Rivista Italsider, n. 2, 1962
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Pierre Soulages - incisione.
Seconda di copertina: una stravagante "invenzione" presentata all'Esposizione universale di Filadelfia del 1876: la "nuova macchina per volare" dell'americano W. J. Lewis.
Terza di copertina: una stravagante "invenzione" presentata all'Esposizione universale di Filadelfia del 1876: il francese "Cinofero", velocipede mosso da cani.
Quarta di copertina: antica insegna in ferro battuto dell'Albergo del Sole in Bergamo vecchia.
Immagini in evidenza:
- Galileo detta al figlio i "Discorsi sulle due nuove scienze" (p. 10)
- Macchina tratta dal volume "Le diverse et artificiose macchine del capitano Agostino Ramelli" edito nel 1588 (p. 17)
- Gruppo di antenne dell'impianto ricetrasmittente di Fort Monmouth, nel New Jersey (p. 28)
- "Le ragazze sul ponte" (1899 circa) di Edvard Munch (p. 33)
- Nel 1855 scoppiò, nel campo siderurgico, una vera rivoluzione (p. 39)
Sommario:
- Il primo bilancio dell'Italsider, p. 2
- Le fonti della scoperta scientifica, p. 10
- I colori del ferro, p. 12
- Cinque libri di scienza e tecnica, p. 14
- I filosofi e le macchine, p. 17
- Lovere, p. 20
- Con i satelliti regoleremo il tempo dallo spazio, p.24
- La rivolta degli espressionisti, p. 31
- Le tre scoperte della siderurgia, p. 39 - Data testuale
- 1962 aprile- maggio
- Consistenza
- pp. 40
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/9
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
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- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
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RIVISTA ITALSIDER
RIVISTA ITAL
la copertina: Pierre Soulages - incisione
Pierre Soulages è nato a Rodez, Aveyron
(Francia) nel 1919 e vive a Parigi. Cominciò
a dipingere mentre ancora frequentava il liceo,
nell’ignoranza completa di tutta l’arte mo-
derna. I suoi interessi andarono in quel perio-
do all’arte preistorica e romana. Solo nel 1938,
durante un breve soggiorno a Parigi, ebbe
modo di conoscere la giovane pittura con-
temporanea. Nel 1946 si trasferì nella capitale
e l’anno seguente espose per la prima volta
al «Salon des Surindépendants» affermandosi
come uno dei più interessanti giovani artisti.
2° e 3° di copertina: due stravaganti «inven-
zioni» presentate all’Esposizione universale di
Filadelfia del 1876: la «Nuova macchina per
volare» dell'americano W. J. Lewis e il
francese «Cinofero», velocipede mosso da
cani.
£° di copertina: antica insegna in ferro battuto
dell’ Albergo del Sole in Bergamo vecchia.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - alti forni e acciaie-
rie riunite Ilva-Cornigliano
Anno II - n. 2 - aprile-maggio
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedizio-
ne in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Il primo bilancio dell’Italsider pag. 2
Le fonti della scoperta scientifica » 10
I colori del ferro » 12
Cinque libri di scienza e tecnica » 14
I filosofi e le macchine » 17
Lovere » 20
Con i satelliti regoleremo il tempo
dallo spazio » 24
La rivolta degli espressionisti » 31
Le tre scoperte della siderurgia » 39
L’Italsider compie un anno di vita. E° stato un anno di intenso e
proficuo lavoro come è documentato, nelle pagine che seguono, dall’illu-
strazione dei risultati del primo «esercizio» della società, esposti all’assem-
blea degli azionisti, tenutasi il 26 aprile scorso.
L'assemblea non è stata però il solo avvenimento importante per l’I-
talsider verificatosi nel bimestre. Nell'ultimo consiglio di amministrazione,
il 15 maggio scorso, il cav. del lav. dott. Antonio Ernesto Rossi, richia-
mandosi al desiderio manifestato sin dallo scorso anno, ha rassegnato le
dimissioni da presidente della società.
Il consiglio ne ha preso atto con rincrescimento, pregando il dott. Rossi
di continuare a dare la sua collaborazione nell’Italsider quale consi-
gliere di amministrazione e membro del comitato esecutivo. Il consiglio ha
quindi eletto presidente della società l’ing. Mario Marchesi e amministratore
delegato il dott. Enrico Redaelli Spreafico, ed ha inoltre nominato direttore
generale il dott. Gian Lupo Osti, che si affianca così agli altri due direttori
generali, ing. Osvaldo Bianchini e ing. Angelo Scotto, conferendo infine il
rango di condirettore generale al rag. Carlo Ghio.
Pubblichiamo nella pagina seguente il saluto che il dott. Rossi e
l’ing. Marchesi hanno voluto indirizzare in questa circostanza al personale,
attraverso la Rivista.
Qui sotto, una fotografia scattata il 27 aprile 1961 che, ad un anno
di distanza, ha già assunto per noi un valore «storico» : il dr. Rossi (a destra)
e l’ing. Marchesi (a sinistra) firmano l’atto di fusione delle due società, da
cui è nata l’Italsider.
Nel lasciare la presidenza dell’Italsider, desidero far gjongere il mio saluto a tutti
i collaboratori di ogni grado e alle loro famiglie. :
Nei molti anni di lavoro nella Finsider, nell’Ilva e nella Cornigliano e poi, con la
fusione delle due società, nell’ Italsider, ho avuto modo di apprezzare in ogni momento
l’appassionata opera che tutti, dirigenti, impiegati, operai, hanno dato per l’affermazione
della siderurgia italiana, di cui la nostra società rappresenta una parte; così importante.
Consentitemi di ricordare con commozione il lavoro svolto insieme e di espri-
mere tutta la mia riconoscenza per i molti e preziosi frutti della vostra opera.
Compiti sempre più impegnativi vi attendono per il futuro.
Gli uomini che l’Italsider ha ora chiamato alle massime cariche direttive costitui-
scono la migliore garanzia che le nuove mete saranno perseguite con tenacia e
competenza.
Come consigliere di amministrazione e come membro del comitato esecutivo,
sarò lieto di poter ancora lavorare assieme a loro per far sì che l’Italsider possa sempre
più affermarsi come uno degli strumenti vitali di progresso economico e sociale del
nostro paese.
A voi tutti giunga il mio più fervido augurio di buon lavoro con l'esortazione
ad operare come sempre in concordia di intenti, per il migliore avvenire dell’ azienda,
sicura garanzia di benessere e di serenità per voi e per i vostri cari.
Antonio Ernesto Rossi
Vuole la consuetudine che il presidente di una società in occasione della sua nomina
invii un saluto al personale attraverso il giornale d’azienda. In primo luogo credo di in-
terpretare il pensiero di tutti rivolgendo al dott. Rossi, che con tanta competenza ed auto-
revolezza mi ha preceduto nella carica, l’espressione più affettuosa e cordiale della nostra
gratitudine per il contributo così notevole che egli ha dato allo sviluppo della nostra socie-
tà ed al progresso della siderurgia italiana.
Il dott. Rossi peraltro non ci lascia perché continuerà a lavorare con noi dandoci la sua
preziosa collaborazione. Anche di questo vogliamo ringraziarlo.
Il saluto che invio, attraverso la nostra Rivista, ai collaboratori dell’Italsider, negli sta-
bilimenti e negli uffici disseminati lungo la penisola, è il saluto di uno che già è stato al vo-
stro fianco, cooperando strettamente per far progredire la nostra grande azienda, oggi
così importante per l'economia del Paese.
Ci attendono altre fatiche ed altri anni di comune ed intenso lavoro perché 1’ Italsider
tende a raggiungere nuovi traguardi in una organizzazione produttiva sempre più moderna
ed efficiente.
È uno sforzo solidale che ci impegna a tutti i livelli a considerare il nostro lavoro un
complemento della fatica di tutti e ci obbliga a guardare al di là delle situazioni e dei pro-
blemi contingenti per sempre meglio individuarne le linee evolutive e prevedere quali po-
tranno essere le soluzioni migliori nog solo per l’oggi ma anche per il domani: siamo im-
pegnati ad adeguare la nostra azione alle nuove realtà e ad inserire l’azienda sempre più
validamente tra i fattori determinanti del progresso sociale.
Credo che questi siano i compiti che ci attendono e credo fermamente che solo in tal
modo potremo continuare a dare un significato concreto e positivo alla nostra azione co-
mune e un contributo decisivo alla creazione di una migliore coscienza aziendale e sociale.
Mario Marchesi
Saluto alla SIAC
‘A partire dal 1° luglio prossimo l’ Italsider assumerà la gestione in affitto dello sta-
bilimento di Campi della Società Italiana Acciaierie Cornigliano, e quindi anche la condu-
zione di tutte le attività industriali della SIAC.
L’Italsider, che ben conosce il fervore di collaborazione che ha sempre animato il per-
sonale della SIAC, è lieta di porgere a tutti il più cordiale benvenuto e l’augurio di buon
lavoro.
Il primo
bilancio
dell’Italsider
La siderurgia italiana continua a progre-
dire incessantemente, con ritmo pieno e vi-
goroso. In altri paesi, il 1961 ha visto la
produzione d’acciaio fermarsi ai livelli del-
l’anno precedente, e talora flettersi lievemente
(Inghilterra, Germania Occidentale, Stati Uni-
ti); in Italia invece si è avuto, rispetto al 1960,
un incremento produttivo dell’undici per cen-
to, il più forte nell’ambito della CECA e uno
dei più considerevoli del mondo intero.
La principale ragione di ciò va ricercata
nel fatto che la nostra economia, benché nel-
l’ultimo decennio abbia marciato a vele spie-
gate, è ancora lontana dall’aver raggiunto un
grado di sviluppo paragonabile a quello, per
esempio, dell'economia statunitense, o in-
glese; e perciò, mentre si può supporre che
quei mercati stiano sfiorando un sia pur
momentaneo limite di saturazione, il nostro
continua a rivelare formidabili capacità d’as-
sorbimento. Per render del tutto chiaro questo
concetto basterà, del resto, dire che il con-
sumo d’acciaio per abitante in Italia (pur
essendo sorprendentemente lievitato dai 100
chilogrammi del 1954 ai 217 del ’61) è an-
cora largamente inferiore a quello medio dei
paesi della CECA, che ha toccato i 350 chi-
logrammi; e che, in fatto di produzione per
abitante, ai nostri 186 chilogrammi fanno
riscontro i 428 della CECA, i 419 dell’ In-
ghilterra, i 491 degli Stati Uniti, i 324 del-
l’ Unione Sovietica.
Resta dunque una lunga strada da percor-
rere, e la nostra siderurgia la sta percorrendo
con grande decisione e impegno. Nel corso
del ’61 l’industria italiana ha complessiva-
mente prodotto 3.056.000 tonnellate di ghi-
sa € 9.124.000 tonnellate d’acciaio (contro i
6.762.000 del 1959 e gli 8.229.000 del 1960).
Ma, in un solo anno, il consumo interno è
salito da 8.998.000 tonnellate a 10.744.000;
sicché la produzione è risultata ancora sensi-
bilmente inferiore alla richiesta, e si è dovuto
ricorrere in non esigua misura all’importa-
zione di prodotti esteri.
Come si è inserita l’Italsider nel quadro
produttivo nazionale e qual’è stato il peso
della sua azione? Risponde esaurientemente a
questa domanda la relazione di bilancio pre-
sentata dal consiglio d’amministrazione al-
l'assemblea degli azionisti, che si è svolta il
26 aprile. Si è trattato della prima assemblea
ordinaria dopo la fusione Ilva-Cornigliano e
l’assunzione, da parte delle due aziende riu-
nite, della nuova ragione sociale; e ciò ha
permesso di tirare le prime somme circa i
risultati pratici della fusione stessa.
Va da sé che la fase iniziale di vita di un’a-
zienda — specie quando si tratti di amalgama-
re due organismi di struttura e di tradizioni
diverse — è sempre la più delicata, quella in
cui più chiaramente affiorano, se ci sono, le
magagne organizzative, quella in cui più
evidenti appaiono, se ci sono, le spropor-
zioni fra i risultati previsti sulla carta e quelli
concretamente ottenuti.
Ebbene, si può dire con tranquilla coscienza,
e non senza una piccola, legittima dose d’or-
goglio, che non uno degli obiettivi prefis-
sati è stato mancato; che si sono veramente
realizzate quella maggiore unitarietà d’indi-
rizzi tecnici ed economici, quella più razio-
nale e armonica utilizzazione dei mezzi e
degli uomini, quel più serrato e fruttuoso coor-
dinamento di programmi, ch’erano gli scopi
essenziali della fusione; che tutti i settori della
nuova azienda hanno operato, dal primo gior-
no, con ritmo tutt’altro che incerto e lacunoso,
anzi con affiatamento e slancio esemplari; e
che non ci sono state battute d’arresto nel-
l'attuazione dei piani di sviluppo, ma, al
contrario, una maggiore e migliore alacrità
d’azione. Il che è provato dalla bontà e con-
sistenza dei risultati tecnici ed economici,
come poi vedremo.
L’azienda, in conclusione, è nata viva, e
ben viva; ed è pienamente giustificato l’ otti-
mismo senza riserve con cui oggi da ogni
parte si guarda al suo sviluppo.
Ma veniamo alle cifre, sempre più convin-
centi delle parole. In tutti i principali settori
sono state raggiunte punte massime di pro-
duzione: 2.622.000 tonnellate di ghisa, 3.510.000
tonnellate d’acciaio, 1.873.000 tonnellate di
coke metallurgico, 169.000 tonnellate di semi-
lavoratori per vendita, 2.714.000 tonnellate di
laminati a caldo, 490.000 tonnellate di lami-
nati a freddo, 174.000 tonnellate di prodotti
rivestiti, 313.000 tonnellate di prodotti di
seconda lavorazione siderurgica.
L’apporto dell’ Italsider alla produzione na-
zionale è stato dell’ 86 per cento per la ghisa
e del 38 per cento per l’acciaio e i laminati a
caldo.
Quanto agli incrementi della produzione
d’acciaio rispetto al 1960, se quello nazionale
è stato, nel suo complesso, dell’ 11 per cento,
quello ottenuto dall’Italsider è stato del 14,5.
Dei tre centri a ciclo integrale, Cornigliano
ha prodotto 828.000 tonnellate di ghisa e
1.438.000 tonnellate d’acciaio; Piombino ri-
spettivamente 761.000 e 854.000 tonnellate;
Bagnoli 885.000 e 869.000. Degno di nota il
considerevole aumento delle produzioni di
energia elettrica, che hanno raggiunto i 747
milioni di kWh.
Il flusso delle materie prime è stato perfet-
tamente regolare. Per dare un'idea precisa
della sua consistenza diremo che nel corso
dell’anno sono entrati negli stabilimenti so-
ciali 4.238.000 tonnellate di minerali di ferro,
2.502.000 tonnellate di carbone da coke, 636.000
tonnellate di rottami, 392.000 tonnellate di ce-
neri di pirite, 81.000 tonnellate di minerali di
manganese. Oltre 7 milioni di tonnellate di
materie prime sono giunte per via marittima.
L’accresciuto ritmo delle vendite, favorito
dalla più intensa richiesta del mercato interno,
ha permesso, nonostante la diminuzione dei
prezzi, un sensibile aumento del fatturato, che
è passato infatti dai 241.051.000.000 di lire
del 1960, a 246.650.000.000.
Complessivamente sono state spedite 221.000
tonnellate di ghisa, 4.000 di ferroleghe, 170.000
di lingotti e semilavorati e 2.386.000 di la-
minati.
Incoraggianti le prospettive, sia sul mercato
interno che su quello estero, nel settore delle
seconde lavorazioni, e prima di tutto in quel-
lo dei tubi saldati cui è dedicato il nuovis-
simo impianto di Taranto.
Il mercato interno ha assorbito l’intera pro-
duzione di ghisa, di ferroleghe e di lingotti
e semilavorati, e oltre il 91 per cento dei
prodotti finiti. L’esportazione di laminati ha
dovuto venir limitata a 223.000 tonnellate pro-
prio per l’aumenta richiesta interna.
L’utile netto dell’azienda — dopo uno stan-
ziamento di 20 miliardi e 200 milioni per am-
mortamento degli impianti — è stato di lire
11.285.344.788.
Questi, aridamente esposti, i dati essenziali
del bilancio. Ma il quadro dell’attività azien-
dale sarebbe peggio che monco se non fa-
cessimo almeno un rapidissimo accenno al-
l'enorme mole di lavori in corso nei vari
stabilimenti sociali per adeguarne la poten-
zialità agli altissimi livelli produttivi che
l’ Italsider si è posti come traguardo per
il 1965.
Il centro “Oscar Sinigaglia” già entro il
1963 sarà in grado di produrre 1.550.000
tonnellate di ghisa e 2 milioni di tonnellate
d’acciaio all'anno. A Cornigliano, com'è no-
to, verrà concentrata la produzione dei rive-
stiti, con un notevole potenziamento della la-
minazione a freddo e della linea di stagnatura
elettrolitica e con la costruzione di una se-
conda linea di zincatura continua, mentre
(segue a pagina 6)
Questa colonna, che si riempie di colore mano a mano
che dall'alto scende verso la base, è la rappresentazione
grafica del fatturato dell’ Italsider dal 1953 ad oggi (na-
turalmente dal ’53 al 760, cioè prima della nascita del-
l’Italsider, le cifre rappresentano la somma del fattu-
rato dell’Ilva e della Cornigliano). In tali cifre è
p in lire q l'azienda ha fi in un
anno di esercizio in seguito alle vendite effettuate, Come
si vede, dal *53 al ’61 il valore del fatturato della
nostra società in conseguenza del forte aumento delle
vendite si è più che triplicato. Tale aumento è stato
costante, con una sola flessione, nel 1958, anno in cui
si verificò un periodo di stasi su scala internazionale,
I 246 miliardi e 650 milioni fatturati nel 1961 costi-
tuiscono un risultato assai lusinghiero.
FATTURATO DELL’ ITALSIDER
in milioni di lire
1953
1954
1955
1956
1957
1958
1959
1960
1961
PRODUZIONE
MONDIALE D’ACCIAIO
in milioni di tonnellate
PRODUZIONE
D’ACCIAIO NEI PAESI
DELLA C.E.C.A,
in migliaia di tonnellate
Europa Occidentale
Europa Or. e U.R.S.S.
1960
1961
Stati Uniti
altri paesi
totale 225 270 284
Questo grafico pone in evidenza alcuni dati interessanti. In primo
luogo che il gruppo dei paesi dell'Europa Occidentale nel 1961 è
stato al primo posto per entità di produzione d’acciaio nel mondo.
Segue il gruppo formato dall'Europa Orientale e dall’URSS e al
terzo posto gli Stati Uniti. Dal grafico risulta evidente che, mentre
negli altri gruppi si nota un incremento pressoché costante della
produzione (e questo soprattutto per quanto riguarda il gruppo
«altri paesi»), negli Stati Uniti la produzione presenta livelli oscil-
1954 1955 1956
Germania
1957
293 272 302 346 361
lanti di anno in anno. Questo fenomeno è dovuto al fatto che
l'espansione dell’industria siderurgica statunitense ha raggiunto,
nel quadro della generale ed enorme industrializzazione di quel
paese, un livello elevatissimo. Le oscillazioni rappresentano quindi
un normale alternarsi di fasi economiche più o meno vivaci. La
trascurabile diminuzione della produzione globale di acciaio dell'Eu-
ropa Occidentale nel 1961 è dovuta a un lieve assestamento di
mercato dopo l’elevatissimo sviluppo del 1960.
1958 1959 1960 1961
Francia
5.395
Italia
Belgio
Lussemburgo
Olanda
52.627
totale C.E.C.A 43.842 56.795
Ecco invece in questo grafico le singole produzioni d’acciaio dei
sei paesi facenti parte della Comunità carbosiderurgica. L'Italia,
a partire dal 1957, ha raggiunto il terzo posto nella graduatoria
dei paesi della C.E.C.A. Lo sviluppo della produzione d’ acciaio
del nostro paese dal 1954 al 1961 ha registrato un aumento del
117 per cento, il maggiore nell’ambito della Comunità. Rispetto
59.805
57.997 63.161 72.836 73.266
al 1960, Germania e Belgio hanno segnato una lieve diminuzione
produttiva, Italia, Francia, Lussemburgo e Olanda hanno registrato
un aumento. I paesi della C.E.C.A., presi insieme, continuano ad
occupare il secondo posto dopo gli Stati Uniti nella produzione
d'acciaio. Con la probabile adesione della Gran Bretagna alla
Comunità, quest’ultima potrà occupare il primo posto nel mondo.
ITALIA - CONSUMO INTERNO D'ACCIAIO
in migliaia di tonnellate
produzione (*)
importazione
+ 9.294
+ 2,922
espor
— 212 - 260 _ 487 n
— 986 -1010 1065 1.150 si
Ios 1.216
+ 163
bilancio gi —r——»
- 36 - 57 - 143 - 21 a - 65 - 117 - 256
A 10.744
consumo interno
1953 1954 1955 1956
(*) acciaio + laminati da ferro a pacchetto
L'affermazione dell’industria siderurgica italiana è dovuta all'aumento
del consumo interno d’acciaio. Il dato del consumo d'acciaio in un
anno è stato calcol do dalla della produzione e dell’im-
portazione l’esportazione e tenendo conto delle variazioni in più o in
meno delle giacenze esistenti presso i produttori. Come si vede nel
grafico, l’Italia più acciaio di q non ne produca e per
questo deve ricorrere ad una notevole importazione. Questo dato giu-
stifica ampi i prog i di ulteriore espansi della nostra
siderurgia, accentrati in massima parte nell’Italsider. D'altra parte i
1957 1958 1959 1960 1961
nostri prodotti si sono imposti sui mercati esteri. Il fatto che l’Italia,
pur avendo bisogno di importare acciaio, esporti una parte della sua
produzi può brare un Bisogna tener presente
però che il nostro è un mercato libero e che pertanto gli operatori
possono importare ed esportare acciaio da e verso i paesi che sono
per loro più vantaggiosi economicamente. Questo scambio non costi-
tuisce un el egativo, ma al io è un si positivo di
vivacità del nostro mercato, ed è inoltre una prova del grado di
competitività raggiunto dalle nostre produzioni siderurgiche.
PRODUZIONE D'ACCIAIO PER ABITANTE
in chilogrammi
Stati Uniti
U.R.S.S.
Italia C.E.C.A Inghilterra
fd
1961
nella sezione di Novi Ligure sarà concentra-
ta la produzione di lamiere sottili a freddo.
Nel corso del ‘61 le varie opere d’amplia-
mento sono state sviluppate secondo i tempi
prestabiliti. A Cornigliano sono ormai in
attività la 48 e la 52 batteria di forni a coke e l’al-
toforno da 28 piedi ed è in fase di montaggio la
fabbrica d’ossigeno. Per quanto riguarda il po-
tenziamento del laminatoio a freddo e degli im-
CONSUMO D’ACCIAIO PER ABITANTE
IN ITALIA E NELLA C.E.C.A.
in chilogrammi
Italia
1954 100 228
1955 115 271
1956 119 285
1957 129 293
1958 129 283
1959 146 295
1960 183 345
1961 217 350
In questi due grafici vediamo la produzione e il consumo d’acciaio suddivisi secondo il
mumero degli abitanti di vari paesi. Questi raffronti sono molto interessanti perché costi-
tuiscono gli indici più significativi del grado di industrializzazione di un paese. Basta
sapere il consumo d’acciaio per abitante per avere subito una idea abbastanza precisa del
livello industriale di un popolo. Per l’Italia, i dati dimostrano che dal 1954 al 1961 il
progresso è stato notevolissimo ed indicano nello stesso tempo le ampie possibilità di una
ulteriore espansione.
pianti di stagnatura e zincatura, sono stati ordi-
nati tutti i materiali. La colmata della superficie
marina è proseguita a ritmo intenso; sono
stati sviluppati gli studi per la banchina, i
parchi delle materie prime e la preparazione
del minerale ed emessi i primi ordini per gli
impianti di agglomerazione. Nella sezione di
laminazione a freddo di Novi Ligure si è
decisamente entrati nella fase dei montaggi
meccanici; per l’ultimo trimestre dell’anno in
corso è previsto l’inizio della produzione.
Il centro di Piombino raggiungerà entro
il 1965 una potenzialità produttiva di 2 mi-
lioni di tonnellate di ghisa e di 2 milioni di
tonnellate d’acciaio, con specializzazione nel
settore dei profilati di ogni dimensione, com-
prese le rotaie. Esso fornirà inoltre tubi
saldati di tipo commerciale in quantità ade-
(segue a pagina 8)
1954 1955 1956 1957 1958 1959
Italia ed +62î +87: 2.072 2.060 2.098
Italsider
|
Italia 6.271 | 6.762
|
Italsider
Italia 3.149
Italsider
totale
ghisa acciaio
« Oscar Sinigaglia »
Piombino
Bagnoli
altri stabilimenti (*)
(*) per la ghisa: Trieste - per l'acciaio: Novi Ligure, Lovere, Trieste e Marghera
1960
1961
ghisa
acciaio
7.198
laminati a caldo
ghisa
acciaio
PRODUZIONI SIDERURGICHE
NAZIONALI E ITALSIDER
in migliaia di tonnellate
Il grafico dimostra il decisivo apporto del-
l’Italsider all'affermazione della siderurgia
italiana. Si tratta di valorì che nel 1961
hanno rappresentato l’86%, del gettito na-
zionale per la ghisa e il 38%, per l'acciaio
e che documentano di per se stessi l’im-
portanza dell'azienda nell’economia italiana.
ITALSIDER - PRODUZIONE DI
GHISA E D'ACCIAIO NEL 1961
SUDDIVISA PER CENTRI DI PRO.
DUZIONE
in migliaia di tonnellate
Le produzioni di ghisa e d’acciaio dell’Ital-
sider sono quasi totalmente accentrate in
centri siderurgici a ciclo integrale dislocati
sul mare. Questi complessi, attualmente in
corso di potenziamento, ai quali si aggiun-
gerà il nuovo centro in costruzione a Ta-
ranto, continueranno ad essere come per il
passato l’ossatura della nuova siderurgia
italiana,
ITALSIDER - PRODUZIONE DI
GHISA E D'ACCIAIO
in migliaia di tonnellate
ghisa acciaio
1954 bi 918 1.448
1955 ci 1.238 2.031
1956 RE 1.504 2.222
1957 i 1.699 2.671
1958 fo 1.701 2.516
1959 i 1.751 2.463
1960 De 2.250 3.066
si
1961 2.622 3.510
===
1965 (*) BR 7.300 7.800
(*) previsioni
guata alla crescente richiesta del mercato.
Fra i principali lavori effettuati nel 1961
vanno ricordati il potenziamento della cen-
trale termica, con la costruzione di una nuo-
va caldaia da 100 tonnfh, l'incremento della
potenzialità di tre caldaie esistenti, l’installa-
zione di due nuove turbosoffianti e la rico-
struzione, con aumento della capacità produt-
tiva, dell’altoforno n. 2.
Il centro di Bagnoli, grazie agli indispensa-
bili ampliamenti, raggiungerà entro il 1965
la capacità produttiva annua di 1.500.000
tonnellate di ghisa e di 1.650.000 tonnellate
di acciaio. Rispetto alle produzioni attuali,
l'incremento che ne deriverà sarà del 62 per
cento per la ghisa e del 92 per cento per l’ac-
ciaio. Bagnoli rafforzerà la sua posizione di
produttore di profilati grossi e medi, di na-
stri stretti, di tondo e vergella.
L’avvenimento di maggior rilievo verifi-
catosi nel corso dell’anno passato a Bagnoli
è stato l’entrata in esercizio del treno per
travi ad ali larghe parallele. È inoltre entrata
in funzione, completamente ricostruita, la
batteria n. 2 di forni a coke. Infine sono stati
ITALSIDER - PRODUZIONE DI LAMINATI A CALDO NEI VARI STABILIMENTI(*)
dati in tonnellate relativi al 1961
laminati rotaie e cerchioni
piani profilati armamento e ruote totale
«Oscar Sinigaglia » 1.378.571 ali = — 1.378.571
Bagnoli 175.727 394.725 1.685 _ 572.137
Piombino —_ 85.806 172.199 _ 258.005
Trieste 47.019 _ —_ — 47.019
Lovere 2.861 _ _ 34.759 37.620
Marghera 5.861 123.386 E a 129.247
Novi Ligure 89.920 86.337 _ _ 176.257
S. Giovanni Valdarno 4.831 48.079 113 _ 53.023
Torre Annunziata —_ 61.600 _ _ 61.600
totale 1.704.790 799.933 173.997 34.759 2.713.479
(*) esclusi pertanto i semilavorati per vendita (Piombino: t. 113.130; Novi Ligure: t. 29.300;
Bagnoli: t. 15.826; «Oscar Sinigaglia»: t. 11.130).
a sinistra: il rapporto fra la produzione di ghisa e di
acciaio è in Italia di appena il 33,9%, di fronte a valori
molto più elevati nelle altre siderurgie. Basti rilevare
che la media nella Comunità Carbosiderurgica è del
74,5%. La produzione di ghisa è l’elemento base per
un sano sviluppo dell’industria siderurgica, soprattutto
perché la svincola dalle ampie oscillazioni del mercato
del r Il grafico dim che l’Italsider ha sem-
pre seguito questa necessità i i
che risulta evidente anche dalle previsioni di prod
per il 1965. In tale anno il rapporto di produzione fra
ghisa e acciaio dell’Italsider, che già ora con
il 74,7%, supera la media della C.E.C.A.,
raggiungerà il 94%. In tal modo, la nostra
cietà ibuirà ad elevare notevol il
eni apra
Pr a ©
in alto: l’attività dell’Italsider copre, come
si vede, pressoché tutta la gamma delle
pr gi La tabella mette
s; ti in Cp] le p tai î . dei
vari stabilimenti della società.
iniziati: l’ulteriore prolungamento di 100
metri del pontile nord e dei due scaricatori,
che completeranno l’assetto previsto per i
mezzi di sbarco; la preparazione delle aree
per i nuovi impianti; la costruzione delle prime
quattro celle delle nuove batterie di forni a
pozzo; i lavori per la fabbrica d’ossigeno; il
potenziamento del treno per nastri stretti.
A Taranto, com'è noto, è entrata in attività
il 15 ottobre 1961 - in notevole anticipo sui
tempi previsti — la fabbrica di tubi saldati.
Si è inoltre proseguita, con la preparazione
delle aree, la progettazione generale del
nuovo centro a ciclo integrale, ed è già stata
ordinata una parte degli impianti principali.
Il complesso di ‘Taranto raggiungerà nella
prima fase, e cioè entro il 1965, una produzione
di 1.800.000 tonnellate di ghisa e di 2 milioni
di tonnellate d’acciaio da trasformarsi in la-
miere e in nastri a caldo.
Nel 1961 è stato inoltre impostato il nuovo
piano di sviluppo dello stabilimento di Trie-
ste che prevede un sensibile incremento della
produzione di ghisa, da utilizzare in parte
per la fabbricazione di lingottiere ed in parte
per la vendita ad acciaierie e a fonderie.
In tutti gli stabilimenti delle seconde la-
vorazioni, mentre sono proseguiti gli studi
dei piani di sviluppo e di specializzazione delle
attività produttive, si è già dato corso a con-
crete attuazioni, quali il riordinamento del re-
parto fucinatura a Lovere, il trasferimento
della sezione carri ferroviari da Vado a Sa-
vona, il trasferimento dell’impianto arpioni
elastici da Voltri a S. Giovanni Valdarno.
Dette così alla spicciolata, e nella scarna fra-
seologia dei tecnici, queste cose possono
anche non fare una grande impressione. Ma
la questione cambia sostanzialmente se si
tirano le somme e si guarda al risultato finale:
nel 1965 — vale a dire, mese più mese meno,
fra tre anni — l’Italsider, che già oggi è la
più forte produttrice d’acciaio in Europa,
sarà in grado di sfornare 7,3 milioni di ton-
nellate di ghisa all’anno (nel 1955, appena dieci
anni prima, ne produsse poco più d’un mi-
lione) e 7,8 milioni di tonnellate d’acciaio
(due milioni nel 1955).
Una entusiasmante realtà, che non ha dav-
vero bisogno d'essere puntellata da aggettivi.
ITALSIDER - BILANCIO AL 31 DICEMBRE 1961
STATO PATRIMONIALE
ATTIVO
immobilizzazioni tecniche
spese fusione Ilva-Cornigliano
scorte, commesse in corso e prodotti
partecipazioni
crediti finanziari e valori numerari
crediti commerciali
crediti vari
ratei e risconti
totale
conti d’ordine
PASSIVO
capitale e riserve
fondi ed accantonamenti
debiti finanziari a lungo termine
debiti finanziari fluttuanti e prefinanziamenti su mutui
debiti commerciali
debiti vari
ratei e risconti
residuo utili esercizi precedenti
utile netto
totale
conti d’ordine
CONTO PROFITTI E PERDITE DEL BILANCIO 1961
utili industriali e rendite diverse
oneri generali :
spese generali amministrative
imposte e tasse
interessi, sconti ed accessori
quota ammortamenti e deperimenti
utile netto
al 31-12-1961
al 31-12-1960
Ilva-Cornigliano
388.226.209.860 325.203.034.871
3.737.932.125 _
89.500.581.514 72.529.865.359
881.254.527 719.484.527
20.486,619,247 33.629.638.857
63.874.133.761 52.219.326.273
7.341.332.618 2.764.335.455
2.805.127.295 3.201.928.894
576.853.190.947 490.267.614,236
97.242.926.031 84,949.463.596
153.283.087.280 128.190.914.567
153.979,513,299 135.207.363.426
134.969,987.238 132.808.037.714
68.396.250,460 44,267,041.227
36.304.523.275 27.512.323.923
16.402.124.697 11.071.525.373
2.156.063.828 2.500.436.270
76.296.082 105.293.937
11.285,344.788 8.604.677.799
576.853.190.947 490.267.614.236
97.242.926.031 84.949.463.596
52.339.260.537
4.528.455.991
6.203.994.737
10.121.465.021
20.200.000.000
41.053.915.749
11,285.344.788
Galileo detta al i «Discorsi sulle due nuove scienze»
«La filosofia è scritta in questo grandissimo
. libro, che continuamente ci sta aperto davanti
I, onti agli occhi (io dico l’ Universo), ma non si
e può intendere se prima non si impara a
intender la lingua e a conoscer i caratteri nei
quali è scritto». Questo è l'insegnamento fon-
o È damentale di Galileo, colui che è considerato,
( e da SCO erta sc1ienti ca a ragione, il padre del metodo sperimentale e
x della scienza moderna. Altri, prima di lui,
nell'antichità e nel medioevo, ar iffer-
mato il valore dell'esperienza, ma nessuno come
Galileo ebbe così chiara coscienza del metodo
e seppe così chiaramente enunciarne i legami
che devono intercorrere tra esperienza e specu-
lazione. In questo articolo, il professor Adriano
Buzzati Traverso, uno dei maggiori biologi con-
temporanei, noto anche al pubblico non specializ-
zato per la spregiudicata lucidità dei suoi scritti
divulgativi, spiega come le fonti della ricerca
scientifica siano oggi, come ieri, nel solco degli
indirizzi galileiani, esperienza e ragione.
Benché le più impressionanti scoperte della
scienza d’oggi possano sembrare ad un os-
servatore superficiale un prodotto esclusivo
di questo mondo nel quale viviamo, fatto di
acciaio inossidabile e di apparati televisivi ed
abitato da cosmonauti e scienziati dal fare
esoterico in camice bianco, le scoperte stesse
e le attività scientifiche in generale traggono
la propria origine e la propria motivazione
da un passato più o meno remoto e dalla
natura stessa dell’uomo, qualsiasi uomo.
Questi due aspetti della scienza d’oggi, la
connessione della scienza attuale con quella
del passato da un lato ed il cosiddetto metodo
scientifico come atteggiamento possibile a
qualsiasi uomo che senta il bisogno di libe-
rarsi ed affermarsi, meritano, mi sembra,
qualche commento. Cercherò di farlo utiliz-
zando qualche esemplificazione dal campo di
ricerca che mi è più familiare, lo studio della
vita.
Chiunque rivolga la propria attenzione al
mondo circostante o a se stesso si rende fa-
cilmente conto che i fatti e gli eventi che
lo preoccupano non possono venir compresi
se non vengano posti in relazione con quanto
è avvenuto, o è stato scoperto prima di noi.
Egli assume, così facendo, un atteggiamento
storicistico, in quanto identifica nella storia
o nella cronaca di eventi succedutisi nel tem-
po un fattore indispensabile per comprendere
ciò che avviene, ciò che viene scoperto oggi.
Tale constatazione sembra essere valida per
qualsiasi settore delle attività umane o dei
fenomeni naturali in genere. L'arte, la lette-
ratura e la filosofia, come qualsiasi altro
lavoro intellettuale o pratico, trovano nello
studio della propria storia una insostituibile
fonte di illuminazione. Nel caso della scienza
ciò diviene ancor più essenziale poiché la
scoperta scientifica è ancor più dipendente
dalle conoscenze precedentemente raggiunte
di quanto non lo sia l’invenzione poetica 0,
in genere, l’ispirazione artistica. Si dà il
caso, se pur assai raro, che eccezionali intellet-
ti giungano ad una propria espressione pit-
torica, musicale o letteraria, perfettamente
valida anche quando giudicata ad anni di
distanza, senza che essi abbiano potuto go-
dere di una completa preparazione culturale,
e quindi storica, in quelle attività dell’uomo
che più li interessavano. Attribuiamo oggi
così un indiscusso valore ad espressioni di
arte indigena di paesi rimasti isolati dalle no-
stre grandi correnti di pensiero, oppure ai
quadri di un pittore come il doganiere Rous-
seau. Nel caso della scienza una simile possi-
bilità è del tutto esclusa. Non è possibile oggi,
così come non lo era ieri, dare un valido con-
tributo alla conoscenza scientifica se non si
posseggono le principali nozioni teoriche e
tecniche che caratterizzano ciascun momento
dello sviluppo scientifico. Per la scienza,
dunque, la identificazione delle sue fonti
nel passato, sembra ancor più indispensabile
che per altri settori di attività umane.
A questo punto sarebbe possibile comin-
ciare una elencazione di singole scoperte scien-
tifiche recenti, come la equivalenza fra massa
ed energia, oppure la spiegazione in termini
di elettroni delle caratteristiche di atomi e di
molecole, oppure la struttura e costituzione
chimica del materiale ereditario di qualsiasi
organismo, e quindi rintracciare, procedendo
all’indietro nel tempo, come quando e dove
si siano raggiunte le conoscenze che hanno
rese possibili le elencate scoperte. Ma in questo
caso ci si metterebbe a fare della storia della
scienza, o di singole scoperte ed il discorso si
farebbe troppo lungo. Mi sembra invece pre-
feribile discutere un po’ dell’altra fonte ine-
sauribile della scoperta scientifica, quella ine-
rente alla natura stessa dell’uomo ed alla sua
curiosità. Non si tratta, in realtà, di una fonte
diversa da quella, a cui ho prima accennato,
identificabile nella storia del pensiero scienti-
fico. Questa storia, infatti, consiste dei ri-
sultati ottenuti da nostri predecessori che si
ponevano, se pure in termini diversi, i mede-
simi problemi che ci poniamo oggi. Essi li
potevano affrontare con i medesimi procedi-
menti metodologici che utilizziamo oggi.
Oggi i problemi si pongono in termini diversi
poiché le esperienze si sono accumulate e
possiamo utilizzare, oltre al procedimento
scientifico, che è sempre rimasto più o meno
quello di Galileo Galilei, anche i risultati della
applicazione di questo procedimento attra-
verso qualche secolo. Possiamo dunque con-
cludere, a questo punto, che la fonte prima
ed essenziale della scoperta scientifica consi-
ste nell’attenzione prestata agli eventi del
mondo e nel tentativo di spiegare come essi
si verifichino in termini razionali e senza ri-
correre all’intervento di forze soprannaturali
e pertanto imperscrutabili. Subordinatamente,
possiamo pure concludere che ogni tentativo
di giustificare come avvenga oggi la scoperta
scientifica deve poggiare su questo bisogno di
appagare la curiosità suscitata dal mondo e
sui risultati ai quali la soddisfazione di tale
bisogno ha condotto.
A questo punto mi pare che il discorso
possa divenire più facilmente comprensibile
e quindi soddisfacente se utilizziamo l’esempio
della curiosità scientifica nei confronti del
mondo dei viventi, invece di continuare a
parlare in termini generali. Come abbia ori-
gine, prenda forma, si sviluppi un bimbo nel
seno della madre, come questo nasca e quindi
diventi grande sotto l’influenza dell’ambiente
familiare, come ciascuno di noi porti impresse
caratteristiche fisiche ed atteggiamenti che
possiamo riscontrare nei nostri genitori o
nei nonni, o anche in parenti più lontani,
come gli esseri umani possano essere così
diversi l’un dall’altro pur accomunati dalle
inconfondibili qualità che ci fanno uomini,
1I
hanno costituito nel passato e costituiscono
ancor oggi alcuni dei più affascinanti ed enig-
matici problemi che l’uomo si sia posto.
Di fronte a problemi di questo tipo l’uo-
mo, di solito, adotta uno dei due seguenti
atteggiamenti. O la sua curiosità nei confronti
di tutti quei “come” non è troppo vivace
e si accontenta di spiegazioni o pseudospie-
gazioni che gli possono venir offerte da ri-
conosciute autorità, come possono essere
Aristotele o i testi sacri di una religione rive-
lata. Oppure egli possiede uno spirito inda-
gatore, non si accontenta di quanto altri af-
fermano, non solo autorità filosofiche e teo-
logiche ma anche autorità scientifiche (egli,
cioè, pone in dubbio anche quanto affer-
mano i libri di testo e le monografie scienti-
fiche) e si metterà a studiare con metodo spe-
rimentale il particolare problema che lo in-
teressa. Egli rifiuterà qualsiasi spiegazione che
egli, personalmente, non possa controllare.
Magari non potrà rifare tutti gli esperimenti
che tutti i biologi prima di lui hanno fatto,
ma basterà che ne ripeta qualcuno, per così
dire, cruciale, che gli consenta, indirettamente,
di constatare anche la validità di molte affer-
mazioni fatte dai suoi predecessori. Egli, in
tal modo, opererà una severa critica delle co-
noscenze scientifiche di quel momento, ed
inevitabilmente identificherà prima o poi una
zona d’ombra, si renderà conto d’essere giun-
to al limite delle conoscenze di quel momento.
Da questo punto egli potrà procedere al ten-
tativo della scoperta, se egli accetterà di pro-
seguire nella direzione di cercare una spie-
gazione razionale di quei fatti che egli, in
quel momento, non riesce ancora a com-
prendere.
Le meravigliose caratteristiche degli es-
seri viventi hanno indotto alcuni a pensare
che le proprietà della cosiddetta materia vi-
vente non siano riconducibili al gioco di ma-
teria ed energia, così come viene general-
mente riconosciuto per la materia inanimata.
Sono così state proposte cosiddette teorie
“vitaliste”, le quali attribuivano le caratte-
ristiche del vivo all’intervento di una “forza
vitale” od altra entità mal definita e non ag-
gredibile con il consueto metodo scientifico.
Siffatte teorie hanno costituito, per breve
tempo fortunatamente, un intoppo al proce-
dere delle conoscenze biologiche poiché han-
no introdotto una pseudo-spiegazione, invece
di costituire operanti teorie scientifiche in
base alle quali si sarebbero potuti architettare
esperimenti intesi a provare o negare la vali-
dità della teoria medesima. Per dare un esem-
pio concreto, se io dico: «lo sviluppo e la
formazione dell'embrione nel seno della don-
na è dovuto al fatto che si trovano diversi
acidi ribonucleici nelle diverse fasi dello svi-
luppo, nei vari organi, nei vari tessuti, nelle
varie cellule », propongo un’ipotesi che posso
andare a controllare, poiché gli acidi ribonu-
cleici sono entità chimiche definite, analizza-
bili e misurabili. Posso quindi condurre la
mia ricerca e vedere se la mia ipotesi è giusta
o sbagliata. Se invece io dicessi: « lo sviluppo
e la formazione dell’embrione nel seno della
12
donna è dovuto alla presenza di una forza
vitale che guida ed orienta le diverse fasi
dello sviluppo », compirei un’affermazione
non scientifica poiché la forza vitale è una
espressione priva di contenuto tangibile e
misurabile.
Alla base dunque di uno studio scientifico
di qualsiasi problema sta la implicita convin-
zione di chi affronta da curioso lo studio della
natura che questa sia interamente comprensi-
bile adottando quel medesimo procedimento
sperimentale che, in forma sistematica, venne
per primo adottato da Galileo. Per ora non
sembra vi sia motivo di pensare che quella
convinzione sia ingiustificata. Procedendo su
questa strada, infatti, la scienza degli ultimi
tre secoli ha rivelato le fondamentali pro-
prietà della materia e dell’energia, e proprio
in questi anni che noi viviamo sta svelando
alcuni dei cosiddetti fondamentali segreti
della vita.
Alla base della attività scientifica sta dun-
que un bisogno di soddisfare la curiosità
utilizzando soltanto criteri razionali. Corri-
spondentemente al progredire delle conoscen-
ze scientifiche, va diminuendo la vastità del
terreno che alcuni ancora ritengono dominio
esclusivo di forze inconoscibili. Con un at-
teggiamento un po’ paradossale ed irriverente
uno studioso inglese, M. L. Petterson, si è
divertito a valutare in forma indiretta come
la vastità di quel terreno sia andata diminuen-
do nel corso degli ultimi secoli ed anni. In-
torno al 1500, afferma Petterson, la totalità
degli abitanti delle Isole Britanniche avrebbe
affermato senza esitazione che la differenza
fra un uomo vivente ed il suo cadavere su-
bito dopo la morte consisteva nella pre-
senza o assenza di un’anima senza massa.
Questo, afferma lo studioso inglese, è un
esempio interessante di vitalismo biologico,
e val quindi la pena di porlo a confronto con
quanto accade oggi fra chi abbia raggiunto
diversi livelli di conoscenze biologiche. Per
mancanza di spazio non posso riportare qui
i risultati della sua indagine, ma appare evi-
dente da essa che l’accrescersi delle cono-
scenze sulle proprietà degli organismi su basi
scientificamente accettabili ha fatto progres-
sivamente diminuire il numero di coloro che
sono pronti ad accettare diverse forme di
vitalismo.
Dicevo all’inizio che l’atteggiamento scien-
tifico è proprio dell’uomo che sente il biso-
gno di liberarsi ed affermarsi. Mi sembra che
questa affermazione scenda direttamente dalle
caratteristiche della scoperta scientifica. Quan-
to meglio conosciamo l’universo, tanto più
si restringe il terreno dell’oscurità e del mi-
stero, tanto più ci poniamo in condizione di
controllare l’universo medesimo. In questa
aspirazione alla libertà, connaturata alla ri-
cerca scientifica, sta il suo marchio di dignità.
Il valore che la scienza assume da questo punto
di vista anche su di un piano etico, può costi-
tuire un altro dei moventi, meno appariscenti
ma attivamente operanti, nel determinare nel-
l’uomo l’esigenza di conoscere e spiegare il
mondo utilizzando soltanto la propria ragione.
I colori
L’ acciaio si veste di ossigeno
Vi è ormai in tutti noi, in tutti noi che
lavoriamo nell'industria del ferro, un occhio
realistico col quale guardiamo le cose. L'occhio
realistico è quello secondo il quale un’ automo-
bile è un’automobile, una rosa è una rosa e
una spina è una spina.
Viste con occhio realistico, queste ‘ croste”
di ossido di ferro sono “croste” di ossido di
ferro e niente più, cioè scaglie create dal con-
tatto dell'atmosfera col metallo nel corso della
lavorazione siderurgica. Cose che vediamo tutti
i giorni ma alle quali non badiamo affatto :
non ci soffermiamo sulla loro forma, sul loro
disegno, sui loro colori. Si tratta di scaglie,
come dire carie delle quali liberare il lingotto :
si tolgono, si buttano via.
Ma a volte fa capolino l’occhio poetico,
quello secondo il quale non è detto che una
rosa sia una rosa e basta, e con tale occhio
poetico ecco che in una “crosta” di ossido di
ferro si può scoprire una imprevedibile fantasia
di rossi, verdi, azzurri, che la trasformano in
un vestito di broccato.
Gino Papuli, ingegnere-poeta che lavora in
una grossa industria siderurgica, ha guardato
appunto con tale occhio poetico queste “croste”
di ossido di ferro ; le ha raccolte amorevolmente,
le ha accuratamente fotografate, e le ha com-
mentate con le note che qui pubblichiamo.
Ogni anno, enormi quantitativi di acciaio
— alcuni milioni di tonnellate — vanno per-
duti a causa del profondo, eterno amore tra
ferro ed ossigeno.
“Ruggine” e “scaglia” sono i frutti del-
l’inevitabile connubio tra il metallo e l’at-
mosfera: un connubio fatale che si esplica
in un processo irreversibile. Nel caso della
ruggine esso avviene a freddo, con relativa
lentezza, mercé le ruffianerie subdole del-
l’umidità; in quello della scaglia esplode, in-
vece, sotto la violenza cruenta della fiamma.
Acqua e fuoco — elementi talvolta nemici,
più spesso alleati sono, dunque, i mezzi
machiavellici di questa trasformazione di cui
l'ossigeno è il solo artefice.
Nei prodotti finiti, la lotta contro la rug-
gine rappresenta una necessità assoluta: ver-
del ferro
13
nici, bonders, resine ed altri sistemi di pro-
tezione hanno, però, efficacia limitata; meglio
ricorrere ai depositi superficiali di zinco,
stagno, cromo, ed imporre al ferro una ma-
schera di insensibilità che tuttavia non ne
falsa l’intima natura (come avviene, invece,
per le leghe inossidabili).
Minori precauzioni vengono prese contro
la scaglia, poiché essa si crea nel corso delle
lavorazioni siderurgiche, e verrà eliminata
nelle fasi finali. Forni a bagno di sali, atmo-
sfere controllate e correnti ad alta frequenza
sono armi efficienti ma di costo raramente
giustificabile. Ci si limita, il più delle volte,
a tener conto del “‘calo-fuoco” ed a conside-
rare la perdita di peso come un inconve-
niente necessario. Da un punto di vista più
realistico, va aggiunto che la crosta di ossido
— se pure trova una limitata utilizzazione nel
forno fusorio — può nascondere, come un
belletto, cricche e ripiegature; può lasciare
sulla superficie del metallo, come una malattia,
estese vaiolature o cicatrici localizzate; deve
essere staccata con mezzi meccanici o chimici,
e va — in ogni caso — evacuata dalla zona
di lavoro.
Ma tutto questo è indifferente all’acciaio,
che della scaglia si ricopre e rimpannuccia,
a protezione del proprio calore interno. Lo
spessore di tale tessuto isolante varia da pochi
decimi di millimetro a due tre centimetri; il
“dritto” è liscio e setaceo, il “rovescio” ru-
vido e grossolano. Se lo spessore è notevole,
le due facce si possono separare e la trama
intermedia appare fatta di cristalli arroccati
e mirabilmente definiti.
L’effetto emotivo dello scorrimento pla-
stico fa cadere impudicamente il vestito di
ossido e lascia prorompere la luminosità delle
alte temperature. Al raffreddamento, la crosta
tende a spaccarsi con crepitio allegro, a saltare
o ad arricciarsi in foglie sottili, ad ingobbarsi in
lische poligonali. Sotto, l’acciaio conserva una
camicia aderente che ne nasconde il volto vero
(quello lucente e precario), sino a quando
l’unghiata dell’utensile non gliela strappa.
La scaglia di laminazione e di fucinatura
ha un colore di saio rosso-bruno che sa an-
cora della stretta cilicea dei cilindri e degli
stampi. La scaglia di riscaldo e di trattamento
termico è grigio-azzurra, con la tonalità com-
patta e severa di una divisa militare, quasi che
l’azione purificatrice del fuoco tenda a livellare
attributi e qualità dei differenti tipi di acciaio.
Ma non sempre è così: vi sono circostanze
in cui, per complicate e rare azioni chimico-
fisiche, la fiamma sovrappone, alla unifor-
mità cromatica della scaglia, una imprevedi-
bile fantasia di rossi, verdi, azzurri, armoniz-
zati tra loro dalla infallibile sapienza del
“phaenomenum?” naturale. I “colori di rinveni-
mento”, che tanto spesso abbelliscono i tru-
cioli, sono — qui — impreziositi dal sottostra-
to opaco che conferisce all’insieme un aspetto
di patine elaborate ed antiche. La divisa si è tra-
sformata in un vestito di broccato, competenza
di eletti e prerogativa dei giorni di cerimonia.
Le successive lavorazioni ignoreranno l’o-
pera d’arte dell’ossigeno e daranno al metallo
una veste consona alle sue condizioni di la-
voro: una veste più funzionale ma meno ric-
ca — per noi — di suggestioni.
14
Cinque
libri
di scienza
e tecnica
Il disinteresse per la storia della scienza e
della tecnica sta forse per terminare anche in
Italia. Accanto ad opere monumentali concepite
con grande serietà, stanno però comparendo libri
che pur non essendo privi di pregi tradiscono
una certa fretta di compilazione.
Alberto Mondini ha scelto cinque opere edite
recentemente e che, sia pure con diverso criterio
e approfondimento, costituiscono un contributo
positivo alla diffusione della conoscenza storica
dell'evoluzione della tecnica.
Di Mondini è anche il successivo articolo su
un libro uscito in questi giorni “I filosofi e le mac-
chine” che completa il breve panorama dell’evo-
luzione tecnico-scientifica che ci siamo proposti
di tracciare in questo numero della Rivista.
Î
L
\dx
L’Ottocento vide una grande fioritura di
libri sulla storia della scienza e della tecnica;
basterà citare per tutti il Figuier, le cui Mer-
veilles de la Science, in quattro volumi super-
bamente illustrati, sanno ancora dare al let-
tore momenti di grande godimento intellet-
tuale. L’aeronautica era ancora bambina, a
due anni dalle prime ascensioni dei Mont-
golfier, che già Tiberio Cavallo, napoletano
a Londra, scriveva il suo bellissimo trattato
History and Practice of the Aerostation, seguito
due anni dopo da Alessandro Aleardi che
nel 1787 dava alle stampe in Venezia le sue
Ricerche sull'arte aerostatica e da mumerosis-
simi altri la cui elencazione ragionata richie-
derebbe da sola un lungo articolo. Questa
fioritura continua fino a poco dopo la prima
guerra mondiale; poi decresce, e per quanto
riguarda l’Italia quasi s’arresta. La ragione
c'è: le meraviglie della scienza diventano in-
comprensibili. Arthur Koestler, il grande
romanziere ungherese che ha frequentato il
Politecnico di Budapest fin quasi alla laurea
ed è stato Science Editor per un certo tempo
a Parigi, scrive nella sua autobiografia che
l’entrata in scena di Einstein provocò quasi
uno shock anche nei divulgatori di scienza.
Prima tutto era comprensibile e spiegabile,
poi un velo di mistero avvolse le verità più
importanti, fin che Schroedinger non enunciò
con il suo principio di indeterminazione V’intrin-
seca incapacità dell’uomo di conoscere le
verità della fisica. Restavano le meraviglie
della tecnica; ma a parte qualche libro per
ragazzi, per un bel pezzo nessuno da noi
se ne occupò seriamente: prima della guerra
perché tutto doveva ridursi a dimostrare che
in qualunque tempo gli italiani erano stati
sempre i primi in tutte le cose e gli altri si
erano limitati a sfruttare bassamente i prodotti
sì liberamente elargiti dal nostro genio, e
questo ovviamente ripugnava ai migliori;
dopo la guerra perché le meraviglie della
tecnica avevano trovato tante e tanto vaste
applicazioni distruttive da attirarsi addosso
una buona dose di antipatia.
Queste ragioni ora non hanno più corso,
e le invenzioni, insieme alla loro storia, rico-
minciano ad interessare gli autori, gli editori,
e spesso anche il pubblico; vi è una vera e
propria fioritura di libri del genere. Fenomeno
che ci fa piacere, anche se la sua valutazione
deve essere sobria; cioè bisogna considerare
che l’interesse per questi problemi non è
affatto proporzionale al numero di libri che
vedono la luce, primo perché la quantità di
libri che si stampano oggi su ogni argomento
è immensa, secondo perché la maggior parte
di questi libri sono traduzioni di opere stra-
niere, o elaborazioni di fonti straniere. Non
si può comunque disconoscere che il disin-
teresse per la storia della scienza e della tec-
nica sta per terminare anche in Italia. E
dopo questo breve preambolo cominciamo
la nostra rassegna.
Citeremo per prima un’opera monumentale,
la Storia della tecnologia di Singer ed altri,
che l’editore Boringhieri sta pubblicando
coraggiosamente a Torino. L’opera, che ha
visto la luce in Inghilterra per i tipi della
Oxford University Press, è in cinque volumi;
in italiano è uscito il primo, e il secondo è
in preparazione. Boringhieri è oggi l’editore
che con maggior competenza e passione si
occupa di storia della scienza, e le sue colle-
zioni di classici scientifici antichi e moderni
sono un modello per precisione dei testi,
accuratezza di traduzioni, e veste tipografica.
Abbiamo detto competenza e passione, ma
dovremmo aggiungere coraggio; perché ac-
cingersi a stampare in italiano un’opera mo-
numentale come A History of Technology ri-
chiede una buona dose di coraggio. La bel-
lezza e l'ampiezza dell’edizione impedisce di
abbassarne soverchiamente il prezzo; ma v'è
da sperare che le ditte alla ricerca di strenne
comprendano quale graditissimo dono que-
sto possa essere per qualunque persona colta,
massime per chi abbia a qualsiasi titolo
rapporti con l’industria, e che nessuna bi-
blioteca aziendale né privata libreria d’in-
gegnere, di fisico o di chimico voglia re-
starne priva.
La Storia delia tecnologia è la storia ragionata
e comparata delle strade e dei veicoli, delle
macchine per tessere e delle armi, della ce-
ramica e dei mezzi d’illuminazione, della
scrittura e dell’edilizia, e così via per tutte
le attività umane. Ogni argomento è trattato
qui sopra: il giroplano costruito da Breguet nel 1907 (dalla
«Storia figurata delle invenzioni» edita da Bompiani. Dallo
stesso volume, ricchissimo di ottime illustrazioni, è preso anche
il dipinto di Tito Lessi riprodotto a pagina 10).
sotto: il simbolo alchimistico della «pietra filosofale». Alchimia
è il nome arabo di un'antichissima scienza, strettamente imparen-
tata con la magia, che studiava la trasformazione delle sostanze,
i veleni ecc. L’alchimia preparò, con le sue effettive scoperte,
l'avvento della chimica (dal «Romanzo delle invenzioni» delle
Edizioni Moderne Canesi).
16
qui sopra: trasporto di una scultura colossale di toro. Rilievo nel palazzo di Ninive del
VII secolo a. €. (dal primo volume della «Storia della tecnologia» di Singer, Holmyard,
Hall e Williams, edito da Boringhieri. Esso tratta in modo vasto e approfondito lo sviluppo
della tecnologia dall’età della pietra fino alla caduta degli antichi imperi. I successivi
volumi sono in corso di preparazione).
sotto: il rapporto intercorrente tra l’impressi se
jale è l'i I ; d
Cartesio (dalla «Breve storia del pensiero scientifico» di Charles Singer - Piccola Biblioteca
Einaudi) . Si tratta di un volumetto che traccia, in una serie organica di saggi, una storia
delle grandi concezioni che hanno diretto, attraverso i tempi, la ricerca tecnologica e scientifica.
da uno specialista, con scrupolosa critica delle
informazioni, valutazione dei reperti archeolo-
gici e delle fonti; si comincia dalla preistoria
e si arriva fino ai primi anni del Novecento,
ai primordi della radio e al volo dei fratelli
Wright; spingersi più oltre avrebbe mutato
troppo l’indole di quest'opera, illustrata da
incisioni e disegni ma non da una sola foto-
grafia, e l’avrebbe cangiata di storia in crona-
ca. Il primo volume, che già si trova in com-
mercio, va dalla preistoria alla caduta degli
antichi imperi. La completezza di quest'opera
e la sua vastità la pongono su un piano a
parte, ben al di sopra delle altre di cui ora
ci occuperemo.
Potrebbe fare eccezione la Breve storia del
pensiero scientifico, dello stesso Charles Singer
che fu a capo del comitato di redazione della
storia prima citata; questo è un libro di sto-
ria della scienza e non della tecnica, ma è
scritto con tale brillantezza di stile da riuscire
divertente e anche affascinante. Editore è
Einaudi, che l’ha pubblicato nella “Piccola
Biblioteca”; il prezzo è molto accessibile,
appena mille lire, e l’edizione è un po’ mo-
desta: caratteri piccoli, margini ridotti al
minimo. Questi volumi della Piccola Bibliote-
ca Einaudi meriterebbero una veste migliore,
e la soluzione giusta sarebbe quella di farne due
edizioni, una popolare per garantire la massi-
ma diffusione, e una più gradevole da sfogliare
e da conservare, perché queste sono opere che
durano oltre la moda. Il libro del Singer
non si limita a presentare le massime teorie
legate ai nomi di Aristotele, Averroè, Galileo,
Newton e Darwin; ma segue tutta l’evolu-
zione della conoscenza scientifica, con una
ricchezza di dati che fa di quest'opera uno
strumento indispensabile d’informazione e di
consultazione.
A cavallo fra la scienza e la tecnica sta in-
vece un’altra opera edita da Boringhieri in
quella Biblioteca di cultura scientifica ch'egli
ha rilevato da Einaudi. Passando da un lato
all’altro di Corso Re Umberto a Torino, ché
i quartieri generali delle due case editrici
sono quasi dirimpettai, questa collana non ha
mutato veste né stile, e questo è un altro
pregio, poiché era nata e cresciuta vigorosis-
sima. Il libro di cui parliamo è del famoso
fisico francese Luigi De Broglie, e s'intitola
Sui sentieri della scienza; la prima parte è fatta
di ritratti di scienziati: Henry Le Chatelier,
maestro di chimica metallurgica, il matematico
e fisico olandese Hendrik Lorentz, il fisico
francese Aimé Cotton che si occupò del
campo importantissimo dove l'elettricità si
congiunge alPelettromagnetismo, il matema-
tico francese Emile Borel e Frédéric Joliot-
Curie sono i personaggi di questa galleria.
La seconda parte tratta questioni scientifiche,
la terza, per usare le parole dell’autore, “‘ar-
gomenti diversi”, come «interesse e insegna-
menti della storia delle scienze », « scienza e lin-
guaggio », «importanza della curiosità, del
giuoco, dell’immaginazione e dell’ intuizione
nella ricerca scientifica», e infine «il lavoro
degli scienziati ». Notiamo che per De Broglie
non esiste quella barriera che rende oggi più
difficile la divulgazione della vera scienza, e
cui accennavamo al principio di queste note:
non esiste perché egli stesso è fra i maggiori
scienziati viventi, e ha ricevuto il premio
Nobel nel 1929, a trentotto anni, per aver
posto le basi della meccanica ondulatoria.
Per solito i grandi scienziati riescono quasi
completamente incomprensibili quando scri-
vono, ma De Broglie fa eccezione, perché è
anche uno scrittore nato. E che è uno
scrittore lo si vede subito, da un segno in-
confondibile; nelle biografie, nei racconti,
negli aneddoti si vede chiaro ch’egli ci
prende gusto. E in pari misura ne gode il
lettore.
Alla bellezza dell’edizione e alla ricchezza
delle illustrazioni è affidato principalmente il
successo delle due opere di cui ci occuperemo
ora. La Storia figurata delle invenzioni, pubblicata
da Bompiani, è opera di una schiera di illustri
collaboratori, a cura di Umberto Eco e
G. B. Zorzoli, con prefazione del professor
Gustavo Colonnetti. È questo il libro mo-
derno più vicino alle Merveilles de la Science
di Figuier, e non sapremmo farne elogio
migliore.
In tre volumi è // Romanzo delle invenzioni,
di Franco Martinelli e Gianni Randon, edito
dalle Edizioni Moderne Canesi, Roma. Ot-
timo è il testo, splendida la legatura, eccel-
lente la riproduzione delle foto a colori e
dei disegni; lascia invece a desiderare la ri-
produzione delle fotografie in bianco e nero,
per solito impastate e prive di contrasto.
Non ci pare inoltre sufficientemente chiarito
il rapporto che le illustrazioni hanno con il
testo, rapporto fondamentale, perché il nome
stesso che si dà alle immagini poste in un
libro, i//ustrazioni, ne precisa lo scopo, che è
quello di illustrare la parola scritta.
hd
ve
I filosofi
e le
TECA
macchine
A noi ingegneri e tecnici non è certo ne-
cessario spiegare cosa sia una macchina; ne è
piena la nostra formazione teorica, ne abbon-
da la nostra quotidiana esperienza. E cos'è un
filosofo? Qui la nostra fantasia rappresentatri-
ce è meno lesta nel soccorrerci: è un saggio e
se andiamo a cercare l’origine della parola ve-
diamo che è un tale che ama la sapienza; e
quelli di noi che hanno fatto gli studi classi-
ci ricordano naturalmente Socrate, Platone,
Aristotele, messi così in fila indiana, uno mae-
stro dell’altro, e ognuno diverso dagli altri
due, ma ugualmente grande. Prima di Socrate
vengono quelli dai nomi buffi, Anassimene,
Anassimandro, Leucippo e Democrito che son
tornati di moda perché parlarono, per primi,
degli atomi; dopo Aristotele il panorama si fa
confuso: c’è la Patristica, cioè quei filosofi cri-
stiani che risolvevano tutte le controversie ci-
tando i libri sacri, e poi c’è la Scolastica, fon-
data da San Tommaso d’Aquino che rivestì di
panni cristiani la filosofia di Aristotele. Da qui
VEGETA salto fino ai moderni, Leibniz e Car- irate in questa illustrazione e in quella a pagina 19 sono tratte dal volume «Le di-
tesio, quello del “metodo”, e a Kant, sul quale verse et artificiose macchine del capitano Agostino Ramelli» edito nel 1588. Esso contiene una singolare rac-
tutti temevano d’essere interrogati alla licenza colta di 195 macchine svariatissime, create dalla fantasia rinascimentale del Ramelli, un ingegnere militare
liceale perché pochi sapevano andare più in là Comasco che fu al servizio del Duca d'Angiò. Sono raffigurati nel libro anche alcuni complicati «carri armati»
i : urta che anticipano le moderne macchine corazzate. Queste fantasiose immagini costituiscono una eloquente testimo-
dell’elenco delle opere e della definizione che lo Si
1 SC Don ZIA Do nianza del periodo in cui le macchine cominciarono a non essere considerate più «vile meccanica», ma
consacra “il principe degli idealisti moderni”. fertile campo di applicazione dell’intelligenza,
ARI E Si
Le curiose macchine ra
18
Che immagini ci suggeriscono questi saggi?
Quella di uomini barbuti, dalla fronte altissi-
ma, che grandeggiano nel cielo e in genere
non toccano terra neppure con le punte dei
piedi. Il nostro professore di filosofia, al liceo,
lo mettevamo mentalmente accanto a Socrate:
pieno d’amore per la verità, disinteressato e
distaccato dalle cose di questo mondo, abbe-
verato quotidianamente della cicuta che noi gli
propinavamo, sotto forma di insulsaggini e di
sciocchezze nei nostri farfugliamenti pseudo-
filosofici. Il filosofo, comunque, emerge da
questo mondo confuso come una creatura uma-
na che con le macchine ha ben poco a che
fare, e in genere si trova al polo opposto ri-
spetto alle scienze positive: con qualche ecce-
zione, però. Ricordiamo che qualche nome si
presentava nel corso dei nostri studi un paio
di volte, in materie diverse: Cartesio ad esem-
pio era un filosofo, ma suoi erano anche gli
“assi cartesiani” così utili nello studio dei fe-
nomeni fisici. Galileo, Leibniz, Bacone sem-
brano stare a cavallo fra filosofia e scienza.
E costoro appartengono tutti allo stesso pe-
riodo storico; ecco che si fa un po’ di luce.
C'è un’epoca della storia in cui fra i filosofi
e la scienza, e anche la scienza applicata, non
c’è più un abisso.
È di questo periodo che ci parla, in forma
piana, con una prosa ricca di fatti e d’imma-
gini, Paolo Rossi nel suo libro / filosofi e /e
macchine (1400-1700), edito recentemente da
Feltrinelli. Paolo Rossi ha giustamente fissato
la sua attenzione su questo periodo interessan-
tissimo, e ricordiamo un altro suo bel saggio,
scritto però in modo meno accessibile: Da/la
magia alla scienza: Francesco Bacone, edito dal
Laterza.
«È in Galileo — egli afferma — che tro-
viamo per la prima volta storicamente realiz-
zata la convergenza piena fra la tradizione che
fa capo agli esperimenti e alla pratica degli
artigiani e dei tecnici e la grande tradizione
teorica e metodologica della scienza europea».
Questa convergenza, o confluenza di due
ricchi filoni, è quella che dà origine alla nuova
scienza; da una parte v’erano i filosofi, con i
loro intelletti ben esercitati, che costruivano
meravigliosi castelli di ragionamenti, spesso
fondati sul nulla; dall’altra v’erano i pratici, i
meccanici, gli artigiani, che erano venuti ac-
cumulando una massa considerevole di espe-
rienze, e da queste traevano, seppure imper-
fettamente, quelle leggi fisiche di cui si ser-
vivano per il loro lavoro quotidiano.
Fra il 1400 e il 1700 accadde proprio que-
sto fatto nuovo: che i filosofi e i dotti, messe
un po’ da parte le arie, il parlar latino, e vinto
il disprezzo per tutto ciò che è pratico, si chi-
nano ad osservare la realtà, la natura, le mac-
chine. Si pensi che il distacco fra teoria e pra-
tica era arrivato a un punto tale che i medici
avevano abbandonato la chirurgia ai barbieri;
questo passo di Andrea Vesalio, citato dal
Rossi, è molto indicativo:
«Quando tutto il procedimento dell’opera-
zione manuale fu affidato ai barbieri, i dottori
non soltanto persero ben presto la vera cono-
scenza delle viscere, ma ben presto finì anche
la pratica anatomica. Ciò dipese senza dubbio
dal fatto che i dottori non si arrischiavano ad
operare, mentre quelli cui era affidato quest’in-
carico erano troppo ignoranti per leggere gli
scritti dei maestri di anatomia... È così acca-
duto che questa deplorevole divisione dell’arte
medica ha introdotto nelle nostre scuole l’odio-
so sistema, ora in voga, per cui uno esegue
il sezionamento del corpo umano e l’altro ne
descrive le parti. Quest'ultimo è appollaiato su
un alto pulpito come una cornacchia e, con
fare molto sdegnoso, ripete fino alla monoto-
nia notizie su fatti ch’egli non ha osservato di-
rettamente... ».
Questo esempio rende molto bene un tipo
di forma mentale che nel Quattrocento era an-
cora dominante; fra il 1400 e il 1700 l’abisso
fra i “filosofi” da una parte e le “macchine”
dall’altra viene molto ridotto, ma se guardia-
mo bene a fondo vediamo che esso non è col-
mato ancora. La tradizione aulica e togata è
talmente forte e dura a morire anche dove
nessuno ne sospetterebbe la sopravvivenza, ad
esempio nelle nostre facoltà d’ingegneria, che
ancor oggi vi sono docenti i quali disprezza-
no la pratica di laboratorio, e non toccano e
non fanno toccare le macchine con le mani
dagli studenti.
È per questo che lo studio di Paolo Rossi
ha un'importanza che va molto al di là della
semplice esercitazione storica; egli ci mostra,
con dottrina pari alla chiarezza, l’urto di due
mentalità e di due mondi opposti, e la sintesi
fra le energie migliori di questi due mondi,
nel periodo in cui le macchine cominciarono
ad uscire da quella condizione di inferiorità e
di soggezione che associava l’aggettivo wv//e al
sostantivo zeccanico, per avviarsi al ruolo at-
tuale di protagoniste e di dominatrici.
Finché la meccanica era semplice, e consi-
steva soprattutto in abilità manuale o estro ar-
tistico, come nel mestiere del fabbro o del ma-
niscalco, ben poche attrattive essa aveva per
l’intelligenza. Ma quando compaiono le mac-
chine, quelle del Ramelli, del Branca, del Ve-
ranzio, appare l’esigenza di un “sapere prati-
co”, La bussola, l’astrolabio e altri strumenti
scientifici materializzano questo ponte fra pra-
tica e sapere; Brunelleschi e Leon Battista Al-
berti teorizzano d’architettura come nessuno
aveva ancora fatto dopo Vitruvio. Ma è Ga-
lileo che prende le lenti, ne fa il cannocchiale,
e volge lo sguardo così armato sulle stelle, per
scoprire senza preconcetti verità muove, €
muovere all’assalto delle roccaforti da cui la
scienza togata difendeva i suoi privilegi. Ga-
lileo approfondisce la meccanica pratica, le dà
i fondamenti teorici, e la trasforma in scienza.
E va nell’Arsenale di Venezia, dove sono le
macchine e gli artigiani, affermando che quel-
lo è pane per il filosofare e gli intelletti specu-
lativi. A questo punto è appena necessario os-
servare che “filosofia naturale” era allora chia-
mata la fisica, e quindi il “filosofare” vuol dire
in realtà studiare la fisica teorica, in questo
caso partendo dalle macchine e dal lavoro de-
gli artigiani. Dice infatti Galileo nei Discorsi
intorno a due nuove scienze:
«Largo campo di filosofare a gl’intelletti
speculativi parmi che porga la frequente pra-
tica del famoso arsenale di voi, Signori Vene-
ziani, ed in particolare quella parte che mec-
canica si domanda ».
Un'altra cosa ci fa osservare il Rossi, con
molto acume: ed è che in questo periodo na-
sce l’idea di un sapere scientifico perfettibile
e trasmissibile, che si accresce mettendo in co-
mune le esperienze: nascono una dopo l’altra,
entro breve spazio di tempo, le prime accade-
mie scientifiche moderne: l’Accademia del Ci-
mento (1657), la Royal Society (1662), l’Aca-
démie des Sciences (1666).
Il motto dell’Accademia del Cimento provan-
do e riprovando è la più efficace sintesi del me-
todo sperimentale. L’antica credenza dei pla-
tonici secondo cui i nostri sensi ingannano, e
quindi non possiamo cavare alcun sapere dal-
l’esperienza, viene in questo motto program-
maticamente avversata. Ricordiamoci che Pla-
tone diceva persino:
« E che dici ora dell’acquisto della perfetta
sapienza? è d’impedimento il corpo o no, se
si prenda a compagno in tale ricerca? Io pen-
so, per esempio, a questo: hanno qualche ve-
rità vista e udito per l’uomo?... E dunque non
è nel puro ragionamento che si rivela all’ani-
ma la verità?» (Platone: Fedone, X, dai
Dialoghi tradotti da Manara Valgimigli,
edizione Laterza, pagina 102).
Il metodo sperimentale riposa su una mag-
gior fiducia nei sensi quali tramite indispensa-
bile fra la realtà e il soggetto che cerca di co-
noscerla; ma è solo sistematizzando l’esperien-
za che gli inganni dei sensi possono essere
sventati,
L’individualismo dei filosofi antichi, ognu-
no dei quali col suo solo raziocinio muoveva
alla scoperta delle ultime verità, cominciando
dalla cima, cede il posto al sapere collettivo
dell’èra moderna, in cui si parte umilmente da
terra, osservando ciò che è intorno a noi, e
traendo, da mille e mille fenomeni osservati,
una legge, cioè un atto di pensiero, un’astra-
zione come quelle che agli antichi piacevano
tanto, con la differenza che le loro erano ap-
pese in aria, e queste hanno i fondamenti sul-
la terra.
Con barbe e toghe, nel periodo studiato da
questo libro, i filosofi si avvicinano all’espe-
rienza. E perché ciò accada occorre il prodi-
gio, il miracolo, che serve anche, vedi con-
trasto, ad attrarre le masse alle religioni: il mi-
racolo che attrae i filosofi verso l’esperienza,
considerata prima così vile, è la macchina;
l’orologio ha un suo fascino magico, il fatto
che esso non fornisca una coppia motrice uti-
le, ma solo un’informazione, lo nobilita e gli
dà accesso alle cattedre dei filosofi. Ma orolo-
gi, ruote idrauliche, molini a vento sono in-
granaggi che girano, mutano l’economia, in-
fluenzano il pensiero, cambiano la vita pratica
degli uomini.
Il mito di Prometeo si rinnova: in Esiodo
non c’è nessun tentativo di giustificare il ra-
pitore del fuoco. I moderni non solo lo giu-
stificano, lo esaltano: ne fanno il simbolo eter-
no della razza umana, creatore delle scienze,
delle arti, e persino il padre della sapienza.
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CLAIRE" TESS 92
Lovere
Proseguiamo le visite ai nostri stabili-
menti. Luciano Rebuffo, accompagnato dal
pittore Giancarlo Cazzaniga (che quest'anno
avrà una parete tutta per sé alla Biennale
di Venezia), è andato a Lovere, vicino a
Bergamo, sorge nostri più
impianti di seconde lavorazioni”,
unico in Italia e tra i più importanti e mo-
derni d’ Europa per la produzione di cerchio-
ni, centro ruota e ruote monoblocco per
veicoli ferroviari.
dove uno dei
grossi
Sulla facciata dello stabilimento si leggono
le nuove insegne: «Italsider - alti forni e
acciaierie riunite Ilva e Cornigliano s.p.a.»,
mentre în portineria si trova una grande carta
geografica a rilievo, come quelle in uso negli
stati maggiori. Sotto i rilievi rugosi delle mon-
tagne, la macchia azzurra del lago d'Iseo sul
quale sembra montare la guardia, come una
belva accucciata, il Corno dei Trenta Passi.
Ecco, più a sinistra, una macchiolina azzurra :
il lago di Endine. Io sono venuto di lì, sono
passato per questa strada partendo da Berga-
mo : l’unico modo per raggiungere questo stabili-
mento che lavora per le ferrovie è di pren-
dere la corriera, perché la ferrovia a Lovere
non esiste.
Da Bergamo la strada risale la Val Ca-
vallina, cosiddetta perché nei tempi storici vi
erano grandi allevamenti di cavalli; io l’ho
percorsa con occhi golosi, mentre mi danzavano
in mente i versi del Tasso, a proposito delle
belle valli bergamasche :
« Terra che il Serio bagna e il Brembo inonda
che monti e valli mostri a l'una mano
e dall'altra il tuo verde e largo piano
or alta ed or sublime ed or profonda ».
I tornanti della strada sono molto belli, in
un paesaggio dolce ed antico, e il lago di Endine
è uno specchio, dove le casette e gli alberi si
rimirano con narcisistica compiacenza.
Qui intorno vi sono certe vallate a gradoni,
esposte a sud, dove secondo certi piani di valo-
rizzazione agricola della provincia dovrebbero
sorgere frutteti e vivai.
La strada, dopo l’ansa del lago, comincia a
scendere, e scende fino a Lovere. Eccolo, il lago,
quello che la Sand chiamò «una fresca egloga
virgiliana », ma che a me appare piuttosto
immusonito, con la nebbia bassa e fitta, e la
lunga fila dei lampioni pallidi, in un'atmosfera
degna dei films di Marcel Carne.
Lovere, coi suoi seimilasettecento abitanti, è un
centro curioso, che conserva l'aspetto di un borgo
rurale, con le case grigie e le strade deserte, affon-
date in un silenzio rotto soltanto dal battere delle
ore all'orologio della torre. Ma al mattino, ecco
che ci si accorge di essere invece in un centro
industriale: urlano le sirene della fabbrica,
folle di operai inconfondibili si avviano al la-
voro, e molti arrivano con le gremite corriere
provenienti dai vari paesi della valle. Nella
luce del giorno, si vede bene che Lovere è la
capitale industre della valle: ecco là, a chiu-
dere la vista sul lago verso sud, l'impianto del-
l’Italsider, più grande del paese, con le ciminiere
altezzose e gli squadrati parallelepipedi dei
capannoni. Lo stabilimento sorge su una piccola
penisola, che si avanza sulle acque azzurre
del lago, nata, nel tempo, con le sabbie di
riporto del torrente Tinazzo.
Alla base della penisoletta, nell’ansa verso
il paese, ecco il porto. Era un antico porto che
serviva ottimamente per allacciare l’importante
mercato medievale di Lovere. Ora è in funzione
soprattutto per lo stabilimento, ma bisogna ri-
cordare che l'impresa di navigazione Sebina,
di cui l’Italsider è comproprietaria, trasporta
anche merci per conto di terzi. Infatti, se voi
spedite qualcosa per ferrovia a Lovere, non può
arrivarci che a mezzo delle chiatte, traversando
tutto il lago.
Il porto è particolarmente suggestivo, con le
sue dimensioni da miniatura : vi sono all’àncora
due rimorchiatori, che si chiamano ‘ Gorizia”
e “Trieste”, dalle ciminiere bianche e nere,
alte e sottili. Vicino ai rimorchiatori dondolano
alcune chiatte in ferro, lunghe e strette.
Il trasporto si effettua per convoglio: ogni
mattina alle cinque parte un rimorchiatore con
sei chiatte, ognuna delle quali può portare cinque,
quattro o due vagoni. Il rimorchiatore non traina le
chiatte, ma le allinea ai propri fianchi, tre per par-
te, e così affronta la traversata fino a Paratico,
sul lato sud del lago, dove i vagoni scendono
a terra e si allacciano alla rete ferroviaria
nazionale. A mezzogiorno il convoglio riparte
da Paratico per Lovere, dove giunge verso le
sedici (la traversata dura in media quattro ore)
per scaricare i vagoni carichi di materiale desti-
nato allo stabilimento.
L'arrivo del convoglio, nell'ora in cui sul
lago cominciano ad allungarsi le ombre, è par-
ticolarmente suggestivo, ed il rimorchiatore pare
una chioccia in mezzo ai pulcini.
Inizio di qui, dal pontile di sbarco, la mia
visita allo stabilimento. Uno stabilimento che, nel
nuovo programma Finsider di sviluppo, sarà am-
pliato e rinnovato con una nuova acciaieria per
la produzione di 150.000 tonnellate annue d’ac-
ciaio di qualità ; col potenziamento dell’officina
meccanica rodeggi e con l’ ammodernamento della
fonderia per getti in acciaio di serie. Con tutti
questi lavori lo stabilimento di Lovere assumerà
una nuova fisionomia che meglio si adatterà alle
dimensioni e alle caratteristiche strutturali del
Mercato Comune Europeo.
Cominciamo dall’ acciaieria dunque, dove
arrivano direttamente il rottame di ferro e la
ghisa in pani per esser caricati in sei forni
ad arco, che paiono mansueti finché non co-
minciano a “masticare” le cariche con un
rumore d'inferno, da veri draghi scatenati che
vomitano poi dalle “bramose canne” un fiotto
di acciaio liquido, subito raccolto dalla grande
siviera che se ne riempie fino all’orlo.
La fonderia, che usa direttamente l'acciaio
prodotto dall’acciaieria, sorge in un grandissimo
capannone. Come tutte le “fonderie” conserva
ai miei occhi di osservatore esterno e profano
tutte le caratteristiche dell’antro di Vulcano :
grandi fosse di colata, grandi forme di terre,
là un rivolo di acciaio liquido che scorre, qui
degli operai “neri” che battono con pesanti
mazze per tirar fuori dalla “forma” un pezzi
fuso, che se ne esce perfetto come il gheriglio
dal guscio della noce, e ciò avviene sempre con
una speciale, angosciosa attesa degli operai, che
dev'essere simile a quella che il Cellini provava
prima di rompere l’involucro del suo Perseo.
Un altro reparto da giganti è quello della
fucinatura, enorme, con presse possenti e mi-
steriose, come antichi dèi sconosciuti. Ecco una
pressa da seimila tonnellate, capace di schiacciare
come burro un rovente asse a manovella per navi.
Ma la lavorazione più fascinosa, almeno ai
miei occhi e a quelli del pittore Cazzaniga, è
quella del reparto laminatoio.
Ecco: i lingotti d’acciaio, piccoli tronconi
dal rispettabile peso di due quintali e mezzo
vengono riscaldati in un forno rotante automa-
tico, a mezzo di una infornatrice che è una
macchinetta che pare un giocoliere, col lungo
braccio dalla ferrea presa. Usciti dal forno i
lingotti vanno ad un discagliatore che opera
come fa il dentista col trapano per togliere la
carie.
Poi il lingotto incandescente va sotto una
pressa da seimila tonnellate, che compie successi-
vamente due operazioni, con due stampi suc-
cessivi : ecco, scende il primo colpo, e il lingotto
si abbassa e si allarga, come una focaccetta ;
si passa al secondo colpo, e la focaccetta è
diventata una ruota, con la forma e la misura
voluta.
Forma e misura non ancora definitive, ma
la ruota è nata, insomma, nel suo profilo essen-
ziale. Poi sarà il laminatoio a darle le dimen-
sioni definitive e precise, con una leggera passata
gentile, durante la quale la ruota al calor rosso
gira, gira, gira come un vaso sul tornio del vasaio.
Poi vi è ancora un'operazione, sotto una
pressa da duemila tonnellate, che effettua il foro
centrale, imprime la definitiva ondulazione alle
due facce e timbra, cioè imprime il marchio di
fabbrica. La ruota (una ruota monoblocco, in
questo caso) è pronta per la lavorazione mec-
canica e il montaggio.
Ma nel corso della laminazione interviene,
per spostare la ruota incandescente, una mac-
china fascinosa, incredibile, animalesca, che è
il “manipolatore”. È un comune carrello auto-
mobile, ma fornito di un braccio a pinza per
manovrare la ruota, e che lo fa assomigliare
ad un gigantesco insetto da film fantascientifico.
La lavorazione dei “centro ruota” per le
ruote cerchiate è dello stesso tipo, mentre non
molto dissimile, ma parimenti affascinante è
quella dei cerchioni, vere e proprie ciambelle
che prendono al laminatoio Wagner la forma e
il diametro definitivi.
Va notato che l’intero processo di lavorazione,
dal lingotto alla ruota o al cerchione, non dura
in media più di cinque minuti.
Poi interviene tutto il ciclo di lavorazione
meccanica. Percorro grandi capannoni con
centinaia di macchine lustre (frese, trapani,
torni paralleli, verticali, multimandrini) ed ecco
infine il reparto del montaggio, dove migliaia
di ruote — che posate a terra isolate sembrano
sperdute e metafisiche, grandi cerchi pesanti,
per giochi impossibili, futili macchine inutili
alla Munari — diventano subito serie ed impor-
tanti appena assiemate, a costituire quelle sale
montate che siamo ormai abituati a vedere
in tutte le stazioni ferroviarie del mondo, e
sulle quali ognuno di noi ha compiuto sicuramente
migliaia e migliaia di chilometri.
Così si avviano alla spedizione, con una ro-
mantica partenza sul lago, migliaia e migliaia
di sale montate per le ferrovie più lontane e
più esotiche. Occorre pensare, infatti, che la
loro esportazione è stata imponente, in questi
anni, specie verso nuovi paesi come l'India e
il Pakistan, l’Egitto e la Tunisia, e poi ancora
il Sud Africa,la Fugoslavia, la Bulgaria, l’ Un-
gheria, la Svizzera e la Norvegia.
Né l'esportazione si limita al materiale fer-
roviario, perché notevole è stata anche quella
di getti fucinati di vario tipo, specie per la
Cecoslovacchia, il Portogallo, l'Inghilterra e la
Svizzera.
Grande è l'interesse che ogni paese pone alla
produzione di Lovere, tanto è vero che nei
giorni della mia visita, mentre partivano dei
collaudatori pakistani stavano arrivando dei
tecnici delle ferrovie francesi.
Circa l’influenza dello stabilimento nell’eco-
nomia della zona, è facile rendersene conto se si
pensa che gran parte delle vallate sono economi-
camente depresse, e vedono ancora oggi una
notevole emigrazione stagionale, di manodo-
pera generica, verso la Francia e la Svizzera.
Importante è dunque, per quelle zone, la mano-
dopera che scende a lavorare nello stabilimento
di Lovere e di Darfo. Si tratta di 2.569 unità,
i cui salari complessivi hanno oltrepassato nel
196I i tre miliardi e mezzo di lire. Milledue-
centotrentaquattro sono î lavoratori residenti a
Lovere, Costa Volpino e Castro, mentre gli altri
provengono un po’ da tutti i comuni della zona,
anche dai più lontani come Borgo di Terzo,
Zandobbio, Grumello del Monte, Telgate, Pian-
camuno, Gianico. Tanto è vero che molti servizi
di autocorriere sono effettuati direttamente dai
24
paesi per lo stabilimento, in coincidenza coi
turni di lavoro.
Queste le impressioni, le considerazioni sca-
turite da una breve visita a Lovere, a quello
che è il più antico stabilimento dell’Italsider ;
fascinoso stabilimento sul lago, in un piccolo
paese dall’aria campagnola, al centro di una
sona agricola.
L'attività siderurgica, a Lovere, è tuttal-
tro che recente. Un curioso tipo di studioso della
sona, agli inizi del nostro secolo, il capitano
Favallini del 18° fanteria, sostenne che il nome
Lovere derivava da « Leoc Aes», cioè «mercato
metallifero ».
Io stesso, in questi giorni, ho potuto tenere
tra le mani, nei locali del museo Tadini e
grazie alla cortesia squisita del suo direttore
Don Gino Scalzi, dei manufatti romani in ferro
trovati negli scavi di Lovere, probabilmente
prodotti nelle locali fucine : coltelli, punteruoli,
accette, picozze, zappe e un coltello sacrificale.
Ma a parte i ricordi romani, si sa che Lovere
fu, nel pieno Rinascimento, importante centro
artigiano e commerciale, famoso per iî suoi
mercati del sabato e per la sua fiera di no-
vembre.
Verso la fine del 700 è accertata, în Lovere,
l’esistenza di una modesta fabbrica di armi per
la Serenissima Repubblica, che produceva pure
attrezzi agricoli per i centri rurali della valle.
Essa sorgeva sulle rive del torrente Tinazzo
(dove cioè sorge l’attuale stabilimento Italsider)
e sfruttava le acque del torrente stesso come forza
motrice, a mezzo di grandi ruote idrauliche
che dovevano somigliare a quelle che Giorgio
Bauer detto Agricola descrive nella sua celebre
opera «De Re Metallica».
Ma anche sull'altra riva del Tinazzo, quella
di Castro (il torrente Tinazzo segnava, come
segna ancora, il confine tra i comuni di Lovere
e di Castro), doveva esservi un'officina, di pro-
prietà privata, perché le cronache segnalano che
nel 1784 la piena del torrente danneggiò il
forno fusorio costruito nell’orrido di Castro
da Lodovico Capoferri.
Poi, di questo Capoferri, le cronache non si
occupano più.
Dopo la caduta della Repubblica Veneta si
ebbe il periodo napoleonico.
La Francia, trovando ottime le falci da fieno,
ne acquistava in gran quantità, sicché possiamo
dire che si stabilì già allora un buon “record”
di esportazione.
Fondatore della fabbrica, della nostra fab-
brica, fu comunque il cavalier Gregorini, alla cui
memoria si può ancora oggi leggere una lapide,
sulla facciata del museo Tadini: « Ad An-
drea Gregorini, cittadino, industriale, deputato
della Patria adottiva decoro e gloria... la Società
Operaia di Mutuo Soccorso di Lovere ».
Il Gregorini fondò la fabbrica a Lovere nel
1855, e già nel 1862 poteva partecipare con
successo alla Esposizione Universale di Lon-
dra, e nel 1867 a quella di Parigi.
Fu da quella fabbrica del cavalier Gregorini,
sorta allora con una iniziativa coraggiosa e
pionieristica, che discende direttamente quello
che oggi è lo stabilimento Italsider.
(on
1 satelliti
regoleremo
il tempo
dallo spazio
Tra le prospettive di utilizzazione pratica
schiuse dai progressi della tecnologia spaziale,
quella dell’impiego dei satelliti artificiali come
osservatori meteorologici mondiali è ‘probabil-
mente la più importante e la più vicina alla
completa realizzazione, grazie all’incondizionato
successo degli esperimenti preliminari condotti
negli Stati Uniti con una serie di quattro vei-
coli “Tiros”.
Di questi esperimenti e delle possibilità future
di controllare il tempo per mezzo di satelliti ci
parla in questo articolo Mario Pinti.
La popolarità che le immagini dei “Tiros”
si sono acquistata dimostra che l’opinione
pubblica, a parte la comprensibile curiosità
per la novità del ritrovato, ha la sensazione
che i satelliti siano una piattaforma ideale
per osservare su scala globale e in tutto
il suo spessore quell’oceano d’aria che è
l’atmosfera.
La distribuzione geografica degli
mezzi a disposizione, nonostante l’attiv
opera dell’ Organizzazione
mondiale delle Nazioni Unite, è dettata più
dalla necessità di soddisfare esigenze e pro-
rsi
ima
meteorologica
grammi nell’ambito nazionale o regionale,
che di favorire un più completo quadro d’in-
sieme delle condizioni del tempo sull’intero
pianeta. È, quindi, piuttosto frequente il
caso di estesissime zone totalmente sprovviste
di posti di osservazione meteorologica ed
evitate da quegli ‘osservatori’’ occasionali
delle condizioni del tempo che sono gli
aerei di linea. Nelle regioni polari, cioè nelle
zone che influiscono in maniera decisiva sull’e-
voluzione delle condizioni del tempo e climati-
che nei due emisferi, gli osservatori sono invece
scarsi per ragioni logistiche e organizzative,
“
Che l'Italia fosse una penisola a forma di stivale lo
sapevamo tutti, fin dalla elementare, Ma che
un occhio umano potesse abbracciare in un solo sguardo
tutto il nostro paese per confermarci le im
atlanti, fino a poco tempo fa ci sembrava il sogno di
un romanziere fantascientifico. Eccolo, invece, davanti
a noi, lo stivale sul quale viviamo, nella realtà quasi
incredibile di una fotografia ripresa con una teleca-
mera dal satellite meteorologico «Tiros IM», da una
altezza di circa 800 chilometri, durante il suo 878°
giro intorno alla terra, Si vedono anche la Sardegna
e la Corsica, una parte del sud della Francia, | Africa
settentrionale, la penisola Balcanica. Le Alpi e la pia-
nura padana, una parte della Sicilia e del Mediterraneo
sud-orientale appaiono coperte da formazioni di nubi.
scuola
data la mancanza sul posto di qualsiasi risorsa.
Nella fascia tropicale della terra, dove
viene assorbita in misura pur rilevante l’e-
nergia solare, le i sulle
dita, non solo per difficoltà di ordine pratico,
trattandosi di coprire vaste distese di mare
come gli oceani Indiano e Pacifico, ma anche
per le scarse disponibilità finanziarie dei
paesi interessati, da poco affrancati da regimi
coloniali e quindi impegnati nella soluzione
di problemi di gran lunga più urgenti e dram-
matici. Si calcola che solo un quinto dell’atmo-
stazioni si contano
sfera sia sorvegliato da osservatori meteorolo-
gici terrestri e mobili, ossia aerei e marittimi.
Tuttavia, le stazioni lasciano molto a
desiderare, non solo in relazione alla diffu-
sione in senso orizzontale, ma anche per la
limitata capacità che hanno di esaminare la
dinamica del tempo in senso verticale.
fisse
L’invenzione dei palloni-sonda prima e del
radar poi ha permesso di spostare sempre più
in alto i limiti del campo di osservazione dei
fenomeni meteorologici che
l'evoluzione delle condizioni del tempo di
vastissime regioni. L’apporto che i mezzi più
o meno nuovi hanno dato al perfezionamento
delle rilevazioni meteorologiche è, sostanzial-
mente, diverso. Da un lato, palloni-sonda e
radar, rispettando le esigenze
delle installazioni
delle osservazioni nel tempo e
continuano a dimostrarsi ausili
incidono sul-
fondamentali
ossia la continuità
nello spazio,
preziosi delle
stazioni terrestri nell’estenderne verticalmente
il campo di azione. Dall’altro, gli aerei forni-
scono notizie saltuarie e di importanza mar-
ginale, pur attraversando zone dell’atmosfera
estremamente mutevoli e quindi di grande
interesse ai fini della formulazione delle pre-
visioni meteorologiche. Per servigi
di modesta entità chiedono in cambio bollet-
tini precisi e continuamente aggiornati, im-
ponendo nuovi. oneri ai già impegnatissimi
servizi meteorologici e una radicale trasfor-
mazione della rete di osservazione e segnala-
zione, mano a mano che la ragnatela dei tra-
sporti aerei commerciali si infittisce attorno
al globo e che i velivoli aumentano la velo-
cità di crociera.
fisse,
questi
Come è noto, il “tempo” può essere para-
gonato ad un gigantesco motore a vapore le
cui caldaie siano piazzate in corrispondenza
dei tropici ed i condensatori ai poli. Le ““con-
dutture” di questa immaginaria macchina
sono i venti che tentano di pareggiare sulle
diverse parti del nostro pianeta la distribu-
Queste due immagini dimostrano la perfezione tecnica degli impianti del « Tiros III». A sinistra: l’uragano «Debbie» del 1961
fotografato a circa 4000 chilometri dalla Florida. A destra: l’uragano «Carla» al disopra del golfo del Messico, prima di rag-
giungere il Texas e la Louisiana, dove provocò gravi danni. Le due immag
sono state
«Tiros III» in corrispondenza dell’ 867° e dell'869° giro in orbita.
zione dell'energia radiante ricevuta dal sole,
in maniera da impedire che vi siano eccessivi
squilibri tra le condizioni climatiche di re-
gioni situate a latitudini diverse.
Fu Beniamino Franklin a sostenere nel 1743
che i fenomeni meteorologici non hanno un
carattere locale, ma si sviluppano in regioni
molto Nel 1820, il tedesco H. W.
Brandes ideò le cosiddette ‘carte sinottiche”,
veri e propri ritratti delle condizioni meteo-
rologiche in una determinata zona. Intorno
al 1850, l’Istituto
negli Stati Uniti la trasmissione telegrafica
delle carte in parola, nel tentativo di ri-
divario tra la
dei dati, e la pubblicazione dei bollettini
delle previsioni.
Mano a mano che i servizi meteorologici si
perfezionavano con l’apporto dei nuovi ri-
vaste,
Smithsoniano organizzò
durre il raccolta e l’analisi
trovati e con un’impostazione internazionale
dei programmi, i meteorologi presero a con-
siderare con sempre maggiore attenzione i
fenomeni fisici che hanno sede nello spazio
nel tentativo di carpire il segreto della stretta
associazione esistente tra le perturbazioni sul
sole e il peggioramento delle condizioni del
tempo sulla terra.
Doveva essere una delle armi più terribili
e rivoluzionarie ideate in Germania durante
guerra mondiale, il bali-
ad indicare la possibilità di otte
la seconda missile
stico V.
nere un quadro veramente globale dei feno
meni interessanti la meteorologia. Nel 1947,
alcune riprese fotografiche che erano state
fatte durante il collaudo di una V.2 catturata
in Germania, a White Sand nel Nuovo Mes-
sico, consentirono agli americani di ottenere
un'immagine chiara dei banchi di nubi al
disopra di una cospicua parte della regione
sudoccidentale degli Stati Uniti. Il 5 ottobre
1954, un "
che mise a rumore gli ambienti scientifici
fotografando in corrispondenza del "Texas e
del golfo del Messico un uragano di 1600
chilometri di diametro completamente sfug-
gito, a dispetto delle sue dimensioni, a tutti
gli osservatori terrestri e agli aerei in perlu
Aerobee” fece infine una scoperta
strazione nella zona.
La coltre di nuvole in corrispondenza di
una determinata zona è in un certo senso un
“telegramma cifrato” nel quale l’esperto può
“leggere” un’enormità di dati sull'evoluzione
probabile nella regione delle condizioni del
tempo. Le nubi coprono in media il 52%
della superficie terrestre, funzionando come un
gigantesco ‘termostato’ che stabilizza la
temperatura in ogni punto del globo. In
genere, per il suo elevatissimo potere riflet
tente, una nube è capace di schermare sino
al 65% del calore solare che investe una de-
terminata regione, contribuendo al livella
mento delle temperature tra l’equatore e i
poli insieme alle correnti orizzontali e verti-
cali dei mari.
riprese dalle telecamere del
Nel 1951 il governo americano ordinò uno
studio sul potenziale effettivo dei satelliti ar-
tificiali come “piattaforme spaziali” per l’os-
servazione meteorologica. Appena quattro
anni prima lo sfortunato segretario alla Difesa,
James Forrestal, aveva rilevato in una rela-
zione al Congresso l’enorme potenziale paci-
militare dei satelliti artificiali immessi
razzi in orbite terrestri.
fico e
con
Interpellata dal governo, la “Radio Corpo-
ration of America” si espresse a favore della
realizzazione degli impianti necessari per la
ripresa e la trasmissione a terra di immagini,
in attesa del perfezionamento dei procedi-
menti di lancio.
Tra il 1952 ed il 1958, i programmi missi-
listici e spaziali americani furono rimaneg
giati affidati
nuovi enti, provocando la dispersione degli
sforzi e, con l’introduzione di criteri estranei
di valutazione, ritardi considerevoli nei piani
per i satelliti artificiali
nunciati nel 1955. Il progetto di satellite tele
visivo per l’osservazione meteorologica finì
quindi per essere commisurato alle effettive
possibilità dei satelliti “Vanguard”. Dato il
modesto ‘carico utile’ di appena nove chili a
disposizione per l’esperimento, la ‘ Radio
continuamente ed sempre a
originariamente an-
Corporation of America” decise di ridurre
tutti i circuiti elettronici al minimo con il
procedimento di ‘ miniaturizzazione” preso
a prestito da tecnologie speciali.
iaia
e
€
so
In una sola immagine, la telecamera del «Tiros IM»
Spagna (a destra segnata in chiaro) e la costa settentrionale del Marocco (in basso
a sinistra) da un'altitudine di circa 740 chilometri. In alto, una estesa formazione
di nubi associata ad una zona di bassa pressione al disopra dell’ Inghilterra.
Quando, con le prime battute della “gara”
spaziale tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti,
si ebbe la chiara percezione che il programma
“Vanguard” era di molto inferiore alle esi-
genze e alle prospettive dell’esplorazione spa-
ziale, gli Stati Uniti non esitarono a ricorrere
all’arsenale missilistico per ottenere razzi
adeguati ai programmi. Conseguentemente,
gli strumenti per l’ ‘osservatorio orbitale’
meteorologico furono finalmente portati a
dimensioni compatibili con un alto rendi-
mento e grado di funzionalità.
Un primo esperimento di rilevazione della
coltre di mubi che avvolge la terra da un
veicolo in orbita fu effettuato con il ‘“Van-
guard II”, tra il 17 febbraio ed il 7 marzo 1959.
Prima che le batterie si esaurissero, un dispo-
sitivo elettronico molto elementare riuscì ad
esplorare le formazioni di nubi al disopra
dell'emisfero terrestre illuminato dal sole.
Gli strumenti del “Vanguard II”, che erano
stati allestiti dal laboratorio studi ed espe-
rienze sulle trasmissioni dell’esercito a Fort
Monmouth, consistevano essenzialmente in
due fotocellule disposte a 45 gradi rispetto
all’asse stabile di rotazione del satellite, in
maniera da far sì che almeno una delle due
fosse puntata sempre verso la terra. Le
“immagini” grezze ottenute con le cellule
si basavano sulla differenza tra il potere ri-
flettente delle nubi e della terraferma e del
mare. Infatti, l'intensità della radiazione lu-
ha abbracciato l’intera
minosa solare riflessa dalle mubi si aggira
sull’ottanta per cento ed è quattro volte supe-
riore a quella della terraferma e venti volte a
quella dei grandi mari.
Le immagini abbracciate dalle fotocellule
trasformate in segnali elettrici, erano regi-
strate provvisoriamente su nastro magnetico.
Ad ogni passaggio del “Vanguard II” sulle
stazioni riceventi, un comando da terra con-
sentiva di “liberare” dal nastro in 60 secondi
i dati accumulati in 5o minuti. A_ Washington,
un complesso impianto di ricostruzione visi-
va dei segnali, con l’ausilio di un elaboratore
elettronico dei dati, consentiva di ottenere
immagini molto approssimative della coltre
di nubi osservata dal satellite. Ognuna di
queste immagini, interessante una zona di
circa 500 chilometri, veniva infatti montata
col sistema dei ‘mosaici’ aerofotografici,
in maniera da dare un quadro generale per
ognuno dei giri intorno alla terra. In genere,
il satellite e la strumentazione funzionò se-
condo le previsioni, ma l’interpretazione dei
dati relativi alla coltre di nubi fu resa estre-
mamente difficile dalle oscillazioni sviluppa-
tesi nel satellite.
Il 7 agosto 1959, gli americani tentarono
un altro esperimento di documentazione vi-
siva dei satelliti, con una telecamera di 1.130
grammi piazzata sul satellite “Explorer VI”.
A parte i risultati pratici del collaudo, si
ebbe la conferma che l’osservazione televisiva
La regione del mar Rosso ripresa dalla telecamera con obbiettivo grandangolare
piazzata a bordo del «Tiros I», durante il 43° giro intorno alla terra. Si
possono distinguere: il mar Mediterraneo (1), il Nilo (2), il golfo di Acaba (3),
il mar Rosso (4) e l'Arabia Saudita (5).
sarebbe stata in grado di effettuare lo studio
della conformazione e del movimento delle
nubi e dei fronti in tutto il globo.
Il 14 ottobre dello stesso anno, il satellite
“Explorer VII” completò la serie delle espe-
rienze preliminari, misurando il cosiddetto
“bilancio termico” della terra con un dispo-
sitivo a sferette d’argento. Ognuna di queste,
verniciata in maniera da assorbire radiazioni
di differenti lunghezze d’onda, era collegata
ad un termometro elettrico, in modo da for-
nire indirettamente l’entità della radiazione
solare assorbita dalla terra, attraverso il
rilevamento della radiazione pervenuta com-
plessivamente alla terra e di quella restituita.
A parte l’interesse “storico” di queste espe-
rienze preliminari, gli esperimenti che mag-
giormente hanno dato la sensazione precisa
delle immense possibilità dell’osservazione
meteorologica dai satelliti artificiali terrestri
sono quelli iniziati nell'ambito del program-
ma “Tiros”,
A partire dal 19 aprile 1960, sono stati
messi in orbita quattro “Tiros”, così chiamati
dalle iniziali di ‘Television Infra-Red Ob-
servation Satellite” (satellite per osservazioni
televisive e agli infrarossi). I satelliti diffe-
riscono soltanto in particolari di secondario
interesse e corrispondono più o meno ad uno
stesso modello.
Il “Tiros IV”, il primo lanciato nel 1962
e il più perfezionato tra i quattro immessi
et I E TIE
33 TIE
il «Tiros» riprende due diverse ir
della coltre di nubi al diso
una determinata regione, servendosi di tele-
camere con obbiettivi grandangolare e tele;
3) le immagini vengono «cancellate» dal
nastro magnetico su cui erano state registra»
1) la stazione
a terra invia le 5) bollettini meteorolog
te, con un comando. & n stazione terrestre:
«istruzioni » al 4) i dati vengono. tra-
sittellite in or- simessi alla NASA, al ser- sons comuni
vizio meteorologico e ad nerei è marittimi e ad altri utenti.
altri enti per l'analisi;
in alto a sinistra: il gruppo delle
antenne dell’impianto ricetrasmitten-
nito per la prima volta un'immagine diam
«grezza» della
tro e 48 di altezza. È co- nuova prima serie di satelliti meteo-
pltre di nubi intorno perto da 9.300 cellule solari che rologici, per quanto rilevanti, sa-
te di Fort Monmouth, nel New Jersey
adoperato per ordinare le riprese fo-
tografiche e per ricevere le immagini
dai satelliti «Tiros». Una seconda
stazione del genere è stata allestita
a Point Mugu, nei pressi della base
di Vandenberg.
n alto al centro: schema del «Van-
guard II» con le due fotocellule sen-
sibili agli infrarossi che hanno for-
a alla terra. L'esperimento fu effettuato
nel 1959, in attesa dell’allestimento del
primo satellite meteorologico «Tiros».
in alto a destra: schema del fun-
zionamento del sistema « Tiros ».
basso a sinistra: il satellite meteo-
rologico «Tiros I», lanciato il 1°
aprile 1960, ha l’aspetto di una
grossa cappelliera di 106 cm. di
provvedono a trasformare le radiazio-
ni solari in corrente elettrica per l’ali-
mentazione degli strumenti di bordo.
in basso a destra: il momento cul-
minante dell'operazione lancio del
«Tiros II»: vettore a tre stadi
« Thor-Delta », recante il ellite
nell’ogiva, si stacca dalla piattaforma
di lancio.
I risultati sperimentali di questa
ranno indubbiamente migliorati quan-
do si potrà mettere in orbita un
veicolo più perfezionato, come il
«Nimbus», il cui lancio è atteso
entro l’anno. Su un’orbita polare,
il satellite potrà coprire l’intera
superficie terrestre e non, come nel
caso dei «
ros», una fascia a
cavallo dell'equatore. (Le fotografi
che illustrano questo articolo ci sono
state fornite dall’ U.S.I.S. di Roma).
30
in orbita, contiene nel suo caratteristico in-
volucro poligonale a tamburo numerosi de-
licati strumenti. Pesa poco meno di 130
chili e misura 106,7 cm di diametro e 48,3
di altezza. È coperto da 9.260 cellule che tra-
sformano in elettricità la luce solare, mante-
nendo cariche 63 batterie di accumulatori al
nichel-cadmio. La durata dei generatori solari
di elettricità è condizionata dall’entità delle
distruzioni operate dalle micrometeoriti e
dalle particelle vaganti sul materiale delle
cellule e, a quanto risulterebbe, dalla capacità
di resistere al vuoto spaziale molto spinto,
che provocherebbe fenomeni di vaporizza-
zione istantanea in alcuni metalli, come il
magnesio, frequentemente usati nelle strut-
ture astronautiche.
Il “Tiros IV” è stato immesso su un'orbita
inclinata di poco più di 48 gradi sul piano del-
l’equatore, in maniera da sorvolare in 24 ore
una fascia del nostro pianeta comprendente
l’intera Africa, quasi tutto l’oceano Indiano
e l’America meridionale e centrale, buona
parte dell’America settentrionale, l’Europa
centrale, l’Asia centro-meridionale e l’Au-
stralia, nonché la regione centrale dell'oceano
Atlantico e di quello Pacifico dove si svilup-
pano i più temibili cicloni.
L’orbita è abbastanza vicina alla forma
ideale del cerchio per consentire al satellite
una certa uniformità nelle rilevazioni. Il
“Tiros IV” si avvicina a non meno di 710
chilometri dalla superficie terrestre e non se
ne scosta più di 838 chilometri in corrispon-
denza dell’apogeo (punto dell’orbita più
lontano dalla terra). In un’ora e 40 minuti
il satellite effettua un giro intorno al globo.
Le due telecamere, munite di un “Vidicon”
da mezzo pollice appositamente realizzato per
impieghi del genere, si affacciano con gli
obbiettivi sulla piastra di base, abbracciando
dall’orbita regioni della terra di circa 700
e 1200 chilometri per lato, rispettivamente con
l’apparato munito di teleobbiettivo e quello
dotato di grandangolare. Le macchine sono
piazzate parallelamente all’asse di rotazione
del satellite e differiscono dalle normali tele-
camere in quanto non forniscono che singole
immagini, a causa della limitata banda di fre-
quenza utilizzata negli apparati trasmittenti
del satellite. In corrispondenza del piano fo-
cale, un otturatore espone la base del tubo
catodico “Vidicon” al fascio di luce consentito
dall’obbiettivo per circa 1/1500 di secondo.
L’immagine viene “fermata” sullo strato
fotosensibile per i due secondi occorrenti ad
un “pennello” di elettroni per scomporne i
dettagli in 500 linee e tradurli in segnali elet-
trici automaticamente registrati su un ma-
gnetofono a nastro. Ognuno dei due regi-
stratori collegati ad una telecamera può
immagazzinare sino a 32 immagini, su un
nastro di 130 metri di lunghezza che si muove
a 127 centimetri al secondo sia durante la fase
di registrazione che in quella di trasmissione.
Questa operazione può essere fatta quando il
satellite si trova nel raggio di una delle sta-
zioni d’ascolto impiantate a Wallops Island
(Virginia) e a Point Arguello (California).
Una delle stazioni può anche ordinare al sa-
tellite di trasmettere direttamente i fotogram-
mi che riprende nella regione, escludendo la
trascrizione su nastro magnetico per un cer-
to tempo. La trasmissione a terra delle im-
magini richiede complessivamente tre minuti
e può essere fatta solo con un nastro per
volta, nonostante che ognuna delle due tele-
camere disponga di una trasmittente auto-
noma.
Ogniqualvolta passa nel raggio di 2.400
chilometri dalla stazione ricevente, il “Tiros
IV” comunica i segnali immagazzinati sui
nastri agli impianti di ascolto, dove le imma-
gini sono ricostruite rapidamente su un ci-
nescopio di dimensioni e caratteristiche spe-
ciali. Le immagini sul tubo catodico della
stazione ricevente vengono poi, di volta in
volta, registrate su mastro magnetico e, per
sicurezza, fotografate con apparecchi auto-
matici da 35 millimetri.
Una serie di dispositivi installati sul sa-
tellite permette ai meteorologi di determinare
durante lo studio e l’analisi delle immagini
l’assetto del satellite e l’orientamento rispetto
al sole esistenti durante la ripresa delle im-
magini. Si tratta di un dispositivo ad infra-
rossi che, di volta in volta, quando il suo
campo di osservazione incontra l’orizzonte,
segnala il fatto su una delle altre tre radiotra-
smittenti installate a bordo del “Tiros IV”,
in aggiunta a quelle collegate con le tele-
camere,
L’indicazione relativa all'orientamento del
satellite rispetto al sole durante la ripresa
delle immagini è ottenuta invece da nove
cellule solari disposte sulla periferia del sa-
tellite. Gli impulsi emessi da una data cellula
in misura maggiore o minore a seconda della
posizione rispetto al sole permetteranno in
seguito agli scienziati di accertare l’orienta-
mento di ciascuna immagine.
La velocità di rotazione viene mantenuta
entro limiti compatibili con la ripresa delle
immagini da due dispositivi: subito dopo il
lancio, un “freno”, consistente in un certo
numero di pesi attaccati al satellite con un
filo metallico, riduce la velocità da 126 a 12
giri al minuto, e quindi viene abbandonato;
di tanto in tanto, l’accensione di una delle
cinque coppie di piccoli razzi passati sul sa-
tellite, permette di riportare la rotazione a
13 giri. Anche le fastidiose oscillazioni, che
in diversi altri satelliti avevano inciso negati-
vamente sulla nitidezza delle immagini scat-
tate in orbita, sono state evitate con un sem-
plice ma ingegnoso accorgimento: una serie
di piccoli pesi scorrevoli lungo le pareti in-
terne del “Tiros IV” che cancella all’istante
qualsiasi oscillazione.
Due dispositivi ad infrarossi completano gli
esperimenti scientifici con una serie di misu-
razioni sull’energia solare assorbita e riflessa
e sulla radiazione infrarossa emessa dal no-
stro pianeta.
Ad eccezione dei dispositivi ad infrarossi,
il satellite è stato progettato e costruito dalla
sezione astro-elettronica della “Radio Corpo-
ration of America” a Princeton, nel New
Jersey, per conto dell’ Ente Nazionale Aero-
nautico e Spaziale (NASA). La “ Radio
Corporation of America” ha anche provve-
duto all’attrezzatura dei due impianti di
ascolto principali di Wallops Island (Virginia)
e Point Arguello (California) e di quello
ausiliario di Princeton.
I risultati dei primi tre satelliti meteorologici
sono veramente lusinghieri. Il “Tiros I”,
fra il 1° aprile e il 17 giugno 1960, trasmise
a terra 22.952 immagini delle coltri di nubi
intorno alla terra. Il secondo “Tiros”, tra
il 23 novembre 1960 ed il novembre dell’an-
no successivo, non solo trasmise qualche
decina di migliaia di interessantissime imma-
gini tra cui alcune nelle quali erano stati in-
dividuati l’inizio e la fine della stagione dei
ghiacci alle foci del San Lorenzo, ma fu
adoperato direttamente nella raccolta dei dati
occorrenti per la preparazione dei bollettini
meteorologici speciali in occasione del primo
volo spaziale americano di Alan B. Shepard.
Il “Tiros III”, lanciato il 12 luglio 1961, ha
funzionato alla perfezione per parecchi mesi,
segnalando e sorvegliando a comando l’in-
sorgere di vari uragani tropicali e fotogra-
fando il ciclone “Esther” due giorni prima
che la perturbazione fosse rilevata con altri
mezzi. Con il terzo “Tiros”, il Servizio meteo-
rologico americano ha cominciato a perfeziona-
re i sistemi di analisi e di ricostruzione della
prospettiva delle immagini, iniziandone la
tempestiva diffusione in tutto il mondo con
i circuiti di trasmissione visiva ‘fac-simile’.
I risultati sperimentali di questa nuova
prima serie di satelliti meteorologici, per
quanto rilevanti, saranno indubbiamente mi-
gliorati quando si potrà mettere in orbita un
veicolo più perfezionato, come il “Nimbus”,
il cui lancio è atteso entro l’anno. Su un’or-
bita polare, il satellite potrà coprire l’intera
superficie terrestre e non, come nel caso dei
“Tiros”, una fascia a cavallo dell’ equatore.
Un sistema di stabilizzazione dell’orbita ri-
durrà al minimo la differenza tra l’apogeo e
il perigeo, mentre un maggiore carico utile
(circa 300 chili) permetterà di assicurare una
maggiore regolarità e continuità di operazione.
Ancora molto in là rispetto alle attuali
possibilità effettive dei mezzi e delle tecniche
di lancio è il satellite “Aeros”, adatto all’os-
servazione da 36.000 chilometri di distanza
di un settore fisso del globo corrispondente
press'a poco ad un terzo della sua superficie.
Tre satelliti di questo tipo su orbite equatoriali,
integrati da un “Nimbus” su orbita polare,
potranno coprire interamente la superficie
terrestre.
Ancora piu remota, la prospettiva di riu-
scire a controllare il tempo con satelliti o
almeno di regolare a nostro favore alcuni
fenomeni meteorologici che sconvolgono in-
teri paesi. Ma, di questo, è troppo presto per
parlare. Se ne riparlerà, semmai, quando i
satelliti artificiali terrestri ci avranno chiarito
la natura di troppe anomalie che concorrono
a fare dei fenomeni meteorologici qualcosa
che solo da poco cominciamo a comprendere
su una scala globale.
La rivolta
degli
espressionisti
Dopo gli impressionisti, i “fauves” e î “cubi-
sti”, Marco Valsecchi ci parla dei capiscuola
di un altro movimento artistico, l’espressionismo,
nel quale ritroviamo una delle fonti più vicine
dell’ arte contemporanea.
Emil Nolde: «La Cena» (1909). Il tedesco Nolde è uno dei capiscuola dell’ espressionismo, Il suo temperamento
mistico-religioso lo portò a rappresentare il sacro e il demoniaco per mezzo del colore, cui l'artista attribuiva
un’ allucinata facoltà di
religiosa del Nolde.
Dopo quanto ho detto nella puntata pre-
cedente, dovrebbe risultare chiaro che tra la
fine dell'Ottocento e i primi decenni del no-
stro secolo l’arte ha compiuto in tutto il
mondo un percorso di riforma, che ha preso
aspetti, in molti casi, di una vera e propria
rivolta. Gli anticipatori di questa radicale
trasformazione del linguaggio artistico sono
stati in particolare Paul Gauguin, Vincent
Van Gogh, Georges Seurat e il tardo Paul
Cézanne: quattro artisti francesi sul finire del
secolo scorso, provenienti, taluni di essi, dal-
l’esperienza impressionistica, e cioè da una
pittura che traeva la sua ispirazione dagli
spettacoli della natura, dal variare delle luci,
dell’aria, delle stagioni sui larghi paesaggi
lungo la Senna o le coste della Manica. Ma
perché l’elenco dei primi riformatori sia
completo, occorre ricordare anche il norve-
espressione. Questa «Cena» è l’opera che inaugura, appunto, la passionale pittura
gese Edvard Munch (1863-1944) e il belga
James Ensor (1860-1949).
Per cogliere subito, a colpo d'occhio, la
mutazione intervenuta nella pittura rispetto
al modo di dipingere, basterà un breve con-
fronto appunto con le intenzioni e le opere
dei maestri impressionisti intorno al 1865-1880.
Essi rappresentavano, in definitiva, con i loro
dipinti, il momento di fiducioso rapporto
dell’uomo con la natura nelle sue quotidiane
vicende. Munch ed Ensor rappresentano in-
vece il momento della delusa separazione,
della dolorosa rivolta, e potrebbero essere
posti all’origine di quello che il filosofo
Huizinga ha chiamato il “nuovo medioevo”.
Munch, con il suo presentimento dramma-
tico di uno sfacelo, può persino essere consi-
derato il profeta della nuova età dell’ansia e
dei rivolgimenti radicali in tutti gli aspetti
sopra: particolare dell’ «Ingresso di Cristo a Bruxelles » (1888) di James Ensor, Nato ad Ostenda nel 1860, il belga Ensor
è, con il norvegese Edvard Munch, uno dei precursori della rivolta pittorica dell’ espressionismo. Basta confrontare
questo dipinto con quelli degli impressionisti per rendersi conto dei nuovi mutamenti intervenuti nel modo di
dipingere dopo la comparsa di pittori come Ensor. Gli impressionisti rappresentavano ancora, in definitiva, un
momento di fiducioso rapporto con la natura nelle sue quotidiane vieende, Ensor invece rappresenta il momento
della rivolta dolorosa, della separazione dalla natura: maschere, scheletri, soggetti presi dalla Bibbia ma inter-
pretati con spirito violentemente anticonformista, Il quadro sopra riprodotto, che è una delle opere principali di
Ensor, scandalizzò artisti e critici del tempo e ne fu rifiutata l'esposizione. La gloria venne ad Ensor solo dopo
il 1900. Nel 1929 fu creato addirittura barone. Morì nel 1949.
nella pagina accanto: «Le ragazze sul ponte» (1899 circa) di Edvard Munch, l’altro precursore dell’ espressio-
nismo, Nei dipinti di questo artista norvegese, nato nel 1863 e morto nel 1944, le figure, gli oggetti, la natura,
non sono più avvolti in una luce serena e confidenziale, come negli impressionisti. Nei colori, nelle ombre, c’è
il presentimento drammatico di uno sfacelo, tanto che Munch è stato considerato persino il profeta della nuova
età dell'ansia e dei rivolgimenti radicali in tutti gli aspetti dell’esistenza, di quel «nuovo medioevo» che sa-
rebbe, secondo il filosofo Huizinga, il tempo in cui viviamo. Non più le felici immagini di acque, di fronde, di
vele distese raffigurate dagli impressionisti, ma queste tre ragazze senza volto che guardano in un fiume
profondo, oscuro.
del vivere; e opponendo alle figure della
realtà esterna amata dagli impressionisti, le
immagini della sua turbata visione interiore,
sostituendo gli aspetti concreti del mondo
con le mobili frange e i dolorosi fantasmi della
sua intimità ferita e complessa, indica anche
alcune cadenze fondamentali del linguaggio
figurativo del nostro secolo. Iniziò a dipin-
gere come pittore naturalista; ma cresciuto
in un ambiente culturale dominato dalla
grande figura del drammaturgo Ibsen, non
restò sordo alle gravi e turgide risonanze
dei problemi morali dibattuti da quella lette-
ratura nordica, che spostano lentamente, ma
sempre di più, l’interesse verso le zone se-
grete e delicate dell'anima e i suoi conflitti.
Non mancò, durante una sua permanenza a
Parigi, di osservare i maestri dell’impressio-
nismo; ma di fronte a quel sentimento sereno
dell’esistenza, a quelle immagini pittoriche
felici e fugaci di acque, fronde, vele distese
sul fiume, ore colme che trapassano nel cielo
immenso e silenzioso, Munch si rifugiava in
quel sentimento di insoddisfazione, di rovello,
sdegnosamente amaro e critico che andava
maturandosi nelle pieghe del pensiero europeo.
Preferiva la sua disposizione alla mitologia
sentimentale alla chiarezza degli impre
nisti, che gli avrebbe ostacolato lo svolgersi
della sua immaginazione visionaria, sfrangia-
ta in morbosità che infoltivano la sua fantasia
come certi viluppi d’alghe sul fondo degli
stagni. Guardando alle figure e alle cose del
mondo in uno stato di esaltata emozione,
quasi fossero, quelli, gli estremi e supremi
momenti dell’esistenza, Munch avvertiva che
dal mondo, non più felice né avvolto da una
luce serena e confidenziale, proveniva a
lui un urto psicologico, un segnale misterioso
e desolato che lo riempiva di sgomento e si
propagava all’intorno, sì che tutte quelle
figure e quegli oggetti si riflettevano nella
sua anima in una luce stravolta, in una forma
agghiacciante, come deve accadere al son-
nambulo che all'improvviso si ridesta. La sua
pittura si configura appunto come una trascri-
zione di quel segnale segreto e angoscioso.
SSIO-
Ne nascono contorte immaginazioni, ma-
late ossessioni, erotiche e funebri allo stesso
tempo, come suggeriscono appunto certe
vecchie stampe gotiche in cui Eva nuda ap-
pare abbracciata dallo scheletro. Questa pit-
tura che diremmo notturna incide vivamente
sulla sensibilità un po’ gonfia e complicata
degli artisti tedeschi. Difatti il gruppo cosid-
detto del Ponte (die Briicke), sorto verso il
1905 a Dresda, ha molti debiti verso Munch.
Ed è chiaro, in questo nostro discorso, che
tali intrichi di fantasie esasperate valgono in
quanto hanno trovato nella pittura di Munch
un’espressione positiva, affermata dal disegno
e dal colore e non soltanto dal fascino lettera-
rio. Tant'è che una volta create, diventano esse
stesse matrici di altre emozioni, di una nuova
fioritura di figure più contorte e allarmate.
Siamo perciò di fronte alla punta estrema
e drammatica dell'esperienza romantica, che
anziché distendersi nel raggiungimento delle
grandi idealità, si infoca delle sue stesse insi-
34
stenze sentimentali, del suo parossismo visio-
nario. Anche quando Munch passa ad altri
temi più pacati, come avviene dopo il 1920,
e confida alle sue pitture le sensazioni ricevute
dalla sua terra natale e descrive le solitudini
dei fiordi, l’onda lunga sulle coste del Nord,
le betulle leggere e stormenti nel vento, le
case sulla spiaggia, i silenzi delle donne in
attesa di lontani eventi ed annunci, gli autunni
piovosi e intasati di nebbie, lo fa con una
malinconia così struggente, una tenerezza
così svenata, che sembrano malori anch’esse,
cupe dissolvenze dell'anima. E difatti finirà,
come già Van Gogh, per qualche tempo in
una casa per alienati. Ma nessuno potrà ne-
gare che quell’ingorgo così eccitato della sua
mente, quel suo pessimismo tormentato da
manie (aveva per esempio orrore delle sue
mani nude, e le nascondeva nei guanti, che
non si toglieva nemmeno per dipingere), ab-
biano trovato un'espressione riscattata sul
piano della poesia pittorica.
James Ensor è l’altro solitario profeta del-
la pittura espressionista che caratterizzerà,
insieme agli altri movimenti europei, l’aper-
tura del primo Novecento. La a violenza
cromatica avrà, come quella di Munch, una
estesa influenza, anche se l’artista non saprà
lanciarsi, come invece seppe fare Van Gogh,
nell'avventura disperata e bruciante dell’estre-
ma espressività del colore. Sarà perciò, la sua,
un’influenza più di liberazione morale che di
diretto insegnamento poetico. Constant Per-
meke (1886-1952) su questo punto pittorico
appare più coerente con le ragioni dello stile,
ancorché il suo colore sia denso e oleoso come
la nafta e la sua preferenza per i temi pro-
letari induca qualche risonanza retorica; ma
anche lui, come tutta la schiera dei pittori
belgi suoi contemporanei è debitore al più
anziano maestro proprio di quella rottura
anticonformista che ha liberato il linguaggio
pittorico del Novecento.
Ensor fu un solitario anche nella vita.
Nato infatti a Ostenda, allora poco più di
un borgo di pescatori, dopo una breve resi-
denza a Bruxelles per seguire i corsi d’acca-
demia, non lascerà più la sua città natale,
dove la madre teneva aperta una bottega per
la vendita di conchiglie, di maschere, di og-
getti esotici, di piume, di perline, che eredi-
terà e conserverà con tutta la straordinaria
congerie che vi stava ammassata.
Nel mondo realista e borghese della pittura
giovanile di Ensor avviene presto uno scon-
volgimento. È l'intrusione improvvisa del
grottesco e del fantastico, una specie di tru-
culenza visionaria sui motivi della vita reale,
quasi si fosse scatenata dentro la sua intelli-
genza una sarabanda di risentimenti, di estri
caricaturali, di sberleffi tragici. Il colore della
sua tavolozza è divenuto una materia frizzante,
stride di accensioni audaci, è traversato da
bagliori. L’opera sua più sarcastica e pitto-
ricamente definitiva è la grande tela rappre-
sentante l’Ingresso di Cristo a Bruxelles, del
1888. È una specie di sagra burlesca e gran-
diosa, dove il colore giunse a parossismi cro-
matici — gialli, rossi e azzurri — e la compo-
L’ austriaco Oskar Kokoschka (1886 - vivente), autore di questo «Ritratto del poeta Dirsztay» (1910), fece
parte del gruppo del «Ponte» di Dresda. Questo gruppo, più passionale ed aggressivo di quello del « Cavaliere
Azzurro» di Monaco, anche se meno dotato intellettualmente e criticamente, fu alla testa della rivolta del-
l’espressionismo, una rivolta che fu insieme morale ed artistica. Infa
espressiva, l’esasperazione del segno e del colore, corrisp
. il delirio della fantasia, la violenza
d d ai rivolgi i della vita so-
ciale. Artisti veri come Kokoschka non hanno espresso situazioni arbitrarie 0 strettamente personali: essi hanno
documentato le interne contraddizioni dell’epoca, la trasformazione profonda che, di lì a pochi anni, avrebbe
causato nella società la tragedia della prima guerra mondiale.
sizione si distribuisce con quell’impeto disor-
dinato di certi quadroni barocchi, affollati
di figure e di stendardi, caotici ma straor-
dinariamente vivi. Nell'episodio popolare di
una processione pasquale, Ensor inserisce
motivi deformi di tragica moralità. C'è forse
un simbolismo di condanna e derisione della
vita contemporanea; ma frammezzo a quella
legione di esseri mostruosi, di figure ipocrite
come una mascherata, si coglie un senso di
dramma. Una farsa stravagante, una carica-
tura aggressiva, in cui senti presente la forza
rappresentativa o la sulfurea inventiva di un
Brueghel o di un Bosch. Malgrado le disso-
nanze aspre del colore, c’è nei quadri di Ensor
uno splendore cromatico che rammenta certe
rutilanze di Rubens, lo stesso sfarzo, la stessa
foga, inasprita da questo acido corrosivo del-
l’ironia grottesca sulla vita borghese del suo
tempo. L’angoscia funebre di Munch e le sue
ossessioni notturne sono diventate per Ensor
pretesti di caricatura di impreveduta violenza.
Naturalmente qualcuno potrebbe pensare,
adesso, che questi artisti hanno creato delle
situazioni arbitrarie o strettamente personali.
Invece, come succede sempre con i veri artisti,
non hanno fatto che documentare le interne
contraddizioni della nostra vita spirituale e
intellettuale. E non è molto difficile accorgersi
che le rotture, le violenze espressive, qualche
«L'artista e la modella» di Ludwig Kirchner, che per
pensiero e personalità artistica fu alla testa del gruppo
del «Ponte». Caratteristica della sua pittura sono i toni
puri di colore portati al più alto grado di violenza, e
il tratto marcato, acuto, con cui circonda le forme.
Le figure ritratte nel dipinto riprodotto qui a fianco,
che è del 1907, avevano originariamente una linea più
arrotondata. L’autore riprese successivamente la tela
sopprimendo qualche dettaglio e rendendo le forme più
angolose, Kirchner morì suicida nel 1938.
volta il delirio della fantasia, corrispondono
drammaticamente ai rivolgimenti della vita
sociale di questi anni. Se a primo vedere
appare soltanto un gesto di rivolta o di sprez-
zo delle convenzioni ideali che ressero l’arte
precedente, in effetti sorge anche da queste
opere un senso e un carattere morale, che
allontana da esse il giudizio di arbitrarietà o
quanto meno di divertimento. Questa ragione
è particolarmente osservabile in quel movi
mento chiamato espressionismo e i cui cen-
tri principali e irradianti sono quelli tedeschi
del Ponte di Dresda iniziatosi, come ho detto,
verso il 1905, nello stesso tempo quindi dei
«fauves» francesi, e, qualche anno dopo, del
Cavaliere Azzurro di Monaco (cioè gruppo
del Blaue Reiter).
Il primo gruppo è più aggressivo e scatena-
to sull’onda della rivolta morale prima che ar
tistica. Il secondo sorge invece su un terreno
intellettualmente meglio definito e filtrato da
un sedimento di ricca cultura figurativa. E
quanto il primo gruppo di Dresda soggiace
agli impulsi di una visionarietà scardinata da
ogni limite, tanto quest’altro gruppo di Mo-
naco dispone di un controllo critico che
tende a frenare la creazione verso soluzioni
in accordo con altri movimenti contempo-
ranei, come il futurismo e il cubismo, e a
creare le prime opere astrattiste.
Nel
di Emil Nolde (1867-1956) che spicca come
gruppo del Ponte c’è la personalità
quella di un caposcuola, e attorno gli stanno
Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938), Erich
Heckel (1883-vivente), Karl Schmidt-Rottluff
(1884, vivente), cui via via aderiscono Max
Pechstein (1881-1955), Otto Mueller (1874-
1930), Christian Rohlfs (1849-1938) e l’au-
striaco Oskar Kokoschka (1886, vivente).
Ma lo stesso carattere ribelle alla base del
movimento, unito all’esasperazione soggetti
va, portò ciascun artista attraverso esperienze
strettamente individuali anche se accomunate
sotto quell’accento di estremismo romantico,
e infine a staccarsi anche polemicamente dal
gruppo, il quale difatti nel 1912, trasferitosi
nel frattempo da Dresda a Berlino, è da
considerarsi praticamente sciolto.
Nel gruppo del Cavaliere Azzurro la parte
più emergente, anche per lucida capacità
teorica, è assunta da Wassily Kandinsky
(1866-1944) di origine russa, il quale nel 1912
pubblica il libro «Della spiritualità dell’arte »,
il cui titolo già lascia intravvedere in quali
direzioni è spinta la ricerca artistica del gruppo.
Questo libro, insieme all’almanacco lettera
rio e pittorico del “Blaue Reiter” apparso
nello stesso anno compilato da Kandinsky e
da Franz Marc (1880-1916), sono da consi-
derarsi come i testi fondamentali del movi-
qui sotto: Franz Marc «I grandi cavalli azzurri» (1911). Il tedesco Marc fu uno dei fondatori
del gruppo del « Cavaliere azzurro ». In questi cavalli, in cui forme astratte e forme naturali si fondono
armoniosamente, è evidente tenzione dell’artista di sottolineare il fatto «espressivo» della
pittura, il senso di eccitazione e di deformazione che gli espressionisti imposero alla realtà.
©
Paul Klee: «Luna piena» (1919). Nato a
Berna nel 1879 e morto a Locarno nel 1940,
Kiee fu uno dei maestri dell’ espressionismo
tedesco, uno dei pionieri della pittura astratta,
colui che aprì all’arte moderna una via chia-
ramente determinata. Klee è il poeta infantile,
innocente. Una tenera gaiezza emana dalla
sua fantasia inesauribile. Diede una rappre-
sentazione del mondo in uno stato di dolce
eccitazione, l’eccitazione immaginativa pro-
pria, appunto, dei bamb con i loro incanti
e miracoli di trasfigurazione. A questa fan-
tasia corrisponde però un vigore, una sapienza
dell'espressione pittorica che è insieme ma-
gica e «matematica». Dietro |’ apparente
semplicità di Klee c’è infatti la preoccupa-
zione costante dell’artista di tradurre le sue
sottili emozioni in un preciso, poetico lin-
guaggio pittorico. Klee ci ha lasciato anche
moltissimi disegni. Il particolare del disegno
riprodotto qui accanto («Il teatro del-
l’Opera-Buffa» del 1925 ) è tipico del suo
stile: il disegno minuto, oss o e con-
catenato come le maglie di un ricamo
crea architetture fantastiche. Quanti ar-
tisti di oggi (a cominciare dal grande
Steimberg) hanno il loro maestro in Klee?
Egli lasciò la Germania all'avvento del na-
zismo, che osteggiò con cieca e stupida
ignoranza la pittura degli espressionisti.
mento. Aderiscono il Alexej von
Jawlensky (1864-1941), August Macke (1887-
1914), Heinrich Campendonk (1889-1957),
Paul Adolf Seehaus (1891-1919), Lyonel Fei-
ninger (1871-1956). Quest’ultimo, dopo di
essere stato con Gropius insegnante alla
Bauhaus di Weimar e di Dessau, si trasferisce
nel 1936 a New York. La Bauhaus tendeva,
con l’attività di Gropius e di altri artisti,
a rimettere in contatto gli artisti col mondo
dell’industria, nell’aspirazione di risolvere,
anche sul piano sociale, nuovi motivi di vita
attraverso architetture o strumenti moderni
che inevitabilmente avrebbero influito sul
modo di vivere delle grandi masse popolari.
Sospettata di azione sovversiva, il nazismo
sciolse la scuola-e disperse, perseguitandoli,
i suoi docenti. E ancora si debbono aggiun-
gere il boemo Alfred Kubin (1877-1958) e
Paul Klee (1879-1940), il più fantasiosamente
intuitivo tra quei pittori, che insieme a Kan-
dinsky troverà, dopo la prima guerra mondiale,
una soluzione di pittura astrattista di parti-
colare significato lirico. Non si possono di-
menticare altri artisti che operarono indipen-
dentemente, come il berlinese Georg Grosz
(1893-1959) noto soprattutto per i suoi disegni
grotteschi e caricaturali della società capita-
listica e del militarismo prussiano, e Max
Ernst (1891, vivente), il quale dopo il 1920,
eccitando la sua sottile fantasia, passerà dall’e-
spressionismo a indagare i sottofondi com-
plicati degli istinti inconsci e diverrà in
tal modo uno dei maggiori pittori del surrea-
lismo, lanciato da André Breton in Francia
“manifesto” del 1924. Come si vede,
è tutta l’Europa centrale che si muove sotto
il vento di queste sconvolte ispirazioni, dove si
ritrovano, in grado più eccitato, certe intuizioni
di Van Gogh, di Gauguin, di Munch, di Ensor.
russo
col suo
Espressionismo si è chiamata questa arte
tedesca e la definizione, per quanto generica
ma battente sul fatto espressivo della pittura
o della scultura, basta a indicare il senso di
eccitazione e di deformazione che cotesti
artisti impongono alla realtà per raggiungere
un più vibrato accento figurativo, in conso-
nanza con la loro sfolgorante e torbida sen-
sibilità. Si potrebbe rilevare che l’espressio-
nismo, così inteso, è un’inclinazione costante
della fantasia umana, che in particolari fran-
genti e condizioni storiche emerge in maniera
più risentita e impetuosa. Si tratta, detto
semplicemente, di un modo di “sentire” più
che di “vedere” la realtà, realizzatosi anche in
altre epoche: pensiamo al greco-spagnolo
Theotokopuli, al Bosch e al Brueghel, pittori di
quelle terrificanti visioni di streghe e di diavoli
che contrastavano la grazia angelica di Raffaello.
Ma i tedeschi, in questo singolare momento,
assunsero quell’espressione visionaria con una
carica così totale di eccitazione e con una
vastità di riflessi drammatici, che l’intrico
psicologico raggiunge un colmo di efflore-
scenza anche sinistra. Vi si ritrova il desi-
derio di riportare la vita verso una mitica
verginità primitiva, la protesta sociale, una
aspirazione verso i liberi istinti, una sfrenata
e lussuosa immaginazione, l’irragiungibile
sogno di una purificazione universale. Si av-
verte insomma che tutti insieme questi artisti
fanno testimonianza di un presentimento tra-
gico di annientamento; e se la guerra e le ri-
voluzioni che ne derivarono furono gli epi-
sodi più clamorosi di quel tempo, più sottile
e lacerante fu la percossa che investì i valori
ideali tramandatisi in un lungo periodo di
vita civile. Sul fondo di questa pittura, dove
i colori si accendono come fuochi e il
disegno si spezza convulso, trapelano difatti
correnti di risentimento morale, di angosciose
ossessioni e rivolte. La protesta si traduce nel
grido cromatico dei loro accesi colori, nel
gusto della deformazione grottesca, o nella
straziante aspirazione a una primordiale
dolcezza e innocenza, che si mescola alle
oscure tristezze delle antiche mitologie ger-
maniche.
Il gruppo del Cavaliere Azzurro ebbe, ri-
peto, maggior coscienza formale, pur muo-
vendosi sullo stesso fondo dei colleghi di
Dresda. Kandinsky, che è la mente più lu-
cida del gruppo, smorza man mano con la
sua razionalità quel tumulto e nell’estremo
rifugio di una visione squisitamente interiore,
dove le figure e gli oggetti reali riscuotono
un’eco lirica trasfigurata in pure sensazioni
di colore e di grafia, raggiunge quello stato
evocativo che già Chopin in musica definiva
“impressioni”. Seguendo il moto inconsulto
del fiorire e galleggiare repentino di memorie
e lampi di intuizione, egli conduce l’arte a
identificarsi con la musica o la mistica, a esclu-
dere cioè la presenza materiale della realtà
fisica per accentuare una figuratività simbolica,
immaginaria, fatta di filamenti nervosi di
colore, di macchie repentine, di volanti la-
cerazioni, che saranno all’origine di una cor-
rente lirica dell’astrattismo; nello stesso tem-
po in Olanda un pensiero più esclusivamente
razionale, matematico, suggerisce le strutture
geometriche della pittura di Piet Mondrian
e del suo gruppo, dalla quale discendono i
purismi geometrici dell’architettura razionale.
Anche Paul Klee, con un lungo percorso
stilistico di estrema perspicuità intellettuale,
riesce a sottrarsi alle confusioni romantiche
e passionali dei pittori di Dresda. Klee è il
poeta infantile, innocente, se per innocenza
intendiamo uno stato di grazia e di incanto,
forte e fragile insieme, capace di resistere alle
persecuzioni (Hitler lo espulse dalla Bauhaus
e dall'Accademia di Diisseldorf), ma pronto
a trasalire per un’emozione lirica sorgente
dal suo animo. Vista nel suo insieme, l’opera
di Klee, dai suoi giovanili disegni gotici e
raffinatissimi alle ultime tele percosse da un
accento di malinconia e di morte, appare come
il fiore più prezioso e fragile, l’essenza più
distillata della cultura europea, che non ha
inteso affatto di negare e alla quale anzi ha
offerto altri strumenti squisiti e sottili di in-
dagine e di espressione poetica. Scrisse di
sé: « Vorrei essere un primitivo, e fare un
atto piccolissimo, che la matita possa dise-
gnare senza preoccupazioni tecniche, un atto
piccolissimo ma reale, e un giorno, attra-
verso la ripetizione di atti simili, piccoli ma
«Motivo africano» (1909) di Wassily Kandinsky. Questo artista russo, nato a Mosca nel 1866 ed emigrato in
Germania, fu uno dei principali fondatori e la mente più lucida del gruppo del « Cavaliere Azzurro ». La sua pit-
tura tende a trasfigurare le figure e gli aspetti in pure sensazioni di colore e di grafia, a escludere la presenza
materiale della realtà fisica. Del 1910 è la sua prima composizione astratta, un acquarello con macchie chiare
di colore ed elementi grafici. Nei dipinti cui si riferisce quello qui
riprod si le
scenze dell’arte popolare che aveva già influenzato Kandinsky in Russia e che egli ritrovò nelle pitture dei
contadini dell’ Alta Baviera e nei dipinti popolari su vetro. Il nome del gruppo del « Cavaliere azzurro » pare
abbia origine da un suo dipinto raffigurante un cavaliere di colore azzurro, come segno della libertà della
fantasia. Esso divenne una specie di simbolo per tutto il gruppo espressionista di Monaco,
originali, nascerà un’opera sulla quale potrò
costruire veramente ».
Una tenera gaiezza emana dalla sua fantasia
e quindi dalla sua opera. Nella varietà infinita
delle sue emozioni e delle forme escogitate
per esprimerle, diede una rappresentazione
del mondo in uno stato di dolce eccitazione,
l'eccitazione immaginativa dei bambini ap-
punto, con i loro incanti e miracoli di trasfi-
gurazione. Espresse cioè con i suoi segni
esili e le stratificazioni leggere di colori, con
la serie ripetuta di un simbolo geometrico, i
misteri e le intimità della notte, delle piante
in rigoglio, i giardini dell’immaginazione, i
labirinti della memoria, i trascoloramenti del
mare, l’erba mossa dal vento, le venature dei
marmi. Ha trovato insomma il suo mondo
poetico anche tra le macchie umide dei muri,
delle muffe, tra i licheni sfrangiati, nel mutare
capriccioso delle nuvole o delle correnti d’ac-
qua. E a questa fantasia sottile e preziosa cor-
risponde un vigore espressivo, una sapienza
che si vorrebbe dire matematica e nello
stesso tempo magica dell’espressione pittorica.
E difatti, per non incorrere in facili equivoci di
incapacità pittorica, bisogna mettere l’accento
sulla preoccupazione costante che ebbe l’ar-
tista di tradurre queste sue sottili emozioni
in un preciso linguaggio pittorico, in auten-
tiche immagini di poesia figurativa. E qualche
volta questi suoi segni minuti, ossessivi e
concatenati come le maglie di un ricamo,
si trasformano in cattedrali, in architetture
fantastiche sospese su misteriosi cieli orientali.
L’ultimo suo dipinto, intitolato Morte e
fuoco, e tragico come sono tragici certi dipinti
di Picasso dello stesso periodo, reca il presen-
timento angosciante della sua fine e forse di
qualcosa di più vasto che non la sua esistenza
singola. Porta la data del 1940, cioè l’anno
della sua morte e dell’incendio bellico che in-
vestirà il mondo.
L’ Italsider
alla Fiera
di Milano
L’Italsider è stata presente quest'anno per la
prima volta alla Fiera di Milano.
Il compito di illustrare in sintesi il ruolo
rappresentato dalla massima azienda siderurgica
italiana nel panorama dell'industria nazionale
ed europea, ed il suo apporto allo sviluppo eco-
nomico del Paese, è stato affidato a Bruno
Munari, che ha creato un allestimento di estre-
ma semplicità ed eleganza e di indubbia sugge-
stione, utilizzando due nuove produzioni del-
l’Italsider: ventinove enormi tubi d’acciaio
saldati longitudinalmente, prodotti nel tubificio
entrato in funzione da pochi mesi a Taranto,
e le travi “HE” ad ali larghe parallele, nuova
produzione di Bagnoli.
Ciascun tubo, del diametro di un metro e
del peso di tremila chili è stato trasformato in
una sorta di camera di proiezione : il visitatore
ha potuto osservare in ognuno di essi l’illustra-
sione di un particolare aspetto della nostra si-
derurgia, che ha raggiunto il terzo posto nel-
l’ambito dei paesi della C.E.C.A. e l’ottavo
posto nel mondo.
Erano così descritti în rapide sintesi accessi-
bili al pubblico della Fiera i nuovi primati
produttivi raggiunti lo scorso anno dall’ Ital-
sider, i piani di sviluppo della società, le spe-
cializzazioni dei suoi vari stabilimenti dislocati
lungo la Penisola.
Il pubblico ha appreso che ogni minuto,
giorno e notte, dalle varie acciaierie di questo
tonnellate
“Oscar
o industriale oltre sei
d’acciaio. Nel solo centro siderurgico
Sinigaglia” di Genova-Cornigliano, ogni venti-
quattro ore vengono colate oltre quattromila
tonnellate d’acciaio, una quantità sufficiente a
undicimila automobili.
Altri interessanti dati erano quelli riguardanti
il centro siderurgico di Piombino, dove vengono
prodotte tutte le rotaie ferroviarie italiane ed
altro materiale per armamento ferroviario. Con
la produzione del 1961 di questo grande stabi-
limento, si potrebbe allacciare con un binario
Milano ad Amburgo.
Era poi posto in rilievo come nello stabili-
mento di Bagnoli, che è attualmente la mag-
colo.
escono
costruire
gior impresa industriale del Mezzogiorno d’Ita-
lia, si producano ogni mese oltre 20.000 tonnel-
late di tondo e di vergella, che messe in fila
circonderebbero con una linea ininterrotta metà
del globo, congiungendo Milano a Sydney, in
Australia. Del centro di Bagnoli, veniva par-
ticolarmente sottolineata la nuova produzione,
unica in Italia, delle travi “HE” ad ali larghe
parallele, un profilato pesante che fino ad oggi
non veniva prodotto nel nostro Paese, e che
offre, grazie alle sue speciali caratteristiche,
nuove ampie possibilità nel campo delle costru-
zioni d’acciaio.
Erano infine presentati nel padiglione del-
l’ Italsider significativi esempi di realizzazioni
con carpenteria prodotta negli stabilimenti di
Marghera e Savona, come i centocinquanta ca-
valcavia e i cinque grandi viadotti costruiti
sull’ Autostrada del Sole dalla C.M.F, (Co-
struzioni Metalliche Finsider) e una delle case
d'acciaio per il personale, edificate dall’ Ital-
sider a Genova-Pra. Era posto in rilievo come
case di questo tipo (di 15 piani), in cui la pre-
fabbricazione è spinta al massimo, possono es-
sere costruite in soli 240 giorni.
Nel padiglione Italsider, in conclusione,
Munari ha saputo felicemente fondere le due
esigenze fondamentali di ogni esposizione fie-
allestita moderni
precisa informazione tecnica e il messaggio de-
stinato al grande pubblico.
ristica secondo criteri : la
Le tre scoperte
della siderurgia
Abbiamo recentemente descritto sulla nostra
Rivista il nuovo “processo L. D.” per la fab-
bricazione dell’ acciaio, che appare destinato a
portare ad una nuova svolta nelle tecniche della
siderurgia. In questo articolo, il dottor A. Teo
Barnaba, autore del libro «Fabbricazione del-
l’acciaio», ci parla delle fondamentali scoperte
che portarono, un secolo fa, ad una grande
rivoluzione nel campo siderurgico, aprendo, con
la possibilità di produrre grandi quantità di
acciaio a costi economici e di alleviare le fatiche
dell’ uomo, l’ èra moderna della siderurgia.
Molto lenta fu l’evoluzione della tecnologia
siderurgica, attraverso i millenni, sino alla
metà del secolo scorso. E non si possono
stabilire dei periodi precisi perché le inno-
vazioni si sono gradualmente sviluppate sul-
l’arco di lunghi secoli ed in epoche diverse
da paese a paese.
Si era così pervenuti all’affermazione del
processo indiretto di fabbricazione del ferro
fucinabile. Per tale processo il minerale viene
dapprima elaborato nell’altoforno per rica-
varne ghisa; in una fase successiva la ghisa
viene affinata per liberarla da quegli elementi
che impediscono la fucinabilità del metallo.
Sino ad un secolo fa, questa seconda fase
veniva svolta con lavoro durissimo. Per ot-
tenere un massello di due quintali gli operai
dovevano faticare, esposti alle vampe del forno,
per un paio d’ore, manipolando il metallo
con pinze, raspi, crocetti. E ad un’operazione
seguiva subito un’altra, giorno e notte. Un
operaio lavorava normalmente per 12-16 ore
al giorno, con brevi intervalli per ingurgitare
enormi quantità di cibo e di bevande, che ri-
costituivano l’energia profusa e compensava-
no il sudore stillato.
Netto, improvviso fu, invece, il passaggio
all’èra moderna della siderurgia. Infatti, una
vera rivoluzione scoppiò, nel campo siderur-
gico, quell’anno 1855, quando si diffuse la
notizia che un certo Henry Bessemer era riu-
scito a convertire la ghisa liquida in acciaio
Nel 1855 scoppiò, nel campo siderurgico, una vera rivoluzione, quando si diffuse la notizia che un certo
Henry Bessemer era riuscito a convertire la ghisa liquida in acciaio liquido soffiandovi, semplicemente, aria,
Il 1855 è, per questo, noto tra i siderurgici come l'« anno Bessemer ». La stampa riproduce uno dei primi
convertitori di questo tipo in funzione.
liquido soffiandovi, semplicemente, aria. Sì,
proprio nient'altro che aria.
Fu mero caso o fortunata ispirazione ©
frutto di osservazione e di studio, la scoperta
di Bessemer? Quanto esporremo qui breve-
mente ci farà concludere che i tempi erano
bensì maturi per la scoperta, ma che fu una
combinazione fortunata che fosse venuto ad
interessarsi del problema un uomo ingegnoso
e realizzatore quale era H. Bessemer, anche se
quasi digiuno delle relative conoscenze scien-
tifiche che, pur esse, venivano in quell’epoca
appena formandosi.
Da qualche lustro prima del fatidico “anno
Bessemer” (ché così il siderurgico è portato
a chiamare l’anno 1855) era stato introdotto
l’uso di preriscaldare il vento per l’altoforno.
Il conseguente innalzamento della temperatu-
ra, dentro all’altoforno, rendeva possibile una
reazione che, nel passato, non poteva avvenire,
date le basse temperature raggiungibili col
vento freddo. Si tratta della riduzione della
silice, che spesso è contenuta nel minerale.
Per la riduzione della silice si libera il silicio
che si discioglie nel ferro. Siccome il silicio
sviluppa molto calore quando lo si fa bru-
ciare con l’ossigeno, avvenne che ben presto
molti siderurgici ebbero modo di notare che
alcune ghise (quelle particolarmente ricche di
silicio) ravvivavano la propria incandescenza
quando, manipolate nei forni di affinazione,
venivano investite dal getto d’aria. Tant'è
vero che si ha notizia che un certo William
Kelly già nel 1846 riusciva a convertire ghisa
in acciaio soffiandovi sopra semplicemente
dell’aria, precorrendo, in un certo senso, il
modernissimo sistema di conversione con os-
sigeno. Ma Kelly non riuscì a sviluppare il
procedimento fuori della sua piccola officina.
Le vaghe conoscenze del fenomeno che ab-
biamo descritto bastarono invece a Henry
Bessemer per escogitare ed eseguire l’espe-
rimento seguente. Nella ghisa, fatta lique-
fare dentro un crogiolo, immerse un tubo
di refrattario e, attraverso questo, soffiò
dell’aria. Dopo pochi minuti la ghisa risul-
tava trasformata in acciaio che era rimasto li-
quido sebbene la sua temperatura di fusione
fosse superiore a quella della ghisa. Dunque
l’aria aveva affinato la ghisa determinando
reazioni con tanto sviluppo di calore da com-
pensare non solo le perdite per irradiazione e
per fumi ma anche da riscaldare addirittura il
metallo. Era nato il processo Bessemer che apri-
va la nuova èra siderurgica, l’èra dell’acciaio
liquido.
Bessemer stesso modificò subito il processo
caricando ghisa liquida direttamente dall’al-
toforno e abolendo quindi il riscaldamento in
quanto superfluo. Inoltre, modificò il conver-
titore con l'immissione del vento dapprima
laterale ed infine dal fondo, così come si
fa ancor oggi.
Da notare che Bessemer era, si può dire,
40
un inventore di professione. Deteneva già,
infatti, quando fece la grande invenzione si-
derurgica, numerosi brevetti nel settore della
fonderia del bronzo e in quello dei proiettili
d’artiglieria. E, oltre ad essere un uomo di
grande ingegno, sapeva curare i propri inte-
ressi traendo notevoli vantaggi economici
dall’applicazione e dalla vendita dei procedi-
menti da lui brevettati.
Così, anche per lo spirito affaristico dell’in-
ventore, il processo Bessemer si diffuse rapi-
damente soppiantando i vecchi sistemi, ai quali
era, d’altronde, enormemente superiore e per
produttività e per economia. La produzione del
vecchio forno a puddellare era di tre-quattro
tonnellate al giorno con grande consumo di
carbone e impiego di manodopera. Col con-
vertitore Bessemer la produzione giornaliera
era duecento volte maggiore, senza consumo
di combustibile e con manodopera irrilevante.
Ma non tutte le ghise si prestavano alla
conversione nel convertitore Bessemer, che
era rivestito con refrattario siliceo. Partico-
larmente le ghise con tenori elevati di fosforo
erano inadatte perché il fosforo non poteva
venir assorbito dalla scoria silicea. Vi rimediò
nel 1878 l’inglese Thomas rivestendo il con-
vertitore, anziché con materiale siliceo, con
materiale di natura basica, quale la dolomite.
Così poterono venir elaborate e trasformate
in buon acciaio anche le ghise alte di fosforo
perché, nei convertitori in tal modo rivestiti,
il fosforo veniva assorbito dalla scoria con
formazione di fosfati che conferivano alla
scoria stessa le qualità di ottimo concime,
formando così un sottoprodotto di valore
commerciale non trascurabile.
Nel periodo intercorso tra la scoperta di
Bessemer e l'importante modifica di Thomas,
e precisamente nel 1864, un’altra grande in-
venzione venne a potenziare l’ormai mo-
derna industria siderurgica: il forno Martin-
Siemens, ideato dai francesi Emile e Pierre
Martin con la collaborazione dei fratelli Sie-
mens, tedeschi. Questo forno consentiva la
produzione di acciaio liquido partendo da una
carica fredda. Ed era quanto mai utile perché
la quantità di spuntature di acciaio aveva
raggiunto, nelle ferriere Bessemer, volumi in-
gombranti.
Con la rivoluzione siderurgica ha inizio
non solo l’èra moderna della siderurgia ma
anche l’èra dell’acciaio per l’umanità. Le pro-
duzioni nazionali, che non si computano più
in migliaia di tonnellate bensì in milioni, son
quasi sempre l’indice della potenza indu-
striale e del livello economico di una nazione.
E la marcia dell’acciaio, che ha preso l’avvio
dalle invenzioni di Bessemer, dei Martin, dei
Siemens e di Thomas, ha continuato rinvi-
gorita da nuove scoperte che fanno ricordare
altri benemeriti dell’umanità: Mannesmann,
Stassano, Héroult ed altri ancora, sino ad
arrivare alla clamorosa affermazione del mo-
dernissimo processo LD di conversione della
ghisa con ossigeno che, sperimentato e messo
a punto pochi anni or sono nelle acciaierie
austriache di Linz e Donawitz, è diffuso or-
mai in tutto il mondo.
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Il fatto di maggior rilievo nel quadro del-
l'industria mondiale dell’acciaio è la ridotta
attività della siderurgia statunitense. Si tratta
però di un fenomeno causato unicamente dal-
l’accentuata diminuzione della richiesta per ef-
fetto del generale assorbimento delle scorte ac-
cumulate dagli utilizzatori in previsione di uno
sciopero prima del recente accordo salariale nel
settore siderurgico.
Negli altri paesi la situazione permane sta-
sionaria, con tendenza ad adeguare l’offerta
alla richiesta. Per quanto riguarda la Comunità
Carbosiderurgica, la produzione di acciaio del
primo quadrimestre è stata di 24 milioni di
tonnellate, segnando una diminuzione del 3,2%,
Produzioni Italsider
coke
ghisa
acciaio
laminati a caldo
laminati a freddo
getti di ghisa
getti d’acciaio, fucinati e rodeggi
armamento ferroviario
derivati vergella
carpenteria
tubi saldati
altri prodotti
* muovi record mensili
rispetto al risultato conseguito nello stesso pe-
riodo del 1961. Hanno diminuito la produzione
tutti i paesi, fatta eccezione dell’Italia e del
Belgio. Quest'ultimo, peraltro, perché la produ-
zione del 1961 fu negativamente influenzata
da scioperi. L’afflusso delle ordinazioni ha invece
registrato un incremento del 6,7% e lascia pre-
vedere un aumento anche nel ritmo produttivo.
SITUAZIONE ITALIANA
La produzione siderurgica italiana continua
ad evolversi favorevolmente. Nel primo quadri-
mestre il gettito di acciaio si è elevato a
3.178.000 tonnellate, con un aumento del 7%,
rispetto al primo quadrimestre del r96r. Il
consumo interno, oltre che garantire un alto
livello di utilizzazione anche degli impianti che
progressivamente entreranno in esercizio, richiede
tuttora un ampio ricorso alle importazioni.
È da segnalare che in marzo l’Italia ha
raggiunto, con 850.000 tonnellate, il nuovo
record mensile nella produzione d'acciaio, supe-
rando notevolmente quello precedente che era
stato conseguito nell'ottobre del 196I.
marzo aprile
1962 1962
tonn. 174.428 157.285
» 257.013 * 229.267
» 312.544 285.015
» 246.298 * 220.062
» 40.834 44.715
» 9.489 7.734
» 4.787 4.804
» 1.934 1.559
» 3.466 2.961
» 2.447 2.163
» 12.500 13.267
» 499 55
RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider - via Corsica 4 - Genova
telefono 59.99. La riproduzione degli articoli è libera. Si prega citare la fonte. Stampa: AGIS -
Stringa - Genova. Clichés a colori:
Denz - Berna. Clichés in bianco e nero: Ceriale -
Genova
- extracted text
-
RIVISTA ITALSIDER
RIVISTA ITAL
la copertina: Pierre Soulages - incisione
Pierre Soulages è nato a Rodez, Aveyron
(Francia) nel 1919 e vive a Parigi. Cominciò
a dipingere mentre ancora frequentava il liceo,
nell’ignoranza completa di tutta l’arte mo-
derna. I suoi interessi andarono in quel perio-
do all’arte preistorica e romana. Solo nel 1938,
durante un breve soggiorno a Parigi, ebbe
modo di conoscere la giovane pittura con-
temporanea. Nel 1946 si trasferì nella capitale
e l’anno seguente espose per la prima volta
al «Salon des Surindépendants» affermandosi
come uno dei più interessanti giovani artisti.
2° e 3° di copertina: due stravaganti «inven-
zioni» presentate all’Esposizione universale di
Filadelfia del 1876: la «Nuova macchina per
volare» dell'americano W. J. Lewis e il
francese «Cinofero», velocipede mosso da
cani.
£° di copertina: antica insegna in ferro battuto
dell’ Albergo del Sole in Bergamo vecchia.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - alti forni e acciaie-
rie riunite Ilva-Cornigliano
Anno II - n. 2 - aprile-maggio
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedizio-
ne in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Il primo bilancio dell’Italsider pag. 2
Le fonti della scoperta scientifica » 10
I colori del ferro » 12
Cinque libri di scienza e tecnica » 14
I filosofi e le macchine » 17
Lovere » 20
Con i satelliti regoleremo il tempo
dallo spazio » 24
La rivolta degli espressionisti » 31
Le tre scoperte della siderurgia » 39
L’Italsider compie un anno di vita. E° stato un anno di intenso e
proficuo lavoro come è documentato, nelle pagine che seguono, dall’illu-
strazione dei risultati del primo «esercizio» della società, esposti all’assem-
blea degli azionisti, tenutasi il 26 aprile scorso.
L'assemblea non è stata però il solo avvenimento importante per l’I-
talsider verificatosi nel bimestre. Nell'ultimo consiglio di amministrazione,
il 15 maggio scorso, il cav. del lav. dott. Antonio Ernesto Rossi, richia-
mandosi al desiderio manifestato sin dallo scorso anno, ha rassegnato le
dimissioni da presidente della società.
Il consiglio ne ha preso atto con rincrescimento, pregando il dott. Rossi
di continuare a dare la sua collaborazione nell’Italsider quale consi-
gliere di amministrazione e membro del comitato esecutivo. Il consiglio ha
quindi eletto presidente della società l’ing. Mario Marchesi e amministratore
delegato il dott. Enrico Redaelli Spreafico, ed ha inoltre nominato direttore
generale il dott. Gian Lupo Osti, che si affianca così agli altri due direttori
generali, ing. Osvaldo Bianchini e ing. Angelo Scotto, conferendo infine il
rango di condirettore generale al rag. Carlo Ghio.
Pubblichiamo nella pagina seguente il saluto che il dott. Rossi e
l’ing. Marchesi hanno voluto indirizzare in questa circostanza al personale,
attraverso la Rivista.
Qui sotto, una fotografia scattata il 27 aprile 1961 che, ad un anno
di distanza, ha già assunto per noi un valore «storico» : il dr. Rossi (a destra)
e l’ing. Marchesi (a sinistra) firmano l’atto di fusione delle due società, da
cui è nata l’Italsider.
Nel lasciare la presidenza dell’Italsider, desidero far gjongere il mio saluto a tutti
i collaboratori di ogni grado e alle loro famiglie. :
Nei molti anni di lavoro nella Finsider, nell’Ilva e nella Cornigliano e poi, con la
fusione delle due società, nell’ Italsider, ho avuto modo di apprezzare in ogni momento
l’appassionata opera che tutti, dirigenti, impiegati, operai, hanno dato per l’affermazione
della siderurgia italiana, di cui la nostra società rappresenta una parte; così importante.
Consentitemi di ricordare con commozione il lavoro svolto insieme e di espri-
mere tutta la mia riconoscenza per i molti e preziosi frutti della vostra opera.
Compiti sempre più impegnativi vi attendono per il futuro.
Gli uomini che l’Italsider ha ora chiamato alle massime cariche direttive costitui-
scono la migliore garanzia che le nuove mete saranno perseguite con tenacia e
competenza.
Come consigliere di amministrazione e come membro del comitato esecutivo,
sarò lieto di poter ancora lavorare assieme a loro per far sì che l’Italsider possa sempre
più affermarsi come uno degli strumenti vitali di progresso economico e sociale del
nostro paese.
A voi tutti giunga il mio più fervido augurio di buon lavoro con l'esortazione
ad operare come sempre in concordia di intenti, per il migliore avvenire dell’ azienda,
sicura garanzia di benessere e di serenità per voi e per i vostri cari.
Antonio Ernesto Rossi
Vuole la consuetudine che il presidente di una società in occasione della sua nomina
invii un saluto al personale attraverso il giornale d’azienda. In primo luogo credo di in-
terpretare il pensiero di tutti rivolgendo al dott. Rossi, che con tanta competenza ed auto-
revolezza mi ha preceduto nella carica, l’espressione più affettuosa e cordiale della nostra
gratitudine per il contributo così notevole che egli ha dato allo sviluppo della nostra socie-
tà ed al progresso della siderurgia italiana.
Il dott. Rossi peraltro non ci lascia perché continuerà a lavorare con noi dandoci la sua
preziosa collaborazione. Anche di questo vogliamo ringraziarlo.
Il saluto che invio, attraverso la nostra Rivista, ai collaboratori dell’Italsider, negli sta-
bilimenti e negli uffici disseminati lungo la penisola, è il saluto di uno che già è stato al vo-
stro fianco, cooperando strettamente per far progredire la nostra grande azienda, oggi
così importante per l'economia del Paese.
Ci attendono altre fatiche ed altri anni di comune ed intenso lavoro perché 1’ Italsider
tende a raggiungere nuovi traguardi in una organizzazione produttiva sempre più moderna
ed efficiente.
È uno sforzo solidale che ci impegna a tutti i livelli a considerare il nostro lavoro un
complemento della fatica di tutti e ci obbliga a guardare al di là delle situazioni e dei pro-
blemi contingenti per sempre meglio individuarne le linee evolutive e prevedere quali po-
tranno essere le soluzioni migliori nog solo per l’oggi ma anche per il domani: siamo im-
pegnati ad adeguare la nostra azione alle nuove realtà e ad inserire l’azienda sempre più
validamente tra i fattori determinanti del progresso sociale.
Credo che questi siano i compiti che ci attendono e credo fermamente che solo in tal
modo potremo continuare a dare un significato concreto e positivo alla nostra azione co-
mune e un contributo decisivo alla creazione di una migliore coscienza aziendale e sociale.
Mario Marchesi
Saluto alla SIAC
‘A partire dal 1° luglio prossimo l’ Italsider assumerà la gestione in affitto dello sta-
bilimento di Campi della Società Italiana Acciaierie Cornigliano, e quindi anche la condu-
zione di tutte le attività industriali della SIAC.
L’Italsider, che ben conosce il fervore di collaborazione che ha sempre animato il per-
sonale della SIAC, è lieta di porgere a tutti il più cordiale benvenuto e l’augurio di buon
lavoro.
Il primo
bilancio
dell’Italsider
La siderurgia italiana continua a progre-
dire incessantemente, con ritmo pieno e vi-
goroso. In altri paesi, il 1961 ha visto la
produzione d’acciaio fermarsi ai livelli del-
l’anno precedente, e talora flettersi lievemente
(Inghilterra, Germania Occidentale, Stati Uni-
ti); in Italia invece si è avuto, rispetto al 1960,
un incremento produttivo dell’undici per cen-
to, il più forte nell’ambito della CECA e uno
dei più considerevoli del mondo intero.
La principale ragione di ciò va ricercata
nel fatto che la nostra economia, benché nel-
l’ultimo decennio abbia marciato a vele spie-
gate, è ancora lontana dall’aver raggiunto un
grado di sviluppo paragonabile a quello, per
esempio, dell'economia statunitense, o in-
glese; e perciò, mentre si può supporre che
quei mercati stiano sfiorando un sia pur
momentaneo limite di saturazione, il nostro
continua a rivelare formidabili capacità d’as-
sorbimento. Per render del tutto chiaro questo
concetto basterà, del resto, dire che il con-
sumo d’acciaio per abitante in Italia (pur
essendo sorprendentemente lievitato dai 100
chilogrammi del 1954 ai 217 del ’61) è an-
cora largamente inferiore a quello medio dei
paesi della CECA, che ha toccato i 350 chi-
logrammi; e che, in fatto di produzione per
abitante, ai nostri 186 chilogrammi fanno
riscontro i 428 della CECA, i 419 dell’ In-
ghilterra, i 491 degli Stati Uniti, i 324 del-
l’ Unione Sovietica.
Resta dunque una lunga strada da percor-
rere, e la nostra siderurgia la sta percorrendo
con grande decisione e impegno. Nel corso
del ’61 l’industria italiana ha complessiva-
mente prodotto 3.056.000 tonnellate di ghi-
sa € 9.124.000 tonnellate d’acciaio (contro i
6.762.000 del 1959 e gli 8.229.000 del 1960).
Ma, in un solo anno, il consumo interno è
salito da 8.998.000 tonnellate a 10.744.000;
sicché la produzione è risultata ancora sensi-
bilmente inferiore alla richiesta, e si è dovuto
ricorrere in non esigua misura all’importa-
zione di prodotti esteri.
Come si è inserita l’Italsider nel quadro
produttivo nazionale e qual’è stato il peso
della sua azione? Risponde esaurientemente a
questa domanda la relazione di bilancio pre-
sentata dal consiglio d’amministrazione al-
l'assemblea degli azionisti, che si è svolta il
26 aprile. Si è trattato della prima assemblea
ordinaria dopo la fusione Ilva-Cornigliano e
l’assunzione, da parte delle due aziende riu-
nite, della nuova ragione sociale; e ciò ha
permesso di tirare le prime somme circa i
risultati pratici della fusione stessa.
Va da sé che la fase iniziale di vita di un’a-
zienda — specie quando si tratti di amalgama-
re due organismi di struttura e di tradizioni
diverse — è sempre la più delicata, quella in
cui più chiaramente affiorano, se ci sono, le
magagne organizzative, quella in cui più
evidenti appaiono, se ci sono, le spropor-
zioni fra i risultati previsti sulla carta e quelli
concretamente ottenuti.
Ebbene, si può dire con tranquilla coscienza,
e non senza una piccola, legittima dose d’or-
goglio, che non uno degli obiettivi prefis-
sati è stato mancato; che si sono veramente
realizzate quella maggiore unitarietà d’indi-
rizzi tecnici ed economici, quella più razio-
nale e armonica utilizzazione dei mezzi e
degli uomini, quel più serrato e fruttuoso coor-
dinamento di programmi, ch’erano gli scopi
essenziali della fusione; che tutti i settori della
nuova azienda hanno operato, dal primo gior-
no, con ritmo tutt’altro che incerto e lacunoso,
anzi con affiatamento e slancio esemplari; e
che non ci sono state battute d’arresto nel-
l'attuazione dei piani di sviluppo, ma, al
contrario, una maggiore e migliore alacrità
d’azione. Il che è provato dalla bontà e con-
sistenza dei risultati tecnici ed economici,
come poi vedremo.
L’azienda, in conclusione, è nata viva, e
ben viva; ed è pienamente giustificato l’ otti-
mismo senza riserve con cui oggi da ogni
parte si guarda al suo sviluppo.
Ma veniamo alle cifre, sempre più convin-
centi delle parole. In tutti i principali settori
sono state raggiunte punte massime di pro-
duzione: 2.622.000 tonnellate di ghisa, 3.510.000
tonnellate d’acciaio, 1.873.000 tonnellate di
coke metallurgico, 169.000 tonnellate di semi-
lavoratori per vendita, 2.714.000 tonnellate di
laminati a caldo, 490.000 tonnellate di lami-
nati a freddo, 174.000 tonnellate di prodotti
rivestiti, 313.000 tonnellate di prodotti di
seconda lavorazione siderurgica.
L’apporto dell’ Italsider alla produzione na-
zionale è stato dell’ 86 per cento per la ghisa
e del 38 per cento per l’acciaio e i laminati a
caldo.
Quanto agli incrementi della produzione
d’acciaio rispetto al 1960, se quello nazionale
è stato, nel suo complesso, dell’ 11 per cento,
quello ottenuto dall’Italsider è stato del 14,5.
Dei tre centri a ciclo integrale, Cornigliano
ha prodotto 828.000 tonnellate di ghisa e
1.438.000 tonnellate d’acciaio; Piombino ri-
spettivamente 761.000 e 854.000 tonnellate;
Bagnoli 885.000 e 869.000. Degno di nota il
considerevole aumento delle produzioni di
energia elettrica, che hanno raggiunto i 747
milioni di kWh.
Il flusso delle materie prime è stato perfet-
tamente regolare. Per dare un'idea precisa
della sua consistenza diremo che nel corso
dell’anno sono entrati negli stabilimenti so-
ciali 4.238.000 tonnellate di minerali di ferro,
2.502.000 tonnellate di carbone da coke, 636.000
tonnellate di rottami, 392.000 tonnellate di ce-
neri di pirite, 81.000 tonnellate di minerali di
manganese. Oltre 7 milioni di tonnellate di
materie prime sono giunte per via marittima.
L’accresciuto ritmo delle vendite, favorito
dalla più intensa richiesta del mercato interno,
ha permesso, nonostante la diminuzione dei
prezzi, un sensibile aumento del fatturato, che
è passato infatti dai 241.051.000.000 di lire
del 1960, a 246.650.000.000.
Complessivamente sono state spedite 221.000
tonnellate di ghisa, 4.000 di ferroleghe, 170.000
di lingotti e semilavorati e 2.386.000 di la-
minati.
Incoraggianti le prospettive, sia sul mercato
interno che su quello estero, nel settore delle
seconde lavorazioni, e prima di tutto in quel-
lo dei tubi saldati cui è dedicato il nuovis-
simo impianto di Taranto.
Il mercato interno ha assorbito l’intera pro-
duzione di ghisa, di ferroleghe e di lingotti
e semilavorati, e oltre il 91 per cento dei
prodotti finiti. L’esportazione di laminati ha
dovuto venir limitata a 223.000 tonnellate pro-
prio per l’aumenta richiesta interna.
L’utile netto dell’azienda — dopo uno stan-
ziamento di 20 miliardi e 200 milioni per am-
mortamento degli impianti — è stato di lire
11.285.344.788.
Questi, aridamente esposti, i dati essenziali
del bilancio. Ma il quadro dell’attività azien-
dale sarebbe peggio che monco se non fa-
cessimo almeno un rapidissimo accenno al-
l'enorme mole di lavori in corso nei vari
stabilimenti sociali per adeguarne la poten-
zialità agli altissimi livelli produttivi che
l’ Italsider si è posti come traguardo per
il 1965.
Il centro “Oscar Sinigaglia” già entro il
1963 sarà in grado di produrre 1.550.000
tonnellate di ghisa e 2 milioni di tonnellate
d’acciaio all'anno. A Cornigliano, com'è no-
to, verrà concentrata la produzione dei rive-
stiti, con un notevole potenziamento della la-
minazione a freddo e della linea di stagnatura
elettrolitica e con la costruzione di una se-
conda linea di zincatura continua, mentre
(segue a pagina 6)
Questa colonna, che si riempie di colore mano a mano
che dall'alto scende verso la base, è la rappresentazione
grafica del fatturato dell’ Italsider dal 1953 ad oggi (na-
turalmente dal ’53 al 760, cioè prima della nascita del-
l’Italsider, le cifre rappresentano la somma del fattu-
rato dell’Ilva e della Cornigliano). In tali cifre è
p in lire q l'azienda ha fi in un
anno di esercizio in seguito alle vendite effettuate, Come
si vede, dal *53 al ’61 il valore del fatturato della
nostra società in conseguenza del forte aumento delle
vendite si è più che triplicato. Tale aumento è stato
costante, con una sola flessione, nel 1958, anno in cui
si verificò un periodo di stasi su scala internazionale,
I 246 miliardi e 650 milioni fatturati nel 1961 costi-
tuiscono un risultato assai lusinghiero.
FATTURATO DELL’ ITALSIDER
in milioni di lire
1953
1954
1955
1956
1957
1958
1959
1960
1961
PRODUZIONE
MONDIALE D’ACCIAIO
in milioni di tonnellate
PRODUZIONE
D’ACCIAIO NEI PAESI
DELLA C.E.C.A,
in migliaia di tonnellate
Europa Occidentale
Europa Or. e U.R.S.S.
1960
1961
Stati Uniti
altri paesi
totale 225 270 284
Questo grafico pone in evidenza alcuni dati interessanti. In primo
luogo che il gruppo dei paesi dell'Europa Occidentale nel 1961 è
stato al primo posto per entità di produzione d’acciaio nel mondo.
Segue il gruppo formato dall'Europa Orientale e dall’URSS e al
terzo posto gli Stati Uniti. Dal grafico risulta evidente che, mentre
negli altri gruppi si nota un incremento pressoché costante della
produzione (e questo soprattutto per quanto riguarda il gruppo
«altri paesi»), negli Stati Uniti la produzione presenta livelli oscil-
1954 1955 1956
Germania
1957
293 272 302 346 361
lanti di anno in anno. Questo fenomeno è dovuto al fatto che
l'espansione dell’industria siderurgica statunitense ha raggiunto,
nel quadro della generale ed enorme industrializzazione di quel
paese, un livello elevatissimo. Le oscillazioni rappresentano quindi
un normale alternarsi di fasi economiche più o meno vivaci. La
trascurabile diminuzione della produzione globale di acciaio dell'Eu-
ropa Occidentale nel 1961 è dovuta a un lieve assestamento di
mercato dopo l’elevatissimo sviluppo del 1960.
1958 1959 1960 1961
Francia
5.395
Italia
Belgio
Lussemburgo
Olanda
52.627
totale C.E.C.A 43.842 56.795
Ecco invece in questo grafico le singole produzioni d’acciaio dei
sei paesi facenti parte della Comunità carbosiderurgica. L'Italia,
a partire dal 1957, ha raggiunto il terzo posto nella graduatoria
dei paesi della C.E.C.A. Lo sviluppo della produzione d’ acciaio
del nostro paese dal 1954 al 1961 ha registrato un aumento del
117 per cento, il maggiore nell’ambito della Comunità. Rispetto
59.805
57.997 63.161 72.836 73.266
al 1960, Germania e Belgio hanno segnato una lieve diminuzione
produttiva, Italia, Francia, Lussemburgo e Olanda hanno registrato
un aumento. I paesi della C.E.C.A., presi insieme, continuano ad
occupare il secondo posto dopo gli Stati Uniti nella produzione
d'acciaio. Con la probabile adesione della Gran Bretagna alla
Comunità, quest’ultima potrà occupare il primo posto nel mondo.
ITALIA - CONSUMO INTERNO D'ACCIAIO
in migliaia di tonnellate
produzione (*)
importazione
+ 9.294
+ 2,922
espor
— 212 - 260 _ 487 n
— 986 -1010 1065 1.150 si
Ios 1.216
+ 163
bilancio gi —r——»
- 36 - 57 - 143 - 21 a - 65 - 117 - 256
A 10.744
consumo interno
1953 1954 1955 1956
(*) acciaio + laminati da ferro a pacchetto
L'affermazione dell’industria siderurgica italiana è dovuta all'aumento
del consumo interno d’acciaio. Il dato del consumo d'acciaio in un
anno è stato calcol do dalla della produzione e dell’im-
portazione l’esportazione e tenendo conto delle variazioni in più o in
meno delle giacenze esistenti presso i produttori. Come si vede nel
grafico, l’Italia più acciaio di q non ne produca e per
questo deve ricorrere ad una notevole importazione. Questo dato giu-
stifica ampi i prog i di ulteriore espansi della nostra
siderurgia, accentrati in massima parte nell’Italsider. D'altra parte i
1957 1958 1959 1960 1961
nostri prodotti si sono imposti sui mercati esteri. Il fatto che l’Italia,
pur avendo bisogno di importare acciaio, esporti una parte della sua
produzi può brare un Bisogna tener presente
però che il nostro è un mercato libero e che pertanto gli operatori
possono importare ed esportare acciaio da e verso i paesi che sono
per loro più vantaggiosi economicamente. Questo scambio non costi-
tuisce un el egativo, ma al io è un si positivo di
vivacità del nostro mercato, ed è inoltre una prova del grado di
competitività raggiunto dalle nostre produzioni siderurgiche.
PRODUZIONE D'ACCIAIO PER ABITANTE
in chilogrammi
Stati Uniti
U.R.S.S.
Italia C.E.C.A Inghilterra
fd
1961
nella sezione di Novi Ligure sarà concentra-
ta la produzione di lamiere sottili a freddo.
Nel corso del ‘61 le varie opere d’amplia-
mento sono state sviluppate secondo i tempi
prestabiliti. A Cornigliano sono ormai in
attività la 48 e la 52 batteria di forni a coke e l’al-
toforno da 28 piedi ed è in fase di montaggio la
fabbrica d’ossigeno. Per quanto riguarda il po-
tenziamento del laminatoio a freddo e degli im-
CONSUMO D’ACCIAIO PER ABITANTE
IN ITALIA E NELLA C.E.C.A.
in chilogrammi
Italia
1954 100 228
1955 115 271
1956 119 285
1957 129 293
1958 129 283
1959 146 295
1960 183 345
1961 217 350
In questi due grafici vediamo la produzione e il consumo d’acciaio suddivisi secondo il
mumero degli abitanti di vari paesi. Questi raffronti sono molto interessanti perché costi-
tuiscono gli indici più significativi del grado di industrializzazione di un paese. Basta
sapere il consumo d’acciaio per abitante per avere subito una idea abbastanza precisa del
livello industriale di un popolo. Per l’Italia, i dati dimostrano che dal 1954 al 1961 il
progresso è stato notevolissimo ed indicano nello stesso tempo le ampie possibilità di una
ulteriore espansione.
pianti di stagnatura e zincatura, sono stati ordi-
nati tutti i materiali. La colmata della superficie
marina è proseguita a ritmo intenso; sono
stati sviluppati gli studi per la banchina, i
parchi delle materie prime e la preparazione
del minerale ed emessi i primi ordini per gli
impianti di agglomerazione. Nella sezione di
laminazione a freddo di Novi Ligure si è
decisamente entrati nella fase dei montaggi
meccanici; per l’ultimo trimestre dell’anno in
corso è previsto l’inizio della produzione.
Il centro di Piombino raggiungerà entro
il 1965 una potenzialità produttiva di 2 mi-
lioni di tonnellate di ghisa e di 2 milioni di
tonnellate d’acciaio, con specializzazione nel
settore dei profilati di ogni dimensione, com-
prese le rotaie. Esso fornirà inoltre tubi
saldati di tipo commerciale in quantità ade-
(segue a pagina 8)
1954 1955 1956 1957 1958 1959
Italia ed +62î +87: 2.072 2.060 2.098
Italsider
|
Italia 6.271 | 6.762
|
Italsider
Italia 3.149
Italsider
totale
ghisa acciaio
« Oscar Sinigaglia »
Piombino
Bagnoli
altri stabilimenti (*)
(*) per la ghisa: Trieste - per l'acciaio: Novi Ligure, Lovere, Trieste e Marghera
1960
1961
ghisa
acciaio
7.198
laminati a caldo
ghisa
acciaio
PRODUZIONI SIDERURGICHE
NAZIONALI E ITALSIDER
in migliaia di tonnellate
Il grafico dimostra il decisivo apporto del-
l’Italsider all'affermazione della siderurgia
italiana. Si tratta di valorì che nel 1961
hanno rappresentato l’86%, del gettito na-
zionale per la ghisa e il 38%, per l'acciaio
e che documentano di per se stessi l’im-
portanza dell'azienda nell’economia italiana.
ITALSIDER - PRODUZIONE DI
GHISA E D'ACCIAIO NEL 1961
SUDDIVISA PER CENTRI DI PRO.
DUZIONE
in migliaia di tonnellate
Le produzioni di ghisa e d’acciaio dell’Ital-
sider sono quasi totalmente accentrate in
centri siderurgici a ciclo integrale dislocati
sul mare. Questi complessi, attualmente in
corso di potenziamento, ai quali si aggiun-
gerà il nuovo centro in costruzione a Ta-
ranto, continueranno ad essere come per il
passato l’ossatura della nuova siderurgia
italiana,
ITALSIDER - PRODUZIONE DI
GHISA E D'ACCIAIO
in migliaia di tonnellate
ghisa acciaio
1954 bi 918 1.448
1955 ci 1.238 2.031
1956 RE 1.504 2.222
1957 i 1.699 2.671
1958 fo 1.701 2.516
1959 i 1.751 2.463
1960 De 2.250 3.066
si
1961 2.622 3.510
===
1965 (*) BR 7.300 7.800
(*) previsioni
guata alla crescente richiesta del mercato.
Fra i principali lavori effettuati nel 1961
vanno ricordati il potenziamento della cen-
trale termica, con la costruzione di una nuo-
va caldaia da 100 tonnfh, l'incremento della
potenzialità di tre caldaie esistenti, l’installa-
zione di due nuove turbosoffianti e la rico-
struzione, con aumento della capacità produt-
tiva, dell’altoforno n. 2.
Il centro di Bagnoli, grazie agli indispensa-
bili ampliamenti, raggiungerà entro il 1965
la capacità produttiva annua di 1.500.000
tonnellate di ghisa e di 1.650.000 tonnellate
di acciaio. Rispetto alle produzioni attuali,
l'incremento che ne deriverà sarà del 62 per
cento per la ghisa e del 92 per cento per l’ac-
ciaio. Bagnoli rafforzerà la sua posizione di
produttore di profilati grossi e medi, di na-
stri stretti, di tondo e vergella.
L’avvenimento di maggior rilievo verifi-
catosi nel corso dell’anno passato a Bagnoli
è stato l’entrata in esercizio del treno per
travi ad ali larghe parallele. È inoltre entrata
in funzione, completamente ricostruita, la
batteria n. 2 di forni a coke. Infine sono stati
ITALSIDER - PRODUZIONE DI LAMINATI A CALDO NEI VARI STABILIMENTI(*)
dati in tonnellate relativi al 1961
laminati rotaie e cerchioni
piani profilati armamento e ruote totale
«Oscar Sinigaglia » 1.378.571 ali = — 1.378.571
Bagnoli 175.727 394.725 1.685 _ 572.137
Piombino —_ 85.806 172.199 _ 258.005
Trieste 47.019 _ —_ — 47.019
Lovere 2.861 _ _ 34.759 37.620
Marghera 5.861 123.386 E a 129.247
Novi Ligure 89.920 86.337 _ _ 176.257
S. Giovanni Valdarno 4.831 48.079 113 _ 53.023
Torre Annunziata —_ 61.600 _ _ 61.600
totale 1.704.790 799.933 173.997 34.759 2.713.479
(*) esclusi pertanto i semilavorati per vendita (Piombino: t. 113.130; Novi Ligure: t. 29.300;
Bagnoli: t. 15.826; «Oscar Sinigaglia»: t. 11.130).
a sinistra: il rapporto fra la produzione di ghisa e di
acciaio è in Italia di appena il 33,9%, di fronte a valori
molto più elevati nelle altre siderurgie. Basti rilevare
che la media nella Comunità Carbosiderurgica è del
74,5%. La produzione di ghisa è l’elemento base per
un sano sviluppo dell’industria siderurgica, soprattutto
perché la svincola dalle ampie oscillazioni del mercato
del r Il grafico dim che l’Italsider ha sem-
pre seguito questa necessità i i
che risulta evidente anche dalle previsioni di prod
per il 1965. In tale anno il rapporto di produzione fra
ghisa e acciaio dell’Italsider, che già ora con
il 74,7%, supera la media della C.E.C.A.,
raggiungerà il 94%. In tal modo, la nostra
cietà ibuirà ad elevare notevol il
eni apra
Pr a ©
in alto: l’attività dell’Italsider copre, come
si vede, pressoché tutta la gamma delle
pr gi La tabella mette
s; ti in Cp] le p tai î . dei
vari stabilimenti della società.
iniziati: l’ulteriore prolungamento di 100
metri del pontile nord e dei due scaricatori,
che completeranno l’assetto previsto per i
mezzi di sbarco; la preparazione delle aree
per i nuovi impianti; la costruzione delle prime
quattro celle delle nuove batterie di forni a
pozzo; i lavori per la fabbrica d’ossigeno; il
potenziamento del treno per nastri stretti.
A Taranto, com'è noto, è entrata in attività
il 15 ottobre 1961 - in notevole anticipo sui
tempi previsti — la fabbrica di tubi saldati.
Si è inoltre proseguita, con la preparazione
delle aree, la progettazione generale del
nuovo centro a ciclo integrale, ed è già stata
ordinata una parte degli impianti principali.
Il complesso di ‘Taranto raggiungerà nella
prima fase, e cioè entro il 1965, una produzione
di 1.800.000 tonnellate di ghisa e di 2 milioni
di tonnellate d’acciaio da trasformarsi in la-
miere e in nastri a caldo.
Nel 1961 è stato inoltre impostato il nuovo
piano di sviluppo dello stabilimento di Trie-
ste che prevede un sensibile incremento della
produzione di ghisa, da utilizzare in parte
per la fabbricazione di lingottiere ed in parte
per la vendita ad acciaierie e a fonderie.
In tutti gli stabilimenti delle seconde la-
vorazioni, mentre sono proseguiti gli studi
dei piani di sviluppo e di specializzazione delle
attività produttive, si è già dato corso a con-
crete attuazioni, quali il riordinamento del re-
parto fucinatura a Lovere, il trasferimento
della sezione carri ferroviari da Vado a Sa-
vona, il trasferimento dell’impianto arpioni
elastici da Voltri a S. Giovanni Valdarno.
Dette così alla spicciolata, e nella scarna fra-
seologia dei tecnici, queste cose possono
anche non fare una grande impressione. Ma
la questione cambia sostanzialmente se si
tirano le somme e si guarda al risultato finale:
nel 1965 — vale a dire, mese più mese meno,
fra tre anni — l’Italsider, che già oggi è la
più forte produttrice d’acciaio in Europa,
sarà in grado di sfornare 7,3 milioni di ton-
nellate di ghisa all’anno (nel 1955, appena dieci
anni prima, ne produsse poco più d’un mi-
lione) e 7,8 milioni di tonnellate d’acciaio
(due milioni nel 1955).
Una entusiasmante realtà, che non ha dav-
vero bisogno d'essere puntellata da aggettivi.
ITALSIDER - BILANCIO AL 31 DICEMBRE 1961
STATO PATRIMONIALE
ATTIVO
immobilizzazioni tecniche
spese fusione Ilva-Cornigliano
scorte, commesse in corso e prodotti
partecipazioni
crediti finanziari e valori numerari
crediti commerciali
crediti vari
ratei e risconti
totale
conti d’ordine
PASSIVO
capitale e riserve
fondi ed accantonamenti
debiti finanziari a lungo termine
debiti finanziari fluttuanti e prefinanziamenti su mutui
debiti commerciali
debiti vari
ratei e risconti
residuo utili esercizi precedenti
utile netto
totale
conti d’ordine
CONTO PROFITTI E PERDITE DEL BILANCIO 1961
utili industriali e rendite diverse
oneri generali :
spese generali amministrative
imposte e tasse
interessi, sconti ed accessori
quota ammortamenti e deperimenti
utile netto
al 31-12-1961
al 31-12-1960
Ilva-Cornigliano
388.226.209.860 325.203.034.871
3.737.932.125 _
89.500.581.514 72.529.865.359
881.254.527 719.484.527
20.486,619,247 33.629.638.857
63.874.133.761 52.219.326.273
7.341.332.618 2.764.335.455
2.805.127.295 3.201.928.894
576.853.190.947 490.267.614,236
97.242.926.031 84,949.463.596
153.283.087.280 128.190.914.567
153.979,513,299 135.207.363.426
134.969,987.238 132.808.037.714
68.396.250,460 44,267,041.227
36.304.523.275 27.512.323.923
16.402.124.697 11.071.525.373
2.156.063.828 2.500.436.270
76.296.082 105.293.937
11.285,344.788 8.604.677.799
576.853.190.947 490.267.614.236
97.242.926.031 84.949.463.596
52.339.260.537
4.528.455.991
6.203.994.737
10.121.465.021
20.200.000.000
41.053.915.749
11,285.344.788
Galileo detta al i «Discorsi sulle due nuove scienze»
«La filosofia è scritta in questo grandissimo
. libro, che continuamente ci sta aperto davanti
I, onti agli occhi (io dico l’ Universo), ma non si
e può intendere se prima non si impara a
intender la lingua e a conoscer i caratteri nei
quali è scritto». Questo è l'insegnamento fon-
o È damentale di Galileo, colui che è considerato,
( e da SCO erta sc1ienti ca a ragione, il padre del metodo sperimentale e
x della scienza moderna. Altri, prima di lui,
nell'antichità e nel medioevo, ar iffer-
mato il valore dell'esperienza, ma nessuno come
Galileo ebbe così chiara coscienza del metodo
e seppe così chiaramente enunciarne i legami
che devono intercorrere tra esperienza e specu-
lazione. In questo articolo, il professor Adriano
Buzzati Traverso, uno dei maggiori biologi con-
temporanei, noto anche al pubblico non specializ-
zato per la spregiudicata lucidità dei suoi scritti
divulgativi, spiega come le fonti della ricerca
scientifica siano oggi, come ieri, nel solco degli
indirizzi galileiani, esperienza e ragione.
Benché le più impressionanti scoperte della
scienza d’oggi possano sembrare ad un os-
servatore superficiale un prodotto esclusivo
di questo mondo nel quale viviamo, fatto di
acciaio inossidabile e di apparati televisivi ed
abitato da cosmonauti e scienziati dal fare
esoterico in camice bianco, le scoperte stesse
e le attività scientifiche in generale traggono
la propria origine e la propria motivazione
da un passato più o meno remoto e dalla
natura stessa dell’uomo, qualsiasi uomo.
Questi due aspetti della scienza d’oggi, la
connessione della scienza attuale con quella
del passato da un lato ed il cosiddetto metodo
scientifico come atteggiamento possibile a
qualsiasi uomo che senta il bisogno di libe-
rarsi ed affermarsi, meritano, mi sembra,
qualche commento. Cercherò di farlo utiliz-
zando qualche esemplificazione dal campo di
ricerca che mi è più familiare, lo studio della
vita.
Chiunque rivolga la propria attenzione al
mondo circostante o a se stesso si rende fa-
cilmente conto che i fatti e gli eventi che
lo preoccupano non possono venir compresi
se non vengano posti in relazione con quanto
è avvenuto, o è stato scoperto prima di noi.
Egli assume, così facendo, un atteggiamento
storicistico, in quanto identifica nella storia
o nella cronaca di eventi succedutisi nel tem-
po un fattore indispensabile per comprendere
ciò che avviene, ciò che viene scoperto oggi.
Tale constatazione sembra essere valida per
qualsiasi settore delle attività umane o dei
fenomeni naturali in genere. L'arte, la lette-
ratura e la filosofia, come qualsiasi altro
lavoro intellettuale o pratico, trovano nello
studio della propria storia una insostituibile
fonte di illuminazione. Nel caso della scienza
ciò diviene ancor più essenziale poiché la
scoperta scientifica è ancor più dipendente
dalle conoscenze precedentemente raggiunte
di quanto non lo sia l’invenzione poetica 0,
in genere, l’ispirazione artistica. Si dà il
caso, se pur assai raro, che eccezionali intellet-
ti giungano ad una propria espressione pit-
torica, musicale o letteraria, perfettamente
valida anche quando giudicata ad anni di
distanza, senza che essi abbiano potuto go-
dere di una completa preparazione culturale,
e quindi storica, in quelle attività dell’uomo
che più li interessavano. Attribuiamo oggi
così un indiscusso valore ad espressioni di
arte indigena di paesi rimasti isolati dalle no-
stre grandi correnti di pensiero, oppure ai
quadri di un pittore come il doganiere Rous-
seau. Nel caso della scienza una simile possi-
bilità è del tutto esclusa. Non è possibile oggi,
così come non lo era ieri, dare un valido con-
tributo alla conoscenza scientifica se non si
posseggono le principali nozioni teoriche e
tecniche che caratterizzano ciascun momento
dello sviluppo scientifico. Per la scienza,
dunque, la identificazione delle sue fonti
nel passato, sembra ancor più indispensabile
che per altri settori di attività umane.
A questo punto sarebbe possibile comin-
ciare una elencazione di singole scoperte scien-
tifiche recenti, come la equivalenza fra massa
ed energia, oppure la spiegazione in termini
di elettroni delle caratteristiche di atomi e di
molecole, oppure la struttura e costituzione
chimica del materiale ereditario di qualsiasi
organismo, e quindi rintracciare, procedendo
all’indietro nel tempo, come quando e dove
si siano raggiunte le conoscenze che hanno
rese possibili le elencate scoperte. Ma in questo
caso ci si metterebbe a fare della storia della
scienza, o di singole scoperte ed il discorso si
farebbe troppo lungo. Mi sembra invece pre-
feribile discutere un po’ dell’altra fonte ine-
sauribile della scoperta scientifica, quella ine-
rente alla natura stessa dell’uomo ed alla sua
curiosità. Non si tratta, in realtà, di una fonte
diversa da quella, a cui ho prima accennato,
identificabile nella storia del pensiero scienti-
fico. Questa storia, infatti, consiste dei ri-
sultati ottenuti da nostri predecessori che si
ponevano, se pure in termini diversi, i mede-
simi problemi che ci poniamo oggi. Essi li
potevano affrontare con i medesimi procedi-
menti metodologici che utilizziamo oggi.
Oggi i problemi si pongono in termini diversi
poiché le esperienze si sono accumulate e
possiamo utilizzare, oltre al procedimento
scientifico, che è sempre rimasto più o meno
quello di Galileo Galilei, anche i risultati della
applicazione di questo procedimento attra-
verso qualche secolo. Possiamo dunque con-
cludere, a questo punto, che la fonte prima
ed essenziale della scoperta scientifica consi-
ste nell’attenzione prestata agli eventi del
mondo e nel tentativo di spiegare come essi
si verifichino in termini razionali e senza ri-
correre all’intervento di forze soprannaturali
e pertanto imperscrutabili. Subordinatamente,
possiamo pure concludere che ogni tentativo
di giustificare come avvenga oggi la scoperta
scientifica deve poggiare su questo bisogno di
appagare la curiosità suscitata dal mondo e
sui risultati ai quali la soddisfazione di tale
bisogno ha condotto.
A questo punto mi pare che il discorso
possa divenire più facilmente comprensibile
e quindi soddisfacente se utilizziamo l’esempio
della curiosità scientifica nei confronti del
mondo dei viventi, invece di continuare a
parlare in termini generali. Come abbia ori-
gine, prenda forma, si sviluppi un bimbo nel
seno della madre, come questo nasca e quindi
diventi grande sotto l’influenza dell’ambiente
familiare, come ciascuno di noi porti impresse
caratteristiche fisiche ed atteggiamenti che
possiamo riscontrare nei nostri genitori o
nei nonni, o anche in parenti più lontani,
come gli esseri umani possano essere così
diversi l’un dall’altro pur accomunati dalle
inconfondibili qualità che ci fanno uomini,
1I
hanno costituito nel passato e costituiscono
ancor oggi alcuni dei più affascinanti ed enig-
matici problemi che l’uomo si sia posto.
Di fronte a problemi di questo tipo l’uo-
mo, di solito, adotta uno dei due seguenti
atteggiamenti. O la sua curiosità nei confronti
di tutti quei “come” non è troppo vivace
e si accontenta di spiegazioni o pseudospie-
gazioni che gli possono venir offerte da ri-
conosciute autorità, come possono essere
Aristotele o i testi sacri di una religione rive-
lata. Oppure egli possiede uno spirito inda-
gatore, non si accontenta di quanto altri af-
fermano, non solo autorità filosofiche e teo-
logiche ma anche autorità scientifiche (egli,
cioè, pone in dubbio anche quanto affer-
mano i libri di testo e le monografie scienti-
fiche) e si metterà a studiare con metodo spe-
rimentale il particolare problema che lo in-
teressa. Egli rifiuterà qualsiasi spiegazione che
egli, personalmente, non possa controllare.
Magari non potrà rifare tutti gli esperimenti
che tutti i biologi prima di lui hanno fatto,
ma basterà che ne ripeta qualcuno, per così
dire, cruciale, che gli consenta, indirettamente,
di constatare anche la validità di molte affer-
mazioni fatte dai suoi predecessori. Egli, in
tal modo, opererà una severa critica delle co-
noscenze scientifiche di quel momento, ed
inevitabilmente identificherà prima o poi una
zona d’ombra, si renderà conto d’essere giun-
to al limite delle conoscenze di quel momento.
Da questo punto egli potrà procedere al ten-
tativo della scoperta, se egli accetterà di pro-
seguire nella direzione di cercare una spie-
gazione razionale di quei fatti che egli, in
quel momento, non riesce ancora a com-
prendere.
Le meravigliose caratteristiche degli es-
seri viventi hanno indotto alcuni a pensare
che le proprietà della cosiddetta materia vi-
vente non siano riconducibili al gioco di ma-
teria ed energia, così come viene general-
mente riconosciuto per la materia inanimata.
Sono così state proposte cosiddette teorie
“vitaliste”, le quali attribuivano le caratte-
ristiche del vivo all’intervento di una “forza
vitale” od altra entità mal definita e non ag-
gredibile con il consueto metodo scientifico.
Siffatte teorie hanno costituito, per breve
tempo fortunatamente, un intoppo al proce-
dere delle conoscenze biologiche poiché han-
no introdotto una pseudo-spiegazione, invece
di costituire operanti teorie scientifiche in
base alle quali si sarebbero potuti architettare
esperimenti intesi a provare o negare la vali-
dità della teoria medesima. Per dare un esem-
pio concreto, se io dico: «lo sviluppo e la
formazione dell'embrione nel seno della don-
na è dovuto al fatto che si trovano diversi
acidi ribonucleici nelle diverse fasi dello svi-
luppo, nei vari organi, nei vari tessuti, nelle
varie cellule », propongo un’ipotesi che posso
andare a controllare, poiché gli acidi ribonu-
cleici sono entità chimiche definite, analizza-
bili e misurabili. Posso quindi condurre la
mia ricerca e vedere se la mia ipotesi è giusta
o sbagliata. Se invece io dicessi: « lo sviluppo
e la formazione dell’embrione nel seno della
12
donna è dovuto alla presenza di una forza
vitale che guida ed orienta le diverse fasi
dello sviluppo », compirei un’affermazione
non scientifica poiché la forza vitale è una
espressione priva di contenuto tangibile e
misurabile.
Alla base dunque di uno studio scientifico
di qualsiasi problema sta la implicita convin-
zione di chi affronta da curioso lo studio della
natura che questa sia interamente comprensi-
bile adottando quel medesimo procedimento
sperimentale che, in forma sistematica, venne
per primo adottato da Galileo. Per ora non
sembra vi sia motivo di pensare che quella
convinzione sia ingiustificata. Procedendo su
questa strada, infatti, la scienza degli ultimi
tre secoli ha rivelato le fondamentali pro-
prietà della materia e dell’energia, e proprio
in questi anni che noi viviamo sta svelando
alcuni dei cosiddetti fondamentali segreti
della vita.
Alla base della attività scientifica sta dun-
que un bisogno di soddisfare la curiosità
utilizzando soltanto criteri razionali. Corri-
spondentemente al progredire delle conoscen-
ze scientifiche, va diminuendo la vastità del
terreno che alcuni ancora ritengono dominio
esclusivo di forze inconoscibili. Con un at-
teggiamento un po’ paradossale ed irriverente
uno studioso inglese, M. L. Petterson, si è
divertito a valutare in forma indiretta come
la vastità di quel terreno sia andata diminuen-
do nel corso degli ultimi secoli ed anni. In-
torno al 1500, afferma Petterson, la totalità
degli abitanti delle Isole Britanniche avrebbe
affermato senza esitazione che la differenza
fra un uomo vivente ed il suo cadavere su-
bito dopo la morte consisteva nella pre-
senza o assenza di un’anima senza massa.
Questo, afferma lo studioso inglese, è un
esempio interessante di vitalismo biologico,
e val quindi la pena di porlo a confronto con
quanto accade oggi fra chi abbia raggiunto
diversi livelli di conoscenze biologiche. Per
mancanza di spazio non posso riportare qui
i risultati della sua indagine, ma appare evi-
dente da essa che l’accrescersi delle cono-
scenze sulle proprietà degli organismi su basi
scientificamente accettabili ha fatto progres-
sivamente diminuire il numero di coloro che
sono pronti ad accettare diverse forme di
vitalismo.
Dicevo all’inizio che l’atteggiamento scien-
tifico è proprio dell’uomo che sente il biso-
gno di liberarsi ed affermarsi. Mi sembra che
questa affermazione scenda direttamente dalle
caratteristiche della scoperta scientifica. Quan-
to meglio conosciamo l’universo, tanto più
si restringe il terreno dell’oscurità e del mi-
stero, tanto più ci poniamo in condizione di
controllare l’universo medesimo. In questa
aspirazione alla libertà, connaturata alla ri-
cerca scientifica, sta il suo marchio di dignità.
Il valore che la scienza assume da questo punto
di vista anche su di un piano etico, può costi-
tuire un altro dei moventi, meno appariscenti
ma attivamente operanti, nel determinare nel-
l’uomo l’esigenza di conoscere e spiegare il
mondo utilizzando soltanto la propria ragione.
I colori
L’ acciaio si veste di ossigeno
Vi è ormai in tutti noi, in tutti noi che
lavoriamo nell'industria del ferro, un occhio
realistico col quale guardiamo le cose. L'occhio
realistico è quello secondo il quale un’ automo-
bile è un’automobile, una rosa è una rosa e
una spina è una spina.
Viste con occhio realistico, queste ‘ croste”
di ossido di ferro sono “croste” di ossido di
ferro e niente più, cioè scaglie create dal con-
tatto dell'atmosfera col metallo nel corso della
lavorazione siderurgica. Cose che vediamo tutti
i giorni ma alle quali non badiamo affatto :
non ci soffermiamo sulla loro forma, sul loro
disegno, sui loro colori. Si tratta di scaglie,
come dire carie delle quali liberare il lingotto :
si tolgono, si buttano via.
Ma a volte fa capolino l’occhio poetico,
quello secondo il quale non è detto che una
rosa sia una rosa e basta, e con tale occhio
poetico ecco che in una “crosta” di ossido di
ferro si può scoprire una imprevedibile fantasia
di rossi, verdi, azzurri, che la trasformano in
un vestito di broccato.
Gino Papuli, ingegnere-poeta che lavora in
una grossa industria siderurgica, ha guardato
appunto con tale occhio poetico queste “croste”
di ossido di ferro ; le ha raccolte amorevolmente,
le ha accuratamente fotografate, e le ha com-
mentate con le note che qui pubblichiamo.
Ogni anno, enormi quantitativi di acciaio
— alcuni milioni di tonnellate — vanno per-
duti a causa del profondo, eterno amore tra
ferro ed ossigeno.
“Ruggine” e “scaglia” sono i frutti del-
l’inevitabile connubio tra il metallo e l’at-
mosfera: un connubio fatale che si esplica
in un processo irreversibile. Nel caso della
ruggine esso avviene a freddo, con relativa
lentezza, mercé le ruffianerie subdole del-
l’umidità; in quello della scaglia esplode, in-
vece, sotto la violenza cruenta della fiamma.
Acqua e fuoco — elementi talvolta nemici,
più spesso alleati sono, dunque, i mezzi
machiavellici di questa trasformazione di cui
l'ossigeno è il solo artefice.
Nei prodotti finiti, la lotta contro la rug-
gine rappresenta una necessità assoluta: ver-
del ferro
13
nici, bonders, resine ed altri sistemi di pro-
tezione hanno, però, efficacia limitata; meglio
ricorrere ai depositi superficiali di zinco,
stagno, cromo, ed imporre al ferro una ma-
schera di insensibilità che tuttavia non ne
falsa l’intima natura (come avviene, invece,
per le leghe inossidabili).
Minori precauzioni vengono prese contro
la scaglia, poiché essa si crea nel corso delle
lavorazioni siderurgiche, e verrà eliminata
nelle fasi finali. Forni a bagno di sali, atmo-
sfere controllate e correnti ad alta frequenza
sono armi efficienti ma di costo raramente
giustificabile. Ci si limita, il più delle volte,
a tener conto del “‘calo-fuoco” ed a conside-
rare la perdita di peso come un inconve-
niente necessario. Da un punto di vista più
realistico, va aggiunto che la crosta di ossido
— se pure trova una limitata utilizzazione nel
forno fusorio — può nascondere, come un
belletto, cricche e ripiegature; può lasciare
sulla superficie del metallo, come una malattia,
estese vaiolature o cicatrici localizzate; deve
essere staccata con mezzi meccanici o chimici,
e va — in ogni caso — evacuata dalla zona
di lavoro.
Ma tutto questo è indifferente all’acciaio,
che della scaglia si ricopre e rimpannuccia,
a protezione del proprio calore interno. Lo
spessore di tale tessuto isolante varia da pochi
decimi di millimetro a due tre centimetri; il
“dritto” è liscio e setaceo, il “rovescio” ru-
vido e grossolano. Se lo spessore è notevole,
le due facce si possono separare e la trama
intermedia appare fatta di cristalli arroccati
e mirabilmente definiti.
L’effetto emotivo dello scorrimento pla-
stico fa cadere impudicamente il vestito di
ossido e lascia prorompere la luminosità delle
alte temperature. Al raffreddamento, la crosta
tende a spaccarsi con crepitio allegro, a saltare
o ad arricciarsi in foglie sottili, ad ingobbarsi in
lische poligonali. Sotto, l’acciaio conserva una
camicia aderente che ne nasconde il volto vero
(quello lucente e precario), sino a quando
l’unghiata dell’utensile non gliela strappa.
La scaglia di laminazione e di fucinatura
ha un colore di saio rosso-bruno che sa an-
cora della stretta cilicea dei cilindri e degli
stampi. La scaglia di riscaldo e di trattamento
termico è grigio-azzurra, con la tonalità com-
patta e severa di una divisa militare, quasi che
l’azione purificatrice del fuoco tenda a livellare
attributi e qualità dei differenti tipi di acciaio.
Ma non sempre è così: vi sono circostanze
in cui, per complicate e rare azioni chimico-
fisiche, la fiamma sovrappone, alla unifor-
mità cromatica della scaglia, una imprevedi-
bile fantasia di rossi, verdi, azzurri, armoniz-
zati tra loro dalla infallibile sapienza del
“phaenomenum?” naturale. I “colori di rinveni-
mento”, che tanto spesso abbelliscono i tru-
cioli, sono — qui — impreziositi dal sottostra-
to opaco che conferisce all’insieme un aspetto
di patine elaborate ed antiche. La divisa si è tra-
sformata in un vestito di broccato, competenza
di eletti e prerogativa dei giorni di cerimonia.
Le successive lavorazioni ignoreranno l’o-
pera d’arte dell’ossigeno e daranno al metallo
una veste consona alle sue condizioni di la-
voro: una veste più funzionale ma meno ric-
ca — per noi — di suggestioni.
14
Cinque
libri
di scienza
e tecnica
Il disinteresse per la storia della scienza e
della tecnica sta forse per terminare anche in
Italia. Accanto ad opere monumentali concepite
con grande serietà, stanno però comparendo libri
che pur non essendo privi di pregi tradiscono
una certa fretta di compilazione.
Alberto Mondini ha scelto cinque opere edite
recentemente e che, sia pure con diverso criterio
e approfondimento, costituiscono un contributo
positivo alla diffusione della conoscenza storica
dell'evoluzione della tecnica.
Di Mondini è anche il successivo articolo su
un libro uscito in questi giorni “I filosofi e le mac-
chine” che completa il breve panorama dell’evo-
luzione tecnico-scientifica che ci siamo proposti
di tracciare in questo numero della Rivista.
Î
L
\dx
L’Ottocento vide una grande fioritura di
libri sulla storia della scienza e della tecnica;
basterà citare per tutti il Figuier, le cui Mer-
veilles de la Science, in quattro volumi super-
bamente illustrati, sanno ancora dare al let-
tore momenti di grande godimento intellet-
tuale. L’aeronautica era ancora bambina, a
due anni dalle prime ascensioni dei Mont-
golfier, che già Tiberio Cavallo, napoletano
a Londra, scriveva il suo bellissimo trattato
History and Practice of the Aerostation, seguito
due anni dopo da Alessandro Aleardi che
nel 1787 dava alle stampe in Venezia le sue
Ricerche sull'arte aerostatica e da mumerosis-
simi altri la cui elencazione ragionata richie-
derebbe da sola un lungo articolo. Questa
fioritura continua fino a poco dopo la prima
guerra mondiale; poi decresce, e per quanto
riguarda l’Italia quasi s’arresta. La ragione
c'è: le meraviglie della scienza diventano in-
comprensibili. Arthur Koestler, il grande
romanziere ungherese che ha frequentato il
Politecnico di Budapest fin quasi alla laurea
ed è stato Science Editor per un certo tempo
a Parigi, scrive nella sua autobiografia che
l’entrata in scena di Einstein provocò quasi
uno shock anche nei divulgatori di scienza.
Prima tutto era comprensibile e spiegabile,
poi un velo di mistero avvolse le verità più
importanti, fin che Schroedinger non enunciò
con il suo principio di indeterminazione V’intrin-
seca incapacità dell’uomo di conoscere le
verità della fisica. Restavano le meraviglie
della tecnica; ma a parte qualche libro per
ragazzi, per un bel pezzo nessuno da noi
se ne occupò seriamente: prima della guerra
perché tutto doveva ridursi a dimostrare che
in qualunque tempo gli italiani erano stati
sempre i primi in tutte le cose e gli altri si
erano limitati a sfruttare bassamente i prodotti
sì liberamente elargiti dal nostro genio, e
questo ovviamente ripugnava ai migliori;
dopo la guerra perché le meraviglie della
tecnica avevano trovato tante e tanto vaste
applicazioni distruttive da attirarsi addosso
una buona dose di antipatia.
Queste ragioni ora non hanno più corso,
e le invenzioni, insieme alla loro storia, rico-
minciano ad interessare gli autori, gli editori,
e spesso anche il pubblico; vi è una vera e
propria fioritura di libri del genere. Fenomeno
che ci fa piacere, anche se la sua valutazione
deve essere sobria; cioè bisogna considerare
che l’interesse per questi problemi non è
affatto proporzionale al numero di libri che
vedono la luce, primo perché la quantità di
libri che si stampano oggi su ogni argomento
è immensa, secondo perché la maggior parte
di questi libri sono traduzioni di opere stra-
niere, o elaborazioni di fonti straniere. Non
si può comunque disconoscere che il disin-
teresse per la storia della scienza e della tec-
nica sta per terminare anche in Italia. E
dopo questo breve preambolo cominciamo
la nostra rassegna.
Citeremo per prima un’opera monumentale,
la Storia della tecnologia di Singer ed altri,
che l’editore Boringhieri sta pubblicando
coraggiosamente a Torino. L’opera, che ha
visto la luce in Inghilterra per i tipi della
Oxford University Press, è in cinque volumi;
in italiano è uscito il primo, e il secondo è
in preparazione. Boringhieri è oggi l’editore
che con maggior competenza e passione si
occupa di storia della scienza, e le sue colle-
zioni di classici scientifici antichi e moderni
sono un modello per precisione dei testi,
accuratezza di traduzioni, e veste tipografica.
Abbiamo detto competenza e passione, ma
dovremmo aggiungere coraggio; perché ac-
cingersi a stampare in italiano un’opera mo-
numentale come A History of Technology ri-
chiede una buona dose di coraggio. La bel-
lezza e l'ampiezza dell’edizione impedisce di
abbassarne soverchiamente il prezzo; ma v'è
da sperare che le ditte alla ricerca di strenne
comprendano quale graditissimo dono que-
sto possa essere per qualunque persona colta,
massime per chi abbia a qualsiasi titolo
rapporti con l’industria, e che nessuna bi-
blioteca aziendale né privata libreria d’in-
gegnere, di fisico o di chimico voglia re-
starne priva.
La Storia delia tecnologia è la storia ragionata
e comparata delle strade e dei veicoli, delle
macchine per tessere e delle armi, della ce-
ramica e dei mezzi d’illuminazione, della
scrittura e dell’edilizia, e così via per tutte
le attività umane. Ogni argomento è trattato
qui sopra: il giroplano costruito da Breguet nel 1907 (dalla
«Storia figurata delle invenzioni» edita da Bompiani. Dallo
stesso volume, ricchissimo di ottime illustrazioni, è preso anche
il dipinto di Tito Lessi riprodotto a pagina 10).
sotto: il simbolo alchimistico della «pietra filosofale». Alchimia
è il nome arabo di un'antichissima scienza, strettamente imparen-
tata con la magia, che studiava la trasformazione delle sostanze,
i veleni ecc. L’alchimia preparò, con le sue effettive scoperte,
l'avvento della chimica (dal «Romanzo delle invenzioni» delle
Edizioni Moderne Canesi).
16
qui sopra: trasporto di una scultura colossale di toro. Rilievo nel palazzo di Ninive del
VII secolo a. €. (dal primo volume della «Storia della tecnologia» di Singer, Holmyard,
Hall e Williams, edito da Boringhieri. Esso tratta in modo vasto e approfondito lo sviluppo
della tecnologia dall’età della pietra fino alla caduta degli antichi imperi. I successivi
volumi sono in corso di preparazione).
sotto: il rapporto intercorrente tra l’impressi se
jale è l'i I ; d
Cartesio (dalla «Breve storia del pensiero scientifico» di Charles Singer - Piccola Biblioteca
Einaudi) . Si tratta di un volumetto che traccia, in una serie organica di saggi, una storia
delle grandi concezioni che hanno diretto, attraverso i tempi, la ricerca tecnologica e scientifica.
da uno specialista, con scrupolosa critica delle
informazioni, valutazione dei reperti archeolo-
gici e delle fonti; si comincia dalla preistoria
e si arriva fino ai primi anni del Novecento,
ai primordi della radio e al volo dei fratelli
Wright; spingersi più oltre avrebbe mutato
troppo l’indole di quest'opera, illustrata da
incisioni e disegni ma non da una sola foto-
grafia, e l’avrebbe cangiata di storia in crona-
ca. Il primo volume, che già si trova in com-
mercio, va dalla preistoria alla caduta degli
antichi imperi. La completezza di quest'opera
e la sua vastità la pongono su un piano a
parte, ben al di sopra delle altre di cui ora
ci occuperemo.
Potrebbe fare eccezione la Breve storia del
pensiero scientifico, dello stesso Charles Singer
che fu a capo del comitato di redazione della
storia prima citata; questo è un libro di sto-
ria della scienza e non della tecnica, ma è
scritto con tale brillantezza di stile da riuscire
divertente e anche affascinante. Editore è
Einaudi, che l’ha pubblicato nella “Piccola
Biblioteca”; il prezzo è molto accessibile,
appena mille lire, e l’edizione è un po’ mo-
desta: caratteri piccoli, margini ridotti al
minimo. Questi volumi della Piccola Bibliote-
ca Einaudi meriterebbero una veste migliore,
e la soluzione giusta sarebbe quella di farne due
edizioni, una popolare per garantire la massi-
ma diffusione, e una più gradevole da sfogliare
e da conservare, perché queste sono opere che
durano oltre la moda. Il libro del Singer
non si limita a presentare le massime teorie
legate ai nomi di Aristotele, Averroè, Galileo,
Newton e Darwin; ma segue tutta l’evolu-
zione della conoscenza scientifica, con una
ricchezza di dati che fa di quest'opera uno
strumento indispensabile d’informazione e di
consultazione.
A cavallo fra la scienza e la tecnica sta in-
vece un’altra opera edita da Boringhieri in
quella Biblioteca di cultura scientifica ch'egli
ha rilevato da Einaudi. Passando da un lato
all’altro di Corso Re Umberto a Torino, ché
i quartieri generali delle due case editrici
sono quasi dirimpettai, questa collana non ha
mutato veste né stile, e questo è un altro
pregio, poiché era nata e cresciuta vigorosis-
sima. Il libro di cui parliamo è del famoso
fisico francese Luigi De Broglie, e s'intitola
Sui sentieri della scienza; la prima parte è fatta
di ritratti di scienziati: Henry Le Chatelier,
maestro di chimica metallurgica, il matematico
e fisico olandese Hendrik Lorentz, il fisico
francese Aimé Cotton che si occupò del
campo importantissimo dove l'elettricità si
congiunge alPelettromagnetismo, il matema-
tico francese Emile Borel e Frédéric Joliot-
Curie sono i personaggi di questa galleria.
La seconda parte tratta questioni scientifiche,
la terza, per usare le parole dell’autore, “‘ar-
gomenti diversi”, come «interesse e insegna-
menti della storia delle scienze », « scienza e lin-
guaggio », «importanza della curiosità, del
giuoco, dell’immaginazione e dell’ intuizione
nella ricerca scientifica», e infine «il lavoro
degli scienziati ». Notiamo che per De Broglie
non esiste quella barriera che rende oggi più
difficile la divulgazione della vera scienza, e
cui accennavamo al principio di queste note:
non esiste perché egli stesso è fra i maggiori
scienziati viventi, e ha ricevuto il premio
Nobel nel 1929, a trentotto anni, per aver
posto le basi della meccanica ondulatoria.
Per solito i grandi scienziati riescono quasi
completamente incomprensibili quando scri-
vono, ma De Broglie fa eccezione, perché è
anche uno scrittore nato. E che è uno
scrittore lo si vede subito, da un segno in-
confondibile; nelle biografie, nei racconti,
negli aneddoti si vede chiaro ch’egli ci
prende gusto. E in pari misura ne gode il
lettore.
Alla bellezza dell’edizione e alla ricchezza
delle illustrazioni è affidato principalmente il
successo delle due opere di cui ci occuperemo
ora. La Storia figurata delle invenzioni, pubblicata
da Bompiani, è opera di una schiera di illustri
collaboratori, a cura di Umberto Eco e
G. B. Zorzoli, con prefazione del professor
Gustavo Colonnetti. È questo il libro mo-
derno più vicino alle Merveilles de la Science
di Figuier, e non sapremmo farne elogio
migliore.
In tre volumi è // Romanzo delle invenzioni,
di Franco Martinelli e Gianni Randon, edito
dalle Edizioni Moderne Canesi, Roma. Ot-
timo è il testo, splendida la legatura, eccel-
lente la riproduzione delle foto a colori e
dei disegni; lascia invece a desiderare la ri-
produzione delle fotografie in bianco e nero,
per solito impastate e prive di contrasto.
Non ci pare inoltre sufficientemente chiarito
il rapporto che le illustrazioni hanno con il
testo, rapporto fondamentale, perché il nome
stesso che si dà alle immagini poste in un
libro, i//ustrazioni, ne precisa lo scopo, che è
quello di illustrare la parola scritta.
hd
ve
I filosofi
e le
TECA
macchine
A noi ingegneri e tecnici non è certo ne-
cessario spiegare cosa sia una macchina; ne è
piena la nostra formazione teorica, ne abbon-
da la nostra quotidiana esperienza. E cos'è un
filosofo? Qui la nostra fantasia rappresentatri-
ce è meno lesta nel soccorrerci: è un saggio e
se andiamo a cercare l’origine della parola ve-
diamo che è un tale che ama la sapienza; e
quelli di noi che hanno fatto gli studi classi-
ci ricordano naturalmente Socrate, Platone,
Aristotele, messi così in fila indiana, uno mae-
stro dell’altro, e ognuno diverso dagli altri
due, ma ugualmente grande. Prima di Socrate
vengono quelli dai nomi buffi, Anassimene,
Anassimandro, Leucippo e Democrito che son
tornati di moda perché parlarono, per primi,
degli atomi; dopo Aristotele il panorama si fa
confuso: c’è la Patristica, cioè quei filosofi cri-
stiani che risolvevano tutte le controversie ci-
tando i libri sacri, e poi c’è la Scolastica, fon-
data da San Tommaso d’Aquino che rivestì di
panni cristiani la filosofia di Aristotele. Da qui
VEGETA salto fino ai moderni, Leibniz e Car- irate in questa illustrazione e in quella a pagina 19 sono tratte dal volume «Le di-
tesio, quello del “metodo”, e a Kant, sul quale verse et artificiose macchine del capitano Agostino Ramelli» edito nel 1588. Esso contiene una singolare rac-
tutti temevano d’essere interrogati alla licenza colta di 195 macchine svariatissime, create dalla fantasia rinascimentale del Ramelli, un ingegnere militare
liceale perché pochi sapevano andare più in là Comasco che fu al servizio del Duca d'Angiò. Sono raffigurati nel libro anche alcuni complicati «carri armati»
i : urta che anticipano le moderne macchine corazzate. Queste fantasiose immagini costituiscono una eloquente testimo-
dell’elenco delle opere e della definizione che lo Si
1 SC Don ZIA Do nianza del periodo in cui le macchine cominciarono a non essere considerate più «vile meccanica», ma
consacra “il principe degli idealisti moderni”. fertile campo di applicazione dell’intelligenza,
ARI E Si
Le curiose macchine ra
18
Che immagini ci suggeriscono questi saggi?
Quella di uomini barbuti, dalla fronte altissi-
ma, che grandeggiano nel cielo e in genere
non toccano terra neppure con le punte dei
piedi. Il nostro professore di filosofia, al liceo,
lo mettevamo mentalmente accanto a Socrate:
pieno d’amore per la verità, disinteressato e
distaccato dalle cose di questo mondo, abbe-
verato quotidianamente della cicuta che noi gli
propinavamo, sotto forma di insulsaggini e di
sciocchezze nei nostri farfugliamenti pseudo-
filosofici. Il filosofo, comunque, emerge da
questo mondo confuso come una creatura uma-
na che con le macchine ha ben poco a che
fare, e in genere si trova al polo opposto ri-
spetto alle scienze positive: con qualche ecce-
zione, però. Ricordiamo che qualche nome si
presentava nel corso dei nostri studi un paio
di volte, in materie diverse: Cartesio ad esem-
pio era un filosofo, ma suoi erano anche gli
“assi cartesiani” così utili nello studio dei fe-
nomeni fisici. Galileo, Leibniz, Bacone sem-
brano stare a cavallo fra filosofia e scienza.
E costoro appartengono tutti allo stesso pe-
riodo storico; ecco che si fa un po’ di luce.
C'è un’epoca della storia in cui fra i filosofi
e la scienza, e anche la scienza applicata, non
c’è più un abisso.
È di questo periodo che ci parla, in forma
piana, con una prosa ricca di fatti e d’imma-
gini, Paolo Rossi nel suo libro / filosofi e /e
macchine (1400-1700), edito recentemente da
Feltrinelli. Paolo Rossi ha giustamente fissato
la sua attenzione su questo periodo interessan-
tissimo, e ricordiamo un altro suo bel saggio,
scritto però in modo meno accessibile: Da/la
magia alla scienza: Francesco Bacone, edito dal
Laterza.
«È in Galileo — egli afferma — che tro-
viamo per la prima volta storicamente realiz-
zata la convergenza piena fra la tradizione che
fa capo agli esperimenti e alla pratica degli
artigiani e dei tecnici e la grande tradizione
teorica e metodologica della scienza europea».
Questa convergenza, o confluenza di due
ricchi filoni, è quella che dà origine alla nuova
scienza; da una parte v’erano i filosofi, con i
loro intelletti ben esercitati, che costruivano
meravigliosi castelli di ragionamenti, spesso
fondati sul nulla; dall’altra v’erano i pratici, i
meccanici, gli artigiani, che erano venuti ac-
cumulando una massa considerevole di espe-
rienze, e da queste traevano, seppure imper-
fettamente, quelle leggi fisiche di cui si ser-
vivano per il loro lavoro quotidiano.
Fra il 1400 e il 1700 accadde proprio que-
sto fatto nuovo: che i filosofi e i dotti, messe
un po’ da parte le arie, il parlar latino, e vinto
il disprezzo per tutto ciò che è pratico, si chi-
nano ad osservare la realtà, la natura, le mac-
chine. Si pensi che il distacco fra teoria e pra-
tica era arrivato a un punto tale che i medici
avevano abbandonato la chirurgia ai barbieri;
questo passo di Andrea Vesalio, citato dal
Rossi, è molto indicativo:
«Quando tutto il procedimento dell’opera-
zione manuale fu affidato ai barbieri, i dottori
non soltanto persero ben presto la vera cono-
scenza delle viscere, ma ben presto finì anche
la pratica anatomica. Ciò dipese senza dubbio
dal fatto che i dottori non si arrischiavano ad
operare, mentre quelli cui era affidato quest’in-
carico erano troppo ignoranti per leggere gli
scritti dei maestri di anatomia... È così acca-
duto che questa deplorevole divisione dell’arte
medica ha introdotto nelle nostre scuole l’odio-
so sistema, ora in voga, per cui uno esegue
il sezionamento del corpo umano e l’altro ne
descrive le parti. Quest'ultimo è appollaiato su
un alto pulpito come una cornacchia e, con
fare molto sdegnoso, ripete fino alla monoto-
nia notizie su fatti ch’egli non ha osservato di-
rettamente... ».
Questo esempio rende molto bene un tipo
di forma mentale che nel Quattrocento era an-
cora dominante; fra il 1400 e il 1700 l’abisso
fra i “filosofi” da una parte e le “macchine”
dall’altra viene molto ridotto, ma se guardia-
mo bene a fondo vediamo che esso non è col-
mato ancora. La tradizione aulica e togata è
talmente forte e dura a morire anche dove
nessuno ne sospetterebbe la sopravvivenza, ad
esempio nelle nostre facoltà d’ingegneria, che
ancor oggi vi sono docenti i quali disprezza-
no la pratica di laboratorio, e non toccano e
non fanno toccare le macchine con le mani
dagli studenti.
È per questo che lo studio di Paolo Rossi
ha un'importanza che va molto al di là della
semplice esercitazione storica; egli ci mostra,
con dottrina pari alla chiarezza, l’urto di due
mentalità e di due mondi opposti, e la sintesi
fra le energie migliori di questi due mondi,
nel periodo in cui le macchine cominciarono
ad uscire da quella condizione di inferiorità e
di soggezione che associava l’aggettivo wv//e al
sostantivo zeccanico, per avviarsi al ruolo at-
tuale di protagoniste e di dominatrici.
Finché la meccanica era semplice, e consi-
steva soprattutto in abilità manuale o estro ar-
tistico, come nel mestiere del fabbro o del ma-
niscalco, ben poche attrattive essa aveva per
l’intelligenza. Ma quando compaiono le mac-
chine, quelle del Ramelli, del Branca, del Ve-
ranzio, appare l’esigenza di un “sapere prati-
co”, La bussola, l’astrolabio e altri strumenti
scientifici materializzano questo ponte fra pra-
tica e sapere; Brunelleschi e Leon Battista Al-
berti teorizzano d’architettura come nessuno
aveva ancora fatto dopo Vitruvio. Ma è Ga-
lileo che prende le lenti, ne fa il cannocchiale,
e volge lo sguardo così armato sulle stelle, per
scoprire senza preconcetti verità muove, €
muovere all’assalto delle roccaforti da cui la
scienza togata difendeva i suoi privilegi. Ga-
lileo approfondisce la meccanica pratica, le dà
i fondamenti teorici, e la trasforma in scienza.
E va nell’Arsenale di Venezia, dove sono le
macchine e gli artigiani, affermando che quel-
lo è pane per il filosofare e gli intelletti specu-
lativi. A questo punto è appena necessario os-
servare che “filosofia naturale” era allora chia-
mata la fisica, e quindi il “filosofare” vuol dire
in realtà studiare la fisica teorica, in questo
caso partendo dalle macchine e dal lavoro de-
gli artigiani. Dice infatti Galileo nei Discorsi
intorno a due nuove scienze:
«Largo campo di filosofare a gl’intelletti
speculativi parmi che porga la frequente pra-
tica del famoso arsenale di voi, Signori Vene-
ziani, ed in particolare quella parte che mec-
canica si domanda ».
Un'altra cosa ci fa osservare il Rossi, con
molto acume: ed è che in questo periodo na-
sce l’idea di un sapere scientifico perfettibile
e trasmissibile, che si accresce mettendo in co-
mune le esperienze: nascono una dopo l’altra,
entro breve spazio di tempo, le prime accade-
mie scientifiche moderne: l’Accademia del Ci-
mento (1657), la Royal Society (1662), l’Aca-
démie des Sciences (1666).
Il motto dell’Accademia del Cimento provan-
do e riprovando è la più efficace sintesi del me-
todo sperimentale. L’antica credenza dei pla-
tonici secondo cui i nostri sensi ingannano, e
quindi non possiamo cavare alcun sapere dal-
l’esperienza, viene in questo motto program-
maticamente avversata. Ricordiamoci che Pla-
tone diceva persino:
« E che dici ora dell’acquisto della perfetta
sapienza? è d’impedimento il corpo o no, se
si prenda a compagno in tale ricerca? Io pen-
so, per esempio, a questo: hanno qualche ve-
rità vista e udito per l’uomo?... E dunque non
è nel puro ragionamento che si rivela all’ani-
ma la verità?» (Platone: Fedone, X, dai
Dialoghi tradotti da Manara Valgimigli,
edizione Laterza, pagina 102).
Il metodo sperimentale riposa su una mag-
gior fiducia nei sensi quali tramite indispensa-
bile fra la realtà e il soggetto che cerca di co-
noscerla; ma è solo sistematizzando l’esperien-
za che gli inganni dei sensi possono essere
sventati,
L’individualismo dei filosofi antichi, ognu-
no dei quali col suo solo raziocinio muoveva
alla scoperta delle ultime verità, cominciando
dalla cima, cede il posto al sapere collettivo
dell’èra moderna, in cui si parte umilmente da
terra, osservando ciò che è intorno a noi, e
traendo, da mille e mille fenomeni osservati,
una legge, cioè un atto di pensiero, un’astra-
zione come quelle che agli antichi piacevano
tanto, con la differenza che le loro erano ap-
pese in aria, e queste hanno i fondamenti sul-
la terra.
Con barbe e toghe, nel periodo studiato da
questo libro, i filosofi si avvicinano all’espe-
rienza. E perché ciò accada occorre il prodi-
gio, il miracolo, che serve anche, vedi con-
trasto, ad attrarre le masse alle religioni: il mi-
racolo che attrae i filosofi verso l’esperienza,
considerata prima così vile, è la macchina;
l’orologio ha un suo fascino magico, il fatto
che esso non fornisca una coppia motrice uti-
le, ma solo un’informazione, lo nobilita e gli
dà accesso alle cattedre dei filosofi. Ma orolo-
gi, ruote idrauliche, molini a vento sono in-
granaggi che girano, mutano l’economia, in-
fluenzano il pensiero, cambiano la vita pratica
degli uomini.
Il mito di Prometeo si rinnova: in Esiodo
non c’è nessun tentativo di giustificare il ra-
pitore del fuoco. I moderni non solo lo giu-
stificano, lo esaltano: ne fanno il simbolo eter-
no della razza umana, creatore delle scienze,
delle arti, e persino il padre della sapienza.
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Lovere
Proseguiamo le visite ai nostri stabili-
menti. Luciano Rebuffo, accompagnato dal
pittore Giancarlo Cazzaniga (che quest'anno
avrà una parete tutta per sé alla Biennale
di Venezia), è andato a Lovere, vicino a
Bergamo, sorge nostri più
impianti di seconde lavorazioni”,
unico in Italia e tra i più importanti e mo-
derni d’ Europa per la produzione di cerchio-
ni, centro ruota e ruote monoblocco per
veicoli ferroviari.
dove uno dei
grossi
Sulla facciata dello stabilimento si leggono
le nuove insegne: «Italsider - alti forni e
acciaierie riunite Ilva e Cornigliano s.p.a.»,
mentre în portineria si trova una grande carta
geografica a rilievo, come quelle in uso negli
stati maggiori. Sotto i rilievi rugosi delle mon-
tagne, la macchia azzurra del lago d'Iseo sul
quale sembra montare la guardia, come una
belva accucciata, il Corno dei Trenta Passi.
Ecco, più a sinistra, una macchiolina azzurra :
il lago di Endine. Io sono venuto di lì, sono
passato per questa strada partendo da Berga-
mo : l’unico modo per raggiungere questo stabili-
mento che lavora per le ferrovie è di pren-
dere la corriera, perché la ferrovia a Lovere
non esiste.
Da Bergamo la strada risale la Val Ca-
vallina, cosiddetta perché nei tempi storici vi
erano grandi allevamenti di cavalli; io l’ho
percorsa con occhi golosi, mentre mi danzavano
in mente i versi del Tasso, a proposito delle
belle valli bergamasche :
« Terra che il Serio bagna e il Brembo inonda
che monti e valli mostri a l'una mano
e dall'altra il tuo verde e largo piano
or alta ed or sublime ed or profonda ».
I tornanti della strada sono molto belli, in
un paesaggio dolce ed antico, e il lago di Endine
è uno specchio, dove le casette e gli alberi si
rimirano con narcisistica compiacenza.
Qui intorno vi sono certe vallate a gradoni,
esposte a sud, dove secondo certi piani di valo-
rizzazione agricola della provincia dovrebbero
sorgere frutteti e vivai.
La strada, dopo l’ansa del lago, comincia a
scendere, e scende fino a Lovere. Eccolo, il lago,
quello che la Sand chiamò «una fresca egloga
virgiliana », ma che a me appare piuttosto
immusonito, con la nebbia bassa e fitta, e la
lunga fila dei lampioni pallidi, in un'atmosfera
degna dei films di Marcel Carne.
Lovere, coi suoi seimilasettecento abitanti, è un
centro curioso, che conserva l'aspetto di un borgo
rurale, con le case grigie e le strade deserte, affon-
date in un silenzio rotto soltanto dal battere delle
ore all'orologio della torre. Ma al mattino, ecco
che ci si accorge di essere invece in un centro
industriale: urlano le sirene della fabbrica,
folle di operai inconfondibili si avviano al la-
voro, e molti arrivano con le gremite corriere
provenienti dai vari paesi della valle. Nella
luce del giorno, si vede bene che Lovere è la
capitale industre della valle: ecco là, a chiu-
dere la vista sul lago verso sud, l'impianto del-
l’Italsider, più grande del paese, con le ciminiere
altezzose e gli squadrati parallelepipedi dei
capannoni. Lo stabilimento sorge su una piccola
penisola, che si avanza sulle acque azzurre
del lago, nata, nel tempo, con le sabbie di
riporto del torrente Tinazzo.
Alla base della penisoletta, nell’ansa verso
il paese, ecco il porto. Era un antico porto che
serviva ottimamente per allacciare l’importante
mercato medievale di Lovere. Ora è in funzione
soprattutto per lo stabilimento, ma bisogna ri-
cordare che l'impresa di navigazione Sebina,
di cui l’Italsider è comproprietaria, trasporta
anche merci per conto di terzi. Infatti, se voi
spedite qualcosa per ferrovia a Lovere, non può
arrivarci che a mezzo delle chiatte, traversando
tutto il lago.
Il porto è particolarmente suggestivo, con le
sue dimensioni da miniatura : vi sono all’àncora
due rimorchiatori, che si chiamano ‘ Gorizia”
e “Trieste”, dalle ciminiere bianche e nere,
alte e sottili. Vicino ai rimorchiatori dondolano
alcune chiatte in ferro, lunghe e strette.
Il trasporto si effettua per convoglio: ogni
mattina alle cinque parte un rimorchiatore con
sei chiatte, ognuna delle quali può portare cinque,
quattro o due vagoni. Il rimorchiatore non traina le
chiatte, ma le allinea ai propri fianchi, tre per par-
te, e così affronta la traversata fino a Paratico,
sul lato sud del lago, dove i vagoni scendono
a terra e si allacciano alla rete ferroviaria
nazionale. A mezzogiorno il convoglio riparte
da Paratico per Lovere, dove giunge verso le
sedici (la traversata dura in media quattro ore)
per scaricare i vagoni carichi di materiale desti-
nato allo stabilimento.
L'arrivo del convoglio, nell'ora in cui sul
lago cominciano ad allungarsi le ombre, è par-
ticolarmente suggestivo, ed il rimorchiatore pare
una chioccia in mezzo ai pulcini.
Inizio di qui, dal pontile di sbarco, la mia
visita allo stabilimento. Uno stabilimento che, nel
nuovo programma Finsider di sviluppo, sarà am-
pliato e rinnovato con una nuova acciaieria per
la produzione di 150.000 tonnellate annue d’ac-
ciaio di qualità ; col potenziamento dell’officina
meccanica rodeggi e con l’ ammodernamento della
fonderia per getti in acciaio di serie. Con tutti
questi lavori lo stabilimento di Lovere assumerà
una nuova fisionomia che meglio si adatterà alle
dimensioni e alle caratteristiche strutturali del
Mercato Comune Europeo.
Cominciamo dall’ acciaieria dunque, dove
arrivano direttamente il rottame di ferro e la
ghisa in pani per esser caricati in sei forni
ad arco, che paiono mansueti finché non co-
minciano a “masticare” le cariche con un
rumore d'inferno, da veri draghi scatenati che
vomitano poi dalle “bramose canne” un fiotto
di acciaio liquido, subito raccolto dalla grande
siviera che se ne riempie fino all’orlo.
La fonderia, che usa direttamente l'acciaio
prodotto dall’acciaieria, sorge in un grandissimo
capannone. Come tutte le “fonderie” conserva
ai miei occhi di osservatore esterno e profano
tutte le caratteristiche dell’antro di Vulcano :
grandi fosse di colata, grandi forme di terre,
là un rivolo di acciaio liquido che scorre, qui
degli operai “neri” che battono con pesanti
mazze per tirar fuori dalla “forma” un pezzi
fuso, che se ne esce perfetto come il gheriglio
dal guscio della noce, e ciò avviene sempre con
una speciale, angosciosa attesa degli operai, che
dev'essere simile a quella che il Cellini provava
prima di rompere l’involucro del suo Perseo.
Un altro reparto da giganti è quello della
fucinatura, enorme, con presse possenti e mi-
steriose, come antichi dèi sconosciuti. Ecco una
pressa da seimila tonnellate, capace di schiacciare
come burro un rovente asse a manovella per navi.
Ma la lavorazione più fascinosa, almeno ai
miei occhi e a quelli del pittore Cazzaniga, è
quella del reparto laminatoio.
Ecco: i lingotti d’acciaio, piccoli tronconi
dal rispettabile peso di due quintali e mezzo
vengono riscaldati in un forno rotante automa-
tico, a mezzo di una infornatrice che è una
macchinetta che pare un giocoliere, col lungo
braccio dalla ferrea presa. Usciti dal forno i
lingotti vanno ad un discagliatore che opera
come fa il dentista col trapano per togliere la
carie.
Poi il lingotto incandescente va sotto una
pressa da seimila tonnellate, che compie successi-
vamente due operazioni, con due stampi suc-
cessivi : ecco, scende il primo colpo, e il lingotto
si abbassa e si allarga, come una focaccetta ;
si passa al secondo colpo, e la focaccetta è
diventata una ruota, con la forma e la misura
voluta.
Forma e misura non ancora definitive, ma
la ruota è nata, insomma, nel suo profilo essen-
ziale. Poi sarà il laminatoio a darle le dimen-
sioni definitive e precise, con una leggera passata
gentile, durante la quale la ruota al calor rosso
gira, gira, gira come un vaso sul tornio del vasaio.
Poi vi è ancora un'operazione, sotto una
pressa da duemila tonnellate, che effettua il foro
centrale, imprime la definitiva ondulazione alle
due facce e timbra, cioè imprime il marchio di
fabbrica. La ruota (una ruota monoblocco, in
questo caso) è pronta per la lavorazione mec-
canica e il montaggio.
Ma nel corso della laminazione interviene,
per spostare la ruota incandescente, una mac-
china fascinosa, incredibile, animalesca, che è
il “manipolatore”. È un comune carrello auto-
mobile, ma fornito di un braccio a pinza per
manovrare la ruota, e che lo fa assomigliare
ad un gigantesco insetto da film fantascientifico.
La lavorazione dei “centro ruota” per le
ruote cerchiate è dello stesso tipo, mentre non
molto dissimile, ma parimenti affascinante è
quella dei cerchioni, vere e proprie ciambelle
che prendono al laminatoio Wagner la forma e
il diametro definitivi.
Va notato che l’intero processo di lavorazione,
dal lingotto alla ruota o al cerchione, non dura
in media più di cinque minuti.
Poi interviene tutto il ciclo di lavorazione
meccanica. Percorro grandi capannoni con
centinaia di macchine lustre (frese, trapani,
torni paralleli, verticali, multimandrini) ed ecco
infine il reparto del montaggio, dove migliaia
di ruote — che posate a terra isolate sembrano
sperdute e metafisiche, grandi cerchi pesanti,
per giochi impossibili, futili macchine inutili
alla Munari — diventano subito serie ed impor-
tanti appena assiemate, a costituire quelle sale
montate che siamo ormai abituati a vedere
in tutte le stazioni ferroviarie del mondo, e
sulle quali ognuno di noi ha compiuto sicuramente
migliaia e migliaia di chilometri.
Così si avviano alla spedizione, con una ro-
mantica partenza sul lago, migliaia e migliaia
di sale montate per le ferrovie più lontane e
più esotiche. Occorre pensare, infatti, che la
loro esportazione è stata imponente, in questi
anni, specie verso nuovi paesi come l'India e
il Pakistan, l’Egitto e la Tunisia, e poi ancora
il Sud Africa,la Fugoslavia, la Bulgaria, l’ Un-
gheria, la Svizzera e la Norvegia.
Né l'esportazione si limita al materiale fer-
roviario, perché notevole è stata anche quella
di getti fucinati di vario tipo, specie per la
Cecoslovacchia, il Portogallo, l'Inghilterra e la
Svizzera.
Grande è l'interesse che ogni paese pone alla
produzione di Lovere, tanto è vero che nei
giorni della mia visita, mentre partivano dei
collaudatori pakistani stavano arrivando dei
tecnici delle ferrovie francesi.
Circa l’influenza dello stabilimento nell’eco-
nomia della zona, è facile rendersene conto se si
pensa che gran parte delle vallate sono economi-
camente depresse, e vedono ancora oggi una
notevole emigrazione stagionale, di manodo-
pera generica, verso la Francia e la Svizzera.
Importante è dunque, per quelle zone, la mano-
dopera che scende a lavorare nello stabilimento
di Lovere e di Darfo. Si tratta di 2.569 unità,
i cui salari complessivi hanno oltrepassato nel
196I i tre miliardi e mezzo di lire. Milledue-
centotrentaquattro sono î lavoratori residenti a
Lovere, Costa Volpino e Castro, mentre gli altri
provengono un po’ da tutti i comuni della zona,
anche dai più lontani come Borgo di Terzo,
Zandobbio, Grumello del Monte, Telgate, Pian-
camuno, Gianico. Tanto è vero che molti servizi
di autocorriere sono effettuati direttamente dai
24
paesi per lo stabilimento, in coincidenza coi
turni di lavoro.
Queste le impressioni, le considerazioni sca-
turite da una breve visita a Lovere, a quello
che è il più antico stabilimento dell’Italsider ;
fascinoso stabilimento sul lago, in un piccolo
paese dall’aria campagnola, al centro di una
sona agricola.
L'attività siderurgica, a Lovere, è tuttal-
tro che recente. Un curioso tipo di studioso della
sona, agli inizi del nostro secolo, il capitano
Favallini del 18° fanteria, sostenne che il nome
Lovere derivava da « Leoc Aes», cioè «mercato
metallifero ».
Io stesso, in questi giorni, ho potuto tenere
tra le mani, nei locali del museo Tadini e
grazie alla cortesia squisita del suo direttore
Don Gino Scalzi, dei manufatti romani in ferro
trovati negli scavi di Lovere, probabilmente
prodotti nelle locali fucine : coltelli, punteruoli,
accette, picozze, zappe e un coltello sacrificale.
Ma a parte i ricordi romani, si sa che Lovere
fu, nel pieno Rinascimento, importante centro
artigiano e commerciale, famoso per iî suoi
mercati del sabato e per la sua fiera di no-
vembre.
Verso la fine del 700 è accertata, în Lovere,
l’esistenza di una modesta fabbrica di armi per
la Serenissima Repubblica, che produceva pure
attrezzi agricoli per i centri rurali della valle.
Essa sorgeva sulle rive del torrente Tinazzo
(dove cioè sorge l’attuale stabilimento Italsider)
e sfruttava le acque del torrente stesso come forza
motrice, a mezzo di grandi ruote idrauliche
che dovevano somigliare a quelle che Giorgio
Bauer detto Agricola descrive nella sua celebre
opera «De Re Metallica».
Ma anche sull'altra riva del Tinazzo, quella
di Castro (il torrente Tinazzo segnava, come
segna ancora, il confine tra i comuni di Lovere
e di Castro), doveva esservi un'officina, di pro-
prietà privata, perché le cronache segnalano che
nel 1784 la piena del torrente danneggiò il
forno fusorio costruito nell’orrido di Castro
da Lodovico Capoferri.
Poi, di questo Capoferri, le cronache non si
occupano più.
Dopo la caduta della Repubblica Veneta si
ebbe il periodo napoleonico.
La Francia, trovando ottime le falci da fieno,
ne acquistava in gran quantità, sicché possiamo
dire che si stabilì già allora un buon “record”
di esportazione.
Fondatore della fabbrica, della nostra fab-
brica, fu comunque il cavalier Gregorini, alla cui
memoria si può ancora oggi leggere una lapide,
sulla facciata del museo Tadini: « Ad An-
drea Gregorini, cittadino, industriale, deputato
della Patria adottiva decoro e gloria... la Società
Operaia di Mutuo Soccorso di Lovere ».
Il Gregorini fondò la fabbrica a Lovere nel
1855, e già nel 1862 poteva partecipare con
successo alla Esposizione Universale di Lon-
dra, e nel 1867 a quella di Parigi.
Fu da quella fabbrica del cavalier Gregorini,
sorta allora con una iniziativa coraggiosa e
pionieristica, che discende direttamente quello
che oggi è lo stabilimento Italsider.
(on
1 satelliti
regoleremo
il tempo
dallo spazio
Tra le prospettive di utilizzazione pratica
schiuse dai progressi della tecnologia spaziale,
quella dell’impiego dei satelliti artificiali come
osservatori meteorologici mondiali è ‘probabil-
mente la più importante e la più vicina alla
completa realizzazione, grazie all’incondizionato
successo degli esperimenti preliminari condotti
negli Stati Uniti con una serie di quattro vei-
coli “Tiros”.
Di questi esperimenti e delle possibilità future
di controllare il tempo per mezzo di satelliti ci
parla in questo articolo Mario Pinti.
La popolarità che le immagini dei “Tiros”
si sono acquistata dimostra che l’opinione
pubblica, a parte la comprensibile curiosità
per la novità del ritrovato, ha la sensazione
che i satelliti siano una piattaforma ideale
per osservare su scala globale e in tutto
il suo spessore quell’oceano d’aria che è
l’atmosfera.
La distribuzione geografica degli
mezzi a disposizione, nonostante l’attiv
opera dell’ Organizzazione
mondiale delle Nazioni Unite, è dettata più
dalla necessità di soddisfare esigenze e pro-
rsi
ima
meteorologica
grammi nell’ambito nazionale o regionale,
che di favorire un più completo quadro d’in-
sieme delle condizioni del tempo sull’intero
pianeta. È, quindi, piuttosto frequente il
caso di estesissime zone totalmente sprovviste
di posti di osservazione meteorologica ed
evitate da quegli ‘osservatori’’ occasionali
delle condizioni del tempo che sono gli
aerei di linea. Nelle regioni polari, cioè nelle
zone che influiscono in maniera decisiva sull’e-
voluzione delle condizioni del tempo e climati-
che nei due emisferi, gli osservatori sono invece
scarsi per ragioni logistiche e organizzative,
“
Che l'Italia fosse una penisola a forma di stivale lo
sapevamo tutti, fin dalla elementare, Ma che
un occhio umano potesse abbracciare in un solo sguardo
tutto il nostro paese per confermarci le im
atlanti, fino a poco tempo fa ci sembrava il sogno di
un romanziere fantascientifico. Eccolo, invece, davanti
a noi, lo stivale sul quale viviamo, nella realtà quasi
incredibile di una fotografia ripresa con una teleca-
mera dal satellite meteorologico «Tiros IM», da una
altezza di circa 800 chilometri, durante il suo 878°
giro intorno alla terra, Si vedono anche la Sardegna
e la Corsica, una parte del sud della Francia, | Africa
settentrionale, la penisola Balcanica. Le Alpi e la pia-
nura padana, una parte della Sicilia e del Mediterraneo
sud-orientale appaiono coperte da formazioni di nubi.
scuola
data la mancanza sul posto di qualsiasi risorsa.
Nella fascia tropicale della terra, dove
viene assorbita in misura pur rilevante l’e-
nergia solare, le i sulle
dita, non solo per difficoltà di ordine pratico,
trattandosi di coprire vaste distese di mare
come gli oceani Indiano e Pacifico, ma anche
per le scarse disponibilità finanziarie dei
paesi interessati, da poco affrancati da regimi
coloniali e quindi impegnati nella soluzione
di problemi di gran lunga più urgenti e dram-
matici. Si calcola che solo un quinto dell’atmo-
stazioni si contano
sfera sia sorvegliato da osservatori meteorolo-
gici terrestri e mobili, ossia aerei e marittimi.
Tuttavia, le stazioni lasciano molto a
desiderare, non solo in relazione alla diffu-
sione in senso orizzontale, ma anche per la
limitata capacità che hanno di esaminare la
dinamica del tempo in senso verticale.
fisse
L’invenzione dei palloni-sonda prima e del
radar poi ha permesso di spostare sempre più
in alto i limiti del campo di osservazione dei
fenomeni meteorologici che
l'evoluzione delle condizioni del tempo di
vastissime regioni. L’apporto che i mezzi più
o meno nuovi hanno dato al perfezionamento
delle rilevazioni meteorologiche è, sostanzial-
mente, diverso. Da un lato, palloni-sonda e
radar, rispettando le esigenze
delle installazioni
delle osservazioni nel tempo e
continuano a dimostrarsi ausili
incidono sul-
fondamentali
ossia la continuità
nello spazio,
preziosi delle
stazioni terrestri nell’estenderne verticalmente
il campo di azione. Dall’altro, gli aerei forni-
scono notizie saltuarie e di importanza mar-
ginale, pur attraversando zone dell’atmosfera
estremamente mutevoli e quindi di grande
interesse ai fini della formulazione delle pre-
visioni meteorologiche. Per servigi
di modesta entità chiedono in cambio bollet-
tini precisi e continuamente aggiornati, im-
ponendo nuovi. oneri ai già impegnatissimi
servizi meteorologici e una radicale trasfor-
mazione della rete di osservazione e segnala-
zione, mano a mano che la ragnatela dei tra-
sporti aerei commerciali si infittisce attorno
al globo e che i velivoli aumentano la velo-
cità di crociera.
fisse,
questi
Come è noto, il “tempo” può essere para-
gonato ad un gigantesco motore a vapore le
cui caldaie siano piazzate in corrispondenza
dei tropici ed i condensatori ai poli. Le ““con-
dutture” di questa immaginaria macchina
sono i venti che tentano di pareggiare sulle
diverse parti del nostro pianeta la distribu-
Queste due immagini dimostrano la perfezione tecnica degli impianti del « Tiros III». A sinistra: l’uragano «Debbie» del 1961
fotografato a circa 4000 chilometri dalla Florida. A destra: l’uragano «Carla» al disopra del golfo del Messico, prima di rag-
giungere il Texas e la Louisiana, dove provocò gravi danni. Le due immag
sono state
«Tiros III» in corrispondenza dell’ 867° e dell'869° giro in orbita.
zione dell'energia radiante ricevuta dal sole,
in maniera da impedire che vi siano eccessivi
squilibri tra le condizioni climatiche di re-
gioni situate a latitudini diverse.
Fu Beniamino Franklin a sostenere nel 1743
che i fenomeni meteorologici non hanno un
carattere locale, ma si sviluppano in regioni
molto Nel 1820, il tedesco H. W.
Brandes ideò le cosiddette ‘carte sinottiche”,
veri e propri ritratti delle condizioni meteo-
rologiche in una determinata zona. Intorno
al 1850, l’Istituto
negli Stati Uniti la trasmissione telegrafica
delle carte in parola, nel tentativo di ri-
divario tra la
dei dati, e la pubblicazione dei bollettini
delle previsioni.
Mano a mano che i servizi meteorologici si
perfezionavano con l’apporto dei nuovi ri-
vaste,
Smithsoniano organizzò
durre il raccolta e l’analisi
trovati e con un’impostazione internazionale
dei programmi, i meteorologi presero a con-
siderare con sempre maggiore attenzione i
fenomeni fisici che hanno sede nello spazio
nel tentativo di carpire il segreto della stretta
associazione esistente tra le perturbazioni sul
sole e il peggioramento delle condizioni del
tempo sulla terra.
Doveva essere una delle armi più terribili
e rivoluzionarie ideate in Germania durante
guerra mondiale, il bali-
ad indicare la possibilità di otte
la seconda missile
stico V.
nere un quadro veramente globale dei feno
meni interessanti la meteorologia. Nel 1947,
alcune riprese fotografiche che erano state
fatte durante il collaudo di una V.2 catturata
in Germania, a White Sand nel Nuovo Mes-
sico, consentirono agli americani di ottenere
un'immagine chiara dei banchi di nubi al
disopra di una cospicua parte della regione
sudoccidentale degli Stati Uniti. Il 5 ottobre
1954, un "
che mise a rumore gli ambienti scientifici
fotografando in corrispondenza del "Texas e
del golfo del Messico un uragano di 1600
chilometri di diametro completamente sfug-
gito, a dispetto delle sue dimensioni, a tutti
gli osservatori terrestri e agli aerei in perlu
Aerobee” fece infine una scoperta
strazione nella zona.
La coltre di nuvole in corrispondenza di
una determinata zona è in un certo senso un
“telegramma cifrato” nel quale l’esperto può
“leggere” un’enormità di dati sull'evoluzione
probabile nella regione delle condizioni del
tempo. Le nubi coprono in media il 52%
della superficie terrestre, funzionando come un
gigantesco ‘termostato’ che stabilizza la
temperatura in ogni punto del globo. In
genere, per il suo elevatissimo potere riflet
tente, una nube è capace di schermare sino
al 65% del calore solare che investe una de-
terminata regione, contribuendo al livella
mento delle temperature tra l’equatore e i
poli insieme alle correnti orizzontali e verti-
cali dei mari.
riprese dalle telecamere del
Nel 1951 il governo americano ordinò uno
studio sul potenziale effettivo dei satelliti ar-
tificiali come “piattaforme spaziali” per l’os-
servazione meteorologica. Appena quattro
anni prima lo sfortunato segretario alla Difesa,
James Forrestal, aveva rilevato in una rela-
zione al Congresso l’enorme potenziale paci-
militare dei satelliti artificiali immessi
razzi in orbite terrestri.
fico e
con
Interpellata dal governo, la “Radio Corpo-
ration of America” si espresse a favore della
realizzazione degli impianti necessari per la
ripresa e la trasmissione a terra di immagini,
in attesa del perfezionamento dei procedi-
menti di lancio.
Tra il 1952 ed il 1958, i programmi missi-
listici e spaziali americani furono rimaneg
giati affidati
nuovi enti, provocando la dispersione degli
sforzi e, con l’introduzione di criteri estranei
di valutazione, ritardi considerevoli nei piani
per i satelliti artificiali
nunciati nel 1955. Il progetto di satellite tele
visivo per l’osservazione meteorologica finì
quindi per essere commisurato alle effettive
possibilità dei satelliti “Vanguard”. Dato il
modesto ‘carico utile’ di appena nove chili a
disposizione per l’esperimento, la ‘ Radio
continuamente ed sempre a
originariamente an-
Corporation of America” decise di ridurre
tutti i circuiti elettronici al minimo con il
procedimento di ‘ miniaturizzazione” preso
a prestito da tecnologie speciali.
iaia
e
€
so
In una sola immagine, la telecamera del «Tiros IM»
Spagna (a destra segnata in chiaro) e la costa settentrionale del Marocco (in basso
a sinistra) da un'altitudine di circa 740 chilometri. In alto, una estesa formazione
di nubi associata ad una zona di bassa pressione al disopra dell’ Inghilterra.
Quando, con le prime battute della “gara”
spaziale tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti,
si ebbe la chiara percezione che il programma
“Vanguard” era di molto inferiore alle esi-
genze e alle prospettive dell’esplorazione spa-
ziale, gli Stati Uniti non esitarono a ricorrere
all’arsenale missilistico per ottenere razzi
adeguati ai programmi. Conseguentemente,
gli strumenti per l’ ‘osservatorio orbitale’
meteorologico furono finalmente portati a
dimensioni compatibili con un alto rendi-
mento e grado di funzionalità.
Un primo esperimento di rilevazione della
coltre di mubi che avvolge la terra da un
veicolo in orbita fu effettuato con il ‘“Van-
guard II”, tra il 17 febbraio ed il 7 marzo 1959.
Prima che le batterie si esaurissero, un dispo-
sitivo elettronico molto elementare riuscì ad
esplorare le formazioni di nubi al disopra
dell'emisfero terrestre illuminato dal sole.
Gli strumenti del “Vanguard II”, che erano
stati allestiti dal laboratorio studi ed espe-
rienze sulle trasmissioni dell’esercito a Fort
Monmouth, consistevano essenzialmente in
due fotocellule disposte a 45 gradi rispetto
all’asse stabile di rotazione del satellite, in
maniera da far sì che almeno una delle due
fosse puntata sempre verso la terra. Le
“immagini” grezze ottenute con le cellule
si basavano sulla differenza tra il potere ri-
flettente delle nubi e della terraferma e del
mare. Infatti, l'intensità della radiazione lu-
ha abbracciato l’intera
minosa solare riflessa dalle mubi si aggira
sull’ottanta per cento ed è quattro volte supe-
riore a quella della terraferma e venti volte a
quella dei grandi mari.
Le immagini abbracciate dalle fotocellule
trasformate in segnali elettrici, erano regi-
strate provvisoriamente su nastro magnetico.
Ad ogni passaggio del “Vanguard II” sulle
stazioni riceventi, un comando da terra con-
sentiva di “liberare” dal nastro in 60 secondi
i dati accumulati in 5o minuti. A_ Washington,
un complesso impianto di ricostruzione visi-
va dei segnali, con l’ausilio di un elaboratore
elettronico dei dati, consentiva di ottenere
immagini molto approssimative della coltre
di nubi osservata dal satellite. Ognuna di
queste immagini, interessante una zona di
circa 500 chilometri, veniva infatti montata
col sistema dei ‘mosaici’ aerofotografici,
in maniera da dare un quadro generale per
ognuno dei giri intorno alla terra. In genere,
il satellite e la strumentazione funzionò se-
condo le previsioni, ma l’interpretazione dei
dati relativi alla coltre di nubi fu resa estre-
mamente difficile dalle oscillazioni sviluppa-
tesi nel satellite.
Il 7 agosto 1959, gli americani tentarono
un altro esperimento di documentazione vi-
siva dei satelliti, con una telecamera di 1.130
grammi piazzata sul satellite “Explorer VI”.
A parte i risultati pratici del collaudo, si
ebbe la conferma che l’osservazione televisiva
La regione del mar Rosso ripresa dalla telecamera con obbiettivo grandangolare
piazzata a bordo del «Tiros I», durante il 43° giro intorno alla terra. Si
possono distinguere: il mar Mediterraneo (1), il Nilo (2), il golfo di Acaba (3),
il mar Rosso (4) e l'Arabia Saudita (5).
sarebbe stata in grado di effettuare lo studio
della conformazione e del movimento delle
nubi e dei fronti in tutto il globo.
Il 14 ottobre dello stesso anno, il satellite
“Explorer VII” completò la serie delle espe-
rienze preliminari, misurando il cosiddetto
“bilancio termico” della terra con un dispo-
sitivo a sferette d’argento. Ognuna di queste,
verniciata in maniera da assorbire radiazioni
di differenti lunghezze d’onda, era collegata
ad un termometro elettrico, in modo da for-
nire indirettamente l’entità della radiazione
solare assorbita dalla terra, attraverso il
rilevamento della radiazione pervenuta com-
plessivamente alla terra e di quella restituita.
A parte l’interesse “storico” di queste espe-
rienze preliminari, gli esperimenti che mag-
giormente hanno dato la sensazione precisa
delle immense possibilità dell’osservazione
meteorologica dai satelliti artificiali terrestri
sono quelli iniziati nell'ambito del program-
ma “Tiros”,
A partire dal 19 aprile 1960, sono stati
messi in orbita quattro “Tiros”, così chiamati
dalle iniziali di ‘Television Infra-Red Ob-
servation Satellite” (satellite per osservazioni
televisive e agli infrarossi). I satelliti diffe-
riscono soltanto in particolari di secondario
interesse e corrispondono più o meno ad uno
stesso modello.
Il “Tiros IV”, il primo lanciato nel 1962
e il più perfezionato tra i quattro immessi
et I E TIE
33 TIE
il «Tiros» riprende due diverse ir
della coltre di nubi al diso
una determinata regione, servendosi di tele-
camere con obbiettivi grandangolare e tele;
3) le immagini vengono «cancellate» dal
nastro magnetico su cui erano state registra»
1) la stazione
a terra invia le 5) bollettini meteorolog
te, con un comando. & n stazione terrestre:
«istruzioni » al 4) i dati vengono. tra-
sittellite in or- simessi alla NASA, al ser- sons comuni
vizio meteorologico e ad nerei è marittimi e ad altri utenti.
altri enti per l'analisi;
in alto a sinistra: il gruppo delle
antenne dell’impianto ricetrasmitten-
nito per la prima volta un'immagine diam
«grezza» della
tro e 48 di altezza. È co- nuova prima serie di satelliti meteo-
pltre di nubi intorno perto da 9.300 cellule solari che rologici, per quanto rilevanti, sa-
te di Fort Monmouth, nel New Jersey
adoperato per ordinare le riprese fo-
tografiche e per ricevere le immagini
dai satelliti «Tiros». Una seconda
stazione del genere è stata allestita
a Point Mugu, nei pressi della base
di Vandenberg.
n alto al centro: schema del «Van-
guard II» con le due fotocellule sen-
sibili agli infrarossi che hanno for-
a alla terra. L'esperimento fu effettuato
nel 1959, in attesa dell’allestimento del
primo satellite meteorologico «Tiros».
in alto a destra: schema del fun-
zionamento del sistema « Tiros ».
basso a sinistra: il satellite meteo-
rologico «Tiros I», lanciato il 1°
aprile 1960, ha l’aspetto di una
grossa cappelliera di 106 cm. di
provvedono a trasformare le radiazio-
ni solari in corrente elettrica per l’ali-
mentazione degli strumenti di bordo.
in basso a destra: il momento cul-
minante dell'operazione lancio del
«Tiros II»: vettore a tre stadi
« Thor-Delta », recante il ellite
nell’ogiva, si stacca dalla piattaforma
di lancio.
I risultati sperimentali di questa
ranno indubbiamente migliorati quan-
do si potrà mettere in orbita un
veicolo più perfezionato, come il
«Nimbus», il cui lancio è atteso
entro l’anno. Su un’orbita polare,
il satellite potrà coprire l’intera
superficie terrestre e non, come nel
caso dei «
ros», una fascia a
cavallo dell'equatore. (Le fotografi
che illustrano questo articolo ci sono
state fornite dall’ U.S.I.S. di Roma).
30
in orbita, contiene nel suo caratteristico in-
volucro poligonale a tamburo numerosi de-
licati strumenti. Pesa poco meno di 130
chili e misura 106,7 cm di diametro e 48,3
di altezza. È coperto da 9.260 cellule che tra-
sformano in elettricità la luce solare, mante-
nendo cariche 63 batterie di accumulatori al
nichel-cadmio. La durata dei generatori solari
di elettricità è condizionata dall’entità delle
distruzioni operate dalle micrometeoriti e
dalle particelle vaganti sul materiale delle
cellule e, a quanto risulterebbe, dalla capacità
di resistere al vuoto spaziale molto spinto,
che provocherebbe fenomeni di vaporizza-
zione istantanea in alcuni metalli, come il
magnesio, frequentemente usati nelle strut-
ture astronautiche.
Il “Tiros IV” è stato immesso su un'orbita
inclinata di poco più di 48 gradi sul piano del-
l’equatore, in maniera da sorvolare in 24 ore
una fascia del nostro pianeta comprendente
l’intera Africa, quasi tutto l’oceano Indiano
e l’America meridionale e centrale, buona
parte dell’America settentrionale, l’Europa
centrale, l’Asia centro-meridionale e l’Au-
stralia, nonché la regione centrale dell'oceano
Atlantico e di quello Pacifico dove si svilup-
pano i più temibili cicloni.
L’orbita è abbastanza vicina alla forma
ideale del cerchio per consentire al satellite
una certa uniformità nelle rilevazioni. Il
“Tiros IV” si avvicina a non meno di 710
chilometri dalla superficie terrestre e non se
ne scosta più di 838 chilometri in corrispon-
denza dell’apogeo (punto dell’orbita più
lontano dalla terra). In un’ora e 40 minuti
il satellite effettua un giro intorno al globo.
Le due telecamere, munite di un “Vidicon”
da mezzo pollice appositamente realizzato per
impieghi del genere, si affacciano con gli
obbiettivi sulla piastra di base, abbracciando
dall’orbita regioni della terra di circa 700
e 1200 chilometri per lato, rispettivamente con
l’apparato munito di teleobbiettivo e quello
dotato di grandangolare. Le macchine sono
piazzate parallelamente all’asse di rotazione
del satellite e differiscono dalle normali tele-
camere in quanto non forniscono che singole
immagini, a causa della limitata banda di fre-
quenza utilizzata negli apparati trasmittenti
del satellite. In corrispondenza del piano fo-
cale, un otturatore espone la base del tubo
catodico “Vidicon” al fascio di luce consentito
dall’obbiettivo per circa 1/1500 di secondo.
L’immagine viene “fermata” sullo strato
fotosensibile per i due secondi occorrenti ad
un “pennello” di elettroni per scomporne i
dettagli in 500 linee e tradurli in segnali elet-
trici automaticamente registrati su un ma-
gnetofono a nastro. Ognuno dei due regi-
stratori collegati ad una telecamera può
immagazzinare sino a 32 immagini, su un
nastro di 130 metri di lunghezza che si muove
a 127 centimetri al secondo sia durante la fase
di registrazione che in quella di trasmissione.
Questa operazione può essere fatta quando il
satellite si trova nel raggio di una delle sta-
zioni d’ascolto impiantate a Wallops Island
(Virginia) e a Point Arguello (California).
Una delle stazioni può anche ordinare al sa-
tellite di trasmettere direttamente i fotogram-
mi che riprende nella regione, escludendo la
trascrizione su nastro magnetico per un cer-
to tempo. La trasmissione a terra delle im-
magini richiede complessivamente tre minuti
e può essere fatta solo con un nastro per
volta, nonostante che ognuna delle due tele-
camere disponga di una trasmittente auto-
noma.
Ogniqualvolta passa nel raggio di 2.400
chilometri dalla stazione ricevente, il “Tiros
IV” comunica i segnali immagazzinati sui
nastri agli impianti di ascolto, dove le imma-
gini sono ricostruite rapidamente su un ci-
nescopio di dimensioni e caratteristiche spe-
ciali. Le immagini sul tubo catodico della
stazione ricevente vengono poi, di volta in
volta, registrate su mastro magnetico e, per
sicurezza, fotografate con apparecchi auto-
matici da 35 millimetri.
Una serie di dispositivi installati sul sa-
tellite permette ai meteorologi di determinare
durante lo studio e l’analisi delle immagini
l’assetto del satellite e l’orientamento rispetto
al sole esistenti durante la ripresa delle im-
magini. Si tratta di un dispositivo ad infra-
rossi che, di volta in volta, quando il suo
campo di osservazione incontra l’orizzonte,
segnala il fatto su una delle altre tre radiotra-
smittenti installate a bordo del “Tiros IV”,
in aggiunta a quelle collegate con le tele-
camere,
L’indicazione relativa all'orientamento del
satellite rispetto al sole durante la ripresa
delle immagini è ottenuta invece da nove
cellule solari disposte sulla periferia del sa-
tellite. Gli impulsi emessi da una data cellula
in misura maggiore o minore a seconda della
posizione rispetto al sole permetteranno in
seguito agli scienziati di accertare l’orienta-
mento di ciascuna immagine.
La velocità di rotazione viene mantenuta
entro limiti compatibili con la ripresa delle
immagini da due dispositivi: subito dopo il
lancio, un “freno”, consistente in un certo
numero di pesi attaccati al satellite con un
filo metallico, riduce la velocità da 126 a 12
giri al minuto, e quindi viene abbandonato;
di tanto in tanto, l’accensione di una delle
cinque coppie di piccoli razzi passati sul sa-
tellite, permette di riportare la rotazione a
13 giri. Anche le fastidiose oscillazioni, che
in diversi altri satelliti avevano inciso negati-
vamente sulla nitidezza delle immagini scat-
tate in orbita, sono state evitate con un sem-
plice ma ingegnoso accorgimento: una serie
di piccoli pesi scorrevoli lungo le pareti in-
terne del “Tiros IV” che cancella all’istante
qualsiasi oscillazione.
Due dispositivi ad infrarossi completano gli
esperimenti scientifici con una serie di misu-
razioni sull’energia solare assorbita e riflessa
e sulla radiazione infrarossa emessa dal no-
stro pianeta.
Ad eccezione dei dispositivi ad infrarossi,
il satellite è stato progettato e costruito dalla
sezione astro-elettronica della “Radio Corpo-
ration of America” a Princeton, nel New
Jersey, per conto dell’ Ente Nazionale Aero-
nautico e Spaziale (NASA). La “ Radio
Corporation of America” ha anche provve-
duto all’attrezzatura dei due impianti di
ascolto principali di Wallops Island (Virginia)
e Point Arguello (California) e di quello
ausiliario di Princeton.
I risultati dei primi tre satelliti meteorologici
sono veramente lusinghieri. Il “Tiros I”,
fra il 1° aprile e il 17 giugno 1960, trasmise
a terra 22.952 immagini delle coltri di nubi
intorno alla terra. Il secondo “Tiros”, tra
il 23 novembre 1960 ed il novembre dell’an-
no successivo, non solo trasmise qualche
decina di migliaia di interessantissime imma-
gini tra cui alcune nelle quali erano stati in-
dividuati l’inizio e la fine della stagione dei
ghiacci alle foci del San Lorenzo, ma fu
adoperato direttamente nella raccolta dei dati
occorrenti per la preparazione dei bollettini
meteorologici speciali in occasione del primo
volo spaziale americano di Alan B. Shepard.
Il “Tiros III”, lanciato il 12 luglio 1961, ha
funzionato alla perfezione per parecchi mesi,
segnalando e sorvegliando a comando l’in-
sorgere di vari uragani tropicali e fotogra-
fando il ciclone “Esther” due giorni prima
che la perturbazione fosse rilevata con altri
mezzi. Con il terzo “Tiros”, il Servizio meteo-
rologico americano ha cominciato a perfeziona-
re i sistemi di analisi e di ricostruzione della
prospettiva delle immagini, iniziandone la
tempestiva diffusione in tutto il mondo con
i circuiti di trasmissione visiva ‘fac-simile’.
I risultati sperimentali di questa nuova
prima serie di satelliti meteorologici, per
quanto rilevanti, saranno indubbiamente mi-
gliorati quando si potrà mettere in orbita un
veicolo più perfezionato, come il “Nimbus”,
il cui lancio è atteso entro l’anno. Su un’or-
bita polare, il satellite potrà coprire l’intera
superficie terrestre e non, come nel caso dei
“Tiros”, una fascia a cavallo dell’ equatore.
Un sistema di stabilizzazione dell’orbita ri-
durrà al minimo la differenza tra l’apogeo e
il perigeo, mentre un maggiore carico utile
(circa 300 chili) permetterà di assicurare una
maggiore regolarità e continuità di operazione.
Ancora molto in là rispetto alle attuali
possibilità effettive dei mezzi e delle tecniche
di lancio è il satellite “Aeros”, adatto all’os-
servazione da 36.000 chilometri di distanza
di un settore fisso del globo corrispondente
press'a poco ad un terzo della sua superficie.
Tre satelliti di questo tipo su orbite equatoriali,
integrati da un “Nimbus” su orbita polare,
potranno coprire interamente la superficie
terrestre.
Ancora piu remota, la prospettiva di riu-
scire a controllare il tempo con satelliti o
almeno di regolare a nostro favore alcuni
fenomeni meteorologici che sconvolgono in-
teri paesi. Ma, di questo, è troppo presto per
parlare. Se ne riparlerà, semmai, quando i
satelliti artificiali terrestri ci avranno chiarito
la natura di troppe anomalie che concorrono
a fare dei fenomeni meteorologici qualcosa
che solo da poco cominciamo a comprendere
su una scala globale.
La rivolta
degli
espressionisti
Dopo gli impressionisti, i “fauves” e î “cubi-
sti”, Marco Valsecchi ci parla dei capiscuola
di un altro movimento artistico, l’espressionismo,
nel quale ritroviamo una delle fonti più vicine
dell’ arte contemporanea.
Emil Nolde: «La Cena» (1909). Il tedesco Nolde è uno dei capiscuola dell’ espressionismo, Il suo temperamento
mistico-religioso lo portò a rappresentare il sacro e il demoniaco per mezzo del colore, cui l'artista attribuiva
un’ allucinata facoltà di
religiosa del Nolde.
Dopo quanto ho detto nella puntata pre-
cedente, dovrebbe risultare chiaro che tra la
fine dell'Ottocento e i primi decenni del no-
stro secolo l’arte ha compiuto in tutto il
mondo un percorso di riforma, che ha preso
aspetti, in molti casi, di una vera e propria
rivolta. Gli anticipatori di questa radicale
trasformazione del linguaggio artistico sono
stati in particolare Paul Gauguin, Vincent
Van Gogh, Georges Seurat e il tardo Paul
Cézanne: quattro artisti francesi sul finire del
secolo scorso, provenienti, taluni di essi, dal-
l’esperienza impressionistica, e cioè da una
pittura che traeva la sua ispirazione dagli
spettacoli della natura, dal variare delle luci,
dell’aria, delle stagioni sui larghi paesaggi
lungo la Senna o le coste della Manica. Ma
perché l’elenco dei primi riformatori sia
completo, occorre ricordare anche il norve-
espressione. Questa «Cena» è l’opera che inaugura, appunto, la passionale pittura
gese Edvard Munch (1863-1944) e il belga
James Ensor (1860-1949).
Per cogliere subito, a colpo d'occhio, la
mutazione intervenuta nella pittura rispetto
al modo di dipingere, basterà un breve con-
fronto appunto con le intenzioni e le opere
dei maestri impressionisti intorno al 1865-1880.
Essi rappresentavano, in definitiva, con i loro
dipinti, il momento di fiducioso rapporto
dell’uomo con la natura nelle sue quotidiane
vicende. Munch ed Ensor rappresentano in-
vece il momento della delusa separazione,
della dolorosa rivolta, e potrebbero essere
posti all’origine di quello che il filosofo
Huizinga ha chiamato il “nuovo medioevo”.
Munch, con il suo presentimento dramma-
tico di uno sfacelo, può persino essere consi-
derato il profeta della nuova età dell’ansia e
dei rivolgimenti radicali in tutti gli aspetti
sopra: particolare dell’ «Ingresso di Cristo a Bruxelles » (1888) di James Ensor, Nato ad Ostenda nel 1860, il belga Ensor
è, con il norvegese Edvard Munch, uno dei precursori della rivolta pittorica dell’ espressionismo. Basta confrontare
questo dipinto con quelli degli impressionisti per rendersi conto dei nuovi mutamenti intervenuti nel modo di
dipingere dopo la comparsa di pittori come Ensor. Gli impressionisti rappresentavano ancora, in definitiva, un
momento di fiducioso rapporto con la natura nelle sue quotidiane vieende, Ensor invece rappresenta il momento
della rivolta dolorosa, della separazione dalla natura: maschere, scheletri, soggetti presi dalla Bibbia ma inter-
pretati con spirito violentemente anticonformista, Il quadro sopra riprodotto, che è una delle opere principali di
Ensor, scandalizzò artisti e critici del tempo e ne fu rifiutata l'esposizione. La gloria venne ad Ensor solo dopo
il 1900. Nel 1929 fu creato addirittura barone. Morì nel 1949.
nella pagina accanto: «Le ragazze sul ponte» (1899 circa) di Edvard Munch, l’altro precursore dell’ espressio-
nismo, Nei dipinti di questo artista norvegese, nato nel 1863 e morto nel 1944, le figure, gli oggetti, la natura,
non sono più avvolti in una luce serena e confidenziale, come negli impressionisti. Nei colori, nelle ombre, c’è
il presentimento drammatico di uno sfacelo, tanto che Munch è stato considerato persino il profeta della nuova
età dell'ansia e dei rivolgimenti radicali in tutti gli aspetti dell’esistenza, di quel «nuovo medioevo» che sa-
rebbe, secondo il filosofo Huizinga, il tempo in cui viviamo. Non più le felici immagini di acque, di fronde, di
vele distese raffigurate dagli impressionisti, ma queste tre ragazze senza volto che guardano in un fiume
profondo, oscuro.
del vivere; e opponendo alle figure della
realtà esterna amata dagli impressionisti, le
immagini della sua turbata visione interiore,
sostituendo gli aspetti concreti del mondo
con le mobili frange e i dolorosi fantasmi della
sua intimità ferita e complessa, indica anche
alcune cadenze fondamentali del linguaggio
figurativo del nostro secolo. Iniziò a dipin-
gere come pittore naturalista; ma cresciuto
in un ambiente culturale dominato dalla
grande figura del drammaturgo Ibsen, non
restò sordo alle gravi e turgide risonanze
dei problemi morali dibattuti da quella lette-
ratura nordica, che spostano lentamente, ma
sempre di più, l’interesse verso le zone se-
grete e delicate dell'anima e i suoi conflitti.
Non mancò, durante una sua permanenza a
Parigi, di osservare i maestri dell’impressio-
nismo; ma di fronte a quel sentimento sereno
dell’esistenza, a quelle immagini pittoriche
felici e fugaci di acque, fronde, vele distese
sul fiume, ore colme che trapassano nel cielo
immenso e silenzioso, Munch si rifugiava in
quel sentimento di insoddisfazione, di rovello,
sdegnosamente amaro e critico che andava
maturandosi nelle pieghe del pensiero europeo.
Preferiva la sua disposizione alla mitologia
sentimentale alla chiarezza degli impre
nisti, che gli avrebbe ostacolato lo svolgersi
della sua immaginazione visionaria, sfrangia-
ta in morbosità che infoltivano la sua fantasia
come certi viluppi d’alghe sul fondo degli
stagni. Guardando alle figure e alle cose del
mondo in uno stato di esaltata emozione,
quasi fossero, quelli, gli estremi e supremi
momenti dell’esistenza, Munch avvertiva che
dal mondo, non più felice né avvolto da una
luce serena e confidenziale, proveniva a
lui un urto psicologico, un segnale misterioso
e desolato che lo riempiva di sgomento e si
propagava all’intorno, sì che tutte quelle
figure e quegli oggetti si riflettevano nella
sua anima in una luce stravolta, in una forma
agghiacciante, come deve accadere al son-
nambulo che all'improvviso si ridesta. La sua
pittura si configura appunto come una trascri-
zione di quel segnale segreto e angoscioso.
SSIO-
Ne nascono contorte immaginazioni, ma-
late ossessioni, erotiche e funebri allo stesso
tempo, come suggeriscono appunto certe
vecchie stampe gotiche in cui Eva nuda ap-
pare abbracciata dallo scheletro. Questa pit-
tura che diremmo notturna incide vivamente
sulla sensibilità un po’ gonfia e complicata
degli artisti tedeschi. Difatti il gruppo cosid-
detto del Ponte (die Briicke), sorto verso il
1905 a Dresda, ha molti debiti verso Munch.
Ed è chiaro, in questo nostro discorso, che
tali intrichi di fantasie esasperate valgono in
quanto hanno trovato nella pittura di Munch
un’espressione positiva, affermata dal disegno
e dal colore e non soltanto dal fascino lettera-
rio. Tant'è che una volta create, diventano esse
stesse matrici di altre emozioni, di una nuova
fioritura di figure più contorte e allarmate.
Siamo perciò di fronte alla punta estrema
e drammatica dell'esperienza romantica, che
anziché distendersi nel raggiungimento delle
grandi idealità, si infoca delle sue stesse insi-
34
stenze sentimentali, del suo parossismo visio-
nario. Anche quando Munch passa ad altri
temi più pacati, come avviene dopo il 1920,
e confida alle sue pitture le sensazioni ricevute
dalla sua terra natale e descrive le solitudini
dei fiordi, l’onda lunga sulle coste del Nord,
le betulle leggere e stormenti nel vento, le
case sulla spiaggia, i silenzi delle donne in
attesa di lontani eventi ed annunci, gli autunni
piovosi e intasati di nebbie, lo fa con una
malinconia così struggente, una tenerezza
così svenata, che sembrano malori anch’esse,
cupe dissolvenze dell'anima. E difatti finirà,
come già Van Gogh, per qualche tempo in
una casa per alienati. Ma nessuno potrà ne-
gare che quell’ingorgo così eccitato della sua
mente, quel suo pessimismo tormentato da
manie (aveva per esempio orrore delle sue
mani nude, e le nascondeva nei guanti, che
non si toglieva nemmeno per dipingere), ab-
biano trovato un'espressione riscattata sul
piano della poesia pittorica.
James Ensor è l’altro solitario profeta del-
la pittura espressionista che caratterizzerà,
insieme agli altri movimenti europei, l’aper-
tura del primo Novecento. La a violenza
cromatica avrà, come quella di Munch, una
estesa influenza, anche se l’artista non saprà
lanciarsi, come invece seppe fare Van Gogh,
nell'avventura disperata e bruciante dell’estre-
ma espressività del colore. Sarà perciò, la sua,
un’influenza più di liberazione morale che di
diretto insegnamento poetico. Constant Per-
meke (1886-1952) su questo punto pittorico
appare più coerente con le ragioni dello stile,
ancorché il suo colore sia denso e oleoso come
la nafta e la sua preferenza per i temi pro-
letari induca qualche risonanza retorica; ma
anche lui, come tutta la schiera dei pittori
belgi suoi contemporanei è debitore al più
anziano maestro proprio di quella rottura
anticonformista che ha liberato il linguaggio
pittorico del Novecento.
Ensor fu un solitario anche nella vita.
Nato infatti a Ostenda, allora poco più di
un borgo di pescatori, dopo una breve resi-
denza a Bruxelles per seguire i corsi d’acca-
demia, non lascerà più la sua città natale,
dove la madre teneva aperta una bottega per
la vendita di conchiglie, di maschere, di og-
getti esotici, di piume, di perline, che eredi-
terà e conserverà con tutta la straordinaria
congerie che vi stava ammassata.
Nel mondo realista e borghese della pittura
giovanile di Ensor avviene presto uno scon-
volgimento. È l'intrusione improvvisa del
grottesco e del fantastico, una specie di tru-
culenza visionaria sui motivi della vita reale,
quasi si fosse scatenata dentro la sua intelli-
genza una sarabanda di risentimenti, di estri
caricaturali, di sberleffi tragici. Il colore della
sua tavolozza è divenuto una materia frizzante,
stride di accensioni audaci, è traversato da
bagliori. L’opera sua più sarcastica e pitto-
ricamente definitiva è la grande tela rappre-
sentante l’Ingresso di Cristo a Bruxelles, del
1888. È una specie di sagra burlesca e gran-
diosa, dove il colore giunse a parossismi cro-
matici — gialli, rossi e azzurri — e la compo-
L’ austriaco Oskar Kokoschka (1886 - vivente), autore di questo «Ritratto del poeta Dirsztay» (1910), fece
parte del gruppo del «Ponte» di Dresda. Questo gruppo, più passionale ed aggressivo di quello del « Cavaliere
Azzurro» di Monaco, anche se meno dotato intellettualmente e criticamente, fu alla testa della rivolta del-
l’espressionismo, una rivolta che fu insieme morale ed artistica. Infa
espressiva, l’esasperazione del segno e del colore, corrisp
. il delirio della fantasia, la violenza
d d ai rivolgi i della vita so-
ciale. Artisti veri come Kokoschka non hanno espresso situazioni arbitrarie 0 strettamente personali: essi hanno
documentato le interne contraddizioni dell’epoca, la trasformazione profonda che, di lì a pochi anni, avrebbe
causato nella società la tragedia della prima guerra mondiale.
sizione si distribuisce con quell’impeto disor-
dinato di certi quadroni barocchi, affollati
di figure e di stendardi, caotici ma straor-
dinariamente vivi. Nell'episodio popolare di
una processione pasquale, Ensor inserisce
motivi deformi di tragica moralità. C'è forse
un simbolismo di condanna e derisione della
vita contemporanea; ma frammezzo a quella
legione di esseri mostruosi, di figure ipocrite
come una mascherata, si coglie un senso di
dramma. Una farsa stravagante, una carica-
tura aggressiva, in cui senti presente la forza
rappresentativa o la sulfurea inventiva di un
Brueghel o di un Bosch. Malgrado le disso-
nanze aspre del colore, c’è nei quadri di Ensor
uno splendore cromatico che rammenta certe
rutilanze di Rubens, lo stesso sfarzo, la stessa
foga, inasprita da questo acido corrosivo del-
l’ironia grottesca sulla vita borghese del suo
tempo. L’angoscia funebre di Munch e le sue
ossessioni notturne sono diventate per Ensor
pretesti di caricatura di impreveduta violenza.
Naturalmente qualcuno potrebbe pensare,
adesso, che questi artisti hanno creato delle
situazioni arbitrarie o strettamente personali.
Invece, come succede sempre con i veri artisti,
non hanno fatto che documentare le interne
contraddizioni della nostra vita spirituale e
intellettuale. E non è molto difficile accorgersi
che le rotture, le violenze espressive, qualche
«L'artista e la modella» di Ludwig Kirchner, che per
pensiero e personalità artistica fu alla testa del gruppo
del «Ponte». Caratteristica della sua pittura sono i toni
puri di colore portati al più alto grado di violenza, e
il tratto marcato, acuto, con cui circonda le forme.
Le figure ritratte nel dipinto riprodotto qui a fianco,
che è del 1907, avevano originariamente una linea più
arrotondata. L’autore riprese successivamente la tela
sopprimendo qualche dettaglio e rendendo le forme più
angolose, Kirchner morì suicida nel 1938.
volta il delirio della fantasia, corrispondono
drammaticamente ai rivolgimenti della vita
sociale di questi anni. Se a primo vedere
appare soltanto un gesto di rivolta o di sprez-
zo delle convenzioni ideali che ressero l’arte
precedente, in effetti sorge anche da queste
opere un senso e un carattere morale, che
allontana da esse il giudizio di arbitrarietà o
quanto meno di divertimento. Questa ragione
è particolarmente osservabile in quel movi
mento chiamato espressionismo e i cui cen-
tri principali e irradianti sono quelli tedeschi
del Ponte di Dresda iniziatosi, come ho detto,
verso il 1905, nello stesso tempo quindi dei
«fauves» francesi, e, qualche anno dopo, del
Cavaliere Azzurro di Monaco (cioè gruppo
del Blaue Reiter).
Il primo gruppo è più aggressivo e scatena-
to sull’onda della rivolta morale prima che ar
tistica. Il secondo sorge invece su un terreno
intellettualmente meglio definito e filtrato da
un sedimento di ricca cultura figurativa. E
quanto il primo gruppo di Dresda soggiace
agli impulsi di una visionarietà scardinata da
ogni limite, tanto quest’altro gruppo di Mo-
naco dispone di un controllo critico che
tende a frenare la creazione verso soluzioni
in accordo con altri movimenti contempo-
ranei, come il futurismo e il cubismo, e a
creare le prime opere astrattiste.
Nel
di Emil Nolde (1867-1956) che spicca come
gruppo del Ponte c’è la personalità
quella di un caposcuola, e attorno gli stanno
Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938), Erich
Heckel (1883-vivente), Karl Schmidt-Rottluff
(1884, vivente), cui via via aderiscono Max
Pechstein (1881-1955), Otto Mueller (1874-
1930), Christian Rohlfs (1849-1938) e l’au-
striaco Oskar Kokoschka (1886, vivente).
Ma lo stesso carattere ribelle alla base del
movimento, unito all’esasperazione soggetti
va, portò ciascun artista attraverso esperienze
strettamente individuali anche se accomunate
sotto quell’accento di estremismo romantico,
e infine a staccarsi anche polemicamente dal
gruppo, il quale difatti nel 1912, trasferitosi
nel frattempo da Dresda a Berlino, è da
considerarsi praticamente sciolto.
Nel gruppo del Cavaliere Azzurro la parte
più emergente, anche per lucida capacità
teorica, è assunta da Wassily Kandinsky
(1866-1944) di origine russa, il quale nel 1912
pubblica il libro «Della spiritualità dell’arte »,
il cui titolo già lascia intravvedere in quali
direzioni è spinta la ricerca artistica del gruppo.
Questo libro, insieme all’almanacco lettera
rio e pittorico del “Blaue Reiter” apparso
nello stesso anno compilato da Kandinsky e
da Franz Marc (1880-1916), sono da consi-
derarsi come i testi fondamentali del movi-
qui sotto: Franz Marc «I grandi cavalli azzurri» (1911). Il tedesco Marc fu uno dei fondatori
del gruppo del « Cavaliere azzurro ». In questi cavalli, in cui forme astratte e forme naturali si fondono
armoniosamente, è evidente tenzione dell’artista di sottolineare il fatto «espressivo» della
pittura, il senso di eccitazione e di deformazione che gli espressionisti imposero alla realtà.
©
Paul Klee: «Luna piena» (1919). Nato a
Berna nel 1879 e morto a Locarno nel 1940,
Kiee fu uno dei maestri dell’ espressionismo
tedesco, uno dei pionieri della pittura astratta,
colui che aprì all’arte moderna una via chia-
ramente determinata. Klee è il poeta infantile,
innocente. Una tenera gaiezza emana dalla
sua fantasia inesauribile. Diede una rappre-
sentazione del mondo in uno stato di dolce
eccitazione, l’eccitazione immaginativa pro-
pria, appunto, dei bamb con i loro incanti
e miracoli di trasfigurazione. A questa fan-
tasia corrisponde però un vigore, una sapienza
dell'espressione pittorica che è insieme ma-
gica e «matematica». Dietro |’ apparente
semplicità di Klee c’è infatti la preoccupa-
zione costante dell’artista di tradurre le sue
sottili emozioni in un preciso, poetico lin-
guaggio pittorico. Klee ci ha lasciato anche
moltissimi disegni. Il particolare del disegno
riprodotto qui accanto («Il teatro del-
l’Opera-Buffa» del 1925 ) è tipico del suo
stile: il disegno minuto, oss o e con-
catenato come le maglie di un ricamo
crea architetture fantastiche. Quanti ar-
tisti di oggi (a cominciare dal grande
Steimberg) hanno il loro maestro in Klee?
Egli lasciò la Germania all'avvento del na-
zismo, che osteggiò con cieca e stupida
ignoranza la pittura degli espressionisti.
mento. Aderiscono il Alexej von
Jawlensky (1864-1941), August Macke (1887-
1914), Heinrich Campendonk (1889-1957),
Paul Adolf Seehaus (1891-1919), Lyonel Fei-
ninger (1871-1956). Quest’ultimo, dopo di
essere stato con Gropius insegnante alla
Bauhaus di Weimar e di Dessau, si trasferisce
nel 1936 a New York. La Bauhaus tendeva,
con l’attività di Gropius e di altri artisti,
a rimettere in contatto gli artisti col mondo
dell’industria, nell’aspirazione di risolvere,
anche sul piano sociale, nuovi motivi di vita
attraverso architetture o strumenti moderni
che inevitabilmente avrebbero influito sul
modo di vivere delle grandi masse popolari.
Sospettata di azione sovversiva, il nazismo
sciolse la scuola-e disperse, perseguitandoli,
i suoi docenti. E ancora si debbono aggiun-
gere il boemo Alfred Kubin (1877-1958) e
Paul Klee (1879-1940), il più fantasiosamente
intuitivo tra quei pittori, che insieme a Kan-
dinsky troverà, dopo la prima guerra mondiale,
una soluzione di pittura astrattista di parti-
colare significato lirico. Non si possono di-
menticare altri artisti che operarono indipen-
dentemente, come il berlinese Georg Grosz
(1893-1959) noto soprattutto per i suoi disegni
grotteschi e caricaturali della società capita-
listica e del militarismo prussiano, e Max
Ernst (1891, vivente), il quale dopo il 1920,
eccitando la sua sottile fantasia, passerà dall’e-
spressionismo a indagare i sottofondi com-
plicati degli istinti inconsci e diverrà in
tal modo uno dei maggiori pittori del surrea-
lismo, lanciato da André Breton in Francia
“manifesto” del 1924. Come si vede,
è tutta l’Europa centrale che si muove sotto
il vento di queste sconvolte ispirazioni, dove si
ritrovano, in grado più eccitato, certe intuizioni
di Van Gogh, di Gauguin, di Munch, di Ensor.
russo
col suo
Espressionismo si è chiamata questa arte
tedesca e la definizione, per quanto generica
ma battente sul fatto espressivo della pittura
o della scultura, basta a indicare il senso di
eccitazione e di deformazione che cotesti
artisti impongono alla realtà per raggiungere
un più vibrato accento figurativo, in conso-
nanza con la loro sfolgorante e torbida sen-
sibilità. Si potrebbe rilevare che l’espressio-
nismo, così inteso, è un’inclinazione costante
della fantasia umana, che in particolari fran-
genti e condizioni storiche emerge in maniera
più risentita e impetuosa. Si tratta, detto
semplicemente, di un modo di “sentire” più
che di “vedere” la realtà, realizzatosi anche in
altre epoche: pensiamo al greco-spagnolo
Theotokopuli, al Bosch e al Brueghel, pittori di
quelle terrificanti visioni di streghe e di diavoli
che contrastavano la grazia angelica di Raffaello.
Ma i tedeschi, in questo singolare momento,
assunsero quell’espressione visionaria con una
carica così totale di eccitazione e con una
vastità di riflessi drammatici, che l’intrico
psicologico raggiunge un colmo di efflore-
scenza anche sinistra. Vi si ritrova il desi-
derio di riportare la vita verso una mitica
verginità primitiva, la protesta sociale, una
aspirazione verso i liberi istinti, una sfrenata
e lussuosa immaginazione, l’irragiungibile
sogno di una purificazione universale. Si av-
verte insomma che tutti insieme questi artisti
fanno testimonianza di un presentimento tra-
gico di annientamento; e se la guerra e le ri-
voluzioni che ne derivarono furono gli epi-
sodi più clamorosi di quel tempo, più sottile
e lacerante fu la percossa che investì i valori
ideali tramandatisi in un lungo periodo di
vita civile. Sul fondo di questa pittura, dove
i colori si accendono come fuochi e il
disegno si spezza convulso, trapelano difatti
correnti di risentimento morale, di angosciose
ossessioni e rivolte. La protesta si traduce nel
grido cromatico dei loro accesi colori, nel
gusto della deformazione grottesca, o nella
straziante aspirazione a una primordiale
dolcezza e innocenza, che si mescola alle
oscure tristezze delle antiche mitologie ger-
maniche.
Il gruppo del Cavaliere Azzurro ebbe, ri-
peto, maggior coscienza formale, pur muo-
vendosi sullo stesso fondo dei colleghi di
Dresda. Kandinsky, che è la mente più lu-
cida del gruppo, smorza man mano con la
sua razionalità quel tumulto e nell’estremo
rifugio di una visione squisitamente interiore,
dove le figure e gli oggetti reali riscuotono
un’eco lirica trasfigurata in pure sensazioni
di colore e di grafia, raggiunge quello stato
evocativo che già Chopin in musica definiva
“impressioni”. Seguendo il moto inconsulto
del fiorire e galleggiare repentino di memorie
e lampi di intuizione, egli conduce l’arte a
identificarsi con la musica o la mistica, a esclu-
dere cioè la presenza materiale della realtà
fisica per accentuare una figuratività simbolica,
immaginaria, fatta di filamenti nervosi di
colore, di macchie repentine, di volanti la-
cerazioni, che saranno all’origine di una cor-
rente lirica dell’astrattismo; nello stesso tem-
po in Olanda un pensiero più esclusivamente
razionale, matematico, suggerisce le strutture
geometriche della pittura di Piet Mondrian
e del suo gruppo, dalla quale discendono i
purismi geometrici dell’architettura razionale.
Anche Paul Klee, con un lungo percorso
stilistico di estrema perspicuità intellettuale,
riesce a sottrarsi alle confusioni romantiche
e passionali dei pittori di Dresda. Klee è il
poeta infantile, innocente, se per innocenza
intendiamo uno stato di grazia e di incanto,
forte e fragile insieme, capace di resistere alle
persecuzioni (Hitler lo espulse dalla Bauhaus
e dall'Accademia di Diisseldorf), ma pronto
a trasalire per un’emozione lirica sorgente
dal suo animo. Vista nel suo insieme, l’opera
di Klee, dai suoi giovanili disegni gotici e
raffinatissimi alle ultime tele percosse da un
accento di malinconia e di morte, appare come
il fiore più prezioso e fragile, l’essenza più
distillata della cultura europea, che non ha
inteso affatto di negare e alla quale anzi ha
offerto altri strumenti squisiti e sottili di in-
dagine e di espressione poetica. Scrisse di
sé: « Vorrei essere un primitivo, e fare un
atto piccolissimo, che la matita possa dise-
gnare senza preoccupazioni tecniche, un atto
piccolissimo ma reale, e un giorno, attra-
verso la ripetizione di atti simili, piccoli ma
«Motivo africano» (1909) di Wassily Kandinsky. Questo artista russo, nato a Mosca nel 1866 ed emigrato in
Germania, fu uno dei principali fondatori e la mente più lucida del gruppo del « Cavaliere Azzurro ». La sua pit-
tura tende a trasfigurare le figure e gli aspetti in pure sensazioni di colore e di grafia, a escludere la presenza
materiale della realtà fisica. Del 1910 è la sua prima composizione astratta, un acquarello con macchie chiare
di colore ed elementi grafici. Nei dipinti cui si riferisce quello qui
riprod si le
scenze dell’arte popolare che aveva già influenzato Kandinsky in Russia e che egli ritrovò nelle pitture dei
contadini dell’ Alta Baviera e nei dipinti popolari su vetro. Il nome del gruppo del « Cavaliere azzurro » pare
abbia origine da un suo dipinto raffigurante un cavaliere di colore azzurro, come segno della libertà della
fantasia. Esso divenne una specie di simbolo per tutto il gruppo espressionista di Monaco,
originali, nascerà un’opera sulla quale potrò
costruire veramente ».
Una tenera gaiezza emana dalla sua fantasia
e quindi dalla sua opera. Nella varietà infinita
delle sue emozioni e delle forme escogitate
per esprimerle, diede una rappresentazione
del mondo in uno stato di dolce eccitazione,
l'eccitazione immaginativa dei bambini ap-
punto, con i loro incanti e miracoli di trasfi-
gurazione. Espresse cioè con i suoi segni
esili e le stratificazioni leggere di colori, con
la serie ripetuta di un simbolo geometrico, i
misteri e le intimità della notte, delle piante
in rigoglio, i giardini dell’immaginazione, i
labirinti della memoria, i trascoloramenti del
mare, l’erba mossa dal vento, le venature dei
marmi. Ha trovato insomma il suo mondo
poetico anche tra le macchie umide dei muri,
delle muffe, tra i licheni sfrangiati, nel mutare
capriccioso delle nuvole o delle correnti d’ac-
qua. E a questa fantasia sottile e preziosa cor-
risponde un vigore espressivo, una sapienza
che si vorrebbe dire matematica e nello
stesso tempo magica dell’espressione pittorica.
E difatti, per non incorrere in facili equivoci di
incapacità pittorica, bisogna mettere l’accento
sulla preoccupazione costante che ebbe l’ar-
tista di tradurre queste sue sottili emozioni
in un preciso linguaggio pittorico, in auten-
tiche immagini di poesia figurativa. E qualche
volta questi suoi segni minuti, ossessivi e
concatenati come le maglie di un ricamo,
si trasformano in cattedrali, in architetture
fantastiche sospese su misteriosi cieli orientali.
L’ultimo suo dipinto, intitolato Morte e
fuoco, e tragico come sono tragici certi dipinti
di Picasso dello stesso periodo, reca il presen-
timento angosciante della sua fine e forse di
qualcosa di più vasto che non la sua esistenza
singola. Porta la data del 1940, cioè l’anno
della sua morte e dell’incendio bellico che in-
vestirà il mondo.
L’ Italsider
alla Fiera
di Milano
L’Italsider è stata presente quest'anno per la
prima volta alla Fiera di Milano.
Il compito di illustrare in sintesi il ruolo
rappresentato dalla massima azienda siderurgica
italiana nel panorama dell'industria nazionale
ed europea, ed il suo apporto allo sviluppo eco-
nomico del Paese, è stato affidato a Bruno
Munari, che ha creato un allestimento di estre-
ma semplicità ed eleganza e di indubbia sugge-
stione, utilizzando due nuove produzioni del-
l’Italsider: ventinove enormi tubi d’acciaio
saldati longitudinalmente, prodotti nel tubificio
entrato in funzione da pochi mesi a Taranto,
e le travi “HE” ad ali larghe parallele, nuova
produzione di Bagnoli.
Ciascun tubo, del diametro di un metro e
del peso di tremila chili è stato trasformato in
una sorta di camera di proiezione : il visitatore
ha potuto osservare in ognuno di essi l’illustra-
sione di un particolare aspetto della nostra si-
derurgia, che ha raggiunto il terzo posto nel-
l’ambito dei paesi della C.E.C.A. e l’ottavo
posto nel mondo.
Erano così descritti în rapide sintesi accessi-
bili al pubblico della Fiera i nuovi primati
produttivi raggiunti lo scorso anno dall’ Ital-
sider, i piani di sviluppo della società, le spe-
cializzazioni dei suoi vari stabilimenti dislocati
lungo la Penisola.
Il pubblico ha appreso che ogni minuto,
giorno e notte, dalle varie acciaierie di questo
tonnellate
“Oscar
o industriale oltre sei
d’acciaio. Nel solo centro siderurgico
Sinigaglia” di Genova-Cornigliano, ogni venti-
quattro ore vengono colate oltre quattromila
tonnellate d’acciaio, una quantità sufficiente a
undicimila automobili.
Altri interessanti dati erano quelli riguardanti
il centro siderurgico di Piombino, dove vengono
prodotte tutte le rotaie ferroviarie italiane ed
altro materiale per armamento ferroviario. Con
la produzione del 1961 di questo grande stabi-
limento, si potrebbe allacciare con un binario
Milano ad Amburgo.
Era poi posto in rilievo come nello stabili-
mento di Bagnoli, che è attualmente la mag-
colo.
escono
costruire
gior impresa industriale del Mezzogiorno d’Ita-
lia, si producano ogni mese oltre 20.000 tonnel-
late di tondo e di vergella, che messe in fila
circonderebbero con una linea ininterrotta metà
del globo, congiungendo Milano a Sydney, in
Australia. Del centro di Bagnoli, veniva par-
ticolarmente sottolineata la nuova produzione,
unica in Italia, delle travi “HE” ad ali larghe
parallele, un profilato pesante che fino ad oggi
non veniva prodotto nel nostro Paese, e che
offre, grazie alle sue speciali caratteristiche,
nuove ampie possibilità nel campo delle costru-
zioni d’acciaio.
Erano infine presentati nel padiglione del-
l’ Italsider significativi esempi di realizzazioni
con carpenteria prodotta negli stabilimenti di
Marghera e Savona, come i centocinquanta ca-
valcavia e i cinque grandi viadotti costruiti
sull’ Autostrada del Sole dalla C.M.F, (Co-
struzioni Metalliche Finsider) e una delle case
d'acciaio per il personale, edificate dall’ Ital-
sider a Genova-Pra. Era posto in rilievo come
case di questo tipo (di 15 piani), in cui la pre-
fabbricazione è spinta al massimo, possono es-
sere costruite in soli 240 giorni.
Nel padiglione Italsider, in conclusione,
Munari ha saputo felicemente fondere le due
esigenze fondamentali di ogni esposizione fie-
allestita moderni
precisa informazione tecnica e il messaggio de-
stinato al grande pubblico.
ristica secondo criteri : la
Le tre scoperte
della siderurgia
Abbiamo recentemente descritto sulla nostra
Rivista il nuovo “processo L. D.” per la fab-
bricazione dell’ acciaio, che appare destinato a
portare ad una nuova svolta nelle tecniche della
siderurgia. In questo articolo, il dottor A. Teo
Barnaba, autore del libro «Fabbricazione del-
l’acciaio», ci parla delle fondamentali scoperte
che portarono, un secolo fa, ad una grande
rivoluzione nel campo siderurgico, aprendo, con
la possibilità di produrre grandi quantità di
acciaio a costi economici e di alleviare le fatiche
dell’ uomo, l’ èra moderna della siderurgia.
Molto lenta fu l’evoluzione della tecnologia
siderurgica, attraverso i millenni, sino alla
metà del secolo scorso. E non si possono
stabilire dei periodi precisi perché le inno-
vazioni si sono gradualmente sviluppate sul-
l’arco di lunghi secoli ed in epoche diverse
da paese a paese.
Si era così pervenuti all’affermazione del
processo indiretto di fabbricazione del ferro
fucinabile. Per tale processo il minerale viene
dapprima elaborato nell’altoforno per rica-
varne ghisa; in una fase successiva la ghisa
viene affinata per liberarla da quegli elementi
che impediscono la fucinabilità del metallo.
Sino ad un secolo fa, questa seconda fase
veniva svolta con lavoro durissimo. Per ot-
tenere un massello di due quintali gli operai
dovevano faticare, esposti alle vampe del forno,
per un paio d’ore, manipolando il metallo
con pinze, raspi, crocetti. E ad un’operazione
seguiva subito un’altra, giorno e notte. Un
operaio lavorava normalmente per 12-16 ore
al giorno, con brevi intervalli per ingurgitare
enormi quantità di cibo e di bevande, che ri-
costituivano l’energia profusa e compensava-
no il sudore stillato.
Netto, improvviso fu, invece, il passaggio
all’èra moderna della siderurgia. Infatti, una
vera rivoluzione scoppiò, nel campo siderur-
gico, quell’anno 1855, quando si diffuse la
notizia che un certo Henry Bessemer era riu-
scito a convertire la ghisa liquida in acciaio
Nel 1855 scoppiò, nel campo siderurgico, una vera rivoluzione, quando si diffuse la notizia che un certo
Henry Bessemer era riuscito a convertire la ghisa liquida in acciaio liquido soffiandovi, semplicemente, aria,
Il 1855 è, per questo, noto tra i siderurgici come l'« anno Bessemer ». La stampa riproduce uno dei primi
convertitori di questo tipo in funzione.
liquido soffiandovi, semplicemente, aria. Sì,
proprio nient'altro che aria.
Fu mero caso o fortunata ispirazione ©
frutto di osservazione e di studio, la scoperta
di Bessemer? Quanto esporremo qui breve-
mente ci farà concludere che i tempi erano
bensì maturi per la scoperta, ma che fu una
combinazione fortunata che fosse venuto ad
interessarsi del problema un uomo ingegnoso
e realizzatore quale era H. Bessemer, anche se
quasi digiuno delle relative conoscenze scien-
tifiche che, pur esse, venivano in quell’epoca
appena formandosi.
Da qualche lustro prima del fatidico “anno
Bessemer” (ché così il siderurgico è portato
a chiamare l’anno 1855) era stato introdotto
l’uso di preriscaldare il vento per l’altoforno.
Il conseguente innalzamento della temperatu-
ra, dentro all’altoforno, rendeva possibile una
reazione che, nel passato, non poteva avvenire,
date le basse temperature raggiungibili col
vento freddo. Si tratta della riduzione della
silice, che spesso è contenuta nel minerale.
Per la riduzione della silice si libera il silicio
che si discioglie nel ferro. Siccome il silicio
sviluppa molto calore quando lo si fa bru-
ciare con l’ossigeno, avvenne che ben presto
molti siderurgici ebbero modo di notare che
alcune ghise (quelle particolarmente ricche di
silicio) ravvivavano la propria incandescenza
quando, manipolate nei forni di affinazione,
venivano investite dal getto d’aria. Tant'è
vero che si ha notizia che un certo William
Kelly già nel 1846 riusciva a convertire ghisa
in acciaio soffiandovi sopra semplicemente
dell’aria, precorrendo, in un certo senso, il
modernissimo sistema di conversione con os-
sigeno. Ma Kelly non riuscì a sviluppare il
procedimento fuori della sua piccola officina.
Le vaghe conoscenze del fenomeno che ab-
biamo descritto bastarono invece a Henry
Bessemer per escogitare ed eseguire l’espe-
rimento seguente. Nella ghisa, fatta lique-
fare dentro un crogiolo, immerse un tubo
di refrattario e, attraverso questo, soffiò
dell’aria. Dopo pochi minuti la ghisa risul-
tava trasformata in acciaio che era rimasto li-
quido sebbene la sua temperatura di fusione
fosse superiore a quella della ghisa. Dunque
l’aria aveva affinato la ghisa determinando
reazioni con tanto sviluppo di calore da com-
pensare non solo le perdite per irradiazione e
per fumi ma anche da riscaldare addirittura il
metallo. Era nato il processo Bessemer che apri-
va la nuova èra siderurgica, l’èra dell’acciaio
liquido.
Bessemer stesso modificò subito il processo
caricando ghisa liquida direttamente dall’al-
toforno e abolendo quindi il riscaldamento in
quanto superfluo. Inoltre, modificò il conver-
titore con l'immissione del vento dapprima
laterale ed infine dal fondo, così come si
fa ancor oggi.
Da notare che Bessemer era, si può dire,
40
un inventore di professione. Deteneva già,
infatti, quando fece la grande invenzione si-
derurgica, numerosi brevetti nel settore della
fonderia del bronzo e in quello dei proiettili
d’artiglieria. E, oltre ad essere un uomo di
grande ingegno, sapeva curare i propri inte-
ressi traendo notevoli vantaggi economici
dall’applicazione e dalla vendita dei procedi-
menti da lui brevettati.
Così, anche per lo spirito affaristico dell’in-
ventore, il processo Bessemer si diffuse rapi-
damente soppiantando i vecchi sistemi, ai quali
era, d’altronde, enormemente superiore e per
produttività e per economia. La produzione del
vecchio forno a puddellare era di tre-quattro
tonnellate al giorno con grande consumo di
carbone e impiego di manodopera. Col con-
vertitore Bessemer la produzione giornaliera
era duecento volte maggiore, senza consumo
di combustibile e con manodopera irrilevante.
Ma non tutte le ghise si prestavano alla
conversione nel convertitore Bessemer, che
era rivestito con refrattario siliceo. Partico-
larmente le ghise con tenori elevati di fosforo
erano inadatte perché il fosforo non poteva
venir assorbito dalla scoria silicea. Vi rimediò
nel 1878 l’inglese Thomas rivestendo il con-
vertitore, anziché con materiale siliceo, con
materiale di natura basica, quale la dolomite.
Così poterono venir elaborate e trasformate
in buon acciaio anche le ghise alte di fosforo
perché, nei convertitori in tal modo rivestiti,
il fosforo veniva assorbito dalla scoria con
formazione di fosfati che conferivano alla
scoria stessa le qualità di ottimo concime,
formando così un sottoprodotto di valore
commerciale non trascurabile.
Nel periodo intercorso tra la scoperta di
Bessemer e l'importante modifica di Thomas,
e precisamente nel 1864, un’altra grande in-
venzione venne a potenziare l’ormai mo-
derna industria siderurgica: il forno Martin-
Siemens, ideato dai francesi Emile e Pierre
Martin con la collaborazione dei fratelli Sie-
mens, tedeschi. Questo forno consentiva la
produzione di acciaio liquido partendo da una
carica fredda. Ed era quanto mai utile perché
la quantità di spuntature di acciaio aveva
raggiunto, nelle ferriere Bessemer, volumi in-
gombranti.
Con la rivoluzione siderurgica ha inizio
non solo l’èra moderna della siderurgia ma
anche l’èra dell’acciaio per l’umanità. Le pro-
duzioni nazionali, che non si computano più
in migliaia di tonnellate bensì in milioni, son
quasi sempre l’indice della potenza indu-
striale e del livello economico di una nazione.
E la marcia dell’acciaio, che ha preso l’avvio
dalle invenzioni di Bessemer, dei Martin, dei
Siemens e di Thomas, ha continuato rinvi-
gorita da nuove scoperte che fanno ricordare
altri benemeriti dell’umanità: Mannesmann,
Stassano, Héroult ed altri ancora, sino ad
arrivare alla clamorosa affermazione del mo-
dernissimo processo LD di conversione della
ghisa con ossigeno che, sperimentato e messo
a punto pochi anni or sono nelle acciaierie
austriache di Linz e Donawitz, è diffuso or-
mai in tutto il mondo.
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Il fatto di maggior rilievo nel quadro del-
l'industria mondiale dell’acciaio è la ridotta
attività della siderurgia statunitense. Si tratta
però di un fenomeno causato unicamente dal-
l’accentuata diminuzione della richiesta per ef-
fetto del generale assorbimento delle scorte ac-
cumulate dagli utilizzatori in previsione di uno
sciopero prima del recente accordo salariale nel
settore siderurgico.
Negli altri paesi la situazione permane sta-
sionaria, con tendenza ad adeguare l’offerta
alla richiesta. Per quanto riguarda la Comunità
Carbosiderurgica, la produzione di acciaio del
primo quadrimestre è stata di 24 milioni di
tonnellate, segnando una diminuzione del 3,2%,
Produzioni Italsider
coke
ghisa
acciaio
laminati a caldo
laminati a freddo
getti di ghisa
getti d’acciaio, fucinati e rodeggi
armamento ferroviario
derivati vergella
carpenteria
tubi saldati
altri prodotti
* muovi record mensili
rispetto al risultato conseguito nello stesso pe-
riodo del 1961. Hanno diminuito la produzione
tutti i paesi, fatta eccezione dell’Italia e del
Belgio. Quest'ultimo, peraltro, perché la produ-
zione del 1961 fu negativamente influenzata
da scioperi. L’afflusso delle ordinazioni ha invece
registrato un incremento del 6,7% e lascia pre-
vedere un aumento anche nel ritmo produttivo.
SITUAZIONE ITALIANA
La produzione siderurgica italiana continua
ad evolversi favorevolmente. Nel primo quadri-
mestre il gettito di acciaio si è elevato a
3.178.000 tonnellate, con un aumento del 7%,
rispetto al primo quadrimestre del r96r. Il
consumo interno, oltre che garantire un alto
livello di utilizzazione anche degli impianti che
progressivamente entreranno in esercizio, richiede
tuttora un ampio ricorso alle importazioni.
È da segnalare che in marzo l’Italia ha
raggiunto, con 850.000 tonnellate, il nuovo
record mensile nella produzione d'acciaio, supe-
rando notevolmente quello precedente che era
stato conseguito nell'ottobre del 196I.
marzo aprile
1962 1962
tonn. 174.428 157.285
» 257.013 * 229.267
» 312.544 285.015
» 246.298 * 220.062
» 40.834 44.715
» 9.489 7.734
» 4.787 4.804
» 1.934 1.559
» 3.466 2.961
» 2.447 2.163
» 12.500 13.267
» 499 55
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