Rivista Italsider, n. 3, 1962

Contenuto

Rivista Italsider, n. 3, 1962
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Rocco Borella - "Ricordo di fonderia" (1959).
Seconda di copertina: Pietro Consagra, "Colloquio con il vento", scultura mobile realizzata nello stabilimento di Savona.
Terza di copertina: la scultrice americana Beverly Pepper al lavoro nell'officina del Centro Siderurgico di Piombino.
Quarta di copertina: doccione in ferro del XVI secolo sulla gronda della Basilica di S. Maria in Valvendra, a Lovere.

Immagini in evidenza:
- Una lavorazione meccanica dello stabilimento SIAC dell'Italsider: un grande rotore di acciaio fucinato in fase di tornitura (p. 8)
- Una veduta di lamiere grosse sul piano di raffreddamento del laminatoio "3750" in attesa di passare alla linea di finitura a freddo (p. 11)
- La "Vespa" disegnata da Corradino D'Ascanio ed Enrico Piaggio (p. 25)
- La "Supernova Julia" della Necchi, disegnata da Marcello Nizzoli (p. 25)
-Genova con il suo emporio portuale (p. 28)
- Momento di montaggio del "dritto" nel cantiere: il grande ponte-gru ha sollevato il pezzo e lo porterà poi all'altezza della poppa della nave (p. 30)

Sommario:
- Mercato Comune Europeo: prospettive per il gruppo IRI, p. 1
- Lo stabilimento Siac di Campi, p. 6
- Prima giornata di lavoro, p. 12
- La siderurgia italiana a Mosca, p. 17
- Valore estetico e sociale del disegno industriale, p. 22
- I problemi della stampa aziendale, p. 31
Data testuale
1962 giugno- luglio
Consistenza
pp. 36
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/10
Collocazione
Emeroteca
contenuto
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RIVISTA ITALSIDER



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la copertina : Rocco Borella «Ricordo di

fonderia» (1959)

Rocco Borella è nato a Genova nel 1920,
dove vive e lavora. Insegna al Liceo Artistico,
all'Accademia di Belle Arti e alla Scuola pro-
fessionale di Stato per le attività siderurgiche
“A, Odero” funzionante, come noto, all’inter-
no dello stabilimento “Oscar Sinigaglia” del-
l'Italsider, a Cornigliano. Ha iniziato la sua
attività di pittore nel 1939. Ha partecipato alle
Biennali di Venezia e di San Paolo del Brasile,
alla Quadriennale di Roma, al Premio Apol-
linaire 1962 e ad altre esposizioni. Ha tenuto
mostre personali in Italia e all’estero.

fe controcopertine: due delle opere destinate alla
mostra “Sculture nella città” di Spoleto, rea-
lizzate nelle officine degli stabilimenti Italsider.
2° di copertina: Pietro Consagra, «Colloquio
con il vento», scultura mobile realizzata nel-
lo stabilimento di Savona.

3° di copertina: la scultrice americana Beverly
Pepper al lavoro nell’officina del Centro
Siderurgico di Piombino.

$° di copertina: doccione in ferro del XVI
secolo sulla gronda della Basilica di S. Maria
in Valvendra, a Lovere.

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - alti forni e acciaie-
rie riunite Ilva-Cornigliano

Anno III - n. 3 - giugno-luglio

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile : Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

Mercato Comune Europeo:

prospettive per il gruppo IRI pag. i
Lo stabilimento Siac di Campi » Ò
Prima giornata di lavoro » 12
La siderurgia italiana a Mosca ” 17
Valore estetico e sociale del disegno
industriale » 22
I problemi della stampa aziendale » 31

Mercato Comune Europeo:
prospettive per il gruppo IRI

Mentre st discutono ? problemi velatici all'inserimento della Gran Bretagna nel Mercato
Comune Europeo, ci sembra interessante pubblicare uno studio del nostro collaboratore eco-
nomico, professor Glauco Della Porta (eletto qualche settimana fa sindaco di Roma).
Nello scritto, che riprendiamo da «Notizie IRI», viene fatto con chiarezza il punto della situa-
zione, riassumendo quanto è stato realizzato fino ad ora per raggiungere gli obiettivi previsti dal
Trattato di Roma, illustrando i problemi che ci attendono nel prossimo quadriennio, ed esaminando
le possibilità che il Mercato offre alle nostre industrie,

1. Premessa

Il 31 dicembre 1961 è scaduto il primo quadriennio del periodo transitorio del Mer-
cato Comune Europeo, la cosiddetta prima tappa, e con il 1° gennaio 1962 si è avuto, sia
pure con qualche difficoltà, il passaggio al secondo quadriennio, alla seconda tappa. Quale
è il bilancio della prima tappa in termini di attuazione delle norme del Trattato di Roma
e, soprattutto, qual’è il valore del passaggio alla seconda tappa? Facciamo innanzitutto un
sintetico bilancio del passato. Per gli scambi commerciali il Trattato prevede l'eliminazione
progressiva delle tariffe doganali e dei contingenti d'importazione. Nel campo dei prodotti
industriali, si è proceduto ad una riduzione del 40% delle tariffe doganali nazionali. In quan-
to alla tariffa esterna comune, che interessa unicamente i prodotti industriali, per ciascun
paese membro è stato effettuato un primo livellamento del 30% alla data del 31 dicembre
1960 e un secondo livellamento del 30% dovrebbe intervenire nel corso della seconda tappa,
vale a dire entro la fine del 1965. Per quanto concerne i contingenti d'importazione quelli
relativi ai prodotti industriali sono stati completamente aboliti. Più difficoltosa e ancora in-
completa è stata l'applicazione delle norme in materia fiscale — ci si è limitati sinora a studi
e conversazioni in materia di livellamento delle imposte dirette applicate alle società, al-
l'ordinamento delle “ holdings" e alle tasse che gravano i movimenti di capitale — e in ma-
teria sociale. Nei riguardi di tale ultimo problema le questioni rilevanti sono: 4) eguaglian-
za dei salari maschili e femminili, per la quale si sono avute notevoli divergenze tra i mem-
bri circa l’interpretazione delle norme del Trattato; è) libera circolazione dei lavoratori, per
la quale l'applicazione delle norme verrà eftettuata in maniera progressiva; la prima fase
avrà la durata di due anni, durante i quali i lavoratori potranno adire solo eccezionalmente,
ed entro determinati limiti, ai mercati nazionali del lavoro. Ancora più difficile e complessa
è stata, ed è tuttora, l'applicazione delle norme in materia di trasporti, anche perché in tale
campo il Trattato si esprime in modo oscuro, il che ha dato luogo a profonde disparità di
interpretazione delle norme. Alcuni paesi, infatti, considerano i trasporti come un servizio
pubblico il cui virtuale deficit va accollato al bilancio dello stato; altri paesi, invece, consi-
derano questi servizi alla stessa stregua di una impresa privata. La commissione della
Comunità Economica Europea (CEE) ha presentato su tale problema un memorandum
nel quale viene raccomandata l'adozione di taluni principi: eguaglianza di trattamento,
autonomia finanziaria delle imprese e loro libertà di azione, libertà di scelta dell'utente
e coordinamento degli investimenti, adozione della cosiddetta «tarifta a forchetta » che
lascia alle imprese una certa elasticità di azione. Estremamente complessa, infine, è risul-
tata l'applicazione delle norme del Trattato in materia agricola per la quale, come è noto,
si è rischiato un « sur place » di un anno dall’entrata nella seconda fase.

Se questo è lo scheletrico bilancio della prima tappa, cosa comporta il passaggio alla
seconda tappa?

Due sono i più importanti effetti di tale passaggio. Il primo riguarda l'abbandono della
recola della unanimità per quella della maggioranza qualificata da parte del consiglio dei
ministri della CEE per le decisioni in alcune importanti questioni quali: quella riguar-
dante la realizzazione del programma generale relativo all'attuazione del diritto di stabilimen-
to, quella concernente l'attuazione della libera prestazione dei servizi, quella relativa all’elimi-
nazione dei contingenti, quella a proposito del riavvicinamento delle legislazioni in materia di
concorrenza nel Mercato Comune, e così via. Il secondo concerne il divieto fatto a uno
stato membro di imporre ai trasporti, effettuati nell’ambito comunitario, prezzi e condizioni



che comportino qualsiasi elemento di sostegno
o di protezione nell’interesse di imprese o in-
dustrie particolari.

Se e vero che all’inizio del Mercato Comu-
ne solo poche persone pensavano che le mag-
giori difficoltà al processo di integrazione sa-
rebbero venute dai problemi interni dianzi ac-
cennati, è tuttavia altrettanto vero che oggi,
all'inizio della seconda tappa, i problemi più
difficili da affrontare sono quelli posti dall’e-
sterno, in particolare quelli posti dal confluire
nella CEE dei paesi terzi, segnatamente di gran
parte dei paesi dell’ EFTA (Associazione Eu-
ropea di libero scambio) e quelli concer-
nenti la modifica delle relazioni giuridiche dei
territori africani con i paesi membri della CEE,

Circa i paesi oltremare è noto che fu decisa,
a suo tempo, una forma di associazione della
durata di cinque anni che scade quest'anno,
Ora, pertanto, si pone il problema del rinnovo
dell’associazione, ma al posto dei territori di-
pendenti associati del 1958 -la CEE si trova
oggi ad avere di fronte una ventina di stati
indipendenti, dei quali la maggior parte ha de-
ciso di rimanere associata a condizione che sia-
no apportati determinati emendamenti al rego-
lamento dell’associazione. La commissione
della CEE ha proposto: «) l’istituzione di un
consiglio dei ministri comune alla CEE e ai
paesi oltremare; 4) il finanziamento degli scam-
bi atti a creare casse di stabilizzazione dei costi
delle materie prime; «) l'assicurazione di una
assistenza tecnica e finanziaria con la conces-
sione, accanto al doni puri e semplici, di pre-
stiti rispondenti meglio alle aspirazioni dei pae-
si oltremare e l'aumento dei mezzi del fondo
di sviluppo dei territori oltremare. ‘Tuttavia
sono notevoli le divergenze tra i paesi membri
in materia di contingentamento o meno di al-
cuni prodotti tropicali, mentre i paesi oltre-
mare richiedono la stabilità dei prezzi delle ma-
terie prime per la stipulazione di accordi a
lungo termine. Su tale problema si innesta, poi,
quello dei rapporti con i paesi dell'America
latina ai quali taluni membri della CEE, in
particolare l’ Italia, sono legati da vincoli cul-
turali ed economici. Un accordo tra la CEE
e il giovane Mercato Comune latino-americano
sembra, quindi, non solo auspicabile ma utile.

Quanto all'associazione dei paesi terzi la
Grecia è stata ammessa, ma la sua entrata uf-
ficiale deve essere ancora ratificata dalla mag-
gioranza dei parlamenti dei « Sei » in conside-
razione degli impegni finanziari che tale am-
missione comporta. Così sono in corso trat-
tative con la Turchia e un accordo di massi-
ma è stato raggiunto sulla formula di asso-
ciazione: periodo preparatorio di cinque anni
e aluto finanziario immediato senza contropar-
tita. Infine, il Regno Unito, la Danimarca,
l’ Irlanda, l’Austria, la Svizzera e la Svezia
hanno ufficialmente richiesto l'ammissione al
Mercato Comune e sono iniziate le trattative,
a ritmo piuttosto serrato con il Regno Unito,
malgrado le perplessità espresse da gran parte
dei paesi del Commonwealth, trattative che si
presentano irte di difficoltà che vengono ad
aggiungersi, specie nel settore agricolo, a quel-
le già eravi esistenti all’interno dei “Sei”, L’al-

lungamento, inoltre, sembra destinato ad in-
teressare in un futuro non lontano anche altri
paesi ed a sboccare in una Comunità econo-
mica atlantica; il recente discorso del presiden-
te Kennedy è stato quanto mai significativo al
riguardo. Ciò se aggiungerà altre difficoltà al-
l'integrazione economica renderà, altresi, più
complessa l'integrazione politica dei “Sei”,

Da quanto s'è sommariamente, vorremmo
dire cinematograficamente, esposto, è chiara
la complessità dei problemi interni ed esterni,
che sono tra loro, direttamente o indirettamen-
te, legati. Ciò, evidentemente, provocherà ef-
fetti, sia quantitativi sia qualitativi, sulle eco-
nomie dei ‘“Sei”, che non era certamente dato
prevedere quattro anni or sono e che modi-
ficano sin d’ora i dati originari dei problemi
fondamentali della integrazione e pongono la
necessità ai singoli soverni di rivedere obietti-
vi e strumenti della politica economica nazio-
nale.

Abbiamo dianzi accennato alla complessità
dei problemi. È il caso di domandarci ora se
è possibile identificare gli effetti fondamentali
delle nuove interrelazioni e, nel caso positi-
vo, quali debbano essere gli obiettivi o, per
meglio dire, le prospettive dell’ IRI nel qua-
dro della novella realtà in formazione.

2. Probabili effetti generali del pas-
saggio alla seconda tappa e dell’al-

largamento del MEC

Un primo effetto dovrebbe verificarsi in ma-
teria di commercio estero, dislocazione delle
correnti commerciali: un secondo effetto, col-
legato con il primo, dovrebbe consistere in un
notevole incremento della concorrenza; un ter-
zo effetto, infine, dovrebbe risultare nella ne-
cessità di un ampliamento dell’intervento, di-
retto e indiretto, a favore dei paesi in via di
sviluppo. Esaminiamoli ordinatamente.

a) commercio estero

a) sendenze del commercio estero della CEE

Nei primi nove mesi del 1961 gli scambi fra i
paesi della CEE sono aumentati del 16%, ri-
spetto al primi nove mesi del 1960. Il contributo
più forte a tale aumento è dovuto alle espor-
tazioni della Germania (4-23%), della Francia
(+21%) e dell’Italia(4-18%), e alle importa-
zioni dell'Olanda (424%) e dell’Italia (+-19%).
Se si considera l'evoluzione mensile degli scam-
bi si nota una tendenza crescente e continua,
parallela press'a poco alla tendenza registra-
tasi nel 1960. Gli scambi con il resto del mon-
do sono aumentati nello stesso periodo del
5% alle importazioni e del 5% alle esporta-
zioni. Per le prime l'aumento è dovuto inte-
ramente all'incremento delle importazioni di
prodotti manifatturieri (4+-15%), in particolare
di beni strumentali, mentre quello di prodotti
alimentari e materie prime è aumentato sola
dell’ 1%. Altrettanto è da dirsi per le espor-
tazioni, dove l'export di beni strumentali è
aumentato del 16%, contro un aumento del 4%,
degli altri prodotti manifatturieri. Per quanto
concerne, in particolare, gli scambi con i pae-
si oltremare, i cosiddetti T.O.M. (Territori

d’Oltremare), le importazioni sono aumentate
dell’8% ele esportazioni sono diminuite dell’8%,
a seguito della caduta dell'export francese verso
l'Algeria e di quello belga verso il Congo. Circa
gli scambi con i paesi terzi, le importazioni sono
aumentate del 4%, in particolare sono aumen-
tate quelle dal Regno Unito (413%), e le espor-
tazioni sono aumentate del 7%, a causa dell’in-
cremento dell'export della Germania (+10%)
e dell’Italia (-+9%;). Da rilevare la diminuzio-
ne dell'export della CEE verso gli Stati Uniti
nella misura del 6%, rispetto al 1960.

b) probabili riperenssioni dell allargamento della
CEE per grandi gruppi merceologici
I. prodotti alimentari, bevande, olii e grassi.

In questo settore le importazioni della CEE
provenienti dai paesi terzi che hanno richiesto
di associarsi consistono essenzialmente in pro-
dotti animali della Danimarca che entreranno
prevedibilmente in concorrenza con quelli olan-
desi. Per contro le importazioni di questi pae-
si sono in gran parte composte da frutta, ver-
dura, vino, olio d’ oliva ecc., in provenienza
dalla Francia e dall'Italia. L'ampliamento della
CEE se è suscettibile di provocare una espan-
sione del loro import comporterà, però, un
incremento della concorrenza a seguito dell’en-
trata della Grecia e della Turchia.

2. materie prime

In questo settore la CEE importa già in
modo massiccio legname, pasta di legno e mi-
nerali di ferro dall'Austria e dalla Svezia, e, in
misura minore, materie prime e metalli non
ferrosi, dagli altri paesi. Tali importazioni do-
vrebbero aumentare a seguito di un probabile
incremento del tasso di sviluppo conseguente
all'ampliamento del mercato.

3. combustibili, minerali, lubrificanti e pro-
dotti similari

In questo gruppo è praticamente impossibi-
le prevedere spostamenti di domanda. L’attua-
le situazione non dovrebbe, però, mutare in
maniera apprezzabile e il complesso degli scam-
bi dovrebbe aumentare di pari passo con la
motorizzazione, mentre dovrebbe proseguire
Il processo di sostituzione dei combustibili so-
lidi con quelli liquidi,

4. prodotti chimici

In questo gruppo alcuni paesi sono giunti
ad una specializzazione molto elevata. Francia
ed Italia per gli olii, la Svizzera per i farma-
ceutici, la Germania per le vernici ed i colo-
ranti, € così via, per cui l’importanza di un
disarmo doganale è limitata. Si può invece pre-
vedere una maggiore concorrenza per i pro-
dotti chimici organici ed inorganici e per i
concimi non azotati,

s. macchinari e mezzi di trasporto

, Gli scambi in questo gruppo sono di una
importanza assoluta tale che un mutamento
relativo anche di importanza limitata, quale po-
trebbe verificarsi a seguito di una modifica ta-
riffaria, è suscettibile di provocare una dimi-
nuzione od un aumento considerevole in sen-
so assoluto dell'import o dell’export. In tale
gruppo sono prevedibili, pertanto, le maggio-



ri dislocazioni delle correnti di scambio e un
notevole aumento della concorrenza.
6. prodotti manifatturieri

Ciò che si è detto per il gruppo precedente
vale ancor di più per questo gruppo, che co-
stituisce il grosso del commercio inter-europeo;
le possibilità di spostamento degli scambi, et-
fetto di sostituzione, sono notevoli, per i me-
desimi motivi dianzi esposti. Tuttavia è molto
difficile fare previsioni in quanto un insieme
di fattori diversi da quelli puramente tariffari
giocano un ruolo importante; basti pensare ol-
tre che alle preferenze dei consumatori, ai le-
gami commerciali tradizionali esistenti, ai le-
gami finanziari, € così via,

c) probabili ripercussioni dell’allargamento della

CEE per paesi

Per quanto concerne un gruppo di paesi —
in particolare Austria, Danimarca, Svizzera e
Svezia — esso, fin dalla adesione all’ EFTA,
aveva interesse ad un compromesso con la
CEE essendo le importazioni e le esportazioni
da e verso le due aree abbastanza equilibrate.
Per l'Irlanda gli effetti si avranno specialmente
nel campo agricolo mentre un discorso a par-
te va fatto per il Regno Unito, in particolare
nel campo industriale. Secondo le indagini e
eli studi effettuati da organi britannici pubblici
e privati si dovrebbero avere i seguenti effetti
sull'industria britannica:

1. I settori avvantaggiati dovrebbero essere
i seguenti: chimico, con eccezione del com-
parto dei fertilizzanti; automobilistico, con ec-
cezione degli autocarri di piccola portata; elet-
trodomestici; radio-TV; elettronico; acciaio,
con eccezione delle barre rinforzate, lamiere
sottili e filo metallico; abbigliamento per uo-
mo; autovetture sportive; accessori per auto;
trattori; cemento; laniero; fibre artificiali.

2. I settori con prospettive incerte e per i
quali è da prevedersi un incremento della con-
correnza sono: cartario, con eccezione della
carta da stampa e da scrivere di elevata quali-
tà; metalli non ferrosi, con eccezione del rame;
macchine utensili; macchine in generale spe-
cialmente per quelle tessili e agricole; utensi-
leria, specialmente per dadi, bulloni ed altri
prodotti standard; gomma, specialmente per
scarpe e vestiario di gomma; motociclo e mo-
to-scooters; elettromeccanico.

3. I settori con prospettive di crescenti dif-
ficoltà e di notevole incremento della concor-
renza sono: cotoniero; tessitura del ravon; pro-
dotti di cuoio e scarpe; giocattoli; tappeti; por-
cellane; strumenti scientifici; orologi, con ec-
cezione di quelli elettrici e speciali.

4. I settori che non dovrebbero essere in-
fluenzati sono: bevande; tabacco; alimentari;
aeronautico; cantieristico; materiale telefonico
e telegrafico.

Nel complesso, tuttavia, le tendenze del re-
cente passato dovrebbero portare ad un incre-
mento degli scambi globali. Il problema per i
singoli paesi è se il tasso di incremento degli
scambi sarà proporzionale o meno al tasso di
incremento della produzione, specie industria-
le, e se la dislocazione di talune correnti com-
merciali toccherà in misura più o meno ampia
i settori più propulsivi dello sviluppo.

d) probabili ripercussioni dell’ allarcamento della
CEE e del passaggio alla seconda tappa sul
I° Ftalia

È piuttosto difficile quantificare, se non con
precisione almeno con una certa approssima-
zione, le ripercussioni conseguenti all’allarga-
mento della CEE e del passaggio alla seconda
tappa nei confronti sia del totale delle espor-
tazioni italiane sia di quelle dei diversi settori
agricoli e industriali. Ciò anche perché non si
conoscono con precisione i legami finanziari ed
i legami tradizionali tra le imprese italiane e
quelle dei paesi terzi che si accingono ad as-
sociarsi più o meno strettamente alla CEE, le-
cami che sono, talvolta, suscettibili di ridurre
o minimizzare le conseguenze di un disarmo
doganale. Ci limiteremo, pertanto, ad avanza-
re talune considerazioni di carattere qualitati-
vo limitatamente al settore industriale. Innan-
zitutto va rilevato che il passaggio alla secon-
da tappa imporrà il disarmo progressivo delle
tariffe speciali ferroviarie e dei contratti spe-
ciali di trasporto con ripercussioni sui costi €
sui prezzi finali, mentre il passaggio alla re-
cola della maggioranza qualificata, specialmen-
te in materia di contingenti e di concorrenza,
eliminerà talune protezioni indirette ancora in
vigore per taluni comparti della meccanica e
della chimica.

Per quanto concerne l'allargamento della
CEE le ripercussioni più notevoli dovrebbero
verificarsi nel settore tessile e dell’abbigliamen-
to e in quello chimico per la migliore posi-
zione concorrenziale del Regno Unito — in
particolare per i comparti delle fibre sintetiche,
materie plastiche, chimica pesante e chimica
atomica nel settore chimico e per i comparti
laniero e dell’abbigliamento nel settore tessile
— e della Danimarca, che va rapidamente in-
dustrializzandosi. Ripercussioni minori, ma che
richiederanno un notevole sforzo concorren-
ziale, si dovrebbero avere: per molti prodotti
finiti e semilavorati per la migliore posizione
della Svezia; per le macchine utensili, attrez-
zature elettriche ed elettroniche, elettrodome-
stici e per i prodotti industriali del comparto
della gomma per la maggiore concorrenzialità
del Regno Unito; per le macchine agricole,
elettrodomestici, chimici e farmaceutici, por-
cellane ed argenterie, conserve di origine ani-
male da parte della Danimarca. Ripercussioni
di minore portata si dovrebbero avere negli
altri settori quali: carta, ciclo e motociclo, co-
toniero, pelli e calzature, meccanica di preci-
sione.

b) incremento della concorrenza

Da quanto s'è sommariamente accennato in
materia di commercio estero ne discende co-
me secondo effetto, o, meglio, come corolla-
rio del primo effetto, una intensificazione della
concorrenza, in grado più o meno accentuato,
in gran parte dei settori industriali. Ciò pone
all'industria italiana tutta una serie di proble-
mi tra cui i principali sono:

a) problema preggi - costi - salari

Un “grande MEC” costituisce un mercato
di proporzioni uguali se non superiore a quel

lo statunitense, Ciò richiede il passaggio in mi-
sura crescente alla produzione di massa per i
beni di consumo durevoli e non durevoli, man-
tenendo allo stesso tempo un elevato standard
qualitativo, e un elevamento di tale standard
per i beni strumentali e per taluni beni di con-
sumo. Al contempo però vanno compressi i
costi ed i prezzi di vendita. Ora, come è noto,
nella produzione di massa è necessario poter
contare su un assorbimento se non crescente
almeno costante da parte del mercato naziona-
le al fine di poter contenere i costi e mante-
nere i prezzi per la quota esportata a livello
concorrenziale. Ciò significa però che il po-
tere d'acquisto dei consumatori deve espan-
dersi allo stesso ritmo dell’espansione dell’in-
dustria, il che può essere raggiunto solo at-
traverso aumenti salariali. Tali aumenti, però,
incidono sui costi €, conseguentemente, sui
prezzi mentre sono sempre più difhcili, se non
impossibili, le manipolazioni dei prezzi a se-
guito del passaggio alla seconda tappa. Di con-
seguenza il primo imperativo ai fini di fron-
teggiare la concorrenza è quello di assicurare
all'industria manifatturiera bassi prezzi dei
prodotti e servizi di base, quali elettricità, ac-
ciaio, trasporti, e così via,

b) problema della produttività

È evidente, però, che una duratura e vera-
mente efficiente azione volta a spezzare il cir-
colo prezzi — costi — salari senza interferire
sui consumi non può effettuarsi se non a ca-
rico della componente “costi” al netto del co-
sto del lavoro, Ciò significa d’un lato l’intro-
duzione sempre più ampia della innovazione
tecnologica a tutti i livelli, e, dall’altro, l’in-
tensificazione dell’assistenza tecnica a livello
aziendale, per sfruttare ogni possibilità di in-
cremento della produttività, e l'ampliamento
dell’azione di aggiornamento e preparazione
dei quadri dirigenti e intermedi.

c) ricerca di nuovi sbocchi

Indubbiamente la nuova situazione porterà
a delle dislocazioni delle attuali correnti com-
merciali sia all’interno del MEC che verso i
paesi terzi, Di qui la necessità di mantenere e
potenziare gli attuali sbocchi e di cercarne dei
nuovi. Ciò sarà possibile nella misura in cui
saranno fronteggiati i problemi di cui al pun-
to b) ma anche nella misura in cui sarà razio-
nalizzata e perfezionata l’organizzazione com-
merciale e sarà controbattuto “l’export drive”
dei concorrenti sia a livello aziendale sia a li-
vello governativo: campagne pubblicitarie, ele-
vato standard delle rappresentanze commercia-
li, adeguamento continuo della legislazione in
materia di crediti e assicurazione dei crediti al-
l'esportazione, e così via.

d) ampliamento dell’intervento” in favore dei paesi

in via di sviluppo

Se ci rifacciamo a quanto s'è detto nella pre-
messa in merito ai paesi associati dell’Africa,
se teniamo conto dell'indirizzo generale assun-
to dalla CEE nei confronti dei paesi in via di
sviluppo e se è ragionevole sostenere che il
Regno Unito richiederà l'associazione di gran
parte dei suoi territori sotto mandato, mentre



4

non è improbabile che taluni paesi in via di
sviluppo del Commonwealth richiederanno an-
ch'essi di essere associati, si può inferire con
buona probabilità che dovrà ampliarsi, forse
in misura più ampia del previsto, l’intervento
diretto ed indiretto in favore dei paesi in via
di sviluppo. Tale azione, se compete in larga
parte alla CEE e ai singoli governi, dovrà po-
ter contare anche su quella delle imprese, ©
gruppi di imprese, che possono in certi setto-
ri svolgere una azione più proficua, special
mente in profondità, di quella degli enti go-
vernativi e intergovernativi.

3. Le prospettive del gruppo IRI

nella nuova fase del MEC

In questo quadro quali possono essere le
prospettive del gruppo IRI, visto principal-
mente quale strumento della politica econo-
mica governativa € tenuto conto che il pas-
saggio alla seconda tappa e l'allargamento del-
la CEE rendono d'un lato più difficile strin-
gere i tempi del “take off" meridionale e, dal-
l’altro, ne impongono obiettivamente un acce-
leramento? In riferimento agli effetti dianzi esa-
minati tali prospettive possono così schema-
tizzarsi:

a) commercio estero

Abbiamo visto come la tendenza all’espan-
sione degli scambi tra i paesi della CEE con
ì paesi terzi sia continua e relativamente rego-
lare e come la dinamica dell'espansione riguar-
di in primo luogo i beni strumentali. L'esame,
sia pure schematico per la tirannia dello spa-
zio, fa intravvedere, inoltre, che l'allareamento
della CEE è suscettibile di produrre disloca-
zioni delle correnti di scambio, in primo luogo
per macchinari, mezzi di trasporto e prodotti
rmanifatturieri e, in secondo luogo, per i pro-
dotti dell'industria chimica. Il passaggio alla
seconda tappa, inoltre, è suscettibile di far au-
mentare i costi di trasporto con conseguente
aumento dei costi e dei prezzi di vendita. Tale
effetto, anche se non rilevante a prima vista,
va tuttavia attentamente seguito poiché ci si
sta avviando verso una situazione di mercato
in cul un mezzo per cento in più o in meno del
prezzo acquista rilevanza determinante per il
mantenimento o la perdita di un mercato e per
la conquista o meno di un nuovo sbocco. Va,
poi, tenuto conto di un altro fatto. Nel no-
stro paese, specialmente nel settore meccanico,
è prevalente la piccola e media impresa, men-
tre non è ancora sostanzialmente presente il
ramo della grande meccanica.

Da quanto s'è detto ne discende logicamente
che gli obiettivi generali della politica commer-
ciale italiana debbano consistere: #) in una azio-
ne di penetrazione, diretta ed indiretta, nei mer-
cati dei paesi terzi in cui la presenza italiana è
ancora limitata, e ciò al fine di controbilan-
ciare le probabili dislocazioni delle correnti di
importazione di taluni paesi della CEE e di
taluni paesi terzi; 4) nel sostenere, o per me-
glio dire, nello spianare la via alla penetrazio-
ne di cui al punto «) alle piccole e medie im-
prese private, le quali non possono quasi mai
sostenere i costi di tale azione.

Al raggiungimento di tali obiettivi l’IRI può
contribuire innanzitutto ampliando la politica
seguita, ad esempio, dalla Finmeccanica in ma-
teria di sviluppo della attività commerciale,
istituzionalizzandola. Se, poi, si realizzerà in
Italia quella politica di piano verso la quale
sembrano avviati la maggior parte dei paesi oc-
cidentali, l'opera del gruppo IRI così impo-
stata potrà rivelarsi preziosa ai fini dell’attua-
zione del piano e del contemporaneo mante-
nimento dei principali meccanismi dell’econo-
mia di mercato.

b) concorrenza

Abbiamo visto come sia prevedibile un no-
tevole incremento della concorrenza, in parti-
colare nel settore della industria manifatturiera,
e come ciò ponga d'un lato un problema di
equilibrio tra prezzi, costi e salari e, dall’al-
tro, un problema di produttività. Abbiamo, al-
tresìi, identificato taluni punti di attacco suscet-
tibili di avviare a soluzione, sia pure parziale,
i problemi stessi e precisamente: #) fornitura
a bassi prezzi dei prodotti e servizi di base;
È) innovazione tecnologica; e) assistenza tec-
nica a livello aziendale; 4) preparazione ed ag-
giornamento dei quadri dirigenziali ed inter-
medi.

Anche su questi punti ci sembra che il con-
tributo del gruppo IRI possa essere notevole
e per taluni di essi senz'altro strategico.

Per quanto concerne i prodotti e servizi di
base entro il 1965 il gruppo Finsider produr-
rà oltre il 70% del fabbisogno nazionale di
acciaio e ghisa mentre la Finelettrica aumen-
terà la propria producibilità del 25%; nel set-
tore autostradale sarà dato un notevole con-
tributo al completamento della rete autostra-
dale; l'Alitalia si prepara ad iniziare il servizio
merci per aereo su ampia scala e la STET ad
ammodernare ed ampliare il servizio telefonico,
la cui importanza dal punto di vista commer-
ciale non richiede dimostrazioni di sorta. In
breve nel campo dei prodotti e servizi di base
l’azione dell’ IRI sarà nei prossimi anni di im-
portanza fondamentale e potrà essere veramen-
te determinante nei confronti di alcune com-
ponenti del problema prezzi — costi — salari
dianzi ricordato.

Circa il problema delle innovazioni tecnolo-
giche esso è complesso, tuttavia anche in que-
sto campo il compito che può svolgere 1° IRI
è di notevole portata. Innanzitutto dovrebbe
essere estesa l’attività di ricerca scientifica e
più strettamente coordinata quella degli attua-
li istituti sezionali esistenti nell’ambito del
gruppo. In secondo luogo potrebbero farsi be-
neficiare di tale attività le piccole e medie im-
prese private per le quali, inoltre, potrebbe or-
ganizzarsi un servizio di informazione e segna-
lazione: a tal fine l'IRI potrebbe apportare il
contributo di esperienza dei suoi più grandi
complessi all'opera in tal campo svolta dagli
istituti e organizzazioni esistenti. Com'è noto,
le piccole e medie imprese non possono soste-
nere i rilevanti costi oggi necessari per qualsia-
si tipo di ricerca mentre, allo stesso tempo, è
difficile per esse poter essere continuamente €
tempestivamente aggiornate sull’evoluzione,

anche potenziale, del progresso tecnologico nel
loro specifico settore. Tale carenza porta ne-
cessariamente a sfasamenti tra piani produtti-
vi e finanziari ex-ante ed ex-post, a previsioni
errate in termini di obsolescenza degli impianti,
a politiche di ammortamento non corrette, a
perdite di mercati, e così via. Non è il caso,
quindi, di sottolineare l’importanza del con-
tributo che a tal fine può dare l’IRI, il quale
non si sostituirebbe alla privata iniziativa e
agli istituti e organizzazioni esistenti, ma ne
integrerebbe l’azione rendendo più efficiente
la collaborazione tra stato e privati nel supe-
riore interesse collettivo.

Circa, infine, la preparazione e l’aggiorna-
mento dei quadri dirigenziali ed intermedi
l’IRI non solo ha già creato apposite attrez-
zature, ma ha anche già accumulato preziose
esperienze. Anche in questo campo perciò
l’ istituto può fornite un notevole contributo
alla soluzione di un problema largamente e
profondamente sentito. Come è noto, le neces-
sità in tale settore sono di tale ampiezza che
non possono essere fronteggiate se non in mi-
nima parte, sia dal punto di vista quantitativo
che qualitativo, dai pochi istituti post-universi-
tari sorti in questi ultimi anni. I grandi gruppi
privati, infatti, sono stati costretti ad affrontare
il problema sia organizzandosi a tal fine inter-
namente, sia creando a tale scopo degli istituti
post-universitari, quali ad esempio, l' IPSOA
di Torino, ma è evidente che tali possibilità,
per molteplici motivi, tra cui quello del costo,
sono precluse alla stragrande maggioranza del-
le piccole e medie imprese che, nella aspra si-
tuazione concorrenziale che si prospetta, più
ne avrebbero bisogno,

c) sviluppo del Mezzogiorno

Abbiamo sottolineato all'inizio del paragra-
fo che le prospettive dell’ IRI nella nuova fa-
se del MEC vanno inquadrate anche tenendo
presente la necessità di stringere i tempi del
“take off” del Mezzogiorno e le difficoltà che
a tale obiettivo vengono frapposte dalla nuova
fase del MEC. Abbiamo, altresi, limitato l’a-
nalisi degli effetti di essa al solo settore indu-
striale tralasciando deliberatamente il settore
agricolo. Dobbiamo ora lasciar cadere tale li-
mitazione, sia pure parzialmente, L'ingresso
nel MEC della Grecia, della Turchia, della
Danimarca e dell'Irlanda e un probabile allar-
gamento dell’associazione ad altri paesi, quali
il Portogallo e, forse, Israele, pongono pro-
blemi di estrema gravità all ‘agricoltura nazio-
nale e meridionale in particolare. È chiaro che
non è questo un settore nel quale possa inter-
venite l’IRI, tuttavia esso può svolgere un
compito di rilevante importanza nella fase, po-
tremmo dire industriale, della distribuzione.

Accanto a questo compito v'è l’altro, più
proprio all’ IRI, della industrializzazione. Già
molto è stato fatto al riguardo, basti pensare
agli interventi della Finsider, sia a quello più
spettacolare del 4° Centro siderurgico di Ta-
ranto che agli altri minori in compartecipazio-
ne con società straniere; a quelli della Finmec-
canica, specie in compartecipazione con socie-
tà italiane, quali la Fiat e con società estere
quali la Diirkopp e la Walworth; a quelli del-



la Finelettrica e STET meno spettacolari e
meno noti ma tuttavia importanti. Tuttavia
ancora molto può fare l'IRI come è dimo-
strato dagli oltre Goo miliardi di investimenti
previsti nel prossimo quadriennio e dalle ini-
ziative allo studio.

d) ampliamento degli aiuti ai paesi in via
di sviluppo

Si è visto come nel quadro della seconda
fase della CEE l'intervento a favore dei paesi
in via di sviluppo sia destinato ad ampliarsi.
Anche in questo settore riteniamo che le pro-
spettive dell'IRI possano essere di importan-
za rilevante, specie se collegate con quanto s'è
detto al punto #). In particolare l’azione del-
l'IRI può affiancare quella governativa e, al
contempo, potenziare quella di ricerche di nuo-
vi sbocchi commerciali in due modi: #) met-
tendo a disposizione dei paesi in via di svilup-
po, sia al livello governativo sia al livello azien-
dale, l’esperienza di assistenza tecnica e di for-
mazione dei quadri dirigenziali ed intermedi di
cui si è fatto dianzi cenno; #) esaminando la
possibilità di investimenti diretti e di colla-
borazioni produttive nel paesi in via di svilup-
po al fine di spianare la via ad investimenti
aggiuntivi privati e creare nuove e durature
correnti di scambio, specialmente per le pic-
cole e medie imprese private. Tale secondo ti-
po di intervento eliminerebbe taluni rischi ini-
ziali per l'iniziativa privata e, allo stesso tempo,
eliminerebbe taluni ostacoli, specialmente psi-
cologici, comuni in tali paesi, portati, per espe-
rienze passate, a sospettare tentativi di coar-
tazione alla loro indipendenza politica ed eco-
nomica.

4, Conclusioni

Dal rapido panorama sinora abbozzato, che
andrebbe ulteriormente approfondito e det-
tagliato, si può concludere rilevando che le pro-
spettive dell’ IRI, nel quadro di una Europa
avviata ad una sempre più stretta integrazione
economica prima e politica poi, sono ampie,
complesse e di notevole importanza. Talune di
esse possono essere affrontate subito, e alcu-
ne lo sono, altre, invece, richiedono se non
l'appoggio almeno l'autorizzazione dello sta-
to ed una delicata e riservata azione di con-
vincimento e di organizzazione,

Vi è, poi, un'ultima notazione da fare. In
un mercato di ampie dimensioni quale quello
al livello dell’ Europa, anche con una efficien-
te lesse anti trust, vi saranno inevitabilmente
effetti di dominazione da parte dei grandi com-
plessi produttivi; basti pensare alla fusione, per
ora accantonata, della Imperial Chemical In-
dustries con la Courtaulds nel Regno Unito.
Da tale angolo visuale il gruppo IRI viene a
configurarsi come una sorta di “countervailing
power” e come un elemento fondamentale di
una economia “concentrata”, sia a livello na-
zionale sia a livello europeo.

In sostanza, come disse nell'ormai lontano
1957 il compianto on. Fascetti, « l’ IRI può da-
re per l'avvenire ancor più concreto apporto
perché il benessere, del popolo italiano, sem-
pre più si diffonda e si elevi ».



ri IR n

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3 a
ti CE

Il gruppo dei giornalisti economici inglesi durante l'incontro con i dirigenti dell’Italsider, svoltosi ad Arenzano,

Erano rappresentati: «The Observer», «The Guardiano, «The Economist», «Evening News», «The Daily
Telegraph», «The Sunday Telegraph», «The Times», «The Daily Mail», «The Financial Times», «The Daily
Express», «Daily Herald» è «The Sunday Times».

La Gran Bretagna e il MEC

A proposito dell'ingresso della' Gran Bretagna nel MEC, pubblichiamo una sintesi
delle opinioni espresse da un gruppo di giornalisti economici inglesi nel corso di uno
scambio di idee con i dirigenti dell'Italsider, seguito alla visita al centro siderurgico
‘“ Oscar Sinigaglia”, organizzata in collaborazione con l’ufficio del portavoce dell'Alta Autorità
della C.E.C.A.

«Le conseguenze dell'ingresso della Gran Bretagna nel Mercato Comune saranno più di carat-
tere indiretto che di carattere diretto. Ad esempio, non costituirà per la grande e importante indu-
stria inglese una situazione di grave squilibrio, poiché certamente non si avrà né un aumento né una
diminuzione del volume degli scambi industriali e commerciali rispetto a quella che è l’attuale si-
tuazione.

Non ci sarà, in altre parole, un cambiamento improvviso, ma eventuali effetti si avvertiranno
a lunga scadenza. Per quanto riguarda il futuro, le differenze che verranno determinate dal nostro
ingresso nel Mercato Comune saranno differenze che si accentueranno per quanto riguarda î costi
industriali. Per una certa produzione industriale e per una certa produzione economica saranno in-
fatti è costi a determinare uno squilibrio rispetto all'attuale situazione. Possiamo dire che tali diffe-
renze di costi riguarderanno soprattutto materie prime e manodopera.

Tenendo conto del grado di vulnerabilità dei diversi settori dell'industria britannica, si può dire
che quelli che risentiranno maggiormente degli squilibri di costi in conseguenza dell'ingresso nel
MEC saranno 1 settori tessili e dell’abbigliamento.

Occorre anche rilevare che il problema del costo dei trasporti avrà la sua incidenza in quanto,
a parità di condizioni, è ovvio che il mercato italiano si approvvigionerà più facilmente e più volen-
tieri sul mercato tedesco che su quello inglese, proprio a causa della differenza dei costi dei trasporti.

Posstamo quindi dire che per queste ragioni la tendenza attuale della Gran Bretagna è quella
di conseguire un'elevata qualità dei suoi prodotti tessili e di abbigliamento per raggiungere una pos-
stbile competitività, tenendo anche conto del problema del “disegno” e della confezione. L'elemento di
base, in questo campo, è infatti quello di carattere estetico : una volta adeguatesi al gusto continentale,
le industrie britanniche del ramo accentueranno indubbiamente la possibilità di concorrenza dei loro
prodotti sul mercato europeo.

Un possibile vantaggio per la Gran Bretagna, una volta entrata nel MEC, sarà dato soprattutto
dalle industrie elettroniche e dalle industrie che fabbricano prodotti per l'automazione, in quanto
l’unica possibile concorrenza in questo campo è l'equivalente industria tedesca.

Possiamo dire, in definitiva, che l'ingresso della Gran Bretagna nel MEC rappresenterà uno
stimolo importante per lo sviluppo e l'espansione dell'industria inglese considerata nel suo insieme.
A questo riguardo va rilevato che anche l'Italia dieci anni fa aveva paura della creazione del MEC,
in quanto non riteneva di poter far fronte alla nuova situazione, non avendo carbone e producendo
pochissimo acciaio. Oggi l'Italia compra carbone a prezzo minimo e produce già parecchi milioni di
tonnellate di acciaio l'anno.

È da rilevare infine che l'ingresso della Gran Bretagna nel MEC potrà costituire un valido ele-
mento propulsivo per il programma che l'Europa si prefisge di svolgere per quanto ricuarda l’aiuto
da accordare ai paesi africani sottosviluppati. La realizzazione di questo programma sarà certamente
più facile quando il Mercato Comune potrà contare sull'apporto britannico ».



Lo stabilimento
Siac

di Campi

L'Italsider ha assunto dal 1° luglio 1962, co-
me è stato annunciato nello scorso numero della
Rivista, la gestione in affitto dello stabilimento
di: Campi della Società Italiana Acciaterie
Cormeliano, e quindi anche la conduzione di
tutte le attività industriali della Siac. A
questo grande stabilimento siderurgico che si
affianca agli altri centri produttivi dell'Italsider,
dedichiamo le pagine che seguono, nelle quali
è tracciata in sintesi la storia di Campi e la sua
evoluzione verso un'organizzazione strutturale
sempre più moderna ed efficiente.

Questa evoluzione non si riduce soltanto ad
un puro fatto tecnico, ma riguarda anche, in
uguale misura, la sfera sociale, è rapporti di
lavoro, Essa continuera ad avere il suo naturale
svolgimento, in armonia con quella in atto pres-
so gli altri stabilimenti dell'’Italsider, nel qua-
dro degli impegnativi programmi di sviluppo
della siderurgia IRI-Finsider, ed alla sua rea-
lissazione, futti siamo chiamati a contributre,
in un clima di stretta e leale collaborazione.

Dove il Polcevera si allarga prima di tut-
farsi in mare, sulla riva destra sorgono i ca-
pannoni della STAC; la preistoria dell’acciaieria
di Campi affonda le sue radici nell'’humus in-
dustriale della Valpolcevera, e invero lo svi-
luppo che ha portato la piccola fonderia d’ac-
ciaio sorta nel 1898 per iniziativa dell’ Ansaldo
alle dimensioni di una grande acciaieria mo-
derna, riflette in certo modo il processo di
‘‘erescita’ industriale che nel genovesato ebbe
appunto il suo epicentro nella Valpolcevera.
Del resto la Valpolcevera offre il quadro di un
paesaggio industriale esemplare, e ancor oggi
presenta gli aspetti tipici delle grandi regioni
industriali del Nord-Europa.

L'industria meccanica viaveva fatto una prima
apparizione nel 1860: sull'area dell'attuale re-



parto laminazione della SIAC sorgeva il vec-
chio Delta e la fabbrica di prodotti chimici No-
berasco; successivamente tutte le altre fabbriche
che sorsevano sulla via di Campi, tra il greto del
Polcevera e la collina di Coronata vennero ‘‘fapo-
citate” dallo stabilimento siderurgico. Le “Fon-
derie e Acciaierie” di Cornigliano, nate origina-
riamente per rispondere all'esigenza di una or-

ganizzazione “verticale” onde assicurare al
complesso Ansaldo l'autonomia produttiva, al-

la vigilia della prima guerra mondiale, — ulti-
mati i lavori di ampliamento e più che qua-
druplicata la potenzialità della fonderia d’ac-
ciato con l'introduzione di nuovi forni Martin
tra il 1911 e il 1915 —, non sono più un sem-
plice stabilimento ausiliario nell’ambito di una

industria navalmeccanica, ma assumono la
struttura propria di un grande e autonomo
complesso siderurgico, uno dei più grandi d’I-
talia,

uralmente la guerra determinò una
Muovi HE

vipori espansione produttiva del-
l’Acciaieria e negli anni del conflitto lo stabi
limento di Campi giunse a produrre mensil-
mente gli elementi per settecento cannoni ed





sm,
t'

al

Cilindri di acciaio fuso al eromo-tungsteno per laminatoio a passo di pellegrino, una delle
produzioni dello stabilimento SIAC di Genova-Campi, passato ora in gestione all'Italsider.

era in grado di fornire gli sbozzati per mille
cannoni al mese; ma si trattò di uno sviluppo
non soltanto “quantitativo”, poiché conside-
revoli furono anche i risultati di tipo quali-
tativo (per esempio, assai importante, la sosti-
tuzione dell'acciaio fucinato ad elevate carat-
teristiche con acciaio semplicemente fuso e
trattato di eguali caratteristiche).



La nota crisi finanziaria dell’Ansaldo, le dif-
ficoltà della riconversione, e quelle tradiziona-
li derivanti dall'andamento ‘‘asfittico’’ della si-
derurgia italiana, investirono nel primo dopo-

guerra anche le Acciaierie di Cornigliano, il cui

sviluppo tuttavia proseguì ininterrotto nona-
stante i diversi mutamenti di gestione, il più im-

portante dei quali quello seguito alla mascita





Una lavorazione meccanica dello stabilimento SIAC dell'Italsider:
un grande rotore di acciaio fucinato in fase di tornitura, La pro-
duzione di rotori costituisce una delle specializzazioni principali
dello stabilimento, ed è particolarmente apprezzata sui mercati
esteri. Il più grande rotore sinora realizzato a Campi, ricavato da
un lingotto di oltre 160 tonnellate, pesava, a lavorazioni ultimate,
ti tonnellate. Era destinato alla centrale atomica canadese di
Douglas Point,

nel 1933 dell’IRI, che portarono a un gene-
rale riordinamento del settore,

Intorno agli anni *30 la produzione mensile
dei reparti forni è di circa 15.000 tonnellate
d’acciaio, quella della fonderia d’acciaio di
circa 1000 tonnellate di getti finiti, il reparto
di fucinatura di 3000 tonnellate. Nel corso
degli stessi anni lo stabilimento si arricchisce
di due muovi importanti impianti: il lamina-
toio “Duo 850” che avrà lunghissima vita
(e negli anni del secondo dopoguerra rappre-
senterà in gran parte lo strumento decisivo
della “sopravvivenza” della SIAC nel periodo
assai critico della ripresa), e il grande treno
laminatolo corazze. Il riarmo del paese che
“sl prepara alla guerra” sollecita un nuovo am-
modernamento e riordinamento degli impianti
e la capacità produttiva della SIAC ne risulta
potenziata: tra il ‘35 e il ’38 vengono instau-
rati sei nuovi forni elettrici ad arco per la
fabbricazione dell'acciaio di cui tre da 25 ton-
nellate, e diciotto forni a resistenza per trat-
tamento termico. I comandi a vapore delle
presse vengono trastormati in elettro-idraulici
e viene installato un grande laminatoio quarto,
uno dei più potenti d’ Europa per la fabbri-
cazione delle lamiere grosse. Il materiale di co-
razzatura — come è noto — non soltanto è
fabbricato con acciai speciali d’altissima qua-
lità, ma richiede trattamenti termici tali
(si tratta di raggiungere una resistenza alla
rottura sino a 160 kg./mmq per corazze omo-
genee e durezze sino a 650 unità Brinell per
corazze cementate) che alla sua produzione pos-
sono provvedere soltanto acciaierie dotate di
specialissime attrezzature e d’espertissimo per-
sonale tecnico.

Alla vigilia della guerra la SIAC iniziò an-
che la costruzione dell'impianto a ciclo inte-
grale per la produzione dell'acciaio diretta-
mente dal minerale anziché dal solo rottame:
ma prima ancora della loro ultimazione, poco
dopo l’ 8 settembre 1943, gli impianti (72.000
tonnellate di materiale di cui 42.000 di mac-
chine) furono smontati e portati in Ger-
mania. Anche l'impianto completo di lami-
nazione del treno quarto venne trasferito in
Germania: si trattava probabilmente del mi-
glior impianto del genere esistente in Europa
all'inizio della guerra, e a indicare l’enorme
mole di quell’attrezzatura, basti dire che il
suo trasporto richiese l'impiego di ben cen-
tosessanta VALONI,

Alla fine della guerra, del grande complesso
che avrebbe dovuto essere il più potente im-
pianto siderurgico italiano, rimaneva ben po-
co. Oltre alle “razzie” dei tedeschi, vi erano
le perdite causate dalle circa quattrocento bom-
be cadute nel perimetro dello stabilimento che
avevano distrutto l'impianto di elettrolisi per la
produzione di idrogeno e di ossigeno (indi-
spensabile soprattutto per i grossi “tagli”) e
il proiettificio. Gravi danni subi anche il re-
parto meccanico, mentre completamente intat-
ti rimasero i forni elettrici che costituivano la
base della lavorazione,

I soli nuclei in grado di produrre regolar-
mente erano la vecchia Ferriera di Trasta, adi-
bita alla fabbricazione di piccoli profilati e quel-

la di Pontedecimo acquistata nel corso della
guerra e lo stabilimento Nasturzio per la tab
bricazione della latta. I problemi della ricon-
versione per una produzione di pace e la ge-
nerale crisi economica seguita alla guerra, ag-
gravavano le difficoltà della ripresa. In quel
momento, solo una decisa e ferma volontà
di sopravvivenza riuscì a far superare diffi-
coltà di ogni genere con uno storzo che
ancor oggi sembra miracoloso ed il cui
ricordo è ancora ben vivo nei tecnici e negli
operai della SIAC. Venne rimesso in fun-
zione il vecchio laminatoio “Duo 850”,
già considerato rottame: azionato con una
motrice a vapore, sostiene per oltre un de-
cennio la costruzione delle lamiere navali,
giungendo a produrre sino a 5000 tonnel-
late mensili.

La fabbrica d’armi che si era affiancata alla
Skoda e alla Krupp e che aveva prodotto po-
derose corazze e cannoni del maggior calibro,
vive ora di lamiere comuni e addirittura di lat-
ta. Occorrerà giungere al 1956, anno in cui en-
tra in funzione il treno laminatoio 3750, per
incontrare nella sua consistenza e realtà, la
SIAC odierna, la cui produzione dalle 17.000
tonnellate d'acciaio del 1945 era salita ap-
punto nel ’56 alle 141.000 tonnellate. L’en-
trata in funzione del treno 3750 rispondeva
alle necessità per il nostro paese di possedere
un moderno impianto di laminazione per la
miere medie e grosse, con larghezze superiori
a 3,50 metri e con lunghezze secondo le
esigenze tecniche moderne. Del resto la
C.5S.I,M, (Commissione Indagine e Studi
sulla Industria Meccanica) del gruppo di
consulenza dello Stanford Research Institute,
aveva indicato nell’elevato costo dell'acciaio e
nell'impiego di lamiere piccole la causa degli
alti costi della cantieristica italiana rispetto al-
la concorrenza estera.

Contemporaneamente all'introduzione del
treno di laminazione, si procede al rinnovo e
alla modernizzazione di attrezzature ed impian-
ti: viene installato un altro forno elettrico da
35 tonnellate con caricamento a cesta dall’alto
ed un forno Martin da fSo-100 tonnellate
seguito poi da un secondo; si effettua la
colata di lingotti su carrello e viene mon-
tato un impianto di colata sotto vuoto, il
primo in Italia, che entra in servizio nel
1958 (oggi la colata sotto vuoto non è più
esclusiva della SIAC, ma all’acciaieria di Campi
spetta il merito di esser stata la prima ad
introdurla nel nostro paese). Più recentemente
è stato ulteriormente migliorato ed ampliato
il treno laminatoio ottenendo così di portare
la produzione dalle tonnellate 141.459 del
1957 alle 233.561 del 1961; sono state inoltre
potenziate le sezioni fucinatura e trattamenti
termici, la fonderia, il reparto lavorazione gran-
de meccanica, il laboratorio, dapprima dotato
di ‘“«Gammatrone” e più recentemente di un
“Betatrone” metallurgico, da 31 milioni di elet-
troni-Volts (il primo in Italia) per l’esame in-
terno dei grandi fusi e fucinati, fino ad uno
spessore di soo mm. È stato anche creato un
nuovo reparto per la fabbricazione delle lamie-
re placcate “SIAC Colclad” all’ inossidabile,

ci

Vai”



gi n!

Una suggestiva inquadratura di un grande albero a
manovella per motore marino del peso di circa 60 ton-
nellate. Questa è un’altra delle specializzazioni produt-
tive dello stabilimento di Campi, dove esiste un'officina
meccanica particolarmente attrezzata per tale lavorazione.
Dal 1951 al 1961 lo stabilimento SIAC ha prodotto oltre
millescicento alberi a manovella, prevalentemente di medie
e grandi dimensioni, per la clientela italiana ed estera.



Una fase di lavorazione al

laminatoio per lamiere grosse «3750.

E il «treno quarto» smantellato

durante la guerra e ripnstinato nel 1956, Le laznlere per gli scafi ‘i più recenti grandi unità
mercantili italiane sono nate per la maggior parte dai cilindri di questo treno di laminazione,

al michel, al monel ecc. (uniche in Italia), ei
buoni risultati ottenuti in questo nuovo ramo
di produzione hanno suggerito il potenzia-
mento, ora in corso, degli impianti di questo
reparto,

Oltre ad essere la prima azienda in senso as-
soluto nella produzione di lamiere grosse ne-
cessarie per l'industria cantieristica, navale, pe-
trolchimica e per centrali nucleari (nel 1961 le
produzioni SIAC hanno partecipato alla pro-
duzione nazionale con un'incidenza del 31%,
sulle lamiere grosse, del 22%, sui fucinati, del
9% sui getti di acciaio e del 7,2%, sull’acciaio

), la SIAC presenta una produzione di
getti e fucinati di grandissime dimensioni si-

no a 150 tonnellate ed oltre (rotori per mac-

chine elettriche e cilindri fucinati per laminatoi,
grossi pezzi fusi per navi, gabbie per lami.
natoi, casse turbine ecc.), un’attrezzatura mo-
derna per la lavorazione degli alberi a gomito
per grossi motori navali e per la costruzione
di linee di assi per navi.

L'espansione produttiva e la penetrazione del
mercato estero (da un'esportazione di oltre 2
miliardi di fatturato nel 1958 si è arrivati a
circa 3 miliardi e mezzo nel 1961) realizzata
dalla STAC in questi ultimi anni è tanto più

significativa se si tien conto del fatto che non
si tratta generalmente di una produzione di se-
rie, sebbene in taluni casi si possa parlare di
una produzione di massa, ma di una produ-
zione di manufatti siderurgici di alta qualità e

di elevate caratteristiche, con accentuato grado
di specializz zione, sia nel campo dei fucinati
e dei fusi come in quello dei laminati. Dal 1951
al 1961 stati commissionati alla STAC
1601 alberi a manovella di ogni tipo e dimen-
sione, di cui 1128 da clienti italiani e 473 da
clienti esteri, per motori Diesel di diverso ti-
po e potenza; recentemente è stato costruito
un rotore monoblocco per turbo-alternatore,
il maggiore fabbricato dalla SIAC, ed uno dei
maggiori di questo tipo costruiti nel mondo,

oltre 87 tonnellate di peso finito. Sono
state espletate notevoli forniture per centrali
nazionali ed estere e per centrali ed impianti
nucleari (della SENN di Garigliano, SIMEA
di Latina, SELNI di Trino Vercellese,

SOno



C.E.G.B. di Trawsfynydd, J.A.P.Co. di Tokai-
Mura in Giappone, Atomic Energy of Canada
Ltd. di Douglas Point in Canada, di un’altra
centrale in Germania ecc.) per i quali sono stati
torniti fusi, fucinati e laminati; e una serie di
forniture per i mercati dei paesi dell’ Europa
Qrientale (sedici rotori per turbo alternatori e
per turbine a vapore e tredici cappe rotore di
acciaio amagnetico per la Polonia; tre serie di
alberi per turbina e per generatore e tre col-
lettori per caldaia destinati all’ Ungheria; tre
pezzi fucinati per rotori di alta pressione €
bassa pressione per SO TEADE, uno dei quali in
acciaio al cromo 12%, per un peso com-
plessivo di circa so tonnellate per la Ger-
mania Orientale). La STAC è stata anche for-

II

e e rari



RL LA

Si dà PA
i

Una veduta di lamiere grosse sul piano di raffreddamento del laminatoio « 3750»

in attesa di passare alla linea di finitura a freddo. Nel 1961 oltre il 30%

della

produzione nazionale di lamiere srosse è uscito dallo stabilimento di Campi.

nitrice, probabilmente esclusiva, dei cilindri
speciali per particolari laminatoi della Dalmi-
ne e, dopo “prove soddisfacenti", si sta av-
viando alla fabbricazione dei cilindri dei gros-
si laminatoi altri stabilimenti del-
l' Italsider.

Nata e sviluppatasi per quasi mezzo secolo
per la fabbricazione di guerra, oggi cannoni €
corazze sono appena un lontano ricordo; per
la sua lunga storia, la SIAC è certamente una
fabbrica “gloriosa” e nel suo seno è riflessa
eran parte della storia sociale e tecnologica di
questi ultimi cinquant'anni. E tuttavia quel che
della vecchia acciaieria è scomparso non sono
soltanto 1 cannoni e le corazze, ma con esse
quell'insieme di gerarchie, di mestieri, di vi

per gli

lori e anche di immagini che costituivano la
realtà della vecchia “industria pesante”. Due
guerre mondiali che hanno sconvolto la so-
cietà europea, l'impetuosa crescita industriale,
l'impiego di nuove e sorprendenti tecnologie,
il declino o addirittura la scomparsa di molti
mestieri tradizionali e il sorgere di nuove
Operale mansioni
hanno profondamente mutato il volto
realtà di fabbrica; soltanto con una certa fatica
sl potranno scorgere nello stabilimento di
Campi le tracce dell'impianto e della costru-
zione della di Charleroi,
sul modello della quale l’antica ‘“ Fonderia e
di Cornigliano” era stata costruita
sulla riva del Polcevera.

‘‘aristocrazie di nuove



' ‘Fabrique de Fer”

acciaieria
sessantatrè anni fa









Prima ojornata di lavoro



Luciano Rebuffo ha scritto per noi questo
racconto, ispirato alla prima giornata di lavoro
di un giovane apprendista, al suo primo
contatto con la fabbrica, con le macchine,
con gli operai.

Il racconto riflette, come avviene spesso,
un’autentica esperienza personale, anche se la
finzione narrativa la sposta nel tempo: resta
da osservare che si tratta di un’esperienza
levata a fabbriche e ad ambienti di vecchio
tipo, dove la struttura industriale risente tut-
tavia della sua provenienza artigianale, con ca-
ratteristiche umane, ambientali e tecniche che
più non hanno riscontro nei grandi complessi
industriali dei nostri giorni.

Il racconto è illustrato dal pittore Flavio
Costantini.





« Nino, è l'ora».

«L'ora di che? » pensava Nino ancora addor-
mentato, tirandosi le coperte sugli occhi. La vo-
ce di sua madre gli giungeva lontana, come un'eco
indistinta.

Poi la voce si fece più vicina, imperiosa. Nino
dovette alzarsi, affrontare il freddo della came-
ra, vestirsi in fretta, mentre t muri gli parevano
più grigi del solito, più tristi sotto le grandi spac-
cature del soffitto. Nino fece tutto rapidamente,
e st stupi sentendo che in quel giorno che doveva
segnare il suo ingresso nella vita adulta le sue
sensazioni fossero esattamente le stesse di
quando, lo ricordava bene, aveva affrontato
il primo giorno di scuola. Aveva una gran
fretta di uscire, di “cominciare” ; una serande
curiosità, un certo entusiasmo, eppure anche
un po di paura, eun, certo nodo che saliva
alla gola.

Uscito finalmente nella strada si trovò in mez-
zo ad un brulicare intenso di gente, operai in
gran parte gia in tuta che camminavano in fret-
ta, addentando grossi pezzi di focaccia : era un
mondo che egli conosceva bene, ma fino ad ora
lo aveva sempre osservato dall'esterno ; ora tn-
vece vi st frovava dentro, improvvisamente. Co-
me entrare in un cerchio di gesso, come quello che
i bambini tracciano sull'asfalto per giocare, e che
la prima pioggia cancella. Eppure questo era un
cerchio invistbile ma non cancellabile, un cerchio
solido come un muro.

Nino camminava tra la folla, ed ecco, ora non
era più come quando girellava per la città, de-
viando a capriceto a dritta 0 a manca; ora era
come se egli fosse in una colonna, in una proces-





stone, in un corteo: era l'ultimo, o i primo, di
una lunga, interminabile colonna.

Passò davanti al monumento ai caduti in guer-
ra: gli era familiare, vi aveva giocato fino al
giorno prima con gli altri ragazzi, attorno alle
grandi statue di bronzo, seminude, sulle quali una
donna in punta di piedi teneva una corona. Vi
era anche un'altra donna, con le alt ed una lun-
ga spada sguainata, una spada metallica che nei
giorni di sole mandava magici riflessi.

Nino avrebbe voluto, d’impulso, fermarsi, an-
che se gli altri ragazzi non c'erano ancora, ma
lirò dritto, quasi vergognandosi di una simile ten-
tazione,

Arrivato davanti alla fabbrica st trovò stretto
in una fitta calca, davanti ai cancelli ancora chiu-
si, St sentiva orgoglioso, in mezzo a tanti uomi-
mi gravi : si sarebbero accorti che anche lui era
uno di loro? E gli pareva di essere più forte, ora
che partecipava alla forza di tutta quella molti-
tudine : alzò gli occhi, cercò lo sguardo degli uo-
mini, ma essi neppure lo vedevano, guardavano
altrove, parlavano fittamente tra loro. Cercò di
entrare in un gruppo, e lo scostarono coi gomiti ;
finalmente gli riuscì d’incontrare uno sguardo, ac-
cigliato e duro come il metallo. Del resto, era lu-
nedîì. Nino si ritrasse in un angolo come spaven-
tato, finché il fischio acuto della sirena lo fece
sobbalzare, e furono aperti i cancelli. Egli fu tra-
sportato oltre i cancelli da una fiumana vivente,
che si affrettava attorno agli orologi.

Le prime cose che lo colpirono, nello stabilimen-
to, furono 1 grandi orologi di controllo, al muro,
con l'enorme quadrante bianco, e © numerosi guar-
diani in divisa, che somigliavano ai poliziotti ame-

ricani visti al cinema. Nino non osò avvicinarsi
ad un guardiano che aveva dei fregi dorati sul
berretto, e trovò appena la forza di avvicinarne
uno senza fregi. Gli mostrò la propria lettera di
assunzione e quello lo accompagnò negli spoglia-
toi enormi, lugubri come un lungo tunnel, con una
fila interminabile di armadi grigi ai due lati, e
lunghi lavatot al centro, Il guardiano gli assegnò
un armadio, dove Nino ripose i propri vestiti do-
po aver indossato la tuta : domani avrebbe com-
prato un lucchetto.

Poi lo portarono al reparto, dove le macchine
gia in funzione facevano un gran rumore. Lo ri-
cevette il capo reparto, un uomo dai capelli ros-
st e dal viso lentisginoso, che lo squadrò con seve-
rità ed infine gli disse, con tono brusco : a Con me
i lavoratori stanno bene, ma sappi che 10 sono
terribile con i vagabondi ! »

Che discorso era? Se lut era lì evidentemente
era un lavoratore. I vagabondi erano fuori, al di
la del muro di cinta, quel muro grigio che Nino
vedeva ora spuntare dal finestrone del reparto,
coi taglienti cocci di vetro infissi sul bordo ; 1 va-
gabondi erano per le strade già inondate di sole,
dove passano i tram verdi come giocattoli di lat-
ta; erano attorno al monumento ai caduti a ve-
der scintillare la spada della donna alata : Dio
mio, come gli pareva lontano, ora, il monumento !

Il capo cominciò intanto una lunga filippica,
dove si parlava non troppo chiaramente di do-
veri, di sacrifici, di onestà e di soddisfazioni non
meglio specificate, e di una intera vita spesa al
servizio del lavoro, quindici, venti, trent'anni. A
Nino pareva di essere in tribunale ; capì poco,
ma st spaventò alquanto, e disse sempre di sì. Fi-

nalmente, proprio quando il cuore gli si era fatto
piccolo come una palla da ping-pong, fu condot-
to presso un vecchio operaio con gli occhiali sul-
la punta del naso, e gli fu consegnato. Il vecchio
operaio st chiamava Beppe, aveva un viso cor-
diale, uno seuardo dolce, e certe maniere delicate.
Nino si senti un po' sollevato, come protetto. Bep-
pe rifiniva i denti di piccolissimi ingranaggi che
Nino avrebbe dovuto ripulire con uno straccio in-
triso di petrolio e poi asciugare. Tutto lì, per ora,
il suo lavoro.

Beppe, mentre lavorava, parlava col ragazzo :
« Vedi, anch'io entrai qua dentro quando avevo
su per giù la tua età, e ricordo che i primi tem-
pi furono un po' duri. Quando si è ragazzi si
ha più voglia di giocare che di star rinchiusi a
lavorare, e ciò non è pot grave. Ma, credi, è me-
glio stare qui ad imparare un mestiere, che stare
per la strada a imparare mille cose brutte, anche
se subito fa un po” male. Poi ci si abitua, si co-
mincia a capire la vita, si diventa uomini più în
fretta. Certo, bisogna guardarsi attorno, impara-
re da tutti, cercare di apprendere più cose che si
può, perché tutto serve. Guarda me : ho imparato
piano piano, ho progredito lentamente. Quando
sono entrato mi davano dieci centesimi all'ora e
facevo dieci ore al giorno. Dopo due anni mi
aumentarono a dodici centesimi, e dopo cinque
anni a venti. Sono passato aiutante, poi operato
di 2%, poi di 1%, Certo, ne ho fatti di sacrifici in
tanti anni! Ho studiato anche disegno, alla scuo-
la serale (serve il disegno, ricordatelo, serve!) ed
ora sono operato specializzato che è rispettato da
tutti, anche dai capi, faccio il mio lavoro con sad-
disfazione e fra sei anni vado in pensione. Allora





14





me ne starò tutto il giorno al sole, a passeggiare
sulla spiaggia e a sedere sulle panchine della
piazza, sotto gli olmi. Anche tu potrai fare così,
ci vuole solo pazienza e volonta ».

Chissa perché Nino, pur guardando a Beppe
con simpatia, come ad un vecchio zio protettore,
come ad un modello da imitare, come ad un esem-
pio di quella che sarebbe stata tutta la sua vita
futura (se fosse stato sempre onesto e attento, £
avesse studiato disegno alla scuola serale e avesse
avuto un po' di fortuna, perché nella vita è an-
che un po’ questione di fortuna!) sentiva tutta-
via un po di paura, e fors'anche un po’ di pena.
Beppe gli pareva, a momenti, un poveretto. Ma
la coscienza di questo possibile giudizio su Bep-
pe lo spaventò, lo atterrì addirittura. Beppe era
un buon operato, un esempio da imitare. Mentre
riprendeva a pulire gli ingranaggi, Beppe conti-
nuò:; « Vedi, la fabbrica è come una famiglia,
una seconda famiglia più grande. Non ci si sente
più soli, st lavora e si vive tutti assieme, si fa
parte di un gruppo, e questo aiuta, in tutte le
circostanze. Ci si abitua a camminare in molti,
enon si fa più tanta fatica a cercare la strada,
ogni volta: dove vanno gli altri vai anche tu,
senza paura perché sei sempre coi tuoi, A volte
puo anche essere tu a scegliere la strada per gli
altri, e allora ti senti importante per te e per
tutti, ma son sempre seccature, è meglio evitarle.
Secondo me conviene stare nelle file di dietro. Co-
sì si seguono gli altri e si va avanti, e si imparano
tante cose, tante cose, perché devi sapere che non
st è mat finito di imparare ».

Era contento o triste, Beppe? Nino lo guardò
negli occhi, e vide che il suo seuardo era sereno,
tranquillo. Beppe, anzi, gli sorrise.

Quando suonò la sirena di mezzogiorno gli ope-
rat sedettero nel reparto stesso, su cassette di le-
gno rovesciate 0 anche su grossi “plateau” di ghi-
sa, a consumare la colazione portata da casa.
Anche Nino aveva il proprio pacchetto in fondo
al quale trovò, con sorpresa, una fetta di dolce.
Chissa perché, gli vennero le lacrime agli occhi.
Cercò di nascondere il volto, ma qualcuno se ne
accorse. Cominetarono a motteggiarlo, a chiedergli
se sua madre lo lasciava uscire da solo. I più
accaniti erano due ragazzi che potevano avere,
al massimo, due anni più di lui. Poi qualcuno lo
mandò a cercare la squadra rotonda, e la lima
senza denti. Molti ridevano fragorosamente, tut-
li comunque parevano divertirsi, tranne Beppe.
Mino capì però che non era il caso di reagire.

Finalmente gli scherzi cessarono e prese a par-
lare un operaio di circa quarant'anni, con un to-
race largo come una pialla. Si chiamava Bullone,
o almeno così lo chiamavano. Beppe disse subito
a Nino di non badargli, mentre Bullone comincia-
va la propria arringa : « Eccone un altro, capita-
to fresco fresco. La famiglia si ingrandisce, la fila
continua e continuerà all'infinito : avanti per due,
marse !... Spero che tu, ragazzo mio, abbia fatto
qualche volta di testa tua, se i tuoi genitori non
sono troppo severi, perché d'ora in avanti non lo
Jara: mai più. Qui dentro farai quello che vuole
il capo, lui fa quello che vuole l'ingegnere ; l'inge-
guere fa quello che vuole il direttore, il quale fa
quello che vogliono quelli là (e tracciò un vago
semicerchio con la mano, roteandola in alto). Co-
munque l'operaio è l'ultimo della scala, e fa tut-



r6

to quello che vogliono gli altri. Quando sarat
fuori di qui, almeno per ora, sarai tanto stanco
e intontito che non avrai certo più voglia di fa-
re qualcosa di testa tua. Pot, quando ti sembrera
di cominciare a riprenderti, andrai a militare e
farai quello che vuole il caporale, che fa quello
che vuole il sergente, che fa quello che vuole il
tenente, il quale fa quello che vuole il colonnello.
E sarai l’ultimo gradino sul quale batteranno i
talloni tutti quanti. Ma il posto di lavoro stai
tranquillo che la ditta te lo tiene, e quando torni
sei di nuovo qui come prima, con meno voglia,
magari, 0 forse di più, chi lo sa! Qui dentro fa-
rat di nuovo come vuole il capo e fuori, quando
comincerai ad aver voglia di fare come vuoi, tro-
verai una ragazza che ti sposa (perché un operaio
che lavora è un buon partito, da noi, specialmente
se fa “Io straordinario”): così farai quello che
vuole lei, che fa quello che vuole sua madre, cioè
tua suocera. Così passa la vita degli operai, paro-
la di Bullone, che queste cose le sa. Hai mai vi-
sto Roma? No? Allora non la vedrai mai più.
Hai mai dormito fino a mezzogiorno di venerdì ?
Sì? Allora non lo farai mai più, a meno di non
andare sotto mutua, E finirai come Bassino, che
ha montato tutto lo stabilimento cinquant'anni fa,
ha curato gli impianti come fossero suoi, ha passa-
to la vita qua dentro, senza orari, fino a notte
moltrata (il commendatore lo prendeva sotto-
braccio e gli diceva “Bravo Bassino !), ha la-
sciato un dito sotto la pressa, e poi i figli del com-
mendatore lo hanno mandato in pensione (secon-
do la legge, st capisce) allo scadere esatto del ter-
mine, con quattromila lire al mese, ed ora lo
puoi vedere ogni giorno sulle scale della chiesa
grande, e ogni trenta del mese fare la coda all'uffi-
cio postale, per le “quattromila mensili”. Questa
è la vita che ti aspetta, parola di Bullone! ».

Nino non capiva se Bullone l'aveva con lui op-
pure con se stesso, se era arrabbiato oppure sol-
tanto avvilito, se le sue erano minacce, 0 avverti-
mento, o scherzi, o vaticini. Gli altri operai non
dissero nulla. Solo Beppe sussurrò a Nino « non
dargli retta, è uno scontento » e poi disse, ad alta
voce: 4 Ma quando qui non c'era la fabbrica, 1
tuoi nonni e î miei andavano ancora scalzi, e dal
medico vi andavano solo i ricchi ; e nelle nostre
case più che pane e cipolla non si mangiava,
Ora tutto è cambiato, anche per noi, e anche i tuoi
figli, o Bullone, vanno alle superiori e chissa co-
sa diventeranno ! Certo, se uno non sa acconten-
tarsi, sara sempre meschino ».

Poi tutti chiamarono il re del ferro. Era un
ometto basso, con due occhietti piccoli e vivaci,
come due punte di spillo, ed era sempre sorridente.
Era il più vecchio, la dentro, era stato un allievo
di Bassino, e sapeva tutto sul ferro e sul modo
di trattarlo. Venne direttamente al cerchio degli
operai, salutando con larchi sorrisi, e disse subito :
a Scommetto che Bullone ha sparato una delle sue
solite raffiche. Ma perché non vai in Venezuela? ».
Bullone lo guardò di traverso.

Poi il re del ferro, sollecitato da tutti, raccontò
di quando arrivarono i grandi magli tipo ‘ Berta”
da quindici tonnellate, e lui fu il primo, sotto la
direzione di Bassino, a manovrare quei colossi ti-
rando la cordicella come si tira la coda al gatto,
e a scappare in fretta perché la cascata di scintille
era terribile ; e poi vennero le donne del palazzo

di fronte a lamentarsi perché di notte non si po-
teva dormire, perché il palazzo tremava ad ogni
colpo come se ci fossero stati gli spiriti, e da al-
lora infatti quel palazzo fu chiamato “il palazzo
degli spirit”.

II re del ferro era contento della sua vita lì
dentro, dove conosceva ogni angolo, ogni macchi-
na. Diceva che la fabbrica non era dei padroni
(che non la vedevano mai) ma era sua, ché vi
aveva passato l’intera vita. Diceva che era il suo
regno, perciò lo chiamavano “il re del ferro”.
Era soltanto un operaio specializzato, non aveva
la stoffa per fare il capo, ma ogni volta che c'era
qualcosa di difficile da affrontare, una macchina
che non voleva sentir ragione o qualche serie di
peszi che uscivano fuori difettosi, anche il capo,
anche l'ingegnere mandavano a chiamare il re del
ferro, e lui st metteva sotto di buzzo buono, e a
costo di lavorare tutta la notte riusciva a venirne
a capo, con una soddisfazione grande, superiore
a qualsiasi paga. II re del ferro era fatto così, e
sorrideva sempre, tranquillo, col solo timore che
lo mandassero in pensione troppo presto.

Qualcuno osservò allora che, soddisfazione 0
non soddisfazione, la vita degli operai era una
vita di sacrifici, sacrifici che non erano mat rico-
nosciuti dai padroni. Giovanni “sventola”, com
due orecchie che parevano due parafanghi, se ne
venne allora a dire, un po’ in fretta e guardan-
dosi attorno, che la colpa non era di nessuno ma
di una situazione, che finché non mutavano “le
strutture” (disse proprio così : le strutture) le co-
se non sarebbero mutate, e che se fossero stati più
uniti, e più decisi, le cose sarebbero andate meglio.
Era inutile lamentarsi : bisognava stare uniti, e
agire uniti, « Se gli operai non sono uniti tra lo-
ro, chi li aiuta? ». Bisogna essere uniti e sapere
ciò che si vuole, non come certi “ruffiani”’ che sa-
peva lui... Ma Dario lo interruppe, con molta
calma e parlare lento, quasi pesando le parole,
dicendo che in fondo non era il caso di dramma-
tiszare tanto, per partito preso, e che anzi le
condizioni di lavoro erano tanto migliorate, e
meno male che c'era lavoro, e che bisognava sa-
persi accontentare, e che, in fondo, « quando c'é
la salute c'è tutto». Dario era uno che guarda-
va la gente con un occhio solo, mettendo il volto
di profilo un po reclinato, come le galline.

Pot parlò Sergio, un tipo distinto dat modi len-
ti e fini: « Ma come non capire che i nostri pro-
blemi di oggi non sono più quelli di una volta?
È cambiato tutto, tutto, e così anche le nostre
condizioni, e quindi i nostri obiettivi. Non si trat-
ta di lamentarsi, a piagnistei, o di invetre, e mi-
nacciare, St tratta di essere consapevoli, di ren-
dersi conto delle cose. Qui non c'entrano i sa-
crifici, o le ingiustizie : c'entrano i costi, è conti
sut profitti, le statistiche ecc. Insomma, operat
moderni devono affrontare i problemi con meto-
di moderni, e scientifici » (pronunciava con un st-
bilo strascicato la parola “scientifici”, quasi fos-
se ‘silentifici”’)

Ci fu un certo silenzio, pot qualcuno cominciò
con racconti scollacciati, come quello di Nando
la cui moglie ogni sera spostava la suoneria della
sveglia un quarto d'ora in anticipo perché lui aves-
se tempo, al mattino, di fare il proprio dovere
coniugale prima di andare al lavoro. Tutti ride-
vano, e chiedevano « Ma poi te lo sbatte l'ovino? ».

Nino arrossi, pot arrossi di aver arrossito, e se
non fosse arrivato il fischio della strena sarebbe
stato un bel guaio.

Alla ripresa del lavoro Nino non riusciva nep-
pure ad ascoltare Beppe, perché pensava e ripen-
sava a tutte le cose che aveva udite, che gli tur-
binavano in testa in una gran confusione. Non
riusciva a capire bene, a rendersi conto. Ripen-
sandoci, gli pareva di stare sulle montagne russe,
con certi vuoti allo stomaco, ed allora si affan-
nava a fregare forte con lo straccio imbevuto di
petrolio. Come mat questo ingranaggio aveva an-
cora una goccia qui, tra due denti? L'asciugò in
fretta, strofinando con energia.

Lui credeva che gli operai, come diceva suo zi0
«fossero tutti a una », cioè tutti d'accordo, e che
negli intervalli parlassero solo del loro lavoro, di
come andava il lavoro. Invece, quante cose, nuo-
ve e difficili...

Beppe ne interruppe i pensieri chiedendogli im-
provvisamente : « Tuo padre, che lavoro fa? ».

a Nessuno, perché è morto tre anni fa ».

Beppe non disse nulla. Ma lo guardava con
rinnovata tenerezza, e ogni tanto, vedendo che
quattro o cinque ingranaggi gli si accumulavano
davanti, lo incitava: « Forza Nino! Forza Ni-
no!» ma con voce così debole e con tono così len-
to e sommesso che invece di un incitamento di-
ventava una nenia sonnolenta.

Nino però pensava sempre a quello che aveva
udito, e alla propria vita futura tra quegli uo-
mini, nella fabbrica. Chi aveva ragione? Beppe,
Bullone, il re del ferro, Giovanni sventola, Dario
oppure Sergio? D'altra parte, forse non contava
molto chi avesse ragione. Non stava in lui saper-
lo e se anche lo avesse saputo, che cosa avrebbe
dovuto fare? Doveva stare dove lo avevano mes-
so, dove lo aveva messo sua madre, dove lo ave-
va messo il capo, e camminare dietro agli altri.
Ma allora?...

Allora Nino si aggrappò, con grande sollievo,
al pensiero che sua madre gli aveva promesso, per
quella sera, un bel piatto di ciliegie cotte, che gli
piacevano tanto. Questa sera, intanto, avrebbe
mangiato le ciliegie cotte, e le avrebbe chieste an-
che per domani sera. Ormai poteva chiederle, an-
che se il guadagno suo non era molto, aveva il di-
ritto morale di chiederle. E sabato sarebbe andato
al cinema; avrebbe potuto andare con la tessera
del dopolavoro e quindi con la riduzione. Avrebbe
potuto andare in poltrona al “Verdi” a vedere
il varietà con le ballerine. Sì, sarebbe andato al
“Werdi" in prima fila.

Così il tempo gli passò più presto, venne il fi-
schio della sirena d'uscita, Nino salutò deferente-
mente l’uomo rosso “buono con i lavoratori e ter-
ribile con i vagabondi”, andò a cambiarsi d'abito,
timbrò 11 proprio cartellino ad uno dei grandi oro-
logi dallo spaventoso quadrante bianco, uscì nel-
la strada dove stridevano i tram coi grappoli
umani appesi alle porte.

Fece la strada del ritorno lentamente, con le
mani in tasca, finché si trovò di fronte al monu-
mento, dove alcuni suoi amici lo chiamarono.

Egli I salutò con la mano ma non corse da
loro, restò a guardare da una certa distanza, e
l’ultimo raggio di sole al tramonto colpi la spada
della donna alata e il riflesso scintillante lo ferì
dritto tra gli occhi.









La siderurgia
italiana
a Mosca

Le aziende siderurgiche del gruppo Finsider
hanno partecipato con un proprio padiglione
alla mostra delle realizzazioni dell'industria ita-
liana tenuta a Mosca, al parco Sokolniki, dal
28 maggio al 12 giugno scorso.

La stampa italiana e internazionale si è lar-
gamente occupata di questa esposizione, che è
stata visitata ed elogiata dallo stesso “premier”
sovietico, Nikita Krusciov. I giornali hanno
messo particolarmente in rilievo come, attra-
verso questa mostra, che è stata affollata da
centinaia di migliaia di visitatori, l’uomo del-
la strada sovietico abbia “scoperto” che an-
che l’Italia è un paese industriale, un paese che
produce macchine, strumenti, beni di consu-
mo di qualità assai apprezzata sui mercati di
tutto il mondo.

Il padiglione della Finsider ha contribuito a
caratterizzare questo volto nuovo e, per i vi-
sitatori russi, insospettato dell’Italia.

Allestita dagli architetti Conti, Munari e Pa-
ciello, la mostra della Finsider tendeva a for-
nire, attraverso un'ampia esposizione di dati
produttivi ed economici, di grafici, di foto-
grafie, un'idea precisa dello sforzo compiuto
dal dopoguerra ad oggi dall’ IRI, dalla nostra
capogruppo e dalle varie aziende che essa
riunisce, per dare all’Italia una grande indu-
stria siderurgica, sana e competitiva.

È soprattutto in virtù di questo sforzo che
il nostro paese, pur essendo povero di mate-
rie prime indispensabili come il carbone e il
minerale di ferro, è divenuto una nazione side-
rurgica che si è inserita all’ottavo posto nella
eraduatoria dei grandi produttori d'acciaio del
mondo.

La mostra poneva in particolare rilievo
come questa espansione dell'industria italiana
dell'acciaio sia un fenomeno dovuto in massi-
ma parte alle aziende a partecipazione statale
che nella Finsider sono raggruppate e che for-
niscono al consumo interno tutta la gamma di
prodotti necessaria allo sviluppo economico e
sociale del paese e alimentano anche in misu-
ra rilevante le correnti di esportazione.

Questa espansione è certamente destinata
ad aumentare ancora nei prossimi anni,
quando sarà realizzato completamente il nuo-
vo piano quadriennale IRI-Finsider, grazie
soprattutto al potenziamento degli impianti
dell'Italsider dislocati sul mare.

Nikita Krusciov ha visitato, nel giorno dell''inangu-
razione, il padiglione allestito dalla Finsider alla mostra
delle realizzazioni dell'industria italiana, tenutasi al
parco Sokolniki di Mosca dal 28 maggio al 12 giugno,





Due vedute parziali della sala delle pitture, allestita nel padiglione della Finsider, La sala, oltre a fornire un panorama suffi-
cientemente idimostrativo dell'arte italiana d’osei, ha «costituito una valida testimonianza dei rapporti tra il mondo dell'arte

e quello dell'industria e ha suscitato vivo successo,

À questo programma impes NOICVOo e AI IO
stri grandi centri siderurgici costieri in cui es
so è in massima parte accentrato, era dedicato
un settore del padiglione, Alle immagini più
sue pestis e di Cornig iano, Bi imbino
e Taranto, si univa la rappresentazione simbo-
lica della “siderurgia sul mare", in una sintesi
pittorica di grande effetto, dovuta a Emanuele
Luzzati che ha creato una serie di grandi pan-
nelli su cui era raffigurato il viaggio delle mate-
rie prime dalle miniere fino ai moli degli stabi
limenti. Disposti in modo da formare una stan
Ea circola re, 1 pannelli da VvaALO al visitati ICE l’im-
una

pressione di trovarsi al centro di rotta

ideale pi il trasporto del minerale di ferro (o
del carbone dalle Americhe e dalle Indie Oc-
cidentali alle coste dell’ Italia.

Lo sviluppo siderurgico è indubbiamente

uno deeli aspetti più enibicativi de miracolo
italiano; si può dire anzi che il fatto di possede

re una moderna e forte industria siderurgica ha

costituito uno degli elementi essenziali che

hanno permesso all'Italia di uscire dal suo se-
colare stato di inferiorità, di non essere più la

terra ca soltanto di bellezze naturali, d'arte e
di ricordi di glorie del passato, ma un paese che
sl avvia ad assumere, a passi sempre più rapidi,

una moderna struttura economica e industriale,

“Italia sta dunque AC ando un nuovo

volto, ben diverso da quello classico canta

to anche da un poeta russo dell'Ottocento,
ivgeni]) Boratynski], i cui versi aprivano si-
enificativamente la mostra della Finsider.
Ma l’immagine classica dell’ Italia che ispirò
poeti del secolo scorso, è assai mutata. Ac-
canto alle vesticia delle antiche li rie, agli u-

livi, al pastori, ai contadini, è sorto un nuovo
rio: quello delle fabbriche. L'evoluzione

cel Mostro pa

paesa
se dalla civiltà agricola a quella

industriale era simbolizzata. proprio all’ in
gresso del padiglione, da un gruppo di disegni

di Giacomo Porzano, cui faceva se-

“APTEsti



guito un'immagine fotografica di Federico Pa-
tellani, ormai divenuta famosa: otto giovani
operai meridionali in tuta ed elmetto, sorri-
denti su uno degli enormi tubi prodotti nel
nuovo stabilimento di Taranto.
si avvia ad assumere
una sempre più spiccata fisionomia industria-
le, non rinuncia alle sue tradizioni di cultura.
L'industria si fa anzi animatrice di iniziati-
ve aftistiche e culturali. Una testimonianza im-
stituita,

Ma se il nostro paese

portante e del tutto particolare era c
nel padiglione della Finsider
ne di pitture intesa a dimostrare

, da un'esposizio-
l'influenza

esercitata dall'industria sul mondo dell’arte, in

un processo di reciproco avvicinamento che

tende a superare il secolare diaframma tra

‘arte’ e “tecnica'.

La mostra pittorica, della quale diamo In
queste pagine due vedute parziali, tracciava
un panorama, necessariamente selezionato ma
sufficientemente dimostrativo, dell’arte italiana
d'osei, con opere di pittori di scuola “figura
[per quanto generico ed improprio pos-
sa sembrare tale termine per comprendere qua-
dri che vanno dal pensoso realismo di Costan-
opere di pittori di sci

con tutte le differenz

matica controllata di Capogrossi all' “informa-

le" di Vedova, alle “ra
di Sc

ografie dell'inconscio”
anavino). Oltre a quelli citati erano rap-
presentati, tutti con opere ispirate al mondo
del la
Cazzai
enani.

Particolarmente vivo è stato l'interesse del

pubblico e dei critici per questa sezione e lo

si comprende facilmente se si tiene conto del-
le tendenze dell'arte sovietica odierna, ché si
alcune delle

tale

accosta con estrema cautela ad

sioni artistiche contemporanee. A
proposito, possiamo citare quanto ha scritto



ad uno dei pittori espositori il Conservatore
del museo dell’ Hermitage di Leningrado, pro-
fessor Gukovskj:

« Perciò io ripeto qui la mia opinione sulla
mostra di Mosca, la quale mi pare essere la
migliore delle mostre straniere che sono state
organizzate nella nostra capitale. Ciò che di-
stingue la mostra italiana è il noto gusto squi-
sito di questo paese, la maestria con la quale
sono scelti i pezzi più rappresentativi e la ma-
niera chiara e comprensibile con la quale sono
esposti ».

Possiamo perciò dire che la mostra di pittura
ha rappresentato nel campo artistico una novità
assoluta e ha portato una parola veramente ri-
voluzionaria, capace di suscitare vitali polemi-
che ed echi lontani.

La Finsider ha organizzato poi una serie di
iniziative collaterali alla mostra e destinate ad
illustrare agli ambienti economici sovietici le
realizzazioni della nostra industria dell'acciaio,

Il presidente della Finsider, prof. Ernesto
Manuelli, ha tenuto una conferenza nella sede
degli uffici tecnici del Consiglio dei Ministri,
illustrando l'evoluzione tecnico-strutturale del-
la siderurgia italiana ad un qualificatissimo
pubblico di esperti.

Dopo aver tratteggiato brevemente i tra-
guardi raggiunti negli ultimi dieci anni ed aver
ricordato le premesse tecnico-organizzative del
“piano Sinigaglia”, il prof. Manuelli ha detta-
eliatamente illustrato le linee del nuovo pia-
no quadriennale di sviluppo delle aziende del
gruppo Finsider indicando attraverso quali
strutture produttive ed organizzative la pro-
duzione di acciaio del gruppo raggiungerà
9,4 milioni di tonnellate di acciaio, corrispon-
dente al 65% della produzione nazionale, en-
tro il 1965.

Il dott. Gian Lupo Osti, direttore generale
della nostra società ha tenuto, nel palazzo del-
la Cultura dello stabilimento ZIL, una confe-
renza sul tema: « L'organizzazione come stru-
mento cdi direzione aziendale ».

Il dott. Osti ha illustrato le linee direttive
che improntano l’organizzazione aziendale del-
l Italsider, sottolineando come tale organizza-
zione costituisca non un modello definitivo e
valido per ogni struttura aziendale, ma al con-
trario il frutto di un continuo riesame e con-
fronto delle esirenze della società con analo-
ghe situazioni verificatesi in altre aziende ita-
liane ed estere, tenendo presente un elemento
di fondamentale identità: che si tratta di in-
quadrare uomini, uomini che danno la loro atti-
vità per il raggiungimento di obiettivi comuni.

Il relatore ha posto l'accento sulla libertà di
iniziativa personale lasciata a ciascuno nell’am-
bito delle responsabilità assegnategli. Questa
libertà è considerata una delle condizioni in-
dispensabili per il costante miglioramento del-
l'azienda e della comunità in cui essa opera.

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L Tu 7 e i] vi EI
Sr Lr al

d

in alto: il ministro del commercio estero, on. Luigi Preti,
accompagnato dal mostro ambasciatore a Mosca, 5, E.
Straneo, dal presidente della Finsider, prof, Manuelli, dal
direttore generale dell'Italsider, dott. Osti, e da altre per-
sonalità, visita il padiglione della siderurgia italiana.
nelle due foto in basso: gruppi di visitatori russi sostano
davanti ai quadri esposti nel padiglione Finsider.





Premiato a Venezia

Il planeta
ACCIaAlo



« Per V'insolita interpretazione di una realtà
industriale ». Questa la mottuazione con cui la

giuria internazionale della XII mostra del
documentario di Venezia ha attribuito a «Il
pianeta acciato» di Emilio Marsili, prodotto
dall'Italsider, ' “Osella di bronzo” per la ca-
tegorta « film di informazione e di divuleazione
tecnica e scientifica ».

L'affermazione ottenuta dal documentario,
girato nei centri dell'Italsider di Cornigliano,
Bagnoli, Piombino e Taranto, è particolarmente
stenificativa quando st tenga conto della ag-
guerritaà e provvedula partecipazione straniera
che ha presentato un complesso di opere, alcune



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delle quali attinenti lo stesso tema trattato da
«Il pianeta acciaio», non poco stimolanti sul piano
dell'interesse divulgativo ed anche su quello
spettacolare.

A questo premio s'è unito quello ottenuto
dallo stesso film nel concorso internazionale
‘Mercurio d’oro”, organizzato annualmente dal-
la Camera di Commercio di Venezia, nell’am-
bito della mostra del documentario. «Il pianeta
acciao» ha ottenuto il secondo posto nella gra-
duatoria finale ; in essa compaiono film di di-
versa nazionalità e non soltanto quelli che erano
presenti nella speciale categoria veneziana, ché
parecchi altri di tenore squisitamente tecni-



22

co — sono stati inseriti in competizione dagli
organizzatori.

Queste due affermazioni puntualizzano, in
forma ufficiale, l'impegno e la serietà della rea-
lizzazione che, nel corso del suo approntamento,
è stata guidata dalla volontà di offrire sì un
esauriente panorama dell'importante fenomeno
siderurcico — che, ovviamente, riveste caratteri
di varia natura : economici, sociali, industriali —,
ma, e soprattutto, di portare a termine un'opera
che, per certi aspetti, risultasse abbastanza
inconsueta,

Elemento fondamentale, la partecipazione at-
tiva di due uomini di cultura: Dino Buzzati,
che ha steso il testo del commento, e Luciano
Emmer, che ha scritto il soggetto.

Il graduale accostamento del mondo cultu-
rale a quello industriale, in particolare nell’am-
bito di una documentazione audiovisiva, potrà
recare contributi non indifferenti e, certamente,
potra assicurare alle realizzazioni di questo tipo
un'autorevolezza ed una nobiltà espressiva che,
sino a qualche anno fa, non erano, almeno in
Italia, assolutamente pensabili.

Con ciò non si vuole negare il buono — e
talvolta ottimo standard realizzativo di
tanta parte della produzione italiana specia-
lizzata nei tecnofilm. E certo che alcune rea-
lissazioni hanno, con molta dignità, rappre-
sentato la produzione del nostro paese in com-
petizioni internazionali, riscuotendo ottima cri-
tica e particolari segnalazioni, ma è fuor di
dubbio che, in questo settore, il contributo ita-
liano non è stato di grandissimo rilievo,

In altri termini, si è, spesso, restati nell'am-
bito dell'onesto artigianato, e ciò è avvenuto
praprio perché non si è cercato, per tempo, di
avvicinare ai fatti industriali (che non sono
in definitiva solamente specializzati come un
osservatore superficiale potrebbe ritenere) uo-
mini provententi da altre esperienze di vita e
di cultura.

Il cinema, ed il tecnofilm in modo particolare,
ha necessità di essere sempre più strettamente
collegato con la cultura: da una fattiva e
schietta collaborazione non potranno che de-
rivarne vantaggi e sulluppi quanto mai in-
teressantit.

È abbastanza evidente che l'uomo di cultura
ed «Il pianeta acciaio», 7 questo senso, lo ha
dimostrato — non deve mantenere una posi-
sione distaccata, in certo modo “aristocratica”.
E condizione fondamentale ch'egli umilmente
saccosti ar grandi fenomeni economici e indu-
striali del nostro tempo, ponendosi come inter-
mediario tra essi e il pubblico che, nella mag-
gioranza dei casi, non avrebbe in sé la possibi-
lità di mettere opportunamente a fuoco certi
fattori determinanti. L'uomo di cultura può
saggiamente operare in una direzione divulea-
tiva contemperando le esigenze spettacolari è
quelle didascaliche ; ma può, inoltre, giudizio-
samente indirizzare gli imprenditori nella strada
da scegliere quando essi decidono di affidare al
mezzo audiovisivo (prescindendo dalle diverse
categorie attraverso le quali st estrinseca il tec-
nofilin) l'esposisione, la discussione e la drvul-
gazione det problemi di maggiore rilievo econo-
mico-sociale.



Valore estetico e sociale

del disegno

industriale

Tutti, oggi, usano e ammirano un
particolare modello di automobile, un
tipo di posata, una certa penna a sfera
e pure, al limite, la maniglia di una
porta, ma non tutti si rendono conto
del significato preciso, in termini di
valore artistico e di progettazione tec-
nica, di tali oggetti metallici prodotti
in serie dall'industria moderna.

Il problema riguarda il settore del
«disegno industriale», un settore im-
portantissimo nella vita e nella società
moderna.

Su questo tema Gillo Dorfles, critico
d’arte e professore di estetica all’uni-
versità di Trieste, ha scritto per la
nostra Rivista il seguente articolo che
mette a fuoco i vari aspetti di un pro-
blema tecnico-artistico che va assumendo
un'importanza sempre più erande.

L'importanza che viene, ogni giorno di più,
rivestendo il settore del disegno industriale
nella vita e nella società moderna non può
essere misconosciuto. Si tratta ormai d'un
fenomeno che investe in pieno le strutture
stesse della nostra economia e che, al tempo
stesso, è intimamente legato alle costanti
estetiche dell’epoca in cui viviamo. Ci sem-
bra perciò che un esame, sia pur sommario,
di questo settore sia dei più importanti e sia
oltretutto strettamente legato ai problemi
che gravitano attorno ad una grande indu-
stria del ferro e dell’acciaio; oggi una vasta
camma di oggetti, di suppellettili, di mac-
chinari, di elementi architettonici, hanno co-
me materia prima questo metallo, e tutti, 0
quasi tutti, codesti oggetti e strumenti rien-
trano totalmente o parzialmente nel settore
di cui, per l'appunto, intendiamo brevemente
discorrere in queste colonne. Vorrei premet-
tere peraltro alcune considerazioni di ca-
rattere cenerale che mi consentano una de-
finizione ed una delimitazione del problem:
che intendo trattare. C'è ancora una buona
parte del pubblico e anche del pubblico
più colto e preparato che considera il
diseeno industriale come un'attività limitata
alla creazione di qualche oggetto e di qualche



suppellettile casalinga, o soltanto come il
‘“diseeno esecutivo” necessario alla costru-
zione di qualche macchinario. C'è, dunque,
qualcuno che non si rende conto come, nella
nostra civiltà, il disegno industriale vada as-
sumendo, lentamente ma inesorabilmente,
un'importanza che diventerà sempre più
erande e che forse finirà per sostituire addi-
rittura interi settori un tempo riservati al.

l'arte, all'artigianato, all'economia. Se, in-
fatti, ci guardiamo attorno, ci renderemo
tosto conto di come, dall’automobile al te-

letono, dalla penna a sfera alle “curtain-walls”,
dal motoscafo alla posata, tutto rientri ormai
in questa categoria. In altre parole, potremo
considerare come facenti parte di questo am-
pio settore tutti quegli oggetti che possono
essere riprodotti in serie, senza con ciò per-
dere le loro qualità iniziali. E implicito in
questa affermazione il fatto che già il disegno
creato dal progettista contenga in sé — sia
pur allo stato latente — quella qualità di unicità
e di individualità artistica che lo distinguerà
da ogni altro disegno e che verrà a costituire
la sua vera identità. Ed è qui che viene a
verificarsi una delle più tipiche caratteristiche
del disegno industriale in contrasto con la pro-
duzione artigianale. Nell’oggetto artigianale,



La carrozzeria della «DS 19» Citroén, disegnata da
G. Bertone ed esposta all' XI Triennale di Milano.

intatti, le caratteristiche estetiche risaltano sol-
tanto all'atto del compimento dello stesso, e
possono, o debbono anzi, essere “aggiunte”
dal “tocco” dell'artista; nell'oggetto industrial-
mente prodotto, invece, ogni qualità estetica è
già implicita nel primitivo disegno o nel mo-
dello esecutivo che sarà la matrice di tutti i
successivi esemplari della serie.

Il concetto stesso di “produzione di serie”
va considerato come riferito al metodo pro-
duttivo più che alla quantità degli elementi
prodotti: si potrà avere cioè una piccola serie
(come nel caso di locomotive, bastimenti,
sommergibili) e una grandissima serie (come
nel caso di stoviglie in materie plastiche, elet-
trodomestici ecc.) ma rimarrà comunque inva-
riato il criterio della iterazione del prodotto.

A questo punto vorrei peraltro precisare
un altro fondamentale aspetto dell'oggetto
prodotto industrialmente, quello cioè che si
riferisce alla sua “funzione”. Se in un primo
tempo la “funzione” veniva intesa soltanto
in un’'accezione esclusivamente utilitaria €
materialistica, in un secondo tempo tale
accezione venne assumendo sempre di più
delle implicazioni psicologiche. Non posso
certo in questa sede riandare alle molte po-
lemiche che, in campo architettonico e in



campo critico, si vennero alternando attorno
alla maggior o minore subordinazione della
bellezza architettonica alla sua funzionalità.
È bene, tuttavia, ricordare almeno come l’at-
tecgciamento strettamente funzionalista si sia
venuto modificando con l’andar degli anni;
al mostri giorni cioè viene generalmente ac-
cettato il tatto che il quoziente artistico del-
l'oggetto industriale sia soltanto parzialmente
in funzione della sua “utilità”; non solo, ma
da parte della maggioranza l’intero settore
del disegno industriale viene considerato come
solo parzialmente rientrante nel campo delle
“arti belle” a differenza di quanto si postulava
nell'epoca della Bauhaus. Ecco quindi come
quel rigorismo razionalista che credeva di
un'assoluta identità nel binomio
“’utilità-bellezza” si è venuto ad infrangere.

Un altro equivoco nel quale molti incor-
sero in un primo tempo fu quello di credere
che fosse possibile un'assoluta assimilazione,
dal punto di vista dei valori estetici, tra ope-
ra artigianale, opera artistica e opera indu-
strialmente prodotta, Anche questa posizione
Oggi non puo più essere mantenuta € Mecces-
sita di un'accurata revisione.

Se, da un lato, dobbiamo accettare il fatto
che non si possa più porre una distinzione

SOOT TETTE



netta tra “arte applicata” e “arte pura” (se-
condo quegli antiquati schemi idealisti che
volevano innalzare al cielo la “poesia” e
mantenere in un oscuro limbo la “lettera-
tura”, quale una forma di “non arte”), dob-
biamo dall’altro lato accettare di considerare
come ‘arte’ tanto l’architettura moderna
(persino quella prefabbricata), quanto l’og-
getto industriale, purché ovviamente rispon-

dano ad alcuni inevitabili requisiti estetici.
Ed è innegabile infatti che molti oggetti in-
dustrialmente prodotti presentano delle for-
me la cui somiglianza e affinità con quelle di
molta scultura e pittura moderna è evidente;
il che dimostra che l’arte “pura” influenza
sensibilmente l'oggetto industriale, e che,
d'altro canto, l'oggetto industriale influenza
a sua volta l’arte pura. Tuttavia una distin-



Due nuove macchine della Olivetti per la gestione
contabile e scientifica: il lettore di schede (qui a fianco)
e l’«umità periferica autosutticiente» RP 60 (sopra).
Ambedue hanno strutture in lamiera scatolata e sal-
data. Disegno di Ettore Sottsass Jr. (dalla rivista
«Stile Industria»).

zione netta va posta tra disegno industriale e ar-
ticianato, appunto per evitare di considerare
l'uno comeartisticamente più “valido” dell'altro.
Oggi l'artigianato è destinato a diventare,
sempre di più, un “sottoprodotto” delle arti
pure, ad assumere cioè quelle caratteristiche
di preziosità della materia e di unicità della
forma che distinguono pittura e scultura,
mentre è difficilmente concepibile che siano



“prodotti a mano” quegli oggetti che possono
molto meglio essere “fatti a macchina”, Ed
ecco l’errore di coloro che insistono per
mantenere la produzione artigianale anche
in quei prodotti che sono per loro natura
destinati alla serie. È probabile perciò che in
un prossimo futuro l'artigianato sia limitato
esclusivamente a quei settori assai ristretti
dove ha importanza precipua il tocco manuale,
la rifinitura individualistica, la irrepetibilità.
L'artigianato sarà dunque destinato a creare
soltanto il “pezzo unico”: il gioiello, il mo-
saico, l’arazzo, quel tipo di oggetti che si
possono far rientrare in pieno nel campo
della pittura e della scultura ‘applicate’.

Per contro l'oggetto veramente di serie,
sia di ceramica che di legno, di vetro che di
metallo, non potrà essere creato che indu-
strialmente e con assoluto rigore.

Un altro problema che credo meriti conto
d'essere brevemente esaminato è quello dei
rapporti tra disegno industriale e architettura
industrializzata: sembra abbastanza opportuno
di far rientrare entro il campo del disegno in-
dustriale tutti quegli elementi usati nell’archi-
tettura moderna che sono passibili d’una siste-
matica iterazione, d'una produzione standar-
dizzata e strettamente seriale. Rientrano per-
tanto in questo settore moltissime delle appa-
recchiature tecniche, sanitarie, termiche ecc.
presenti nei singoli edifici e vi rientrano di pie-
no diritto gli infissi, le maniglie, le diverse
categorie oggi così usate di “curigim-ma/ie”, e
ancora le prese d’aria, le serpentine, 1 serba-
toi, le altre numerose attrezzature degli im-
pianti industriali che hanno ormai trasformato
buona parte del nostro moderno paesaggio
architettonico. Vi rientrano persino quelle
costruzioni che possono essere eseguite glo-
balmente attraverso elementi prefabbricati e
che possono essere trasferite sul posto in
condizioni di lavorazione compiuta (e mi
riferisco alle ben note cupole geodesiche di
Buckminster-Fuller, agli snodi e agli altri
elementi modulari ideati da Konrad Wachs-
mann ecc.).

Un ultimo argomento su cui vorrei ancora
brevemente soffermarmi è quello che con
parola inglese si suol denominare “styling”
e che è indubbiamente uno degli aspetti più
delicati del disegno industriale. Tanto il
concetto che la parola sono sorti negli Stati
Uniti, dove, prima che altrove, tale fenomeno
poteva manifestarsi, appunto in seguito al-
l’alto tenore di vita e all’alto livello d’indu-
strializzazione del paese. La sua giustifica-
zione è quanto mai semplice: si tratta del
compito che spetta al designer, di rivestire di
“nuovi panni” splendenti l'oggetto la cui
forma e il cui aspetto si sia già in parte 0
totalmente ‘consumato’, sia, cioè, divenuto
troppo noto e quindi privo di quel potente
richiamo che è insito in ogni oggetto al
momento della sua prima immissione sul
mercato, In altre parole il disegnatore si vede
affidato, ad un certo punto, dall'industria un
oggetto perfettamente idoneo al suo scopo,
che ha però la necessità di acquistare una
‘forma nuova” e questo solo per riuscire

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La « Vespa» disegnata da Corradino D'Ascanio ed Enrico Piaggio.



La «Supernova Julia » della Necchi, disegnata da Marcello Nizzoli, autore anche della « Mirella ».



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206



9)
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Orologio a pila da tavolo in acciaio
della Lorenz, disegnato da Richard
Sapper.

nella pagina accanto: una série di
giunti standard, ideati dall'architetto
Konrad Wachsmann e fabbricabili in
serie, che permettono l'unione di più
elementi strutturali in un solo punto
(dalla rivista «Banen+ Wohnenv)}.

più appetibile al pubblico dei consumatori,
solo per poter essere ulteriormente e profi-
cuamente smerciato. Questo indirizzo è stato
fortemente osteggiato da taluni paesi, come,
ad esempio, l'Inghilterra, perché considerato co-
me controproducente sia eticamente che esteti-
camente, eppure col passare degli anni tutti
i grandi organismi produttori di oggetti in-
dustriali hanno dovuto riconoscere che il
valore della “novità” d'un oggetto di serie
era uno dei requisiti ai quali non ci si poteva
sottrarre; per cui la pratica stilizzatrice si è
venuta sempre più estendendo in tutti i paesi
ad alto tenore di industrializzazione e sareb-
be ormai impossibile prescinderne.

Se, del resto, consideriamo alcune delle
numerose famiglie di oggetti sfornati negli
ultimi lustri dalle industrie a un ritmo sempre
più veloce, vedremo agevolmente come è,
proprio in seguito a tale principio, che si
possono giustificare i passaggi cui abbiamo
assistito da uno “stile” lineare e rettangolisti-
co (quale era quello del primo razionalismo)
a quello “aerodinamico” del periodo che va
dal 1930 al *40, sino a giungere a quelle forme
ondulanti e sinuose che caratterizzarono l’im-
mediato dopoguerra; sino, infine, ai recenti
ritorni a forme più spigolate, seometrizzanti

e arleggianti lo stile liberty (come si è visto
in alcuni noti esempi italiani, ad esempio,
nella ‘“*Diaspron” Olivetti e nella carrozzeria
della Flaminia).

È interessante notare a questo proposito
come le mutazioni di stile seguano di pari
passo le mutazioni dei relativi elementi sim-
bolizzatori che ne stanno alla base. È appunto
a seconda del valore di questa funzione sim-
bolizzatrice che viene a mutare la “linea”,
la caratteristica formale dell'oggetto, Nel
periodo in cui predominava l’aerodinamicità
si ebbe un'estensione di questa anche ad og-
getti statici e immobili, mentre, per contro,
si può constatare un'applicazione di linee
squadrate e spigolate anche ad oggetti semo-
venti e dinamici nell'epoca in cui tali linee
siano divenute “di moda” (e si veda l’esem-
pio della 1800 Fiat, tanto per citare un caso
ben noto).

Naturalmente una cosiffatta sottomissione
dell'oggetto industriale ai dettami della moda
non è certo commendevole né consigliabile,
ma è un fenomeno del quale non si può non
tener conto e che rientra del resto in pieno
in quella “velocità di usura formale” cui spes-
so ho avuto occasione di accennare. Se essa
sia benefica 0 meno agli effetti estetici è dif-

27



ficile precisare e ce lo potrà dire soltanto il
futuro. Ad ogni modo è del tutto superfluo
ogni tentativo di combatterla dato che essa
è intimamente legata a ragioni di carattere
economico e sociale, Ritengo anzi che sia
tipica d’un’epoca come la nostra un’accele-
razione notevole nell’usura delle forme e non
solo per quanto riguarda le “forme utili”
ma anche le forme “inutili”’, ossia quelle più
propriamente artistiche (e lo provano i con-
tinui e periodici rivolgimenti negli indirizzi
pittorici, architettonici, musicali). Non credo
del resto che la velocità di trasformazione cui
va incontro l'oggetto industrialmente pro-
dotto si debba considerare come alcunché
di dannoso. Ritengo anzi che, proprio in
grazia al suo adattarsi così sollecito agli
episodi della moda e del costume, l’oggetto
industriale presenti in maniera assai vivace
delle qualità “premonitorie”, di anticipazione
formale, che possono riuscire assai giovevoli
anche per altre forme più specificamente ar-
tistiche, così da costituire ai nostri giorni
uno dei più sensibili “termometri” del gusto
popolare, e al tempo stesso uno dei più
efficaci mezzi di diffusione dell’elemento arti-
stico nelle più svariate e composite stratifi-
cazioni della nostra società.



Il commercio
marittimo

in tre affreschi

genovesi

Per tutto i secolo NI, che vide il maturarsi delle
prime unità nazionali, come in Francia e in Inghil-
terra, e il sorgere di due grandi imperi supernazionali,
quello di Carlo | e quello di Solimano il Magnifico,
il Mediterraneo restò il principale centro di traffico
commerciale, anzi il vero centro commerciale di tutto

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sopra: Genova con il suo emporio portuale, Sono ben visibili i moli, gli ormeggi, i

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vascelli da trasporto, le

galere da guerra. Questo affresco e gli altri della pagina accanto si trovano a Genova, nel palazzo Doria-Spinola,

oggi sede della Prefettura.

nella pagina accanto: Venezia (in alto) con il grande Arsenale e la «Dogana da Mar» e Anversa (in basso),
una delle città nordiche con cui i nostri mercanti avevano più continui e intensi rapporti.

il mondo occidentale. F ciò avvenne malgrado la
scoperta dell'America : basta pensare che l'oro delle
cosiddette “Indie” veniva a finire tutto in Mediterra-
neo, per pagare le armi, le spezie, il sale, il grano,
le sete, il ferro, il legname, i prodotti finiti dei quali
la Spagna imperiale era gran consumatrice, Del
resto, come moneta corrente per pagare i grandi
eserciti permanenti, l'argento resistette a lungo, ed
era argento orientale che giungeva in Mediterraneo
attraverso l'Africa.

Ai centro di tale commercio mediterraneo era
ancora, malsrado la diminuita influenza politica,
l'Italia. Qui wi erano grandi centri di produzione,
ma soprattutto di commercio e di smistamento : Ge-
nova, Venezia, Livorno, Napoli, Taranto, Palermo.
Qui vi erano grandi banchieri, come quelli genovesi
e fiorentini, grandi mercanti, come quelli veneziani
e genovesi, grandi trafficanti come quelli maltesi 0
siciliani, E tale commercio era veramente, in quel-
l'epoca, “mondiale perché raggiungeva, via mare,
Costantinopoli o Alessandria per arrivare, con le
carovane, fino all' Estremo Oriente; oppure raggiun-
geva, sempre via mare, Lisbona, Anversa, Londra,
Amsterdam; via terra poi, attraverso le strade al-

pine, raggiungeva Lione e Parigi oppure Innsbruck,
Monaco, Hannover o Norimberga, e su fino al Baltico.

Tale commercio è rappresentato, nel Palazzo del
Governo a Genova, da grandi affreschi murali che
sono altrettanti ritratti di città, colte sul vivo con
le loro scene di vita e di lavoro. Ecco Venezia, con
i grande Arsenale, e la “Dogana da Mar", ed i
grandi galeoni da trasporto, ed ecco sui canali interni
le piccole barche cariche di merci, le maone, le gondole.
Ed ecco Genova, tutta raccolta ad arco attorno al suo
grande emporio portuale, con i moli, gli ormeggi,
i vascelli da trasporto, le galere da guerra. Ed ecco
ancora a significare il continuo rapporto con le città
nordiche, in specie fiamminghe (famoso il fanco
di S. Giorgio” a Genova, come famosi i “fondachi"
genovesi e veneziani a Bruges, come famosa la borsa
di Amsterdam) fa pianta di Anversa. In primo piano,
le varie strade che conducono alle porte della città,
sulle quali si notano carri da trasporto delle merci.
In questi affreschi, molto precisi ner dettagli e ferwvidi
nell'immaginazione, anche se di stile alquanto popo-
laresco, si coglie sul vivo, come dicevamo, il pulsare
economico di quelle nostre città che già erano, quattro
secoli fa, centri commerciali d'importanza mondiale.



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I Ri

i
Dei

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Ma Ci, n EN Ù

poi:







(‘ostruito a Lovere

Al cantiere navale Ansaldo di Genova Sestri si è proceduto
nei giorni scorsi al montaggio del dritto di poppa della «Mi-
chelangelo ».

La «Michelangelo», come noto, sarà varata entro l'anno e
quando entrerà in servizio sarà, con le sue 43.000 tonnellate
di stazza, la nave ammiraglia della nostra flotta mercantile.

Il dritto di poppa, che consta di tre pezzi fusi, del peso
complessivo di quasi 90 tonnellate, è stato fabbricato nel nostro
stabilimento di Lovere. Si è trattato di una lavorazione par-
ticolarmente importante, date le inusitate dimensioni det pezzi
e la loro destinazione. Impegnativo è stato anche il trasporto
su strada da Lovere a Genova, avvenuto con speciali automezzi.

Le foto mostrano due momenti del montaggio del «dritto»
nel cantiere : il grande pontone-gru ha sollevato il pezzo e lo
porterà poi all'altezza della poppa della nave, dove sarà sal-
dato alle lamiere del fasciame.

Convegno a Palermo

I problemi
della stampa

aziendale

Il XIII convegno nazionale della stampa
aziendale si è svolto quest'anno a Palermo, dal
22 al 24 giugno, organizzato dalla Società Ge-
nerale Elettrica della Sicilia. Alla manifesta-
zione erano rappresentati quasi tutti i cento-
trentanove giornali aziendali italiani. Erano
presenti il presidente dell’associazione, profes-
sor Silvio Golzio, presidente della Stet, il
gr. uff. Giuseppe Ceccarelli, dell’ Italsider, pre-
sidente della federazione europea della stampa
aziendale e il segretario generale dell’associa-
zione, dottor Francesco Salvati, della Sip. La
società organizzatrice era rappresentata dall’av-
vocato Giovanni Capri, direttore di ‘Sicilia
Elettrica”.

Quest'anno i lavori del convegno sono stati
preceduti da tre riunioni preliminari, tenutesi
a Milano, Genova e Roma, nel corso delle
quali sono stati discussi in modo approfondi-
to i tre temi che dovevano formare oggetto
delle relazioni, così da fornire ai relatori il più
ampio e documentato materiale per il loro la-
voro.

Il primo argomento di dibattito, «Il giornale
aziendale come strumento di formazione ai
compiti e alla vita aziendale», ha formato og-
getto di tre relazioni. Il dottor Giacomo Sorgi,

La copertina

della Pirelli, premesso che non è possibile de-
terminare e illustrare la funzione del giornale
come strumento di formazione ai compiti e
alla vita aziendale, senza aver prima analizzato
questi compiti e questa vita, si è inoltrato in
una analisi di questo tipo, ponendo in luce
due grandi categorie di fenomeni. La prima
comprende le attuali condizioni tecniche e or-
ganizzative dell'azienda; la seconda l’attuale
condizione in cul è venuto a trovarsi il lavo-
ro umano.

La divisione del lavoro e la scomposizione
dell'antico mestiere in operazioni separate,
hanno creato l'esigenza di una sempre più ac-
centuata specializzazione che a sua volta ha
portato alla creazione di macchine sempre più
complesse. L'estensione della meccanizzazione
ha ridotto o soppresso l'intervento umano in
molte operazioni mentre l’organizzazione del
lavoro è diventata una vera e propria tecnica:
Oggi si è creata una precisa separazione tra la
concezione (ideazione, progettazione, program-
mazione) del lavoro e la sua esecuzione. Que-
sto per quanto riguarda le condizioni tecnico-
organizzative. Quanto alle condizioni del lavo-
ro umano, oggi al lavoratore che svolge com-
piti rigidamente prestabiliti vengono richieste

civ, DELLE MA

del n. 1-1962 di «Civiltà delle Macchine». I dipinto riprodotto è di

3I





Giuseppe Santomaso.

sempre minori doti di iniziativa: gli sfugge la
preparazione del lavoro, gli appartiene solo
l'esecuzione, Se è vero che è diminuita la sua
fatica fisica, è innegabile che per contro è au-
mentata la sua fatica psicologica, in conse-
guenza dei più rapidi ritmi di lavoro, della
sempre maggiore attenzione richiesta,

Il risultato di tali condizioni è spesso una
insoddisfazione professionale. Questa insoddi-
sfazione può essere in parte compensata attra-
verso l'opera del giornale aziendale che può
suscitare un sentimento di partecipazione a un
lavoro collettivo, di cui si colgano i diversi
aspetti e l’importanza. In questo modo il gior-
nale aziendale può contribuire a elevare il mo-
rale aziendale; come, del resto, può contribui-
re ad elevarlo costituendosi come strumento
di autenticazione delle comunicazioni azienda-
li, non nel senso di presentarsi come “gazzetta
ufficiale” della ditta, ma nel senso che indivi-
dua le esigenze informative dei dipendenti e
le soddisfa. Se l’insoddisfazione professionale
si traduce in minor produttività e se il gior-
nale aziendale può contribuire ad attenuarla, il
giornale aziendale può dunque operare nell’in-
teresse dei dipendenti e dell’azienda.

Sullo stesso tema ha riferito il dottor Ma-

32

VB RAI

«Notizie Olivetti» n. 74 del marzo 1962, La copertina
è di Egidio Bonfante.

rio Casacci delle Ferrovie dello Stato, affron-
tando l'argomento in due distinti ‘momenti’
quello della creazione del giornale aziendale co-
me strumento che renda possibile in linea ge-
nerale l'effettivo incontro con il lettore e quel-
lo della articolazione dello strumento per far-
ne mezzo di formazione ai compiti ed alla vi-
ta aziendale. L’oratore ha identificato nella “in-
formazione” il mezzo, il ponte di passaggio
verso la formazione: il giornale parte «coi pan-
ni di strumento di informazione, ma cerca di
fare in modo che ognuno dei lettori, a con-
tatto con questi panni, li senta talmente suoi
da affezionatcisi, da volerli adattare a sua ta-
glia e a sua misura».

Il dottor Pieraldo Marasi, della Zanussi, è
stato il terzo relatore sul tema. Egli ha soste-
nuto che il giornale aziendale ha una sua pre-
cisa giustificazione quando si inserisce nella co-
raunità di fabbrica recandovi un contributo
tendente al miglioramento della comunità stes-
sa. In tal senso il giornale, con equilibrata €
costruttiva analisi critica, deve sforzarsi di eli-
minare, o almeno affievolire le cause di sper-
sonalizzazione insite nel lavoro industrializzato.

Altro tema di discussione è stato “Il gior-
nale aziendale e la prevenzione degli infortu-
ni”. Il relatore, ingegner Marino Benedetti,
della Teti, dopo alcune premesse di carattere
generale che intendevano puntualizzare alcune
particolari caratteristiche dell’antinfortunistica
e dell’organizzazione della stessa nell'azienda,
ha rilevato come l’opera della stampa azienda-
le può essere particolarmente efficace sia per
contribuire alla conoscenza delle tecniche di
prevenzione sia per creare, con opportuna ope-



«Esso Rivista» n.4 - 1961. Sulla copertina un disegno
di Caruso ispirato alla ricerca petrolifera (particolare).

ra psicologica e di propaganda, una favorevole
coscienza antintortunistica.

Per il primo aspetto, prevalentemente di ca-
rattere tecnico, la stampa aziendale, pur con
iniziative proprie, deve più spesso riferirsi al-
l’opera già svolta o in via di svolgimento nel-
l'azienda da parte degli addetti alla sicurezza.
Per il secondo aspetto invece, che richiede una
azione psicologica opportunamente studiata,
la stampa aziendale è più libera nella sua azio-
ne ed anzi, per raggiungere meglio lo scopo,
deve far ricorso a soluzioni grafiche originali
e moderne. Il relatore ha concluso la sua espo-
sizione con una serie di considerazioni esem-
plificative,

Sull’«organizzazione redazionale della stam-
pa aziendale in Italia», terzo tema del conve-
gno di Palermo, ha parlato il dottor Carlo
Fedeli dell’ Italsider.

Per la sua relazione, di carattere eminente-
mente tecnico, egli si è avvalso, come punto
di partenza, dei risultati emersi dall'esame e
dal raffronto delle risposte date dalla maggior
parte dei giornali aziendali ad un'inchiesta pro-
mossa appositamente dalla segreteria dell’as-
sociazione della stampa aziendale, la quale ha
poi provveduto ad integrare i dati mancanti
con quelli in suo possesso, riuscendo in tal
modo a fornire al relatore un materiale di do-
cumentazione esauriente ed attendibile. Rite-
niamo possa interessare i nostri lettori ripor-
tare una sintesi della relazione.

Quanti sono i giornali aziendali? Quanti €
quali lettori hanno? Quando e come escono i
nostri giornali? Come vengono distribuiti? Chi
sono i redattori e da chi dipendono nelle ri-



«Rivista Shell Italiana» n. 5 dell’ ottobre 1961. Copertina
di Fortunato,

spettive organizzazioni aziendali? Chi sono e
come sono organizzati i collaboratori dei gior-
nali aziendali? Queste, in sintesi, le domande
dell'inchiesta.

Oggi, in Italia, escono 139 giornali aziendali,
cifra importante, anche su scala europea: si può
dire che in Italia ci stiamo avvicinando a gran-
di passi al livello di diffusione della stampa
aziendale dei paesi europei più intensamente
industrializzati. La nostra “quota 139” acqui-
sta poi un significato particolare, molto posi-
tivo, se si considerano i progressi fatti da ven-
t'anni a questa parte in Italia, anche nel set-
tore della stampa d'azienda.

Solo due giornali aziendali tra quanti ven-
gono ancora oggi pubblicati, esistevano prima
del 1940 nel nostro paese. Nel decennio che
va dal *4o al ’50, iniziarono la pubblicazione
14 giornali, nella maggioranza a partire dal do-
poguerra. Nel decennio successivo, dal 1950 al
1960, si assiste al “boom” della stampa azien-
dale, con l'uscita di ben 62 nuovi giornali. Ma
il dato più clamoroso è quello che si riferisce
agli ultimi due anni: dopo il 1960, infatti, han-
no iniziato la pubblicazione 21 nuovi giornali
d’azienda. E questo si può considerare indi-
rettamente un altro sintomo del progresso in-
dustriale italiano. C'è anzi da augurarsi che es-
so sia anche, e soprattutto, il sintomo che in
Italia si stanno veramente abbandonando vec-
chi e superati schemi, che si sta facendo final-
mente strada una muova coscienza dei rappor-
ti che legano le aziende a coloro che in esse
lavorano e anche al mondo esterno.

Altro elemento interessante emerso dall’in-
chiesta è che 37 aziende che avevano già un





«La nostra Rai» n. 3 - 1962, La copertina di Danilo

Nubioli è dedicata alla Finelettrica (gruppo IR1).

giornale, hanno sentito la necessità di mutare
l'impostazione dei loro organi di stampa per
il personale. Questi mutamenti rispecchiano
generalmente l'esigenza avvertita di modifica-
re, di migliorare, sulla base delle esperienze
fatte, l'impostazione dei giornali, affinché essi
potessero meglio assolvere alle funzioni della
stampa aziendale.

A parere del relatore questo dato fornisce
un altro sintomo, indubbiamente positivo, di
una certa tendenza della nostra stampa a non
rimanere cristallizzata su determinati schemi,
ma a ricercare invece mezzi sempre più ade-
guati di comunicazione. Si può attermare

che a questo fenomeno di aggiornamento,
del resto evidente a chi consideri come
sono fatti molti giornali aziendali oggi e

com'erano alcuni anni or abbiano
dato un apporto non indifferente anche gli
scambi di idee, i raffronti, gli stimoli, i
contributi alle soluzioni di certi problemi e
alla puntualizzazione delle funzioni della stam-
pa aziendale, emersi dagli annuali convegni pro-
mossi dall’associazione della stampa aziendale.

Sul numero e il tipo dei lettori della stampa
aziendale l'inchiesta fornisce elementi assai
confortanti. Se si sommano ai dati effettivi
segnalati attraverso le schede i dati, molto at-
tendibili, ricavati dagli atti della segreteria
dell’associazione, si ha che la tiratura dei
giornali aziendali italiani ha raggiunto oggi
la cifra di 1.271.400 copie per mumero. Ciò
vuol dire che ogni anno in Italia la tiratura della
stampa aziendale raggiunge i 13 avilfoni di copie.

Che cosa rappresentino queste cifre è pre-
sto detto, se le raffrontiamo ad esempio con

sono,

ce ene a O re
BFRRELLI

ii sii da n
Miri Laga ic iena dara ara n Ì



La rivista «Pirelli» n. 6 - 1961, La copertina riproduce
una delle dodici vetrate create da Chagall per la sinagoga
dell'ospedale di «Hadassah» di Gerusalemme.

quelle della stampa normale: 4.600.000 copie
di quotidiani vendute ogni giorno e 14 milio-
ni di copie di periodici d’attualità vendute ogni
settimana. Si tratta di dati desunti dallo stu-
dio fondamentale del Weiss sulla stampa in
Italia.

Calcolando che ogni numero di giornale
aziendale raggiunga almeno tre persone, ciò
che è abbastanza verosimile, si può tranquilla-
mente affermare che oggi la nostra stampa
aziendale ha, per ogni numero edito, quasi
4 milioni di lettori e poco meno di 40 milioni
di lettori all'anno, Ciò significa, sempre rat-
frontando con la stampa normale, che di fron-
te al 38%, circa di lettori adulti italiani di un
quotidiano ed al 40%, di lettori di settimanali
d’attualità (sono ancora due dati forniti dal
Weiss), ogni numero di stampa aziendale è let-
to da circa il 13%, di lettori adulti.

Sono cifre che, nella loro nuda evidenza, in-
dicano quale sia il terreno su cui operano i
nostri organi di stampa d'azienda, quale sia la
loro potenziale forza di penetrazione e, soprat-
tutto, di quali responsabilità siano investiti co-
loro che sono preposti alla loro direzione e
redazione.

Altrettanto indicativo è anche l’esame dei
dati relativi, in termini necessariamente pene-
rali, al tipo di lettori. Risulta evidente la ten-
denza dei nostri giornali ad allargare sempre
più l’area del pubblico cui sono diretti, non
limitandola al solo ambito aziendale, al solo
personale in forza.

Circa il 75-80% dei giornali viene inviato
anche a lettori esterni, sia scelti secondo il giu-
dizio dell'azienda, sia sulla base delle richieste



| freccia alata

mini Bi mE è grape BA

«Freccia alata» n. 6 - 1962, edita dall'Alitalia per il suo
personale. Figura in copertina la «Chiesa di Lucca»
di Franco Gentilini.

che pervengono alle redazioni. Oltre il 70%,
circa dei giornali continua poi ad essere inviato a
lavoratori anziani che hanno lasciato il servizio.

Risulta evidente, da questi dati, come le
aziende avvertano, nella maggioranza dei casi,
l'esigenza di proiettarsi, anche attraverso la
stampa per il personale, nel mondo esterno, di
comunicare un messaggio aziendale ad una co-
munità più vasta.

Sarebbe necessario conoscere il rapporto tra
lettori interni ed esterni per poter valutare esat-
tamente l’entità di questo fenomeno, ma la ten-
denza esiste, senza dubbio alcuno, ed è, una
tendenza positiva, proprio perché è un altro
segno di aggiornamento, dell’acquisizione del-
la consapevolezza che l'azienda non può più
considerarsi una cittadella chiusa ma, al con-
trario, un mondo che trova all’esterno le ra-
gioni economiche, sociali, psicologiche della
sua prosperità e della sua stessa esistenza.

Solo il 20%, circa delle risposte indicano
che i giornali raggiungono anche i fornitori, i
clienti, e nel 25%, dei casi gli azionisti.

Questa percentuale starebbe ad indicare che
alla stampa aziendale viene dato in genere,
piuttosto che un'impostazione tecnica (quale è
pensabile si adatti meglio alle categorie dei
lettori sopra indicate), un carattere di infor-
mazione meno specifica, più generalizzata, per
portare a pubblici interni ed esterni messaggi
che siano, in un certo senso, validi per tutti,

Quanto alla periodicità, la più diffusa è quel-
la mensile, con 70 testate; 27 giornali escono
ogni due mesi, 22 ogni tre mesi. Solo 2 sono
quindicinali, uno è semestrale, I rimanenti han-
no periodicità variabili.



54



Tempo di viaggiare



I mesi della balla stagione sono propizi ai
5 ‘viaggi, non più riservati a pochi. Non è fa
"i sile però essere un buon turista: noi qui,
molto alla buona, esrehiamo di aintarvi a
diventarlo, dandovi aloni consigli di earat:
tere gonerala è quattro piccole guido d'oriane
tamento por le quattro mate classiche di chi
vinggia in Europa

Due pagine interne del «Gatto Selvatico», la rivista edita dal gruppo Eni per il suo personale,

Più di 30 giornali hanno modificato la loro
periodicità rispetto ai criteri seguiti inizialmen-
te, probabilmente allineandosi sulla periodici-
tà mensile.

Tra i sistemi di stampa, quello tipografico
su macchine piane è il più diffuso (76 giornali).
Seguono il rotocalco (9), l’offset (6), l’offset e
tipografia (5). Il numero di pagine si aggira
su una media di 16. Il formato più usato è di
26 centimetri per 35,5.

Nella maggioranza del casi (66) la distri-
buzione avviene a domicilio; per 13 giornali
sul posto di lavoro e a domicilio, cioè con
una doppia distribuzione, espediente che ten-
de ad assicurare, evidentemente, che il foglio
racgiunga rapidamente il più vasto numero
di lettori possibile. In 14 casi i giornali ven-
gono distribuiti sul posto di lavoro e in 7
casi all'uscita dall’azienda,

Per quanto riguarda la dipendenza delle re-
dazioni, dall’inchiesta si rileva che le principa-
li tendenze sono tre: la prima, predominante,
è quella di far dipendere la redazione dalle pub-
bliche relazioni o dal servizio stampa (il quale
ultimo, in molte aziende, finisce per svolgere
anch'esso, almeno embrionalmente, funzioni
di pubbliche relazioni); la seconda tendenza
è di far dipendere la redazione dal personale;
la terza, da un servizio autonomo.

In definitiva, questi dati confermano l’esi-
stenza di due indirizzi di fondo da cui dipen-
de una diversa impostazione della stampa azien-
dale: quello che la considera uno strumento di
relazioni pubbliche rivolto all'interno e all'e-
sterno dell’azienda, e l’altro indirizzo, che con-
sidera la stampa aziendale uno strumento di re-
lazioni umane rivolto essenzialmente all'inter-
no dell'azienda.

Questa diversa impostazione, a giudizio del
relatore, non ha rilievo per ciò che concerne
la tecnica redazionale del giornale aziendale,
che non può essere che la tecnica giornalistica.

Interessante è l’esistenza di un gruppo di
giornali che hanno una redazione “autonoma”,
Il significato di questa autonomia, i suoi limi-
ti, i suoi vantaggi ed eventuali svantaggi, pos-
sono costituire un motivo interessante di ulte-
riore esame,

A chi è affidata la preparazione del giornale?

In 88 casi le redazioni sono formate esclu-
sivamente da persone appartenenti all'azienda.
Solo in 6 casi si ha la formula mista, di redat-
tori appartenenti all'azienda che si valgono
della consulenza di un collaboratore esterno.
In altri 7 casi, infine, la redazione è affidata
direttamente a collaboratori esterni.

La prevalenza della formula redazionale
esclusivamente interna è dunque assoluta.

Questi dati indicherebbero che, nella mag-
gioranza dei casi, le redazioni non sono affi-
date a giornalisti, o comunque a redattori con
una certa esperienza giornalistica compiuta al
di fuori dell'ambito aziendale.

Nel corso della riunione preliminare tenu-
tasi a Genova sull'argomento si era discusso
anche di questo problema e sostanzialmente
tutti erano d’accordo nel riconoscere la gran-
de utilità o quasi l’indispensabilità di una si-
mile esperienza. La difficoltà sorge quando
si tratta di trovare questi giornalisti o que-
ste persone che abbiano almeno una certa
esperienza in tale campo. Qualcuno ha propo-
sto che si tengano corsi di giornalismo azien-
dale. È stato obiettato che la loro efficacia è
dubbia ed è stato fatto il caso di una città
come Torino dove nei giornali lavorano 300
professionisti, uno solo dei quali proviene da
una scuola di giornalismo. Nonostante queste
obiezioni il relatore ritiene che una forma-
zione giornalistica, sia pure limitata, si possa
dare ai redattori aziendali.

L'ideale sarebbe che a capo di ogni giorna-
le aziendale vi fosse un giornalista abile e nel-
lo stesso tempo conoscitore profondo dei pro-
blemi dell’azienda. A questo si frappongono
molte difficoltà pratiche, e principalmente una
di carattere professionale. Per l'assunzione di



un giornalista professionista da parte di indu-
strie non editoriali esiste un problema non ri-
solto: quello dell’inquadramento dei giorna-
listi regolarmente iscritti come professionisti
alla Federazione della stampa italiana. Nessu-
na industria tra quelle poche che hanno assun-
to giornalisti professionisti, riconosce loro
qualifica e trattamento previsti dal contratto
giornalistico, e questo può costituire un impe-
dimento per l'assunzione da parte delle aziende.
Quelle che vogliono assicurarsi la collabora-
zione di un giornalista, non trovano di meglio
che ricorrere alla formula mista del professio-
nista esterno affiancato ad un funzionario del-
la società,

In 44 giornali esiste un comitato di reda-
zione (o di direzione).

A questo proposito sarebbe utile esaminare
più a fondo quali siano le reali funzioni di
questi comitati. Innanzitutto, conoscere il li-
vello aziendale delle persone che li compon-
gono, se sono ristretti o allargati a molti
settori dell'azienda, e poi se essi esercitano
vere e proprie funzioni redazionali, se cioè
intervengono direttamente nella compilazione
del giornale, oppure se la loro funzione è
quella di fornire indirizzi di carattere gene-
rale o collaborazioni tecniche, oppure di sti-
molare o dare idee, o, infine, se i comitati
sono organi ai quali la direzione dell'azienda
demanda semplicemente il compito di con-
trollare il lavoro di redazione.

Questi comitati hanno una composizione e
una funzione diversa da azienda ad azienda.
Praticamente si va dal comitato a larga rap-
presentanza che svolge entro certi limiti anche
funzioni redazionali, al comitato che esamina
e discute i programmi sottopostigli dalla reda-
zione, al comitato che è solo di controllo.

Uno dei problemi principali, se non addi-
rittura il principale, dei giornali aziendali, è
quello dei collaboratori interni.

Dall’inchiesta risulta che 58 giornali si ser-
vono di una organizzazione di corrispondenti
con l’incarico di segnalare determinati fatti o
notizie. In 61 casi a questi corrispondenti
vengono dati degli “incentivi” per la loro
collaborazione, consistenti per lo più in do-
ni di libri, ma anche in premi in denaro e in
altri compensi vari.

Sulla questione dei corrispondenti si è di-
scusso molto anche nella riunione preliminare
di Genova, ed è naturale, perché questi colla-
boratori sono veramente, o dovrebbero esse-
re, la spina dorsale dei giornali d'azienda, so-
no coloro che vivendo giorno per giorno di-
rettamente nei vari settori l’esperienza azien-
dale, hanno, o avrebbero, la possibilità di for-
nire un quadro continuamente aggiornato di
questa vita e quindi di rendere interessante e
leegibile l'organo di stampa.

Quasi tutti, a Genova, hanno lamentato le
difficoltà di ottenere una collaborazione larga
e continua, o addirittura le difficoltà di repe-
rire questi corrispondenti. Ciò è dovuto al fat-
to, ovvio, che si tratta di persone che svolgo-
no necessariamente un altro lavoro nell’azien-
da. E sono proprio gli impegni di lavoro che
ciascuno di essi ha — quegli stessi impegni

che li pongono in grado di conoscere molte
cose così interessanti per il siormale — che
impediscono loro di collaborare attivamente e
con assiduità.

Quanto poi alla qualità di queste collabora-
zioni, pur essendo evidente che in linea gene-
rale non si tratta di una qualità molto elevata,
la maggioranza delle redazioni non se ne preoc-
cupa eccessivamente: la cosa importante — di-
è che i corrispondenti mandino il ma-
teriale, poi penseranno i redattori a rielabo-
rarlo.

Il relatore, dopo aver portato esempi del-
l’organizzazione redazionale presso alcune
vrandi aziende che svolgono la loro attività su
territori molto vasti, ha sottolineato come la
maggior parte dei giornali aziendali operino
in situazioni ambientali più ristrette, abbiano
un numero medio di dipendenti da 500 a 3000
unità ed abbiano a disposizione, in generale,
mezzi finanziari più limitati.

È soprattutto a questi giornali che i conve-
gni della stampa aziendale sono utili, per aiu-
tarli a risolvere i loro problemi redazionali,
per fornire loro degli indirizzi precisi. Natu-
ralmente, essi possono a loro volta fornire in-
dicazioni di carattere generale altrettanto utili,
È infatti in queste aziende piccole e medie che
i problemi dell’organizzazione redazionale ac-
quistano un’evidenza particolare, proprio per
le maggiori difficoltà che in genere chi se ne
occupa incontra nel suo lavoro.

Data la diversità delle situazioni particolari
di queste aziende minori, portare degli esem-
pi non può essere che scarsamente indicativo
È invece possibile dare un quadro di alcune
tendenze generalmente seguite nell’organizza-
zione redazionale delle aziende minori, desu-
mendole dalla massa delle informazioni per-
venute attraverso l’inchiesta.

Secondo tali dati, si può dire dunque che
questi giornali di aziende minori hanno inizia-
to la pubblicazione dopo il 1950, hanno perio-
dicità mensile, rispettano abbastanza i tempi di
uscita, sono inviati gratuitamente a domicilio,
oltre che ai lettori interni anche ad un certo nu-
mero di lettori esterni, tra cui i lavoratori anzia-
ni; sono stampati con sistema tipografico su
macchine piane, generalmente in bianco e nero,
in media sono di 16 pagine con un formato
medio di 26 cm. per 3,5, hanno redazioni for-
mate da personale interno e dipendenti o dal
servizio personale o dal servizio stampa (te-
nendo conto che le aziende minori in genere
non hanno servizi di pubbliche relazioni veri
e propri), hanno in qualche caso un comitato
redazionale, hanno raramente collaboratori
esterni ma hanno un certo numero di corri-
spondenti interni che ricevono dei modesti in-
centivi di carattere per lo più simbolico. Que-
sta dovrebbe essere, nelle grandi linee, la strut-
tura redazionale più diffusa tra i giornali azien-
dali italiani, stando ai risultati dell'inchiesta.

Si tratta di una struttura che può essere adat-
ta, secondo il relatore, a consentire ai giornali
di assolvere in modo abbastanza adeguato
ai loro compiti di informazione e di formazio-
ne interna e adatta altresì a rivolpersi ad un
pubblico esterno, Il fatto è che la struttura non



3)

è tutto, è solo una piattaforma, un punto di
partenza. E il modo in cui ci si serve di tale
struttura quello che conta veramente. Si può
avere una redazione perfettamente organizza-
ta e poi servirsi male dei mezzi che essa offre,
o, al contrario, si possono avere pochi mezzi
a disposizione e redigere un buon foglio azien-
dale.

Vent'anni fa l'americano Helton così sinte-
tizzava il suo atteggiamento critico nei con-
fronti della stampa aziendale: « in genere ci so-
no troppe informazioni superflue e troppo in-
complete informazioni sull'essenziale ».

Si è fatta parecchia strada, in questi venti
anni, anche in Italia, ma ve n'è dell’altra da
fare, e questi incontri possono aiutarci a
percorrerla più rapidamente, cercando di far

ha concluso il dott. Fedeli, che i nostri
giornali siano strumenti “a due vie” adatti a
rendere più aperte e autentiche le comunica-
zioni aziendali, cercando non solo di individua-
re le esigenze informative dei lettori e di sod-
disfarle, ma anche di crearne di nuove, di su-
scitare degli interessi, di fare insomma, per
usare le parole di Geno Pampaloni, dei gior-
nali che, soprattutto, non siano “né noiosi, né
ipocriti”

A ‘conclusione dei lavori del convegno sono
stati proclamati i vincitori dei “Premi Pacces”
per il 1961, riservati ai collaboratori interni dei
giornali aziendali. Al signor Giuseppe Del
Monte, delle pubbliche relazioni dell’Italsider,
è stato assegnato un premio destinato agli au-
e di rubriche, per il “panorama siderurgi-

" che egli redige periodicamente per la no-
di: Rivista.

la 1
« Abbiamo letto», la rubrica dei libri d&, « Selezio-
nando notiziario Timo », edito mensilmente perc il per-
sonale dell'azienda Timo. "a

Nu





Abbiamo leno



PARE Juv



fe



Panorama

siderurgico

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

L'attività della siderurgia statunitense pro-
segue futtora a ritmo ridotto, fatto dovuto,
oltre che al fenomeno del ricorso alle scorte da
parte degli utilizzatori, alle ferie estive per
t dipendenti della maggior parte degli stabili-
menti industriali.

Una particolare nota dobbiamo riferire in
merito alla siderurgia nipponica e non per sot-
tolineare nuovi record produttivi. Il Giappone
tende, per la prima volta nel dopoguerra, a
ridurre sia la produzione sia gli investimenti
nel settore siderurgico. La diminuzione appor-
tata a questi ultimi pare suggerita peraltro
anche da ragioni di politica valutaria.

Per la Comunità Europea del Carbone è
dell'Acciaio il primo semestre del 1962 si è
chiuso con una produzione di 36.398.000 ton:
nellate di acciaio, La diminuzione del 2,8%,
rispetto allo stesso periodo del 1Q6I è dovuta

Produzioni Italsider

a tutti i paesi fatta eccezione dell’Italia e del
Belgio.

L'afflusso delle ordinazioni di laminati agli
stabilimenti della C.,E.C.A. ha invece regi-
strato un incremento del 6,8%, per l'aumentata
richiesta del mercato interno.

Le prospettive che si schiudono alla produ-
sione nei prossimi mesi possono per questo con-
siderarsi soddisfacenti.

SITUAZIONE ITALIANA

Nuovi record si rilevano per la produzione
siderurgica italiana sempre favorita dal buon
andamento della .omanda.

Nel primo semestre il gettito di ghisa si è
elevato a 1.657.000 tonnellate e quello d'acciaio
@ 4.743.000 /tonnellate.

Gli incrementi sono stati dell'rt,7% per la
ghisa e Alel 4,7% per l'acciaio.

Il fabbisogno delle industrie utilizzatrici con-
tinua a richiedere un notevole ricorso all’im-
portazione,

Nel nostro paese continua così ad aumen-

tare il consumo d'acciaio che, come è stato

più volte detto, è uno degli indici principali
dell'ulteriore cammino percorso sulla strada del-
l’industrializzazione.

maggio giugno

1962 1962
coke tonn. 174,966 181.016
ghisa 5 » 246.308 261.637 *
acciaio _* » 314.694 * 298.288
laminati a caldo » 242.746 234.183
laminati a freddo » 42,286 37,827
getti di ghisa » 8.985 T.424
getti d'acciaio, fucinati e rodeggi » 5.406 4713
armamento ferroviario » 1.542 1,518
derivati vergella » 3.596 3.642
carpenteria » 2.979 3.360
tubi saldati » 10.042 18.091
altri prodotti » 7 78

* muovi record mensili

RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Irtalsider - via Corsica 4 - Genova

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Napoli, via Guglielmo Marconi 55
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Palermo, via Malaspina 66
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Torino, corso Sebastopoli 35

telefono 673.918

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RIVISTA ITALSIDER



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la copertina : Rocco Borella «Ricordo di

fonderia» (1959)

Rocco Borella è nato a Genova nel 1920,
dove vive e lavora. Insegna al Liceo Artistico,
all'Accademia di Belle Arti e alla Scuola pro-
fessionale di Stato per le attività siderurgiche
“A, Odero” funzionante, come noto, all’inter-
no dello stabilimento “Oscar Sinigaglia” del-
l'Italsider, a Cornigliano. Ha iniziato la sua
attività di pittore nel 1939. Ha partecipato alle
Biennali di Venezia e di San Paolo del Brasile,
alla Quadriennale di Roma, al Premio Apol-
linaire 1962 e ad altre esposizioni. Ha tenuto
mostre personali in Italia e all’estero.

fe controcopertine: due delle opere destinate alla
mostra “Sculture nella città” di Spoleto, rea-
lizzate nelle officine degli stabilimenti Italsider.
2° di copertina: Pietro Consagra, «Colloquio
con il vento», scultura mobile realizzata nel-
lo stabilimento di Savona.

3° di copertina: la scultrice americana Beverly
Pepper al lavoro nell’officina del Centro
Siderurgico di Piombino.

$° di copertina: doccione in ferro del XVI
secolo sulla gronda della Basilica di S. Maria
in Valvendra, a Lovere.

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - alti forni e acciaie-
rie riunite Ilva-Cornigliano

Anno III - n. 3 - giugno-luglio

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile : Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

Mercato Comune Europeo:

prospettive per il gruppo IRI pag. i
Lo stabilimento Siac di Campi » Ò
Prima giornata di lavoro » 12
La siderurgia italiana a Mosca ” 17
Valore estetico e sociale del disegno
industriale » 22
I problemi della stampa aziendale » 31

Mercato Comune Europeo:
prospettive per il gruppo IRI

Mentre st discutono ? problemi velatici all'inserimento della Gran Bretagna nel Mercato
Comune Europeo, ci sembra interessante pubblicare uno studio del nostro collaboratore eco-
nomico, professor Glauco Della Porta (eletto qualche settimana fa sindaco di Roma).
Nello scritto, che riprendiamo da «Notizie IRI», viene fatto con chiarezza il punto della situa-
zione, riassumendo quanto è stato realizzato fino ad ora per raggiungere gli obiettivi previsti dal
Trattato di Roma, illustrando i problemi che ci attendono nel prossimo quadriennio, ed esaminando
le possibilità che il Mercato offre alle nostre industrie,

1. Premessa

Il 31 dicembre 1961 è scaduto il primo quadriennio del periodo transitorio del Mer-
cato Comune Europeo, la cosiddetta prima tappa, e con il 1° gennaio 1962 si è avuto, sia
pure con qualche difficoltà, il passaggio al secondo quadriennio, alla seconda tappa. Quale
è il bilancio della prima tappa in termini di attuazione delle norme del Trattato di Roma
e, soprattutto, qual’è il valore del passaggio alla seconda tappa? Facciamo innanzitutto un
sintetico bilancio del passato. Per gli scambi commerciali il Trattato prevede l'eliminazione
progressiva delle tariffe doganali e dei contingenti d'importazione. Nel campo dei prodotti
industriali, si è proceduto ad una riduzione del 40% delle tariffe doganali nazionali. In quan-
to alla tariffa esterna comune, che interessa unicamente i prodotti industriali, per ciascun
paese membro è stato effettuato un primo livellamento del 30% alla data del 31 dicembre
1960 e un secondo livellamento del 30% dovrebbe intervenire nel corso della seconda tappa,
vale a dire entro la fine del 1965. Per quanto concerne i contingenti d'importazione quelli
relativi ai prodotti industriali sono stati completamente aboliti. Più difficoltosa e ancora in-
completa è stata l'applicazione delle norme in materia fiscale — ci si è limitati sinora a studi
e conversazioni in materia di livellamento delle imposte dirette applicate alle società, al-
l'ordinamento delle “ holdings" e alle tasse che gravano i movimenti di capitale — e in ma-
teria sociale. Nei riguardi di tale ultimo problema le questioni rilevanti sono: 4) eguaglian-
za dei salari maschili e femminili, per la quale si sono avute notevoli divergenze tra i mem-
bri circa l’interpretazione delle norme del Trattato; è) libera circolazione dei lavoratori, per
la quale l'applicazione delle norme verrà eftettuata in maniera progressiva; la prima fase
avrà la durata di due anni, durante i quali i lavoratori potranno adire solo eccezionalmente,
ed entro determinati limiti, ai mercati nazionali del lavoro. Ancora più difficile e complessa
è stata, ed è tuttora, l'applicazione delle norme in materia di trasporti, anche perché in tale
campo il Trattato si esprime in modo oscuro, il che ha dato luogo a profonde disparità di
interpretazione delle norme. Alcuni paesi, infatti, considerano i trasporti come un servizio
pubblico il cui virtuale deficit va accollato al bilancio dello stato; altri paesi, invece, consi-
derano questi servizi alla stessa stregua di una impresa privata. La commissione della
Comunità Economica Europea (CEE) ha presentato su tale problema un memorandum
nel quale viene raccomandata l'adozione di taluni principi: eguaglianza di trattamento,
autonomia finanziaria delle imprese e loro libertà di azione, libertà di scelta dell'utente
e coordinamento degli investimenti, adozione della cosiddetta «tarifta a forchetta » che
lascia alle imprese una certa elasticità di azione. Estremamente complessa, infine, è risul-
tata l'applicazione delle norme del Trattato in materia agricola per la quale, come è noto,
si è rischiato un « sur place » di un anno dall’entrata nella seconda fase.

Se questo è lo scheletrico bilancio della prima tappa, cosa comporta il passaggio alla
seconda tappa?

Due sono i più importanti effetti di tale passaggio. Il primo riguarda l'abbandono della
recola della unanimità per quella della maggioranza qualificata da parte del consiglio dei
ministri della CEE per le decisioni in alcune importanti questioni quali: quella riguar-
dante la realizzazione del programma generale relativo all'attuazione del diritto di stabilimen-
to, quella concernente l'attuazione della libera prestazione dei servizi, quella relativa all’elimi-
nazione dei contingenti, quella a proposito del riavvicinamento delle legislazioni in materia di
concorrenza nel Mercato Comune, e così via. Il secondo concerne il divieto fatto a uno
stato membro di imporre ai trasporti, effettuati nell’ambito comunitario, prezzi e condizioni



che comportino qualsiasi elemento di sostegno
o di protezione nell’interesse di imprese o in-
dustrie particolari.

Se e vero che all’inizio del Mercato Comu-
ne solo poche persone pensavano che le mag-
giori difficoltà al processo di integrazione sa-
rebbero venute dai problemi interni dianzi ac-
cennati, è tuttavia altrettanto vero che oggi,
all'inizio della seconda tappa, i problemi più
difficili da affrontare sono quelli posti dall’e-
sterno, in particolare quelli posti dal confluire
nella CEE dei paesi terzi, segnatamente di gran
parte dei paesi dell’ EFTA (Associazione Eu-
ropea di libero scambio) e quelli concer-
nenti la modifica delle relazioni giuridiche dei
territori africani con i paesi membri della CEE,

Circa i paesi oltremare è noto che fu decisa,
a suo tempo, una forma di associazione della
durata di cinque anni che scade quest'anno,
Ora, pertanto, si pone il problema del rinnovo
dell’associazione, ma al posto dei territori di-
pendenti associati del 1958 -la CEE si trova
oggi ad avere di fronte una ventina di stati
indipendenti, dei quali la maggior parte ha de-
ciso di rimanere associata a condizione che sia-
no apportati determinati emendamenti al rego-
lamento dell’associazione. La commissione
della CEE ha proposto: «) l’istituzione di un
consiglio dei ministri comune alla CEE e ai
paesi oltremare; 4) il finanziamento degli scam-
bi atti a creare casse di stabilizzazione dei costi
delle materie prime; «) l'assicurazione di una
assistenza tecnica e finanziaria con la conces-
sione, accanto al doni puri e semplici, di pre-
stiti rispondenti meglio alle aspirazioni dei pae-
si oltremare e l'aumento dei mezzi del fondo
di sviluppo dei territori oltremare. ‘Tuttavia
sono notevoli le divergenze tra i paesi membri
in materia di contingentamento o meno di al-
cuni prodotti tropicali, mentre i paesi oltre-
mare richiedono la stabilità dei prezzi delle ma-
terie prime per la stipulazione di accordi a
lungo termine. Su tale problema si innesta, poi,
quello dei rapporti con i paesi dell'America
latina ai quali taluni membri della CEE, in
particolare l’ Italia, sono legati da vincoli cul-
turali ed economici. Un accordo tra la CEE
e il giovane Mercato Comune latino-americano
sembra, quindi, non solo auspicabile ma utile.

Quanto all'associazione dei paesi terzi la
Grecia è stata ammessa, ma la sua entrata uf-
ficiale deve essere ancora ratificata dalla mag-
gioranza dei parlamenti dei « Sei » in conside-
razione degli impegni finanziari che tale am-
missione comporta. Così sono in corso trat-
tative con la Turchia e un accordo di massi-
ma è stato raggiunto sulla formula di asso-
ciazione: periodo preparatorio di cinque anni
e aluto finanziario immediato senza contropar-
tita. Infine, il Regno Unito, la Danimarca,
l’ Irlanda, l’Austria, la Svizzera e la Svezia
hanno ufficialmente richiesto l'ammissione al
Mercato Comune e sono iniziate le trattative,
a ritmo piuttosto serrato con il Regno Unito,
malgrado le perplessità espresse da gran parte
dei paesi del Commonwealth, trattative che si
presentano irte di difficoltà che vengono ad
aggiungersi, specie nel settore agricolo, a quel-
le già eravi esistenti all’interno dei “Sei”, L’al-

lungamento, inoltre, sembra destinato ad in-
teressare in un futuro non lontano anche altri
paesi ed a sboccare in una Comunità econo-
mica atlantica; il recente discorso del presiden-
te Kennedy è stato quanto mai significativo al
riguardo. Ciò se aggiungerà altre difficoltà al-
l'integrazione economica renderà, altresi, più
complessa l'integrazione politica dei “Sei”,

Da quanto s'è sommariamente, vorremmo
dire cinematograficamente, esposto, è chiara
la complessità dei problemi interni ed esterni,
che sono tra loro, direttamente o indirettamen-
te, legati. Ciò, evidentemente, provocherà ef-
fetti, sia quantitativi sia qualitativi, sulle eco-
nomie dei ‘“Sei”, che non era certamente dato
prevedere quattro anni or sono e che modi-
ficano sin d’ora i dati originari dei problemi
fondamentali della integrazione e pongono la
necessità ai singoli soverni di rivedere obietti-
vi e strumenti della politica economica nazio-
nale.

Abbiamo dianzi accennato alla complessità
dei problemi. È il caso di domandarci ora se
è possibile identificare gli effetti fondamentali
delle nuove interrelazioni e, nel caso positi-
vo, quali debbano essere gli obiettivi o, per
meglio dire, le prospettive dell’ IRI nel qua-
dro della novella realtà in formazione.

2. Probabili effetti generali del pas-
saggio alla seconda tappa e dell’al-

largamento del MEC

Un primo effetto dovrebbe verificarsi in ma-
teria di commercio estero, dislocazione delle
correnti commerciali: un secondo effetto, col-
legato con il primo, dovrebbe consistere in un
notevole incremento della concorrenza; un ter-
zo effetto, infine, dovrebbe risultare nella ne-
cessità di un ampliamento dell’intervento, di-
retto e indiretto, a favore dei paesi in via di
sviluppo. Esaminiamoli ordinatamente.

a) commercio estero

a) sendenze del commercio estero della CEE

Nei primi nove mesi del 1961 gli scambi fra i
paesi della CEE sono aumentati del 16%, ri-
spetto al primi nove mesi del 1960. Il contributo
più forte a tale aumento è dovuto alle espor-
tazioni della Germania (4-23%), della Francia
(+21%) e dell’Italia(4-18%), e alle importa-
zioni dell'Olanda (424%) e dell’Italia (+-19%).
Se si considera l'evoluzione mensile degli scam-
bi si nota una tendenza crescente e continua,
parallela press'a poco alla tendenza registra-
tasi nel 1960. Gli scambi con il resto del mon-
do sono aumentati nello stesso periodo del
5% alle importazioni e del 5% alle esporta-
zioni. Per le prime l'aumento è dovuto inte-
ramente all'incremento delle importazioni di
prodotti manifatturieri (4+-15%), in particolare
di beni strumentali, mentre quello di prodotti
alimentari e materie prime è aumentato sola
dell’ 1%. Altrettanto è da dirsi per le espor-
tazioni, dove l'export di beni strumentali è
aumentato del 16%, contro un aumento del 4%,
degli altri prodotti manifatturieri. Per quanto
concerne, in particolare, gli scambi con i pae-
si oltremare, i cosiddetti T.O.M. (Territori

d’Oltremare), le importazioni sono aumentate
dell’8% ele esportazioni sono diminuite dell’8%,
a seguito della caduta dell'export francese verso
l'Algeria e di quello belga verso il Congo. Circa
gli scambi con i paesi terzi, le importazioni sono
aumentate del 4%, in particolare sono aumen-
tate quelle dal Regno Unito (413%), e le espor-
tazioni sono aumentate del 7%, a causa dell’in-
cremento dell'export della Germania (+10%)
e dell’Italia (-+9%;). Da rilevare la diminuzio-
ne dell'export della CEE verso gli Stati Uniti
nella misura del 6%, rispetto al 1960.

b) probabili riperenssioni dell allargamento della
CEE per grandi gruppi merceologici
I. prodotti alimentari, bevande, olii e grassi.

In questo settore le importazioni della CEE
provenienti dai paesi terzi che hanno richiesto
di associarsi consistono essenzialmente in pro-
dotti animali della Danimarca che entreranno
prevedibilmente in concorrenza con quelli olan-
desi. Per contro le importazioni di questi pae-
si sono in gran parte composte da frutta, ver-
dura, vino, olio d’ oliva ecc., in provenienza
dalla Francia e dall'Italia. L'ampliamento della
CEE se è suscettibile di provocare una espan-
sione del loro import comporterà, però, un
incremento della concorrenza a seguito dell’en-
trata della Grecia e della Turchia.

2. materie prime

In questo settore la CEE importa già in
modo massiccio legname, pasta di legno e mi-
nerali di ferro dall'Austria e dalla Svezia, e, in
misura minore, materie prime e metalli non
ferrosi, dagli altri paesi. Tali importazioni do-
vrebbero aumentare a seguito di un probabile
incremento del tasso di sviluppo conseguente
all'ampliamento del mercato.

3. combustibili, minerali, lubrificanti e pro-
dotti similari

In questo gruppo è praticamente impossibi-
le prevedere spostamenti di domanda. L’attua-
le situazione non dovrebbe, però, mutare in
maniera apprezzabile e il complesso degli scam-
bi dovrebbe aumentare di pari passo con la
motorizzazione, mentre dovrebbe proseguire
Il processo di sostituzione dei combustibili so-
lidi con quelli liquidi,

4. prodotti chimici

In questo gruppo alcuni paesi sono giunti
ad una specializzazione molto elevata. Francia
ed Italia per gli olii, la Svizzera per i farma-
ceutici, la Germania per le vernici ed i colo-
ranti, € così via, per cui l’importanza di un
disarmo doganale è limitata. Si può invece pre-
vedere una maggiore concorrenza per i pro-
dotti chimici organici ed inorganici e per i
concimi non azotati,

s. macchinari e mezzi di trasporto

, Gli scambi in questo gruppo sono di una
importanza assoluta tale che un mutamento
relativo anche di importanza limitata, quale po-
trebbe verificarsi a seguito di una modifica ta-
riffaria, è suscettibile di provocare una dimi-
nuzione od un aumento considerevole in sen-
so assoluto dell'import o dell’export. In tale
gruppo sono prevedibili, pertanto, le maggio-



ri dislocazioni delle correnti di scambio e un
notevole aumento della concorrenza.
6. prodotti manifatturieri

Ciò che si è detto per il gruppo precedente
vale ancor di più per questo gruppo, che co-
stituisce il grosso del commercio inter-europeo;
le possibilità di spostamento degli scambi, et-
fetto di sostituzione, sono notevoli, per i me-
desimi motivi dianzi esposti. Tuttavia è molto
difficile fare previsioni in quanto un insieme
di fattori diversi da quelli puramente tariffari
giocano un ruolo importante; basti pensare ol-
tre che alle preferenze dei consumatori, ai le-
gami commerciali tradizionali esistenti, ai le-
gami finanziari, € così via,

c) probabili ripercussioni dell’allargamento della

CEE per paesi

Per quanto concerne un gruppo di paesi —
in particolare Austria, Danimarca, Svizzera e
Svezia — esso, fin dalla adesione all’ EFTA,
aveva interesse ad un compromesso con la
CEE essendo le importazioni e le esportazioni
da e verso le due aree abbastanza equilibrate.
Per l'Irlanda gli effetti si avranno specialmente
nel campo agricolo mentre un discorso a par-
te va fatto per il Regno Unito, in particolare
nel campo industriale. Secondo le indagini e
eli studi effettuati da organi britannici pubblici
e privati si dovrebbero avere i seguenti effetti
sull'industria britannica:

1. I settori avvantaggiati dovrebbero essere
i seguenti: chimico, con eccezione del com-
parto dei fertilizzanti; automobilistico, con ec-
cezione degli autocarri di piccola portata; elet-
trodomestici; radio-TV; elettronico; acciaio,
con eccezione delle barre rinforzate, lamiere
sottili e filo metallico; abbigliamento per uo-
mo; autovetture sportive; accessori per auto;
trattori; cemento; laniero; fibre artificiali.

2. I settori con prospettive incerte e per i
quali è da prevedersi un incremento della con-
correnza sono: cartario, con eccezione della
carta da stampa e da scrivere di elevata quali-
tà; metalli non ferrosi, con eccezione del rame;
macchine utensili; macchine in generale spe-
cialmente per quelle tessili e agricole; utensi-
leria, specialmente per dadi, bulloni ed altri
prodotti standard; gomma, specialmente per
scarpe e vestiario di gomma; motociclo e mo-
to-scooters; elettromeccanico.

3. I settori con prospettive di crescenti dif-
ficoltà e di notevole incremento della concor-
renza sono: cotoniero; tessitura del ravon; pro-
dotti di cuoio e scarpe; giocattoli; tappeti; por-
cellane; strumenti scientifici; orologi, con ec-
cezione di quelli elettrici e speciali.

4. I settori che non dovrebbero essere in-
fluenzati sono: bevande; tabacco; alimentari;
aeronautico; cantieristico; materiale telefonico
e telegrafico.

Nel complesso, tuttavia, le tendenze del re-
cente passato dovrebbero portare ad un incre-
mento degli scambi globali. Il problema per i
singoli paesi è se il tasso di incremento degli
scambi sarà proporzionale o meno al tasso di
incremento della produzione, specie industria-
le, e se la dislocazione di talune correnti com-
merciali toccherà in misura più o meno ampia
i settori più propulsivi dello sviluppo.

d) probabili ripercussioni dell’ allarcamento della
CEE e del passaggio alla seconda tappa sul
I° Ftalia

È piuttosto difficile quantificare, se non con
precisione almeno con una certa approssima-
zione, le ripercussioni conseguenti all’allarga-
mento della CEE e del passaggio alla seconda
tappa nei confronti sia del totale delle espor-
tazioni italiane sia di quelle dei diversi settori
agricoli e industriali. Ciò anche perché non si
conoscono con precisione i legami finanziari ed
i legami tradizionali tra le imprese italiane e
quelle dei paesi terzi che si accingono ad as-
sociarsi più o meno strettamente alla CEE, le-
cami che sono, talvolta, suscettibili di ridurre
o minimizzare le conseguenze di un disarmo
doganale. Ci limiteremo, pertanto, ad avanza-
re talune considerazioni di carattere qualitati-
vo limitatamente al settore industriale. Innan-
zitutto va rilevato che il passaggio alla secon-
da tappa imporrà il disarmo progressivo delle
tariffe speciali ferroviarie e dei contratti spe-
ciali di trasporto con ripercussioni sui costi €
sui prezzi finali, mentre il passaggio alla re-
cola della maggioranza qualificata, specialmen-
te in materia di contingenti e di concorrenza,
eliminerà talune protezioni indirette ancora in
vigore per taluni comparti della meccanica e
della chimica.

Per quanto concerne l'allargamento della
CEE le ripercussioni più notevoli dovrebbero
verificarsi nel settore tessile e dell’abbigliamen-
to e in quello chimico per la migliore posi-
zione concorrenziale del Regno Unito — in
particolare per i comparti delle fibre sintetiche,
materie plastiche, chimica pesante e chimica
atomica nel settore chimico e per i comparti
laniero e dell’abbigliamento nel settore tessile
— e della Danimarca, che va rapidamente in-
dustrializzandosi. Ripercussioni minori, ma che
richiederanno un notevole sforzo concorren-
ziale, si dovrebbero avere: per molti prodotti
finiti e semilavorati per la migliore posizione
della Svezia; per le macchine utensili, attrez-
zature elettriche ed elettroniche, elettrodome-
stici e per i prodotti industriali del comparto
della gomma per la maggiore concorrenzialità
del Regno Unito; per le macchine agricole,
elettrodomestici, chimici e farmaceutici, por-
cellane ed argenterie, conserve di origine ani-
male da parte della Danimarca. Ripercussioni
di minore portata si dovrebbero avere negli
altri settori quali: carta, ciclo e motociclo, co-
toniero, pelli e calzature, meccanica di preci-
sione.

b) incremento della concorrenza

Da quanto s'è sommariamente accennato in
materia di commercio estero ne discende co-
me secondo effetto, o, meglio, come corolla-
rio del primo effetto, una intensificazione della
concorrenza, in grado più o meno accentuato,
in gran parte dei settori industriali. Ciò pone
all'industria italiana tutta una serie di proble-
mi tra cui i principali sono:

a) problema preggi - costi - salari

Un “grande MEC” costituisce un mercato
di proporzioni uguali se non superiore a quel

lo statunitense, Ciò richiede il passaggio in mi-
sura crescente alla produzione di massa per i
beni di consumo durevoli e non durevoli, man-
tenendo allo stesso tempo un elevato standard
qualitativo, e un elevamento di tale standard
per i beni strumentali e per taluni beni di con-
sumo. Al contempo però vanno compressi i
costi ed i prezzi di vendita. Ora, come è noto,
nella produzione di massa è necessario poter
contare su un assorbimento se non crescente
almeno costante da parte del mercato naziona-
le al fine di poter contenere i costi e mante-
nere i prezzi per la quota esportata a livello
concorrenziale. Ciò significa però che il po-
tere d'acquisto dei consumatori deve espan-
dersi allo stesso ritmo dell’espansione dell’in-
dustria, il che può essere raggiunto solo at-
traverso aumenti salariali. Tali aumenti, però,
incidono sui costi €, conseguentemente, sui
prezzi mentre sono sempre più difhcili, se non
impossibili, le manipolazioni dei prezzi a se-
guito del passaggio alla seconda tappa. Di con-
seguenza il primo imperativo ai fini di fron-
teggiare la concorrenza è quello di assicurare
all'industria manifatturiera bassi prezzi dei
prodotti e servizi di base, quali elettricità, ac-
ciaio, trasporti, e così via,

b) problema della produttività

È evidente, però, che una duratura e vera-
mente efficiente azione volta a spezzare il cir-
colo prezzi — costi — salari senza interferire
sui consumi non può effettuarsi se non a ca-
rico della componente “costi” al netto del co-
sto del lavoro, Ciò significa d’un lato l’intro-
duzione sempre più ampia della innovazione
tecnologica a tutti i livelli, e, dall’altro, l’in-
tensificazione dell’assistenza tecnica a livello
aziendale, per sfruttare ogni possibilità di in-
cremento della produttività, e l'ampliamento
dell’azione di aggiornamento e preparazione
dei quadri dirigenti e intermedi.

c) ricerca di nuovi sbocchi

Indubbiamente la nuova situazione porterà
a delle dislocazioni delle attuali correnti com-
merciali sia all’interno del MEC che verso i
paesi terzi, Di qui la necessità di mantenere e
potenziare gli attuali sbocchi e di cercarne dei
nuovi. Ciò sarà possibile nella misura in cui
saranno fronteggiati i problemi di cui al pun-
to b) ma anche nella misura in cui sarà razio-
nalizzata e perfezionata l’organizzazione com-
merciale e sarà controbattuto “l’export drive”
dei concorrenti sia a livello aziendale sia a li-
vello governativo: campagne pubblicitarie, ele-
vato standard delle rappresentanze commercia-
li, adeguamento continuo della legislazione in
materia di crediti e assicurazione dei crediti al-
l'esportazione, e così via.

d) ampliamento dell’intervento” in favore dei paesi

in via di sviluppo

Se ci rifacciamo a quanto s'è detto nella pre-
messa in merito ai paesi associati dell’Africa,
se teniamo conto dell'indirizzo generale assun-
to dalla CEE nei confronti dei paesi in via di
sviluppo e se è ragionevole sostenere che il
Regno Unito richiederà l'associazione di gran
parte dei suoi territori sotto mandato, mentre



4

non è improbabile che taluni paesi in via di
sviluppo del Commonwealth richiederanno an-
ch'essi di essere associati, si può inferire con
buona probabilità che dovrà ampliarsi, forse
in misura più ampia del previsto, l’intervento
diretto ed indiretto in favore dei paesi in via
di sviluppo. Tale azione, se compete in larga
parte alla CEE e ai singoli governi, dovrà po-
ter contare anche su quella delle imprese, ©
gruppi di imprese, che possono in certi setto-
ri svolgere una azione più proficua, special
mente in profondità, di quella degli enti go-
vernativi e intergovernativi.

3. Le prospettive del gruppo IRI

nella nuova fase del MEC

In questo quadro quali possono essere le
prospettive del gruppo IRI, visto principal-
mente quale strumento della politica econo-
mica governativa € tenuto conto che il pas-
saggio alla seconda tappa e l'allargamento del-
la CEE rendono d'un lato più difficile strin-
gere i tempi del “take off" meridionale e, dal-
l’altro, ne impongono obiettivamente un acce-
leramento? In riferimento agli effetti dianzi esa-
minati tali prospettive possono così schema-
tizzarsi:

a) commercio estero

Abbiamo visto come la tendenza all’espan-
sione degli scambi tra i paesi della CEE con
ì paesi terzi sia continua e relativamente rego-
lare e come la dinamica dell'espansione riguar-
di in primo luogo i beni strumentali. L'esame,
sia pure schematico per la tirannia dello spa-
zio, fa intravvedere, inoltre, che l'allareamento
della CEE è suscettibile di produrre disloca-
zioni delle correnti di scambio, in primo luogo
per macchinari, mezzi di trasporto e prodotti
rmanifatturieri e, in secondo luogo, per i pro-
dotti dell'industria chimica. Il passaggio alla
seconda tappa, inoltre, è suscettibile di far au-
mentare i costi di trasporto con conseguente
aumento dei costi e dei prezzi di vendita. Tale
effetto, anche se non rilevante a prima vista,
va tuttavia attentamente seguito poiché ci si
sta avviando verso una situazione di mercato
in cul un mezzo per cento in più o in meno del
prezzo acquista rilevanza determinante per il
mantenimento o la perdita di un mercato e per
la conquista o meno di un nuovo sbocco. Va,
poi, tenuto conto di un altro fatto. Nel no-
stro paese, specialmente nel settore meccanico,
è prevalente la piccola e media impresa, men-
tre non è ancora sostanzialmente presente il
ramo della grande meccanica.

Da quanto s'è detto ne discende logicamente
che gli obiettivi generali della politica commer-
ciale italiana debbano consistere: #) in una azio-
ne di penetrazione, diretta ed indiretta, nei mer-
cati dei paesi terzi in cui la presenza italiana è
ancora limitata, e ciò al fine di controbilan-
ciare le probabili dislocazioni delle correnti di
importazione di taluni paesi della CEE e di
taluni paesi terzi; 4) nel sostenere, o per me-
glio dire, nello spianare la via alla penetrazio-
ne di cui al punto «) alle piccole e medie im-
prese private, le quali non possono quasi mai
sostenere i costi di tale azione.

Al raggiungimento di tali obiettivi l’IRI può
contribuire innanzitutto ampliando la politica
seguita, ad esempio, dalla Finmeccanica in ma-
teria di sviluppo della attività commerciale,
istituzionalizzandola. Se, poi, si realizzerà in
Italia quella politica di piano verso la quale
sembrano avviati la maggior parte dei paesi oc-
cidentali, l'opera del gruppo IRI così impo-
stata potrà rivelarsi preziosa ai fini dell’attua-
zione del piano e del contemporaneo mante-
nimento dei principali meccanismi dell’econo-
mia di mercato.

b) concorrenza

Abbiamo visto come sia prevedibile un no-
tevole incremento della concorrenza, in parti-
colare nel settore della industria manifatturiera,
e come ciò ponga d'un lato un problema di
equilibrio tra prezzi, costi e salari e, dall’al-
tro, un problema di produttività. Abbiamo, al-
tresìi, identificato taluni punti di attacco suscet-
tibili di avviare a soluzione, sia pure parziale,
i problemi stessi e precisamente: #) fornitura
a bassi prezzi dei prodotti e servizi di base;
È) innovazione tecnologica; e) assistenza tec-
nica a livello aziendale; 4) preparazione ed ag-
giornamento dei quadri dirigenziali ed inter-
medi.

Anche su questi punti ci sembra che il con-
tributo del gruppo IRI possa essere notevole
e per taluni di essi senz'altro strategico.

Per quanto concerne i prodotti e servizi di
base entro il 1965 il gruppo Finsider produr-
rà oltre il 70% del fabbisogno nazionale di
acciaio e ghisa mentre la Finelettrica aumen-
terà la propria producibilità del 25%; nel set-
tore autostradale sarà dato un notevole con-
tributo al completamento della rete autostra-
dale; l'Alitalia si prepara ad iniziare il servizio
merci per aereo su ampia scala e la STET ad
ammodernare ed ampliare il servizio telefonico,
la cui importanza dal punto di vista commer-
ciale non richiede dimostrazioni di sorta. In
breve nel campo dei prodotti e servizi di base
l’azione dell’ IRI sarà nei prossimi anni di im-
portanza fondamentale e potrà essere veramen-
te determinante nei confronti di alcune com-
ponenti del problema prezzi — costi — salari
dianzi ricordato.

Circa il problema delle innovazioni tecnolo-
giche esso è complesso, tuttavia anche in que-
sto campo il compito che può svolgere 1° IRI
è di notevole portata. Innanzitutto dovrebbe
essere estesa l’attività di ricerca scientifica e
più strettamente coordinata quella degli attua-
li istituti sezionali esistenti nell’ambito del
gruppo. In secondo luogo potrebbero farsi be-
neficiare di tale attività le piccole e medie im-
prese private per le quali, inoltre, potrebbe or-
ganizzarsi un servizio di informazione e segna-
lazione: a tal fine l'IRI potrebbe apportare il
contributo di esperienza dei suoi più grandi
complessi all'opera in tal campo svolta dagli
istituti e organizzazioni esistenti. Com'è noto,
le piccole e medie imprese non possono soste-
nere i rilevanti costi oggi necessari per qualsia-
si tipo di ricerca mentre, allo stesso tempo, è
difficile per esse poter essere continuamente €
tempestivamente aggiornate sull’evoluzione,

anche potenziale, del progresso tecnologico nel
loro specifico settore. Tale carenza porta ne-
cessariamente a sfasamenti tra piani produtti-
vi e finanziari ex-ante ed ex-post, a previsioni
errate in termini di obsolescenza degli impianti,
a politiche di ammortamento non corrette, a
perdite di mercati, e così via. Non è il caso,
quindi, di sottolineare l’importanza del con-
tributo che a tal fine può dare l’IRI, il quale
non si sostituirebbe alla privata iniziativa e
agli istituti e organizzazioni esistenti, ma ne
integrerebbe l’azione rendendo più efficiente
la collaborazione tra stato e privati nel supe-
riore interesse collettivo.

Circa, infine, la preparazione e l’aggiorna-
mento dei quadri dirigenziali ed intermedi
l’IRI non solo ha già creato apposite attrez-
zature, ma ha anche già accumulato preziose
esperienze. Anche in questo campo perciò
l’ istituto può fornite un notevole contributo
alla soluzione di un problema largamente e
profondamente sentito. Come è noto, le neces-
sità in tale settore sono di tale ampiezza che
non possono essere fronteggiate se non in mi-
nima parte, sia dal punto di vista quantitativo
che qualitativo, dai pochi istituti post-universi-
tari sorti in questi ultimi anni. I grandi gruppi
privati, infatti, sono stati costretti ad affrontare
il problema sia organizzandosi a tal fine inter-
namente, sia creando a tale scopo degli istituti
post-universitari, quali ad esempio, l' IPSOA
di Torino, ma è evidente che tali possibilità,
per molteplici motivi, tra cui quello del costo,
sono precluse alla stragrande maggioranza del-
le piccole e medie imprese che, nella aspra si-
tuazione concorrenziale che si prospetta, più
ne avrebbero bisogno,

c) sviluppo del Mezzogiorno

Abbiamo sottolineato all'inizio del paragra-
fo che le prospettive dell’ IRI nella nuova fa-
se del MEC vanno inquadrate anche tenendo
presente la necessità di stringere i tempi del
“take off” del Mezzogiorno e le difficoltà che
a tale obiettivo vengono frapposte dalla nuova
fase del MEC. Abbiamo, altresi, limitato l’a-
nalisi degli effetti di essa al solo settore indu-
striale tralasciando deliberatamente il settore
agricolo. Dobbiamo ora lasciar cadere tale li-
mitazione, sia pure parzialmente, L'ingresso
nel MEC della Grecia, della Turchia, della
Danimarca e dell'Irlanda e un probabile allar-
gamento dell’associazione ad altri paesi, quali
il Portogallo e, forse, Israele, pongono pro-
blemi di estrema gravità all ‘agricoltura nazio-
nale e meridionale in particolare. È chiaro che
non è questo un settore nel quale possa inter-
venite l’IRI, tuttavia esso può svolgere un
compito di rilevante importanza nella fase, po-
tremmo dire industriale, della distribuzione.

Accanto a questo compito v'è l’altro, più
proprio all’ IRI, della industrializzazione. Già
molto è stato fatto al riguardo, basti pensare
agli interventi della Finsider, sia a quello più
spettacolare del 4° Centro siderurgico di Ta-
ranto che agli altri minori in compartecipazio-
ne con società straniere; a quelli della Finmec-
canica, specie in compartecipazione con socie-
tà italiane, quali la Fiat e con società estere
quali la Diirkopp e la Walworth; a quelli del-



la Finelettrica e STET meno spettacolari e
meno noti ma tuttavia importanti. Tuttavia
ancora molto può fare l'IRI come è dimo-
strato dagli oltre Goo miliardi di investimenti
previsti nel prossimo quadriennio e dalle ini-
ziative allo studio.

d) ampliamento degli aiuti ai paesi in via
di sviluppo

Si è visto come nel quadro della seconda
fase della CEE l'intervento a favore dei paesi
in via di sviluppo sia destinato ad ampliarsi.
Anche in questo settore riteniamo che le pro-
spettive dell'IRI possano essere di importan-
za rilevante, specie se collegate con quanto s'è
detto al punto #). In particolare l’azione del-
l'IRI può affiancare quella governativa e, al
contempo, potenziare quella di ricerche di nuo-
vi sbocchi commerciali in due modi: #) met-
tendo a disposizione dei paesi in via di svilup-
po, sia al livello governativo sia al livello azien-
dale, l’esperienza di assistenza tecnica e di for-
mazione dei quadri dirigenziali ed intermedi di
cui si è fatto dianzi cenno; #) esaminando la
possibilità di investimenti diretti e di colla-
borazioni produttive nel paesi in via di svilup-
po al fine di spianare la via ad investimenti
aggiuntivi privati e creare nuove e durature
correnti di scambio, specialmente per le pic-
cole e medie imprese private. Tale secondo ti-
po di intervento eliminerebbe taluni rischi ini-
ziali per l'iniziativa privata e, allo stesso tempo,
eliminerebbe taluni ostacoli, specialmente psi-
cologici, comuni in tali paesi, portati, per espe-
rienze passate, a sospettare tentativi di coar-
tazione alla loro indipendenza politica ed eco-
nomica.

4, Conclusioni

Dal rapido panorama sinora abbozzato, che
andrebbe ulteriormente approfondito e det-
tagliato, si può concludere rilevando che le pro-
spettive dell’ IRI, nel quadro di una Europa
avviata ad una sempre più stretta integrazione
economica prima e politica poi, sono ampie,
complesse e di notevole importanza. Talune di
esse possono essere affrontate subito, e alcu-
ne lo sono, altre, invece, richiedono se non
l'appoggio almeno l'autorizzazione dello sta-
to ed una delicata e riservata azione di con-
vincimento e di organizzazione,

Vi è, poi, un'ultima notazione da fare. In
un mercato di ampie dimensioni quale quello
al livello dell’ Europa, anche con una efficien-
te lesse anti trust, vi saranno inevitabilmente
effetti di dominazione da parte dei grandi com-
plessi produttivi; basti pensare alla fusione, per
ora accantonata, della Imperial Chemical In-
dustries con la Courtaulds nel Regno Unito.
Da tale angolo visuale il gruppo IRI viene a
configurarsi come una sorta di “countervailing
power” e come un elemento fondamentale di
una economia “concentrata”, sia a livello na-
zionale sia a livello europeo.

In sostanza, come disse nell'ormai lontano
1957 il compianto on. Fascetti, « l’ IRI può da-
re per l'avvenire ancor più concreto apporto
perché il benessere, del popolo italiano, sem-
pre più si diffonda e si elevi ».



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3 a
ti CE

Il gruppo dei giornalisti economici inglesi durante l'incontro con i dirigenti dell’Italsider, svoltosi ad Arenzano,

Erano rappresentati: «The Observer», «The Guardiano, «The Economist», «Evening News», «The Daily
Telegraph», «The Sunday Telegraph», «The Times», «The Daily Mail», «The Financial Times», «The Daily
Express», «Daily Herald» è «The Sunday Times».

La Gran Bretagna e il MEC

A proposito dell'ingresso della' Gran Bretagna nel MEC, pubblichiamo una sintesi
delle opinioni espresse da un gruppo di giornalisti economici inglesi nel corso di uno
scambio di idee con i dirigenti dell'Italsider, seguito alla visita al centro siderurgico
‘“ Oscar Sinigaglia”, organizzata in collaborazione con l’ufficio del portavoce dell'Alta Autorità
della C.E.C.A.

«Le conseguenze dell'ingresso della Gran Bretagna nel Mercato Comune saranno più di carat-
tere indiretto che di carattere diretto. Ad esempio, non costituirà per la grande e importante indu-
stria inglese una situazione di grave squilibrio, poiché certamente non si avrà né un aumento né una
diminuzione del volume degli scambi industriali e commerciali rispetto a quella che è l’attuale si-
tuazione.

Non ci sarà, in altre parole, un cambiamento improvviso, ma eventuali effetti si avvertiranno
a lunga scadenza. Per quanto riguarda il futuro, le differenze che verranno determinate dal nostro
ingresso nel Mercato Comune saranno differenze che si accentueranno per quanto riguarda î costi
industriali. Per una certa produzione industriale e per una certa produzione economica saranno in-
fatti è costi a determinare uno squilibrio rispetto all'attuale situazione. Possiamo dire che tali diffe-
renze di costi riguarderanno soprattutto materie prime e manodopera.

Tenendo conto del grado di vulnerabilità dei diversi settori dell'industria britannica, si può dire
che quelli che risentiranno maggiormente degli squilibri di costi in conseguenza dell'ingresso nel
MEC saranno 1 settori tessili e dell’abbigliamento.

Occorre anche rilevare che il problema del costo dei trasporti avrà la sua incidenza in quanto,
a parità di condizioni, è ovvio che il mercato italiano si approvvigionerà più facilmente e più volen-
tieri sul mercato tedesco che su quello inglese, proprio a causa della differenza dei costi dei trasporti.

Posstamo quindi dire che per queste ragioni la tendenza attuale della Gran Bretagna è quella
di conseguire un'elevata qualità dei suoi prodotti tessili e di abbigliamento per raggiungere una pos-
stbile competitività, tenendo anche conto del problema del “disegno” e della confezione. L'elemento di
base, in questo campo, è infatti quello di carattere estetico : una volta adeguatesi al gusto continentale,
le industrie britanniche del ramo accentueranno indubbiamente la possibilità di concorrenza dei loro
prodotti sul mercato europeo.

Un possibile vantaggio per la Gran Bretagna, una volta entrata nel MEC, sarà dato soprattutto
dalle industrie elettroniche e dalle industrie che fabbricano prodotti per l'automazione, in quanto
l’unica possibile concorrenza in questo campo è l'equivalente industria tedesca.

Possiamo dire, in definitiva, che l'ingresso della Gran Bretagna nel MEC rappresenterà uno
stimolo importante per lo sviluppo e l'espansione dell'industria inglese considerata nel suo insieme.
A questo riguardo va rilevato che anche l'Italia dieci anni fa aveva paura della creazione del MEC,
in quanto non riteneva di poter far fronte alla nuova situazione, non avendo carbone e producendo
pochissimo acciaio. Oggi l'Italia compra carbone a prezzo minimo e produce già parecchi milioni di
tonnellate di acciaio l'anno.

È da rilevare infine che l'ingresso della Gran Bretagna nel MEC potrà costituire un valido ele-
mento propulsivo per il programma che l'Europa si prefisge di svolgere per quanto ricuarda l’aiuto
da accordare ai paesi africani sottosviluppati. La realizzazione di questo programma sarà certamente
più facile quando il Mercato Comune potrà contare sull'apporto britannico ».



Lo stabilimento
Siac

di Campi

L'Italsider ha assunto dal 1° luglio 1962, co-
me è stato annunciato nello scorso numero della
Rivista, la gestione in affitto dello stabilimento
di: Campi della Società Italiana Acciaterie
Cormeliano, e quindi anche la conduzione di
tutte le attività industriali della Siac. A
questo grande stabilimento siderurgico che si
affianca agli altri centri produttivi dell'Italsider,
dedichiamo le pagine che seguono, nelle quali
è tracciata in sintesi la storia di Campi e la sua
evoluzione verso un'organizzazione strutturale
sempre più moderna ed efficiente.

Questa evoluzione non si riduce soltanto ad
un puro fatto tecnico, ma riguarda anche, in
uguale misura, la sfera sociale, è rapporti di
lavoro, Essa continuera ad avere il suo naturale
svolgimento, in armonia con quella in atto pres-
so gli altri stabilimenti dell'’Italsider, nel qua-
dro degli impegnativi programmi di sviluppo
della siderurgia IRI-Finsider, ed alla sua rea-
lissazione, futti siamo chiamati a contributre,
in un clima di stretta e leale collaborazione.

Dove il Polcevera si allarga prima di tut-
farsi in mare, sulla riva destra sorgono i ca-
pannoni della STAC; la preistoria dell’acciaieria
di Campi affonda le sue radici nell'’humus in-
dustriale della Valpolcevera, e invero lo svi-
luppo che ha portato la piccola fonderia d’ac-
ciaio sorta nel 1898 per iniziativa dell’ Ansaldo
alle dimensioni di una grande acciaieria mo-
derna, riflette in certo modo il processo di
‘‘erescita’ industriale che nel genovesato ebbe
appunto il suo epicentro nella Valpolcevera.
Del resto la Valpolcevera offre il quadro di un
paesaggio industriale esemplare, e ancor oggi
presenta gli aspetti tipici delle grandi regioni
industriali del Nord-Europa.

L'industria meccanica viaveva fatto una prima
apparizione nel 1860: sull'area dell'attuale re-



parto laminazione della SIAC sorgeva il vec-
chio Delta e la fabbrica di prodotti chimici No-
berasco; successivamente tutte le altre fabbriche
che sorsevano sulla via di Campi, tra il greto del
Polcevera e la collina di Coronata vennero ‘‘fapo-
citate” dallo stabilimento siderurgico. Le “Fon-
derie e Acciaierie” di Cornigliano, nate origina-
riamente per rispondere all'esigenza di una or-

ganizzazione “verticale” onde assicurare al
complesso Ansaldo l'autonomia produttiva, al-

la vigilia della prima guerra mondiale, — ulti-
mati i lavori di ampliamento e più che qua-
druplicata la potenzialità della fonderia d’ac-
ciato con l'introduzione di nuovi forni Martin
tra il 1911 e il 1915 —, non sono più un sem-
plice stabilimento ausiliario nell’ambito di una

industria navalmeccanica, ma assumono la
struttura propria di un grande e autonomo
complesso siderurgico, uno dei più grandi d’I-
talia,

uralmente la guerra determinò una
Muovi HE

vipori espansione produttiva del-
l’Acciaieria e negli anni del conflitto lo stabi
limento di Campi giunse a produrre mensil-
mente gli elementi per settecento cannoni ed





sm,
t'

al

Cilindri di acciaio fuso al eromo-tungsteno per laminatoio a passo di pellegrino, una delle
produzioni dello stabilimento SIAC di Genova-Campi, passato ora in gestione all'Italsider.

era in grado di fornire gli sbozzati per mille
cannoni al mese; ma si trattò di uno sviluppo
non soltanto “quantitativo”, poiché conside-
revoli furono anche i risultati di tipo quali-
tativo (per esempio, assai importante, la sosti-
tuzione dell'acciaio fucinato ad elevate carat-
teristiche con acciaio semplicemente fuso e
trattato di eguali caratteristiche).



La nota crisi finanziaria dell’Ansaldo, le dif-
ficoltà della riconversione, e quelle tradiziona-
li derivanti dall'andamento ‘‘asfittico’’ della si-
derurgia italiana, investirono nel primo dopo-

guerra anche le Acciaierie di Cornigliano, il cui

sviluppo tuttavia proseguì ininterrotto nona-
stante i diversi mutamenti di gestione, il più im-

portante dei quali quello seguito alla mascita





Una lavorazione meccanica dello stabilimento SIAC dell'Italsider:
un grande rotore di acciaio fucinato in fase di tornitura, La pro-
duzione di rotori costituisce una delle specializzazioni principali
dello stabilimento, ed è particolarmente apprezzata sui mercati
esteri. Il più grande rotore sinora realizzato a Campi, ricavato da
un lingotto di oltre 160 tonnellate, pesava, a lavorazioni ultimate,
ti tonnellate. Era destinato alla centrale atomica canadese di
Douglas Point,

nel 1933 dell’IRI, che portarono a un gene-
rale riordinamento del settore,

Intorno agli anni *30 la produzione mensile
dei reparti forni è di circa 15.000 tonnellate
d’acciaio, quella della fonderia d’acciaio di
circa 1000 tonnellate di getti finiti, il reparto
di fucinatura di 3000 tonnellate. Nel corso
degli stessi anni lo stabilimento si arricchisce
di due muovi importanti impianti: il lamina-
toio “Duo 850” che avrà lunghissima vita
(e negli anni del secondo dopoguerra rappre-
senterà in gran parte lo strumento decisivo
della “sopravvivenza” della SIAC nel periodo
assai critico della ripresa), e il grande treno
laminatolo corazze. Il riarmo del paese che
“sl prepara alla guerra” sollecita un nuovo am-
modernamento e riordinamento degli impianti
e la capacità produttiva della SIAC ne risulta
potenziata: tra il ‘35 e il ’38 vengono instau-
rati sei nuovi forni elettrici ad arco per la
fabbricazione dell'acciaio di cui tre da 25 ton-
nellate, e diciotto forni a resistenza per trat-
tamento termico. I comandi a vapore delle
presse vengono trastormati in elettro-idraulici
e viene installato un grande laminatoio quarto,
uno dei più potenti d’ Europa per la fabbri-
cazione delle lamiere grosse. Il materiale di co-
razzatura — come è noto — non soltanto è
fabbricato con acciai speciali d’altissima qua-
lità, ma richiede trattamenti termici tali
(si tratta di raggiungere una resistenza alla
rottura sino a 160 kg./mmq per corazze omo-
genee e durezze sino a 650 unità Brinell per
corazze cementate) che alla sua produzione pos-
sono provvedere soltanto acciaierie dotate di
specialissime attrezzature e d’espertissimo per-
sonale tecnico.

Alla vigilia della guerra la SIAC iniziò an-
che la costruzione dell'impianto a ciclo inte-
grale per la produzione dell'acciaio diretta-
mente dal minerale anziché dal solo rottame:
ma prima ancora della loro ultimazione, poco
dopo l’ 8 settembre 1943, gli impianti (72.000
tonnellate di materiale di cui 42.000 di mac-
chine) furono smontati e portati in Ger-
mania. Anche l'impianto completo di lami-
nazione del treno quarto venne trasferito in
Germania: si trattava probabilmente del mi-
glior impianto del genere esistente in Europa
all'inizio della guerra, e a indicare l’enorme
mole di quell’attrezzatura, basti dire che il
suo trasporto richiese l'impiego di ben cen-
tosessanta VALONI,

Alla fine della guerra, del grande complesso
che avrebbe dovuto essere il più potente im-
pianto siderurgico italiano, rimaneva ben po-
co. Oltre alle “razzie” dei tedeschi, vi erano
le perdite causate dalle circa quattrocento bom-
be cadute nel perimetro dello stabilimento che
avevano distrutto l'impianto di elettrolisi per la
produzione di idrogeno e di ossigeno (indi-
spensabile soprattutto per i grossi “tagli”) e
il proiettificio. Gravi danni subi anche il re-
parto meccanico, mentre completamente intat-
ti rimasero i forni elettrici che costituivano la
base della lavorazione,

I soli nuclei in grado di produrre regolar-
mente erano la vecchia Ferriera di Trasta, adi-
bita alla fabbricazione di piccoli profilati e quel-

la di Pontedecimo acquistata nel corso della
guerra e lo stabilimento Nasturzio per la tab
bricazione della latta. I problemi della ricon-
versione per una produzione di pace e la ge-
nerale crisi economica seguita alla guerra, ag-
gravavano le difficoltà della ripresa. In quel
momento, solo una decisa e ferma volontà
di sopravvivenza riuscì a far superare diffi-
coltà di ogni genere con uno storzo che
ancor oggi sembra miracoloso ed il cui
ricordo è ancora ben vivo nei tecnici e negli
operai della SIAC. Venne rimesso in fun-
zione il vecchio laminatoio “Duo 850”,
già considerato rottame: azionato con una
motrice a vapore, sostiene per oltre un de-
cennio la costruzione delle lamiere navali,
giungendo a produrre sino a 5000 tonnel-
late mensili.

La fabbrica d’armi che si era affiancata alla
Skoda e alla Krupp e che aveva prodotto po-
derose corazze e cannoni del maggior calibro,
vive ora di lamiere comuni e addirittura di lat-
ta. Occorrerà giungere al 1956, anno in cui en-
tra in funzione il treno laminatoio 3750, per
incontrare nella sua consistenza e realtà, la
SIAC odierna, la cui produzione dalle 17.000
tonnellate d'acciaio del 1945 era salita ap-
punto nel ’56 alle 141.000 tonnellate. L’en-
trata in funzione del treno 3750 rispondeva
alle necessità per il nostro paese di possedere
un moderno impianto di laminazione per la
miere medie e grosse, con larghezze superiori
a 3,50 metri e con lunghezze secondo le
esigenze tecniche moderne. Del resto la
C.5S.I,M, (Commissione Indagine e Studi
sulla Industria Meccanica) del gruppo di
consulenza dello Stanford Research Institute,
aveva indicato nell’elevato costo dell'acciaio e
nell'impiego di lamiere piccole la causa degli
alti costi della cantieristica italiana rispetto al-
la concorrenza estera.

Contemporaneamente all'introduzione del
treno di laminazione, si procede al rinnovo e
alla modernizzazione di attrezzature ed impian-
ti: viene installato un altro forno elettrico da
35 tonnellate con caricamento a cesta dall’alto
ed un forno Martin da fSo-100 tonnellate
seguito poi da un secondo; si effettua la
colata di lingotti su carrello e viene mon-
tato un impianto di colata sotto vuoto, il
primo in Italia, che entra in servizio nel
1958 (oggi la colata sotto vuoto non è più
esclusiva della SIAC, ma all’acciaieria di Campi
spetta il merito di esser stata la prima ad
introdurla nel nostro paese). Più recentemente
è stato ulteriormente migliorato ed ampliato
il treno laminatoio ottenendo così di portare
la produzione dalle tonnellate 141.459 del
1957 alle 233.561 del 1961; sono state inoltre
potenziate le sezioni fucinatura e trattamenti
termici, la fonderia, il reparto lavorazione gran-
de meccanica, il laboratorio, dapprima dotato
di ‘“«Gammatrone” e più recentemente di un
“Betatrone” metallurgico, da 31 milioni di elet-
troni-Volts (il primo in Italia) per l’esame in-
terno dei grandi fusi e fucinati, fino ad uno
spessore di soo mm. È stato anche creato un
nuovo reparto per la fabbricazione delle lamie-
re placcate “SIAC Colclad” all’ inossidabile,

ci

Vai”



gi n!

Una suggestiva inquadratura di un grande albero a
manovella per motore marino del peso di circa 60 ton-
nellate. Questa è un’altra delle specializzazioni produt-
tive dello stabilimento di Campi, dove esiste un'officina
meccanica particolarmente attrezzata per tale lavorazione.
Dal 1951 al 1961 lo stabilimento SIAC ha prodotto oltre
millescicento alberi a manovella, prevalentemente di medie
e grandi dimensioni, per la clientela italiana ed estera.



Una fase di lavorazione al

laminatoio per lamiere grosse «3750.

E il «treno quarto» smantellato

durante la guerra e ripnstinato nel 1956, Le laznlere per gli scafi ‘i più recenti grandi unità
mercantili italiane sono nate per la maggior parte dai cilindri di questo treno di laminazione,

al michel, al monel ecc. (uniche in Italia), ei
buoni risultati ottenuti in questo nuovo ramo
di produzione hanno suggerito il potenzia-
mento, ora in corso, degli impianti di questo
reparto,

Oltre ad essere la prima azienda in senso as-
soluto nella produzione di lamiere grosse ne-
cessarie per l'industria cantieristica, navale, pe-
trolchimica e per centrali nucleari (nel 1961 le
produzioni SIAC hanno partecipato alla pro-
duzione nazionale con un'incidenza del 31%,
sulle lamiere grosse, del 22%, sui fucinati, del
9% sui getti di acciaio e del 7,2%, sull’acciaio

), la SIAC presenta una produzione di
getti e fucinati di grandissime dimensioni si-

no a 150 tonnellate ed oltre (rotori per mac-

chine elettriche e cilindri fucinati per laminatoi,
grossi pezzi fusi per navi, gabbie per lami.
natoi, casse turbine ecc.), un’attrezzatura mo-
derna per la lavorazione degli alberi a gomito
per grossi motori navali e per la costruzione
di linee di assi per navi.

L'espansione produttiva e la penetrazione del
mercato estero (da un'esportazione di oltre 2
miliardi di fatturato nel 1958 si è arrivati a
circa 3 miliardi e mezzo nel 1961) realizzata
dalla STAC in questi ultimi anni è tanto più

significativa se si tien conto del fatto che non
si tratta generalmente di una produzione di se-
rie, sebbene in taluni casi si possa parlare di
una produzione di massa, ma di una produ-
zione di manufatti siderurgici di alta qualità e

di elevate caratteristiche, con accentuato grado
di specializz zione, sia nel campo dei fucinati
e dei fusi come in quello dei laminati. Dal 1951
al 1961 stati commissionati alla STAC
1601 alberi a manovella di ogni tipo e dimen-
sione, di cui 1128 da clienti italiani e 473 da
clienti esteri, per motori Diesel di diverso ti-
po e potenza; recentemente è stato costruito
un rotore monoblocco per turbo-alternatore,
il maggiore fabbricato dalla SIAC, ed uno dei
maggiori di questo tipo costruiti nel mondo,

oltre 87 tonnellate di peso finito. Sono
state espletate notevoli forniture per centrali
nazionali ed estere e per centrali ed impianti
nucleari (della SENN di Garigliano, SIMEA
di Latina, SELNI di Trino Vercellese,

SOno



C.E.G.B. di Trawsfynydd, J.A.P.Co. di Tokai-
Mura in Giappone, Atomic Energy of Canada
Ltd. di Douglas Point in Canada, di un’altra
centrale in Germania ecc.) per i quali sono stati
torniti fusi, fucinati e laminati; e una serie di
forniture per i mercati dei paesi dell’ Europa
Qrientale (sedici rotori per turbo alternatori e
per turbine a vapore e tredici cappe rotore di
acciaio amagnetico per la Polonia; tre serie di
alberi per turbina e per generatore e tre col-
lettori per caldaia destinati all’ Ungheria; tre
pezzi fucinati per rotori di alta pressione €
bassa pressione per SO TEADE, uno dei quali in
acciaio al cromo 12%, per un peso com-
plessivo di circa so tonnellate per la Ger-
mania Orientale). La STAC è stata anche for-

II

e e rari



RL LA

Si dà PA
i

Una veduta di lamiere grosse sul piano di raffreddamento del laminatoio « 3750»

in attesa di passare alla linea di finitura a freddo. Nel 1961 oltre il 30%

della

produzione nazionale di lamiere srosse è uscito dallo stabilimento di Campi.

nitrice, probabilmente esclusiva, dei cilindri
speciali per particolari laminatoi della Dalmi-
ne e, dopo “prove soddisfacenti", si sta av-
viando alla fabbricazione dei cilindri dei gros-
si laminatoi altri stabilimenti del-
l' Italsider.

Nata e sviluppatasi per quasi mezzo secolo
per la fabbricazione di guerra, oggi cannoni €
corazze sono appena un lontano ricordo; per
la sua lunga storia, la SIAC è certamente una
fabbrica “gloriosa” e nel suo seno è riflessa
eran parte della storia sociale e tecnologica di
questi ultimi cinquant'anni. E tuttavia quel che
della vecchia acciaieria è scomparso non sono
soltanto 1 cannoni e le corazze, ma con esse
quell'insieme di gerarchie, di mestieri, di vi

per gli

lori e anche di immagini che costituivano la
realtà della vecchia “industria pesante”. Due
guerre mondiali che hanno sconvolto la so-
cietà europea, l'impetuosa crescita industriale,
l'impiego di nuove e sorprendenti tecnologie,
il declino o addirittura la scomparsa di molti
mestieri tradizionali e il sorgere di nuove
Operale mansioni
hanno profondamente mutato il volto
realtà di fabbrica; soltanto con una certa fatica
sl potranno scorgere nello stabilimento di
Campi le tracce dell'impianto e della costru-
zione della di Charleroi,
sul modello della quale l’antica ‘“ Fonderia e
di Cornigliano” era stata costruita
sulla riva del Polcevera.

‘‘aristocrazie di nuove



' ‘Fabrique de Fer”

acciaieria
sessantatrè anni fa









Prima ojornata di lavoro



Luciano Rebuffo ha scritto per noi questo
racconto, ispirato alla prima giornata di lavoro
di un giovane apprendista, al suo primo
contatto con la fabbrica, con le macchine,
con gli operai.

Il racconto riflette, come avviene spesso,
un’autentica esperienza personale, anche se la
finzione narrativa la sposta nel tempo: resta
da osservare che si tratta di un’esperienza
levata a fabbriche e ad ambienti di vecchio
tipo, dove la struttura industriale risente tut-
tavia della sua provenienza artigianale, con ca-
ratteristiche umane, ambientali e tecniche che
più non hanno riscontro nei grandi complessi
industriali dei nostri giorni.

Il racconto è illustrato dal pittore Flavio
Costantini.





« Nino, è l'ora».

«L'ora di che? » pensava Nino ancora addor-
mentato, tirandosi le coperte sugli occhi. La vo-
ce di sua madre gli giungeva lontana, come un'eco
indistinta.

Poi la voce si fece più vicina, imperiosa. Nino
dovette alzarsi, affrontare il freddo della came-
ra, vestirsi in fretta, mentre t muri gli parevano
più grigi del solito, più tristi sotto le grandi spac-
cature del soffitto. Nino fece tutto rapidamente,
e st stupi sentendo che in quel giorno che doveva
segnare il suo ingresso nella vita adulta le sue
sensazioni fossero esattamente le stesse di
quando, lo ricordava bene, aveva affrontato
il primo giorno di scuola. Aveva una gran
fretta di uscire, di “cominciare” ; una serande
curiosità, un certo entusiasmo, eppure anche
un po di paura, eun, certo nodo che saliva
alla gola.

Uscito finalmente nella strada si trovò in mez-
zo ad un brulicare intenso di gente, operai in
gran parte gia in tuta che camminavano in fret-
ta, addentando grossi pezzi di focaccia : era un
mondo che egli conosceva bene, ma fino ad ora
lo aveva sempre osservato dall'esterno ; ora tn-
vece vi st frovava dentro, improvvisamente. Co-
me entrare in un cerchio di gesso, come quello che
i bambini tracciano sull'asfalto per giocare, e che
la prima pioggia cancella. Eppure questo era un
cerchio invistbile ma non cancellabile, un cerchio
solido come un muro.

Nino camminava tra la folla, ed ecco, ora non
era più come quando girellava per la città, de-
viando a capriceto a dritta 0 a manca; ora era
come se egli fosse in una colonna, in una proces-





stone, in un corteo: era l'ultimo, o i primo, di
una lunga, interminabile colonna.

Passò davanti al monumento ai caduti in guer-
ra: gli era familiare, vi aveva giocato fino al
giorno prima con gli altri ragazzi, attorno alle
grandi statue di bronzo, seminude, sulle quali una
donna in punta di piedi teneva una corona. Vi
era anche un'altra donna, con le alt ed una lun-
ga spada sguainata, una spada metallica che nei
giorni di sole mandava magici riflessi.

Nino avrebbe voluto, d’impulso, fermarsi, an-
che se gli altri ragazzi non c'erano ancora, ma
lirò dritto, quasi vergognandosi di una simile ten-
tazione,

Arrivato davanti alla fabbrica st trovò stretto
in una fitta calca, davanti ai cancelli ancora chiu-
si, St sentiva orgoglioso, in mezzo a tanti uomi-
mi gravi : si sarebbero accorti che anche lui era
uno di loro? E gli pareva di essere più forte, ora
che partecipava alla forza di tutta quella molti-
tudine : alzò gli occhi, cercò lo sguardo degli uo-
mini, ma essi neppure lo vedevano, guardavano
altrove, parlavano fittamente tra loro. Cercò di
entrare in un gruppo, e lo scostarono coi gomiti ;
finalmente gli riuscì d’incontrare uno sguardo, ac-
cigliato e duro come il metallo. Del resto, era lu-
nedîì. Nino si ritrasse in un angolo come spaven-
tato, finché il fischio acuto della sirena lo fece
sobbalzare, e furono aperti i cancelli. Egli fu tra-
sportato oltre i cancelli da una fiumana vivente,
che si affrettava attorno agli orologi.

Le prime cose che lo colpirono, nello stabilimen-
to, furono 1 grandi orologi di controllo, al muro,
con l'enorme quadrante bianco, e © numerosi guar-
diani in divisa, che somigliavano ai poliziotti ame-

ricani visti al cinema. Nino non osò avvicinarsi
ad un guardiano che aveva dei fregi dorati sul
berretto, e trovò appena la forza di avvicinarne
uno senza fregi. Gli mostrò la propria lettera di
assunzione e quello lo accompagnò negli spoglia-
toi enormi, lugubri come un lungo tunnel, con una
fila interminabile di armadi grigi ai due lati, e
lunghi lavatot al centro, Il guardiano gli assegnò
un armadio, dove Nino ripose i propri vestiti do-
po aver indossato la tuta : domani avrebbe com-
prato un lucchetto.

Poi lo portarono al reparto, dove le macchine
gia in funzione facevano un gran rumore. Lo ri-
cevette il capo reparto, un uomo dai capelli ros-
st e dal viso lentisginoso, che lo squadrò con seve-
rità ed infine gli disse, con tono brusco : a Con me
i lavoratori stanno bene, ma sappi che 10 sono
terribile con i vagabondi ! »

Che discorso era? Se lut era lì evidentemente
era un lavoratore. I vagabondi erano fuori, al di
la del muro di cinta, quel muro grigio che Nino
vedeva ora spuntare dal finestrone del reparto,
coi taglienti cocci di vetro infissi sul bordo ; 1 va-
gabondi erano per le strade già inondate di sole,
dove passano i tram verdi come giocattoli di lat-
ta; erano attorno al monumento ai caduti a ve-
der scintillare la spada della donna alata : Dio
mio, come gli pareva lontano, ora, il monumento !

Il capo cominciò intanto una lunga filippica,
dove si parlava non troppo chiaramente di do-
veri, di sacrifici, di onestà e di soddisfazioni non
meglio specificate, e di una intera vita spesa al
servizio del lavoro, quindici, venti, trent'anni. A
Nino pareva di essere in tribunale ; capì poco,
ma st spaventò alquanto, e disse sempre di sì. Fi-

nalmente, proprio quando il cuore gli si era fatto
piccolo come una palla da ping-pong, fu condot-
to presso un vecchio operaio con gli occhiali sul-
la punta del naso, e gli fu consegnato. Il vecchio
operaio st chiamava Beppe, aveva un viso cor-
diale, uno seuardo dolce, e certe maniere delicate.
Nino si senti un po' sollevato, come protetto. Bep-
pe rifiniva i denti di piccolissimi ingranaggi che
Nino avrebbe dovuto ripulire con uno straccio in-
triso di petrolio e poi asciugare. Tutto lì, per ora,
il suo lavoro.

Beppe, mentre lavorava, parlava col ragazzo :
« Vedi, anch'io entrai qua dentro quando avevo
su per giù la tua età, e ricordo che i primi tem-
pi furono un po' duri. Quando si è ragazzi si
ha più voglia di giocare che di star rinchiusi a
lavorare, e ciò non è pot grave. Ma, credi, è me-
glio stare qui ad imparare un mestiere, che stare
per la strada a imparare mille cose brutte, anche
se subito fa un po” male. Poi ci si abitua, si co-
mincia a capire la vita, si diventa uomini più în
fretta. Certo, bisogna guardarsi attorno, impara-
re da tutti, cercare di apprendere più cose che si
può, perché tutto serve. Guarda me : ho imparato
piano piano, ho progredito lentamente. Quando
sono entrato mi davano dieci centesimi all'ora e
facevo dieci ore al giorno. Dopo due anni mi
aumentarono a dodici centesimi, e dopo cinque
anni a venti. Sono passato aiutante, poi operato
di 2%, poi di 1%, Certo, ne ho fatti di sacrifici in
tanti anni! Ho studiato anche disegno, alla scuo-
la serale (serve il disegno, ricordatelo, serve!) ed
ora sono operato specializzato che è rispettato da
tutti, anche dai capi, faccio il mio lavoro con sad-
disfazione e fra sei anni vado in pensione. Allora





14





me ne starò tutto il giorno al sole, a passeggiare
sulla spiaggia e a sedere sulle panchine della
piazza, sotto gli olmi. Anche tu potrai fare così,
ci vuole solo pazienza e volonta ».

Chissa perché Nino, pur guardando a Beppe
con simpatia, come ad un vecchio zio protettore,
come ad un modello da imitare, come ad un esem-
pio di quella che sarebbe stata tutta la sua vita
futura (se fosse stato sempre onesto e attento, £
avesse studiato disegno alla scuola serale e avesse
avuto un po' di fortuna, perché nella vita è an-
che un po’ questione di fortuna!) sentiva tutta-
via un po di paura, e fors'anche un po’ di pena.
Beppe gli pareva, a momenti, un poveretto. Ma
la coscienza di questo possibile giudizio su Bep-
pe lo spaventò, lo atterrì addirittura. Beppe era
un buon operato, un esempio da imitare. Mentre
riprendeva a pulire gli ingranaggi, Beppe conti-
nuò:; « Vedi, la fabbrica è come una famiglia,
una seconda famiglia più grande. Non ci si sente
più soli, st lavora e si vive tutti assieme, si fa
parte di un gruppo, e questo aiuta, in tutte le
circostanze. Ci si abitua a camminare in molti,
enon si fa più tanta fatica a cercare la strada,
ogni volta: dove vanno gli altri vai anche tu,
senza paura perché sei sempre coi tuoi, A volte
puo anche essere tu a scegliere la strada per gli
altri, e allora ti senti importante per te e per
tutti, ma son sempre seccature, è meglio evitarle.
Secondo me conviene stare nelle file di dietro. Co-
sì si seguono gli altri e si va avanti, e si imparano
tante cose, tante cose, perché devi sapere che non
st è mat finito di imparare ».

Era contento o triste, Beppe? Nino lo guardò
negli occhi, e vide che il suo seuardo era sereno,
tranquillo. Beppe, anzi, gli sorrise.

Quando suonò la sirena di mezzogiorno gli ope-
rat sedettero nel reparto stesso, su cassette di le-
gno rovesciate 0 anche su grossi “plateau” di ghi-
sa, a consumare la colazione portata da casa.
Anche Nino aveva il proprio pacchetto in fondo
al quale trovò, con sorpresa, una fetta di dolce.
Chissa perché, gli vennero le lacrime agli occhi.
Cercò di nascondere il volto, ma qualcuno se ne
accorse. Cominetarono a motteggiarlo, a chiedergli
se sua madre lo lasciava uscire da solo. I più
accaniti erano due ragazzi che potevano avere,
al massimo, due anni più di lui. Poi qualcuno lo
mandò a cercare la squadra rotonda, e la lima
senza denti. Molti ridevano fragorosamente, tut-
li comunque parevano divertirsi, tranne Beppe.
Mino capì però che non era il caso di reagire.

Finalmente gli scherzi cessarono e prese a par-
lare un operaio di circa quarant'anni, con un to-
race largo come una pialla. Si chiamava Bullone,
o almeno così lo chiamavano. Beppe disse subito
a Nino di non badargli, mentre Bullone comincia-
va la propria arringa : « Eccone un altro, capita-
to fresco fresco. La famiglia si ingrandisce, la fila
continua e continuerà all'infinito : avanti per due,
marse !... Spero che tu, ragazzo mio, abbia fatto
qualche volta di testa tua, se i tuoi genitori non
sono troppo severi, perché d'ora in avanti non lo
Jara: mai più. Qui dentro farai quello che vuole
il capo, lui fa quello che vuole l'ingegnere ; l'inge-
guere fa quello che vuole il direttore, il quale fa
quello che vogliono quelli là (e tracciò un vago
semicerchio con la mano, roteandola in alto). Co-
munque l'operaio è l'ultimo della scala, e fa tut-



r6

to quello che vogliono gli altri. Quando sarat
fuori di qui, almeno per ora, sarai tanto stanco
e intontito che non avrai certo più voglia di fa-
re qualcosa di testa tua. Pot, quando ti sembrera
di cominciare a riprenderti, andrai a militare e
farai quello che vuole il caporale, che fa quello
che vuole il sergente, che fa quello che vuole il
tenente, il quale fa quello che vuole il colonnello.
E sarai l’ultimo gradino sul quale batteranno i
talloni tutti quanti. Ma il posto di lavoro stai
tranquillo che la ditta te lo tiene, e quando torni
sei di nuovo qui come prima, con meno voglia,
magari, 0 forse di più, chi lo sa! Qui dentro fa-
rat di nuovo come vuole il capo e fuori, quando
comincerai ad aver voglia di fare come vuoi, tro-
verai una ragazza che ti sposa (perché un operaio
che lavora è un buon partito, da noi, specialmente
se fa “Io straordinario”): così farai quello che
vuole lei, che fa quello che vuole sua madre, cioè
tua suocera. Così passa la vita degli operai, paro-
la di Bullone, che queste cose le sa. Hai mai vi-
sto Roma? No? Allora non la vedrai mai più.
Hai mai dormito fino a mezzogiorno di venerdì ?
Sì? Allora non lo farai mai più, a meno di non
andare sotto mutua, E finirai come Bassino, che
ha montato tutto lo stabilimento cinquant'anni fa,
ha curato gli impianti come fossero suoi, ha passa-
to la vita qua dentro, senza orari, fino a notte
moltrata (il commendatore lo prendeva sotto-
braccio e gli diceva “Bravo Bassino !), ha la-
sciato un dito sotto la pressa, e poi i figli del com-
mendatore lo hanno mandato in pensione (secon-
do la legge, st capisce) allo scadere esatto del ter-
mine, con quattromila lire al mese, ed ora lo
puoi vedere ogni giorno sulle scale della chiesa
grande, e ogni trenta del mese fare la coda all'uffi-
cio postale, per le “quattromila mensili”. Questa
è la vita che ti aspetta, parola di Bullone! ».

Nino non capiva se Bullone l'aveva con lui op-
pure con se stesso, se era arrabbiato oppure sol-
tanto avvilito, se le sue erano minacce, 0 avverti-
mento, o scherzi, o vaticini. Gli altri operai non
dissero nulla. Solo Beppe sussurrò a Nino « non
dargli retta, è uno scontento » e poi disse, ad alta
voce: 4 Ma quando qui non c'era la fabbrica, 1
tuoi nonni e î miei andavano ancora scalzi, e dal
medico vi andavano solo i ricchi ; e nelle nostre
case più che pane e cipolla non si mangiava,
Ora tutto è cambiato, anche per noi, e anche i tuoi
figli, o Bullone, vanno alle superiori e chissa co-
sa diventeranno ! Certo, se uno non sa acconten-
tarsi, sara sempre meschino ».

Poi tutti chiamarono il re del ferro. Era un
ometto basso, con due occhietti piccoli e vivaci,
come due punte di spillo, ed era sempre sorridente.
Era il più vecchio, la dentro, era stato un allievo
di Bassino, e sapeva tutto sul ferro e sul modo
di trattarlo. Venne direttamente al cerchio degli
operai, salutando con larchi sorrisi, e disse subito :
a Scommetto che Bullone ha sparato una delle sue
solite raffiche. Ma perché non vai in Venezuela? ».
Bullone lo guardò di traverso.

Poi il re del ferro, sollecitato da tutti, raccontò
di quando arrivarono i grandi magli tipo ‘ Berta”
da quindici tonnellate, e lui fu il primo, sotto la
direzione di Bassino, a manovrare quei colossi ti-
rando la cordicella come si tira la coda al gatto,
e a scappare in fretta perché la cascata di scintille
era terribile ; e poi vennero le donne del palazzo

di fronte a lamentarsi perché di notte non si po-
teva dormire, perché il palazzo tremava ad ogni
colpo come se ci fossero stati gli spiriti, e da al-
lora infatti quel palazzo fu chiamato “il palazzo
degli spirit”.

II re del ferro era contento della sua vita lì
dentro, dove conosceva ogni angolo, ogni macchi-
na. Diceva che la fabbrica non era dei padroni
(che non la vedevano mai) ma era sua, ché vi
aveva passato l’intera vita. Diceva che era il suo
regno, perciò lo chiamavano “il re del ferro”.
Era soltanto un operaio specializzato, non aveva
la stoffa per fare il capo, ma ogni volta che c'era
qualcosa di difficile da affrontare, una macchina
che non voleva sentir ragione o qualche serie di
peszi che uscivano fuori difettosi, anche il capo,
anche l'ingegnere mandavano a chiamare il re del
ferro, e lui st metteva sotto di buzzo buono, e a
costo di lavorare tutta la notte riusciva a venirne
a capo, con una soddisfazione grande, superiore
a qualsiasi paga. II re del ferro era fatto così, e
sorrideva sempre, tranquillo, col solo timore che
lo mandassero in pensione troppo presto.

Qualcuno osservò allora che, soddisfazione 0
non soddisfazione, la vita degli operai era una
vita di sacrifici, sacrifici che non erano mat rico-
nosciuti dai padroni. Giovanni “sventola”, com
due orecchie che parevano due parafanghi, se ne
venne allora a dire, un po’ in fretta e guardan-
dosi attorno, che la colpa non era di nessuno ma
di una situazione, che finché non mutavano “le
strutture” (disse proprio così : le strutture) le co-
se non sarebbero mutate, e che se fossero stati più
uniti, e più decisi, le cose sarebbero andate meglio.
Era inutile lamentarsi : bisognava stare uniti, e
agire uniti, « Se gli operai non sono uniti tra lo-
ro, chi li aiuta? ». Bisogna essere uniti e sapere
ciò che si vuole, non come certi “ruffiani”’ che sa-
peva lui... Ma Dario lo interruppe, con molta
calma e parlare lento, quasi pesando le parole,
dicendo che in fondo non era il caso di dramma-
tiszare tanto, per partito preso, e che anzi le
condizioni di lavoro erano tanto migliorate, e
meno male che c'era lavoro, e che bisognava sa-
persi accontentare, e che, in fondo, « quando c'é
la salute c'è tutto». Dario era uno che guarda-
va la gente con un occhio solo, mettendo il volto
di profilo un po reclinato, come le galline.

Pot parlò Sergio, un tipo distinto dat modi len-
ti e fini: « Ma come non capire che i nostri pro-
blemi di oggi non sono più quelli di una volta?
È cambiato tutto, tutto, e così anche le nostre
condizioni, e quindi i nostri obiettivi. Non si trat-
ta di lamentarsi, a piagnistei, o di invetre, e mi-
nacciare, St tratta di essere consapevoli, di ren-
dersi conto delle cose. Qui non c'entrano i sa-
crifici, o le ingiustizie : c'entrano i costi, è conti
sut profitti, le statistiche ecc. Insomma, operat
moderni devono affrontare i problemi con meto-
di moderni, e scientifici » (pronunciava con un st-
bilo strascicato la parola “scientifici”, quasi fos-
se ‘silentifici”’)

Ci fu un certo silenzio, pot qualcuno cominciò
con racconti scollacciati, come quello di Nando
la cui moglie ogni sera spostava la suoneria della
sveglia un quarto d'ora in anticipo perché lui aves-
se tempo, al mattino, di fare il proprio dovere
coniugale prima di andare al lavoro. Tutti ride-
vano, e chiedevano « Ma poi te lo sbatte l'ovino? ».

Nino arrossi, pot arrossi di aver arrossito, e se
non fosse arrivato il fischio della strena sarebbe
stato un bel guaio.

Alla ripresa del lavoro Nino non riusciva nep-
pure ad ascoltare Beppe, perché pensava e ripen-
sava a tutte le cose che aveva udite, che gli tur-
binavano in testa in una gran confusione. Non
riusciva a capire bene, a rendersi conto. Ripen-
sandoci, gli pareva di stare sulle montagne russe,
con certi vuoti allo stomaco, ed allora si affan-
nava a fregare forte con lo straccio imbevuto di
petrolio. Come mat questo ingranaggio aveva an-
cora una goccia qui, tra due denti? L'asciugò in
fretta, strofinando con energia.

Lui credeva che gli operai, come diceva suo zi0
«fossero tutti a una », cioè tutti d'accordo, e che
negli intervalli parlassero solo del loro lavoro, di
come andava il lavoro. Invece, quante cose, nuo-
ve e difficili...

Beppe ne interruppe i pensieri chiedendogli im-
provvisamente : « Tuo padre, che lavoro fa? ».

a Nessuno, perché è morto tre anni fa ».

Beppe non disse nulla. Ma lo guardava con
rinnovata tenerezza, e ogni tanto, vedendo che
quattro o cinque ingranaggi gli si accumulavano
davanti, lo incitava: « Forza Nino! Forza Ni-
no!» ma con voce così debole e con tono così len-
to e sommesso che invece di un incitamento di-
ventava una nenia sonnolenta.

Nino però pensava sempre a quello che aveva
udito, e alla propria vita futura tra quegli uo-
mini, nella fabbrica. Chi aveva ragione? Beppe,
Bullone, il re del ferro, Giovanni sventola, Dario
oppure Sergio? D'altra parte, forse non contava
molto chi avesse ragione. Non stava in lui saper-
lo e se anche lo avesse saputo, che cosa avrebbe
dovuto fare? Doveva stare dove lo avevano mes-
so, dove lo aveva messo sua madre, dove lo ave-
va messo il capo, e camminare dietro agli altri.
Ma allora?...

Allora Nino si aggrappò, con grande sollievo,
al pensiero che sua madre gli aveva promesso, per
quella sera, un bel piatto di ciliegie cotte, che gli
piacevano tanto. Questa sera, intanto, avrebbe
mangiato le ciliegie cotte, e le avrebbe chieste an-
che per domani sera. Ormai poteva chiederle, an-
che se il guadagno suo non era molto, aveva il di-
ritto morale di chiederle. E sabato sarebbe andato
al cinema; avrebbe potuto andare con la tessera
del dopolavoro e quindi con la riduzione. Avrebbe
potuto andare in poltrona al “Verdi” a vedere
il varietà con le ballerine. Sì, sarebbe andato al
“Werdi" in prima fila.

Così il tempo gli passò più presto, venne il fi-
schio della sirena d'uscita, Nino salutò deferente-
mente l’uomo rosso “buono con i lavoratori e ter-
ribile con i vagabondi”, andò a cambiarsi d'abito,
timbrò 11 proprio cartellino ad uno dei grandi oro-
logi dallo spaventoso quadrante bianco, uscì nel-
la strada dove stridevano i tram coi grappoli
umani appesi alle porte.

Fece la strada del ritorno lentamente, con le
mani in tasca, finché si trovò di fronte al monu-
mento, dove alcuni suoi amici lo chiamarono.

Egli I salutò con la mano ma non corse da
loro, restò a guardare da una certa distanza, e
l’ultimo raggio di sole al tramonto colpi la spada
della donna alata e il riflesso scintillante lo ferì
dritto tra gli occhi.









La siderurgia
italiana
a Mosca

Le aziende siderurgiche del gruppo Finsider
hanno partecipato con un proprio padiglione
alla mostra delle realizzazioni dell'industria ita-
liana tenuta a Mosca, al parco Sokolniki, dal
28 maggio al 12 giugno scorso.

La stampa italiana e internazionale si è lar-
gamente occupata di questa esposizione, che è
stata visitata ed elogiata dallo stesso “premier”
sovietico, Nikita Krusciov. I giornali hanno
messo particolarmente in rilievo come, attra-
verso questa mostra, che è stata affollata da
centinaia di migliaia di visitatori, l’uomo del-
la strada sovietico abbia “scoperto” che an-
che l’Italia è un paese industriale, un paese che
produce macchine, strumenti, beni di consu-
mo di qualità assai apprezzata sui mercati di
tutto il mondo.

Il padiglione della Finsider ha contribuito a
caratterizzare questo volto nuovo e, per i vi-
sitatori russi, insospettato dell’Italia.

Allestita dagli architetti Conti, Munari e Pa-
ciello, la mostra della Finsider tendeva a for-
nire, attraverso un'ampia esposizione di dati
produttivi ed economici, di grafici, di foto-
grafie, un'idea precisa dello sforzo compiuto
dal dopoguerra ad oggi dall’ IRI, dalla nostra
capogruppo e dalle varie aziende che essa
riunisce, per dare all’Italia una grande indu-
stria siderurgica, sana e competitiva.

È soprattutto in virtù di questo sforzo che
il nostro paese, pur essendo povero di mate-
rie prime indispensabili come il carbone e il
minerale di ferro, è divenuto una nazione side-
rurgica che si è inserita all’ottavo posto nella
eraduatoria dei grandi produttori d'acciaio del
mondo.

La mostra poneva in particolare rilievo
come questa espansione dell'industria italiana
dell'acciaio sia un fenomeno dovuto in massi-
ma parte alle aziende a partecipazione statale
che nella Finsider sono raggruppate e che for-
niscono al consumo interno tutta la gamma di
prodotti necessaria allo sviluppo economico e
sociale del paese e alimentano anche in misu-
ra rilevante le correnti di esportazione.

Questa espansione è certamente destinata
ad aumentare ancora nei prossimi anni,
quando sarà realizzato completamente il nuo-
vo piano quadriennale IRI-Finsider, grazie
soprattutto al potenziamento degli impianti
dell'Italsider dislocati sul mare.

Nikita Krusciov ha visitato, nel giorno dell''inangu-
razione, il padiglione allestito dalla Finsider alla mostra
delle realizzazioni dell'industria italiana, tenutasi al
parco Sokolniki di Mosca dal 28 maggio al 12 giugno,





Due vedute parziali della sala delle pitture, allestita nel padiglione della Finsider, La sala, oltre a fornire un panorama suffi-
cientemente idimostrativo dell'arte italiana d’osei, ha «costituito una valida testimonianza dei rapporti tra il mondo dell'arte

e quello dell'industria e ha suscitato vivo successo,

À questo programma impes NOICVOo e AI IO
stri grandi centri siderurgici costieri in cui es
so è in massima parte accentrato, era dedicato
un settore del padiglione, Alle immagini più
sue pestis e di Cornig iano, Bi imbino
e Taranto, si univa la rappresentazione simbo-
lica della “siderurgia sul mare", in una sintesi
pittorica di grande effetto, dovuta a Emanuele
Luzzati che ha creato una serie di grandi pan-
nelli su cui era raffigurato il viaggio delle mate-
rie prime dalle miniere fino ai moli degli stabi
limenti. Disposti in modo da formare una stan
Ea circola re, 1 pannelli da VvaALO al visitati ICE l’im-
una

pressione di trovarsi al centro di rotta

ideale pi il trasporto del minerale di ferro (o
del carbone dalle Americhe e dalle Indie Oc-
cidentali alle coste dell’ Italia.

Lo sviluppo siderurgico è indubbiamente

uno deeli aspetti più enibicativi de miracolo
italiano; si può dire anzi che il fatto di possede

re una moderna e forte industria siderurgica ha

costituito uno degli elementi essenziali che

hanno permesso all'Italia di uscire dal suo se-
colare stato di inferiorità, di non essere più la

terra ca soltanto di bellezze naturali, d'arte e
di ricordi di glorie del passato, ma un paese che
sl avvia ad assumere, a passi sempre più rapidi,

una moderna struttura economica e industriale,

“Italia sta dunque AC ando un nuovo

volto, ben diverso da quello classico canta

to anche da un poeta russo dell'Ottocento,
ivgeni]) Boratynski], i cui versi aprivano si-
enificativamente la mostra della Finsider.
Ma l’immagine classica dell’ Italia che ispirò
poeti del secolo scorso, è assai mutata. Ac-
canto alle vesticia delle antiche li rie, agli u-

livi, al pastori, ai contadini, è sorto un nuovo
rio: quello delle fabbriche. L'evoluzione

cel Mostro pa

paesa
se dalla civiltà agricola a quella

industriale era simbolizzata. proprio all’ in
gresso del padiglione, da un gruppo di disegni

di Giacomo Porzano, cui faceva se-

“APTEsti



guito un'immagine fotografica di Federico Pa-
tellani, ormai divenuta famosa: otto giovani
operai meridionali in tuta ed elmetto, sorri-
denti su uno degli enormi tubi prodotti nel
nuovo stabilimento di Taranto.
si avvia ad assumere
una sempre più spiccata fisionomia industria-
le, non rinuncia alle sue tradizioni di cultura.
L'industria si fa anzi animatrice di iniziati-
ve aftistiche e culturali. Una testimonianza im-
stituita,

Ma se il nostro paese

portante e del tutto particolare era c
nel padiglione della Finsider
ne di pitture intesa a dimostrare

, da un'esposizio-
l'influenza

esercitata dall'industria sul mondo dell’arte, in

un processo di reciproco avvicinamento che

tende a superare il secolare diaframma tra

‘arte’ e “tecnica'.

La mostra pittorica, della quale diamo In
queste pagine due vedute parziali, tracciava
un panorama, necessariamente selezionato ma
sufficientemente dimostrativo, dell’arte italiana
d'osei, con opere di pittori di scuola “figura
[per quanto generico ed improprio pos-
sa sembrare tale termine per comprendere qua-
dri che vanno dal pensoso realismo di Costan-
opere di pittori di sci

con tutte le differenz

matica controllata di Capogrossi all' “informa-

le" di Vedova, alle “ra
di Sc

ografie dell'inconscio”
anavino). Oltre a quelli citati erano rap-
presentati, tutti con opere ispirate al mondo
del la
Cazzai
enani.

Particolarmente vivo è stato l'interesse del

pubblico e dei critici per questa sezione e lo

si comprende facilmente se si tiene conto del-
le tendenze dell'arte sovietica odierna, ché si
alcune delle

tale

accosta con estrema cautela ad

sioni artistiche contemporanee. A
proposito, possiamo citare quanto ha scritto



ad uno dei pittori espositori il Conservatore
del museo dell’ Hermitage di Leningrado, pro-
fessor Gukovskj:

« Perciò io ripeto qui la mia opinione sulla
mostra di Mosca, la quale mi pare essere la
migliore delle mostre straniere che sono state
organizzate nella nostra capitale. Ciò che di-
stingue la mostra italiana è il noto gusto squi-
sito di questo paese, la maestria con la quale
sono scelti i pezzi più rappresentativi e la ma-
niera chiara e comprensibile con la quale sono
esposti ».

Possiamo perciò dire che la mostra di pittura
ha rappresentato nel campo artistico una novità
assoluta e ha portato una parola veramente ri-
voluzionaria, capace di suscitare vitali polemi-
che ed echi lontani.

La Finsider ha organizzato poi una serie di
iniziative collaterali alla mostra e destinate ad
illustrare agli ambienti economici sovietici le
realizzazioni della nostra industria dell'acciaio,

Il presidente della Finsider, prof. Ernesto
Manuelli, ha tenuto una conferenza nella sede
degli uffici tecnici del Consiglio dei Ministri,
illustrando l'evoluzione tecnico-strutturale del-
la siderurgia italiana ad un qualificatissimo
pubblico di esperti.

Dopo aver tratteggiato brevemente i tra-
guardi raggiunti negli ultimi dieci anni ed aver
ricordato le premesse tecnico-organizzative del
“piano Sinigaglia”, il prof. Manuelli ha detta-
eliatamente illustrato le linee del nuovo pia-
no quadriennale di sviluppo delle aziende del
gruppo Finsider indicando attraverso quali
strutture produttive ed organizzative la pro-
duzione di acciaio del gruppo raggiungerà
9,4 milioni di tonnellate di acciaio, corrispon-
dente al 65% della produzione nazionale, en-
tro il 1965.

Il dott. Gian Lupo Osti, direttore generale
della nostra società ha tenuto, nel palazzo del-
la Cultura dello stabilimento ZIL, una confe-
renza sul tema: « L'organizzazione come stru-
mento cdi direzione aziendale ».

Il dott. Osti ha illustrato le linee direttive
che improntano l’organizzazione aziendale del-
l Italsider, sottolineando come tale organizza-
zione costituisca non un modello definitivo e
valido per ogni struttura aziendale, ma al con-
trario il frutto di un continuo riesame e con-
fronto delle esirenze della società con analo-
ghe situazioni verificatesi in altre aziende ita-
liane ed estere, tenendo presente un elemento
di fondamentale identità: che si tratta di in-
quadrare uomini, uomini che danno la loro atti-
vità per il raggiungimento di obiettivi comuni.

Il relatore ha posto l'accento sulla libertà di
iniziativa personale lasciata a ciascuno nell’am-
bito delle responsabilità assegnategli. Questa
libertà è considerata una delle condizioni in-
dispensabili per il costante miglioramento del-
l'azienda e della comunità in cui essa opera.

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L Tu 7 e i] vi EI
Sr Lr al

d

in alto: il ministro del commercio estero, on. Luigi Preti,
accompagnato dal mostro ambasciatore a Mosca, 5, E.
Straneo, dal presidente della Finsider, prof, Manuelli, dal
direttore generale dell'Italsider, dott. Osti, e da altre per-
sonalità, visita il padiglione della siderurgia italiana.
nelle due foto in basso: gruppi di visitatori russi sostano
davanti ai quadri esposti nel padiglione Finsider.





Premiato a Venezia

Il planeta
ACCIaAlo



« Per V'insolita interpretazione di una realtà
industriale ». Questa la mottuazione con cui la

giuria internazionale della XII mostra del
documentario di Venezia ha attribuito a «Il
pianeta acciato» di Emilio Marsili, prodotto
dall'Italsider, ' “Osella di bronzo” per la ca-
tegorta « film di informazione e di divuleazione
tecnica e scientifica ».

L'affermazione ottenuta dal documentario,
girato nei centri dell'Italsider di Cornigliano,
Bagnoli, Piombino e Taranto, è particolarmente
stenificativa quando st tenga conto della ag-
guerritaà e provvedula partecipazione straniera
che ha presentato un complesso di opere, alcune



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delle quali attinenti lo stesso tema trattato da
«Il pianeta acciaio», non poco stimolanti sul piano
dell'interesse divulgativo ed anche su quello
spettacolare.

A questo premio s'è unito quello ottenuto
dallo stesso film nel concorso internazionale
‘Mercurio d’oro”, organizzato annualmente dal-
la Camera di Commercio di Venezia, nell’am-
bito della mostra del documentario. «Il pianeta
acciao» ha ottenuto il secondo posto nella gra-
duatoria finale ; in essa compaiono film di di-
versa nazionalità e non soltanto quelli che erano
presenti nella speciale categoria veneziana, ché
parecchi altri di tenore squisitamente tecni-



22

co — sono stati inseriti in competizione dagli
organizzatori.

Queste due affermazioni puntualizzano, in
forma ufficiale, l'impegno e la serietà della rea-
lizzazione che, nel corso del suo approntamento,
è stata guidata dalla volontà di offrire sì un
esauriente panorama dell'importante fenomeno
siderurcico — che, ovviamente, riveste caratteri
di varia natura : economici, sociali, industriali —,
ma, e soprattutto, di portare a termine un'opera
che, per certi aspetti, risultasse abbastanza
inconsueta,

Elemento fondamentale, la partecipazione at-
tiva di due uomini di cultura: Dino Buzzati,
che ha steso il testo del commento, e Luciano
Emmer, che ha scritto il soggetto.

Il graduale accostamento del mondo cultu-
rale a quello industriale, in particolare nell’am-
bito di una documentazione audiovisiva, potrà
recare contributi non indifferenti e, certamente,
potra assicurare alle realizzazioni di questo tipo
un'autorevolezza ed una nobiltà espressiva che,
sino a qualche anno fa, non erano, almeno in
Italia, assolutamente pensabili.

Con ciò non si vuole negare il buono — e
talvolta ottimo standard realizzativo di
tanta parte della produzione italiana specia-
lizzata nei tecnofilm. E certo che alcune rea-
lissazioni hanno, con molta dignità, rappre-
sentato la produzione del nostro paese in com-
petizioni internazionali, riscuotendo ottima cri-
tica e particolari segnalazioni, ma è fuor di
dubbio che, in questo settore, il contributo ita-
liano non è stato di grandissimo rilievo,

In altri termini, si è, spesso, restati nell'am-
bito dell'onesto artigianato, e ciò è avvenuto
praprio perché non si è cercato, per tempo, di
avvicinare ai fatti industriali (che non sono
in definitiva solamente specializzati come un
osservatore superficiale potrebbe ritenere) uo-
mini provententi da altre esperienze di vita e
di cultura.

Il cinema, ed il tecnofilm in modo particolare,
ha necessità di essere sempre più strettamente
collegato con la cultura: da una fattiva e
schietta collaborazione non potranno che de-
rivarne vantaggi e sulluppi quanto mai in-
teressantit.

È abbastanza evidente che l'uomo di cultura
ed «Il pianeta acciaio», 7 questo senso, lo ha
dimostrato — non deve mantenere una posi-
sione distaccata, in certo modo “aristocratica”.
E condizione fondamentale ch'egli umilmente
saccosti ar grandi fenomeni economici e indu-
striali del nostro tempo, ponendosi come inter-
mediario tra essi e il pubblico che, nella mag-
gioranza dei casi, non avrebbe in sé la possibi-
lità di mettere opportunamente a fuoco certi
fattori determinanti. L'uomo di cultura può
saggiamente operare in una direzione divulea-
tiva contemperando le esigenze spettacolari è
quelle didascaliche ; ma può, inoltre, giudizio-
samente indirizzare gli imprenditori nella strada
da scegliere quando essi decidono di affidare al
mezzo audiovisivo (prescindendo dalle diverse
categorie attraverso le quali st estrinseca il tec-
nofilin) l'esposisione, la discussione e la drvul-
gazione det problemi di maggiore rilievo econo-
mico-sociale.



Valore estetico e sociale

del disegno

industriale

Tutti, oggi, usano e ammirano un
particolare modello di automobile, un
tipo di posata, una certa penna a sfera
e pure, al limite, la maniglia di una
porta, ma non tutti si rendono conto
del significato preciso, in termini di
valore artistico e di progettazione tec-
nica, di tali oggetti metallici prodotti
in serie dall'industria moderna.

Il problema riguarda il settore del
«disegno industriale», un settore im-
portantissimo nella vita e nella società
moderna.

Su questo tema Gillo Dorfles, critico
d’arte e professore di estetica all’uni-
versità di Trieste, ha scritto per la
nostra Rivista il seguente articolo che
mette a fuoco i vari aspetti di un pro-
blema tecnico-artistico che va assumendo
un'importanza sempre più erande.

L'importanza che viene, ogni giorno di più,
rivestendo il settore del disegno industriale
nella vita e nella società moderna non può
essere misconosciuto. Si tratta ormai d'un
fenomeno che investe in pieno le strutture
stesse della nostra economia e che, al tempo
stesso, è intimamente legato alle costanti
estetiche dell’epoca in cui viviamo. Ci sem-
bra perciò che un esame, sia pur sommario,
di questo settore sia dei più importanti e sia
oltretutto strettamente legato ai problemi
che gravitano attorno ad una grande indu-
stria del ferro e dell’acciaio; oggi una vasta
camma di oggetti, di suppellettili, di mac-
chinari, di elementi architettonici, hanno co-
me materia prima questo metallo, e tutti, 0
quasi tutti, codesti oggetti e strumenti rien-
trano totalmente o parzialmente nel settore
di cui, per l'appunto, intendiamo brevemente
discorrere in queste colonne. Vorrei premet-
tere peraltro alcune considerazioni di ca-
rattere cenerale che mi consentano una de-
finizione ed una delimitazione del problem:
che intendo trattare. C'è ancora una buona
parte del pubblico e anche del pubblico
più colto e preparato che considera il
diseeno industriale come un'attività limitata
alla creazione di qualche oggetto e di qualche



suppellettile casalinga, o soltanto come il
‘“diseeno esecutivo” necessario alla costru-
zione di qualche macchinario. C'è, dunque,
qualcuno che non si rende conto come, nella
nostra civiltà, il disegno industriale vada as-
sumendo, lentamente ma inesorabilmente,
un'importanza che diventerà sempre più
erande e che forse finirà per sostituire addi-
rittura interi settori un tempo riservati al.

l'arte, all'artigianato, all'economia. Se, in-
fatti, ci guardiamo attorno, ci renderemo
tosto conto di come, dall’automobile al te-

letono, dalla penna a sfera alle “curtain-walls”,
dal motoscafo alla posata, tutto rientri ormai
in questa categoria. In altre parole, potremo
considerare come facenti parte di questo am-
pio settore tutti quegli oggetti che possono
essere riprodotti in serie, senza con ciò per-
dere le loro qualità iniziali. E implicito in
questa affermazione il fatto che già il disegno
creato dal progettista contenga in sé — sia
pur allo stato latente — quella qualità di unicità
e di individualità artistica che lo distinguerà
da ogni altro disegno e che verrà a costituire
la sua vera identità. Ed è qui che viene a
verificarsi una delle più tipiche caratteristiche
del disegno industriale in contrasto con la pro-
duzione artigianale. Nell’oggetto artigianale,



La carrozzeria della «DS 19» Citroén, disegnata da
G. Bertone ed esposta all' XI Triennale di Milano.

intatti, le caratteristiche estetiche risaltano sol-
tanto all'atto del compimento dello stesso, e
possono, o debbono anzi, essere “aggiunte”
dal “tocco” dell'artista; nell'oggetto industrial-
mente prodotto, invece, ogni qualità estetica è
già implicita nel primitivo disegno o nel mo-
dello esecutivo che sarà la matrice di tutti i
successivi esemplari della serie.

Il concetto stesso di “produzione di serie”
va considerato come riferito al metodo pro-
duttivo più che alla quantità degli elementi
prodotti: si potrà avere cioè una piccola serie
(come nel caso di locomotive, bastimenti,
sommergibili) e una grandissima serie (come
nel caso di stoviglie in materie plastiche, elet-
trodomestici ecc.) ma rimarrà comunque inva-
riato il criterio della iterazione del prodotto.

A questo punto vorrei peraltro precisare
un altro fondamentale aspetto dell'oggetto
prodotto industrialmente, quello cioè che si
riferisce alla sua “funzione”. Se in un primo
tempo la “funzione” veniva intesa soltanto
in un’'accezione esclusivamente utilitaria €
materialistica, in un secondo tempo tale
accezione venne assumendo sempre di più
delle implicazioni psicologiche. Non posso
certo in questa sede riandare alle molte po-
lemiche che, in campo architettonico e in



campo critico, si vennero alternando attorno
alla maggior o minore subordinazione della
bellezza architettonica alla sua funzionalità.
È bene, tuttavia, ricordare almeno come l’at-
tecgciamento strettamente funzionalista si sia
venuto modificando con l’andar degli anni;
al mostri giorni cioè viene generalmente ac-
cettato il tatto che il quoziente artistico del-
l'oggetto industriale sia soltanto parzialmente
in funzione della sua “utilità”; non solo, ma
da parte della maggioranza l’intero settore
del disegno industriale viene considerato come
solo parzialmente rientrante nel campo delle
“arti belle” a differenza di quanto si postulava
nell'epoca della Bauhaus. Ecco quindi come
quel rigorismo razionalista che credeva di
un'assoluta identità nel binomio
“’utilità-bellezza” si è venuto ad infrangere.

Un altro equivoco nel quale molti incor-
sero in un primo tempo fu quello di credere
che fosse possibile un'assoluta assimilazione,
dal punto di vista dei valori estetici, tra ope-
ra artigianale, opera artistica e opera indu-
strialmente prodotta, Anche questa posizione
Oggi non puo più essere mantenuta € Mecces-
sita di un'accurata revisione.

Se, da un lato, dobbiamo accettare il fatto
che non si possa più porre una distinzione

SOOT TETTE



netta tra “arte applicata” e “arte pura” (se-
condo quegli antiquati schemi idealisti che
volevano innalzare al cielo la “poesia” e
mantenere in un oscuro limbo la “lettera-
tura”, quale una forma di “non arte”), dob-
biamo dall’altro lato accettare di considerare
come ‘arte’ tanto l’architettura moderna
(persino quella prefabbricata), quanto l’og-
getto industriale, purché ovviamente rispon-

dano ad alcuni inevitabili requisiti estetici.
Ed è innegabile infatti che molti oggetti in-
dustrialmente prodotti presentano delle for-
me la cui somiglianza e affinità con quelle di
molta scultura e pittura moderna è evidente;
il che dimostra che l’arte “pura” influenza
sensibilmente l'oggetto industriale, e che,
d'altro canto, l'oggetto industriale influenza
a sua volta l’arte pura. Tuttavia una distin-



Due nuove macchine della Olivetti per la gestione
contabile e scientifica: il lettore di schede (qui a fianco)
e l’«umità periferica autosutticiente» RP 60 (sopra).
Ambedue hanno strutture in lamiera scatolata e sal-
data. Disegno di Ettore Sottsass Jr. (dalla rivista
«Stile Industria»).

zione netta va posta tra disegno industriale e ar-
ticianato, appunto per evitare di considerare
l'uno comeartisticamente più “valido” dell'altro.
Oggi l'artigianato è destinato a diventare,
sempre di più, un “sottoprodotto” delle arti
pure, ad assumere cioè quelle caratteristiche
di preziosità della materia e di unicità della
forma che distinguono pittura e scultura,
mentre è difficilmente concepibile che siano



“prodotti a mano” quegli oggetti che possono
molto meglio essere “fatti a macchina”, Ed
ecco l’errore di coloro che insistono per
mantenere la produzione artigianale anche
in quei prodotti che sono per loro natura
destinati alla serie. È probabile perciò che in
un prossimo futuro l'artigianato sia limitato
esclusivamente a quei settori assai ristretti
dove ha importanza precipua il tocco manuale,
la rifinitura individualistica, la irrepetibilità.
L'artigianato sarà dunque destinato a creare
soltanto il “pezzo unico”: il gioiello, il mo-
saico, l’arazzo, quel tipo di oggetti che si
possono far rientrare in pieno nel campo
della pittura e della scultura ‘applicate’.

Per contro l'oggetto veramente di serie,
sia di ceramica che di legno, di vetro che di
metallo, non potrà essere creato che indu-
strialmente e con assoluto rigore.

Un altro problema che credo meriti conto
d'essere brevemente esaminato è quello dei
rapporti tra disegno industriale e architettura
industrializzata: sembra abbastanza opportuno
di far rientrare entro il campo del disegno in-
dustriale tutti quegli elementi usati nell’archi-
tettura moderna che sono passibili d’una siste-
matica iterazione, d'una produzione standar-
dizzata e strettamente seriale. Rientrano per-
tanto in questo settore moltissime delle appa-
recchiature tecniche, sanitarie, termiche ecc.
presenti nei singoli edifici e vi rientrano di pie-
no diritto gli infissi, le maniglie, le diverse
categorie oggi così usate di “curigim-ma/ie”, e
ancora le prese d’aria, le serpentine, 1 serba-
toi, le altre numerose attrezzature degli im-
pianti industriali che hanno ormai trasformato
buona parte del nostro moderno paesaggio
architettonico. Vi rientrano persino quelle
costruzioni che possono essere eseguite glo-
balmente attraverso elementi prefabbricati e
che possono essere trasferite sul posto in
condizioni di lavorazione compiuta (e mi
riferisco alle ben note cupole geodesiche di
Buckminster-Fuller, agli snodi e agli altri
elementi modulari ideati da Konrad Wachs-
mann ecc.).

Un ultimo argomento su cui vorrei ancora
brevemente soffermarmi è quello che con
parola inglese si suol denominare “styling”
e che è indubbiamente uno degli aspetti più
delicati del disegno industriale. Tanto il
concetto che la parola sono sorti negli Stati
Uniti, dove, prima che altrove, tale fenomeno
poteva manifestarsi, appunto in seguito al-
l’alto tenore di vita e all’alto livello d’indu-
strializzazione del paese. La sua giustifica-
zione è quanto mai semplice: si tratta del
compito che spetta al designer, di rivestire di
“nuovi panni” splendenti l'oggetto la cui
forma e il cui aspetto si sia già in parte 0
totalmente ‘consumato’, sia, cioè, divenuto
troppo noto e quindi privo di quel potente
richiamo che è insito in ogni oggetto al
momento della sua prima immissione sul
mercato, In altre parole il disegnatore si vede
affidato, ad un certo punto, dall'industria un
oggetto perfettamente idoneo al suo scopo,
che ha però la necessità di acquistare una
‘forma nuova” e questo solo per riuscire

Sd



La « Vespa» disegnata da Corradino D'Ascanio ed Enrico Piaggio.



La «Supernova Julia » della Necchi, disegnata da Marcello Nizzoli, autore anche della « Mirella ».



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206



9)
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Orologio a pila da tavolo in acciaio
della Lorenz, disegnato da Richard
Sapper.

nella pagina accanto: una série di
giunti standard, ideati dall'architetto
Konrad Wachsmann e fabbricabili in
serie, che permettono l'unione di più
elementi strutturali in un solo punto
(dalla rivista «Banen+ Wohnenv)}.

più appetibile al pubblico dei consumatori,
solo per poter essere ulteriormente e profi-
cuamente smerciato. Questo indirizzo è stato
fortemente osteggiato da taluni paesi, come,
ad esempio, l'Inghilterra, perché considerato co-
me controproducente sia eticamente che esteti-
camente, eppure col passare degli anni tutti
i grandi organismi produttori di oggetti in-
dustriali hanno dovuto riconoscere che il
valore della “novità” d'un oggetto di serie
era uno dei requisiti ai quali non ci si poteva
sottrarre; per cui la pratica stilizzatrice si è
venuta sempre più estendendo in tutti i paesi
ad alto tenore di industrializzazione e sareb-
be ormai impossibile prescinderne.

Se, del resto, consideriamo alcune delle
numerose famiglie di oggetti sfornati negli
ultimi lustri dalle industrie a un ritmo sempre
più veloce, vedremo agevolmente come è,
proprio in seguito a tale principio, che si
possono giustificare i passaggi cui abbiamo
assistito da uno “stile” lineare e rettangolisti-
co (quale era quello del primo razionalismo)
a quello “aerodinamico” del periodo che va
dal 1930 al *40, sino a giungere a quelle forme
ondulanti e sinuose che caratterizzarono l’im-
mediato dopoguerra; sino, infine, ai recenti
ritorni a forme più spigolate, seometrizzanti

e arleggianti lo stile liberty (come si è visto
in alcuni noti esempi italiani, ad esempio,
nella ‘“*Diaspron” Olivetti e nella carrozzeria
della Flaminia).

È interessante notare a questo proposito
come le mutazioni di stile seguano di pari
passo le mutazioni dei relativi elementi sim-
bolizzatori che ne stanno alla base. È appunto
a seconda del valore di questa funzione sim-
bolizzatrice che viene a mutare la “linea”,
la caratteristica formale dell'oggetto, Nel
periodo in cui predominava l’aerodinamicità
si ebbe un'estensione di questa anche ad og-
getti statici e immobili, mentre, per contro,
si può constatare un'applicazione di linee
squadrate e spigolate anche ad oggetti semo-
venti e dinamici nell'epoca in cui tali linee
siano divenute “di moda” (e si veda l’esem-
pio della 1800 Fiat, tanto per citare un caso
ben noto).

Naturalmente una cosiffatta sottomissione
dell'oggetto industriale ai dettami della moda
non è certo commendevole né consigliabile,
ma è un fenomeno del quale non si può non
tener conto e che rientra del resto in pieno
in quella “velocità di usura formale” cui spes-
so ho avuto occasione di accennare. Se essa
sia benefica 0 meno agli effetti estetici è dif-

27



ficile precisare e ce lo potrà dire soltanto il
futuro. Ad ogni modo è del tutto superfluo
ogni tentativo di combatterla dato che essa
è intimamente legata a ragioni di carattere
economico e sociale, Ritengo anzi che sia
tipica d’un’epoca come la nostra un’accele-
razione notevole nell’usura delle forme e non
solo per quanto riguarda le “forme utili”
ma anche le forme “inutili”’, ossia quelle più
propriamente artistiche (e lo provano i con-
tinui e periodici rivolgimenti negli indirizzi
pittorici, architettonici, musicali). Non credo
del resto che la velocità di trasformazione cui
va incontro l'oggetto industrialmente pro-
dotto si debba considerare come alcunché
di dannoso. Ritengo anzi che, proprio in
grazia al suo adattarsi così sollecito agli
episodi della moda e del costume, l’oggetto
industriale presenti in maniera assai vivace
delle qualità “premonitorie”, di anticipazione
formale, che possono riuscire assai giovevoli
anche per altre forme più specificamente ar-
tistiche, così da costituire ai nostri giorni
uno dei più sensibili “termometri” del gusto
popolare, e al tempo stesso uno dei più
efficaci mezzi di diffusione dell’elemento arti-
stico nelle più svariate e composite stratifi-
cazioni della nostra società.



Il commercio
marittimo

in tre affreschi

genovesi

Per tutto i secolo NI, che vide il maturarsi delle
prime unità nazionali, come in Francia e in Inghil-
terra, e il sorgere di due grandi imperi supernazionali,
quello di Carlo | e quello di Solimano il Magnifico,
il Mediterraneo restò il principale centro di traffico
commerciale, anzi il vero centro commerciale di tutto

Sol Arai

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Ep: sIAl meet.

sopra: Genova con il suo emporio portuale, Sono ben visibili i moli, gli ormeggi, i

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vascelli da trasporto, le

galere da guerra. Questo affresco e gli altri della pagina accanto si trovano a Genova, nel palazzo Doria-Spinola,

oggi sede della Prefettura.

nella pagina accanto: Venezia (in alto) con il grande Arsenale e la «Dogana da Mar» e Anversa (in basso),
una delle città nordiche con cui i nostri mercanti avevano più continui e intensi rapporti.

il mondo occidentale. F ciò avvenne malgrado la
scoperta dell'America : basta pensare che l'oro delle
cosiddette “Indie” veniva a finire tutto in Mediterra-
neo, per pagare le armi, le spezie, il sale, il grano,
le sete, il ferro, il legname, i prodotti finiti dei quali
la Spagna imperiale era gran consumatrice, Del
resto, come moneta corrente per pagare i grandi
eserciti permanenti, l'argento resistette a lungo, ed
era argento orientale che giungeva in Mediterraneo
attraverso l'Africa.

Ai centro di tale commercio mediterraneo era
ancora, malsrado la diminuita influenza politica,
l'Italia. Qui wi erano grandi centri di produzione,
ma soprattutto di commercio e di smistamento : Ge-
nova, Venezia, Livorno, Napoli, Taranto, Palermo.
Qui vi erano grandi banchieri, come quelli genovesi
e fiorentini, grandi mercanti, come quelli veneziani
e genovesi, grandi trafficanti come quelli maltesi 0
siciliani, E tale commercio era veramente, in quel-
l'epoca, “mondiale perché raggiungeva, via mare,
Costantinopoli o Alessandria per arrivare, con le
carovane, fino all' Estremo Oriente; oppure raggiun-
geva, sempre via mare, Lisbona, Anversa, Londra,
Amsterdam; via terra poi, attraverso le strade al-

pine, raggiungeva Lione e Parigi oppure Innsbruck,
Monaco, Hannover o Norimberga, e su fino al Baltico.

Tale commercio è rappresentato, nel Palazzo del
Governo a Genova, da grandi affreschi murali che
sono altrettanti ritratti di città, colte sul vivo con
le loro scene di vita e di lavoro. Ecco Venezia, con
i grande Arsenale, e la “Dogana da Mar", ed i
grandi galeoni da trasporto, ed ecco sui canali interni
le piccole barche cariche di merci, le maone, le gondole.
Ed ecco Genova, tutta raccolta ad arco attorno al suo
grande emporio portuale, con i moli, gli ormeggi,
i vascelli da trasporto, le galere da guerra. Ed ecco
ancora a significare il continuo rapporto con le città
nordiche, in specie fiamminghe (famoso il fanco
di S. Giorgio” a Genova, come famosi i “fondachi"
genovesi e veneziani a Bruges, come famosa la borsa
di Amsterdam) fa pianta di Anversa. In primo piano,
le varie strade che conducono alle porte della città,
sulle quali si notano carri da trasporto delle merci.
In questi affreschi, molto precisi ner dettagli e ferwvidi
nell'immaginazione, anche se di stile alquanto popo-
laresco, si coglie sul vivo, come dicevamo, il pulsare
economico di quelle nostre città che già erano, quattro
secoli fa, centri commerciali d'importanza mondiale.



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Dei

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Ma Ci, n EN Ù

poi:







(‘ostruito a Lovere

Al cantiere navale Ansaldo di Genova Sestri si è proceduto
nei giorni scorsi al montaggio del dritto di poppa della «Mi-
chelangelo ».

La «Michelangelo», come noto, sarà varata entro l'anno e
quando entrerà in servizio sarà, con le sue 43.000 tonnellate
di stazza, la nave ammiraglia della nostra flotta mercantile.

Il dritto di poppa, che consta di tre pezzi fusi, del peso
complessivo di quasi 90 tonnellate, è stato fabbricato nel nostro
stabilimento di Lovere. Si è trattato di una lavorazione par-
ticolarmente importante, date le inusitate dimensioni det pezzi
e la loro destinazione. Impegnativo è stato anche il trasporto
su strada da Lovere a Genova, avvenuto con speciali automezzi.

Le foto mostrano due momenti del montaggio del «dritto»
nel cantiere : il grande pontone-gru ha sollevato il pezzo e lo
porterà poi all'altezza della poppa della nave, dove sarà sal-
dato alle lamiere del fasciame.

Convegno a Palermo

I problemi
della stampa

aziendale

Il XIII convegno nazionale della stampa
aziendale si è svolto quest'anno a Palermo, dal
22 al 24 giugno, organizzato dalla Società Ge-
nerale Elettrica della Sicilia. Alla manifesta-
zione erano rappresentati quasi tutti i cento-
trentanove giornali aziendali italiani. Erano
presenti il presidente dell’associazione, profes-
sor Silvio Golzio, presidente della Stet, il
gr. uff. Giuseppe Ceccarelli, dell’ Italsider, pre-
sidente della federazione europea della stampa
aziendale e il segretario generale dell’associa-
zione, dottor Francesco Salvati, della Sip. La
società organizzatrice era rappresentata dall’av-
vocato Giovanni Capri, direttore di ‘Sicilia
Elettrica”.

Quest'anno i lavori del convegno sono stati
preceduti da tre riunioni preliminari, tenutesi
a Milano, Genova e Roma, nel corso delle
quali sono stati discussi in modo approfondi-
to i tre temi che dovevano formare oggetto
delle relazioni, così da fornire ai relatori il più
ampio e documentato materiale per il loro la-
voro.

Il primo argomento di dibattito, «Il giornale
aziendale come strumento di formazione ai
compiti e alla vita aziendale», ha formato og-
getto di tre relazioni. Il dottor Giacomo Sorgi,

La copertina

della Pirelli, premesso che non è possibile de-
terminare e illustrare la funzione del giornale
come strumento di formazione ai compiti e
alla vita aziendale, senza aver prima analizzato
questi compiti e questa vita, si è inoltrato in
una analisi di questo tipo, ponendo in luce
due grandi categorie di fenomeni. La prima
comprende le attuali condizioni tecniche e or-
ganizzative dell'azienda; la seconda l’attuale
condizione in cul è venuto a trovarsi il lavo-
ro umano.

La divisione del lavoro e la scomposizione
dell'antico mestiere in operazioni separate,
hanno creato l'esigenza di una sempre più ac-
centuata specializzazione che a sua volta ha
portato alla creazione di macchine sempre più
complesse. L'estensione della meccanizzazione
ha ridotto o soppresso l'intervento umano in
molte operazioni mentre l’organizzazione del
lavoro è diventata una vera e propria tecnica:
Oggi si è creata una precisa separazione tra la
concezione (ideazione, progettazione, program-
mazione) del lavoro e la sua esecuzione. Que-
sto per quanto riguarda le condizioni tecnico-
organizzative. Quanto alle condizioni del lavo-
ro umano, oggi al lavoratore che svolge com-
piti rigidamente prestabiliti vengono richieste

civ, DELLE MA

del n. 1-1962 di «Civiltà delle Macchine». I dipinto riprodotto è di

3I





Giuseppe Santomaso.

sempre minori doti di iniziativa: gli sfugge la
preparazione del lavoro, gli appartiene solo
l'esecuzione, Se è vero che è diminuita la sua
fatica fisica, è innegabile che per contro è au-
mentata la sua fatica psicologica, in conse-
guenza dei più rapidi ritmi di lavoro, della
sempre maggiore attenzione richiesta,

Il risultato di tali condizioni è spesso una
insoddisfazione professionale. Questa insoddi-
sfazione può essere in parte compensata attra-
verso l'opera del giornale aziendale che può
suscitare un sentimento di partecipazione a un
lavoro collettivo, di cui si colgano i diversi
aspetti e l’importanza. In questo modo il gior-
nale aziendale può contribuire a elevare il mo-
rale aziendale; come, del resto, può contribui-
re ad elevarlo costituendosi come strumento
di autenticazione delle comunicazioni azienda-
li, non nel senso di presentarsi come “gazzetta
ufficiale” della ditta, ma nel senso che indivi-
dua le esigenze informative dei dipendenti e
le soddisfa. Se l’insoddisfazione professionale
si traduce in minor produttività e se il gior-
nale aziendale può contribuire ad attenuarla, il
giornale aziendale può dunque operare nell’in-
teresse dei dipendenti e dell’azienda.

Sullo stesso tema ha riferito il dottor Ma-

32

VB RAI

«Notizie Olivetti» n. 74 del marzo 1962, La copertina
è di Egidio Bonfante.

rio Casacci delle Ferrovie dello Stato, affron-
tando l'argomento in due distinti ‘momenti’
quello della creazione del giornale aziendale co-
me strumento che renda possibile in linea ge-
nerale l'effettivo incontro con il lettore e quel-
lo della articolazione dello strumento per far-
ne mezzo di formazione ai compiti ed alla vi-
ta aziendale. L’oratore ha identificato nella “in-
formazione” il mezzo, il ponte di passaggio
verso la formazione: il giornale parte «coi pan-
ni di strumento di informazione, ma cerca di
fare in modo che ognuno dei lettori, a con-
tatto con questi panni, li senta talmente suoi
da affezionatcisi, da volerli adattare a sua ta-
glia e a sua misura».

Il dottor Pieraldo Marasi, della Zanussi, è
stato il terzo relatore sul tema. Egli ha soste-
nuto che il giornale aziendale ha una sua pre-
cisa giustificazione quando si inserisce nella co-
raunità di fabbrica recandovi un contributo
tendente al miglioramento della comunità stes-
sa. In tal senso il giornale, con equilibrata €
costruttiva analisi critica, deve sforzarsi di eli-
minare, o almeno affievolire le cause di sper-
sonalizzazione insite nel lavoro industrializzato.

Altro tema di discussione è stato “Il gior-
nale aziendale e la prevenzione degli infortu-
ni”. Il relatore, ingegner Marino Benedetti,
della Teti, dopo alcune premesse di carattere
generale che intendevano puntualizzare alcune
particolari caratteristiche dell’antinfortunistica
e dell’organizzazione della stessa nell'azienda,
ha rilevato come l’opera della stampa azienda-
le può essere particolarmente efficace sia per
contribuire alla conoscenza delle tecniche di
prevenzione sia per creare, con opportuna ope-



«Esso Rivista» n.4 - 1961. Sulla copertina un disegno
di Caruso ispirato alla ricerca petrolifera (particolare).

ra psicologica e di propaganda, una favorevole
coscienza antintortunistica.

Per il primo aspetto, prevalentemente di ca-
rattere tecnico, la stampa aziendale, pur con
iniziative proprie, deve più spesso riferirsi al-
l’opera già svolta o in via di svolgimento nel-
l'azienda da parte degli addetti alla sicurezza.
Per il secondo aspetto invece, che richiede una
azione psicologica opportunamente studiata,
la stampa aziendale è più libera nella sua azio-
ne ed anzi, per raggiungere meglio lo scopo,
deve far ricorso a soluzioni grafiche originali
e moderne. Il relatore ha concluso la sua espo-
sizione con una serie di considerazioni esem-
plificative,

Sull’«organizzazione redazionale della stam-
pa aziendale in Italia», terzo tema del conve-
gno di Palermo, ha parlato il dottor Carlo
Fedeli dell’ Italsider.

Per la sua relazione, di carattere eminente-
mente tecnico, egli si è avvalso, come punto
di partenza, dei risultati emersi dall'esame e
dal raffronto delle risposte date dalla maggior
parte dei giornali aziendali ad un'inchiesta pro-
mossa appositamente dalla segreteria dell’as-
sociazione della stampa aziendale, la quale ha
poi provveduto ad integrare i dati mancanti
con quelli in suo possesso, riuscendo in tal
modo a fornire al relatore un materiale di do-
cumentazione esauriente ed attendibile. Rite-
niamo possa interessare i nostri lettori ripor-
tare una sintesi della relazione.

Quanti sono i giornali aziendali? Quanti €
quali lettori hanno? Quando e come escono i
nostri giornali? Come vengono distribuiti? Chi
sono i redattori e da chi dipendono nelle ri-



«Rivista Shell Italiana» n. 5 dell’ ottobre 1961. Copertina
di Fortunato,

spettive organizzazioni aziendali? Chi sono e
come sono organizzati i collaboratori dei gior-
nali aziendali? Queste, in sintesi, le domande
dell'inchiesta.

Oggi, in Italia, escono 139 giornali aziendali,
cifra importante, anche su scala europea: si può
dire che in Italia ci stiamo avvicinando a gran-
di passi al livello di diffusione della stampa
aziendale dei paesi europei più intensamente
industrializzati. La nostra “quota 139” acqui-
sta poi un significato particolare, molto posi-
tivo, se si considerano i progressi fatti da ven-
t'anni a questa parte in Italia, anche nel set-
tore della stampa d'azienda.

Solo due giornali aziendali tra quanti ven-
gono ancora oggi pubblicati, esistevano prima
del 1940 nel nostro paese. Nel decennio che
va dal *4o al ’50, iniziarono la pubblicazione
14 giornali, nella maggioranza a partire dal do-
poguerra. Nel decennio successivo, dal 1950 al
1960, si assiste al “boom” della stampa azien-
dale, con l'uscita di ben 62 nuovi giornali. Ma
il dato più clamoroso è quello che si riferisce
agli ultimi due anni: dopo il 1960, infatti, han-
no iniziato la pubblicazione 21 nuovi giornali
d’azienda. E questo si può considerare indi-
rettamente un altro sintomo del progresso in-
dustriale italiano. C'è anzi da augurarsi che es-
so sia anche, e soprattutto, il sintomo che in
Italia si stanno veramente abbandonando vec-
chi e superati schemi, che si sta facendo final-
mente strada una muova coscienza dei rappor-
ti che legano le aziende a coloro che in esse
lavorano e anche al mondo esterno.

Altro elemento interessante emerso dall’in-
chiesta è che 37 aziende che avevano già un





«La nostra Rai» n. 3 - 1962, La copertina di Danilo

Nubioli è dedicata alla Finelettrica (gruppo IR1).

giornale, hanno sentito la necessità di mutare
l'impostazione dei loro organi di stampa per
il personale. Questi mutamenti rispecchiano
generalmente l'esigenza avvertita di modifica-
re, di migliorare, sulla base delle esperienze
fatte, l'impostazione dei giornali, affinché essi
potessero meglio assolvere alle funzioni della
stampa aziendale.

A parere del relatore questo dato fornisce
un altro sintomo, indubbiamente positivo, di
una certa tendenza della nostra stampa a non
rimanere cristallizzata su determinati schemi,
ma a ricercare invece mezzi sempre più ade-
guati di comunicazione. Si può attermare

che a questo fenomeno di aggiornamento,
del resto evidente a chi consideri come
sono fatti molti giornali aziendali oggi e

com'erano alcuni anni or abbiano
dato un apporto non indifferente anche gli
scambi di idee, i raffronti, gli stimoli, i
contributi alle soluzioni di certi problemi e
alla puntualizzazione delle funzioni della stam-
pa aziendale, emersi dagli annuali convegni pro-
mossi dall’associazione della stampa aziendale.

Sul numero e il tipo dei lettori della stampa
aziendale l'inchiesta fornisce elementi assai
confortanti. Se si sommano ai dati effettivi
segnalati attraverso le schede i dati, molto at-
tendibili, ricavati dagli atti della segreteria
dell’associazione, si ha che la tiratura dei
giornali aziendali italiani ha raggiunto oggi
la cifra di 1.271.400 copie per mumero. Ciò
vuol dire che ogni anno in Italia la tiratura della
stampa aziendale raggiunge i 13 avilfoni di copie.

Che cosa rappresentino queste cifre è pre-
sto detto, se le raffrontiamo ad esempio con

sono,

ce ene a O re
BFRRELLI

ii sii da n
Miri Laga ic iena dara ara n Ì



La rivista «Pirelli» n. 6 - 1961, La copertina riproduce
una delle dodici vetrate create da Chagall per la sinagoga
dell'ospedale di «Hadassah» di Gerusalemme.

quelle della stampa normale: 4.600.000 copie
di quotidiani vendute ogni giorno e 14 milio-
ni di copie di periodici d’attualità vendute ogni
settimana. Si tratta di dati desunti dallo stu-
dio fondamentale del Weiss sulla stampa in
Italia.

Calcolando che ogni numero di giornale
aziendale raggiunga almeno tre persone, ciò
che è abbastanza verosimile, si può tranquilla-
mente affermare che oggi la nostra stampa
aziendale ha, per ogni numero edito, quasi
4 milioni di lettori e poco meno di 40 milioni
di lettori all'anno, Ciò significa, sempre rat-
frontando con la stampa normale, che di fron-
te al 38%, circa di lettori adulti italiani di un
quotidiano ed al 40%, di lettori di settimanali
d’attualità (sono ancora due dati forniti dal
Weiss), ogni numero di stampa aziendale è let-
to da circa il 13%, di lettori adulti.

Sono cifre che, nella loro nuda evidenza, in-
dicano quale sia il terreno su cui operano i
nostri organi di stampa d'azienda, quale sia la
loro potenziale forza di penetrazione e, soprat-
tutto, di quali responsabilità siano investiti co-
loro che sono preposti alla loro direzione e
redazione.

Altrettanto indicativo è anche l’esame dei
dati relativi, in termini necessariamente pene-
rali, al tipo di lettori. Risulta evidente la ten-
denza dei nostri giornali ad allargare sempre
più l’area del pubblico cui sono diretti, non
limitandola al solo ambito aziendale, al solo
personale in forza.

Circa il 75-80% dei giornali viene inviato
anche a lettori esterni, sia scelti secondo il giu-
dizio dell'azienda, sia sulla base delle richieste



| freccia alata

mini Bi mE è grape BA

«Freccia alata» n. 6 - 1962, edita dall'Alitalia per il suo
personale. Figura in copertina la «Chiesa di Lucca»
di Franco Gentilini.

che pervengono alle redazioni. Oltre il 70%,
circa dei giornali continua poi ad essere inviato a
lavoratori anziani che hanno lasciato il servizio.

Risulta evidente, da questi dati, come le
aziende avvertano, nella maggioranza dei casi,
l'esigenza di proiettarsi, anche attraverso la
stampa per il personale, nel mondo esterno, di
comunicare un messaggio aziendale ad una co-
munità più vasta.

Sarebbe necessario conoscere il rapporto tra
lettori interni ed esterni per poter valutare esat-
tamente l’entità di questo fenomeno, ma la ten-
denza esiste, senza dubbio alcuno, ed è, una
tendenza positiva, proprio perché è un altro
segno di aggiornamento, dell’acquisizione del-
la consapevolezza che l'azienda non può più
considerarsi una cittadella chiusa ma, al con-
trario, un mondo che trova all’esterno le ra-
gioni economiche, sociali, psicologiche della
sua prosperità e della sua stessa esistenza.

Solo il 20%, circa delle risposte indicano
che i giornali raggiungono anche i fornitori, i
clienti, e nel 25%, dei casi gli azionisti.

Questa percentuale starebbe ad indicare che
alla stampa aziendale viene dato in genere,
piuttosto che un'impostazione tecnica (quale è
pensabile si adatti meglio alle categorie dei
lettori sopra indicate), un carattere di infor-
mazione meno specifica, più generalizzata, per
portare a pubblici interni ed esterni messaggi
che siano, in un certo senso, validi per tutti,

Quanto alla periodicità, la più diffusa è quel-
la mensile, con 70 testate; 27 giornali escono
ogni due mesi, 22 ogni tre mesi. Solo 2 sono
quindicinali, uno è semestrale, I rimanenti han-
no periodicità variabili.



54



Tempo di viaggiare



I mesi della balla stagione sono propizi ai
5 ‘viaggi, non più riservati a pochi. Non è fa
"i sile però essere un buon turista: noi qui,
molto alla buona, esrehiamo di aintarvi a
diventarlo, dandovi aloni consigli di earat:
tere gonerala è quattro piccole guido d'oriane
tamento por le quattro mate classiche di chi
vinggia in Europa

Due pagine interne del «Gatto Selvatico», la rivista edita dal gruppo Eni per il suo personale,

Più di 30 giornali hanno modificato la loro
periodicità rispetto ai criteri seguiti inizialmen-
te, probabilmente allineandosi sulla periodici-
tà mensile.

Tra i sistemi di stampa, quello tipografico
su macchine piane è il più diffuso (76 giornali).
Seguono il rotocalco (9), l’offset (6), l’offset e
tipografia (5). Il numero di pagine si aggira
su una media di 16. Il formato più usato è di
26 centimetri per 35,5.

Nella maggioranza del casi (66) la distri-
buzione avviene a domicilio; per 13 giornali
sul posto di lavoro e a domicilio, cioè con
una doppia distribuzione, espediente che ten-
de ad assicurare, evidentemente, che il foglio
racgiunga rapidamente il più vasto numero
di lettori possibile. In 14 casi i giornali ven-
gono distribuiti sul posto di lavoro e in 7
casi all'uscita dall’azienda,

Per quanto riguarda la dipendenza delle re-
dazioni, dall’inchiesta si rileva che le principa-
li tendenze sono tre: la prima, predominante,
è quella di far dipendere la redazione dalle pub-
bliche relazioni o dal servizio stampa (il quale
ultimo, in molte aziende, finisce per svolgere
anch'esso, almeno embrionalmente, funzioni
di pubbliche relazioni); la seconda tendenza
è di far dipendere la redazione dal personale;
la terza, da un servizio autonomo.

In definitiva, questi dati confermano l’esi-
stenza di due indirizzi di fondo da cui dipen-
de una diversa impostazione della stampa azien-
dale: quello che la considera uno strumento di
relazioni pubbliche rivolto all'interno e all'e-
sterno dell’azienda, e l’altro indirizzo, che con-
sidera la stampa aziendale uno strumento di re-
lazioni umane rivolto essenzialmente all'inter-
no dell'azienda.

Questa diversa impostazione, a giudizio del
relatore, non ha rilievo per ciò che concerne
la tecnica redazionale del giornale aziendale,
che non può essere che la tecnica giornalistica.

Interessante è l’esistenza di un gruppo di
giornali che hanno una redazione “autonoma”,
Il significato di questa autonomia, i suoi limi-
ti, i suoi vantaggi ed eventuali svantaggi, pos-
sono costituire un motivo interessante di ulte-
riore esame,

A chi è affidata la preparazione del giornale?

In 88 casi le redazioni sono formate esclu-
sivamente da persone appartenenti all'azienda.
Solo in 6 casi si ha la formula mista, di redat-
tori appartenenti all'azienda che si valgono
della consulenza di un collaboratore esterno.
In altri 7 casi, infine, la redazione è affidata
direttamente a collaboratori esterni.

La prevalenza della formula redazionale
esclusivamente interna è dunque assoluta.

Questi dati indicherebbero che, nella mag-
gioranza dei casi, le redazioni non sono affi-
date a giornalisti, o comunque a redattori con
una certa esperienza giornalistica compiuta al
di fuori dell'ambito aziendale.

Nel corso della riunione preliminare tenu-
tasi a Genova sull'argomento si era discusso
anche di questo problema e sostanzialmente
tutti erano d’accordo nel riconoscere la gran-
de utilità o quasi l’indispensabilità di una si-
mile esperienza. La difficoltà sorge quando
si tratta di trovare questi giornalisti o que-
ste persone che abbiano almeno una certa
esperienza in tale campo. Qualcuno ha propo-
sto che si tengano corsi di giornalismo azien-
dale. È stato obiettato che la loro efficacia è
dubbia ed è stato fatto il caso di una città
come Torino dove nei giornali lavorano 300
professionisti, uno solo dei quali proviene da
una scuola di giornalismo. Nonostante queste
obiezioni il relatore ritiene che una forma-
zione giornalistica, sia pure limitata, si possa
dare ai redattori aziendali.

L'ideale sarebbe che a capo di ogni giorna-
le aziendale vi fosse un giornalista abile e nel-
lo stesso tempo conoscitore profondo dei pro-
blemi dell’azienda. A questo si frappongono
molte difficoltà pratiche, e principalmente una
di carattere professionale. Per l'assunzione di



un giornalista professionista da parte di indu-
strie non editoriali esiste un problema non ri-
solto: quello dell’inquadramento dei giorna-
listi regolarmente iscritti come professionisti
alla Federazione della stampa italiana. Nessu-
na industria tra quelle poche che hanno assun-
to giornalisti professionisti, riconosce loro
qualifica e trattamento previsti dal contratto
giornalistico, e questo può costituire un impe-
dimento per l'assunzione da parte delle aziende.
Quelle che vogliono assicurarsi la collabora-
zione di un giornalista, non trovano di meglio
che ricorrere alla formula mista del professio-
nista esterno affiancato ad un funzionario del-
la società,

In 44 giornali esiste un comitato di reda-
zione (o di direzione).

A questo proposito sarebbe utile esaminare
più a fondo quali siano le reali funzioni di
questi comitati. Innanzitutto, conoscere il li-
vello aziendale delle persone che li compon-
gono, se sono ristretti o allargati a molti
settori dell'azienda, e poi se essi esercitano
vere e proprie funzioni redazionali, se cioè
intervengono direttamente nella compilazione
del giornale, oppure se la loro funzione è
quella di fornire indirizzi di carattere gene-
rale o collaborazioni tecniche, oppure di sti-
molare o dare idee, o, infine, se i comitati
sono organi ai quali la direzione dell'azienda
demanda semplicemente il compito di con-
trollare il lavoro di redazione.

Questi comitati hanno una composizione e
una funzione diversa da azienda ad azienda.
Praticamente si va dal comitato a larga rap-
presentanza che svolge entro certi limiti anche
funzioni redazionali, al comitato che esamina
e discute i programmi sottopostigli dalla reda-
zione, al comitato che è solo di controllo.

Uno dei problemi principali, se non addi-
rittura il principale, dei giornali aziendali, è
quello dei collaboratori interni.

Dall’inchiesta risulta che 58 giornali si ser-
vono di una organizzazione di corrispondenti
con l’incarico di segnalare determinati fatti o
notizie. In 61 casi a questi corrispondenti
vengono dati degli “incentivi” per la loro
collaborazione, consistenti per lo più in do-
ni di libri, ma anche in premi in denaro e in
altri compensi vari.

Sulla questione dei corrispondenti si è di-
scusso molto anche nella riunione preliminare
di Genova, ed è naturale, perché questi colla-
boratori sono veramente, o dovrebbero esse-
re, la spina dorsale dei giornali d'azienda, so-
no coloro che vivendo giorno per giorno di-
rettamente nei vari settori l’esperienza azien-
dale, hanno, o avrebbero, la possibilità di for-
nire un quadro continuamente aggiornato di
questa vita e quindi di rendere interessante e
leegibile l'organo di stampa.

Quasi tutti, a Genova, hanno lamentato le
difficoltà di ottenere una collaborazione larga
e continua, o addirittura le difficoltà di repe-
rire questi corrispondenti. Ciò è dovuto al fat-
to, ovvio, che si tratta di persone che svolgo-
no necessariamente un altro lavoro nell’azien-
da. E sono proprio gli impegni di lavoro che
ciascuno di essi ha — quegli stessi impegni

che li pongono in grado di conoscere molte
cose così interessanti per il siormale — che
impediscono loro di collaborare attivamente e
con assiduità.

Quanto poi alla qualità di queste collabora-
zioni, pur essendo evidente che in linea gene-
rale non si tratta di una qualità molto elevata,
la maggioranza delle redazioni non se ne preoc-
cupa eccessivamente: la cosa importante — di-
è che i corrispondenti mandino il ma-
teriale, poi penseranno i redattori a rielabo-
rarlo.

Il relatore, dopo aver portato esempi del-
l’organizzazione redazionale presso alcune
vrandi aziende che svolgono la loro attività su
territori molto vasti, ha sottolineato come la
maggior parte dei giornali aziendali operino
in situazioni ambientali più ristrette, abbiano
un numero medio di dipendenti da 500 a 3000
unità ed abbiano a disposizione, in generale,
mezzi finanziari più limitati.

È soprattutto a questi giornali che i conve-
gni della stampa aziendale sono utili, per aiu-
tarli a risolvere i loro problemi redazionali,
per fornire loro degli indirizzi precisi. Natu-
ralmente, essi possono a loro volta fornire in-
dicazioni di carattere generale altrettanto utili,
È infatti in queste aziende piccole e medie che
i problemi dell’organizzazione redazionale ac-
quistano un’evidenza particolare, proprio per
le maggiori difficoltà che in genere chi se ne
occupa incontra nel suo lavoro.

Data la diversità delle situazioni particolari
di queste aziende minori, portare degli esem-
pi non può essere che scarsamente indicativo
È invece possibile dare un quadro di alcune
tendenze generalmente seguite nell’organizza-
zione redazionale delle aziende minori, desu-
mendole dalla massa delle informazioni per-
venute attraverso l’inchiesta.

Secondo tali dati, si può dire dunque che
questi giornali di aziende minori hanno inizia-
to la pubblicazione dopo il 1950, hanno perio-
dicità mensile, rispettano abbastanza i tempi di
uscita, sono inviati gratuitamente a domicilio,
oltre che ai lettori interni anche ad un certo nu-
mero di lettori esterni, tra cui i lavoratori anzia-
ni; sono stampati con sistema tipografico su
macchine piane, generalmente in bianco e nero,
in media sono di 16 pagine con un formato
medio di 26 cm. per 3,5, hanno redazioni for-
mate da personale interno e dipendenti o dal
servizio personale o dal servizio stampa (te-
nendo conto che le aziende minori in genere
non hanno servizi di pubbliche relazioni veri
e propri), hanno in qualche caso un comitato
redazionale, hanno raramente collaboratori
esterni ma hanno un certo numero di corri-
spondenti interni che ricevono dei modesti in-
centivi di carattere per lo più simbolico. Que-
sta dovrebbe essere, nelle grandi linee, la strut-
tura redazionale più diffusa tra i giornali azien-
dali italiani, stando ai risultati dell'inchiesta.

Si tratta di una struttura che può essere adat-
ta, secondo il relatore, a consentire ai giornali
di assolvere in modo abbastanza adeguato
ai loro compiti di informazione e di formazio-
ne interna e adatta altresì a rivolpersi ad un
pubblico esterno, Il fatto è che la struttura non



3)

è tutto, è solo una piattaforma, un punto di
partenza. E il modo in cui ci si serve di tale
struttura quello che conta veramente. Si può
avere una redazione perfettamente organizza-
ta e poi servirsi male dei mezzi che essa offre,
o, al contrario, si possono avere pochi mezzi
a disposizione e redigere un buon foglio azien-
dale.

Vent'anni fa l'americano Helton così sinte-
tizzava il suo atteggiamento critico nei con-
fronti della stampa aziendale: « in genere ci so-
no troppe informazioni superflue e troppo in-
complete informazioni sull'essenziale ».

Si è fatta parecchia strada, in questi venti
anni, anche in Italia, ma ve n'è dell’altra da
fare, e questi incontri possono aiutarci a
percorrerla più rapidamente, cercando di far

ha concluso il dott. Fedeli, che i nostri
giornali siano strumenti “a due vie” adatti a
rendere più aperte e autentiche le comunica-
zioni aziendali, cercando non solo di individua-
re le esigenze informative dei lettori e di sod-
disfarle, ma anche di crearne di nuove, di su-
scitare degli interessi, di fare insomma, per
usare le parole di Geno Pampaloni, dei gior-
nali che, soprattutto, non siano “né noiosi, né
ipocriti”

A ‘conclusione dei lavori del convegno sono
stati proclamati i vincitori dei “Premi Pacces”
per il 1961, riservati ai collaboratori interni dei
giornali aziendali. Al signor Giuseppe Del
Monte, delle pubbliche relazioni dell’Italsider,
è stato assegnato un premio destinato agli au-
e di rubriche, per il “panorama siderurgi-

" che egli redige periodicamente per la no-
di: Rivista.

la 1
« Abbiamo letto», la rubrica dei libri d&, « Selezio-
nando notiziario Timo », edito mensilmente perc il per-
sonale dell'azienda Timo. "a

Nu





Abbiamo leno



PARE Juv



fe



Panorama

siderurgico

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

L'attività della siderurgia statunitense pro-
segue futtora a ritmo ridotto, fatto dovuto,
oltre che al fenomeno del ricorso alle scorte da
parte degli utilizzatori, alle ferie estive per
t dipendenti della maggior parte degli stabili-
menti industriali.

Una particolare nota dobbiamo riferire in
merito alla siderurgia nipponica e non per sot-
tolineare nuovi record produttivi. Il Giappone
tende, per la prima volta nel dopoguerra, a
ridurre sia la produzione sia gli investimenti
nel settore siderurgico. La diminuzione appor-
tata a questi ultimi pare suggerita peraltro
anche da ragioni di politica valutaria.

Per la Comunità Europea del Carbone è
dell'Acciaio il primo semestre del 1962 si è
chiuso con una produzione di 36.398.000 ton:
nellate di acciaio, La diminuzione del 2,8%,
rispetto allo stesso periodo del 1Q6I è dovuta

Produzioni Italsider

a tutti i paesi fatta eccezione dell’Italia e del
Belgio.

L'afflusso delle ordinazioni di laminati agli
stabilimenti della C.,E.C.A. ha invece regi-
strato un incremento del 6,8%, per l'aumentata
richiesta del mercato interno.

Le prospettive che si schiudono alla produ-
sione nei prossimi mesi possono per questo con-
siderarsi soddisfacenti.

SITUAZIONE ITALIANA

Nuovi record si rilevano per la produzione
siderurgica italiana sempre favorita dal buon
andamento della .omanda.

Nel primo semestre il gettito di ghisa si è
elevato a 1.657.000 tonnellate e quello d'acciaio
@ 4.743.000 /tonnellate.

Gli incrementi sono stati dell'rt,7% per la
ghisa e Alel 4,7% per l'acciaio.

Il fabbisogno delle industrie utilizzatrici con-
tinua a richiedere un notevole ricorso all’im-
portazione,

Nel nostro paese continua così ad aumen-

tare il consumo d'acciaio che, come è stato

più volte detto, è uno degli indici principali
dell'ulteriore cammino percorso sulla strada del-
l’industrializzazione.

maggio giugno

1962 1962
coke tonn. 174,966 181.016
ghisa 5 » 246.308 261.637 *
acciaio _* » 314.694 * 298.288
laminati a caldo » 242.746 234.183
laminati a freddo » 42,286 37,827
getti di ghisa » 8.985 T.424
getti d'acciaio, fucinati e rodeggi » 5.406 4713
armamento ferroviario » 1.542 1,518
derivati vergella » 3.596 3.642
carpenteria » 2.979 3.360
tubi saldati » 10.042 18.091
altri prodotti » 7 78

* muovi record mensili

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