ed abbia scopi e fini differenti».

« All'origine della stampa aziendale — ha
soggiunto Weiss — sta fondamentalmente l’aspi-
razione della direzione dell'impresa, pubblica 0
privata, di creare un organo pubblico per infor-
mare prima i dipendenti e successivamente altri
“pubblici” sui fatti e sugli avvenimenti che si
riferiscono alla vita dell'azienda stessa, con lo
scopo di migliorare e di allargare le conoscenze,
le informazioni che al personale possono inte-
ressare in quanto facenti parte non del tutto

passiva dell'impresa presso la quale lavorano.
Ma per la direzione dell'azienda non basta que-
sto scopo abbastanza limitato: il fine che la
direzione vuol raggiungere presso i suoi dipen-
denti e gli altri “pubblici” che direttamente 0
indirettamente la interessano, è quello di creare
intorno all’impresa stessa quell’alone di simpatia,
di apprezzamento per l’opera che svolge : opera
che ha per fine ultimo un vantaggio economico
per i suoi proprietari, ma che rappresenta anche
una funzione di carattere sociale, mettendo a
disposizione della collettività beni e servizi che
aiutano (se sono veramente utili) a migliorare e
a rendere più facili le condizioni di vita di una
collettività. Da questo punto di vista, la stampa
periodica aziendale rientra in quel settore di
tecniche che con moderna accezione si sono chia-
mate “pubbliche relazioni”, ma che meglio po-
trebbero essere definite “relazioni col pubblico”,
in quanto tutti questi tipi di tecniche si esauri-
scono, in sostanza, nella ricerca e nella realiz-
zazione di appropriati strumenti e di iniziative nei
confronti di un pubblico, al fine di far conoscere
quelle informazioni che l’impresa ritiene opportu-
no divulgare per raggiungere î suoi scopi».

«Una qualunque pubblicazione a stampa —
ha detto ancora l’oratore — giornale o rivista, è
fatta per essere letta: è ovvio che senza lettori
mancherebbe al suo scopo primordiale. Se il
suo fine è quello di esser letta, è chiaro che il
mondo dei suoi lettori deve costituire la più im-
portante linea direttiva per la sua composizione,
sia nella forma, che nel contenuto. La presa di
contatto coi lettori è uno dei compiti più im-
portanti di qualunque produttore di giornale.
Proprio per questo, negli Stati Uniti, “Sua
Maestà il lettore” è considerato il principale
fattore tra quelli che incidono nella fabbricazione
di un qualsiasi periodico. Un giornale senza let-
tori, non è più un giornale : non è niente. Se
manca uno dei due termini tra i quali il gior-
nale forma il tramite, non esiste più il processo
della comunicazione : non si mette più in comu-
ne niente : l'informazione non trova più il suo
naturale sbocco.

Nel caso di un normale quotidiano o rivista
si fa presto ad accertarsi se trova 0 non trova
lettori : è da supporre che se il giornale si vende,
lo si legga; se non si vende, evidentemente non
può nemmeno venir letto. Diversa la condizione
della stampa aziendale : mai 0 quasi mai questa
viene messa în vendita ; manca perciò, in questo
caso, il controllo che la vendita può dare per
determinare il grado di accettazione che può
avere un periodico da parte dei suoi lettori ».

«Non per questo però la stampa aziendale
può disinteressarsi dei suoi lettori — ha prose-
guito Weiss —. Anzi, proprio perché manca
un controllo esterno, deve prodigarsi in maniera
ancora più attenta per fare in modo di farsi leg-
gere e di richiamare l’attenzione delle persone
cui è istituzionalmente indirizzata ».

Weiss, a questo punto, ha analizzato acu-
tamente le varie tipologie di lettori della stam-
pa aziendale e il genere di rapporti che deb-
bono intercorrere fra l’una e gli altri ponen-
do in rilievo come « la necessità di farsi ascol-
tare, di farsi leggere anche da chi legge nor-
malmente un giornale 0 una rivista non per la-





sciarsi convincere dal punto di vista dell’avver-
sario, ma per vedere rispecchiato e chiarito il
proprio pensiero, nero su bianco, in pubblico » sia,
nel caso della stampa aziendale, problema tra
i più difficili da risolvere.«a Non è affatto escluso
che il giornale di fabbrica o la rivista aziendale
non venga letta affatto da una parte dei desti-
natari, che venga anzi respinta. Il redattore deve
fare in modo di agganciare i suoi lettori poten-
ziali in un qualche modo e questo può esser fatto
tenendo presenti due ordini di considerazioni
che, a nostro avviso, sono essenziali per la stampa
aziendale. In primo luogo si deve considerare
che il pubblico costituito dai destinatari è pur
sempre un pubblico eterogeneo, formato da uomi-
ni e donne, da giovani e da anziani, da persone
o famiglie di diversa condizione economica, da
individui di differente grado di cultura, da abi-
tanti di città e di campagna, e così via. Il di-
rettore dell’organo aziendale deve tener presente
questo fatto obiettivo, non modificabile : deve
saper rivolgersi a un pubblico non omogeneo,
anche se numericamente ristretto in qualche ca-
so. L'unico elemento che accomuna il mondo dei
lettori di una pubblicazione aziendale è solo
quello della dipendenza o dei rapporti con una
stessa impresa. Perciò questo fulcro va utilizza-
to: non dimentichiamoci che uno dei compiti
della stampa aziendale è proprio quello di crea-
re una atmosfera amichevole per non dire cor-
diale tra tutti coloro che hanno relazioni con
l’impresa ». E più oltre: « Sta nella sensibilità
del direttore di non acuire i contrasti, ma nello
stesso tempo di non assumere un atteggiamento
paternalistico o, peggio, di presunta superiorità
di fronte ai dissidenti, che sono o diventano
tali talvolta proprio per le tendenze poco appro-
priate espresse dall'organo di stampa interno ».

«Nel giornale aziendale — ha detto ancora
Weiss — il lettore deve trovare quello che non tro-
va negli altri strumenti di cui si serve per le sue
particolari esigenze di studio o di svago». E ha
concluso: «// giornale aziendale può prendere a
prestito dal rotocalco 0 dalla rivista specializzata
certe tecniche informative, ma non deve invadere il
campo che è già tenuto da altre pubblicazioni che
si rivolgono a un pubblico indifferenziato.

Non è certamente facile mantenere il tono della
stampa aziendale su tale livello: ci rendiamo
perfettamente conto delle varie difficoltà che bi-

sogna superare per raggiungere i fini che la stampa
aziendale si deve almeno proporre di cogliere.

Ma abbiamo con noi chi ha veramente saputo
realizzare un tipo di stampa aziendale esempla-
re, che ha trovato il consenso unanime di una
giuria formata da specialisti : ciò vuol dire che
non esistono difficoltà che non possano essere
superate con la capacità, il buon senso e la sen-
sibilità dell’autentico giornalista ».

Una medaglia, molti premiati

La medaglia d’oro del premio è stata con-
segnata dalla vedova di Guido Mazzali,
signora Bruna Poggi, al dr. Fedeli che ha
così ringraziato: « Sono molto grato a tutti,
ai signori membri della giuria e al suo presi-
dente on. Tremelloni, all'Ufficio Moderno, al
prof. Ignazio Weiss che ha espresso in modo così
lusinghiero il suo autorevole giudizio sulla nostra
attività di stampa aziendale e di pubbliche rela-
zioni, ed ha tratteggiato così acutamente le fun-
zioni della stampa d’azienda.

Sono grato a tutti, voglio aggiungere, per questo
riconoscimento espresso attraverso una medaglia
di dimensioni provvidenzialmente così cospicue.
Dico provvidenzialmente perché il numero di
coloro con cui sono lieto di dividere oggi questo
ambìto premio non è piccolo.

Sarebbe già un calcolo laborioso dividere questa
medaglia con coloro che collaborano con me nel
settore della stampa aziendale dell’Italsider. I
membri del comitato di direzione, innanzitutto :
Giuseppe Ceccarelli (Ceccarius), presidente della
Federazione europea della stampa aziendale,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani e Mario
Lucio Savarese, che dirige le nostre pubbliche
relazioni. Poi il pittore Eugenio Carmi, nostro
collaboratore artistico, cui dobbiamo la rigorosa
impostazione di un peculiare stile aziendale. Ma
la Rivista non è il solo mezzo di stampa azien-
dale dell’Italsider : c'è tutto il gruppo dei noti-
ziari di stabilimento che vogliono esprimere,
ciascuno in modo autonomo e originale, la vita
delle nostre maggiori comunità di lavoro sparse
lungo la penisola. Sono qui presenti i direttori
dei nostri notiziari di stabilimento : anche ad
essi va il merito per il lavoro spesso difficile che
svolgono con grande entusiasmo.

Se poi si aggiunge che questo premio, come

avete sentito, vuol essere un riconoscimento di
tutta l’attività di pubbliche relazioni dell’Italsi-
der, il calcolo delle parti in cui dividere questa
medaglia diventa veramente complicatissimo.

La mia funzione sarà dunque soprattutto quella
di custodire questo premio che tanto più ci onora
in quanto legato alla memoria di Guido Maz-
sali, cui tutti guardiamo come ad un maestro di
idee, di vita e di lavoro, e legato anche al nome di
Libero Bigiaretti, cui fu assegnato lo scorso anno.

Noi non considereremo questo riconoscimento
come un traguardo, ma come una conferma che
stiamo seguendo una buona strada, e come un
invito a proseguire nella nostra attività, confor-
tati in ciò anche dalla nostra direzione cui va
il merito di averci consentito sempre la massima
autonomia di lavoro e di averci anzi sempre stimo-
lati a cercare i mezzi migliori per realizzare,
all’interno ed all’esterno dell'azienda, rapporti
basati su una reciproca conoscenza e fiducia».

La giuria del premio, presieduta dall’on.
prof. dr. Roberto Tremelloni, era composta
da Massimo Alberini, Lorenzo Manconi, An-
tonio Palieri, Gino Pestelli, Dino Villani,
Ignazio Weiss, Gin Racheli (segretaria).

Alla cerimonia è intervenuto un pubblico
numerosissimo: erano presenti, fra gli altri,
parlamentari, il Prefetto di Milano, il Primo
Presidente della Corte d’appello di Milano, il
rappresentante del Sindaco di Milano, diri-
genti ad alto livello e funzionari dell’ Italsider,
tra i quali l’ing. Angelo Scotto, direttore ge-
nerale e il dott. Mario Lucio Savarese, diret-
tore delle Pubbliche Relazioni, giornalisti,
tecnici della pubblicità, pittori, grafici e altri
esponenti del mondo artistico.

Fra i molti telegrammi e lettere di adesione
pervenuti, sono quelli dell'avv. Adrio Casati,
presidente della provincia di Milano, del conte
ing. Radice Fossati, presidente della Camera
di Commercio di Milano, dell’on. Pertusio,
sindaco di Genova, del prof. Manuelli, pre-
sidente della Finsider, di Libero Bigiaretti,
di Gino Pestelli, capo ufficio stampa della Fiat,
del dr. Dubini, presidente dell’ Associazione
Industriale Lombarda, del prof. Vito, rettore
magnifico dell’ Università Cattolica di Milano,
del Console generale d’Olanda H. W. R. de
Wall, del dott. Martini Mauri, direttore gene-
rale della Sipra, del dott. Gianni Mazzocchi.

Le scorie
etrusche



Se passate da Piombino e avete un paio d’ore
di tempo, prendete la strada verso nord che
porta a Populonia. Costeggiate per un tratto
la zona destinata all'ampliamento del centro si-
derurgico, dove già si scorgono i morsi delle
scavatrici e dei bulldozer che livellano il terre-
no. Percorrete una decina di chilometri tra prati
e campi lievemente ondulati e arrivate al golfo
di Baratti. Andate sulla spiaggia, raccogliete
un pugno di pesante sabbia ghiaiosa e osserva-
tela : non è sabbia, è ferro, scoria di ferro degli
etruschi.

I minuti frammenti rossastri, levigati dal moto
delle onde, che tenete sul palmo della mano,
frammezzo ai quali brillano qua e là neri cri-
stalli, non sono materia prima, non sono stati
deposti in questo luogo dalla natura : né a Ba-
ratti né altrove, sulla terraferma di Toscana,
esistono miniere di ferro. Questo che tenete in
mano fu scavato duemilacinquecento, forse duemi-

laottocento anni fa, nella vicina isola d’ Elba, cari-
cato su zattere e sbarcato nella baia di Baratti.

Qui i maestri siderurgici di Populonia, famosi
in tutto il Mediterraneo, arrostendo il minerale
con carbone di legna in un forno costruito
con pietra arenaria e argilla ne ricavarono qual-
che massello di ferro spugnoso che poi, batten-
dolo a lungo, faticosamente affinarono.

Il calore insufficiente, la rudimentale tecnica
di lavorazione lasciarono nel forno molte scorie
non più utilizzabili allora, se pur ancora molto
ricche di metallo, e i fonditori le ammucchiarono
qui, dove ne avete raccolto un pugno.

Il mare, lambendole per secoli, le ha sminuz-
sate, levigate, rese simili alla sabbia, ma ora
guardandole sul palmo della vostra mano, non
potete non avvertire un'emozione profonda,
« l'impressione — come ha scritto Arrigo Orto-
lani due anni fa su questa rivista — d'aver ri-
salito il fiume degli anni e d'essere approdati



-

per magia alle rive di un tempo remoto e pie-
toso ».

Ma la spiaggia non è il solo punto in cui po-
tete trovare le tracce della straordinaria attività
siderurgica etrusca : in realtà tutta la fascia
costiera che circonda la baia di Baratti, per
una profondità di qualche chilometro, è ancora
oggi ricoperta da uno spesso strato di scorie
ricche di ferro.

Gli etruschi lavorarono il minerale elbano per
secoli (anche dopo la conquista romana e la distru-
sione di Populonia) e vendettero il metallo in
tutto il mondo allora conosciuto, fondando so-
prattutto su tali attività la loro grande potenza
economica e politica. Le scorie, in centinaia
d'anni, formarono delle vere e proprie colline
oggi erbose o coltivate.

In certi punti, basta smuovere il terreno con
il piede per veder affiorare blocchi di scoria 0
addirittura di minerale che l’insufficente calore
dei forni, i cosiddetti «bassi-fuochi », non aveva
fatto in tempo ad arrostire.

È questo il caso del pezzo di ematite della
varietà oligisto riprodotto nella pagina accanto.
Lo abbiamo trovato in un campo, accanto ad
una delle tombe etrusche che sorgono poco lon-
tano dalla spiaggia. Nella fotografia si vede
bene di quanto il blocco affiorasse dal terreno,
cioè di tutta la parte superiore cristallizzata.

Si scorgono chiaramente alcuni fili d'erba
rimasti attaccati al minerale nell’estrarlo dal
suolo.

Il pezzo che si vede in questa pagina in alto,
trovato a poca distanza dal primo, è invece
un prodotto intermedio delle lavorazioni etru-
sche : un blocco di ematite rimasto arrostito a
metà. Anche in questo caso il ferro non è an-
cora stato estratto dal minerale a causa dell’in-
sufficiente elaborazione.

Un tipico blocco di scoria etrusca semifusa e
iridescente è invece quello riprodotto qui a fianco
in basso, con i suoi caratteristici goccioloni
ricchi di ferro. Residui come questo contengono
ancora una percentuale di ferro che può arri-
vare al 47 percento!

Si ritiene che il minerale dell’isola d’Elba
fosse anticamente molto ricco, con un 68-70
percento di contenuto di ferro, una percentuale
cioè che oggi è molto difficile trovare anche nei
giacimenti di più recente scoperta. Considerando
l’ancora alto contenuto ferroso delle scorie, si
può dedurre che gli etruschi non riuscivano a
separare dalla ganga più del 21-23 percento di
ferro.

Alla ricchissima materia prima elbana gli
etruschi attinsero a piene mani, e basta una
cifra a dare la misura del grande sviluppo
assunto dalla loro siderurgia : negli ultimi de-
cenni, ditte italiane, francesi e tedesche hanno
ricuperato complessivamente, nella zona di Ba-
ratti, ben quaranta milioni di tonnellate di scorie.

Dopo oltre duemila anni, la moderna tecnica
siderurgica, con i suoi grandi e potenti altiforni
a coke, ha reso possibile di reinserire nel ciclo
produttivo un materiale che costituisce una te-
stimonianza singolare del livello raggiunto, anche
nel campo della tecnica, dalla mirabile e sotto
molti aspetti ancora misteriosa civiltà degli
etruschi.





-

Gli ingegneri dell’Italsider a Piombino

Vedersi, parlarsi, conoscersi

A

Gli ingegneri Angelo Rubei, capo servizio laminatoi e
Giuseppe Marchetti, capo treni a caldo. Un mare di rotaie.

Continua la serie degli articoli sugli ingegneri
dell’ Italsider. Stavolta Alberto Mondini è an-
dato a Piombino dove certi problemi, come quel-
lo dei rapporti con la comunità esterna, si pre-
sentano con aspetti particolari. La città gravita
sullo stabilimento che è al centro dell’interesse
di tutti.

(fotografie di Lando Civilini )

Malgrado fabbrica e centro urbano tendano
ad identificarsi, la vicinanza della natura fa sì
che nella lunga estate la vita dei giovani pro-
fessionisti a Piombino sia meno dura che
altrove.

Capita alle fabbriche poste nei piccoli cen-
tri qualcosa di simile a ciò che accade ai reg-
gimenti di guarnigione: ci sono meno distra-
zioni esterne, più attaccamento al servizio,
ma soprattutto si forma presto un ambiente.
La stessa gente che si vede nelle ore di ser-
vizio si incontra poi fuori, con l’aggiunta
delle famiglie; tutti sanno i fatti di tutti, è
vero, ma questo inconveniente è controbi-
lanciato dal formarsi e dal durare di solide
amicizie, da un senso di colleganza che nelle
grandi città si ignora. Nelle grandi città, fuori



dei cancelli, nessuno conosce più nessuno; e
se è vero che la metropoli “offre di più”, è
anche vero che ben poco di ciò che essa of-
fre può godere chi esce dal lavoro che
ne subisce soprattutto i lati negativi: la lon-
tananza dell’abitazione dal posto di lavoro,
le lunghe code ai semafori e negli imbotti-
gliamenti, quel senso di essere inghiottiti nel-
l’anonima marea della gente che va non si
sa dove, e intanto ci intralcia.

Ero arrivato a Piombino con l’idea, tutta
invernale, che fosse un posto fuori del mondo;
d’estate tutte le vie che si dipartono dal nostro
itinerario normale ci tentano, d’inverno ci
respingono: l’inverno è stagione di case ac-
coglienti e di cose note. La prima visione
che ne ebbi, notturna, fu il “presepio” di luci
dello stabilimento, dominato dalla scritta Ital-
sider. “Fabbrica uguale paese”, pensai; e in
questa identificazione fra stabilimento e cen-
tro urbano non vedevo nulla di buono per
chi è chiamato a viverci.

Nei giorni trascorsi a Piombino la mia

impressione è profondamente mutata; non di-
co che sia una specie di paradiso terrestre,
né che la vita degli ingegneri sia tutta ‘rose
e fiori”, ma certo vi sono dei fattori positivi.
« Tutto sommato — mi diceva uno degli in-
gegneri anziani — anche Piombino offre molte
possibilità di svago, specialmente d’estate con
la vicinanza dell’Elba e di altri luoghi bal-
neari O turistici.
Un altro lato positivo di Piombino sta nel
fatto che vi è apprezzata la regolarità del-
l’orario, sia in entrata sia in uscita; capita
alle volte che ci si debba fermare in ufficio
dopo scoccata l’ora di andar via, ma non per
sistema.

La vita a Piombino è regolata da orari ben
precisi e gli orari di lavoro non sfuggono a
tale legge. Chi per abitudine si trattiene ec-
cessivamente in ufficio è più probabile che
sia giudicato come una persona disordinata
o poco organizzata piuttosto che un assiduo
lavoratore.

A Piombino ho visto degli ingegneri che

hanno passione per il loro mestiere ma non
hanno dimenticato l’amore per la vita, e sanno
strappare un’ora del meriggio per andar sulla
spiaggia d’estate; ho visto gente allegra, pur
se immersa in un lavoro non lieve. La prima
impressione di questa cordialità l’ho avuta
nello studio del direttore, ing. Adamo Adani;
un colloquio breve, ma ricco di calore umano:
è stata come una visione dall’alto dello sta-
bilimento, che è alla vigilia di raddoppiarsi,
e sarà dotato di una delle più moderne ac-
ciaierie dell’Europa continentale.

Vedersi, parlarsi, conoscersi

Subito dopo ho conosciuto l’ing. Arnaldo
Spena, che sovraintende all’organizzazione
della produzione di Piombino, ed ha alle sue
dipendenze sessantacinque persone, fra cui
nove ingegneri e cinquanta periti.

L’ing. Spena è nato a Napoli nel 1923, si
è laureato pure a Napoli nel 1949, si è spo-
sato a Napoli, e ha due bambine, una napo-
letana e una piombinese. Questi immediati
accenni alla vita privata degli ingegneri qui a
Piombino mi sono venuti perfettamente na-
turali; dalle finestre dell’ufficio dell’ing. Spena
si vedono le case dove abita molto personale
dell’ Italsider: e tutto, dal tratto alle fotogra-
fie sui tavoli al modo di concepire la vita e
il servizio, rivela qui a Piombino un inseri-
mento della fabbrica e dei suoi nel tessuto del
centro urbano che è ben diverso da quello
di una fabbrica cittadina. Spena ha una vasta
esperienza: cominciò da libero professionista
lavorando alla costruzione di impianti elettrici
industriali e civili, finché nel 1952 entrò nel-
l'azienda. È stato a Bagnoli, Voltri, Torre An-
nunziata, Savona, Marghera, in missione per
alcuni mesi alla Morteo di Genova-Pegli, ed
è a Piombino dal 1956. La sua attività è stata
sempre quella dell’ organizzazione; perciò il
nostro discorso parte da lui, perché dal suo
ufficio, per la particolarità del tipo di lavoro
che prevede ramificazioni nei vari settori del-
la produzione, è forse più facile avere un’idea

9

della vita degli ingegneri dell’ Italsider a
Piombino.

«Noi non pretendiamo di organizzare la
produzione, ma i fattori della produzione; —
dice l'ing. Spena — noi forniamo lo stru-
mento di applicazione delle politiche di orga-
nizzazione formulate dalla direzione generale ».

«Il nostro lavoro deve essere accettato, non
può essere imposto né all’operaio né al capo
che lo fa eseguire». La posizione di chi fissa
gli incentivi è delicata; in equilibrio fra la
parte direzionale e la parte operativa. « Nel
dubbio afferma l’ing. Spena — la scelta
deve cadere sempre a favore dell’ operaio ».

È quindi un lavoro di precisione, svolto
non su un pezzo di macchina, ma su qualcosa
di astratto e quasi inafferrabile, il lavoro uma-
no; come in tutti i lavori di precisione, ci so-
no delle tolleranze. Ma qui, con gli impegni
sociali, le tolleranze sono singolarmente stret-
te. Ecco un compito per ingegneri così di-
verso dagli altri; per una impensabile lacuna,
l'ingegnere nel suo lungo periodo di forma-
zione non studia alcuna disciplina che abbia
per oggetto l’uomo, se si eccettuino i cenni
di materie giuridiche. Resistenza dei materiali,
meccanica applicata alle macchine, fisica, chi-
mica, legno-ferro-cemento, idraulica sono le
discipline in cui l’ingegnere si forma; prima dei
materiali avrà però a che fare con gli uomini.
Ma essi non sono oggetto di studio. L’in-
gegnere Spena valuta tutto il valore formativo
dei compiti prima accennati: « Questa è la
parte che ci dà più preoccupazioni — affer-
ma — ma riteniamo sia la parte fondamentale
per formare un ingegnere d’organizzazione e
destarne l’interesse ».

Mentre parliamo entrano due giovani in-
gegneri: Francesco Segreti, nato a Mendicino
(Cosenza) nel 1934, laureato a Padova nel
1960, e Luigi Fanelli, nato a Roma nel 1933
e laureato a Genova nel 1960. L'ing. Segreti
è all’ Italsider dal febbraio 1961, ed è al-
l’organizzazione della produzione zona alti-
forni e cokeria; l’ing. Fanelli, che è entrato
all’ Italsider nel ’6o prendendosi solo venti



L’ing. Arnaldo Spena, che dirige l’organiz-
zazione della produzione. Un lavoro di pre-
cisione su uomini, mezzi, materiali.

L’ing. Francesco Segreti, dell’organiz-
zazione produzione altiforni e cokeria.
Un lavoro appassionante,

L’ing. Luigi Fanelli, dell’ organizzazione
produzione servizi di manutenzione. Una
filosofia e molta responsabilità.





IO

giorni di vacanze fra la laurea e l’impiego, è
all’organizzazione della produzione servizi di
manutenzione interna per tutti gli impianti; è
sposato e in attesa di prole.

Presenti i due giovani ingegneri, conti-
nuiamo con l’ing. Spena l’esame dei compiti
di organizzazione, esaminando brevemente gli
altri fattori della produzione: mezzi e mate-
riali. Quanto ai mezzi, lo studio organizzati-
vo consiste nell’equilibrarli per avere la mas-
sima produzione; per i materiali si tratta
di ritrovare quelli che diano al processo
produttivo la massima capacità possibile al
minor prezzo. Si possono adottare fra l’altro
anche le tecniche della ricerca operativa; sta
per arrivare un IBM 14io per il centro
meccanografico ed un altro grande calcolatore
scientifico che verrà inserito 0/f line nel proces-
so produttivo dell’altoforno.

« Dapprincipio mi prese una specie di sgo-
mento — confessa l’ing. Segreti — vedevo
tutto nero; ma è un lavoro che appassiona
moltissimo. L’altoforno esercita un fascino
cui non è estraneo il mistero di certe reazioni
che vi avvengono e che la scienza non ha
ancora svelato ».

«Se si ferma il carro-ponte che trasporta
le siviere si ferma l’acciaieria — dice
l’ing. Fanelli — questo dà un’idea delle
responsabilità che gravano sugli addetti alla
manutenzione». E qui viene sul tappeto quella
che gli anglosassoni chiamerebbero /a filosofia
della manutenzione: quanto si può spendere
nella manutenzione rimanendo nei criteri di
una sana economia? Problema che si articola
in mille e mille domande precise a punta di
spillo, come « per quante ore può funzionare
un olio? »

Il colloquio con i tre tecnici conclude con
un vivo elogio a Piombino dell’ing. Spena.
« Piombino è il migliore stabilimento per ra-
gioni di coesistenza esterna; cioè ci si vede
sempre, ci si vede fuori e si continua a par-
lare delle cose dello stabilimento. Questo gio-
va al lavoro di gruppo: vedersi, parlarsi, co-
noscersi ».



L’ing. Ardelio Gargiulo, capo servi-
zio agli altiforni. Un personale co-
scienzioso e capace,

Il terribile agosto di un giovane ingegnere

Ho visitato lo stabilimento secondo il per-
corso classico del minerale e del carbone,
dalla cokeria e dagli altiforni all’acciaieria e
ai laminatoi; sono stato fra i fumi e i lampi,
con tutto l'imponente accompagnamento acu-
stico che caratterizza le varie fasi.

Alla cokeria ho trovato un ingegnere piom-
binese, Arturo Bellucci; è nato a Piombino
nel 1908, si è laureato a Pisa in ingegneria
industriale ed è entrato all’ Ilva nel 1936.
È stato a Torre Annunziata, a Bagnoli, e in
sede. La cokeria a Piombino, a differenza di
quanto accade a Cornigliano, è divisa dall’al-
toforno. L’ing. Bellucci è molto riservato;
teme che con questo genere di colloqui si
vada nel “fantasioso”. È 1l suo braccio destro,
sig. Benvenuti, che mi accompagna a visitare
la cokeria, mi fa assistere allo sfornamento del
“salmone”, di carbon coke rovente, allo spe-
gnimento che manda in cielo nubi di vapor
bianco, e mi porta nei sotterranei dove corro-
no le tubazioni del gas. « Novecentonovan-
tasei bombe caddero durante la guerra nel
perimetro dello stabilimento!» dice Benve-
nuti. E il dramma di quei giorni rivive nel
suo colorito racconto; ma capisco che anche
questo dramma, del minerale che diviene coke,
dei treni che vanno e vengono, delle cariche,
degli spegnimenti, non è per lui diventato
routine, e lo appassiona ancora. « La guerra ci
dette grandi insegnamenti — dice — tenemmo
la cokeria ferma quattordici ore, poi ripar-
timmo senza inconvenienti »; non c’è retorica
che potrebbe descrivere più compiutamente la
passione per il mestiere di queste parole mo-
deste e rivelatrici.

Agli altiforni troviamo un ingegnere dalla
personalità molto spiccata: Ardelio Gargiulo,
nato a Morbegno in Valtellina ma formato a
Napoli, dove si laureò nel 1940 in ingegneria
chimica e nel 1947, tornato dalla guerra, in
farmacia. Nato nel 1916, appartiene a quella
generazione i cui problemi mi sono anche
troppo noti poiché io pure ne faccio parte.



Il dr. Giacomo Mecacci, capo sezio-
ne acciaieria, Un vecchio compagno
d'armi.

Il decennio della guerra e del dopoguerra ci
s'è incastrato nell’esistenza fra giovinezza e
maturità, e praticamente siamo partiti a tren-
tacinque anni dalla stessa linea di partenza dei
venticinquenni; nulla di strano quindi che un
ingegnere, nel 1947 quando non si trovava
un chiodo da battere, pensasse di fare il far-
macista. Oggi invece per gli ingegneri trova-
re impiego è molto più facile. L’ing. Gargiulo
sostiene inoltre che si dovrebbe istituire
il titolo intermedio di laurea, o assumere
diplomati “di prima grandezza”. L’ing. Gar-
giulo ama Piombino dal momento del primo
incontro. « Offre molte cose — dice — per-
sonale coscienzioso e capace, e poi è una città
ordinata e pulita ».

Lo ama, forse anche per quelle abitudini

ottocentesche che vi sono rimaste, come la
partita serale col medico e il notaio, le vecchie
strade e le vecchie piazze accoglienti. E ama
gli altiforni: «Li considero come dei bambini
che hanno bisogno di essere nutriti assistiti e
amati, anche se sono un po’ rumorosi ».
Vi passiamo accanto, e i “colpi di vento”
sono come ruggiti.
Ma eccoci in acciaieria, dove ci aspetta una
gradita sorpresa: il capo-sezione, dr. Giacomo
Mecacci, laureato in chimica pura, è un vecchio
compagno d’armi. Rievochiamo la guerra, poi
indossiamo l’elmetto per andare fra i fuochi
dell’acciaieria. Troviamo nell’ufficio del dr.
Mecacci due ingegneri: Marco Scaparra, nato
a Sale (Alessandria) nel 1933 e laureato a
Genova in navale nel 1960; è scapolo e rico-
pre la carica di capo-fabbricazione acciaio;
l’altro ingegnere è Roberto Mandolesi, nato
a Firenze nel 1931, laureato a Padova in
ingegneria chimica nel 1961, sposato e padre
di una bambina: dipende dall’ing. Spena, ed è
capo zona acciaieria per l’organizzazione della
produzione. «Crede che l’università l’abbia
convenientemente preparato ai Suoi compiti?»
chiedo. «Sì — risponde — ma i problemi
sindacali non andrebbero trascurati neppure
nel periodo formativo ».

Alla stessa domanda l’ing. Scaparra rispon-



L’ing. Marco Scaparra, capo fabbri-
cazione acciaio. Quell’agosto tutti
chiedevano ferie.



de: « Non bisogna cercare mende nella scuola,
o addossarle colpe; è chiaro che per stare in
acciaieria ci vuole una conoscenza specifica »
(e sottintende «che la scuola non può dare»).
Dopo un periodo trascorso presso |’ ac-
ciaieria di Cornigliano, a metà del giugno
scorso venne qui, e in agosto si trovò in mano
il bastone del comando: «Tutti chiedevano ferie,
ero nell’impossibilità di accontentarli tutti »
dice. E poi rivive nel suo racconto quell’ansia
che è di tutti i giovani quando per la prima
volta la responsabilità pesa sulle loro spalle;
e quei giorni debbono pur venire, per farli
uomini. Dopo l’ovatta della famiglia, l’aria
condizionata della scuola, l’idillio dei primi
mesi di fabbrica, ecco l’afflato rovente del-
l’acciaieria d’agosto; il sole dardeggia nei vetri,
i cortili avvampano di luce, come le bocche
dei forni Martin in cui bolle l’acciaio. I pen-
toloni delle siviere vanno a mezz’aria, por-
tati dal carro-ponte; gli operai sanno fare
ognuno il proprio mestiere, e quando sorge
un problema, è un problema vero, da risolvere
con un parere esperto: evitare di dare pareri
avventati è la norma d’oro per tutti. Ma qui
non siamo in politica, in diplomazia o in giu-
risprudenza, dove si può prender tempo e
rispondere con risposte che non dicono nulla.
Il giovane ingegnere capo-sezione deve ta-
gliare il nodo che gli viene presentato con
un colpo chiaro e netto come la spada di
Alessandro. Ma la prova è stata ben superata;
l’ha confermato il dr. Mecacci: « Sono due
ragazzi in gamba, due giovani laureati bril-
lanti » dice dei due ingegneri. E con essi
usciamo dall’ufficio, sul balcone da cui si ac-
cede alla campata dell’acciaieria: sotto di noi
sono due “siluri” su carri ferroviari, ciascuno
colmo di duecento tonnellate di buona ghisa
liquida; questa è la stazione ghisa, dove si
riempiono le siviere che vanno ai forni Martin:
i forni sono cinque, e si nutrono della ghisa
versata in essi dalle siviere, e del rottame ca-
ricato dalla macchina caricatrice, che passa su
rotaie, a sirene spiegate, e spinge il rottame
nella bocca incandescente dei forni.



Mandolesi,
produzione in acciaieria. Studiare nella scuo-
la anche i problemi sindacali.

L’ing. Roberto organizzazione

In acciaieria facciamo conoscenza con un
simpatico ingegnere della manutenzione: Gian-
carlo Consogno, nato a Spineto Scrivia (Ales-
sandria) nel 1921, laureato a Torino nel 1951-
-52 dopo aver fatto cinque anni di stellette.
«Sono venuto a vedere il forno Martin n. 1
— dice lo stiamo rifacendo. “Guai” ce ne
sono sempre; sono sempre in giro in bicicletta,
è un lavoro interessante ». Frase modesta; è
un lavoro che dà una visione generale del-
la fabbrica, dà la conoscenza di tutti i suoi
problemi.

Un mare di rotaie

Dall’acciaieria, seguendo i lingotti, passia-
mo ai laminatoi. Capo servizio è l’ing. Angelo
Rubei, nato a Piombino nel 1923, laureato a
Pisa nel 1954, all’ Italsider dal 1956. Parla un
bel toscano rotondo, è vivace e naturalmente
orgoglioso dei suoi operai piombinesi: « An-
che senza andare a scomodare gli etruschi
qui c’è una tradizione metallurgica — afferma
— sono stato in altri posti, posso fare dei
confronti: a Piombino ci sono delle maestranze
ben preparate. Quando t’hanno detto “sì, è
possibile’ vuol dire che lo è. È un personale
che conosce i suoi diritti e li difende, ma la-
vora bene e volentieri. Questo ci permette di
lavorare... » e qui gli veniva detto « benissimo »
ma un improvviso attacco di modestia l’ha
fermato... « ovvia, un po’ benino ».

Un esemplare di questa forte razza di la-
voratori piombinesi l’ho incontrato poco do-
po nella cabina di comando del freno blooming:
è l’operaio Corrado Buccianti, che ha qua-
rant'anni e tre mesi di servizio, e tanta, ine-
sausta passione per il mestiere. La stessa
passione di cui mi parla il dr. Quilici, che
cura le pubbliche relazioni dello stabilimento
e che ebbe occasione di far fare il giro degli
impianti ad ex operai anziani. Nel descrivermi
il loro interesse per la vita dei reparti, per
le novità, mi diceva che molti di essi avevano
gli occhi lustri. E non son personaggi alla
De Amicis, metalmeccanici toscani,



sono



L’ing. Giancarlo Consogno, capo della
manutenzione assegnata, Una visione
generale della fabbrica.

II

piombinesi, gran lanciatori di moccoli, gente
per nulla tenera o disposta all’intenerimento.
KR 45 nei laminatoi
finché diventa rotaia da 60 chilogrammi al
metro lineare; il 90 per cento delle rotaie
d’Italia si fanno a Piombino, e se ne esportano
anche in Egitto, India, Spagna e altri paesi.
Ci accompagna fra le rotaie l’ing. Giusep-
pe Marchetti, nato nel 1927 a Genova e
in quella università laureato in ingegneria in-
dustriale e chimica nel ’55, in preparazione
per capo treni a caldo. Aspirava a pas-
sare all’ esercizio laminazione: « Finalmen-
te prodotti finiti, lavoro più pratico, più me-
tallurgico; ogni tanto ci si sporca: si va sotto
qualche gabbia e si esce fuori neri, ma dà
più soddisfazione che stare a tavolino ».

Alle rotaie Piombino sta per affiancare an-
che la produzione di profilati piccoli e medi,
e di tubi saldati. Perché Piombino vedrà rad-
doppiare lo stabilimento; qui il discorso si
farebbe lungo, ma non potevamo non accen-
narlo in questa sede.

Ed ora usciamo a far due passi per Piom-
bino; qui passeggiano le ragazze guardinghe
che consigliano i giovani professionisti a spo-
sarsi o ad andare a cercare altrove facili prede:
qui i negozi schierano la loro merce, i cinema
i cartelli e le immagini dei film in program-
mazione e di prossima visione. Qui c’è, nella
buona stagione, il passeggio, con i mariti e
i fidanzati a braccio delle rispettive dame, op-
pure le donne avanti a ciarlar di bambini,
domestiche, mode e frivolezze, e dietro gli
uomini a parlare di sport, o magari di acciaio.
Ma c’è il mare, ci sono i pini, c'è la grande
isola che chiama e mostra le sue bellezze di
là da dieci miglia di mare.

L’isola del ferro antico, l’Ilva, o Elba. E se
la nuova piazza di Piombino è un po’ squal-
lida, le vecchie mura hanno vita da vendere e
la rocchetta e il porto sono pieni di prospet-
tive e di scorci suadenti. Parto da Piombino
con un animus tutto diverso da quello col
quale sono arrivato; parto con un gran de-
siderio di tornarci.

Seguiamo l’acciaio





L’operaio Corrado Buccianti (in pri-
mo piano), laminatore al blooming.
Un tipico siderurgico piombinese.





Il Codice di Biadaiolo

Famosi sono i codici miniati italiani : libri precedenti
l'invenzione della stampa, che erano manoscritti su pergamena
e illustrati con magnifiche miniature.

Dapprima si trattò di disegnare con ghirigori e motivi
vegetali le lettere iniziali della pagina o del capoverso, poi
si passò ad inserire la lettera iniziale in un quadrato dorato,
entro il quale ci si sbizzarrì a creare figure e scenette at-
tinenti al soggetto trattato nel testo.

Le miniature, ottenute con colori naturali e grandi sfondi
in oro, di stile prevalentemente gotico, erano eseguite in
massima parte nei conventi dove appunto si procedeva nel
medioevo alla copiatura di codici antichi, provenienti dalla
cultura greco-romana o alla creazione di messali e salteri.

La maggior parte dei codici miniati italiani dall’ XI
al XV secolo fu costituita da libri da messa, da sacre bib-
bie, da storie di santi e profeti o al massimo da tavole
astrologiche. Rarissimi i soggetti profani, riguardanti trionfi
di personaggi illustri o scene di guerra, ancora più rari
i soggetti commerciali, perché non si riteneva il lavoro
manuale degno di essere immortalato con tali opere.

Più unico che raro, dunque, questo codice italiano del
secolo XIV oggi conservato nella celebre Biblioteca Lauren-

,

ziana di Firenze e detto ‘il codice di Biadaiolo”.

Esso costituiva il libro dei conti di un mercante fiorentino
di biade, un certo Lenzi, che vi annotò dal 1320 al 1335,
giorno per giorno, il prezzo dei grani e delle altre biade, le
vendite eseguite, i soldi incassati, quelli pagati, i crediti e
i debiti. Un vero libro di contabilità e di cassa sul quale il
mercante fiorentino, degno in questo del gusto corrente nel-
la sua artistica città, fece miniare, non si sa da chi (tanto
è vero che l’autore viene definito nelle storie della pittura
come il “maestro di Biadaiolo”), gustosissime scene di vita
commerciale rappresentanti appunto la compravendita dei
grani e delle biade che si svolgeva allora nel celebre mercato
di Orsanmichele (ancora oggi esistente e trasformato in
chiesa, in via dei Calzaioli).

Ed ecco che in quelle pagine fitte di annotazioni com-
merciali e di cifre si incontrano, patetici saggi dell’arte
popolaresca fiorentina, scene vivissime rese con tratto per-
spicace e con colori brillanti, con dovizia di rossi, di blu, di
verdi su gotici sfondi dorati.

Ecco, nella grande miniatura che riproduciamo a tutta
pagina, due scomparti : in quello superiore un mercante sta
contrattando con due Biadaioli mentre prende una misura ;
in quello inferiore il mercante è nella sua bottega, seduto al
banco, mentre scrive sul libro il prezzo del grano venduto,
alla presenza dei due clienti.

Nella miniatura a sinistra vediamo una scena in tempo
di dovizia, con mietitura, trebbiatura e mercato del grano
contenuto nei grandi recipienti di legno, e tanto di angeli
con trombe che ricordano l’allegrezza del momento e invita-
no a far bene in tempo di dovizia.

Questo codice è uno degli esempi più rari e più alti

della «pittura popolaresca intesa ad illustrare scene di vita
commerciale.





e

e mae UOCICOIONI



14

DOMENICA va (ORRIERE



SI PUBBLICA A MILANO OGNI DOMENICA



sata 1 la Se È vie reicwo Verri. 12 Il problema dell’emigrazione, che è stato per
Dono agli Abbonati del “ Coniese della Sera, i?» = - più di un secolo uno dei più drammatici che
(Centesimi 10





AREZZO — la società italiana ha dovuto affrontare, si pre-

senta oggi in una luce completamente nuova.
Per la prima volta nella storia del nostro paese

RS : ( grandi industrie italiane (fra cui |’ Italsider)
E | Hi lb cercano personale per i propri stabilimenti nel







Sud anche tra gli emigrati.
( Partendo da questi dati di fatto Piero Biz-

() zarri ha tracciato nell’articolo che segue la
Mi storia delle principali idee che sul problema
î LIL i dell'emigrazione sono state formulate da storici
Peli gr! A EEE TI i e politici italiani.

}} i (Foto: Farabola, Leoni, Patellanî).



























, : Se ancora ce ne fosse bisogno, un’ulteriore
È dimostrazione di come il “miracolo economi-
n A co italiano” abbia colto di sorpresa tutti in
Europa è data dal fatto che nel 1957, al mo-
mento della discussione del Trattato di Roma,
le maggiori perplessità suscitate dallo stesso
nei Parlamenti europei furono dovute alla
$ paventata “invasione” di manodopera italia-
À na, contro la quale non sembravano sussiste-
N 4 re sufficienti garanzie. E in Inghilterra, an-
, d ) P cora uno o due anni fa, la polemica contro
} l'adesione al Mercato Comune era principal-
mente basata sulle “orde di italiani affamati”
che si temeva sarebbero sciamati ad invadere
l’isola.
È Ma anche in Italia, nel 1957, il relatore di
4 maggioranza della Commissione Speciale del-
‘ la Camera dei Deputati per la ratifica del trat-
È |. | tato istitutivo della Comunità Economica
"I <a | Europea affermava che la preoccupazione
a LC ° i . dei negoziatori italiani era stata “anzitutto”
“f x i: S «| quella della migliore utilizzazione del poten-
; N > ziale umano all’interno della Comunità e che
SR Re: SI 3 x o: v di la libertà di movimento garantita dal trattato
\ ° n rappresentava un notevole incentivo allo sboc-
SI ) i co dell’emigrazione italiana nei paesi della
# > SII piccola Europa.
% In effetti, il mutamento è stato rapidissi-
pe RT PF? °° mo:in pochissimi anni, addirittura in pochis-
di ; 444 il simi mesi, l'emigrazione, uno dei fatti più
De Se i : tradizionali della vita economica del nostro
Sr Rit i i paese ha cambiato (o sta cambiando) aspetto
SIUCAI fino a trasformarsi da fenomeno fisiologico
in patologico.
Oggi dunque, mentre la riserva di “terroni”

Tra le illustrazioni di un articolo sul problema dell'emigrazione non potevano mancare le tavole di Achille Beltrame. comincia ad esaurirsi, mentre assistiamo al
Questa, tratta dalla Domenica del Corriere del 1901, coglie dal vero emigranti meridionali in partenza dalla stazione fenomeno di industrie italiane che si rivolgo-
di Milano per il Canadà.

TASSA TITOLI, EMUGIANTI: MFRNIMONATI D'ALTA STAZIONI M

dif Pern «di A Melly i

EN SINFOPARE EMoniza

no agli emigrati per le assunzioni, vale la pena
di soffermarsi sul problema che è stato uno
dei più gravi propostisi alle classi dirigenti
x : italiane e che minaccia di diventare un ele-
Breve storia di un problema mento di contraddizione nel quadro dello
straordinario sviluppo che il paese sta co-
9 ° Ò noscendo.

| L’emigrazione italiana, come fenomeno di
enil TaZIOo ì Ì e massa, si è sviluppata dopo l’unificazione po-

litica del paese. Prima dell’unità, a parte al-

cune correnti di emigrazione stagionale dal

Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto ver-



so la Francia, la Svizzera e l’Austria, e alcune
correnti migratorie dalla Liguria verso l’Ar-
gentina, il problema si pone in termini assai
modesti o non si pone affatto.

Eppure in uno scritto di Giuseppe Maria
Galanti, incaricato dalla Corte borbonica di
condurre una serie di inchieste nelle varie
province del Regno, apparso nel 1805, tro-
viamo in luce tutta la problematica che sarà
poi sviluppata dai primi scrittori meridionali-
sti e, come vedremo, continuerà a proporsi
quasi inalterata fino ai nostri giorni.

«... Se tali emigrazioni — scriveva il Ga-
lanti a proposito degli abruzzesi che ogni
anno emigravano nel vicino Stato: Pontificio
— agli abruzzesi riescono vantaggiose, sono
poi nocive nel rapporto politico e generale
del Regno... Lo Stato Romano aumenta di
ricchezza e di forze con le nostre braccia; e
mentre le nostre terre, soprattutto le nostre
spiagge, sono abbandonate e mefitiche, quelle
della campagna di Roma diventano sempre
più coltivate, produttive e floride... Il supremo
magistrato del commercio propose per espe-
diente di confiscare i beni di coloro che espa-
triavano e per decoro di questo Tribunale



Un'altra immagine di Beltrame, sempre del 1901.
La didascalia dice: «la triste partenza da Genova di
contadini dell'alta Italia emigranti in America ».

sarebbe stato mestieri che non fusse questo
spediente registrato tra le nostre prammatiche.

Spediente più proprio era quello di erigere delle
fabbriche di arti e di manifatture nell’ Abruzzo,
così abbondante di acqua e di legna, con provve-
dere al tempo medesimo alla conservazione e ri-
produzione dei boschi ... ».

Ma prima di entrare nel vivo del dibattito del-
le idee che accompagnò il fenomeno migratorio,
diamo uno sguardo alle cifre che definiscono

meglio di ogni considerazione l’entità e la rile-
vanza che lo stesso ha assunto in anni passati.

Negli anni compresi dall’unità alla prima
guerra mondiale, l’emigrazione ha subito un
costante incremento: da 119 mila emigrati nel
1880, si è passati a 157 mila nel 1885, a 217
mila nel 1890, a 293 mila nel 1895. Nel 1900
il numero degli emigranti comincia a salire
bruscamente e dalle 352 mila unità di quel-
l’anno passa, l’anno dopo, a 533 mila unità
per raggiungere una media di 600 mila unità
fino al 1913, anno in cui si registra la punta
massima di 872 mila espatri. Dal 1901 al
1913 oltre 8 milioni di italiani lasciarono il
paese diretti in massima parte (5 milioni)
verso le Americhe. Il 47% degli emigranti era-
no di provenienza meridionale. Nel Mezzo-
giorno infatti, come ricordava Gino Luzzatto
in un convegno di qualche anno fa, «l’incre-
mento della popolazione residente, mante-
nendosi quasi costante con un tasso quinquen-
nale del 3,3% dal 1861 al 1906, è salito a 5,1
nel quinquennio 1906-11; la mortalità, pur es-
sendo sempre superiore a quella del Nord, è
sensibilmente diminuita ed è largamente com-

pensata dal forte aumento di natalità. Sono

Una scatola di pata-
te nel bagaglio di un
contadino emigrante,

assai numerose le famiglie che hanno sette o
otto figli e che, data la mancanza quasi to-
tale di offerte di impiego fuori dei campi,
sono condannate a ridurre entro limiti sem-
pre meno tollerabili la loro alimentazione o a
tentare la via dell'emigrazione, non per cer-
car fortuna ma per sottrarsi alla miseria e
alla fame ». Si capisce quindi come il dibattito
politico si sviluppò proprio nella pubblicistica
meridionalistica che in quegli anni andava

15

facendo le sue prime prove e costituiva uno
dei fatti più incisivi della cultura italiana.

Ma non fu tanto l’entità numerica del flus-
so migratorio ad imporsi all’attenzione della
grande opinione pubblica quanto le caratte-
ristiche di brutalità e di sfruttamento che esso
assunse. Veri e propri mercanti di carne uma-
na, gli “agenti”, giravano le campagne e i
paesi del Meridione offrendo i loro servigi a
chi intendeva lasciare il paese. vantavano
conoscenze in tutti i settori della pubblica
amministrazione e della marina mercantile che
potevano interessare l’emigrante e promette-
vano un contratto di lavoro nel paese di de-
stinazione. Spesso questi ingaggiatori percepi-
vano compensi da più parti: dall’emigrante e
dalla compagnia di navigazione e qualche vol-
ta erano veramente in corrispondenza con gli
imprenditori d’oltre oceano a cui fornivano
personale a basso costo. Molto spesso capita-
va invece che l’emigrante venisse imbarcato
su una vecchia carretta sovraccarica e costret-
to ad effettuare la traversata oceanica stipato
nelle stive e che, arrivato nel paese di desti-
nazione, senza un soldo, senza conoscerne la
lingua, dovesse mettersi alla ricerca di un la-



voro che gli era stato dato come certo al
momento della partenza.

Fu questo l’aspetto del fenomeno che, come
si diceva, colpì particolarmente l’opinione
pubblica, anche perché su di esso si sbizzarrì
la retorica più o meno lacrimevole di quei
giornali che in quegli anni coltivavano i so-
gni colonialistici e nazionalistici della borghe-
sia italiana. Ma una letteratura seria (di un
livello superiore a ‘Dagli Appennini alle

16

in questa pagina: par-
tenze di emigranti,

nella pagina accanto: tec-
nici italiani dell’Agip Mi-
neraria occupati presso le
piattaforme della conces-
sione “off shore” sul Gol-
fo Persico.



Ande”, per intenderci) sull’argomento non ci
fu mai e se ne lamentava Ugo Ojetti, anni
dopo, in pieno periodo fascista.

Se ne occuparono invece economisti e po-
litici liberali, i quali peraltro ebbero tutti la
convinzione comune che l'emigrazione fosse
un fenomeno assolutamente ineliminabile, da-
ta la povertà delle regioni meridionali e la
concomitante eccedenza demografica. Nessuno
di essi cioè si pose il problema della riforma
delle strutture economiche che sarebbero sta-
te indispensabili per avviare a soluzione la
questione meridionale e porre un freno al-
l'emigrazione. Nessuno di essi continuò il
discorso che il Galanti aveva iniziato in ter-
mini così chiari quasi un secolo prima.



Essi avevano di fronte una classe di gover-
no strettamente legata, almeno fino alla con-
clusione del periodo crispino, agli interessi
terrieri della borghesia meridionale, e che,
oltre a non risolvere i problemi di fondo da
cui l'emigrazione derivava, predisponeva mi-
sure repressive nei confronti degli emigranti
(circolare Lanza ai prefetti del 18 luglio 1873

- disegno di legge Crispi 1887) nel timore
di rompere l’ “equilibrio” esistente nei rap-
porti tra le classi agricole con conseguente di-
minuzione della massa di manodopera dispo-
nibile nelle campagne e successivo aumento
dei salari. La polemica sull’emigrazione va
quindi inserita nel contesto della polemica li-
berista avversa alle pratiche protezioniste dei
governi di allora. Tratto caratteristico della
posizione dei riformisti meridionali fu l’avere
attribuito all'emigrazione un’importanza deci-
siva per il rinnovamento dei rapporti produt-
tivi e sociali della stessa vita morale e politica
del Mezzogiorno, partendo dal presupposto
che l’emigrazione sarebbe riuscita a creare un
meccanismo di sviluppo autonomo della so-
cietà meridionale. « L'emigrazione fu presen-
tata quindi — scrive il Villari — come la
via naturale e spontanea di soluzione della
questione meridionale in quanto destinata ad
eliminare o ridurre la sovrappopolazione agri-
cola e quindi a favorire, insieme alla disten-
sione sociale, il miglioramento dei rapporti
contrattuali tra proprietari e contadini, l’au-
mento del livello dei salari e, indirettamente,
un maggiore impegno dei ceti possidenti per
lo sviluppo dell’agricoltura ».



L’attenzione prestata dagli economisti libe-
rali al fenomeno fu comunque di grande im-
portanza, poiché si deve ad essi la prima vigo-
rosa sottolineatura del rapporto tra esodo
rurale e condizioni generali di vita nelle cam-
pagne in un momento in cui l’opinione gene-
rale attribuiva le cause dell’emigrazione allo
spirito di avventura, all’anarchismo dei conta-
dini ed alle ingannevoli promesse degli agenti.

Il Franchetti e il Sonnino, nella loro inchie-
sta sulle « Condizioni economiche ed ammini-
strative delle province napoletane e la mezza-
dria in Toscana» del 1875, si dicevano favore-
voli all'emigrazione che « se crescesse, da un
lato diminuirebbe ancora l’offerta di braccia,
dall’altra potrebbe, col ritorno degli emigrati
più fortunati, far nascere una classe di piccoli
capitalisti e di contadini proprietari ».











18

qui a fianco: operai italiani
impegnati nella costruzione di
una gigantesca diga a Roscires,
sul Nilo Azzurro.

nella pagina accanto:

(a sinistra) minatori italiani
in Belgio; (a destra) tecnici
dell’Agip Mineraria sul Gol-
fo Persico.

Sostanzialmente analoga la posizione di
Giustino Fortunato: «Non esito un
istante a dire, per la molta esperienza che
ho del paese in cui vivo, che se l'emigrazione
delle province meridionali è un male, un
danno, poiché, dopo tutto, riconosco rappre-
senti la fuga e l'abbandono, essa è un male e
un danno che il fattore demografico ivi de-
terminato, assai più che nella rimanente pe-
nisola, dall’eccesso di popolazione in rappor-
to alla fertilità della terra, spiega e giustifica
salvandoci da mali infinitamente più grandi.
L’emigrazione ci ha purgati dalla vergognosa
piaga del brigantaggio... ha contribuito alla
diminuzione degli omicidi e reso meno fre-
quente l’abigeato... ha spinto la classe agiata
alla lotta contro il tracoma, ha debellato l’usura
fino a ieri scandalosissima, ha fatto tra noi
più rade le sanguinose rivolte dei ceti rurali
che un partito politico vorrebbe impedire,
illudendo sé e gli altri, con una semplice di-
sposizione di legge, ha fatto innalzare i valori
dei contadini e dei braccianti, e pervenire ca-
pitali nuovi al Mezzogiorno con le rimesse
degli emigranti ».

La funzione decisiva delle rimesse degli
emigranti per il pareggio della bilancia com-
merciale e per l’accumulazione di capitali co-
mincia intanto ad imporsi come un elemento
decisivo nella valutazione del fenomeno. Se-
condo i calcoli degli studiosi, infatti, negli
anni 1901-10 le rimesse furono di 500 milioni
all'anno e se si considera che nello stesso pe-
riodo l’eccedenza delle importazioni sulle
esportazioni determinò nella bilancia commer-
ciale italiana un deficit di 469 milioni all’anno,

solo



ci si può fare un’idea dell'importanza econo-
mica delle rimesse.

Così, mentre nei grandi porti di Genova,
Napoli, Palermo e Messina decine di migliaia
di uomini, donne e bambini erano costretti
ad attendere 4-5 giorni il proprio turno d’im-
barco ammassati in grandi cameroni freddi,
guardati a vista dalla polizia, F. S. Nitti in un
discorso pronunziato alla Camera il 21 giugno
1905 sul bilancio dell’emigrazione dichiarava:
« Fino a quando noi non saremo un grande pae-
se esportatore di merci e le nostre industrie non
avranno una forza motrice e uno sviluppo alme-
no dieci volte superiore all’attuale, noi saremo
per necessità un paese esportatore di uomini».

La coraggiosa denunzia che quegli uomini
fecero nell’Italia post-risorgimentale di uno
dei suoi mali peggiori non andò quindi mai
oltre il generico appello alle classi dirigenti
perché vi ponessero riparo.

Parimenti generico e sostanzialmente con-
comitante nei giudizi di fondo fu l’atteggia-
mento del movimento operaio e socialista di
fronte al fenomeno migratorio. L’incompren-
sione della questione meridionale, che era an-
cora una delle caratteristiche del partito so-
cialista, in quel periodo legato a pochi gruppi
di operai privilegiati, fece sì che esso assu-
messe una posizione sostanzialmente contrad-
dittoria di fronte al grande esodo. Interessante,
al fine di comprendere gli orientamenti esi-
stenti nel partito socialista, è la polemica
sorta nel 1912 tra Luzzatto e Treves il quale
aveva esaltato le lotte per il lavoro delle masse
bracciantili della Valle Padana in contrappo-
sizione con la passività dei contadini meridio-

nali, da lui ritenuta causa dell’emigrazione.
Nelle argomentazioni del Treves (riconosce
A. Fontani nel suo volume “Gli emigrati”),
«affiora una interpretazione della combattività
dei braccianti emiliani che risente delle conce-
zioni razzistiche sulla inferiorità dei meridio-
nali mentre, per quanto concerne i mezzi atti
a ridurre e combattere l’emigrazione, egli non
sa indicare altro che le lotte per il lavoro. I
problemi strutturali della società italiana, e in
primo luogo il problema agrario e meridiona-
le, non sono neppure menzionati ».

Anche l’anticonformismo abituale del Sal-
vemini non si manifesta su questo spinoso
problema. Nel 1920, infatti, Salvemini scriveva
che «trattenere per forza in Italia la gente
che era disposta ad emigrare, significava sot-
trarre all’Italia gli utili dell'emigrazione che
contribuiva ad equilibrare lo sbilancio tra im-
portazione ed esportazione, significava esa-
sperare in Italia il fenomeno della disoccupa-
zione, significava moltiplicare il numero dei
rivoluzionari per disperazione ».

L’atteggiamento dei cattolici non fu sul
piano teorico molto diverso da quello dei li-
berali anche se Leone XIII aveva rilevato
nella “Rerum Novarum” che « non si cam-
bierebbe la patria per un paese straniero, se
quella desse di che vivere passabilmente ai
suoi figli ».

Notevoli furono invece le opere di assi-
stenza religiosa dovute all’iniziativa di due
grandi vescovi: mons. Scalabrini di Piacenza
e mons. Bonomelli di Cremona.

L’unico dei grandi meridionalisti dell’Ita-
lia prefascista ad assumere una posizione coe-



rente ed approfondita di fronte al fenomeno
migratorio, ma “clamans in deserto”, fu Na-
poleone Colajanni. Egli negò l’esistenza in
Italia di un eccesso di popolazione e dimostrò
come fosse illusoria la posizione di coloro che
volevano porvi rimedio promuovendo l’emi-
grazione perché «è la miseria che favorisce
maggiormente la procreazione imprevidente ».
La sua conclusione è quindi precisa: «I fatti
e le induzioni stabiliscono che solo le riforme
sociali valgono ad arrestare l'emigrazione eli-
minandone la causa precipua: la miseria ».
L’avvento del Fascismo segnò una svolta
anche nella politica migratoria del paese.
L’emigrazione in massa non è più conside-
rata un mezzo per risolvere il problema demo-
grafico, ma cosa umiliante e condannabile. La
soluzione dei problemi interni della società
italiana viene indicata nell’attuazione di una
politica imperialistica ossia nella modificazio-
ne dei rapporti di forza tra le grandi potenze.
Lo sviluppo demografico serve a dimostrare
che l’Italia ha bisogno del “posto al sole” e
a creare il mito della “razza prolifica in ascesa”.
Dirà infatti Mussolini, in un discorso pro-
nunziato a Potenza nel 1936: «I popoli dalle
culle vuote non possono conquistare un
Impero ... hanno diritto all’ Impero i popoli
fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la vo-
lontà di propagare la loro razza sulla faccia
della terra... I problemi che interessano la
vostra terra e la vostra gente sono già cono-
sciuti. Si è sin troppo scritto e poco operato ...
io vi dico, vi prometto — il che è più impor-
tante — che la Lucania, sotto l’impulso e il
dinamismo della Rivoluzione delle Camicie

Nere, brucierà le tappe per raggiungere più
presto la mèta... ».

Le pagine di “Cristo si è fermato ad Eboli”
di Carlo Levi sono la più efficace smentita di
questa politica magniloquente e retorica, così
come lo sono le cifre del fenomeno migrato-
rio alla sua ripresa nel secondo dopoguerra.
Dal 1946 al 1960 l’emigrazione permanente
ha registrato 2.618.068 espatri a cui vanno
aggiunti 1.356.641 espatri stagionali dal 1953
al 1960. Le rimesse, passate per i canali uffi
ciali e non, si calcolano, negli anni 1946-1960
intorno ai 2200 miliardi di lire.

Appare evidente dunque che l’entità del
fenomeno non è molto cambiata rispetto a
quella degli anni prefascisti. Cambiato è in-
vece l’atteggiamento delle classi dirigenti ita-
liane e il dibattito meridionalista ora tutto in-
dirizzato ad individuare le cause degli squili-
bri regionali e a studiare le modalità dell’in-
tervento pubblico e privato diretto ad elimi-
narle, agendo sulle strutture economiche.
L’emigrazione viene accettata come un male
per il momento inevitabile, anche se si cerca
di migliorare l’assistenza agli emigrati. Ma la
lotta contro la disoccupazione è anche lotta
contro l’emigrazione. Ci si rende conto cioè
che se è vero che di fronte al problema di
assicurare a tutti un lavoro e un minimo di
possibilità, l'emigrazione costituisce una so-
luzione, si tratta di una soluzione rinunzia-
taria, ottenuta cancellando una parte dei cit-
tadini dai registri dello stato, e paradossal-
mente deficitaria dato l’onere dell’allevamen-
to fisico e dello sviluppo intellettuale dell’emi-
grato, che per un uomo di venti anni è stato



calcolato intorno ai 4 milioni di lire. Questo
spiega le proteste con cui è stato accolto
nel 1961 un articolo di Vera Lutz la quale,

collegandosi agli economisti liberali del-
l’ Italia umbertina, di cui abbiamo illustra-
to le idee, ha sostenuto essere l’emigrazione
una condizione indispensabile per l’industria-
lizzazione del Mezzogiorno.

Nel frattempo, però, molto prima di quanto
gli studiosi avessero previsto, la riserva dei
possibili emigranti si è quasi completamente
esaurita. Alle migrazioni verso paesi stranieri
si sono aggiunte quelle interne, dal sud al
nord d’Italia. Oggi, come dicevamo all’ini-
zio, le industrie sorte nel Sud cominciano a
rivolgersi agli emigrati invitandoli a tornare
a lavorare nei loro paesi d’origine. E di fron-
te a questa situazione, appare manifesta la
contraddizione fra una politica tendente alla
realizzazione di infrastrutture che consentano
lo sviluppo di una data zona, all’intervento
diretto mediante la creazione di impianti in-
dustriali perché fungano da poli di attrazione,
e una politica che contemporaneamente inco-
raggi il progressivo depauperamento di uno
dei fattori essenziali della produzione e cioè
del lavoro. Pertanto, mentre rimane probabil-
mente incolmabile la perdita secca subita per
effetto dell’emigrazione passata, sembra chia-
ra la linea da seguire per il futuro: continua-
re a rimuovere le condizioni che hanno co-
stretto i cittadini italiani all'emigrazione, co-
stituendo nei loro luoghi di origine quelle
fonti di sostentamento, per sé e per i loro fa-
miliari, che essi hanno dovuto andare a cer-
care lontano, in paesi stranieri.

20

La ricerca
operativa

Nelle grandi industrie, quando si presenta un
problema da risolvere che riguardi, poniamo,
certi tempi di lavoro o un certo tipo di mercato
o la migliore applicazione di certe tecniche di auto-
mazione, capita sempre più spesso di sentir dire :
«questo è un problema da ricerca operativa ».

Questo tipo di ricerca è ormai diventato in-
dispensabile per le industrie, in particolare per
i grandi complessi che debbono affrontare e ri-
solvere ogni giorno situazioni sempre più com-
plicate, in cui bisogna tener conto di una quan-
tità di fattori che su tali situazioni possono di-
versamente influire.

Che cos'è, dunque, questa ‘‘ricerca operativa”
di cui tanto si sente parlare?

Cercheremo qui di illustrarne nel modo più
semplice le caratteristiche, rifacendoci anche alle
interessanti esperienze compiute e in corso in
questo campo presso l’Italsider. Ringraziamo
l’ing. Armando Corso, che dirige la sezione ri-
cerca operativa della nostra società e che ha
scritto per la rivista questo articolo.

(Disegni di Riccardo Manzi),



"
c
'

v



mMmorngm

-
L

Tre sono gli elementi fondamentali su cui si basa la ricerca operativa: la
realtà, la matematica, la statistica.

Com'è nata

la ricerca operativa

Innanzitutto, vediamo com’è nata la ricer-
ca operativa. La sua origine è tutt'altro che
remota: è un ramo della scienza scaturito
dal gran crogiuolo del secondo conflitto
mondiale accanto al radar, al reattore, al
missile, all'impiego dell’energia atomica, e
poi applicato, al pari delle molte innova-
zioni tempo di guerra, alle
opere più costruttive e rassicuranti del tem-
po di pace.

Durante la seconda conflagrazione mondiale,
nei paesi anglosassoni si presentò agli stati
maggiori la necessità di risolvere, nel modo
più rapido e con meno errori possibili, una
grande quantità di problemi di gestione di
uomini e di mezzi.

Si trattava di problemi molto comples
le decisioni dovevano essere prese rapida-
mente e in condizioni di incertezza, per la
difficoltà di prevedere il comportamento del-

tecniche del

SI, Cl



l'avversario o l’effetto di fattori esterni, non
dominabili.

Il numero di elementi da considerare era
generalmente elevato, le caratteristiche
ed interrelazioni erano complicate, ma pote-
vano essere espresse in forma matematica, ri-
correndo anche, talvolta, all’ausilio del calcolo
delle probabilità.

Esempi classici di tali problemi furono: il
più efficace impiego del radar, la determina-
zione del numero ottimo di navi da riunire
in convoglio per ottenere la più bassa per-
centuale di affondamenti ad opera dei sommer-
gibili tedeschi, indicazioni tattiche come ad
esempio la previsione dei risultati dei bombar-
damenti aerei eccetera.

Per risolvere simili problemi gli stati mag-
giori decisero di affiancare, ai responsabili
operazioni, consulenti tratti dall’am-
biente scientifico, specializzati in matemati-
ca, statistica, economia, psicologia, genetica
e in altre diverse discipline, affidando loro
il compito di condurre gli studi necessari

loro

delle











secondo il più rigoroso metodo scientifico.

L’attività di quegli scienziati fu chiamata
ricerca operativa e il loro lavoro si mostrò
subito estremamente difficile.
ricercatori puri, studiosi abituati ad un ritmo
di lavoro intellettuale che non teneva conto
dell’orologio, delle conseguenze immediate di

della

guerra imponevano invece decisioni rapide,

Essi erano dei

una determinata scelta. Le necessità
contatto con la realtà: le
qualità, insomma, dell’uomo d’azione.

Fu un’attività, quella, preziosa e certamen

intuizione, rischio,

te, in taluni campi, decisiva per la condotta e
per l’esito della guerra. Ma fu anche un’espe-
rienza destinata a non esaurirsi con il ritorno
alla pace. Gli scienziati che ne erano stati i
che i metodi di ri-

protagonisti trovarono

cerca da essi adottati in circostanze eccezio-
nali, a pro delle operazioni di guerra, poteva-
trasferiti
attività pacifiche.

no essere vantaggiosamente nelle

Così la ricerca operativa sopravvisse alla

guerra e si sviluppò ben presto lungo diverse



Prima fase di lavoro della ricerca operativa: la raccolta e l’analisi dei dati su un determinato ar-
gomento. Se per questa fase, che è la più lunga, i tecnici impiegano - poniamo - dieci mesi...

direttrici, invadendo il campo industriale, la
pianificazione economica regionale e nazio-
nale, lo studio dei traffici, il commercio.

il suo intervento è particolarmente utile
quando si debbano conciliare punti di vista,
talvolta I
ressati a qualche decisione.

diametralmente opposti, degli inte-

La ricerca operativa, in conclusione, non è
che un atteggiamento scientifico di fronte ai
problemi. Si può dunque dire che, con essa,
dato
Un'idea vecchia, ma che non tutti teniamo



è stato un nome ad un’idea vecchia.
nel giusto conto al momento opportuno. E
questo avviene talora per la fretta di pren-
dere certe decisioni, 0 per presunzione, o per
abitudine.

Come lavora
il ricercatore operativo

I criteri che devono animare il ricercatore
operativo di fronte ad una decisione da pren-
dere, sono essenzialmente due:

- finalizzare la decisione, cioè fissare un

obiettivo;

- rendere misurabile e misurare quanto più
si può del sisfemza considerato.

Il procedimento è induttivo-deduttivo: si
raccolgono dapprima e si elaborano le infor-
i sul sistema da studiare, con l’aiuto
dei competenti e della statistica; si costruisce,
in una seconda fase, un zrodello del sistema,
alle “alternative
nali” e alle loro conseguenze sull’obiettivo da

mazioni

limitato cosiddette decisio-
raggiungere.

Sarebbe, in altre parole, come se un cal
ciatore, per tentar di trovare il sistema migliore



per segnare una rete, si ponesse al tavolino
per costruire, su un ipotetico “campo”, un
modello del percorso da seguire con la palla.
Egli dovrebbe cercare di individuare tutti i
successivi ostacoli che potrebbero presentar-
glisi nella corsa verso la porta avversaria,
ostacoli costituiti, naturalmente, dai calciatori

della squadra rivale.





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20 APT II +LI lt And dA Lino ved aaa mo ae gma a hi mo
sà Ci eta DI III Nea fiv snamonwoena mao cu - DIRIDNAL Oo un
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bo cec cd 06 06GI di c0LCO0LK0aqK do UYU 508£2000€ bu w.

22

Mmanzy B
















seconda fase: ... impiegheranno tre settimane per l'elaborazione, sui dati rac-
colti, di un “modello matematico” da sottoporre alla calcolatrice elettronica.

Ogni incontro con un avversario impone
al calciatore delle alternative, delle decisioni
da prendere. Al termine della sua fatica, il
calciatore-ricercatore si troverebbe davanti ad
un modello di sistema costituito da una serie
di alternative, di decisioni, ciascuna con con-
seguenze diverse rispetto all’obiettivo da rag-
giungere (un’alta probabilità di segnare la
retel). Egli dovrebbe inoltre tener conto di
una mumerosissima serie di altri fattori, come
gli angoli di incidenza, il vento che può de-
viare il pallone, le reazioni psicologiche e
fisiche degli avversari e proprie, l’aiuto dei
compagni di squadra, e tutte le altre circostan-
ze che chi frequenta i campi di foot-ball co-
nosce assai bene.

Fattori di questo genere possono essere
talvolta espressi in termini matematici, ed in-
fatti i modelli che i ricercatori operativi ela-
borano sono, generalmente, di tipo matema-
tico. Su di essi si sperimenta pazientemente,
per soluzione diretta o per tentativi, al fine
di ottenere la decisione preferibile.

Lo studio del modello permette di ricavare
anche informazioni sulle conseguenze di altre
alternative, elementi per la determinazione di
politiche generali o particolari da seguire,
oppure elementi per sviluppare indagini e
rilievi.

Da quanto si è detto risulta evidente come
la matematica e gli elaboratori elettronici gio-
chino un grande ruolo nel campo della ricer-
ca operativa.

Come dev'essere
un ricercatore operativo

Un serio problema che si pone ad ogni
organizzazione che voglia iniziare un pro-
gramma di ricerca operativa è quello del re-
perimento e del continuo addestramento di
persone adatte a tale disciplina.

In America è stato calcolato che si possa
in media individuare wr solo /anreato realmente
idoneo a svolgere in modo completo l’atti-
vità di ricerca operativa su duemila laureati

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95%
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2%

tecnici (ingegneri, fisici-matematici, economi-
sti, chimici eccetera).

È un fatto che sul mercato americano ed
europeo la domanda di tale servizio è in au-
mento, e ciò porta a buone prospettive per
chi sia in grado di intraprendere questa pro-
fessione.

I requisiti fondamentali del ricercatore ope-
rativo che debba agire in campo industriale
sono di tre ordini: tecnici, di mentalità, di
comportamento.

I requisiti tecnici consistono innanzitutto
in una forte tendenza all’astrazione, e quindi
alla logica, al ragionamento, alle discipline
matematiche. Il ricercatore deve possedere in
alto grado la facoltà di analisi e di sintesi, ma
deve avere anche spirito creativo, inventiva,
originalità.

Per quanto riguarda gli altri requisiti, ecco
una serie di regole, una sorta di “decalogo”
che il ricercatore operativo deve poter rispet-
tare integralmente per essere considerato ido-
neo a svolgere il suo non facile compito:

GS


8 3290

RU=33042

R

R STOP OVFRELOM. 1,



Mi
Je



1) mon opinare: cerca di misurare i fenomeni,
anziché contentarti di indicazioni generiche.

2) mon precipitare: sii riflessivo e metodico.

3) non ti addormentare: abbi il senso del do-
vere: forza di volontà per il tuo addestra-
mento e continuo aggiornamento, e per il
lavoro di ufficio. Sii aperto verso le novità
tecnologiche e metodologiche, non rinun-
ciare per pigrizia ad affrontare le più diffi-
cili ed astruse.

4) non poetare: sii consapevole delle respon-
sabilità insite nei compiti a te affidati, in
particolare della portata, della realizzabili-
tà e dei limiti delle tue proposte.

5) mon urtare: sappi ispirare fiducia e simpa-
tia negli interlocutori con la tua franchezza
e lealtà, con un comportamento modesto
ed educato, con autocontrollo ed intuito
psicologico nelle difficili discussioni.

6) non re: mantieni in tema le riunioni,
usando tatto, calma, una certa disinvoltura.



7) non pontificare: rinuncia quando necessario
al tuo preciso linguaggio da “iniziato”:
esprimiti con semplicità, chiarezza, essen-
zialità. Scrivi le tue relazioni in modo or
dinato, evidente e conciso (in particolare,



non scrivere decaloghi).



8) won spifferare: mantieni il segreto sulle in-
formazioni che i responsabili ti indicano

come riservate.

9) non rinunciare: sii costante e perseverante
nella raccolta di dati e informazioni neces-
sarie al lavoro, cercando di superare nel
modo migliore le difficoltà.

10) mon ti isolare: diffondi la mentalità, il me-
todo e le tecniche nel resto dell’organiz
zazione. Favorisci il lavoro di squadra e
lo spirito di collaborazione.

Si può aggiungere che il ricercatore ope
ere un individuo che alle doti
tecniche unisca una mentalità molto aperta ed
una personalità completa, e quindi sia non

rativo deve



N

vw

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terza fase: la calcolatrice e
lavoro

tronica in poche ore di
fornisce la risposta ai quesiti dei ricercatori,

solo, per esempio, un ingegnere, ma anche
un umanista, che sappia trovare con natur
lezza la strada per comunicare con altri uomini.



Egli dovrà cioè confortare le sue attitudini
anche con una molteplicità di interessi al di
fuori del lavoro, siano essi artistici, culturali
o ricreativi.

Come opera
la sezione ricerca operativa dell’Italsider
La sezione ricerca operativa dell’Italsider
dipende direttamente dalla direzione generale
servizi di produzione e impianti. È un tipico
servizio di staff, un ente di consulenza al ser
vizio di tutta l'azienda. I problemi di una
società delle dimensioni della nostra sono in-
numerevoli: è possibile però fare un inventa-
rio di quelli che per evidenti caratteristiche
sono passibili di trattamento con la ricerca
operativa, per la molteplicità e stretta rela
zione tra i fattori, per la misurabilità di buona



24

c_ 34346
è
2 39863 &
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Cc 34344
929 354 39865 Ub sue
3917° c Di 833 2b n
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3 » ed) 39853 (ei
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parte di tali fattori, per la mumerosità delle
competenze interessate, per la possibilità di
studiarli con calma, senza eccessive pressioni
di ter.po.

Occorre poi riordinare tale elenco di pro-
blemi per importanza e precedenza: si può
quindi scegliere su quali è bene di volta
in volta indirizzare il lavoro del nucleo di
ricerca.

Sino ad oggi sono stati inventariati circa
ottanta argomenti di studio e si è lavorato
su quasi tutti, portandone a termine, con o
senza relazione, una trentina.

Le aree maggiormente investigate
programmi di consumo di materie prime; con-
trollo delle scorte; simulazione di movimento
interno ed esterno; dimensionamento e con-
dotta di impianti, attrezzature ed edifici; pia-
nificazione della produzione e degli scambi fra
reparti e fra stabilimenti; politiche di mercato
e di trasporto; flusso delle informazioni azien-
dali. Inoltre studi teorici di ricerca operativa
e programmi elettronici generali.

sono:



tecnici addetti alla ricerca operativa sono di preferenza scelti fra coloro che dimostrano
di avere interessi anche in altri campi di attività. Tecnici, insomma, ma con fantasia.

Ogni argomento viene affidato ad uno dei
tecnici di ricerca operativa, che diviene capo-
progetto responsabile dal punto di vista me-
todologico. Generalmente si costituisce anche
un gruppo di lavoro, affidato ad un respon-
sabile da scegliersi con criteri organizzativi e
tecnologici. Il tecnico di ricerca operativa si
porrà al suo servizio.

La fase più lunga e delicata è sempre quella
della raccolta dei dati e delle informazioni.
In alcuni casi essa può durare anche un anno,
contro le due o tre settimane necessarie per
il lavoro di costruzione del modello. Alla
fine, si giunge al responso delle macchine:
una fase nella quale è sufficiente qualche ora
di elaborazione elettronica!

Per la costruzione del modello ci si avvale
degli sviluppi più recenti in questo campo.
Si parte quindi da alcune tecniche divenute
oramai classiche, ed in qualche caso si giunge
a sviluppi originali. A queste tecniche dedi-
cheremo prossimamente un altro articolo.
Esse vanno sotto i nomi evocativi di: pro-

grammazione matematica; simulazione; teo-
ria delle file d’attesa, dei giuochi di strategia,
delle scorte, dei rinnovi ed investimenti, dei
grafi; programmazione reticolare; program-
mazione dinamica eccetera.

Fatta la costruzione del modello, bisogna
con esso simulare la realtà, e ricavare le con-
seguenze delle alternative, per ottenere le re-
gole di decisione.

I risultati vengono discussi con tutti gli
interessati e poi si passa alla stesura delle
conclusioni in un rapporto. Occorre infine
verificare in pratica l’esattezza delle previ-
sioni, ed eventualmente ricorreggere il mo-
dello.

Un lavoro lungo e paziente, come si vede,
ma nel quale (e ci piace sottolinearlo),
la scienza più rigorosa e la tecnica più aggior-
nata vanno insieme con la capacità creativa,
la ragione si sposa con la fantasia per dare al-
l’uomo sempre nuove possibilità di dominare
questo nostro mondo così difficile, complicato
e affascinante.

La conferenza
europea

della

sicurezza
sociale

Il prof. Mattia Persiani dell’ Università di
Roma prende lo spunto dalla prima conferenza
europea sulla sicurezza sociale per tracciare
un sintetico panorama dei problemi della tutela
previdenziale nell’area del Mercato Comune.

Nello scorso mese di dicembre, è accaduto
un fatto di grande importanza per l’evoluzio-
ne delle legislazioni sociali dei paesi della
Comunità. Per la prima volta gli esecutivi
delle Comunità hanno convocata a Bruxelles
una Conferenza Europea della Sicurezza So-
ciale alla quale hanno partecipato i rappresen-
tanti dei datori di lavoro, dei lavoratori, dei
governi ed esperti indipendenti. Il fatto è
assai importante non solo perché mai fino
allora i problemi dell’armonizzazione delle
legislazioni di previdenza sociale nel loro
complesso erano stati affrontati a livello eu-
ropeo, ma specialmente perché la conferenza
non aveva scopi di studio o di discussione
teorica. La Conferenza è stata convocata,
infatti, allo scopo di consultare le categorie
più direttamente interessate ai problemi della
armonizzazione. Da queste consultazioni e,
cioè, dalle conclusioni cui è giunta la Confe-
renza, la Commissione, che è l’organo supre-
mo esecutivo del Mercato Comune, si ripro-
pone di trarre utili indicazioni circa gli
obiettivi da perseguire a breve, medio e lun-
go termine e, in genere, circa l’indirizzo
da dare alla sua attività nei confronti degli
stati.

Il risultato finale cui si vuole pervenire è
quello di armonizzare le legislazioni nazio-
nali. Occorre, però, avvertire che armonizza-
re, come dice la parola stessa, è qualcosa di
diverso da unificare. Non si vuole né si deve
arrivare ad una disciplina legislativa uguale
ovunque. A parte le difficoltà praticamente
insormontabili che si frapporrebbero a que-
sta realizzazione, essa sarebbe inutile perché
la diversità di situazioni economiche e sociali
esistenti nei sei paesi impedirebbe di rea-
lizzare ugualmente la stessa tutela dei la-
voratori.

Armonizzare, quindi, vuole dire eliminare
le disparità di trattamento e, va aggiunto, dare
impulso alla evoluzione verso il progresso
delle legislazioni nazionali.

L’armonizzazione delle legislazioni sociali e,
in particolare, di quelle di previdenza sociale
è una esigenza che si pone principalmente
perché, come è noto, la realizzazione della
Comunità Europea, secondo lo spirito dei
Trattati che l’hanno istituita, deve portare
non solo a risultati positivi da un punto di
vista economico, ma anche e specialmente al
miglioramento delle condizioni di vita e di
lavoro della mano d’opera e al soddisfacimen-
to in genere delle esigenze sociali. Così l’ar-
monizzazione nel progresso della tutela previ-
denziale realizzata a favore dei lavoratori co-

25

stituisce uno degli obiettivi principali della
politica comunitaria.

Si capisce, però, che l’esigenza dell’armo-
nizzazione si pone anche sotto altri profili,
in quanto i fenomeni sociali interferiscono re-
ciprocamente con quelli economici. Così, poi-
ché l’onere del finanziamento della previdenza
sociale è sostenuto in genere, direttamente o
indirettamente, dai datori di lavoro, l’armo-
nizzazione deve servire anche a rimuovere le
distorsioni che falsano o impediscono la li-
bera concorrenza tra le imprese della comu-
nità.

L’azione della Comunità, in tema di si-
curezza sociale, non è, però, improntata di-
rettamente alla eliminazione degli ostacoli alla
concorrenza, che costituisce un risultato pre-
visto solo come naturale conseguenza di
quanto sarà fatto al fine di migliorare le con-
dizioni dei lavoratori.

I lavori della Conferenza possono essere
considerati come un risultato positivo. Na-
turalmente le difficoltà da superare per giun-
gere all’ armonizzazione sono molte e no-
tevoli.

Una delle principali difficoltà, anche se a
volte viene sottovalutata, è quella relativa
proprio alla diversità del modo in cui viene
concepita la previdenza sociale e conseguente-
mente dei sistemi giuridici attraverso i qua-
li, nei sei paesi, si attua la tutela previ-
denziale.

In Italia e, per alcuni aspetti, in Belgio e
in Olanda, si ritiene, pur non senza incertezze,
che la realizzazione della tutela previdenziale
di chi vive del proprio lavoro debba essere
considerata come un fine perseguito imme-
diatamente e direttamente dallo stato. Si han-
no così sistemi di assicurazione sociale resi
obbligatori dalla legge che determina le con-
dizioni per l’erogazione delle prestazioni pre-
videnziali, il loro ammontare e quello dei
contributi. Queste assicurazioni sono, inoltre,
gestite da enti pubblici al cui finanziamento
concorre largamente lo stato.

Nella Repubblica Federale ‘Tedesca, in
Francia e, per altri aspetti, in Belgio e in
Olanda, sembra, invece, prevalere l’opinione
per cui la tutela previdenziale sia un fatto
che riguardi solo indirettamente lo stato e
quindi l’intera collettività, e direttamente sol-
tanto le categorie protagoniste della vita eco-
nomica del paese: lavoratori e datori di
lavoro.

La tutela previdenziale è spesso realizzata
attraverso organizzazioni di origine contrattua-
le, e quindi libere, finanziate solo dai lavora-
tori e dai datori di lavoro. Così, in alcuni
paesi, i sistemi tradizionali dell’ assicurazione
sociale, intesa come assicurazione obbligato-
ria, coesistono con sistemi di servizio nazio-
nale ispirati alle più moderne concezioni del-
la sicurezza sociale, mentre in altri paesi sono
largamente integrati, se non addirittura sosti-
tuiti, da forme di previdenza libera tanto in-
dividuale che collettiva. Basterebbe ricordare,
a questo proposito, come in Francia la tutela
contro la disoccupazione sia tuttora realizzata
e regolata da un contratto collettivo.

R.F. Tedesca

Belgio

Francia

Italia

Lussemburgo

Paesi Bassi

Gran Bretagna







EVOLUZIONE DELLE SPESE DI SICUREZZA SOCIALE DAL 1955 AL 1959

numero rosso — 1955
numero nero 1959
numero in parentesi — indice di variazione (1955 — 100)

(°) regime complementare della disoccupazione nel 1959: 3.310 milioni di vecchi franchi

malattia infortuni vecchiaia disoccupazione

. maternità sul lavoro

4.668 1.040 7.000 961
8.368 1.648 16.311 1,106
(179) (158) (233) (115)
O n O o
7.351 3.561 8.347 6.079
9.193 4,155 14.038 8.370
(125) (117) (168) (138)



L] O
353.487 98.399 191.000 6.151 (0)
593.853 169.374 295.000 6.596
(163) (172) (154) (107)



306,545



187.830 56.061 e
332.426 90.998 609.827
(177) (162) (199)

o w n .
358,4 238,2 7794 1,5
467,5 305,2 1.046,9 1,8
(130) (128) (134) (115)

n o O wu
553,4 105,1 425,8 109,5
888,4 130,6 1.220,4 151,3
(161) (124) (286) (138)



741.569 32.584 440.766 18.431
980.986 49.423 670.255 45.827
(132) (152) (152) (249)

assegni
familiari

792
(177)

7.326
9.770
(133)



523.377
710.551

(136)



336.320
435.509
(129)

316,6
395,2
(125)

n
377,6
505,1
(134)

110.878
137.021
(124)

totale

14.115
28.225
(200)

32.664
45.526
(139)

1.172.414
1.775.374
(151)

941.919
1.556.360
(165)

1.694,1
2.216,1
(131)

1.571,4
2.895,8
(184)

1.344.228
1.883.472
(140)

In questo grafico l’evolu-
zione delle spese di sicu-
rezza sociale è presentata
secondo i rischi e per
paese. Le spese si riferi-
scono all’ erogazione delle
prestazioni compresa la
gestione. L'aumento mag-
giore di spese si è avuto,
per l’assicurazione di “vec-
chiaia”, negli anni consi-
derati, nella Repubblica
Federale Tedesca, in Bel-
gio, in Italia e in Olanda,
mentre in Francia l’au-
mento maggiore ha riguar-
dato l'assicurazione con-
tro gli “infortuni sul
lavoro” e in Gran Breta-
gna la “disoccupazione ”

R.F. Tedesca

Francia

Italia

Lussemburgo

Paesi Bassi

Gran Bretagna

PERCENTUALE DELLE SPESE DI SICUREZZA SOCIALE PER I VARI RISCHI

le cifre corrispondono nell'ordine da sinistra a destra alle seguenti voci:
1) malattia; 2) invalidità vecchiaia superstiti; 3) infortuni sul lavoro; 4) disoccupazione;
5) assegni familiari; 6) altri.

1 2 3 4 5 totale
25,1 32,7 7,3 14,9 20 100
1 2 3 6 5
28,8 57,3 5,7 5,5 2,7 100
1 2 3 4 5
25,3 31 8 0,3 35,4 100
1 2 3 4 5 6
22,1 40,1 5,4 42 25,5 2,7 100
1 2 3 4 5
22 44,4 14,6 0,1 18,9 100
1 2 3 4 5
31,3 42,7 41 6,8 15,1 100
1 2 34 5
52,1 35,6 2,6 2,4 7,3 100

Come si vede da questo grafico,
in Italia, Belgio, Repubblica Fe-
derale Tedesca, Lussemburgo, Pae-
si Bassi, la voce che assorbe la
maggior percentuale di spese di
sicurezza sociale è rappresentata
dall’ «invalidità vecchiaia super-
stiti” mentre in Francia è rap-
presentata dagli “assegni fami-
liari” e in Gran Bretagna dalle
spese per le assicurazioni contro
le “malattie”. Le due tabelle ri-
prodotte in queste pagine mostra-
no quali grandi diversità esistono
oggi nelle nazioni europee nel
campo della sicurezza sociale.
Ogni paese concepisce in modo
diverso la previdenza sociale e i
sistemi giuridici attraverso i quali
attuarla. Per tentare di armoniz-
zare le varie legislazioni anche
nello spirito dei trattati istitutivi
della Comunità Europea, sono stati
discussi recentemente a Bruxelles,
in una conferenza di grande in-
teresse, i problemi della sicurez-
za sociale.

28

L’opera di armonizzazione, in queste con-
dizioni, deve tener conto della diversità degli
strumenti e della diversità di posizioni assun-
te dai soggetti interessati, prima ancora delle
differenze di risultati ottenuti.

Sotto quest’ultimo profilo le differenze più
notevoli riguardano l’ammontare delle pre-
stazioni erogate e le condizioni richieste per
la loro erogazione.

È risultato così che, prendendo come punto
di riferimento la spesa media sostenuta in
ogni singolo stato per l’erogazione delle pre-
stazioni previdenziali, sono nettamente supe-
riori alla media dei sei paesi le spese sostenu-
te nella Repubblica Federale Tedesca per le
pensioni di vecchiaia, in Francia per gli asse-
gni familiari, in Belgio per la disoccupazio-
ne, nel Lussemburgo per gli infortuni sul
lavoro.

È, invece, nettamente inferiore alla ‘media
la spesa sostenuta nella Repubblica Federale
Tedesca per gli assegni familiari, in Francia
e nel Lussemburgo per gli infortuni sul
lavoro.

Tutto ciò dipende da diverse cause. Così, ad
esempio, in materia di assegni familiari, men-
tre in Italia la famiglia viene considerata in
modo assai ampio tale da ricomprendervi, pra-
ticamente, quasi tutti i familiari a carico, in
altri paesi gli assegni sono erogati solo per i
figli e, a volte, solo per i figli non primoge-
niti e da qui una limitazione anche nella
spesa.

In altri paesi, poi, come in Francia, gli
assegni familiari sono versati a tutti i citta-
dini indipendentemente dal fatto che siano o
no lavoratori, onde si spiega che in quel paese
si superi la media degli altri nelle spese incon-
trate per la realizzazione di questa forma di
tutela.

Le differenze sono poi dovute anche ad
una diversa evoluzione delle legislazioni dei
sei paesi. Sempre prendendo come punto di
riferimento il costo dell’erogazione delle pre-
stazioni previdenziali, si ha che dal 1955 al
1959 nella Repubblica Federale ‘Tedesca, in
Olanda, in Belgio e in Italia l'aumento mag-
giore di spese si è avuto per l’assicurazione di
vecchiaia, in Francia per l’assicurazione con-
tro gli infortuni e per quella di malattia. Si
trattà però evidentemente di scelte fatte con
riferimento alla situazione economica e so-
ciale dei singoli paesi.

Ulteriori differenze, l’eliminazione delle
quali, come è stato sottolineato, si impone
come necessaria, riguardano la disparità di
trattamento fatta ai lavoratori dell’agricoltura
rispetto a quelli degli altri settori e partico-
larmente ai lavoratori dell’industria. Entro
certi limiti, inoltre, si impone un adeguamen-
to della tutela previdenziale prevista anche
per i lavoratori autonomi.

La soluzione di tutti questi problemi non
potrà certo aversi a breve termine, ma occorre
pur iniziare a percorrere la via che porterà
ad essa.

La Conferenza Europea della Sicurezza
Sociale costituisce, in questa via, una tappa
importante.



nella pagina accanto: la scuola-soggiorno di Monte-
chiaro offre ai bimbi dei lavoratori dell’Italsider un pe-
riodo di vita attiva e di studio ben preordinato in un
ambiente di alta montagna e in una sede estremamente
confortevole. (in alto) piccoli ospiti dinanzi alla palaz-
zina della colonia mentre giocano con la neve; (in bas-
so) in aula durante una lezione.

Una nuova iniziativa dell’Italsider

La scuola invernale
a Montechiaro

La neve altissima ricopre i prati, le pinete,
i sentieri e anche la baita costruita l’estate
scorsa dai bambini. Nel gran bianco spicca
con le sue linee essenziali l’edificio d’acciaio
e di vetro. Ogni traccia della presenza estiva
dei bimbi in vacanza è scomparsa.

Ma il soggiorno montano Italsider di Mon-
techiaro, a San Sicario di Cesana Torinese,
non è deserto: un grosso pupazzo di neve in-
dica inequivocabilmente la presenza dei bam-
bini.

Montechiaro non è stato dunque abbando-
nato fino alla prossima estate. Una nuova
iniziativa dell’Italsider a favore dei bimbi del
proprio personale ha portato tra le nevi del-
l’alta Valle di Susa centoventi piccoli ospiti
in tenuta invernale che frequentano una scuo-
la elementare parificata gestita secondo i più
moderni sistemi pedagogici.

Lo scopo che l’iniziativa si propone è quel-
lo di offrire ai figli dei lavoratori un periodo
di vita attiva e un ambiente particolarmente
salubre senza che per questo venga trascu-
rata la loro preparazione scolastica. Infatti,
nel periodo di soggiorno a Montechiaro i
ragazzi continuano a seguire i programmi re-
golari di studio iniziati presso le scuole cit-
tadine, assistiti da insegnanti selezionati ed
appositamente preparati.

Per dare al maggior numero di ragazzi la
possibilità di usufruire della scuola, sono stati
organizzati tre turni della durata di cinquan-
ta giorni ciascuno. Il primo di questi turni,
conclusosi alla fine di febbraio, ha dato ec-

cellenti risultati. Vi hanno partecipato bam-
bini di Lovere, Marghera, Piombino e Cor-
nigliano.

Dal 4 marzo al 21 aprile e dal 26 aprile al
9 giugno si svolgeranno rispettivamente il se-
condo e il terzo turno. La scuola funziona
per la terza, quarta, quinta classe elementare
e i partecipanti non devono superare i do-
dici anni di età.

Ci si preoccupa particolarmente di agevo-
lare il distacco del bambino dalla scuola di
origine e il suo rinserimento in essa, alla fine
del turno, senza che la preparazione scolasti-
ca ne abbia a soffrire.

A questo scopo il direttore didattico della
scuola di provenienza compila un modulo in
cui sono annotati i profitti riportati, i pro-
gressi conseguiti e le osservazioni sul com-
portamento dell’allievo. Questo modulo segue
il bambino alla scuola-colonia e al momento
del rientro è restituito con analoghe osserva-
zioni dagli insegnanti della scuola di Mon-
techiaro sui programmi svolti e sui profitti
ottenuti.

Anche allo svago — agli sport invernali in
primo luogo e a tutta una serie di giuochi di
gruppo che allietano le giornate dei piccoli
ospiti — è dedicata una speciale attenzione.

Tutto il programma della scuola è, in so-
stanza, accuratamente studiato per consentire
ai bimbi che necessitano di cambiamento di
aria di usufruire di un confortevole soggior-
no montano e di ritornare in città ritemprati
fisicamente senza danno per i loro studi.



30
Le “tuberie,,

di Farfa

Ad un vecchio pittore-poeta futurista triesti-
no, che oggi abita a Savona, è capitato recente-
mente tra le mani il n. 5 della Rivista Italsi-
der dello scorso anno (quello in cui Marco
Valsecchi tracciava un breve profilo del fu-
turismo). Ma a Farfa non interessò tanto l’ar-
ticolo che parlava del movimento artistico di
cui egli fu uno dei protagonisti, bensì un al-
tro articolo in cui si parlava del bilancio del
primo anno di attività produttiva dello sta-
bilimento di ‘Taranto.

Farfa fu attratto soprattutto da un fatto:
che il tubificio aveva prodotto in un anno
52.225 tubi per il cui trasporto erano stati
necessari 7484 carri ferroviari.

Farfa prese subito uno dei suoi strani bi-
glietti di visita, lo mise in una busta e sulla
busta, invece dell’indirizzo, scrisse quello che
avrebbe dovuto scrivere sul biglietto. Poi
chiuse la busta in un’altra busta e ce la spedì,
insieme con un opuscoletto in cui è stampata
la poesia “Tuberie” che Farfa scrisse nel 1933

Riproduciamo qui a fianco il biglietto e una
parte della lunga poesia sui tubi che piacerà
certamente ai nostri lettori tarentini (e anche
a quelli di Cogoleto).

Abbiamo poi pregato il critico d’arte Euge-
nio Battisti di scriverci una breve nota su
Farfa futurista.

Leggo, in quella miniera di notizie che è il
“Secondo futurismo” di Enrico Crispolti — ed oltre
che miniera, diario dell'unico tenue filone di li-
bertà nostrano dall’ossessione del classico e del
vero lungo decenni di conformismo da operetta
— questo giudizio di Fillia (del 1927) sul già
scatenatissimo Farfa : «Egli non interpreta plasti-
camente la sua visione del mondo — egli si ser-
ve della forma e del colore per esprimere delle
trovate di carattere paradossale-letterario. Umo-
rismo caricaturale perciò, a volte allegro a volte
ironico, denso di bizzarria e di fantasia ». Che
bel giudizio, e come resta vero! Penso, soprat-
tutto, al collage del serpente che ha inghiottito
un pomo (uno di quei pomi che l’ Ariosto descri-
veva con tanto gusto sul corpo delle sue eroine
nude) e che di tale femminile attributo si è fatto
veste, ritmica, ragion d’essere. Una trovata tutta
ridotta in pittura. Ed anche le “tuberie” sono una
invenzione che nasce dall’associazione di imma-
gine ad immagine, per contatto, incastro succes-
sivo, senza volume. Dimenticavo di dire che Fil-
lia, dopo il suo bel giudizio, trova modo di ag-
giungere una cosa sbagliatissima, su Farfa: «è più
poeta che pittore». Ma neppur per sogno. È
proprio la inconsistenza di arabesco dei collages
di Farfa che, pur nutrendosi di esperienze di
tutti i giorni o d’un umorismo da buon Travaso,



È PIA da Di

esplode in qualcosa di assai più pittorico ed
aereo che le pesanti scansioni geometriche d’un
Fillia affascinato dal cubismo, ma incapace di
coglierne lo scetticismo volumetrico e spaziale ;
d’un Diulgheroff, troppo meccanico ed intenzio-

nale; d’un Oriani che si condanna da solo in
una specie di confessione, ‘‘il ritratto del geome-
tra”. Il limite del secondo futurismo, e di tutta
la condizione italiana, era l'incubo di dover dare
un significato, una veste ufficiale anche alla po-
lemica, alla libertà. Farfa conservò il gusto del
giuoco, e per questa strada può venire ancor sco-
perto oggi, non con la riverenza dovuta alle cose
vecchie, ma col piacere dell’imprevisto. Così fe-
cero Forn e Baj, così fanno i visitatori delle
mostre più recenti, trovandosi davanti a farse
pittoriche fra i fumetti e René Clair, ad un gusto
cioè che è istintivo, epidermico, e dall’altro,
gira e gira, porta la sua morale. Il mondo in
cui passiamo non ha una ragion d’essere, verrebbe
da dire: ma è elaborabile a volontà. Aggiungo
milioni a milioni e faccio gli affari; tubo a
tubo, e cambio l'economia del Mezzogiorno, muto
la geografia; aggiungo pezzetto a pezzetto, e
creo una storia. Il vecchio Farfa — è nato a
Trieste nel 1881 — si trova a braccetto con i più
giovani, giotosàmente scettico come loro, e pron-
to, se Dio vuole, a ricominciare tutto da capo.

Eravamo partiti dal secondo futurismo, cioè
dal clima entro cui Farfa uscì sulla ribalta : e
siamo giunti alla ripresa attuale del fantastico,
dell’irrealtà. La scomposizione arbitraria della
natura, allora, dovette sembrare un gran atto di
fede nell’idealismo, un buttarsi a frugare sotto
la maschera delle cose, per cercare il noumeno.
Oggi non si crede più a queste complicazioni lo-
giche. Ma quando Farfa, a proposito degli otto-
cento chilometri di tubi fabbricati a Taranto, e
caricati su 7484 carri ferroviari, scoppia a dire :
« bellissimo allora essere poeti e fabbricare e tra-
sportare col cervello tutte le “‘tuberie”’», vien vo-
glia di abbracciarlo. Ha detto la verità : anche
i treni sono fatti col cervello, e così gli stabili-
menti, e così î tubi. Ed è il cervello di un poeta
(magari un poeta ragioniere, un poeta direttore
d’azienda, un poeta assessore) che pensa che con
i tubi (o facendoli, o usandoli) si possono fare
degli intrichi economici, sociali, tecnologici ma-
gnifici. Quasi dei collages. Più passa il tempo,
d'altronde, anch'io che lavoro a mio modo con
le carte capisco che nel mondo ciò che conta è

la fantasia e, Farfa c'insegna, il coraggio di

credere che non c'è da aver timore della fantasia
propria 0 di quella altrui, perché l’unica distin-
zione che conta è fra chi fa, e chi non fa : cioè
fra “l’incantatore di serpenti” e chi, per non
darsi fatica, finisce invelenito, o avvelenato.

Una foto di Farfa, «poeta record nazionale”, vincitore
del primo circuito di poesia futurista, infrontato col
casco lirico d'alluminio a 1.000 m. in idrocorsa», Questa
è la didascalia che illustra la foto riprodotta qui a fianco.
Farfa fu incoronato poeta, anziché con il classico lauro,
con una corona d'alluminio dallo stesso Marinetti nel
1932 nel cielo di Genova, dove entrambi erano saliti
(a mille metri) con un idroplano Caproni leggero da

7
lime. Gue]

fan 140.000 AL di

toripeli, rapiti Aa 7 4 rr. O
pui Aa ipa 1591
Elmo Ho REZZA lale kbtrian
cervello fi a
1 VERI BFA (E° 14%

. + tubi di camini d’officine
di piroscafi di locomotive
con seme di fumo
dimostranti la nullità
della voluttà
tubi delle panche dei giardini
profumati dai gelsomini
tubi per tutti gli usi
tubi per tutti gli abusi
tubi di latteria curvanti
a mano che ghermisce
cui l’acqua espulsa
prolunga le dita
tubi di canne di grondaie di bocchini
tubi bergmann
togni tubi mannesmann
di tutte le macchine
di tutti i motori
tubi dei gambi dei fiori
tubi dei fucili e dei cannoni
pel cambio rapido delle generazioni
tubi ossibuchi dei polli
che furono pasciuti e satolli
tubi dei nasi infreddoliti
tubi dei cuori inteneriti
tubi dei cannocchiali
che nelle notti belle
si riempiono di stelle
tubi d’organi e d’argani
tubi di strumenti musicali
picchianti col fiato
sui timpani degli orecchi
motivi stravecchi
tubi turati e sturati
tubi nominati e innominati
tubi d’ogni specie e d’ogni tipo
tubi d’ogni spessore e dimensione
tubi ritti e a gomito acuto . ..

tubi
tubi
tubi





Dadà

Marco Valsecchi traccia ‘in questo capitolo
la storia delle origini e dello sviluppo del
Dadaismo, un movimento artistico che, nel
secondo decennio di questo secolo, si mani-

festò attraverso una rivolta totale della fantasia.

I primi gesti compiuti dal gruppo di lette-
rati e di artisti che assunsero il nome di Da-
daisti, servono benissimo a indicare il gusto
della beffa, dell’azzardo illogico e della rivolta
irriverente che animava quel gruppetto di in-
tellettuali seduti a Zurigo, un certo impreciso
giorno del 1916, attorno a un tavolino da caffè.

Praticamente si tratta di questo: il poeta
rumeno Tristan Tzara, gli scrittori tedeschi
Hugo Ball e Richard Hiilsenbeck e lo scultore
alsaziano Hans Arp avevano deciso di fondare

DADA 2

Fretoiii, UTTERAIRE. ET ARTISTIQUE
LIDEGEMBRE ‘1977
pesa



srmita rione

un locale che servisse come club letterario,
sala di esposizioni d’avanguardia, teatro di
varietà, libero da tutti i limiti di censura e di
convenienza. E difatti lo apersero in una stra-
ducola vicino al fiume che attraversa la vecchia
città gotica, e lo battezzarono Cabaret Voltaire.

Già quel nome di uno scrittore illuminista,
campione del razionalismo francese nel Set-
tecento antidogmatico, posto a insegna di
un locale; dove ogni valore logico veniva sov-
vertito e negato, era un primo segno di irri-
tazione più che di disinvoltura. E poiché altri
gruppi di artisti, in quel giro d’anni, erano
distinguibili sotto le diverse denominazioni
dei Fauves, dei Cubisti, dei Futuristi e degli
Espressionisti, si misero a cercare una sigla
propria. E anche qui emerge un altro aspetto
caricaturale del gruppo nuovo. Le denomina-
zioni degli altri movimenti artistici erano pres-
soché tutte sorte a posteriori, durante le pole-
miche e le discussioni suscitate dagli avver-
sari. Dico avversari perché le varie denomi-
nazioni vennero suggerite da critici o da ar-
tisti in dissenso e spesso a derisione di quelle
teorie o di quelle forme. Negli altri casi, ri-
peto, la sigla nacque a posteriori, con un giu-

3I



sopra: le copertine dei primi quattro fascicoli della rivista
“Dadà” usciti tra il 1917 e il 1919. Il nome della rivista
è lo stesso del movimento e si dice che sia stato trovato
aprendo il dizionario Larousse a una pagina qualsiasi e
mettendo il dito a caso su una parola.

a sinistra: uno scorcio della Spiegelgasse a Zurigo.
In questa stradicciuola vicino al fiume che attraversa
la vecchia città gotica c’era un tempo il Cabaret Vol.
taire dove il poeta romeno Tristan Tzara, gli scrittori
tedeschi Hugo Ball e Richard Hiilsenbeck e lo scultore
alsaziano Hans Arp fondarono nel 1916 il gruppo
dadaista.

a destra: Hans Richter e Leo Leuppi davanti ad una
fotografia di una riunione di dadaisti tenuta a Weimar
nel 1922 e nella quale sono riconoscibili, fra gli altri,
Tristan Tzara e Hans Arp.

(Queste illustrazioni sono tratte dal volume “Als Dada begann”
(Così cominciò Dada) di Schifferli - ed. Sanssouci - Die Arche,
Zurigo).

dizio che avrebbe dovuto riuscire sferzante;
e nel caso del nuovo gruppo di artisti radu-
nati nel caffè zurighese la sigla doveva nascere
subito e già con una disposizione ironica e cri-
ticante. Si narra che quei giovani si fecero
portare i volumi del dizionario Larousse, che
li apersero a caso, e che sempre a caso mi-
sero il dito su una parola insignificante del
gergo infantile, Dada, e da questa parola
trovata si battezzarono Dadaisti.

Bisogna tener conto, per comprendere que-
sti fatti, del particolare clima di quegli anni e
per prima cosa della saturazione culturale rag-
giunta anche nelle arti figurative. L’accumu-
larsi delle teorie estetiche, delle polemiche
culturali, delle controrisposte e anche della
nebulosità dei programmi filosofici spesso
percorsi da più o meno vaghe teorie di ri-
forma religiosa, il complicarsi intellettualistico
del momento creativo, avevano originato una
situazione complicata, una specie di gabbia fat-
ta di parole, di schemi, di programmi, entro la
quale la spontaneità creativa degli artisti re-
stava come impigliata e non trovava più
quello slancio innocente e fertile di altre epo-
che meno critiche e meno saturate. Da quella

32

chiusura intellettualistica bisognava pur usci-
re, proprio per sottrarsi alla soffocazione, e
trovare nuovi terreni culturali vergini, dove
poter svolgere altre esperienze e quasi rico-
minciare una nuova vita dello spirito.

Era infatti caduta in crisi l’idea stessa del-
l’uomo e dei suoi caratteri e delle sue relazio-
ni col mondo circostante, e quella crisi finiva
anche per investire il campo dell’arte, che è,
appunto, il riflesso più sensibile e sintomatico
della condizione dell’uomo e del suo esistere
in particolari situazioni. Per cui, in conse-
guenza di quella crisi che si manifestava in
tutti i settori della vita spirituale, anche l’idea
di un’arte come imitazione, imitazione voglio
dire di una realtà esterna e visibile, si rivelò
man mano come una consuetudine logora. A
questo proposito è significativo considerare
che gli stessi Impressionisti, i quali erano con-
siderati come gli esaltatori della realtà della
natura anche nei suoi aspetti più fugaci, già
avevano cercato di sottrarsi a quella sottomis-
sione realistica, almeno negli ultimi anni del-
la loro attività: si veda Monet con i dipinti
dei giardini e delle ninfee di Giverny, si veda
Cézanne con i paesaggi dell’Estaque o del
monte Sainte-Victoire, il periodo di riflessione
di Renoir sull’arte rinascimentale italiana in
cerca di nuovi valori plastici. Piano piano si
era fatta strada un’idea dell’arte come libera
invenzione, come documento e indagine di
una realtà più segreta e soggettiva, coinci-
dente anzi con la più gelosa interiorità, fosse
questa imbevuta di una sottile malinconia
preziosa, come rivelano le pitture di Gauguin
e poi dei suoi seguaci Nabis, cioè Serusier,
Bonnard, Vuillard e compagni, o violente-
mente scossa da un’insofferenza morale, come
dimostrano le opere di Van Gogh e dei due
gruppi dei Fauves francesi da una parte (Vla-
minck e Derain), degli Espressionisti tedeschi
dall’altra (Nolde, Kirchner, Heckel).

Lo scoppio della prima guerra mondiale
aveva portato in Svizzera molti esuli d’ogni
parte dell'Europa, dai dinamitardi e rivolu-
zionari ricercati dalle polizie, Lenin compreso,
agli intellettuali ribelli di ogni legge e con-
formismo; accanto a questi “irregolari”, si ri-
trovarono molti artisti intolleranti di ogni li-
mitazione. Se ne formò una comunità di in-
sofferenti e di riformatori, dalla politica alla
cultura, all’arte, che nel profondo rivolgimento
di quegli anni di guerra sanguinosissima ve-
devano confermate le loro pessimistiche con-
clusioni sulla civiltà moderna incapace di un
ordine e di un equilibrio interiore, e dell’im-
pellente necessità di radicali trasformazioni sia
nell’ambito dei pensieri, della concezione della
vita, che degli organismi e dei rapporti collettivi.

Del resto già Gauguin, il primo di una
lunga serie di spiriti “irregolari” e ribelli,
aveva dimostrato, verso il 1890, la sua insof-
ferenza per quella cultura stagnante e quel
senso di prigionia che si comunicava all’uomo
libero, mutilato — da quel carico eccessivo di
schemi intellettualistici — nelle sue facoltà pri-
mordiali, nella sua innocenza immaginativa.
E come conclusione, in parte illusoria e in
parte disperata, di quel suo pessimismo e del

suo desiderio di giovane libertà, abbandonava
addirittura il vecchio continente, partiva per
sempre dalla Francia per andare a vivere in
una primitiva isola del Pacifico. Né si deve
tacere dell’insofferenza di Rimbaud, altro poe-
ta che avvertiva il senso di chiusura di ogni
prospettiva ideale offerta da quella società
borghese. I Dadaisti di cui stiamo parlando
sorgono in effetti da questo terreno inquieto
e insoddisfatto; ma meno illusi sulla possibi-
lità di salvarsi in mezzo all’innocenza delle
tribù primitive nelle isole lontane, e di inten-
zioni più direttamente ribelli, volevano rivol-
tare dall’interno gli schemi culturali della vec-
chia Europa, cominciando col respingere e col
beffare in modi scandalistici proprio gli esempi
più illustri della tradizione filosofica e artistica.

In questo clima libertario si comprende
non solo l’atroce ironia verso se stessi di quel
titolo occasionale e balbettante di “Dadà”,
ma anche gli atti più inconsulti e sprezzanti,
da quel nome dell’illustre filosofo francese
messo a insegna del cabaret, al gesto di Mar-
cel Duchamp che disegna un paio di baffi
sotto il naso di una riproduzione della ‘“Gio-
conda” leonardesca per il gusto di sconsacrare
con lo sberleffo un capolavoro dell’arte rina-
scimentale, a quell’altro ‘atto gratuito” di
Francis Picabia, che sparge una macchia d’in-
chiostro sopra una superficie bianca (forse il
primo gesto di pittura “tachiste”’?) e la chiama
“La Sainte Vierge”.

Potrebbero sembrare soltanto gesti di spre-
gio estetico. E lo sono infatti. Ma conside-
riamo le persone che li provocano: artisti,
poeti, musicisti, filosofi, e allora questi gesti
prendono altri significati e diventano in certo
modo gesti rivelatori di un’inquietudine spiri-
tuale, profonda al punto da rivoltarsi contro
le stesse basi della cultura, con un’insofferenza
che a volte è tragica e sfiora gli orli della follia,
altre volte è ironica fino alla più feroce cari-
catura. Con dolorosa sincerità André Gide
aveva già dimostrato nel suo romanzo “Les
caves du Vatican” che l’atto gratuito del suo
personaggio non era un gesto di insensibilità
morale, bensì una provocazione al con-
formismo che circondava l’uomo moderno,
spegnendogli ogni riflesso della vita dell’ani-
ma; allo stesso modo quegli ‘atti gratuiti”
consumati sul piano artistico dai Dadaisti ser-
vivano a far crollare ogni artificio estetico,
ogni sovrapposizione culturalistica e liberare,
attraverso quella violenza aggressiva, una
nuova e primitiva sensibilità immaginativa.

Il Cabaret Voltaire cominciò a funzionare
nel febbraio 1916, tra l'indignazione e il sol-
lazzo del pubblico. Avveniva là dentro qual-
cosa che ricorda le ‘serate futuriste” italiane.
Ma queste organizzate o improvvisate dal
gruppo Dadà apparivano più satiriche e vio-
lente per il proposito di aggredire ogni valore
ideale, ogni principio culturale ed estetico.
Era una specie di furia scatenata e distruttiva
dello spirito caricaturale, il gesto più doloroso
di una rivolta contro tutta la società e i suoi
ordinamenti, contro quella guerra in corso
che decimava sanguinosamente nelle trincee
le giovani generazioni europee.

Diverrà più chiara la natura di quelle ri-
bellioni artistiche di Dadà se si fa caso che
nelle sue esposizioni, durate fino al 1922,
quando cioè il gruppo, infoltendosi, si espan-
de in altre città, e da Zurigo e da New York,
dove avvennero le prime mostre dadaiste,
raggiunge Colonia, Berlino e Parigi, compari-
ranno, accanto a quelle di altri artisti, anche
le opere di Marc, Kokoschka, Feininger,
Kandinski, Klee e Max Ernst, cioè di artisti
provenienti dai più vecchi gruppi dell’Espres-
sionismo. I quali, per i primi, avvertirono la
crescente pressione di una fantasia eccitata
da estremismi romantici e psicologici, che ri-
versava la sua irruenza sentimentale sul mondo
reale. Dadà giunse più in là: ruppe anche gli
ultimi legami della realtà con la visione sia
pure deformante dei sentimenti romantici, e
accettò solo il caso, l’abnorme, il fortuito,
l'inversione dei significati, l’arbitrio figurati-
vo, come se tutte le cose e le persone e i
fenomeni di questa terra « fossero visti da un
essere di un altro pianeta, che non capisce
nulla del nostro ».

Gli episodi dadaisti di Zurigo non sono però
i primi avvenimenti in questa direzione. Qual-
cosa era già avvenuto, in condizioni di singo-
lare stranezza, qualche anno prima. A_New
York, nel 1913, si inaugura la prima mostra
d’arte moderna europea in America, nei locali
di una caserma. Tra gli espositori figuravano
due giovani, Francis Picabia di origine spa-
gnuola, e Marcel Duchamp francese, i quali
presentarono dei dipinti eseguiti in uno stile
tra il cubismo e il futurismo, tanto strani che
lo stesso Salon des Indépendants di Parigi
rimase assai incerto se accettarli ed esporli al
pubblico. Il poeta e critico francese Guil-
laume Apollinaire finì per escogitare per que-
sti dipinti una classificazione estetica che indi-
cava almeno in parte la radice anti-razionale
di quelle opere. Inventò cioè il termine di
cubismo orfico. Oggi particolarmente avvertia-
mo l’esattezza e la suggestione di quel termi-
ne orfico, esplicitamente accennato sul sogno,
sull’invenzione quasi magica; e lo spiegò di-
fatti con queste parole: « Il cubismo orfico è
l’arte di dipingere dei raggruppamenti nuovi
con elementi imprestati non dalla realtà visua-
le ma interamente creati dall’artista e da lui
dotati di una possente realtà ».

Picabia e Duchamp puntarono successiva-
mente e con maggior decisione nel regno del-
l’invenzione libera, e trassero anzi motivo di
creazione anche da oggetti presi dal mondo
reale, ma presentati sotto un’angolatura in-
consueta quasi spinti fuori dalla loro stessa

nella pagina accanto: Kurt Schwitters: #* MZ. Nivea ” +
1920. Collezione privata Venezia.

Tra i mezzi rivoluzionari della pittura Dadà contro la
tradizione e l’accademismo imperante vi fu anche quello
di sostituire ai colori i materiali più diversi. Il tedesco
Kurt Schwitters, che è considerato oggi uno dei maggio-
ri artisti Dadà, componeva i suoi quadri incollando sulla
tela carta stracciata, pezzi di stoffa, bottoni, biglietti
del tram e altri oggetti estratti dal cestino, dal bidone
della spazzatura, dalle macerie. Fu un poeta che dal
ciarpame della vita quotidiana traeva le forme e i colori
di una inesauribile ispirazione,







“Ready-made” (1914) di Marcel Duchamp, che

esponeva “oggetti bell'e pronti”, di uso comune,
cambiando loro semplicemente nome, come nel caso
di questo attrezzo di ferro per asciugare bottiglie.

figura, che pure non veniva modificata, e
costretti, si direbbe, a esprimere altri sensi,
altre relazioni, con una sorprendente capacità
di metamorfosi e quasi di ubiquità figurale.
I due artisti, sulle prime indicazioni di un al-
tro giovane americano, di nome Man Ray,
che già aveva sperimentato quella duplicità
di sensi e di immagini fin dal 1914, presen-
tarono in esposizione degli oggetti comuni,
oggetti già belle e pronti (i “ready-made” di
Man Ray appunto), chiamandoli però con
altri titoli e constatando che effettivamente
essi avevano la capacità di adattarsi a quella
nuova definizione e di rivelare quasi una loro
faccia nascosta. Un procedimento, cioè, che
alcuni anni più tardi venne ripreso anche da
Picasso, quando collegando un manubrio a
una sella da bicicletta, ne trasse, senza altre
aggiunte né modificazioni, una testa di capra.
E un’operazione che in antico era riuscita
anche all’Arcimboldi, usando frutta, ortaggi
e arnesi da cucina per creare ritratti di figure
umane.

Man Ray trovò anche altri mezzi: alla tra-
dizionale espressione pittorica, con i mezzi
cioè della pittura, sostituì per la prima volta
altri materiali: bottoni, vetri spezzati, fili di
canapa, lembi di stoffe, determinando in tal
modo una rivolta non solo sulle immagini
tradizionali della pittura, ma anche sui mate-
riali dell'antica tecnica dei colori.
Kurt Schwitters seguì subito quell’indicazio-
ne. In Man Ray era il gusto della scoperta;

Il tedesco

Max Ern





: “composizione dadaista” - 1920. Ernst è un artista tedesco dotato di

una fantasia che può essere avvicinata a quella dei pittori demoniaci del 400. Nella
sua pittura, oltre le intenzioni ironiche, si scoprono i labirinti oscuri e le angosce
dell'anima moderna. Diventerà più tardi uno dei maestri del Surrealismo.

in Schwitters quelle materie raccolte nel ciar-
pame della vita quotidiana servivano a rico-
struire un'immagine dell’esistenza, quasi un
bisogno di salvare l’ultimo barbaglio di una
realtà nello squallore dei rifiuti, dei relitti, al
di fuori di ogni mitologia letteraria. La vita
si spende in una serie infinita di atti e gesti
automatici, senza storia; e Schwitters appunto
ne raccoglieva, con i biglietti del tram, le
carte stracciate, i pezzi di sfoffa, i bottoni, le
piume, i mozziconi di sigaretta, le estreme,
umili testimonianze. Sotto la rivolta deriden-
te alla grande cultura bisogna raccogliere in
questi fatti l'estremo atto d’amore anche verso
questi ritagli della nostra cronaca, una specie
di poetica crepuscolare del frammento deca-
duto ed umiliato. Picabia arrivò a disegnare
‘macchine’, certi congegni con molle e
ingranaggi, non rispondenti a nessun uso pra-

certe *
tico, ma solo curiosamente allusivi e inutili.
Macchine per captare le nuvole imprendibili
della fantasia o della noia. E sarà necessario
insistere ancora sulla fertile immaginazione
sperimentale di Man Ray, perché da lui, oltre
che il primo suggerimento del “collage” di
oggetti eterogenei, deriveranno anche i primi
esperimenti di sovrapposizioni fotografiche.
Fu insomma un vero pioniere delle esplora-
zioni nella giungla che la fantasia umana aveva
scoperto nei sottofondi delle immagini reali
e negli espliciti rovesciamenti delle abitudini
logiche e visive.

I Dadaisti trovarono perciò quell’ “inno-

cenza” cercata anche da Gauguin in queste
operazioni di frattura da ogni consuetudine
mentale e visiva, in questa libertà assoluta di
stacco dell’intelligenza e degli istinti, in que-
sti incroci imprevisti di oggetti e di figure
che determinano di sorpresa altri imprevisti
significati, Il poeta Tzara disse che non si
voleva affatto distruggere l’arte e la lettera-
tura: ma solo distruggere l’idea che l’uomo
se n’era fatta, e raggiungere così una chiarez-
za morale e una sincerità della fantasia, al di
là di ogni convenzione culturale, al di là de-
gli stessi movimenti artistici moderni, che
finivano per creare altre regole, altre accade-
mie. Sicché André Breton, fondatore del Sur-
realismo col suo “manifesto” del 1924, poté
affermare giustamente, riassumendo i prece-
denti culturali del Surrealismo, che Dadà fu
piuttosto una rivolta dell’intelligenza, un’azio-
ne di insofferenza dello spirito troppo gravato,
che non un vero e proprio movimento arti-
stico,

Sta di fatto che questa libertà intuitiva, im-
maginifica ed espressiva del Dadaismo avrebbe
sollecitato molti aspetti dell’arte contempora-
nea. Gli stessi Surrealisti, che pure negavano
evidenza artistica ai Dadaisti, trovarono sul
terreno del Dadaismo una larga disponibilità
di impulsi creativi. E intanto quella libertà
stessa della fantasia, che se in Dadà aveva
una funzione provocatoria, nel Surrealismo
diventa un atto di ricerca e di affermazione
della vita immaginativa contro la logica, del-

“«Cadeau” (omaggio) - 1921, dell’americano Man Ray. La protesta e l’ironia
Dadà sono qui concentrate in un semplice oggetto deformato: un ferro da stiro
ad usare oggetti e immagini



strappa-vestiti. Ray fu uno dei primi artisti
reali rovesciandone il significato logico.

l’intuizione, anzi dell’illuminazione interiore
contro la regola fissa, per poter comprendere
la vera rigenerazione dello spirito. Dadà ave-
va spalancato le porte, i Surrealisti procedet-
tero, come vedremo in altro articolo, dentro
quel vasto regno dell’inconscio, della vita
automatica e irriflessiva.

Avrebbero usato come materiale espressivo
non tanto gli oggetti del mondo reale, quanto
le figure sorgenti o dilatate o spiazzate su
altri sensi e rapporti dal sogno, dall’allucina-
zione, persino dai deliri e dalla follia, a costo
di provocarli artificialmente, certi ormai come
erano, sulle intuizioni della psicanalisi freu-
diana, che la vera libertà dello spirito è altro-
ve, fuori dalle parvenze del mondo reale, in
una dimensione tutta interiore,
giunge la luce della coscienza e il controllo
della ragione, nella notte primordiale dell’es-
sere e dei suoi istinti. E la loro risposta a
tutto quell’immenso accumulo di materiale
figurativo ricavato dal mondo reale o vagliato
della ragione, era appunto in quei profondi
scandagli dentro gli abiss

dov e non



i della vita inconscia,
nel provocare urti di emozioni disparate, nel-
l'associazione improvvisa di oggetti tra di lo-
ro eterogenei per ricavarne significati remoti,
con la speranza che qualcuno individuasse nel
deserto di

quelle dissoluzioni una nuova
misura più vera delluomo e della vita.
Già il poeta Valery, in un verso del suo
famoso poema ‘“Cimitièr marin” aveva in-
dicato questa attesa di una nuova vita:

e scenografo teatrale.

«Le vent se lève, il faut tenter de vivre... ».

Dadà fu l’inizio, un gesto violento di ri-
bellione che trova giustificazione non in un
principio estetico, ma in una necessità di ri-
forma morale e immaginativa. Ripeto adesso
alcune parole di Max Ernst intorno a Dadì,
dette a chi gli comunicava la preparazione di
una mostra di Dadà a Diisseldorf. Fra i Da-
daisti Max Ernst è colui che, per fantasia, può
essere avvicinato a certe invenzioni strane di
Jeronimus Bosch, il quattrocentesco pittore
dei diavoli scatenati e dei trionfi del peccato.
Nella pittura di Max Ernst, al di là delle in-
tenzioni ironiche, si scoprono infatti i labi-
rinti oscuri dell'anima moderna, risonante di
echi angosciosi. Alla notizia della mostra che
un paio di anni fa avrebbero voluto fare a
Diisseldorf si arrabbia ed esclama: « Ma che
cos'è questa storia, che tutti vogliono fare di
Dadà un oggetto da museo? Dadà era una
bomba. Si può immaginare che qualcuno, a
quasi mezzo secolo dalla deflagrazione, vada
in giro a raccoglierne i frammenti, a ricom-
porli insieme e ad esporli ?». Gli si replica
che Dadà è poco conosciuto e i giovani vo-
gliono sapere; e allora Max Ernst aggiunge:
«Che cosa sapranno di più? Si mostreranno
degli oggetti, dei collages, con i quali noi
esprimevamo la nostra indignazione, la nostra
rivolta. Questi giovani e con essi il pubblico
che visiterà la mostra non vedranno che una
tappa, come si dice, della “storia dell’arte”:
esattamente il contrario di quel che voleva



1

La)



Hans Arp: “costruzione in legno policromo” (1920). Arp fu tra i fondatori del
movimento e fra tutti il più poliedrico. Oltre i legni colorati, i collages,
le sculture, è autore di poesie burlesche, illustratore di poemi dei suoi amici

Dadà. Dadà, per noi a Colonia nel 1919, era
prima di tutto una reazione morale. La no-
stra rabbia tendeva alla sovversione totale.
Una guerra orribile e stupida ci aveva fru-
strati per cinque anni. Avevamo assistito al-
l'affondamento nel ridicolo e nella vergogna
di tutto ciò che ci fu dato per giusto, per
bello e per vero. Le mie opere di allora non
erano fatte per sedurre, ma per fare urlare ».

Da queste parole precise di uno degli in-
terpreti maggiori e sinceri di Dadà proviene
per lo meno un avvertimento. Che non si può
tradurre in termini di pratica estetica un’opera
Dadà. Non è ripetibile come fenomeno crea-
tivo. Le molte repliche attuali e note appun-
to come neo-dadaismo sono in contraddizione
col caso limite dell’urlo, della protesta rap-
presentata da Dadà. Il termine stesso di neo-
dadaismo usato per certi fatti attuali include
il sospetto di voler tradurre questo moto di
insofferenza morale in una regola stilistica. O
diciamo meglio: certo divertimento psicologico
oggi basato sulla sorpresa momentanea di certi
imprevisti accostamenti di oggetti, manca spes-
so di quella radice di rivolta protestataria del
primo Dadaismo; oggi accade cioè in un’area
di gusto per la meraviglia, quasi sempre
compiaciuta, e quindi in una dimensione di
neo-marinismo, che rappresenta, come già ac-
cadde nel Seicento col travolgimento più futile
dei veri motivi ideali del barocco, una defor-
mazione di quella riforma morale implicita
nel primo e vero Dadaismo.





I libretti di Mal’aria

Luciano Rebuffo ha visitato a Sampierdarena lo scrittore Arrigo
Bugiani, ex operaio e poi impiegato dell’Ilva, oggi in pensione, editore
di una deliziosa collana di “ libretti”.

Arrigo Bugiani, classe 1897, nasce a Grosseto ma vien subito
portato a Follonica, dove cresce e frequenta le elementari. A 12 anni
entra nello stabilimento dell’ Ilva, come apprendista: primo anno
senza paga (come si usava), secondo anno a 25 centesimi al giorno,
terzo anno a jo centesimi, nel quarto anno, finalmente, 75 cen-
tesimi! Intanto, facendo il “‘garzonetto”, l’apprendista, l’allievo; os-
servando attentamente quello che fa l’operaio, il “maestro”, diviene
tornitore, operaio tornitore, finché la sua attività viene interrotta dalla
chiamata alle armi. Siamo nel 1916, c’è la guerra e lui va al fronte, nei
bersaglieri. Poi, affetto da congelamento, passa nelle retrovie e vi ri-
mane fino al 1920, quando ritrova i torni dell’ Ilva di Follonica.

È un buon operaio tornitore, che conosce il mestiere ed ama la
sua macchina, ma le vicende aziendali sono tante: ad un certo punto
gli chiedono di lavorare all’ufficio paghe, e quindi all’ufficio segrete-
ria, e diventa impiegato. Sta a Follonica fino al 1939, poi l’ Ilva lo
manda a Cogoleto, dove resta fino al ’42, anno in cui passa a Torre

Annunziata. Nel 1945 è di nuovo a Follonica, e dieci anni dopo ancora
a Cogoleto, dove resta fino alla pensione. Nel 1960 lascia l’ Ilva per
raggiunti limiti di età: è un pensionato, si ritira a Sampierdarena, dove
vive tuttora.

Questa è una biografia operaia, direte voi, una stringata biografia
operaia come se ne leggono tante anche nei “Notiziari” aziendali.

Invece, come si vedrà, questa è la prima parte di una biografia
letteraria, che io ho voluto presentare subito per mettere in rilievo la
formazione particolare, e la particolare personalità, di quell’ ‘outsider’
della libera Repubblica delle Lettere che è Arrigo Bugiani.

Arrigo Bugiani i nostri lettori vecchi e nuovi lo conoscono già
come collaboratore di “Noi dell’Ilva” e della rivista “Italsider”, sul-
la quale è stato pubblicato un suo racconto (“Alessandro Magno
ed io, tornitori”’).

Come è giunto, Bugiani, ad esercitare un ruolo attivo e preciso,
così delicato e poetico, come vedremo, nella repubblica delle lettere,
essendo partito dai torni di Follonica, dai libri-paga di Follonica?

Per una irresistibile vocazione, direi (o per una predestinazione,
come forse lui preferirebbe sentirmi dire?), che ha preso corpo e si
è sviluppata malgrado le circostanze obiettive e le condizioni ambientali.

La sera, dopo la giornata di lavoro, Bugiani andava a studiare,
assieme ad altri ragazzotti del luogo, da Don Evaristo Bigi e lì, tra
quei corsi volenterosi ma necessariamente compositi ed irregolari, e
le letture dei testi più diversi che erano poi quelli della biblioteca per-
sonale del buon prete, si sviluppò la sua passione letteraria, che
continuò ancora sotto le armi, quando Bugiani fece conoscenza
con tutti i nostri classici, comprati a pochi soldi nelle edizioni popolari.

Le vie della cultura e dell’arte, come noto, sono infinite, e quella
imboccata dall’operaio Bugiani non fu tra le più larghe ed asfaltate,
ma certo fu una lunga via, sulla quale egli percorse molte leghe, così
come certamente ancora ne percorrerà.

Avido di letture, e di pubblicazioni letterarie, si abbonò subito
alla rivista “Frontespizio”, alla quale poi mandò qualche “pezzetto”
(prima a Giuliotti, poi a Bargellini col quale stabilì duraturi rapporti).



EPG RATE

PER
FONTE
Re



35° libretto di MAL'ARIA

Così uscirono su “Frontespizio” i suoi primi pezzi, delicati, uma-
ni, ma anche spessi, di una corposità tutta toscana. Nel 1936 la rivista
raccolse in volume tali scritti, col titolo ‘Festa dell’òmo inutile”. Ec-
co un pezzetto che costituisce, in tale raccolta, una bella auto-presen-
tazione dell’autore: « La mia nobiltà non pesca l’origine nella lonta-
nanza dei secoli. Un dei mi’ nonni era barrocciaio in maremma, e
quell’altro sensale di granaglie a Pistoia. Tutt'e due avevano lo stesso
cognome. Il primo abituato a trattare coi cavalli e con gente più irsuta
de’ cinghiali ». Ed ancora aggiunge, parlando dell’eredità lasciatagli
dai suoi «... m’é venuto l’amore per le bestie e la sincerità (magari
dannosa) per i cristiani. È l’eredità che mi basia ».

Già leggendo queste cose si capisce l’uomo, non è vero? E la
conoscenza che ne ho fatta personalmente, a casa sua a Sampierda-
rena, non è stata che una conferma. Un uomo sincero, dallo sguardo
aperto, dalla cortesia antica, con opinioni precise, con una calda uma-
nità, ed una vena sottile di malinconia.

Abbiamo bevuto assieme un po’ di buon Frascati, proprio di
quello che ha ricevuto recentemente al “Premio Botte di Frascati”
per la sua poesia “Il filanciano”, tuttora inedita e che comincia così:

«Un filanciano mi lega, tenace
filo sottile, alla residua vita.
Resisterà per il tempo prescritto;
durerà finch’io mi conduca a fine:
come tiene le manne dei sarmenti,
come regge la pergola sui pali ».

RIA

: DETTI, SENTENZIOSI
DI BERTOLDO

di GIULIO CESARE CROCI |

ce eee



® Libretto di MALARIA

e



EFFETTI DEL VINO

BEVUTG ;
MODERATAMENTE |

dl BALDASSARE PISANELLI



# NON L'ALLORO, NEMMENO LA ROSA
S'INVOCHI SU QUESTA PIETRA SMARRITA:

AVANZI L'OMBRA COI SUOI MAROSI,

MA VENGA A SALPARE UNA STELLA

QUESTO DESERTO SENZA SCALO.

# 1048

Poi mi ha mostrato la raccolta di ‘Mal’aria” con tutta modestia,
ma con evidente affetto: insomma con l’aria di dire « questa è una
cosuzcia che-ho fatto io perché ho creduto di doverla fare. È una co-
succia, ma io l’ho fatta con amore, e vi sono affezionato ».

Quanta ricchezza di sentimenti, di calore, di sincerità conserva
la nostra “provincia” letteraria, lontano da Via Veneto e Piazza del
Popolo! Ma sia ben chiaro che questo lo dico io, perché Bugiani è
tanto buono e modesto che neppure la penserebbe mai, una cosa così
“maligna”...

Quello che sorprende in Bugiani, è che egli non abbia mai trasfe-
rito nella sua produzione letteraria né le esperienze umane legate alla
fabbrica, né il mondo delle macchine. Forse perché è nato nell’altro
secolo, egli è rimasto legato alla terra, al mondo della natura, ai sen-
timenti sottili agitati più dallo stormire di una foglia che dal rumore
di un motore. Perciò non è diventato, diciamo, un Davì ma è restato
nel mondo agreste che fu di un Pascoli o di un Tozzi.

“Mal’aria”, rivista maremmana, fu una rivista fondata da Bugia-
ni a Follonica nel ’51 e che uscì fino al ’55, poi cessò appunto perché
Bugiani fu ancora trasferito, come si disse, a Cogoleto. E la rivista
“maremmana”, lo si capisce, non poteva vivere che in Toscana, là
dove era nata, e non solo per ragioni ... poetiche, ma anche pratiche.
Perché, come tutte le riviste diciamo così ‘non ricche” si faceva in
famiglia, con l’aiuto di vari amici appassionati, compreso il tipografo.
Bugiani mi dice che la rivista nacque perché si sentiva il bisogno di
fare una rivista “maremmana”, e la cosa fu varata dopo varie riunioni

NATURA & EFFETTI
DELL'ACQUA

tt BALDASSARE PISANELLI
medico bolognese



$* Libretto di MAL'ARIA

17° libretto di MAL' ARIA

SAI D'ESSERE UNA NUBE

Ul LEONARDO SIN

SGALLI

o Fefolo

bianco ©

AG BITS:

di ANGELO BARILE

40° libretto



a Grosseto, tra lui, il prof. Folena, Don Pompili e Luciano Bianciardi
(sì, Bianciardi, quello della “Vita agra”).

La rivista, di circa 20-25 pagine, stampate con caratteri un po’...
rudi e provinciali, con la sua squillante copertina verde, portava come
motto un proverbio locale « Dio ci mandi male — che ben ci metta ».

Tra i collaboratori più assidui, oltre al fondatore e direttore, vi
erano Bartolini, Betocchi, Padre Ernesto Balducci. Vi scrisse anche
Padre Fabretti. Di notevole gusto i disegni che accompagnavano le
poesie o le prose, ad opera di Omiccioli, Purificato, Bartolini stesso.

Cessata la rivista, Bugiani non poteva certo starsene con le mani
in mano, anche se continuava le sue collaborazioni sulla terza pagina
del “Quotidiano”, o sulla rivista romana “Persona”. Ecco quindi che,
da toscano tenace, tira fuori questa idea dei “librettini di Mal’aria”,
che ebbero inizio nel 1960.

Debbo subito dire che questi “librettini”, seppur sono arrivati
per ultimi nelle iniziative di Bugiani, e malgrado il formato minuscolo
(ma da quando mai la cultura si misura a peso?), sono secondo me
una delle cose migliori del Nostro: una iniziativa originale, bella, de-
licata ed importante.

In sostanza, cosa sono questi “libretti?”

Bugiani prende un sottile foglio di carta (sempre di tipo diverso,
come vedremo, ma dello stesso formato: un foglio da lettere; se lo
va a cercare lui stesso, dal cartolaio, dalle tipografie, dalle spuntature
dei giornali, dal macellaio, dal droghiere), lo piega in quattro, sulla
facciata fa stampare il cliché, sulle due facciate interne, o anche su una
sola, le parole (una poesia, una prosa, un verso, una canzone, un pro-
verbio). Sul retro, in corpo minuscolo, la scritta (eccone una, ad esem-
pio: “Di questo 46° libretto della rivista maremmana MAL’ ARIA so-
no state impresse cinquecento copie in carta centorighe, ad opera della
Stamperia etc. etc. Tutti i diritti sono riservati”).

E il libretto è fatto.

Così escono via via questi gentili, gustosi, inconfondibili “libretti
di Mal’aria”, a volte in cinquecento copie, a volte in mille copie.

La carta varia, dicevo, ma rivela sempre un’accurata ricerca ed
un certo gusto: carta centorighe, carta millerighe, carta paglia, carta
superaffisso, carta rasata, carta larice, carta kraft, carta pelure, carta
abete, carta vulcania, carta mezzofino, carta pelleaglio, carta satinata.

Ed ecco i colori, sono sempre diversi, ma possibilmente intonati
con l’oggetto: un verde se la cosa è speranzosa o piacevole, un rosso
se è allegra, vivace, un giallo se è triste, un azzurro se è serafica, un
viola se è liturgica o luttuosa e così via.

Ed i testi? Sono tipici della mentalità, del gusto, della moltepli-
cità di delicati interessi culturali di questo “specialissimo” editore:
vi sono, per così dire, delle “serie” abbastanza omogenee.

Abbiamo, ad esempio, delle riesumazioni, per così dire. Ecco la
prima serie: — L’inno Eucaristico — Il privilegio del Vescovo — I Detti

GOLONDRINA
DEL=SAGIÀ

di PEDRO

URELIO FIORI



di MAL'ARIA

sentenziosi di Bertoldo - Il contratto matrimoniale di Tollo e Nuta
Nera Albizzeschi (genitori di San Bernardino da Siena) - Polisa della
compra dell’Orologio dell’Ore (con la quale il Comune di Cogoleto
comperò l’orologio per il campanile).

Questa serie è illustrata con xilografie e stemmi, così come un’al-
tra serie di “rievocazioni” che va dal “Testamento” di Domenico Colom-
bo alla ‘“Pragmatica” di Emanuele Filiberto sul vestir delle don-
ne; dalla “Natura ed effetti dell’acqua” all’ “Arte del Navegar” del
dott. Pietro de Medina, stampato a Venezia nel MDLV.

Bellissime le ser > dei poeti nostri di oggi: vi sono Sbarbaro,
Sinisgalli, De Libero, Caproni, Orsola Nemi, Nicola Ghiglione.

Il libretto di Nicola Ghiglione è il 379, in carta pelure satinata,
con una bella xilografia di Guido Chiti, e porta dodici sapienti ri-
tratti, in tre righe (si chiama infatti 3 x 12), di altrettanti poeti. Citiamo-
ne alcuni:

Saba
Il delfino è nel golfo

Betocchi
Esile un tornio ronza a mezza luce

come ape d’ autunno.
Dal fondaco illune un grillo canta.

Campana
Le tavole della Legge
i manicomi di provincia,
la testa di falco bendata.

Caproni
I soli delle luminarie

e Ulisse approda

dal vaporetto verde di Sibilla.

Sbarbaro
Antica poesia di dirupi
con l’acqua che stringe alla gola.
Licheni, segnalibri di festa.

Sinisgalli
Batte con la mazza le rose

sui tavoli d’ardesia
e il pane portato con le biciclette.

e fischia il merlo
dove ha l'occhio di rugiada il topo.

Vi sono anche versi in originale, come “Révolte” di André Blan-
chard e “Albisola, golondrina del agua” di Pedro Aurelio Fiori.

Tra le serie di prosa, Renzo Biasion, Orsola Nemi, Henry Furst,
Giacomo Natta, pensieri di Sbarbaro.

Come si vede, una bella raccolta di nomi e di argomenti, ed i disegni
non sono da meno: vanno da Emilio Greco a Domenico Purificato,
da Pietro Parigi a Bruno Caruso, a Omiccioli. E poi, ogni tanto, vi è
il “clichettino” del Guercino, di Leonardo, di Van Gogh.

E tutto questo, una volta al mese, o anche ogni due, in un leg-
gero foglietto da mettere in tasca, e che pare una cabala del lotto, o
un pianeta della fortuna.

Questa è l’attuale “fatica” di Arrigo Bugiani, maremmano, ex-
operaio, ex-impiegato, ora pensionato. Una fatica che gli piace, ma che
non per questo è meno meritoria, perché costituisce un contributo
purissimo alla cultura, alla bellezza. A quanto di meglio c’è nella vita,
insieme all’amicizia, che egli reputa tanto cara.

I dieci anni
di Civiltà
delle Macchine

Civiltà delle Macchine, la rivista dell’ IRI, ha
compiuto dieci anni. In uno speciale fascicolo cele-
brativo, ricco di contributi originali di uomini di
pensiero, è tracciata una sintesi del decennio.

Tre fatti “storici” determinanti di questi dieci
anni sono rievocati rispettivamente da ‘Toussaint
Viderot, scrittore negro del Togo (‘Gli Stati nuovi
dell’Africa Nera"), da Bernard Lovell, direttore del-
l'osservatorio astronomico di Jodrell Bank (‘Satel-
liti artificiali e sonde spaziali”) e da W. Grey Walter,
dell’Istituto neurologico di Bristol (“Sviluppo e si-
gnificato della cibernetica"). Joseph Frings, vescovo
di Colonia (“Il Concilio e il pensiero moderno”)
e Jean Guitton, accademico di Francia (‘Il Concilio
e i ritmi della storia’) esaminano il significato del
Concilio ‘Vaticano Secondo”. Lo sviluppo di tre
fondamentali settori scientifici: medico-psicologico,
biologico e fisico è trattato da tre scienziati di
fama mondiale: Karl Jaspers (“Il medico nell'età
della tecnica”), Jean Rostand (“Biologia 1952-1962”)
e Max Born (“Fisica d’oggi e fisica di ieri”).
“Dieci anni d’arte” del critico Gillo Dorfles e la
“Storia di un imbrattatele”, scritta da Paul Gauguin
poco prima di morire, sono il contributo ad un
settore cui Civiltà delle macchine ha sempre dedi-
cato particolare attenzione.

I vari temi trattati sono accompagnati da in-
terpretazioni pittoriche di Brindisi, Cagli, Dova,
Gentilini, Greco, Sassu, Scanavino e Vedova, del
quale è pubblicato anche “Diario di Spagna 1961”.
La copertina è tratta da un linoleum di Picasso.

Civiltà delle Macchine fu fondata nel 1953 da
Leonardo Sinisgalli. La sua nascita fu un avveni-
mento culturale di grande rilievo, un punto di par-
tenza. Significò un nuovo modo di guardare molte
cose del mondo di oggi e anche del mondo di ieri.
In un’Italia non ancora entrata nel clima del “mi-
racolo economico”’, la rivista chiamò filosofi, scien-
ziati e poeti a dibattere i problemi dell’uomo di
fronte alla seconda rivoluzione industriale che da
noi appena cominciava a profilarsi.

Ma Civiltà delle Macchine, questa rivista “non
di divulgazione, ma di cultura”, ha fatto anche qual-
cosa di più: ha dato occasione a scrittori, giornali-
sti, artisti, di entrare in un nuovo rapporto con il
mondo del lavoro; ha indicato a molti nuovi modi
di interpretare la vita delle fabbriche, di guardare
i prodotti dell'ingegno e della fatica umana.

Il discorso sulle macchine (e sull'uomo) si è an-
dato poi via via approfondendo, mano a mano che
si estendeva e si faceva sempre più complesso il
rapporto tra le prime e il secondo, e nuove scoperte
e applicazioni allargavano il campo della scienza e
della tecnica.

Quali, oggi, le prospettive, le linee programmati-
che per il futuro di una pubblicazione che porta
una testata così impegnativa? Francesco D'’Arcais,
direttore della rivista dal 1958, così scrive:

« Con questo fascicolo Civiltà delle Macchine porta
a termine il primo decennio di sua vita. E lo compie
in un momento in cui il progresso della scienza e della
tecnica impone all'uomo una rinnovata riflessione :















per le responsabilità ch'egli si assume — proprio at-
traverso la sua opera — in ordine al suo stesso destino.

All'entusiasmo di molti si contrappone il timore di
altri, e il concetto di progresso rimane problematico,
dibattuto com'è fra le opposte sponde di un irenismo
superficiale e di un pessimismo tentatore ed assurdo.
Finché il progresso non riuscirà ad essere permanen-
temente ricondotto ed ancorato all'uomo — reincar-
nato ad esso la benefica e feconda crisi che travaglia
il mondo contemporaneo non avrà sbocco. Un nuovo
umanesimo, ancora variamente interpretato ed enun-
ciato, una nuova Weltanschauung in cui gli autentici
valori della scienza e della tecnica siano capaci di
inserirsi in un quadro unitario che in nome della cul-

tura abbracci tutte le manifestazioni dell’uomo -
ecco quanto si è delineato in misura sempre più evi-
dente in questi ultimi anni — aprono un discorso che
è appena agli inizi, indicano la diagnosi di uno stato

febbrile destinato forse a continuare per molto tempo.

Questo primo decennale viene così a costituire per la
rivista stimolo e motivo di riflessione. Civiltà delle
Macchine è mata in un periodo in cui il rapporto
fra l’uomo e la macchina veniva posto in termini pre-
valentemente esterni : si seguiva lo sviluppo mirabile
degli strumenti, si considerava il loro utilizzo da parte
dell'uomo, si studiavano le modifiche che la macchina
introduceva nel comportamento degli uomini, le nuove
relazioni che imponeva loro ; si avvertiva che la mac-
china cominciava anche a creare un gusto nuovo che
si trasformava, sia pure timidamente o parzialmente,
in atteggiamento artistico e letterario, in nuova este-
tica. Le prime reazioni degli esponenti della cultura
italiana all'uscita della rivista sottolineavano il dua-
lismo uomo-macchina come in una successione crescente :
l’uomo che vede dapprima nella macchina uno stru-
mento utile o indispensabile, poi un prodotto del suo
pensiero degno quindi di essere amato di per se stesso,
per arrivare infine al momento della contemplazione
e alla ricerca, quindi, di una bellezza sempre più alta,
di una perfezione non mai raggiunta. I due termini
rimanevano comunque esterni l'uno all'altro : lo erano
obiettivamente? Una rivista che non voglia adagiarsi
nell'abitudine e rivestirsi di stanchezza o di accade-
mismo, dev'essere pronta a cogliere le sensazioni forse
ancora inespresse che costituiscono il primo segno di
un progresso în Civiltà delle Macchine
ha saputo avvertire e riconoscere, ad un certo mo-
mento, che i rapporti fra l'uomo e la macchina acqui-
sivano una dimensione nuova, da esterni si facevano
interni, poiché la macchina stessa — superando ogni
mera interpretazione strumentale — assumeva, con
maggior respiro, il modo di esprimersi dell'uomo nei
confronti della natura, e l'atteggiamento si innervava
in tutte le espressioni dell'attività dello spirito, facen-
dosi cultura nel più ampio significato del termine. Ci
troviamo di fronte ad una apparente contraddizione :
la scienza e la tecnica hanno dato all'uomo una nuova
statura esaltandolo, e al tempo stesso l'hanno ridimen-
sionato collocandolo in una prospettiva di dimensioni
cosmiche. Ed ecco che la problematica fra l'uomo e
la macchina, sconvolgendo la considerazione troppo
superficiale ed affrettata della macchina-uomo (un
rapporto ancora di carattere esterno), si risolveva
nella scoperta, sotto taluni aspetti allucinante, del-
l'uomo che sta per ricostruire in se stesso la macchina
più impensabile : i due termini non risultavano più
estranei, innestandosi l'uno nell'altro fino a dar luogo
a quel nuovo tipo di rapporto di recente così ben de-
scritto da Karl Rahner : * (l’uomo) è invece piuttosto
colui che applica pure a se stesso la potenza tecnica e

evoluzione.



ha

CIVILTA DELLI

MACORINE

pianificatrice della trasformazione, che rende se me-
desimo oggetto della sua manipolazione, J/ soggetto
diviene l'oggetto più proprio di se stesso, l'uomo di-
viene il creatore di sé. A questo proposito, anzitutto,
non è importante il fatto che queste possibilità di
mutazione e di sovvertimento di sé, per i motivi più
vari e nelle direzioni più diverse, siano relativamente
scarse. Decisivo è che l’uomo sia giunto all'idea di
una simile autotrasformazione, che veda già la pos-
sibilità di realizzarla, anzi abbia intrapreso a porla
in atto». L'originale testata della rivista viene così
ad assumere un significato più pregnante. Oggi noi
sentiamo che la nuova civiltà — di cui viviamo i
palpiti iniziali forse senza pienamente avvertirli —
sta realmente modificando il mondo che non può più
reggersi unicamente ed esclusivamente sulle colonne
antiche e tradizionali del pensiero e della civiltà oc-
cidentali, ma assumere veramente impostazioni e di-
mensioni mondiali e planetarie. Le distanze annullate
uniscono ormai anzi che dividere, e nonostante le ap-
parenze, la diversità delle esperienze si riassume in
un'unica appassionante esperienza umana. Il progres-
so della scienza e della tecnica ha svolto un ruolo
insostituibile e ha consentito al mondo di intuire con
immediatezza la possibilità di una sua concreta e so-
stanziale unità. Spetta naturalmente all'uomo, intel-
ligenza e volontà capaci di operare le sintesi, di rea-
lizzare la nuova civiltà senza attendersi dalla scienza
e dalla tecnica ciò che esse non possono per loro natura
esprimere ; ma anche la moralità e la spiritualità —
termini indissociabili dal progresso della storia — pos-
sono trovare nello sviluppo tecnico-scientifico, attra-
verso l'uomo, una nuova incarnazione. In questo con-
testo la rivista viene a vivere una sua terza fase, in
cui i termini culturali che essa intende esprimere at-
traverso l'evidenza dei grandi fatti che ci accompa-
gnano, spaziano in confini più ampi, riconoscendo la

fondamentale unità verso la quale il mondo si avvia :

unità geografica ed intellettuale, unità morale e spi-
rituale. Non che il processo sia facile e limpido, ma
la tendenza è evidente. Ed è per questo che, senza gli
assurdi ottimismi che velano sempre la realtà, anche
la rivista vorrà tener conto delle nuove prospettive
che si aprono ed approfondire i temi che le si pongono
innanzi, continuando nella tradizione e rinnovandosi
quanto è necessario perché la tradizione non divenga
stanca. I consensi fin qui ottenuti, di cui la qualifi-
catissima collaborazione internazionale che appare in
questo numero è un segno e una conferma, fanno pen-
sare fondatamente che la presenza di Civiltà delle
Macchine nel mondo delle riviste di autentica cultura
non solo abbia una sua validità ma rappresenti un
tentativo singolare e fecondo per tradurre in termini
culturali, profondamente innestati nell'esperienza uma-
na, il travaglio di civiltà che caratterizza questo no-
stro tempo »,





40

Case
unifamiliari

in acciaio

{Le illustrazioni contenute în questo articolo sono state riprodotte
dall'edizione italiana dell’ Ufficio Italiano Sviluppo Applicazioni
Acciaio di Milano del volume “Case unifamiliari în acciaio” di
Helmuth Odenhausen).





Progetto tedesco per una casa prefabbricata *C

nuta presente la possibilità di una prod in serie,

”. Nella prog i di

PP9iS

casa prefabbricata è stata te-

do nel e po i desideri del committente, in quanto,

impiegando un numero limitato di tipi di elementi costruttivi, è possibile variare sia la pianta sia la disposizione degli
ambienti, Nel caso di variazione della pianta, resta fisso il nucleo dei servizi e le dimensioni lineari devono essere un

multiplo del modulo base di 1,13 metri.

«Non costituisce novità rilevare come in
Italia, purtroppo, manchi una esauriente pro-
duzione bibliografica riguardante l’applica-
zione dei nuovi processi costruttivi nel cam-
po dell’edilizia e in particolare per l’acciaio e
per la prefabbricazione. Lo studioso, il ricer-
catore, il progettista che desiderino documen-
tarsi in materia sono costretti nella maggio-
ranza dei casi a rivolgersi a pubblicazioni di
altri paesi, dove lo sviluppo dell’industrializ-
zazione in campo edilizio ha raggiunto un
alto livello e quindi ha facilitato il manife-
starsi di una letteratura specializzata ».

Abbiamo tolto questa citazione dalla pre-
fazione che l’architetto Enrico Mandolesi ha
scritto per presentare ai lettori italiani la tra-
duzione di un’opera che ha suscitato molto
interesse tra gli ingegneri, gli architetti e i
costruttori del nostro paese. Si tratta del vo-
lume “Case mifamiliari in acciaio” dovuto ad
uno dei maggiori specialisti tedeschi in
costruzioni metalliche, l'ingegnere Helmuth
Odenhausen, e pubblicato in Germania a cura
del “Beratungsstelle fiir Stahlverwendung” di
Diisseldorf.

L’iniziativa di tradurre in italiano quest’ope-
ra è stata presa dall’ Ufficio Italiano Sviluppo

Applicazioni Acciaio (UISAA) di Milano, che
svolge in Italia una efficace azione in favore
della conoscenza degli impieghi dei prodotti
siderurgici.

Viene giustamente sottolineato come il me-
rito dell’editore italiano non si risolva tanto
nella fatica, seppur notevole, di tradurre un
testo, ma consista soprattutto nell’aver saputo
scegliere un’opera che pur non superando i
limiti di un’oculata ed ampia esemplificazione,
è destinata a dare senz'altro un sensibile con-
tributo alla diffusione in Italia della conoscen-
za del costruire in acciaio, soprattutto nel set-
tore interessantissimo dell’edilizia residenziale.

L’opera di Odenhausen documenta, attra-
verso una ricca scelta di fotografie, prospetti,
piante e dettagli costruttivi, quanto di meglio
è stato fatto nel mondo nel campo delle case
unifamiliari realizzate in acciaio, siano esse
vere e proprie ville oppure abitazioni prefab-
bricate.

Per il lettore italiano, la parte di maggiore
attualità e spiccato interesse è appunto quella
che si riferisce alla prefabbricazione, al cui
sviluppo possono dare nel nostro paese un
apporto sostanziale i sistemi costruttivi in
acciaio.





“Progetto Costanze”., La cucina con
l’angolo adibito a tinello. Il collega»
mento dei vari elementi viene effet-
tuato mediante bulloni e il montag-
gio può essere eseguito anche da
operai non specializzati.

Qualcuno potrà chiedersi come mai si ri-
volga oggi tanto interesse alle case unifami-
liari, mentre lo spirito del nostro secolo è for-
temente orientato verso tendenze collettivisti-
che, verso la produzione e il consumo di
massa di beni unificati, il livellamento delle
abitudini di vita e di esigenze culturali, l’in-
terdipendenza funzionale nella vita comune.

Tutto questo, osserva l’autore, ha portato
grandi vantaggi all'uomo, liberandolo da mil-
lenarie schiavitù, ma rischia ora di condurlo
alla perdita di molti valori umani, sacrificati
sull’altare della funzionalità.

L’istituto familiare è per Odenhausen uno
degli elementi che possono ridare forza a co-
desti valori indeboliti dal progressivo annul-
lamento dell’individuo nella collettività. Ma
come può farlo, in un mondo in cui la famiglia
ha sempre meno occasioni di trovarsi vera-
mente unita, di costituire un “rifugio” dalla
massa, un antidoto alla tendenza a vivere col-
lettivamente? Perché possa assolvere al suo
compito, è necessario alla famiglia un am-
biente adatto, che Odenhausen identifica ap-
punto nella casa unifamiliare, « quella — egli
dice — che meglio assolve alle esigenze del-
l’abitare, in quanto meglio serve a tutelare

4



41

e

La pianta della “casa Costanze”: notare al centro il nucleo

dei servizi.
La copertura



di lamiere di nervate

di 1,2 millimetri di spessore, sulle quali sono posti uno strato
di materiale isolante e cartone bitumato: in analogo modo
sono formate le pareti esterne,

l’unità della famiglia e la personalità degli
individui che la compongono. Quando questo
tipo di casa, come spesso accade, è di pro-
prietà di coloro che in essa vivono, allora
raggiunge l’optizum dell’abitabilità, poiché
consente grande elasticità nell'adattamento al-
le esigenze notevoli della vita familiare ». La
casa in cui vive una sola famiglia, in conclu-
sione, distacca l’uomo dalla comunione for-
zata con gli altri individui, « pone le basi per
una benefica ricreazione, in perfetto riposo e
in sostanza per un vivere migliore ».

La Germania del ‘miracolo economico”
trova nelle parole di Odenhausen una delle
sue più caratteristiche espressioni: il fatto che
su cinque milioni di famiglie della Repubblica
Federale che aspiravano ad abitare in una
casa unifamiliare (il tipo cioè più costoso di
casa), un milione siano divenute proprietarie
nel decennio 1949-59, ne costituisce una elo-
quente conferma.

In Italia, il problema della casa non si pone
certamente in questi termini. Molte cose tut-
tavia stanno mutando anche da noi. A coloro
ai quali spetta il compito di prevedere certe
tendenze o addirittura di stimolarle, non può
sfuggire l’importanza di un orientamento come

quello espresso nel libro di Odenhausen e
suffragato da una serie così ampia e convin-
cente di esemplificazioni.

Costruire un edificio in acciaio non signi-
fica semplicemente sostituire ai materiali tra-
dizionali, ai mattoni, al cemento, al legno,
un materiale nuovo, ma implica un distacco
da tutti i canoni tradizionali, l'adozione di
criteri costruttivi e di soluzioni architettoniche
completamente nuove e diverse.

Nel campo dei grandi edifici in acciaio sono
state compiute, specialmente in America, ap-
profondite esperienze e le tecniche relative
hanno raggiunto un alto livello di perfezione.
Esiste ormai tutta una vasta organizzazione
produttiva, su scala industriale, che consente
di raggiungere costi di costruzione economici,
in grado di competere con i vecchi sistemi.

AI conseguimento di questa “economia del
costruire” intesa come migliore sfruttamento
del materiale, ha notevolmente contribuito
l’introduzione dell’acciaio laminato, che si è
gradualmente imposto su vasta scala.

Una simile evoluzione tecnica è stata ac-
compagnata ed anzi favorita dal ritorno ad
una maggior sensibilità per i valori spaziali
dell’architettura, dopo una parentesi di acca-



42





Una fase del montaggio della struttura metallica di una “casa con pannelli-parete smaltati”, Dati i risultati positivi riscontrati in questa casa, il
La caratteristica di questa casa è data dall’adozione di pannelli di acciaio smaltati, smal- costruttore è stato incoraggiato ad effettuare la realiz-
tatura che, oltre a costituire la protezione degli elementi di parete, è nel c di più e plari perfezi do il procedi o
espressione architettonica, In particolare, essa resiste ottimamente agli agenti atmosferici costruttivo e cioè predisponendo gli elementi costitutivi

ed i colori sono da ritenersi pressoché inalterabili.

in serie secondo una produzione industriale,

































































Di [ i
1]
il nueleo è fissato al basamento in muratu- la copertura ed il pavimento sono completamente si-
ra: viene alzata una parte della copertura stemati; una delle due pareti laterali è già montata





= TTT mmm











































































“Casa con sistema a cerniera” in fase

di montaggio. In questo singolare pro-
getto francese la casa è stata studiata
in modo da ridurre al minimo possi-
bile il lavoro di montaggio.

le pareti frontali vengono siste- alzato del fronte
mate nella loro posizione definitiva

Su di un basamento in muratura, nel quale sono sistemate le scale, viene fissato il nucleo
centrale contenente la cucina ed i servizi ed al quale sono collegati mediante cerniere
gli elementi costituenti le pareti esterne, il pavimento e la copertura: per il trasporto sul
luogo di montaggio questi elementi non occupano praticamente spazio, in quanto sono
ripiegabili. I disegni illustrano quattro fasi di montaggio.



È; i

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ni

dh

n



“Le case inglesi B.I.S.F.". Costruite su pro-
posta della British Iron and Steel Federation
di Londra, vennero progettate e realizzate
durante l’ultima guerra per far fronte alla
prevedibile enorme richiesta di case unifa-
miliari che si sarebbe verificata alla fine del
conflitto.

Le case raffigurate nella foto in alto sono
costruite con profilati laminati a caldo e con
capriate in tubi pure di acciaio fornite di-
rettamente al cantiere come elementi pre-
fabbricati.

qui a fianco e in basso a sinistra: montaggio
dei telai in acciaio delle finestre al piano
terreno e al primo piano.

sotto: la scala in acciaio dopo il montaggio.



43

demismo e di retorica. Oggi in tutto il mon-
do si tende alla costruzione “leggera”, a
sostituire cioè ad una massa omogenca di
materiali tradizionali elementi leggeri con
compiti staticamente e funzionalmente ben
definiti.

La costruzione in acciaio, con la rinuncia
ai muri spessi e ai pilastri di grande sezione,
offre la possibilità di sfruttare razionalmente
lo spazio, di realizzare una certa economia sui
costi del terreno e delle fondazioni, e di di-
minuire anche il tempo (e quindi il costo)
necessario per costruire la casa. L'acciaio inol-
tre facilita l’industrializzazione delle costru-
zioni, ed è questo un altro elemento di eco-
nomia.

La mèta ideale da raggiungere è una pro-
duzione in serie di elementi da costruzione
normalizzati e di largo smercio su vasti mer-
cati. Si tratta, in sostanza, di applicare all’edili-
zia le tecniche oggi universalmente adottate nel
campo della produzione delle automobili, dei
frigoriferi eccetera. Dal punto di vista tecnico,
non esiste infatti alcun ostacolo alla produ-
zione ‘a catena” di case prefabbricate. Perché
si sviluppi un’industria del genere occorre
solo che vi siano degli acquirenti, cioè che si
crei un mercato. Da anni tecnici e uffici in-
teressati studiano dal punto di vista industriale
il problema della progettazione di case eco-
nomiche prefabbricate. La domanda che essi
si pongono è soprattutto questa: fino a che
punto conviene estendere la prefabbricazione?

Gli industriali sostengono generalmente
che bisogna portarla fino alle estreme conse-
guenze per poter ottenere un risultato eco-
nomico apprezzabile. Gli architetti affermano
invece che la standardizzazione completa por-
terebbe ad una eccessiva uniformità di tipi
di case: tutti avrebbero la casa uguale, diversa
al massimo nei colori o in qualche elemento
accessorio, come oggi avviene per le auto-
mobili.

Per il momento, si prefabbricano solo ele-
menti singoli (come gli infissi o i blocchi-ser-
vizi).

Molto giustamente Odenhausen osserva
che la difficile soluzione del problema dal
punto di vista dei costi (soluzione che aprirà
la strada, forse, ad una completa prefabbrica-
zione), presuppone anche una soluzione sul
piano del gusto, aspetto quest’ultimo che è
legato a quello economico più di quanto co-
munemente non si creda.

Il tempo in cui sceglieremo la nostra casa
sfogliando un catalogo o “provando” un cam-
pione, come si fa con l’automobile o con il
motoscooter, è ancora molto lontano, proba-
bilmente, almeno per noi. C'è da augurarsi
che, oltre al problema, essenziale, del costo,
quello della “individualità” della casa, il pro-
blema di evitare che essa diventi un altro bene
unificato per il consumo di massa, si imponga
con altrettanto peso.

Parlare della casa come di un indice di ci-
viltà, come di uno strumento di ricupero dei
valori spirituali e umani dell’individuo, non
sarebbe in caso diverso che un'illusione come
tante altre.



di

La Finsider

aumenta il capitale

Il 27 febbraio 1963 ha avuto luogo a Roma l’as-
semblea straordinaria della nostra capogruppo Finsider
al termine della quale è stato approvato un aumento
del capitale sociale di 47.124.000.000 di lire,

Il presidente, cav. del lav. prof. Ernesto Manuelli,
ha dato lettura alla relazione del consiglio di ammi-
nistrazione che illustra i motivi e le modalità della
operazione.

Riteniamo possa interessare i nostri lettori pub-
blicare, in luogo del consueto «panorama siderur-
gico», un ampio stralcio della relazione e delle deli-
berazioni prese.

«Signori azionisti,

come a Voi noto, la Vostra società è impegnata
nella realizzazione di un importante programma di
investimenti, volto ad adeguare sempre più la strut-
tura della siderurgia italiana alle esigenze della nostra
economia,

Pur con ritmo variamente accentuato, l'espansione
del consumo di acciaio in Italia è stata una delle carat-
teristiche più notevoli dello sviluppo del nostro paese.

I primi dati per l’anno 1962 indicano che il consu-
mo ha raggiunto gli 11,9 milioni di tonn., pari a
237 kg. pro capite, con un incremento di oltre il 10%
sull'anno precedente: risultato notevole, se si tiene
conto che appena 3 o 4 anni fa eravamo intorno ai
150 kg. L’attuale livello di consumo, anche se più
adeguato alle caratteristiche che il nostro paese è
andato assumendo in questi ultimi anni (corrisponde
a quello della Francia di circa 7 anni fa), è tuttora
lontano dalla saturazione e tale invece da lasciare ampi
margini per ulteriori sviluppi, se si tiene conto che
nei Paesi più industrializzati il consumo raggiunge
5-600 kg. pro capite.

La produzione di acciaio in Italia, dal canto suo,
ha raggiunto nel 1962 i 9,5 milioni di tonn. circa,
con un incremento del 4% sull’anno precedente e del
170% negli ultimi 10 anni.

Ed è da rilevare che questi traguardi produttivi,
ai quali le società del Gruppo hanno partecipato per
il 56,8%, rappresentano uno sfruttamento vicino al
massimo delle capacità disponibili.

Esiste pertanto tuttora uno sfasamento tra consu-
mo e capacità di produzione che, seppure non desta
alcuna preoccupazione per quel che riguarda le condi-
zioni di approvvigionamento — sia per quantità che
per prezzi — data la piena intercomunicazione dei
mercati, specie nell’ambito C.E.C.A., la Vostra so-
cietà intende eliminare con gli investimenti in corso.

Nella relazione del Vostro consiglio all'assemblea
straordinaria del 26 febbraio 1960, che deliberò l’ul-
timo aumento di capitale, vennero indicati due obiet-
tivi, uno a medio termine, per il 1963, uno a più lunga
scadenza, per il 1965.

Siamo lieti di comunicarVi che l’obiettivo allora
indicato per l’anno in corso, e cioè di una capacità
di 3,7 milioni di tonn. di ghisa e di 5,5 milioni di tonn.
di acciaio negli stabilimenti esistenti, è stato raggiunto
ed anche superato.

Con la realizzazione del nuovo grande altoforno
di Cornigliano, con il potenziamento della fase ghisa
a Piombino, con l’aumentata produttività delle acciaie-
rie di Cornigliano, Piombino e Bagnoli — grazie
all'introduzione delle tecniche all’ossigeno — si sono
infatti ottenuti notevoli incrementi di capacità pro-
duttiva. Inoltre, nel campo della laminazione, è stato
completato il nuovo grande stabilimento di Novi Li-
gure — entrato in funzione in questi giorni — capa-
ce di produrre in questa prima fase 650.000 tonn.
annue di lamierini a freddo,

Il Gruppo è pertanto impegnato nella realizzazione
degli obiettivi a più lungo periodo che, indicati in
7,2 milioni di tonn. di acciaio, sono stati ora portati,

tenendo presente l’espansione in atto del mercato
italiano, a 7,5 milioni di tonn. per la ghisa ed a 10,3
milioni di tonn. per l’acciaio, come previsto nel piano
quadriennale 1963-1966, formulato in stretta collabora-
zione con l’I.R.I. ed inserito nei programmi del’Istituto.

Si tratta di un traguardo di vasta portata, che, in-
sieme alle possibilità di soddisfare direttamente i pre-
visti incrementi della domanda e di alimentare una
adeguata esportazione, consentirà il raggiungimento
di una struttura produttiva sempre più consona alle
esigenze di una grande e moderna siderurgia.

Le linee di questo sviluppo sono quelle che hanno
guidato i nostri programmi, di ricostruzione prima, e di
espansione poi, e che qui vogliamo soltanto richiamare:
— accentuazione dell’orientamento costiero e conse-
guente ricorso al ciclo integrale per tutte le nuove pro-
duzioni di acciaio;

— accrescimento delle dimensioni delle singole unità
produttive, in conformità con gli orientamenti tecnici
ed economici oggi prevalenti, unitamente ad una più
spiccata specializzazione produttiva;

— sviluppo delle capacità di laminazione in corrispon-
denza della incrementata produzione di greggio, specie
nel settore dei laminati piani, secondando le indica-
zioni sulla evoluzione dei consumi;

— ulteriore ammodernamento delle installazioni esi-
stenti, introduzione ovunque dei più economici pro-
cessi produttivi e sviluppo di particolari produzioni
di qualità nei centri non a ciclo integrale.

La parte essenziale del programma riguarda:

a) i due grandi centri a ciclo integrale di Bagnoli
e Cornigliano, dove l'impostazione degli impianti
previsti nei precedenti piani di investimento è stata
adeguata alle esigenze dei nuovi incrementi produttivi.

Questi due stabilimenti raggiungeranno ciascuno
una potenzialità produttiva dell'ordine di 2 milioni
di tonnfanno di acciaio greggio, avvicinandosi così
ai limiti massimi della loro espansione. Il maggiore
quantitativo di acciaio disponibile presso questi centri
verrà utilizzato con il potenziamento delle produzioni
nelle quali ciascuno di essi è già oggi specializzato:
laminati piani a caldo e rivestiti (lamierino zincato e
banda stagnata) per lo stabilimento di Cornigliano,
profilati e nastri stretti per lo stabilimento di Bagnoli;

b) lo stabilimento a ciclo integrale di Piombino,
raggiungerà nel 1966 una dimensione di 2,5 milioni
di tonn., mentre è già impostato un piano regolatore
per ulteriori espansioni produttive, consentite dalla
disponibilità di vaste aree.

Questo stabilimento, oggi specializzato nel settore
dei profilati, incrementerà tali produzioni, con l’ag-
giunta dei nastri, in parte trasformati in loco in tubi
di piccolo diametro;

€) il nuovo centro a ciclo integrale di Taranto, il
cui reparto di fabbricazione tubi saldati di grande
diametro è già entrato in funzione nel settembre 1961.
Anche per questo stabilimento, la capacità iniziale di
produzione, sarà di poco superiore ai 2 milioni di
tonn., ma suscettibile di successivi notevoli incrementi.
Il settore di specializzazione di questo centro è costi-
tuito dai laminati piani e dai tubi saldati, che verranno
sviluppati anche nei tipi di medio diametro;

d) gli impianti di Terni dove — a fianco delle
attuali produzioni — verrà sviluppata quella degli
acciai inossidabili e magnetici, con un impianto che,
per capacità produttiva e modernità di concezione,
sarà tra i maggiori del mondo;

€) le nuove iniziative — di minor impegno finan-
ziario, ma di notevole importanza tecnica ed econo-
mica, in quanto completano l’attività di una grande
siderurgia — nel campo della carpenteria e dei pre-
fabbricati metallici.

In questo quadro vogliamo inoltre sottolineare il
particolare impulso che — in armonia con l’importanza
assunta dalle produzioni del Gruppo — verrà dato
al settore delle ricerche, mediante la costituzione di
un apposito importante centro sperimentale di metal-
lurgia al quale parteciperanno 1’ LR.I., altre finanzia-
rie del Gruppo, nonché alcuni grandi complessi in-
dustriali italiani.

Gli investimenti necessari al programma qui trat-
teggiato per grandi linee, sono di 665 miliardi di lire.

Lo sforzo anche sotto l’aspetto finanziario è quindi di



RIVISTA ITALSIDER - segreteria di

redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -

via Corsica 4 - Genova - telefono n. 5999. La riproduzione è subordinata alla citazione della fonte.

Stampa: AGIS - Stringa - Genova, Clichés: Altimani - Milano, Ceriale - Genova, Denz - Berna,

Carta Solex.

vasta portata ed impegna il Gruppo in modo rilevante.

Desideriamo però sottolineare che abbiamo già
assicurata la copertura di una parte notevole di questo
fabbisogno, sia attraverso gli ammortamenti degli
impianti esistenti e di quelli che a man a mano en-
treranno in esercizio; sia attraverso l'assistenza del-
I'LR.I. e l'accensione di importanti mutui con le
principali istituzioni finanziarie italiane ed interna-
zionali, le quali, attentamente vagliando e pienamente
riconoscendo la validità delle nostre iniziative, hanno
appoggiato in questo modo i nostri programmi.

Possiamo inoltre ricordare l'operazione speciale
connessa con l'impianto di Taranto di cui Vi abbiamo
già dato notizia.

Queste coperture attuali e le ulteriori prospettive
ci consentono di guardare alle nostre realizzazioni ed
agli impegni ad esse conseguenti con tutta fiducia.

Nell’esatta prospettiva dei problemi ed in una
organica visione di tutti gli aspetti ad essi connessi,
abbiamo tuttavia ritenuto necessario chiamare anche
Voi, Signori Azionisti, a partecipare con il Vostro
contributo alle realizzazioni del Gruppo, proponen-
doVi un aumento del capitale sociale.

Questo aumento è giustificato oltretutto dalla ne-
cessità di ristabilire un miglior equilibrio fra capitale
sociale, di 94,248 miliardi di lire, e partecipazioni, che,
nell'ultimo bilancio approvato ammontavano a 220
miliardi di lire. In particolare, dall’ultimo aumento di
capitale del febbraio 1960 al gennaio di quest'anno,
le partecipazioni sono aumentate, ai valori di carico,
di oltre 120 miliardi di lire. Questo incremento è
dovuto principalmente agli aumenti di capitale inter-
venuti presso le nostre principali consociate, nonché,
in minima parte, alla costituzione di nuove società.

L’aumento che qui Vi proponiamo si giustifica
anche con la prudenza con la quale siamo soliti affron-
tare i problemi connessi con la realizzazione del piano
di sviluppo. Come Vi abbiamo più sopra accennato,
la copertura degli impegni finanziari è già assicurata
per un buon periodo di tempo. La Vostra società
tende tuttavia non soltanto ad una copertura equili-
brata fra le varie fonti di finanziamento del proprio
fabbisogno, ma vuole anche che questa copertura esi-
sta con anticipo rispetto alle scadenze, in quanto non
intende correre l’alea di dover ricorrere a finanzia-
menti onerosi. per far fronte di volta in volta agli
impegni più urgenti. .

D'altra parte occorre Vi rendiate esatto conto delle
prospettive che Vi offre la Vostra società, la quale
oggi non solo costituisce il primo gruppo siderurgico
d’ Europa, ma tende a rafforzare questa sua posizione
con il programma in corso e non soltanto per dimen-
sioni produttive ma anche per modernità ed efficienza
di impianti.

Prospettive quindi favorevoli a breve termine, in
quanto, sulla base delle risultanze dei bilanci testè
chiusi dalle maggiori società del Gruppo, potremo
nel corrente esercizio assicurare alle azioni la stessa
remunerazione dello scorso anno; ancor più favore-
voli per l'avvenire, quando l'imponente programma in
corso sarà completato.

Riteniamo che in questo quadro il contributo che
oggi Vi chiediamo possa essere messo nella giusta
luce e risultare suscettibile di soddisfazioni»,

Alla relazione è seguita un’approfondita discussione
e - dopo ulteriori ragguagli e precisazioni forniti dal
presidente - l'assemblea, conformemente alle proposte
del consiglio di amministrazione approvate dal col-
legio sindacale e subordinatamente all’ottenimento delle
prescritte autorizzazioni, ha deliberato all'unanimità:

-) diaumentare il capitale sociale da L. 94.248.000.000
a L. 141.372.000.000 mediante emissione di n. 94.248.000
azioni da L. 500 cadauna, godimento 1° marzo 1963,
da offrire in opzione agli azionisti, in ragione di una
azione su due possedute, alla pari, più sovrapprezzo
di L. 100 e rimborso spese di L. 25;

=) di lasciare facoltà agli azionisti, all’atto della
sottoscrizione, di liberare interamente le azioni ovvero
di versare i cinque decimi del capitale e del sovrap-
prezzo, rinviando il versamento dei successivi cinque
decimi a data non anteriore all’aprile 1964, nei termini
e con le modalità che saranno tempestivamente sta-
biliti dal consiglio di amministrazione.;

-) di modificare conseguentemente l’art. 5 dello
statuto sociale.

Le deliberazioni assembleari saranno rese esecutive
entro il mese di marzo.

pro

ritcnià.

a allena fai

VA sir

= ita ta










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