Rivista Italsider, n. 6, 1961
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Ettore Colla-"Concavo e convesso" (1946)-(composizione in ferro)
Seconda di copertina: meridiana del XVII secolo
Terza di copertina: "Oggetto" (1961), composizione d'orologeria dello scultore Rotella.
Quarta di copertina: fibbia di cinturone in ferro della Cavalleria franca del IV scolo d. C.
Illustrazione interna di Bruno Caruso, p. 35
Sommario
- Le meravigliose macchine del tempo, p. 2
- I presepi di Umberto Piombino, p. 14
- Una realtà per Trieste, p. 17
- Arte e polemica, p. 24
- L'Italsider aumenta il capitale a 200 miliardi, p. 30
- L'italiano negli uffici, p. 31
- Alessandro Magno ed io, tornitori, p. 36
- Il "misterioso" processo L.D., p. 41 - Data testuale
- 1961 novembre-dicembre
- Consistenza
- pp. 44
- Stato di conservazione
- Ottimo
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/7
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
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-
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- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
-
6 1961 RIVISTA ITALSIDER
la copertina: Ettore Colla - «Concavo e
Convesso » (1956) - (composizione in ferro)
Lo scultore Ettore Colla è nato 62 anni fa
a Parma. Diplomatosi in quell’ Accademia di
Belle Arti, visse dal ’23 al ’26 a Parigi,
Bruxelles, Monaco e Vienna, lavorando co-
me scultore ma anche come minatore, fo-
tografo ambulante e aiuto-istruttore di ele-
fanti. Abbandonò la scultura figurativa nel
1941. Colla usa il ferro per creare perso-
naggi e composizioni ma anziché servirsi
di parti nuove e di merce commerciale
standard, come Gonzales e David Smith,
utilizza pezzi usati, rottami, oggetti che
abbiano una storia. Li cerca nei magazzini
e depositi di residuati e se li porta a casa
col suo motofurgone per elaborarli e riu-
nirli. Ha esposto le sue opere in tutto il
mondo. Vive e lavora a Roma.
2° di copertina: meridiana del XVII secolo
(museo storico di Zurigo)
3° di copertina: «Oggetto» (1961), compo-
sizione d’orologeria dello scultore Rotella.
s° di copertina: fibbia di cinturone in ferro
della Cavalleria franca del TV secolo d. C.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’ informazione aziendale per
il personale dell’ Italsider, alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva-Cornigliano.
Anno II - n° 6 - novembre-dicembre
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genovan. 516
in data 28 dicembre 1960 - Spedizione in
abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Le meravigliose macchine del tempo pag. 2
I presepi di Umberto Piombino » 14
Una realtà per Trieste » 17
Arte e polemica » 2
L’Italsider aumenta il capitale a 200
miliardi » 30
L’italiano negli uffici » 31
Alessandro Magno ed io, tornitori » 36
Il “misterioso” processo L.D. » 41
A tutto il personale dell’ Italsider e alle loro famiglie
giungano i più fervidi auguri di un felice 1962.
L’ amministratore delegato
Il presidente
Una
Pubblichiamo il messaggio augurale che il presidente della Finsider, Ernesto Manuelli, ha
inviato, come di consueto, in occasione delle feste di fine anno a tutti i lavoratori del Gruppo.
coscienza aziendale unitaria
In occasione delle festività di fine anno del 1959 e del 1960, Vi informai circa le realizza-
sioni compiute in quegli esercizi e sui programmi che avevamo allo studio per dare all’intero
Gruppo un migliore equilibrio tecnico-economico e per adeguare le nostre capacità produttive
alle esigenze di sviluppo dell’economia italiana.
I risultati conseguiti nel biennio sono stati, per generale riconoscimento, superiori ad ogni
aspettativa ; ciò malgrado, nel corso del 1961 ulteriori traguardi sono stati raggiunti, tanto che
rispetto ad una produzione globale della siderurgia italiana che si aggirerà quest'anno su 9 mi-
lioni di tonnellate di acciaio — l'apporto del gruppo Finsider si concreterà in 5 milioni di ton-
nellate, con un aumento del 13 per cento rispetto allo scorso anno. Ad esso hanno contribuito tutte
le aziende del Gruppo, efficacemente affiancate dalle Organizzazioni sussidiarie.
Contemporaneamente è continuata l’opera di riordinamento e di potenziamento delle strut-
ture organizzative : a questo riguardo, il fatto più significativo del 1961 è stato la fusione del-
PIlva e della Cornigliano nell’Italsider, società che porta nel suo nome le premesse della funzione
che dovrà assolvere nel quadro dell'economia del Paese.
L'espansione dell'economia italiana, tuttora in atto, e le possibilità insite nelle realizzazioni
da noi compiute gli scorsi anni, ci hanno pertanto indotto a rivedere i programmi fissati per il
quadriennio 1961-64, aggiornandoli fino al 1965 ; in base a questi aggiornamenti, la potenzialità
produttiva del Gruppo entro il 1965 sarà di oltre 9 milioni di tonnellate per l'acciaio e di oltre
7 milioni di tonnellate per la ghisa con un rapporto — rispetto alla presunta produzione naziona-
le di quel momento — rispettivamente del 67 e del 92 per cento, a fronte degli attuali 55 e 85 per
cento ; gli investimenti saranno dell'ordine di 700 miliardi di lire e l'incremento complessivo della
manodopera, a programma ultimato, si aggirerà sulle 10.000 unità. Uno sforzo particolare sarà
compiuto a favore del Mezzogiorno, con una incidenza sugli investimenti previsti per l’intero
Gruppo intorno al 49 per cento, superiore quindi alla percentuale di legge, e con un incremento
occupazionale a fine programma di oltre 5.000 unità.
Il nuovo tubificio di Taranto, inaugurato nell’ ottobre scorso dopo meno di 15 mesi dall’inizio
dei lavori, è la conferma della piena efficienza tecnica e funzionale dei quadri e delle maestranze
del Gruppo e della nostra volontà di assolvere entro i tempi previsti gli impegni assunti.
I risultati conseguiti debbono essere attribuiti allo sforzo concorde dei collaboratori di ogni
ordine e grado, oltreché alla costante assistenza dell’ Autorità di Governo e dell’ IRI e alla fidu-
cia che ci è stata concretamente manifestata da parte di finanziatori italiani ed esteri ; questi
elementi sono la premessa per consentirci di guardare fiduciosi all’avvenire e per darci la certezza
che sapremo superare le difficoltà che i nuovi e maggiori impegni ci prospettano per il prossimo
quadriennio.
Assolto il doveroso debito di un vivo ringraziamento per tutti Voi, voglio però sottolineare
quest'anno un particolare aspetto del nuovo programma, che intende integrare — in una conce-
zione unitaria — l’espansione tecnologica ed economica del Gruppo con un più approfondito e
fecondo sviluppo dei rapporti di collaborazione interna.
Già negli ultimi tempi sono state operate molteplici iniziative a vantaggio dei lavoratori. Ad
alcune — anche importanti — di carattere economico si è cercato di far corrispondere una migliore
efficienza produttiva, unico modo per renderle possibili. Altre sono state invece riconoscimenti
delle aziende in situazioni che andavano meglio regolate.
N
Ma il fatto più importante che merita di es-
sere segnalato per il perfetto bilancio sotto gli
aspetti materiali e, soprattutto, morali che in
esso hanno riconosciuto sia le aziende che i la-
voratori, è la tregua sindacale raggiunta nelle
nostre maggiori società con tutte le organizza-
zioni interessate. Essa ha avuto una larga riso-
nanza în Italia ed all’estero e sta ad additarci
che su questa linea dobbiamo proseguire per far
sì che gli aspetti economici del rapporto del
lavoro si integrino con altri fattori capaci di
migliorarne il contenuto umano e sociale. Infatti,
siamo convinti che se anche le strutture funzionali
delle aziende raggiungessero una perfetta
cienza, non bene operato ss
fossero utilizzate in modo da nulla aggiungere
alla personalità di coloro che le impiegano.
Confidiamo di trovare tutti solidali negli
sforzi necessari per il conseguimento di questo
obiettivo, sforzi che vanno perseguiti sia nei
contatti della quotidiana attività operativa, che
nella prospettiva di una più agevole collabora-
zione con gli Organismi attraverso cui i lavora-
tori esprimono le loro aspirazioni.
Per quanto ci concerne, senza interferire in
convinzioni ed impostazioni di carattere indi-
viduale che restano patrimonio e scelta di cia-
scuno, vogliamo adeguarci a quella concezione
di rapporti che, fra ‘altro, ha avuto di recente
la più valida sanzione nell’altissimo insegnamento
di un Ente, che per la sua natura e per i suoi
fini, è al di sopra di ogni contesa umana.
Attraverso l'apporto di ciascuno e di tutti
dobbiamo quindi realizzare una coscienza azien-
dale sempre più unitaria e tale da trascendere
il contenuto strettamente materiale delle rispettive
prestazioni ; ciascuno, pur nel distacco delle
funzioni e delle responsabilità, deve sentirsi
partecipe dell’opera quotidiana, con piena so-
lidarietà di diritti e di doveri; la voce dei la-
voratori, anche come fattore di collaborazione
concreta per il migliore sviluppo del processo
produttivo, sia ascoltata a tutti i livelli e nelle
sedi proprie. I capi ricordino di usare con i
dipendenti lo stesso metro che vorrebbero vedere
applicato per se stessi e, se necessario, abbiano
la forza di guardare indietro alla severità della
propria vita passata per comprendere la durezza
di quella degli altri e derivarne il dovere dell’am-
maestramento e dell'amore.
I lavoratori, a loro volta, abbiano coscienza
dell'alto valore della funzione direzionale e
dimostrino di saperne comprendere le esigenze, e,
non di rado, le difficoltà ; sappiano infine man-
tenere il senso del limite per quanto concerne
ogni loro pur legittima aspirazione, e considerino
il grande valore della continuità aziendale,
che oltre a rispondere ad un loro diretto inte-
resse, è fattore determinante di quel generale
progresso del paese a cui tutti vogliamo contri-
buire.
È con questo auspicio ed è con questi propo-
siti che formulo per Voi e per tutti i Vostri
familiari ogni più fervido augurio per un felice
e prospero 1962.
avremmo ove
e
meravigliose
macchine
del tempo
In questo numero di fine d’anno parliamo del
Tempo, che una volta era un gran vecchio con
la barba, la clessidra e la falce, mentre oggi
viaggia sui satelliti artificiali, si rade elettri-
camente e si lamenta perché il suo strumento
preferito, l'orologio atomico, sbaglia di un mil-
lesimo di secondo all'anno. L'orologio atomico :
uno dei simboli della nostra civiltà, un miracolo
della scienza. Ma tutta la storia dei tentativi
dell’uomo per misurare con sempre maggior pre-
cisione il tempo è una testimonianza mirabile
di genialità e di ingegnosità. Ce ne parla il
giornalista ingegnere Alberto Mondini. Quasi
tutti gli strumenti riprodotti in queste pagine,
fotografati da Kurt Blum, sono conservati nel
museo svizzero d’orologeria che ha sede nel
Chateau des Monts, a Le Locle. Per la documen-
tazione ci siamo serviti anche del materiale
della collezione “Time measurement” del Science
Museum di Londra.
Sed fugit interea
fugit irreparabile tempus.
(Virgilio, Georgiche, III)
Alcuni filosofi negano l’esistenza del tempo,
l’uomo moderno è sempre a corto di tempo,
il mercato si accresce ogni giorno di congegni
che vantano come loro pregio principale il
fatto che «fanno risparmiare il tempo »; la
scienza lo considera il parametro fondamen-
tale di tutte le sue equazioni, la terza dimen-
sione del quadrimensionale spazio relativi-
stico. Il tempo è l’astrazione più facile a
comprendere, più immediata da intuire; non
v'è persona tanto ignorante o tanto sprov-
veduta da non riuscire ad afferrare le nozioni
di “prima” e di “poi”, da non accorgersi
che il tempo passa, che esiste, anche se non
lo si può vedere, toccare, udire, 0 assaporare;
perché il primo orologio è in noi, la prima
misura del tempo è nel divenire organico del
nostro essere.
E il secondo orologio è l’universo intorno
a noi: la nozione del tempo, che a noi è chiara
quantitativamente per mezzo dell’orologio, era
chiara all'uomo primitivo in virtù delle sta-
gioni, delle fasi della luna, del cammino diur-
no del sole nel cielo; queste osservazioni
erano importantissime per popoli che vi-
vevano quasi esclusivamente di agricoltura
e di pastorizia, che credevano negli influssi
buoni o cattivi degli astri, e per i quali l’astro-
nomia non era una scienza pura, ma un’atti-
vità squisitamente pratica. I Babilonesi mi-
suravano la marcia del sole e della luna in
danna; v’erano dodici danna nel giorno,
È agli Egizi che dobbiamo la divisione del-
l’anno in dodici mesi, 365 giorni, e in dodici
ore diurne e notturne. Gli Egizi comincia-
rono anche a misurare le ore dallo sposta-
mento dell'ombra, cioè costruirono le prime
meridiane.
La forma in cui nacque la meridiana fu
quella dello grozzone (dal greco gnomon);
l’obelisco è uno gnomone, qualunque asta
piantata a terra verticalmente è uno gnomone;
nelle tribù selvagge del Borneo gli indigeni
adoperano ancora lo gnomone per avere una
certa indicazione, dall’ombra proiettata a terra
da quel bastone, circa la stagione dell’anno
più adatta alla piantagione del riso.
Il cammino dell'ombra di un oggetto è
diverso a seconda dell’ora del giorno, e della
stagione dell’anno; gli antichi facevano molta
attenzione a questo viaggio annuale dell’om-
bra e del sole, e spesso orientavano i loro
monumenti tenendo conto di questo: il più
famoso esempio in proposito è lo Stonebenge,
monumento ciclopico che si trova in Inghil-
terra, a circa sette miglia da Salisbury in
direzione nord, ed è orientato esattamente
verso il punto dell’orizzonte in cui sorge il
sole al solstizio d’estate.
Scorrendo la storia della misura del tempo
si apprezza di quanto sia diverso il nostro
concetto di tempo da quello degli antichi.
Per noi abitanti delle città moderne è il con-
cetto quantitativo del tempo che conta: estate
o inverno, giorno o notte, la nostra ora di
sessanta minuti è scandita da centinaia di
migliaia di orologi; è un’ora convenzionale,
e solo gli astronomi sanno in che rapporto
sta con l’ora astronomica, e a loro spetta
mettere in relazione i nostri orologi con il
grande orologio dell’universo. Per gli anti-
chi, per i popoli primitivi di oggi, e entro
certi limiti anche per gli abitanti delle
campagne, il tempo che conta è quello scan-
dito dal sole, dalla luna e dalle stelle; è il
levar del sole che dà la sveglia, più presto
d’estate e più tardi d'inverno; è il tramonto
che segna il termine del lavoro:
Lo giorno se n'andava, e l’aer bruno
}
l'oglieva animai che sono in terra
Dalle fatiche loro, ed io sol uno
M’apparecchiava a sostener la QUETTa...
In questi versi dell’Inferno (II 1-4) c'è un
quadretto valido non soltanto per la Toscana
del ‘Trecento, ma per ogni tempo ed ogni
luogo della terra, fatta eccezione per le illu-
minatissime città moderne; l’oscurità manda
a dormire
cioè tutti gli esseri animati, meno il gufo,
la civetta, i grilli d’estate, e padre Dante:
con l’aiuto di una lucerna egli traccia i suoi
gli animai che sono in terra”,
endecasillabi, e questo vegliare nella notte,
oltre a procurargli il silenzio e il raccoglimento
indispensabili all’opera di poesia, lo fa sen-
tire più solo, unico, staccato e diverso dagli
altri, tanto che sottolinea questo concetto
in alto: queste pietre disposte in semicerchio
sono «menhirs » preistorici. Si trovano nel
Wiltshire (Gran Bretagna). Permettevano di
determinare le stagioni attraverso l'osservazione
della posizione del sole all'alba e al tramonto.
Monumenti megalitici del genere. risalenti al-
l’età del rame, si trovano anche in Puglia, in
Sardegna e in Francia.
in basso: questa pietra è un orologio solare primi-
tivo, in uso presso gli antichi popoli peruviani,
nel periodo precolombiano. Si tratta, per usare
un termine tecnico, di uno «gnomone», Lo
gnomone è il più semplice strumento per misu-
rare l'altezza del sole sull’orizzonte. Ogni asta
infissa nel suolo e che riflette la sua ombra sul
terreno è uno gnomone, e così pure ogni obe-
lisco, Il principio dello gnomone era applicato
in Cina già ventiquattro secoli prima di Cristo.
Meridiana romana a emiciclo trovata a Civita Lavinia.
Questo tipo di meridiana sarebbe stato ideato, attorno FIGVRA VII:
al 300 prima di Cristo, dall’astronomo caldeo Berosus. a
La prima meridiana sembra sia stata portata a Roma N Ella prefente figura fi vede la maeftria di far vn'horo
verso il 290 a.C. L'architetto Vitruvio, nel 30 dopo logiocon pochilsima fatica, quale hauendo acqua cor-
Cristo, descriveva più di dieci tipi di meridiana. rente in qualfiuoglia poca quantità pur che lia perenne , fer
” ue per perperuo motore à quelto bifogno; Le due palle C.
fono vafi deatro a' quali entra l'acqua per ilcanaletto G. &
attaccateal timpano , nella parte di A. fi attacca neltimpano:
B. dalla medefima parte il contrapefo , che ferue anco per fe.
gno D. & mentre fi vanno empiendo le due palle di acqua,
vengono calando, e fegnando con il contrapeto l'hore, come:
fi vede; quali palle picne arrivate in E, verlano nel canaletto
E. verfando l'acqua nelvafe F. & vuote, chefono, il contra»
pefo le torna ad alto di nuouo, e così gira fempre, auertendo,
che la groflezza deltimpano, in A. & B. vuole efler pro.
portionata al‘bifogno, & così il contrapefo D. alle due pal-
le C. &c.
a destra: illustrazione di mec-
canismo per orologio azionato
dal peso dell’acqua, dal libro
«Le Machine» di Giovanni
Branca, inventore pesarese
del Seicento,
y 3
PAT: RIT CIRCA DOT RITIRI PEN OAERI PIER RI" 7I
—
qui sopra: un curioso orologio a fuoco cinese del diciottesimo secolo, a forma di drago, emblema della Cina.
bustibil indicando l'ora
Il corpo allungato sostiene un bastoncino di materiale ibile che si e
in modo abbastanza esatto. Questo orologio serviva da sveglia. Si sospendevano a cavallo del «drago», nel pun-
to in cui era segnata l'ora desiderata, due piccoli pesi legati tra loro da un filo. Quando esso veniva tagliato
dalla combustione del bastoncino, i pesi cadevano in una bacinella di rame e il rumore destava il dormiente.
con i due monosillabi “sol uno”, sull’ultimo
dei quali cade uno degli accenti principali del
verso.
Per i lavori dei campi, l’attività artigianale,
la vita familiare, e anche per l’esistenza di
gruppi organizzati quali la tribù, la polis
greca, il comune medievale non ha utilità
estrema un’esatta misura del tempo. Già
per una scienza primitiva può occorrere però,
indipendentemente dal tempo astronomico,
di dover misurare con precisione un certo
intervallo, corrispondente alla durata di un
evento, o alla separazione fra due avvenimenti
successivi che si vogliono porre in relazione;
per queste misure si trovò particolarmente
adatto servirsi di un liquido o di sabbia:
acqua o sabbia che debbano passare da uno
stretto orifizio impiegano molto tempo ad
uscire da un recipiente, e il livello superiore
scende di lunghezze uguali in tempi uguali.
La misura delle lunghezze è molto più antica
di quella del tempo, e il riportare la misura
del tempo ad una misura di lunghezza ne ri-
velava la natura quantitativa: il più antico
strumento di misura del tempo a fluido che
sia arrivato fino a noi è un orologio-vaso
ad acqua egizio, del 1400 a.C.; è di alabastro,
decorato con figure simboliche all’esterno,
mentre all’interno è diviso in ore. Si trova al
Museo Egizio del Cairo. Da questi primitivi
strumenti nacquero le c/essidre, che presero
la forma più nota solo piuttosto tardi; le
usarono i Cinesi prima del X secolo a.C., i
Greci e i Romani; verso il 100 a.C. una cles-
sidra posta nei pressi dell’Agorà indicava
l’ora agli Ateniesi, e già due secoli prima il
famoso medico Erofilo di Alessandria misu-
rava le pulsazioni dei suoi pazienti servendosi
di una piccola clessidra.
I due sistemi di misurare il tempo, quello
dell’astronomia che si regolava sul sole (e
quindi sull’ombra) sulla luna e sulle stelle,
e l’altro che si fondava sullo scorrimento di
un liquido o della sabbia, vennero messi ben
presto in rapporto fra loro: già i Greci antichi
impiegavano le clessidre per dedurre i dia-
metri apparenti del sole e della luna dalla mi-
sura dei loro tempi di passaggio, da una estre-
mità all’altra, rispetto a una linea visuale di
riferimento.
Agli orologi ad acqua e a sabbia, nell'Alto
Medio Evo, si aggiunsero quelli a cera; se
ne fa risalire l’origine a Re Alfredo del Wessex,
che verso la fine del IX secolo avrebbe mar-
cato una candela con divisioni orizzontali
corrispondenti alle ore. Noi oggi siamo co-
stretti a tenere i nostri quarzi-piloti in am-
biente ad aria condizionata, e l’antico sovrano
scoprì ben presto di trovarsi in una condizione
simile: la combustione della candela, infatti,
variava notevolmente a seconda dell’aria che
investiva la fiamma, e questo toglieva ogni
valore alla misura. Egli racchiuse perciò la
candela in una lanterna di legno, munita di
finestrine di corno translucido, realizzando
probabilmente il primo esempio di isola-
mento di uno strumento di misura del tempo
dal suo ambiente esterno allo scopo di garan-
tire una maggior precisione della misura stessa.
La parentela più stretta fra orologi a de-
flusso e tempo solare fu stabilita dai Romani,
con il loro orologio ad acqua: un sistema di
galleggianti faceva ruotare una lancetta su
un quadrante diviso in parti uguali. Queste
realizzazioni erano particolarmente difficili
in quanto le ore degli antichi non erano uguali.
Essi misuravano il tempo in ore temporali;
di queste ore ve n’erano dodici nell’intervallo
fra l’alba e il tramonto, e quindi la loro lun-
ghezza effettiva variava con la stagione.
Negli orologi ad acqua il deflusso del liquido
doveva essere variato a seconda della stagione,
perché l’indicazione delle ore temporali fosse
esatta.
Questo progresso meccanico aprì la strada
ai primi orologi mossi da pesi, la cui origine
è tutt'altro che chiara. Secondo il Ward
(F. A. B. Ward, “Time Measurement”, H. M.
Stationery Office, London, 1958) i primi oro-
logi meccanici appaiono nella prima metà del
XIV secolo; secondo una leggenda l’inventore
dell’orologio meccanico è il monaco francese
Gerbert d’Aurillac, eletto poi papa col nome
di Silvestro II (secolo X). Francois Le Lionnais
(Frangois Le Lionnais, “Il Tempo”, Il Saggia-
tore, Milano, 1959) cita come orologio più
antico quello costruito per la cattedrale di
Sens nel 1176; Umberto Forti (Umberto Forti,
“Storia della Tecnica”, Sansoni, Firenze, 1957)
elenca le date seguenti per i più famosi orologi
antichi: 1344 Padova; 1348 Castello di Dover;
1350 Pavia; 1350 Douai; 1351 Orvieto; 1352
Strasburgo; 1353 Genova; 1354 Firenze; 1356
Bologna; 1356-61 Norimberga; 1358 Ratisbona.
Pare che il merito dell’invenzione dello
scappamento sia da attribuirsi a Villard de
Honnecourt (secolo XIII); nel quaderno di
Orologio gotico a pesi, Strumenti di questo tipo
(sono qui raffigurati la cassa e il meccanismo)
cominciarono ad essere fabbricati nel quindice-
simo secolo.
6
schizzi di questo architetto francese si trova
infatti un disegnino rappresentante una ruota
sul cui avvolta una corda cui
attaccati dei pesi: la discesa del peso, e la
rotazione uniforme dell’albero che da essa
è comandato sono regolati dal movimento di
andata e ritorno della ruota, cioè dalla sua
asse è sono
oscillazione; il periodo di questa oscillazione
dipende da molti fattori, fra cui primeggiano
il suo momento d’inerzia, l’attrito sui cuscinetti,
e la coppia di rotazione applicata al suo asse.
Ma, se sono fissi questi fattori, il periodo è
costante, e l’elemento regolatore è trovato;
esso cambierà forma, ma invariata rimarrà la
sua funzione, che è quella di regolare la marcia,
impedendo che i pesi imprimano a tutto il
congegno un moto naturalmente accelerato,
come è quello di tutti i corpi che cadono.
Dante parla già delle ruote degli orioli,
nel Paradiso, e del loro effetto di moltiplica-
zione della velocità, tanto che la prima
appare come ferma, e l’ultima
sembra che voli: dal Trecento in poi le torri
dei palazzi di città cominciano ad ornarsi di
grandi orologi. La perizia dei meccanici vi
fa prodezze; automi in gran quantità e va-
rietà vi compaiono a battere le ore. E il tempo
poco a poco cambia significato, comincia a
diventare simile a quello che è per noi.
egli dice
L'orologio meccanico è la prima delle
invenzioni del rinascimento meccanico-in-
dustriale: esso diviene preciso con il pendolo,
il cui isocroniszzo fu scoperto da Galileo, e che
fu applicato all'orologio da Huygens nel 1656.
Nel 1582 Galileo, che allora aveva diciassette
anni, osservando una lampada oscillare nel
Duomo di Pisa scopri che le oscillazioni del
pendolo,
piezza
è funzione della lunghezza del pendolo stesso.
Nel 1641, già cieco, dettò al figlio Vincenzo
i principi costruttivi di un orologio a pendolo;
ma otto anni dopo, durante un delirio di
febbre, Vincenzo distrusse una specie di oro-
indipendentemente dalla loro am-
hanno la stessa durata e che il periodo
>
logio a pendolo che egli aveva costruito
applicando i principi dettatigli da suo padre.
E la gloria di aver applicato il pendolo
all’orologio passò all’olandese Huygens.
Secondo Lewis Mumford (Lewis Mumford
“Tecnica e Civiltà” Il Saggiatore, Milano 1961)
l'applicazione dei metodi quantitativi allo stu-
dio della natura trova la sua prima manife-
stazione nella misura regolare del tempo; e la
nuova concezione meccanica del tempo
afferma
egli
sorse in parte dalla regolarità della
vita monastica. I
dine e di regolarità in un mondo in cui preva-
leva la legge della forza: la ferrea disciplina
della regola all’interno si contrapponeva al
disordine esterno; già nel settimo secolo una
bolla di papa Sabiniano prescrive che le cam-
pane dei monasteri suonino sette volte nelle
ventiquattro ore. Si doveva tener conto delle
ore canoniche, rispettarne la scadenza e quindi
conoscerla; da questo deriva da un lato la
necessità di avere un modo sicuro per conteg-
giare il tempo, dall’altro l’abitudine a rispet-
tare un orario che non è più legato stretta-
mente al sorgere ed al tramontare del sole.
monasteri erano isole di or-
Sombart afferma addirittura che i Benedettini
furono i primi fondatori del capitalismo mo-
derno: certo essi furono i primi a distinguere
il lavoro dal riposo ed a fissare un orario della
giornata.
Avviene quindi dell’orologio ciò che av-
viene di tutte le grandi invenzioni dell’uomo:
cioè una molteplicità di rimbalzi, di riflessi
in cui l’uomo agisce sull’invenzione e l’in-
venzione sull'uomo, fino a creare una rela-
zione fittissima. Gli esempi sono infiniti ed
ovvi; citeremo a caso la nave, che creata dal-
l’uomo ne influenza profondamente il destino,
crea un tipo umano, il marinaio, un tipo di
comunità, la nazione, l’impero, l’associazione
di imperi fondati sull’uso e il dominio del ma-
re (dai Fenici al Commonwealth britannico);
strumento musicale, che crea
un’arte e un'attività umana, nonché tipi umani
citeremo lo
inconfondibili, e il miracolo d’insieme della
musica sinfonica; citeremo il microscopio che
ha creato la batteriologia, la paura dei microbi,
l’igiene, la metallografia e una discreta gam-
ma di tipi umani. L’orologio, macchina uni-
versale, ha influsso universale; costruito per
servirci, ci obbliga a servirlo, a rispettarne
gli ordini.
Senza l’orologio è impossibile concepire
l’industria, con i suoi orari imposti dalla di-
sciplina, ed è impossibile concepire il primo
mezzo di trasporto di massa: la ferrovia. Il
treno è anzi il grande popolarizzatore del
concetto dell’ora esatta, ancora poco diffuso
agli inizi dell’Ottocento; alle stazioni delle
ferrovie russe per molti anni, i mugiki anda-
vano nelle prime ore del mattino anche quan-
do dovevano prendere un treno nel pome-
riggio, perché erano abituati a regolarsi uni-
camente sul sole. Ma in Occidente nell’Otta-
cento la regolarità del treno è compresa, ap-
prezzata, ed imitata; tutti
ciare in orario”: l’orgoglio di ogni uomo
che ha raggiunto o crede di aver raggiunto
una posizione è l’orologio da tasca, messo
ben in vista nel panciotto, munito di una
vistosa catena d’oro che ne segnala a tutti
la presenza. Sull’orologio spesso figura il
disegnino di un treno, emblema di precisione
e di modernità, richiamo all’esempio che l’uo-
mo deve imitare: dopo gli automi che imitano
l’uomo, nell'Ottocento l’uomo comincia in-
fatti a considerare la macchina come fonte di
ispirazione.
Quando passa Emanuele Kant, a Koenigs-
regola tanto il
filosofo è noto per la sua precisione; ciò che
senza dubbio nel segreto lo inorgoglisce non
meno della Critica della
Non è senza significato che all’origine del-
l’industria moderna stia una macchina appa-
rentemente inutile, come l’orologio; dico inu-
tile nel senso che la coppia motrice fornita
da questa prima macchina che non si serve
dell’acqua o del vento, ma ha un motore a
pesi o a molla, non viene sfruttata per nessun
lavoro, ma fa soltanto ruotare due lancette.
In altre parole essa fornisce un’informazione;
delle che dà
vogliono “mar-
berg, la gente l'orologio,
g E 5
Ragion Pura.
solo la teoria informazioni,
Orologio a olio del Seicento. Il piede e la lampada
sono di stagno. L'ampolla si riempiva d'olio che, bru-
ciando, scendeva di livello, segnando lora.
Clessidra a tamburo ideata da Dom Charles
Vuilly e realizzata nel 1690. I capi di una funi»
cella sono avvolti sull'asse del tamburo di sta-
gno che tende a scendere in forza del suo peso.
Ma nell'interno è imprigionata dell’acqua che,
passando da uno scompartimento ad un altro
attraverso un piccolo foro, fa da contrappeso e
rallenta la discesa del tamburo che avviene in
ventiquattro ore.
(ISS e mera iL
COFAIIO tei re d
Pendola a muro giapponese. Questo tipo di
orologio si costruiva in Giappone nel XVII e
XIX secolo. Il peso, scendendo regolarmente, in-
dicava le ore, che non avevano però niente in
com con le nostre. La di
era legata ai segni dello Zodiaco, come li ave-
vano concepiti i cinesi, per i quali il giorno
iniziava al crepuscolo e finiva al crepuscolo
successivo. Dal crepuscolo all'alba il tempo era
diviso in sei parti uguali, e così pure dall’alba
al crepuscolo.
sione del giorno
La clessidra a sabbia fu uno dei più diffusi
sistemi di misurazione del tempo nell'antichità.
Questa, costruita nel XVIII secolo, si distin-
endo tre
gueva dalle comuni clessidre perché, a
rigonfiamenti, permetteva di dividere in due il
tempo totale necessario alla discesa della sabbia.
La clessidra ha origini antichissime:
cento anni prima di Cristo il famoso medico
greco Erofilo d'Alessandria misurava le pulsa-
zioni dei suoi pazienti servendosi di una pic-
cola clessidra.
tre-
qui sopra: il meccanismo di un orologio costruito ver- nella pagina a fianco: «Religiosa» a molla del 1680.
so la metà del "700. E a tre corpi di ingranaggi: per In questo orologio si è cercato di sostituire i pesi mo-
il movimento, per le suonerie dei quarti e delle ore e tori con molle di forma particolare.
per la data,
fara
si
di
IO
nuova luce alla vecchia storia, è in grado di
spiegare pienamente questo fatto sia
estremamente significativo. Prima di applicare
la forza bisogna sapere come e dove, e quando;
tutto è funzione del tempo: sul primo asse
motore disponibile, l’uomo nuovo del Rina-
scimento mette ancora
macchina operatrice, mette uno strumento
di informazione, traccia
dell? ascisse del primo diagramma cartesiano
capace di illustrare le funzioni di T, il tempo.
Per le infinite macchine che seguiranno,
l'orologio crea la meccanica di precisione; il
suo distacco dall’utilità pratica, propria di
come
meccanico non una
idealmente l’asse
quelle macchine che debbono fornire una
coppia notevole, come un bue da lavoro,
sul proprio asse motore, fa dell'orologio una
specie di piccolo laboratorio dove la mecca-
nica si compiace di sé e s’affina. Allo svoltare
del secolo, quando automobile e aeroplano
irrompono nel mondo, e già sui fronti di
guerra crepitano le prime mitragliatrici, l’oro-
logio è tanto piccolo e resistente alle scosse
da poter essere portato al polso; è sull’orologio
da polso che i combattenti della Grande
Guerra guarderanno l’ora per i concentra-
menti d’artiglieria, i brillamenti delle mine,
e soprattutto per saltar fuori dalla trincea,
tutti insieme su un fronte di chilometri, in
un frastuono che voce potrebbe
dominare, e andare all’assalto,
Nel XX secolo al Tempo sono successe
un'infinità di cose. Einstein gli ha tolto ogni
valore assoluto, ma lo ha nobilitato facen-
nessuna
Il notturlabio, di cui questo disegno
schematico illustra il funzionamento
serviva a ricavare l'ora durante la
notte, con l’aiuto della Stella Polare,
Si traguardava questa stella fissa (P)
dal foro centrale dello strumento (C).
Facendo ruotare il braccio A fino a
porlo in linea con le stelle X e Y
dell'Orsa Maggiore, si poteva leggere
l’ora indicata sul quadrante, preven-
tivamente regolato secondo la
gione e l’anno.
sta-
done la quarta dimensione dello spazio; e
nuovi mezzi sono stati trovati per misurarlo
con stupefacente precisione. Nel 1921 Cady
applicò l’effetto piezoelettrico del quarzo alla
stabilizzazione della radiofrequenza. Nel 1927
Morrison, in America, costruiva il primo
cronografo a quarzo, fondato sul fatto che le
oscillazioni di questi cristalli sono notevolmente
costanti e possono esser mantenute tali se il
quarzo è posto nel vuoto, a temperatura re-
golata in modo che non si abbiano variazioni
sensibili; per mezzo di un quarzo ben cali-
brato si possono pilotare le oscillazioni di
un circuito state ottenute
precisioni di wua parte su un miliardo in wi
elettronico. Sono
giorno, cioè qualche decimillesimo di secondo.
Ma il quarzo doveva essere battuto dal-
l'orologio atomico. Il primo fu costruito a
Washington D.C. (USA) dall’ufficio pesi e
misure, nel 1948; in esso un quarzo veniva
sincronizzato dalle vibrazioni della molecola
di ammoniaca. Maggior precisione raggiunse
l’orologio fondato sulla frequenza naturale di
risonanza dell'atomo di cesio, costruito in
Inghilterra al National Physical Laboratory nel
1955 sotto la direzione del DR. L. I
di J.V.L. Parry. La sua precisione arriva ad
una parte su dieci miliardi, cioè a un cen-
tomillesimo di secondo al giorno, e si pre-
vede di poterla migliorare.
Precisioni di questo genere servono quando
si ha a che fare con i satelliti artificiali, o si
deve misurare la “mezza vita” di un elemento
radioattivo (e ve ne sono di quelli che de-
cadono in frazioni minime di secondo) per
non dire delle particelle elementari, la cui
vita, come nell’esempio dello Xi-zero, può
durare # decimiliardesimo di secondo.
Se a tanto si è giunti con la misura, a qual-
cosa di più ancora si è forse giunti con il cine-
matografo; questo mezzo straordinario sem-
bra avere il potere di capovolgere il corso del
tempo: fin dal primo film dei fratelli Lumière
si è vista gente camminare per indietro, e
l’acqua rientrare nelle pompe, i mattoni di
un muro demolito risalire e ricomporsi in
un muro intero. Le scene del passato rivivono,
con voci e colori, sullo schermo; gli attori
morti continuano a recitare per una o due
stagioni, in grazia di questo miracolo del
cinema. E ognuno di noi, grazie alla diffusione
dell’otto millimetri, si fa una piccola raccolta
di scene vive, perché sia meno vero il detto di
Virgilio: sed fugit interea, fugit irreparabile tempus
(ma fugge frattanto, fugge irreparabilmente il
tempo). Ma per quanto si faccia, non è stato
trovato ancora il modo di strozzare la cles-
sidra per impedire che la nostra razione di
sabbia, la cui entità per fortuna ci è ignota,
continui a fluire irreparabilmente. Forse a
bordo delle astronavi lanciate a velocità pros-
sime a quella della luce, se è vero questo
aspetto della relatività, il tempo
pianissimo, in modo impercettibile,
effetto provvidenziale se è scritto che l’uomo,
il quale misura la sua vita in anni, possa
giungere attraverso i secoli e i milioni d’anni
luce all’esplorazione dell’universo.
scorrerà
quasi
qui sotto: un moderno strumento di misurazione del tempo è l’oro-
logio a quarzo. In esso viene applicato il principio secondo il
quale le vibrazioni dei cristalli di quarzo sono accompagnate da ef-
fetti elettrici. Le oscillazioni possono essere mantenute molto costanti
ponendo il
modo si sono ottenute precisioni prima inconcepi
quarzo nel vuoto a temperatura sempre uguale. In tal
nella misurazione
del tempo. L'orologio a quarzo che si vede nella foto è installato presso
l'Osservatorio di Neuchîtel in Svizzera.
® Mortoge a quariz
ATITUDINE
DECLINAZIONE CAI
vu 1
£
Uy LEVA
qui sopra: una grande meridiana costruita nel 1829 si
trova sulla facciata del palazzo del Comune di Parma,
in piazza Garibaldi. Essa indica, attraverso l'ombra
proiettata da tre gnomoni, l’ora in cui sorge e tra-
monta il sole in ogni giorno dell’anno, e ora
corrispondente a quella locale nelle varie parti del
mondo,
Il pur precisissimo orologio a quarzo è stato battuto
per precisione dall’orologio atomico, La fotografia
in alto a destra mostra l’orologio atomico costruito
dal laboratorio svizzero di ricerche d’orologeria di
Neuchatel. Esso utilizza la frequenza di risonanza
dell'atomo di cesio. Ha una precisione di un mil.
lesimo di secondo all'anno,
nella foto qui a fianco a destra: particolare di un altro
orologio atomico costruito dallo stesso laboratorio di
Neuchîtel. Esso utilizza la frequenza di risonanza del.
l'atomo di azoto contenuto nell’ammoniaca isoto-
pica. Anche questo orologio è preciso al millesimo
di secondo all’ anno.
L’astrolabio
Già nell'aspetto questo antico strumento, ormai scomparso da secoli, ha qualcosa di magico,
di favoloso. Sembra un orologio, ma fa pensare ad un talismano ; è preciso come una macchina, ma
bello come un monile. Viene dal vicino oriente : di arabo, infatti, non ha soltanto i caratteri incisi
sul metallo, ma anche la fantasia, la decorazione.
Araba è la forma mentale e la speculazione che gli ha dato vita : nel pieno fiorire della civiltà
islamica, infatti, e dei suoi studi matematici ed astronomici, attorno all’ XI° secolo, è nato ed è
stato trasmesso all’occidente, l’astrolabio.
“Astrolabio”, cioè strumento per prendere le stelle : che nome poetico e fascinoso !
L’astrolabio, piccolo strumento portatile, piatto e di forma circolare (molto simile ad un mo-
derno orologio da tasca, con un diametro di 10-15 centimetri) serviva infatti ai naviganti, così come
ai carovanieri in pieno deserto, per determinare l'altezza del sole o di un astro qualsiasi rispetto al-
l’orizzonte.
Il suo funzionamento era basato sulla proiezione stereografica della sfera celeste sopra un piano.
Questo strumento era solitamente di rame 0 di ottone, inciso con una punta.
Esso serviva, ovviamente, per stabilire la propria posizione in mare aperto 0 in mezzo al de-
serto, e le marine di tutto il mondo lo hanno impiegato per secoli, finché non è stato sostituito dal se-
stante. Ma era anche uno strumento per misurare il tempo seguendo una tecnica analoga a quella usa-
ta per il notturlabio : presa l'altezza del sole 0 di una stella sull’orizzonte, stando fermi nello stesso punto
e tornando a rilevare l'altezza dell’astro dopo un certo tempo, si aveva il calcolo delle ore trascorse.
Questo strumento era costituito dalle seguenti parti (come si vede nella foto in alto):
1) la madre. Disco dal bordo rialzato e graduato, nel quale come in una cassetta si collocavano
varie lamine circolari. La superficie esterna della madre aveva l'orlo graduato.
2) la rete o aranca. Yraforata come una tela di ragno, questa lamina circolare era collocata nella
madre e sopra le altre lamine, e il più possibile intagliata per lasciar leggere le indicazioni della
lamina sottostante.
3) altri dischi o lamine. Ognuno di essi, collocato nella madre, in ciascuna delle due facce dava,
per una determinata latitudine, la proiezione stereografica dei circoli verticali azimuttali, dell’e-
quatore celeste e dell’ellittica. Ovviamente, si cambiava la lamina a seconda della latitudine
presunta.
4) l’alidada o diottra. Era un doppio traguardo girante sul dorso della madre, intorno al centro
comune di questa e di tutte le lamine e che serviva appunto a prendere l'altezza dell’astro voluto.
5) l’asse o polo. Era un chiodo che attraversava il centro di tutte le parti dello strumento, per man-
tenerle insieme.
Per più di dieci secoli l’astrolabio fu il più prezioso strumento dei naviganti, degli astro-
nomi e degli astrologhi del Medioevo. Il principio dell’ astrolabio non è del resto superato: i
piloti degli aerei che devono risolvere istantaneamente certi problemi di posizione astronomica si
servono di strumenti perfezionati ma analoghi.
L’astrolabio qui pubblicato appartiene alla collezione del genovese Giacomo Patrone.
Merone
id
presepi di
mberto
iombino
Umberto Piombino, genovese, è un uomo
candido. Non per aver incontrato il professor
Pangloss, ma candido per natura. La vita,
quella tumultuosa e strombazzante dei giorni
nostri, fatta di neon, di cilindrate, di tele-
visori e, perché no?, di cambiali sembra
non sfiorarlo neppure, gli passa alta, sopra
i capelli.
Umberto Piombino è nato nel 1920: da
quando lo conosco io è sempre uguale, con
quell’aria asciutta, sorridente. Non l’ho mai
visto adirato.
Quella dell’artista, in lui più che in altri,
è una vocazione. Dopo la guerra si mise a
fare altri lavori, tentò anche le vie bancarie,
ma si annoiava. Piantò tutto e si mise a di-
segnare, perché lo divertivi
Poi andò a Parigi, ma la ‘capitale’ artistica
non lo conquistò, non guastò il suo candore,
tanto che un giorno si stancò e se ne tornò
ai “caruggi” della Superba, e al sole della
riviera.
Per il Piccolo Teatro Duse ha disegnato dei
costumi, e qualche scena. Ora lavora a Ge-
nova e ad Albisola, a fare ceramiche.
Ma Piombino è uno che disegna con tutto:
un giorno con la matita, un altro col filo di
ferro, un altro con la carta ritagliata.
Bisogna vedere le sue figurine che escono
fuori, vive e come in movimento, dalla carta
o dal filo di ferro.
Così nella ceramica: figurine semplici, po-
polari, che sembrano venute da tanto, tanto
lontano.
ro: uno dei Re
to Piomb
per il presepe di io dell’Italsi
con un sempli » di lamierino
da profondo stamp:
a destra: Umberto Piombino al lavo-
ro, I person del presepe d’ace
sono stati saldati elettricamente.
Uno dei poetici presepi in ceramica
16
Un legionario romano e, nel-
lo sfondo, i tre Re Magi.
Il San Giuseppe e la Madonna
del presepio d’acciaio. Per
Umberto Piombino ogni ma-
teriale, come lamiera, fil di
ferro, t
per creare figure
felicità espressiva,
a e carta, è buono
di grande
Gli chiedo: « Perché fai
Ora fa 1 sé
santi? >
« Perché
sono simpatici. I santi so
no buoni, non fanno male a nessuno
Ed ecco questi santi di Piombino riconosci-
bili tra mille, così umili, così buoni, e così
antichi, che sembrano nati nella terra.
L’altro giorno ho veduto uno dei suoi
piccoli presepi in una casa del vecchio borgo
di Boccadasse: semplicemente commovente.
Del resto, fu proprio con un presepe in
ceramica che Piombino x
alla Mostra nazionale del presepe a Palazzo
Braschi in Roma, nel 1959.
Se un’industria del nostro tempo, un’in
a dell’acciaio come la nostra, chiama
dustri
Piombino e gli dice: « Mi faccia qualcosa
per il Natale dei nostri dipendenti », lui co-
sa
Va in ofh
glia figurine, stelle, comete, motivi per
ina, sceglie della latta e ne rita
n
gigantesco albero di Natale, come l’anno
SCOrso.
Quest'anno, invece, Piombino è andato allo
stabilimento «Oscar Sinigaglia» e si è fatto con-
segnare alcuni fogli di lamierino da profondo
stampaggio (da 4/10, per intenderci); poi se lo
è ritagliato come fosse carta, con la fiamma, e a
forza di ripiegare e di saldare ne ha ottenuto un
presepe. Con la stalla, il Bambino, il bue e
l’asino, ed i pastori e tutto quanto, con fi-
gurine alte circa 60 centimetri.
Così, grazie al candore di Umberto Piom-
bino, una cosa così antica e semplice, come il
presepe, ha preso vita da un materiale così
moderno e così smaliziato come l’acciaio.
Una realtà
per Trieste
Il 19 novembre scorso sono iniziati i lavori
di rinnovo e di ampliamento dello stabilimento
Italsider di Trieste che trova così, finalmente,
la sua giusta fisionomia e il suo logico ruolo
nel programma di espansione della nostra so-
cietà. Il ministro delle Partecipazioni Statali
senatore Bo, i presidenti dell’IRI professor
Petrilli e della Finsider professor Manuelli, le
autorità triestine e i massimi dirigenti dell’ Ital-
sider hanno assistito all’inizio del riempimento
di un vasto tratto di mare prospiciente gli im-
pianti, opera indispensabile al nuovo assetto di
questo nostro centro siderurgico che viene oggi a
chiudere, anche geograficamente, lungo il litorale
della penisola, l’arco delle grandi unità produttive
dell’ Italsider da Genova a Piombino e Bagnoli
sul Tirreno, a Taranto sullo fonio, a Trieste
sull’ Adriatico.
La nostra società ha voluto sottolineare l’im-
portanza dell’avvenimento con una pubblicazione
dal titolo significativo : « Una realtà per Trieste».
Ne riportiamo qui il saggio introduttivo di Ar-
rigo Ortolani, giornalista e scrittore sensibile ai
problemi dell’ industria e dell’ economia come ai
richiami della cultura. Ci sembra che, tracciando
una sintesi della storia siderurgica di Trieste,
egli abbia trovato il giusto punto di fusione
tra le vicende del nostro stabilimento e quelle
della città di Italo Svevo, in cui la vecchia
«ferriera di Servola» ha sempre rappresentato
una parte così importante.
fotografie di Federico Patellani
Ecco, dall’alto, Trieste. La larga strada che
viene da Monfalcone si affaccia a un tratto sul
quieto golfo azzurro, e tutta la città appare
distesa là in basso, nitida, ordinata, serena,
sotto un cielo appena appannato dal vento di
scirocco. Distesa, e minutamente trapunta co-
me un merletto messo ad asciugare al sole.
Vediamo, che cosa è cambiato? Da tanti anni,
da tanti, non salivo quassù a vedere Trieste.
Che me l’abbiano guastata, con la solita ma-
ledetta scusa del progresso?
No, Dio sia lodato, è la stessa. Un poco
più grande, con qualche quartiere nuovo che
viene arrampicandosi verso le colline, ma quie-
tamente, senza atteggiamenti chiassosi e of-
fensivi. La stessa, col suo profilo dolce e i
suoi rasserenanti toni di pastello e la sua luce
tranquilla e chiara.
« La città con le sue bianche case alla riva
in largo semicerchio abbracciava il mare e
sembrava che tale forma le fosse stata data da
un'onda enorme che l’avesse respinta al cen-
18
TAR I ai
Targa fusa nel 1907 con la prima ghisa spillata dal secondo altoforno dello stabilimento di Trieste. La scritta, i
LI
Ò TAV È ì D P;
PAPPA RI
Lonliiampaizinatei
DI meta
tedesco, reca il mar-
chio della «Krainische Industrie Geselischaft» di Lubiana, la società che aveva fondato lo stabilimento, entrato in esercizio nel 1897.
Alla ercazione della «ferriera di Servola » partecipò anche | antica impresa triestina dei fratelli Alessandro e Demetrio Eulabio.
tro ». Sì, Svevo. È destino che ogni incontro
ga, in qualche modo, sotto
con Trieste avve
il segno della letteratura.
E adesso posso scendere tranquillamente
verso il mare, sapendo che vado incontro a
una città, non al solito « luna park » in techni-
color che oggigiorno si usa chiamare « cen-
tro moderno ». Una città che ha conservato
il suo stile, il suo spirito, la sua dignità antica.
Nelle case, prima di tutto. Sarà che non ci
sono quattrini da buttar via, sarà che i bom-
bardamenti della guerra qui hanno aperto me-
no vuoti che altrove: ma il fatto è che nel
centro i tronfi baracconi « moderni » si con-
tano sulle dita, e ancora strade e piazze son
dominate dai palazzotti del tempo austriaco,
dal tono « ufficiale » e sussiegoso, un poco
buffi e patetici come i tubini e le « velade »
nere dei vecchi banchieri, ma pieni di dignità;
e dal garbato liberty delle case d’abitazione
della « buona borghesia » (sicché anche il mez-
zo grattacielo di via Carducci e la scalinata
«monumentale » davanti alla stupenda chiesa
medioevale di San Silvestro, si finisce per per-
donarli facilmente).
E poi negli usi, che son quelli di sempre,
il caffè e la passeggiata al corso, la domenica
mattina a piazza Unità; e persino il grande
mercato di piazza del Ponterosso e di via
Bellini, dove puoi trovare ogni cosa, dai car-
dellini in gabbia alle « papusse » friulane (sì,
ancora quella Trieste: « ... Attraversò la piazza
in mezzo al frastuono delle venditrici di frut-
ta e di erbaggi. Si trovava circondato da croc-
chi di domestiche che facevano le loro prov-
viste. Tranquille, avevano l’aspetto franco cui
l’oretta d’indipendenza dava loro diritto... »);
e i caldarrostai ad ogni angolo di via, e le
triglie fritte di piazza Cavana, e il buon odore
di caffè tostato che dalle infinite « torrefazioni »
si spande dovunque per le vie.
Quella "Trieste. Un po’ malinconica, alla sera,
con quelle strade semideserte e poco illuminate
che vanno verso il porto.
« La casa Maller, bruna come tutte le altre
e triste nel colore indeciso della sera a cielo
annuvolato. Nella via grigia, vuota, essa con-
servava l’aspetto signorile essendo di soli due
piani, le finestre più larghe, con qualche ten-
tativo di ornato, del resto privo di grazia ».
Quante case Maller si allineano, per esem-
pio, nella vecchia via Roma, che arriva fino
a piazza della Borsa, ai piedi della città antica?
Quante case a due piani, brune e un po’ tristi,
con quell’ « aspetto signorile » che ormai gli
intonachi macchiati e scrostati mettono alquanto
in dubbio? « Era là dentro, in quell’alveare,
che la gente si affannava per l’oro ».
Ecco il confine fra la città di Svevo e quella
d’oggi. La Trieste moderna ha tutte le grazie
e il sorriso, e la dolce austerità, e la cordiali-
tà pacata e arguta, e l’irrequieta voglia di vi-
vere di quella ottocentesca. Ma non si affanna
più per l’oro. S'ingegna, semmai, per non per-
dere anche gli ultimi spiccioli di quel grande
patrimonio che il destino le ha strappato di
mano: e che oggi è solo un ricordo senza
un ricordo che duole.
Ah, riecco ma per un solo momento,
quasi per un ultimo saluto la città di Sve-
vo, aggraziata e opulenta, « signorile » e pa-
tetica: in quel gran viale orlato di siepi di
bosso e inghirlandato d’acacie che dalla stra-
da di Servola conduce, con qualche curva gra-
ziosa e gentile, alla palazzina dove ha sede la
direzione dello stabilimento Italsider: un viale
da villa patrizia, quale nessuno stabilimento
industriale credo possa vantare, e che riesce a
dare un tocco di grazia ottocentesca persino
al fumoso panorama della fabbrica. Lo sta-
bilimento è sul mare, ai piedi della verde col-
lina di Servola, e costituisce l’ultima propag-
gine del cosiddetto porto industriale, cioè del
nuovo porto triestino, il vecchio essendo ormai
dolcezza
servato quasi esclusivamente al pomposo at-
tracco dei transatlantici del Lloyd. Non sarà
bellissimo a vedersi (se non nell’ora del tra-
monto, quando la patina rugginosa dell’alto-
forno, dei capannoni, delle ciminiere s’ac-
cende d’una strana e affascinante luce vermi-
glia) perché il vecchio vi si mescola al nuovo
in apparente confusione, e il rinnovamento in
corso non gli ha ancora conferito quel senso
d’ordine rigoroso e di nitore formale che ren-
de belle, a modo loro, le fabbriche moderne.
Ma i triestini lo amano egualmente, per quel
ch'è stato in passato e per quel che sarà nel
futuro; amano il suo spigoloso profilo nero e
il suo perenne pennacchio di fumo riconoscen-
dovi una forza, una certezza, un punto fermo
nel debole tessuto dell'economia cittadina.
La sua storia è travagliatissima, come quel-
la di quasi tutte le imprese triestine, passate
attraverso tante sconvolgenti bufere. Fu fon-
dato nel 1896 dalla Krainische Industrie Ge-
sellschaft, una grossa azienda siderurgica che
aveva sede a Lubiana e possedeva numerosi
stabilimenti sparsi un po’ in tutto il territorio
dell’impero. Piazzare a Trieste una fabbrica di
grande mole, per quei tempi, e di notevole
importanza, era stato tutt'altro che facile; evi-
dentemente il boccone faceva gola ad altri
centri industriali austriaci, che avevano a lungo
lottato prima di lasciarselo sfuggire.
Gli altarini dell’imperial-regia siderurgia fu-
rono candidamente scoperti da un giornale
triestino, il « Triester Zeitung », il giorno in
cui vinta la lunga battaglia lo stabili-
mento venne inaugurato: « È stata una strada
spinosa che la Krainische Industrie Gesell-
schaft dovette percorrere prima che le riuscisse
di tradurre in realtà questo importantissimo
progetto. Innumerevoli difficoltà state
sollevate contro questa impresa da parte di
certi circoli industriali dell’interno i cui inte-
ressi particolari erano alimentati da una impe-
tuosa politica campanilistica. La Krainische
Industrie Gesellschaft ha felicemente superato
queste difficoltà e ne ha riportato una vittoria...
Avevamo sempre segnalato l’importanza di
una tale iniziativa non soltanto nell’interesse
di Trieste ma anche per l’industria del ferro,
per gli istituti del traffico e, con ciò, anche
per il benessere economico di un’intera metà
dell'impero. Poiché non solo la città e la po-
polazione stessa potranno averne un beneficio:
il favorire la navigazione a mezzo dell’impor-
tazione di minerali e di materiale carbonifero
avrà per conseguenza il ravvivarsi del traffico
portuale, il che potrà essere di grande giova-
sono
mento anche per gli altri settori; il fabbisogno
di materiali ferrosi grezzi, il quale non è di
gran lunga ancora coperto dalla produzione
indigena, potrà essere d’ora in poi almeno
parzialmente soddisfatto dalla propria indu-
stria... ».
Il giornale aveva perfettamente ragione. Lo
adibito alla produzione di ghi-
sa e di ferroleghe, segnatamente di ferro-man-
stabilimento
ganese — aveva una sua precisa funzione eco-
nomica e doveva nascere lì, in riva al mare,
per preparare i semilavorati da smistare poi
ai vari stabilimenti della Società e risparmiare
l’inutile € trasporto
ferroviario del minerale e del carbone fino al
sito dell’ultima lavorazione. Doveva nascere lì
perché era giusto che nascesse E difatti
prc ISper ; DI
Cominciò con un altoforno da 200 tonnel-
late che fu acceso il 24 novembre del 1897.
L’anno dopo entrò in esercizio la prima bat-
teria di forni a coke, raddoppiata sei anni do-
po. Nel 1906 sorse un secondo altoforno e
insieme una terza batteria di forni capace, con
le due prime, di assicurare l’intero fabbisogno
di carbone allo stabilimento.
Nel 1913, infine, la ferriera (così la si chia-
mava allora) allargò decisamente la propria
così gravosa spesa del
sfera d’azione: furono installati un terzo alto-
ciaieria dotata di due forni Martin
e due treni di laminazione, di cui uno per la
fabbricaz ne di lamiere grosse e l’altro di
billette. Così, sia pure su non nde scala
era arrivati al ciclo integrale.
Era il tempo della maggior fortuna econo-
mica della città. Da ‘Trieste, porto ipe
dell’ Adriatico, passava la maggior parte delle
:rci che andavano a rifornire l'immenso ter-
ritorio dell’ ro, € ditte commerciali e ban-
che e imprese armatoriali fiorivano, dilatando
continuamente il giro dei propri affari. Era il
tempo in cui veramente, nell’alveare della vec
chia città ronzante intorno a piazza della Bor-
sa e ai moli e agli empori dell’antico porto,
la gente «si affar :r l’oro ».
La città cresceva; centinaia di « case Maller »,
austere ma comode e con qualche non troppo
appariscente pretesa d’eleganza, andavano alli-
neandosi lungo le nuove strade, regno incon-
trastato d’u borghesia ricca, spensierata,
amante del quieto e buon vivere, orgogliosa-
mente cosciente della propria potenza.
Era il tempo dell’oro (e delle crudeli dispa
sociali). Ma anc po in cui una ge-
nerazione d’intellettuali, cresciuta nel culto del-
libertà, and
va accanitamente preparando
negli spiriti non potendolo ancora con le
armi il riscatto della propria città: conscia,
ma sdegnosamente incurante, del prezzo altis
simo che il ronzante e felice alveare avrebbe
dovuto pagare per questo.
Millenovecentoquindici. La ; ra bloc
ogni traffico nell'Adriatico e a Trieste non
arriva più un solo ammo di minerale f
roso e di carbone. Lo stabilimento di Servola
lere i battenti e per lungo tempo i
deve chiuc
triestini non vedranno levarsi dalle nere torri
degli altiforni l’antica fumata.
Ma essi se ne accorgono appena, i loro oc
chi sono rivolti altrove: verso il bianco alto-
piano dove due eserciti si affrontano in un’in-
terminabile feroce battaglia; e verso il mare
donde un giorno, ecco, spunterà la sagoma
dimessa d’una piccola nave grigia che verrà
lenta a riva, e ne scenderanno, pieni di smar
rimento e di commozione, pochi giovanotti
vestiti d’un liso abituccio grigio-verde: l’Italia.
Trieste è pazza di gioia. Ma l’Italia non porta
solo la libertà, non solo l’esaltante sensazione
i essere finalmente a casa propria, lroni di
i, tra fratelli; porta anche non perché lo
voglia, ma perché così è fatale che sia dei
grossi problemi che bisogna subito affrontare.
E il primo è questo: Trieste, la città dei traffi-
ci che ha puntato il novanta per cento delle
proprie carte sulle attività terziarie, ha perduto
per sempre il suo immenso « hinterland »;
dunque il commercio non può più bastare alla
sua vita, bisogna trovare altre vie, altri sboc
chi, altre attività.
Nel disorientamento generale, qualcuno si
ricorda che gli altiforni di Servola sono spenti
Il piano di rinnovamento dello stabilimento comporterà
una spesa di 20 miliardi. Entro il 1965 il complesso
siderurgico triestino produrrà 280.000 tonnellate di coke,
380.000 tonnellate di ghisa e 80.000 tonnellate di lin-
gottiere. L'incremento manodopera addetta sarà, en-
tro tale anno, di circa il 20%.
DO
Po
da anni e che ciò rappresenta una perdita sec-
ca di ricchezza. Ma rimetterli in attività è
tutt'altro che facile. La Krainische Industrie
Gesellschaft, per suo conto, è assolutamente
impotente a farlo; dopo la guerra si è venuta
a trovare con tre dei propri stabilimenti
(Jesenice, Javornik e Dobrava) situati nel ter-
ritorio del nuovo stato jugoslavo, uno (Fei-
stritz) situato in Austria, e uno (Servola) in
Italia; la sua situazione riproduce in piccolo il
dramma dell’antico impero, crollato e smem-
brato.
Occorre dunque che qualcuno rilevi lo sta-
bilimento triestino e lo gestisca separatamente
dagli altri: e a tal fine viene costituita a Trieste
la Società Altiforni e Acciaierie della Venezia
Giulia. Ma non basta ancora: devono interve-
nire i governi italiano e jugoslavo per con-
cordare le modalità della spartizione del vec-
chio organismo aziendale, e le trattative, al so-
lito, vanno alle lunghe; sicché è solo nel 1924
che lo stabilimento può riaprire le porte e nel
cielo di Servola torna a levarsi il classico pen-
nacchio di fumo.
L’inizio è modesto. Si rimette in attività uno
degli altiforni e la cokeria, soprattutto allo
scopo di fornire il gas illuminante alla città.
Poi, via via, tutti gli impianti vengono revi-
sionati e un altro altoforno può venir rimesso
in esercizio, mentre si installano trentatré for-
ni a coke del tipo Becker per far fronte al-
l’aumentata richiesta di gas.
Il 1931 vede uno dei tanti movimenti di
assestamento della siderurgia italiana: la So-
cietà Altiforni e Acciaierie della Venezia Giulia
scompare, assorbita dall’ Ilva, e lo stabilimento
di Servola cambia nome una seconda volta.
E vengono anni un po’ meno difficili, gra-
zie all'aumentato ritmo delle costruzioni na-
vali. La richiesta di lamiere grosse rende pos-
sibile la riattivazione dell’acciaieria e del la-
minatoio; e frattanto lo stabilimento viene do-
tato di un nuovo impianto di depurazione del
gas illuminante. Si arriva anche a progettare
la costruzione di una cementeria che dovrebbe
utilizzare la loppa degli altiforni. Ma questo
e altri progetti restano a mezz'aria, l'Europa
precipita un’altra volta in guerra.
Su Servola si abbattono alcuni pesanti bom-
bardamenti e lo stabilimento viene gravemente
danneggiato in più punti. Ma non è questo
il peggio. Trieste va incontro alle ore più
buie della sua storia: occupazione tedesca, oc-
cupazione jugoslava, occupazione anglo-ame-
ricana, quotidiano tambureggiare di minacce,
incerto il pane, incertissimo il futuro, par di
vivere su un vulcano sempre in procinto di
spalancare la sua bocca d'inferno; e l’Italia
appare lontana, l’Italia non può, stavolta, far
giungere al molo Audace la sua piccola nave
grigia, avanguardia di libertà. Bisogna vivere
alla giornata, sperando nello « stellone », se
ancora esiste; e intanto arrabattarsi per vivere.
A Servola il lavoro riprende, parecchie at-
trezzature vengono rimodernate, altre impian-
tate ex novo. Il fumo dell’altoforno diventa
per i triestini una visione rassicurante e amica.
Quando tutto minaccia d’andare in pezzi, ecco
là qualcosa che non si è fermato, che marcia
e produce. Lavoro per più di mille famiglie,
navi per il porto. E speranza per il domani.
Domani: ecco la parola che nessuno riesce
a pronunciare, a Trieste, senza un più o me-
no velato senso d’inquietudine. È vero che il
lungo incubo, ormai, si è dissolto, e nessun
pericoloso diaframma separa più la città dal
resto d’Italia. È vero che certe situazioni par-
ticolarmente gravi e amare son venute man
mano sanandosi o — come ad esempio quella
della manodopera disoccupata — hanno per-
duto almeno in parte la primitiva drammaticità.
È vero anche che la vita triestina ha tutte le
apparenze della perfetta normalità, e non man-
cano neppure certi sintomi tipici di un certo
benessere: come dire che la civiltà del televi-
sore, del frigorifero e della seicento è pene-
trata qui non meno che altrove (di più anzi,
dice qualcuno, ma non è vero; sono i soliti
scherzi della statistica).
E tuttavia questa parola: domani, qui sem-
bra avere un suono e un senso molto diverso
che a Milano, poniamo, o a Torino. È una
parola che pesa e quasi trattiene il discorso.
Trieste sembra non aver fiducia nel suo do-
mani. Trieste è una convalescente che, supe-
rata la crisi acuta del male, stenta a ritrovare
l’antico vigore fisico e spirituale.
Sembra riflettere sulla propria sorte con sor-
ridente e rassegnata amarezza e rimpiangere,
non certo il suo passato in blocco, ma taluni
suoi aspetti incontestabilmente felici.
Per esempio: gli operatori economici più
attivi e intelligenti conoscono benissimo i mali
della loro città e vedono con grande chiarezza
le possibili vie di guarigione; ma v'è chi so-
stiene che essi dovrebbero formulare insieme
un programma di ricostruzione economica
concreto e ragionevole che si armonizzi con
i piani del governo.
Per esempio: i capitali — che non hanno
forse più la consistenza di un tempo, ma che
certo non mancano — o restano inattivi, o
emigrano a Milano; ma è raro, troppo raro,
che vengano impiegati in muove intraprese
industriali.
Per esempio: il traffico portuale è in declino
per tante ragioni fin troppo ovvie: non ultima
la concorrenza accanita dei porti jugoslavi
vecchi e nuovi (Fiume e Capodistria in prima
linea). Eppure, come ipnotizzato dalle memo-
rie di un tempo che non tornerà più perché
non può più tornare, c'è chi si ostina a ve-
dere la soluzione d’ogni problema nella con-
cessione di fondi e provvidenze per il porto.
Crisi di stanchezza, dunque. E, per sfuggire
lo sconforto, Trieste si affida alle poche realtà
che, nel quadro della sua attuale economia,
rappresentano un punto fermo, una consolan-
te certezza.
Una di queste realtà è lo stabilimento side-
rurgico dell’Italsider, che oggi nella vita trie-
stina ha un posto di primo piano; tant'è vero
che il traffico mercantile ch’esso da solo ali-
menta con la propria attività (rifornimento di
materie prime, spedizione di prodotti) rap-
presenta addirittura il trenta per cento dell’in-
tero traffico portuale.
Lo stabilimento è alla vigilia di un radicale
2I
rinnovamento strutturale. La sua sorte è stata
a lungo in discussione, a lungo e minuziosa-
mente ponderata. Era infatti difficile dare a
questa unità una struttura che fosse non sol-
tanto economicamente valida di per sé e nel
quadro dell’economia triestina ma che si ar-
monizzasse anche con i piani di sviluppo gene-
rale predisposti dalla Finsider. Era d’altronde
chiaro che non si poteva chiedere a Trieste
un altro sacrificio, Si sarebbe inferto un colpo
grave, per non dir mortale, alla vita della città,
alla vita dei milleduecento lavoratori che sono,
tra l’altro, i validissimi eredi di una lunga,
sana e preziosa tradizione siderurgica.
Restare, dunque, allo status quo? Lo si è
fatto per alcuni anni, investendo capitali di
notevole consistenza nella costruzione di nuo-
vi impianti e nella sistematica revisione dei
vecchi. Senonché la struttura stessa dello sta-
bilimento e le caratteristiche della sua produ-
zione sono in netta antitesi con le esigenze
della nuova siderurgia, che deve obbedire a
rigidissime regole di economicità.
S'imponeva dunque una riforma, basata su
due fondamentali concetti. Produzione non più
marginale, ma razionalmente e durevolmente
inserita nel grande quadro produttivo Finsi-
der con dimensioni giustamente proporzio-
nate all’area economica triestina.
Da queste premesse è scaturito il piano che
sta per essere attuato e che prevede la specia-
lizzazione dello stabilimento nella produzione
di ghisa (con particolare riguardo alla fabbri-
cazione di lingottiere, per cui verrà impie-
gato uno speciale, nuovissimo impianto di co-
lata diretta dall’altoforno che Trieste sarà la
prima a possedere nel nostro paese). Ciò com-
porterà l’installazione di un secondo altoforno,
di nuovi impianti d’agglomerazione e di pre-
parazione del minerale, di una nuova centrale
termoelettrica e di numerosi servizi ausiliari,
oltre che l'ampliamento della cokeria. L'area
dello stabilimento sarà allargata con un riem-
pimento a mare. Una nuova banchina di sca-
rico, dotata di potenti mezzi di sollevamento,
consentirà finalmente l’attracco di grandi navi.
La produzione di ghisa sarà raddoppiata e i
nuovi impianti potranno fornire alla città gas
ed energia elettrica in quantità assai rilevanti.
Questo fervore di rinnovamento avrà una
favorevole influenza sull’occupazione: l’am-
pliamento creerà infatti la possibilità di au-
mentare, entro il 1965, la manodopera addetta
al complesso siderurgico. Ed è, questa, una
prospettiva che, da sola, potrebbe bastare a
dare un senso preciso a quanto l’Italsider sta
realizzando a Trieste.
Così, con una modernizzazione radicale che
la metterà in linea con le più efficienti unità
produttive della nuova siderurgia nazionale, la
vecchia « ferriera » di Trieste vivrà, dopo tan-
te e così diverse traversie, una seconda gio-
vinezza.
Per questo, il potenziamento degli impianti
triestini dell’Italsider assume il significato di
un auspicio: che la città ritrovi il fervore, l’ot-
timismo, la forza giovane e viva che la condus-
sero, nel corso di tutta la sua drammatica
storia, a vincere ogni battaglia e ogni dolore.
Il ferro interessa anche gli scenografi. Di questo inte-
resse diamo qui due significative, seppur diversissime
testimonianze. La foto a sinist ostra una ra del-
ata al Burgtheater
ienna nella
Gustav Rudolf Sel
Fritz Wotruba
lamiere d'acciaio.
si vede nella suggestiva f ia di Josef Dap
centua il so di tra à che sovr
destino della figlia di i foto è tratta dal vo-
lume documentari i »» Residenzverlag, Sali-
sburgo).
su
(pi ; ’
ot
A
Arte
e polemica
Quando visitiamo i musei e le chiese, quando
ammiriamo i capolavori dei grandi artisti del
passato, sui quali ci sembra che non si debba
più discutere, pochi di noi si chiedono: ma i
contemporanei di questi maestri, li videro come
li vediamo noi? Ebbero sempre per essi la nostra
stessa ammirazione? A queste domande risponde
qui il critico d’arte Marco Valsecchi.
La consuetudine di considerare tutti gli ar-
tisti del passato come dei maestri e spesso come
dei giganti dell’arte, e le loro opere quasi sem-
pre alla misura del capolavoro, ci ha fatto di-
menticare che invece hanno anch'essi subito
commenti poco favorevoli o addirittura avversi
da parte dei loro contemporanei e in più di
un caso le loro opere non giunsero a compi-
mento o furono scavalcate dal gradimento da-
to ad altre opere, non dico più facili, ma me-
no problematiche e già più abituali al gusto
corrente del pubblico di allora. Insomma la
questione è sempre uguale: e cioè che l’arti-
sta, tanto più grande sia, tanto più facilmente
è esposto all’incomprensione, per cui deve tro-
var fatica a imporre la sua personalità. Per
bella che sia un’opera, deve sempre passare
sotto giudizio del pubblico; e se oltre alla sua
bellezza contiene idee e fermenti di novità
espressive che scavalcano le abitudini visive
dei riguardanti, l’urto o quanto meno l’incom-
prensione si determina.
Non è successo solo a Picasso o a Cézanne,
per dire di alcuni casi clamorosi odierni; è suc-
cesso anche ai grossi artisti del passato. Basta
sfogliare le pagin® della storia, e i casi emer-
gono numerosi. A cominciare da Leonardo
da Vinci quasi sempre ramingo di corte in
corte, apprezzato in sulle prime meglio come
ingegnere, idraulico, tecnico d’armi, che non
come pittore.
Anche Brunelleschi, pur già avanti negli
anni e circondato di stima da parte dei suoi
contemporanei, deve durar fatica a convincere
in alto: queste due formelle hanno una storia. Quella
a destra è del Ghiberti, quella a sinistra del Brunelle-
schi. Raffigurano entrambe il « Sacrificio di Abramo »
e vennero presentate al concorso (tenuto a Firenze nel
1402) per le due nuove porte d’oro del Battistero che si
volevano aggiungere a quella creata da Andrea Pisano
più di mezzo secolo prima. Oggi il Brunelleschi, che
intendeva con quella sua opera rompere la tradizione
gotica, è giudicato artista assai superiore al Ghiberti,
ma fu quest'ultimo a vincere il concorso: la sua for-
mella piacque di più perché si discostava meno dal
gusto del tempo.
nella pagina a fianco: «La musa metafisica», dipi
da Carlo Carrà nel 1917. Con De Chirico, Carrà fu |
ziatore della pittura metafisica di cui il quadro qui ripro-
dotto è uno dei più significativi esempi. Esposto a Roma
nel 1918, raccolse molti dileggi. Piacque invece moltis»
simo a un pittore tradizionalista come Armando Spa-
dini che lo volle acquistare: «Ho mille lire... fa conto
che te lo paghi un milione» scrisse a Carrà. Il quadro,
morto Spadini, scomparve e fu ritrovato solo pochi
anni fa in un solaio (collezione Jesi, Milano).
i fiorentini di costruire la cupola di Santa Maria
del Fiore nel modo da lui indicato. Le discus-
sioni e le polemiche dureranno molti anni e
infine il grande architetto non avrà nemmeno
la soddisfazione di vedere l’opera compiuta
per intero, perché la morte lo rapì anzitempo.
E ancora il Brunelleschi pati i segni dell'in
comprensione dei suoi concittadini, al con-
corso per le porte d’oro del Battistero. Si era
nel 1402 e la Signoria di Firenze, in unione
con l’Arte dei Mercanti, decise di aggiungere
26
« La Trasfigurazione », che Raffaello, morendo nel 1520,
lasciò incompiuta e che fu terminata dall’allievo Giulio
Romano. Il quadro era stato commissionato all’ Urbinate
quattro anni prima dal cardinale De Medici per la cat-
tedrale di Narbona. Impegnatissimo, Raffaello tardava
a consegnare l’opera, per cui il committente incaricò
mente un altro pittore, Sebastiano Del Piombo,
re lo stesso quadro, probabilmente pensando
di acquistare quello dei due che fosse stato pronto
prima, La cosa, risaputa da Raffaello, lo amareggiò
moltissimo.
«Barche presso la chiusa di Bougival» dipinto nel 1873
dall’inglese Alfred Sisley, uno dei pittori che partecipa»
rono, nell’aprile del 1874, a Parigi, alla memorabile
prima mostra degli Impressionisti, organizzata nei locali
prestati dal fotografo Nadar, sul Boulevard des Capu-
cines, Il pubblico vi andò soprattutto per ridere delle
opere esposte, I giudizi dei critici furono severissimi.
Sisley, per vivere, pagava con quadri come questo (che
allora pochissimi volevano e che o
favolose) il conto del fornaio, Il dipinto riprodotto è a
Louvre, nella collezione Moreau-Nélaton.
valgono somme
le due porte a quell’unica compiuta più di
mezzo secolo prima da Andrea Pisano; e ban-
di il relativo concorso; sette furono gli artisti
concorrenti, tre fiorentini € quattro toscani,
tra cui il Ghiberti, Jacopo della Quercia,
Francesco di Valdambrino, il Vasari dice an-
che Donatello (ma allora aveva appena sc-
dici anni) e il Brunelleschi. Il soggetto della
formella da presentare ai giudici era il Sacri
ficio di Abramo e un anno di tempo venne dato
ai concorrenti per la presentazione del lavoro.
Ora, come posteri, siamo tutti convinti che
il meglio di tutti quegli scultori è il Brunelle-
schi; e la formella presentata al concorso, ora
esposta al Museo del Bargello, mostra come
Brunelleschi fosse molto innanzi a tutti con le
idee e le intuizioni artistiche. La scelta invece
cadde sopra il Ghiberti, non dico sopra il
peggior scultore, perché erano tutti bravi, ma
sopra chi meno degli altri si era discostato dal
modello ancora gotico della porta già esistente.
Brunelleschi rompeva quella tradizione, im-
poneva una nuova interpretazione; e fu bat-
tuto. Non importa se poi, più di venti anni
dopo, lo stesso Ghiberti, per la terza porta
che Michelangelo defini del Paradiso, avrebbe
raccolto il suggerimento e le idee del Brunel-
leschi: il rifiuto rimaneva, e non credo che l’ar-
tista sia rimasto con la bocca sorridente.
Anche Michelangelo ebbe le sue disavven-
ture; non riuscì infatti a portare a compimento
la grande tomba di Giulio II. Le cause sono
state molte: la lunghezza del lavoro, il ritardo
a consegnare i vari pezzi scolpiti, le difficoltà
finanziarie del papato; ma anche l’ostilità ma-
nifestatasi da diverse parti per un’opera del
genere; e difatti non venne mai compiuta, con
nostro danno, naturalmente, perché sarebbe
stata senz'altro l’opera maggiore di Michelan-
gelo, non solo, ma di tutto il suo tempo. E
l'impossibilità per il Borromini di lavorare in
Vaticano? D'accordo, in Vaticano lavorava
già quell’altro genio dell’architettura barocca
che si chiama Bernini, e questi non lasciava
certo che altri venissero a metter mano nelle
fabbriche ordinate dal papa. Ma l’astio, o di-
ciamo solo l’invidia, fu tale che il Bernini si
sfogò più volte in satire e beffe; come quella
che tutti possono ancora vedere in piazza Na-
vona, dove una statua della fontana berniniana
si ritrae con moto di spavento e alza le mani,
a salvarsi, si disse, dall’imminente ruina della
facciata della chiesa dirimpettaia, costruita ap-
punto dal Borromini. Ed è solo uno dei casi
d’urto tra i due; e il Borromini, più fragile di
nervi, già di per sé minato dalla malinconia,
finì per perdere la poca serenità che gli rima-
neva, e a cacciarsi una spada nel fianco, da
morirne dopo pochi giorni di delirio.
Persino Raffaello non ebbe tutti i suoi gior-
ni tranquilli. Certamente non perché gli man-
casse l'ammirazione dei suoi contemporanei;
semmai per la ragione opposta, che tutti ri-
corressero a lui e a un certo momento, negli
ultimi anni di sua vita, il papa lo incaricasse
di stendere la pianta di Roma antica. Un la-
voro al quale il Sanzio si appassionò forte-
mente, da trascurare altri impegni. Qualche
tempo prima, nel 1516, il cardinale Giulio De
Particolare del quadro « Promenade (sou-
venir du jardin à Etten) » (1888) di Vin-
cent Van Gogh, il grande pittore
olandese, 0; riconosciuto come uno
dei massimi innovatori della pittura
europea. È noto che egli non riuscì a
vendere, mentre visse, uno solo dei suoi
quadri. Oggi le colle
tutto il mondo sono disposti a pagare
fortune per avere una sua opera. Van
Gogh morì suicida nel 1890,
e i musei di
2
«La casa dell’impiccato» di Paul Cézanne fu il solo dipinto venduto alla
prima mostra degli Impressionisti del 1874. Lo acquistò un italiano, il conte
Doria, Questo quadro fu uno dei bersagli preferiti da coloro che considera-
vano gli Impressionisti dei pazzi o, peggio, dei truffatori. Il critico del
«Charivari», Louis Leroy, descrisse le reazioni di un pittore accademico
davanti ai quadri esposti alla mostra: il suo cervello classico, scrisse l’arti-
colista, non resse allo spettacolo e il poveretto si mise ad eseguire la danza
di guerra degli indiani gridando: « Hugh! Hugh!”
Albert Wolff, critico d’arte del Figaro, scrisse che la pittura degli Impres-
sionisti gli sembrava quella «di una scimmia impadronitasi di una scatola
di colori». «La casa dell’impiccato» è oggi esposto al Louvre.
nella pagina a fianco a sinistra: «Ragazza seduta »
(collezione A. Fila, Biella) di Auguste Renoir, un altro
dei maestri dell'Impressionismo. Dopo la mostra del
1874, venne organizzata un’asta alla quale dieci quadri
di Renoir non superarono le offerte di cento franchi l'uno.
a destra: «Olympia» di Edouard Manet, dipinto
nel 1863. Il quadro venne esposto al Salon di Parigi
del 1865, dove suscitò aspre riprovazioni. «Chi è
questa odalisca dal ventre giallo, ignobile modella
raccolta non so dove?...» serisse un critico.
Medici lo aveva incaricato di dipingere la pala
della Trasfigurazione per la cattedrale di Nar-
bona; ma poiché l’opera tardava e già si sa-
peva dei larghi aiuti che l’Urbinate chiedeva
ai pennelli di suoi allievi o collaboratori, il
cardinale faceva ripetuti solleciti e finalmente
si decise di scegliere altro pittore, che ese-
guisse la pala all'insaputa di Raffaello. Proba-
bilmente avrebbe acquistato quella che prima
sarebbe venuta pronta. La scelta cadde su Se-
bastiano Del Piombo e finì che Raffaello lo
seppe. Ne fu amareggiato e lo fece sapere in
giro, tanto che una lettera di Leonardo Sellaio
del 19 gennaio 1517 a Michelangelo, che pro-
teggeva Scbastiano, riferisce del disappunto di
Raffaello per quella gara. L’anno dopo è il
Vasari che ci fa sapere che Raffaello aveva
cominciato con impegno il dipinto; e si può
immaginare la sua ansia, preso com'era fra di-
versi e tutti grossi impegni. Purtroppo nel
1520 Raffaello chiuse per sempre gli occhi e
l’opera rimase incompiuta, sicché dovette finir-
la l’allievo suo, Giulio Romano. Ma a Narbona
arrivò l’altra pala, quella nel frattempo ese-
guita da Sebastiano.
Ancora un altro esempio, e stavolta riguar-
da Lorenzo Lotto, pittore veneziano. Non ebbe
vita facile nella sua città, per il dominio pre-
potente di Tiziano e della sua corte di ammi-
ratori, né ebbe temperamento battagliero come
Tintoretto. Sicché, salvo pochissime commis-
sioni per un paio di chiese veneziane, lavorò
quasi sempre a Bergamo e nelle Marche, cioè
in terra di provincia. Ed evidentemente senza
ricavarci gran che, se in vecchiaia si ridusse
a dover mettere alla riffa un gruppo di suoi
dipinti, per ricavarci un gruzzoletto che gli
permettesse di chiudere tranquillo i suoi occhi.
Si trova infatti ad Ancona per eseguire, mal-
grado i suoi settant'anni, la grande pala del-
l’ Assunta per la chiesa di San Francesco. Oltre
che vecchio è malandato in salute. ‘Trenta so-
no i dipinti messi in lotteria, tutti con sog-
getti relativi al Vecchio Testamento; ma il ri-
cavo è irrisorio, segno che nessuno fu tenta-
to di acquistare in blocco quella fortuna in
quadri. E il povero pittore decise allora di
riti arsi nel convento degli oblati di Loreto,
dove rimase fino al 1556, anno in cui morì
carico di solitudine e di malinconie.
Questa storia della riffa disertata del vecchio
pittore veneziano non è molto differente da
quella vissuta da Paul Gauguin, quando decise
di lasciare la Francia per le isole del Pacifico,
a Tahiti. Per pagare i suoi debiti e comperare
il biglietto di viaggio Gauguin mise all’asta
anche lui trenta dipinti il 23 febbraio 1891
all’Hòtel Drouot di Parigi; ma il ricavo com-
plessivo è inferiore a diecimila franchi. Due
anni resterà nelle isole, ammalandosi. Nel giu-
gno del ’93 è di nuovo di ritorno a Marsiglia
con appena quattro franchi in tasca e per rag-
giungere Parigi gli amici gli mandano duecen-
tocinquanta franchi. Nel novembre di quel-
l’anno, sollecitata da Degas, la galleria Du-
rand-Ruel espone una mostra di Gauguin, con
trentotto tele di ‘Tahiti, due sculture e altri
sei dipinti bretoni, Ne vende undici e il ri-
cavo è appena bastante per coprire le spese.
Oggi, uno solo di quei dipinti, vale centi-
naia di milioni di franchi.
E come dimenticare che la grande prima
mostra dei pittori Impressionisti a Parigi, nel
1874, presso il salone del fotografo Nadar dato
in prestito, dove apparivano i maggiori arti-
sti di quel movimento, che fu il maggiore del
secolo, venne accolta dagli schiamazzi del pub-
blico e della critica? Esponevano Degas, Mo-
net, Cézanne, Renoir, Pissarro, Sisley, Morisot;
ma il pubblico fu ostile. Un solo dipinto ven-
ne venduto in quella mostra, La casa dell’im-
piccato di Cézanne, che ora si trova al Louvre,
e l’acquirente fu un italiano che frequentava i
salotti eleganti di Parigi, il conte Doria. Se
sfogliamo la cronaca dei pittori impressioni-
sti francesi, è una storia tutta di fatiche e di
miseria. L'inglese Sisley riusciva a pagare il
conto del fornaio, solo perché questi gli ac-
cettava, in cambio del pane, i dipinti man
mano eseguiti. L'olandese Vincent Van Gogh
doveva rivoluzionare tra il 1885 e il ”90, anno
del suo suicidio, la pittura europea; ma non
riuscì mai a vendere, lui in vita, uno solo dei
suoi quadri. Ora si trovano tutti nei musei o
nelle grandi collezioni e basta un solo dipinto
di Van Gogh per costituire una fortuna.
29
Si potrebbe continuare per un pezzo, con
Fattori che a breve tempo dalla morte, avve-
nuta nel 1908, ancora si rammarica di non
essere riuscito a pagare, con tutta la pittura
fatta, un debito di settemila lire; oppure con
Modigliani, che negli ultimi anni di sua vita
vendeva al poeta polacco Zborowsky i dipinti
per poche decine di franchi. Anche Carrà ha
raccontato un episodio da cui si intravvede il
grado di indifferenza del pubblico romano ver-
so il 1918 per i suoi dipinti « metafisici ».
Narra infatti nel suo libro di memorie che
nella primavera del 1918 portò questi suoi di-
pinti a Roma, in esposizione presso una gal-
leria «L’Epoca», che da molti anni non c’è
più. Raccolse molti dileggi, pochissimi con-
sensi; e tra questi ve ne fu uno singolare, del
pittore Armando Spadini, che tutti avrebbero
potuto immaginare avversario di quella nuova
pittura. Ecco infatti la lettera che gli spedi in
occasione di quella mostra: « Caro Carrà, seb-
bene trovi ancora giustificato il motivo che
mi spinge a dipingere, detesto i miei risultati.
L'indifferenza che ho avuto per la pittura con-
temporanea è scossa per la prima volta dalle
tue opere. Amo queste tue pitture. Ho mille
lire da darti per un tuo quadro (di preferenza
L’ovale delle apparizioni, La musa metafisica
o quello della lavagna). Fa conto che te lo
paghi un milione e pensa che lo terrò come
cosa santa ». L’opera scelta da Spadini fu in-
fatti La wusa metafisica. A un certo mo-
mento, morto Spadini, se ne perse le tracce.
Venne ritrovato pochi anni fa in un solaio e
ora si trova nella collezione Jesi di Milano.
Naturalmente, con questi pochi casi, varia-
mente avventurosi, non voglio dire che tutti
gli artisti o le opere che incontrano difficoltà
o incomprensione presso il pubblico contem-
poraneo, siano maestri e capolavori. Ma solo
che la vita degli artisti, chiunque sia, non è
mai facile; e proprio perché l’artista intrav-
vede situazioni e verità con ‘anticipo sugli
altri, come fosse un veggente, è facilmente
scambiato per un visionario. Ma
da dire che il vero cammino dell’arte è aper-
to soltanto dai visionari, oggi ieri,
forse è
come
come sempre.
30
L'Italsider
aumenta
il capitale
a 200 miliardi
Il 12 dicembre 1961 si è tenuta a Genova,
sotto la presidenza del cav. del lav. dr. Anto-
nio Ernesto Rossi, l'assemblea straordinaria e
ordinaria dell’Italsider per deliberare la pro-
posta di aumento a pagamento del capitale
sociale da 142,6 miliardi a 200 miliardi di lire.
Tale proposta, come è stato spiegato nella
relazione del Consiglio, è connessa al vasto
programma di investimenti per il potenziamento
e ammodernamento degli impianti produttivi
della società nel quadro delle favorevoli pro-
spettive di sviluppo della siderurgia negli anni
futuri.
L'assemblea, in sede straordinaria, ha ap-
provato all’unanimità l’ordine del giorno propo-
sto dal Consiglio relativo all'aumento del capi-
tale sociale che avverrà mediante l'emissione
di 57.400.000 nuove azioni del valore nomi-
nale di lire 1.000 ciascuna.
In occasione di questo aumento di capitale,
anche al personale dell’Italsider viene offerta,
come già era avvenuto nel 1959 alla Cornigliano,
la possibilità di acquistare, dal 16 gennaio al
28 febbraio 1962, un pacchetto da 25 0 50 0 75
azioni al prezzo di favore di 1300 lire ciascuna,
con pagamento rateale in tre anni.
Lo scopo dell’operazione è quello di garantire
al personale, attraverso la proprietà di azioni,
un'efficace forma di risparmio e la partecipa-
sione ai risultati economici dell'attività pro-
duttiva della propria azienda.
Pubblichiamo qui di seguito la parte generale
della relazione presentata dal Consiglio di
amministrazione dell’ Italsider all’ assemblea
straordinaria degli azionisti.
Signori azionisti,
a pochi mesi dalla nascita dell’ Italsider, vi
abbiamo oggi convocati per la prima assem-
blea della nuova società.
Prima di tutto ci sia dunque consentito di
portare il nostro saluto ai vecchi azionisti
dell’ Ilva e della Cornigliano; gli uni e gli
altri ci hanno sempre sostenuto con il loro
consenso ed è proprio la loro fiducia che lega
un passato fecondo ad un promettente av-
venire.
Nelle assemblee del 22 marzo e 27 aprile
dell’ Ilva e della Cornigliano, furono illu-
strati i programmi di espansione delle due
società ora riunite nell’ Italsider.
La proposta di aumentare il capitale sociale
da lire 142,6 miliardi a lire 200 miliardi, sulla
quale oggi siete chiamati a deliberare, ne è
la logica conseguenza: che ciò avvenga alla
prima assemblea dell’ Italsider è di parti-
colare significato, poiché prova la grande
vitalità della vostra azienda. Inserita ormai
a giusto titolo nel gruppo dei maggiori produt-
tori mondiali di acciaio, essa è oggi impegnata
in un vasto programma di potenziamento
produttivo che costituisce la miglior conferma
delle sue ampie prospettive di sviluppo.
Le prospettive della siderurgia italiana
Anche quest'anno, infatti, in Italia il tasso
di espansione della produzione siderurgica ri-
sulterà il più elevato della C.E.C.A. La pro-
duzione di acciaio, passata da 3,5 milioni di
tonnellate nel 1953 a 8,2 nel 1960, supererà
i 9 milioni di tonnellate.
All’aumento della produzione siderurgica
ha fatto riscontro, ed in misura ragguardevo-
le, quello ancora più elevato del consumo
interno. Esso raggiungerà i 10,8 milioni di
tonnellate, meta che ancora poco tempo fa
si prevedeva conseguibile soltanto fra qualche
anno.
Sta di fatto, peraltro, che il consumo di ac-
ciaio per abitante, uno degli indici più signi-
ficativi del grado di industrializzazione di
un paese, solo nel 1961 supererà in Italia i
200 chilogrammi e cioè la media C.E.C.A.
del 1953. La media comunitaria frattanto ha
raggiunto i 350 chilogrammi.
Vi è ancora, quindi, un notevole squilibrio
fra i consumi di acciaio pro capite all’interno
dell’area integrata.
I più recenti ed accurati studi compiuti
dagli uffici della vostra azienda in collabora-
zione con la capogruppo Finsider, e convali-
dati da quelli svolti anche in sede internazio
nale, prevedono che nel 1965 la produzione
italiana di acciaio debba raggiungere i 14
milioni di tonnellate.
E difatti, le possibilità offerte dall'economia
italiana allo sviluppo della produzione side-
rurgica sono ancora molto ampie, più ampie
nella realtà che nelle stesse previsioni. La
nostra industria dell’acciaio deve quindi porsi
in grado, con le proprie attrezzature tecnico-
produttive ed organizzative, di assolvere ai
compiti sempre più impegnativi che l’atten-
dono.
Le prospettive, specie a lungo termine, si
presentano dunque favorevoli, sia in ordine
al naturale aumento del tenore di vita delle
zone già industrializzate, sia — ed è questo
elemento di capitale importanza — per la
dinamica economica delle aree sottosviluppate.
Le prospettive dell’ Italsider
Signori azionisti,
questi sono i motivi per cui appare oppor-
tuno non solo mantenere, ma anzi accelerare,
l’attuale ritmo di coordinato accrescimento
delle attività produttive della vostra azienda,
secondo le premesse a voi già note.
Si tratta di raggiungere entro il 1965 una
capacità annua di circa 7,3 milioni di tonnel-
late di ghisa e di circa 7,8 milioni di tonnellate
di acciaio, con conseguente adeguamento de-
gli impianti nel settore della laminazione.
Per conseguire questi risultati si farà logica-
mente perno sui grandi centri a ciclo inte-
grale e cioè su quella siderurgia marittima che
è non solo alla base delle fortune dell’ Ital-
sider ma anche delle nostre affermazioni eco-
nomiche.
Presupposto del nostro programma è, sì,
l’espansione della produzione, ma anche, co-
me è naturale, l’adozione di tutte le più mo-
derne tecnologie intese a migliorare la produ-
zione stessa qualitativamente ed economica-
mente.
Basterà, per questo, citare l’installazione nei
principali centri di acciaierie L.D. e l’esten-
sione di nuovi laminatoi continui, automatiz-
zati e specializzati, al settore dei profilati.
Entro il 1965 Cornigliano potrà produrre
I milione 550 mila tonnellate di ghisa, Piom-
bino 2 milioni, Bagnoli 1 milione soo mila e
Taranto 1 milione 800 mila.
Per quanto riguarda l’acciaio, Bagnoli sarà
in grado di produrre 1 milione 650 mila ton-
nellate, Cornigliano, Piombino e Taranto
2 milioni di tonnellate ciascuno.
L’ Italsider completerà poi la propria strut-
tura ampliando e rendendo più razionali le
attrezzature degli stabilimenti minori, ai quali
verranno forniti tutti i mezzi tecnico-produt-
tivi necessari per raggiungere l’efficienza mi-
gliore e una più spinta capacità concorrenziale
sia sul mercato nazionale che su quelli esteri.
I piani predisposti permetteranno non solo
di conseguire grandi vantaggi di ordine strut-
turale ed economico, ma anche di operare
concretamente nella sfera sociale, con un con-
tributo all'occupazione che nel 1965 si tra-
durrà in un aumento di oltre 9 mila unità
rispetto all’attuale forza del personale.
Ma è da dire che il nostro programma fa
parte, come sempre, del più vasto piano predi-
sposto dalla Finsider e dall’ I.R.I. per por-
tare la potenzialità produttiva di acciaio del
Gruppo a 9,4 milioni di tonnellate entro il
1965: ad un livello, cioè, sensibilmente su-
periore all’attuale produzione nazionale.
L'esercizio
Signori azionisti,
già nell’anno in corso questo nostro pro-
gramma ha avuto concrete attuazioni. Basterà
citare due avvenimenti che hanno avuto
vasta risonanza anche sul piano nazionale: l’en-
trata in esercizio, il 15 ottobre scorso, del
tubificio di Taranto, prima unità del nuovo
grande centro in costruzione, e l’inizio dei
lavori di ampliamento dello stabilimento di
Trieste il 19 novembre. Né va taciuta la cospi-
cua attività nel settore dei trasporti marittimi
— fattore fondamentale, ormai, della nostra
politica aziendale — che si è concretata nel
varo di due grandi unità: la motonave ‘“Cen-
tauro” da 35.000 tonnellate di portata lorda,
la maggiore della flotta Italsider, e la moto-
nave “Fenice” da 22.400 tonnellate. La flotta
sociale ha raggiunto così una consistenza di
ro unità oceaniche, per una portata lorda
complessiva di oltre 218.000 tonnellate.
I risultati raggiunti nell’anno che volge al
termine sono stati per la vostra azienda con-
fortanti. Le produzioni di ghisa e di acciaio
raggiungeranno rispettivamente 2,6 milioni
e 3,5 milioni di tonnellate. Si tratta di un au
mento di oltre il 15%, dovuto allo sviluppo
di tutta la gamma delle produzioni in relazione
all'entrata in esercizio di nuovi impianti ed
all’accresciuta richiesta del mercato interno.
L'ampio ventaglio dei nostri prodotti ha
poi permesso di avvertire in minore misura
talune flessioni di prezzo determinate soprat-
tutto dalla concorrenza degli altri paesi della
C.E.C.A.. Per delle
produzioni e per la costante azione intesa a
perfezionare le tecniche, il fatturato risulterà
superiore a quello del 1960, anno in cui venne
raggiunto, con 241 miliardi di lire, il massimo
risultati economici, dal canto
loro, corrispondono alle favorevoli previsioni
questo, per l’aumento
aziendale. I
fatte all’inizio dell’esercizio.
Signori azionisti,
il nostro piano di sviluppo prevede un im-
pegno di circa 600 miliardi di lire.
Durante l’anno in corso, come vi abbiamo
illustrato, l’attività della azienda è
stata singolarmente ricca di opere e di risultati.
Tutto fa prevedere che gli anni avvenire
non saranno avari di soddisfazioni, specie per
quanto riguarda i tempi e i modi delle realiz-
Zazioni programmate.
Nel 1961 si è già in parte provveduto al fab-
bisogno finanziario, mediante ricorso alle ri-
sorse interne ed ai finanziamenti di terzi con
acquisizione di mutui a lungo termine contratti
a buone condizioni, ma molte spese dovran-
no ancora essere sostenute da oggi al 1965.
In dipendenza di ciò occorre assicurarsi i
mezzi finanziari atti a garantire la regolare
prosecuzione del nostro piano industriale,
non trascurando il necessario adeguamento
delle scorte ai nuovi livelli produttivi.
È stato pertanto predisposto un piano finan-
ziario di provvista dei fondi, avendo cura di
mantenere quell’armonica situazione degli im-
pegni che è sempre stata alla base della nostra
politica di gestione. Oltre che l’utilizzazione
dei possibili autofinanziamenti ed il ricorso
ad altro capitale di prestito, è prevista, infatti,
un'adeguata graduale partecipazione degli azio-
nisti da attuarsi mediante aumenti di capitale.
Ed è appunto in coerenza a tale linea di
azione che oggi vi proponiamo di portare il
capitale azienda dalle
attuali lire 142,6 miliardi a lire 200 miliardi,
mediante l’emissione di 57 milioni e 400 mila
vostra
sociale della
vostra
azioni da offrire in opzione agli azionisti in
ragione di due azioni nuove per ogni cinque
possedute. Una tale ripartizione lascia un re-
mila azioni da collocarsi sul
mercato: ciò deriva dalla intenzione di arro-
tondare la cifra del capitale sociale a 200 mi
liardi e dalla impossibilità tecnica di ripartire
tale quantitativo esattamente fra tutti i soci.
siduo di 360
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4
Illustriamo questo articolo con due immagini tratte
dal film «Il posto» di Ermanno Olmi. Per esprimere
la realtà degli uffici il regista si è servito anche
di quel particolare gergo burocratico che nasce dietro
le scrivanie, dalle pratiche, dai rapporti di lavoro.
L'italiano
negli uffici
Come si esprimono, come scrivono gli italiani
in ufficio ? Piuttosto male, afferma Leo Pestelli,
ben noto ai lettori della «Stampa» per le sue
argute e precise considerazioni sulla nostra lin-
gua, ora in parte raccolte nel volume « Parlare
italiano», che dovremmo tutti consultare più
spesso. Pestelli in questo articolo punta la sua
caustica penna contro i più vieti luoghi comu-
ni del linguaggio burocratico, contro î neologi-
smi, i barbarismi, gli errori nei quali cadiamo
ogni giorno, mentre scriviamo una lettera «a
riscontro della pregiata Vs. emarginata».
da
ni
La lingua degli uffici, 0 più generalmente la
lingua commerciale, come fu uno dei princi-
pali bersagli dei puristi (insieme con la buro-
cratica, da cui mal si distingue, e la giornali
stica), così è ancora oggi una discreta bandita
di errori per gli zelatori del buon italiano.
La sua colpa, volendo rovesciare una cele-
bre espressione dei padri, è di essere una lin-
gua « fatta e non nata », cioè quasi interamente
composta di freddi termini anziché di calde
parole, e pertanto soggetta a tutte le goffag-
gini e improprietà in cui cade l’uomo quando
parla una lingua di riporto, quando s'esprime
secondo porta la consuetudine della sua classe
e non, semplicemente, come « ditta dentro ».
Lo stesso individuo, che in famiglia o con
gli amici o con la morosa, parla la lingua im-
parata dalla mamma, giunto in ufficio adotta
un gergo che quelli non intenderebbero, o
anche intendendolo, li farebbe ridere. E a chi
dicesse: affar suo, si risponde che i vari usi
linguistici stanno fra loro come vasi comuni-
canti, e che è impossibile che ciò che di vi
zioso è in alcuni di essi non si proj
paghi anche
agli altri, e che la barbarie dei pochi non di-
venti alla lunga la barbarie dei molti. Non si
vede di giorno in giorno voci impiegatizie,
lin-
guaggio comune ed insediarvisi? infettare per-
burocratiche, cancelleresche, risalire al
sino la galanteria (« Ti prevezgo che mio ma-
rito torna stasera
. »)? Nell’immane rimescolio
della vita moderna, il brutto ha moltiplicato il
suo potere d’espansione; talché ci sa di male
aver scritto di sopra che l’impiegato si espri-
me in una lingua incomprensibile ai suoi inti-
mi: la comprendono invece benissimo, e, quel
che è peggio, se ne servono anche loro.
32
L’antica ferocia linguaiola non ammetteva
scuse. Noi sì. Prima di tutto l’oscuro gergo
burocratico è chiarissimo per quelli a cui deve
servire, e conformandosi nei minimi partico-
lari a una convenzione universalmente posta
e accettata, si fa intendere con velocità più
che telegrafica, senza lasciare adito a dubbi
d’interpretazione. Che avverrebbe se una dat-
tilografa che vuole un aumento di stipendio,
scrivesse al superiore (giacché il nostro discorso
versa principalmente intorno alla lingua scritta)
ex abundantia cordis? Delle due l’una. O il su-
periore, spaventato di dover leggere una vera
lettera, la mette da parte (0 nel cestino); op-
pure la legge, e provandoci un vero gusto di
lettore, ci si indugia per modo che rallenta e
fa rallentare il ritmo di lavoro. Generalmente
le dattilografe carine non scrivono affatto, ma
semplicemente espongono per verba o occhiate;
che è la rettorica migliore.
Ma la scusa più valida è che la lingua del
lavoro è soggetta alla pigrizia, alla consuetu-
dine, alla monotonia, ed esclude da sé quella
svegliatezza, quella vigilanza, quel senso d’in-
venzione, che fanno il bello della lingua pro-
priamente detta. La noia, quando non sia sen-
tita da un Leopardi, difficilmente inventa; è
ben contenta di ricevere e trasmettere parole
e frasi fatte. E non si venga a dire che gli
antichi mercanti si esprimevano tanto bene,
con così individuale energia, da averci lasciato,
in loro wacebette ed epistolari, aurei testi di
lingua. Essi erano come gli esploratori di un
mondo nuovo: non bollavano cartoline, non
ripetevano ogni giorno gli stessi atti, non s’im-
bambolavano sul ventisette; tra i negozi, la loro
natura di uomini, non soltanto si conservava,
ma rinfieriva.
Detto questo, ci sarebbe pure un rimedio
per migliorare la lingua d’ufficio, specialmente
nella corrispondenza; un rimedio semplicissi-
mo e tutto negativo. Consiste nel rifiutarsi di
credere che ci abbia a essere una lingua, uno
stile ad hoc, e nel ricondurre l’epistolografia
commerciale e burocratica nei termini di quel-
lo che gli antichi retori chiamavano « stile fa-
migliare ».
È appena il caso di avvertire che in Ret-
torica il concetto di « famiglia » è piuttosto
sostenuto, di fondo latino e ciceroniano, e che
lo stile ch’essa le prescrive esclude sciatterie
indecenze brutture care ai veristi, ma vuol
Il protagonista del
film «Il posto» è
un giovane che si
presenta timida-
mente agli uscieri
per essere assunto,
col suo italiano
pieno di inflessioni
lombarde. Per ot-
tenere un effetto
più realistico, Olmi
ha registrato diret-
tamente i dialoghi
d’ ufficio.
semplicemente dire un modo di esprimersi pia-
no, diretto, succinto, fondato sul salutare prin-
cipio di « chiamare la gatta, gatta ».
Ora prendiamo alcuni dei più usati attacchi
di lettera commerciale. A seguito della pregiata
vostra ecc. Questo non è stile famigliare e nem-
meno aulico; direbbe un grammatico (per via
di quell’ segzizo) che è soltanto una sgramma-
ticatura. Ad ogni modo, chi volesse dar luogo
alla matura, troverebbe subito la forma cor-
retta: Dopo la vostra lettera, Ricevuta la vo-
stra lettera ecc. Tolto il caso del balbuziente
o di colui che abbia speciali intercalari, ogni
impiegato trova in sé, nel suo linguaggio vi-
vo, quanto occorre per scrivere una buona
lettera d’ufficio senza che debba sollevarsi ai
manuali di bello scrivere o inabissarsi nei
gerghi.
Gli uffici sono generalmente luoghi chiusi e
ben riparati, eppure i riscontri vi si fanno sen-
tire come e più che in una gola alpina. A
riscontro della pregiata Vs., ci premuriamo infor-
marvi che a datare dal... 11 modo Riscontrare una
lettera trovò il Tommaseo in un buon mo-
mento. « Gli è quasi un andar incontro alla
risposta che altri chiede, dall'immagine figu-
rata della via che le lettere fanno. » Non così
il Rigutini: « Prima di tutto la maniera cor-
retta è Dar riscontro ad uno di una lettera ©
roba spedita e vale: dargli notizia, avviso, per
iscritto, che la lettera o roba ci è pervenuta;
quindi, ma non bene, si fece anche Dar riscontro
a una lettera, sempre nello stesso senso ma non
mai in quello di Rispondere; perché si può
benissimo Dar riscontro di una lettera, e ri-
serbarsi di rispondere in appresso ed anche
mai al suo contenuto; finalmente, e con mag-
giore improprietà, si fece Riscontrare una let-
fera ». E più fieramente il Fanfani: « No, e poi
no. Riscontrare non vuol dire Rispondere.
Riscontra una cosa con nW'altra quando entrambe
sono fra loro conformi, o simili (il far pex-
dant dei francesi); ma la risposta, sì material-
mente, sì nel suo contenuto, può non essere
conforme alla lettera cui si risponde, dunque
riscontro non ci è ». (Come è vero! Tante ri-
sposte sono del tipo: Dove vai? Le son cipolle).
E in quanto a Prewurarsi è una di quelle ele-
ganze burocratiche, come e più di Urgenziare,
Assiemare, Periziare, e simili, in cui un desti-
natario intelligente avverte un principio di
sfottitura; dunque « controproducenti ».
Finalmente Dazare si dice per Segnare di
data una lettera o un atto, ma non nel senso
di Cominciare come nell’espressione: @ datare
da... (anno mese giorno). In questi e altri infi-
niti esempi che si potrebbero recare, c'è una
gonfiezza che vela la veduta della semplice
« gatta »,
E si badi che questa è lingua di interessi e
perciò di passioni; e che molte di queste let-
tere possono fermare il cuore di chi le riceve.
Eppure nel dettato non hanno quasi nulla di
umano. Si risponde che così scrivendo impie-
gati e commercianti s'intendono fra loro, e
tanto basta. Ma perché di una lingua per tutti
fare un gergo per pochi? E i terzi? e i posteri?
non ci dovranno capir niente? Gli antichi ri-
manevano in lingua anche quando trattavano
i più arruffati interessi; e perciò molti di essi
vanno oggi nelle antologie. Non altro che la
semplicità del dire li ha fatti arrivare fino a
noi. Ecco, per esempio, come Michelangelo
«toccava il tempo» a un marmista. «Io mi
meraviglio molto di voi, perché avendomi
scritto già tanto tempo fa avere a ordine tanti
marmi, e avendo avuto tanti mesi di tempo
mirabile e buono per navicare; avendo avuto
da me cento ducati d’oro; non vi mancando
di cose nessuna; non so da che si venga che
voi non mi servite ». Un esposto preciso di
fatti, ma nella sintassi si sente l’indignazione
che sale; e il marmo fu certamente spedito.
Ora di questi movimenti tutti naturali ne
avrebbero anche i nostri burocrati che pur
non sono Michelangelo; ma li raggela il pre-
giudizio che scrivendo d’affari si debba scri-
vere in un modo prestabilito.
Abolire quegli aggettivi che non aggiungono
nulla e che non si userebbero parlando, me-
lensi avanzi di seicentisteria: pregiata stimata
onorata distinta; dar tregua ogni tanto agli eufe-
mismi che spargono il falso, sì che il furto
non abbia sempre a diventare amzzanco 0 vuoto
di cassa, il comando invito e la morte decesso;
resistere alla pazza coniazione di voci derivate
o composte e alla piena dei francesismi; smet-
tere il culto della parola unica e non avere in
conto di prolissità ogni perifrasi necessaria a
sciogliere italiamamente un crudo tecnicismo;
badare un po’ più alla grammatica e alla sin-
tassi e un po’ meno all’uso, un po’ più alle
etimologie e un po’ meno ai suoni: ecco, fra
i primi che ci vengono alla penna, alcuni buo-
ni mezzi per migliorare la lingua burocratica.
Qui è dove si saltano le congiunzioni (estratto
conto, ufficio personale), dove si fanno astratti da-
gli astratti (momzinativo, quotità), dove si abusa
delle figure, le quali che figura facciano su
quel fondo così naturalmente secco, Dio vel
dica per noi. Il tale impiegato è a//’altezza del
suo compito, dove gli riuscirebbe tanto più ita-
liano essere semplicemente pari al suo ufficio;
il talaltro si dice sacrificato (s'intende sull’altare
dell’ingiustizia, e il sacerdote con la coltella
fumante in mano sarebbe il capufficio), un
altro digiuno di questa o quella pratica; e tutti
poi hanno o non hanno referenze (e se le hanno,
si dicono referenziati), e coprono una carica (per-
ché non pigli freddo), e a un disgusto danzo
le dimissioni (quante, non si è mai potuto sa-
pere), diventando così diissionari. Qui i pro-
getti, non contenti di dirsi così, invece che Di-
segni, spesso abortiscono, e l'abito di controllare
e compulsare a più non posso contraddistingue
lo zelo. Giacché in nessuna lingua, come in
questa, si vede tanta affezione portata alle stesse
parole (per lo più sbagliate), senza che vi si
dia mai il ristoro d’un sinonimo. Campione si
dice sempre, e non mai, più italianamente,
Mostra (onde l’antico proverbio mercantile:
dalla mostra si conosce la balla); e gli estrezzi
son sempre estremi, e Condizioni, Dati, mai.
Forse perché l’inconscio vi ha la sua parte,
l'inconscio che sente l’ufficio come una casa
di pena, merita qualche indulgenza l’abuso che
gl’impiegati fanno del verbo evadere: non po-
tendo loro, che almeno la corrispondenza sia
erasa. E un altro famoso traslato, entrato nella
lingua di tutti, può essere difeso senza scherzo:
carriera. Il « Lessico dell’infima e corrotta ita-
lianità », richiamandosi all’accezione: corsa di
quadrupede, vi spese intorno facili ironie; ma
Carriera, come ricordò il Rigutini, ha il primo
senso e più proprio di Lizza, Arringo, onde
come figuratamente si dice carriera delle lettere
così si può dire carriera degli impieghi, che,
nonché animalesco, è un modo molto bello e
poetico di cui l'impiegato può tenersi. Se mai,
pare un po’ troppo dire abbracciare una carriera,
quasi fosse una bella donna o la cassaforte. A
proposito della quale è mera pignoleria soste-
nere, come facevano i puristi, che invece che
cassaforte (francese coffre-fort) si debba dire Cassa
a muro, Cassa a segreto o meglio ancora Cas-
sa ferrata, quando si consideri che la cassa-
forte è cosa diversa da quelle altre casse, poi-
ché non è a muro, ma fuori del muro; e in-
vece d’essere ferrata è tutta di ferro. Gli anti-
chi avevano il Casson forte, secondo che atte-
sta un passo dei Bandi di Toscana: « Tenga il
camarlingo un cassone forte per li denari ».
Si vede che di casseforti i puristi s'intendevano
poco.
Non è invece pedanteria, ma buona e santa
correzione, quella che ci ricorda come So/r-
bile, in italiano, voglia dire «che si può pa-
gare », onde sarà ben detto debito solvibile. Ma
l’usarlo riferito a persona è uno sproposito,
sicché i tanti debitori insolvibili che ricorrono
nella lingua commerciale hanno il diritto di
non intendere e di non rispondere. Si cominci
dal chiamarli in buona lingua debitori insolventi,
e allora si potrà ragionare. Lo stesso vale per
gli astratti so/vibilità e insolvibilità, che sempre e
soltanto riguardano il debito; dove del debi-
tore si dirà correttamente so/venza e insolvenza.
Concludendo dopo aver appena spigolato
nel vastissimo campo, ma non senza ricordare
che il segnatario (francese signataire)è meglio detto
Soscrivente e Soscrittore, l’odierna lingua bu-
rocratica non s'è purtroppo di molto allonta-
nata da quel /ow travettiano che riscosse tanta
infamia presso i nostri padri: quello appunto
del fravret, che tolta nel proprio cancello ia
pratica dalla camicia, si dispone a ewarginare il
foglio controdistinto. Ancora nella sua totalità es-
sa parla e non dice, ripete un suo verso mec-
canico in cui meglio dell’uomo si fa conoscere
il robot.
La colonna infame
Burocrazia — È un mostro facitore di mo-
stri. Composto di francese (burear) e di greco
(eràfos, potere), viene a dire il tutto insieme,
la schiera degli ufficiali pubblici. Ma chi, tro-
vandosi in senno, oserebbe toccarlo? Quello
stesso (ci fu davvero, e si chiamava Ferdinan-
do Ranalli) che in luogo di Polizia voleva
Buon governo. « Benvenuta disgrazia, se vie-
ni sola! » Burocrazia ha fatto burocratico (e pas-
si), ma ha fatto anche burocrafizzare (per lo
più nel senso di Regolare pedantescamente,
Rimpiccinire, Essere seccante meticoloso, Ba-
dare a tutte le minuzie), che è veramente il
colmo del brutto,
Compulsare — Consultare, sfogliare, scarta-
bellare. Compulsare (com-pu/sare) vale etimolo-
gicamente Forzare altrui a comparire in giu-
dizio.
Contabile — Italiamamente Computista, Im-
piegato computista.
Contempo (nel) - Goffa eleganza per: in que-
sto 0 in quel mezzo, frattanto.
Controllo -— Censura, revisione,
esame. Idem per Controllare.
ispezione,
Dimissionare — «Si vede usato attivamente
per Esonerare da una carica o da un ufficio,
le più volte fingendo che le dimissioni siano
state date spontaneamente », nota argutamente
il Palazzi, e conclude: brutto e inutile neolo-
gismo. Così dimissionario ha soppiantato Rinun-
ciatario, e dare le dimissioni il semplice Dimer-
tersi. Forza dell’uso.
Disbrigo — Dirai meglio: spedizione, spaccio.
Elemento — « È un cattivo e/ezzento », « Que-
sti clementi non ce li voglio ». Così, nelle
alte sfere burocratiche, s'ode dire spesso. Vi
agguantasse il fuoco, che è, lui sì, un elemento!
Si chiami il dipendente dipendente, e si la-
scino stare gli elementi.
Emarginare — Santi lanternoni! Basterà dire
Segnare Annotare al margine e sarà evitata
una brutta parola. Così di Ewmarginato.
Entità - Una di quelle parole che fanno ef-
fetto e perciò si pronunciano volentieri dagli
uomini di comando. Ma fuor di filosofia,
l’entità d'un patrimonio e generalmente d’una
cosa, non è altro che la sua importanza, il suo
valore.
Esonerare — Francesismo inutile per Libe-
rare, sgravare, scaricare.
Evadere — Anche questa gioia può esserci ri-
sparmiata, usando Rispondere Adempiere
Compiere Spacciare Disbrigare Trattare, se-
condo i casi.
Introitare — Mettilo nel cestino dei rifiuti
(negli uffici non mancano) e usa tranquilla-
mente Riscuotere, incassare.
Pensionato -— Il pensionato che ha sentimen-
to di lingua, sappia che il Machiavelli i pen-
33
sionati li diceva più italianamente Provvisio-
nati o Provvigionati.
Periziare — Brutto neologismo per Sotto-
porre a perizia, stimare. (Vedi quel che s’è
detto a proposito di prewsrarsi).
Prassi — « Questa è la prassi ». « Così vuole
la prassi ». E non si nega che per tappare la
bocca ai fastidiosi non sia una parola energica.
Ma fino a quando? Ormai la prassi è scesa ai
cani, che portati a passeggio in luoghi alberati,
hanno appunto per prassi di accostarsi ai tron-
chi e irrorarli. Le parole arcane, se troppo stro-
finate, perdono d’autorità, e in questo eccesso
di strofinamento ha molta parte, di solito, la
lingua burocratica.
Pratica — Affare, negozio.
Premurarsi -— Quant'è carino! E conveniente,
perché ci fa risparmiare il giro « darsi premu-
ra». Così per evitare una giusta e necessaria
parola in più, c'è chi scerpa la lingua di Dante.
Prevenire - Cattivo per Avvisare, dare av-
viso; e infame per Informare, Partecipare cosa
già accaduta.
Preventivare — Vociaccia per Stanziare, as-
segnare una somma, porla nel bilancio di pre-
visione.
Previo — L'aggettivo previo (precedente) ci
viene dall’aureo latino, ma non è da strapaz-
zarlo in locuzione assoluta come previo esazze,
previo avviso e simili, bastando dire: « l’affare
si risolverà dopo esser stato esaminato o dan-
done prima avviso ».
Richiamare all’ordine - O non si vorrà invece
dire Richiamare al rispetto, all’osservanza?
Rilasciare — S’usa indifferentemente per cef-
foni e ricevute; ma è più italiano Dare e Con-
cedere.
Riscontrare — Si dà riscontro di una lettera
per « accusarne ricevuta ». Quando si risponde
a una lettera con un’altra lettera, si risponde
e non s/ riscontra,
Sacrificare e Sacrificato — Voci comunis-
sime negli uffici, e, come vuole prudenza, più
frequenti nella lingua parlata o susurrata che
non nella scritta. Osservava già un vecchio
purista ai tempi suoi che per l’abuso di que-
sto verbo nel senso religioso sembrava tor-
nato «il tempo degli Dei falsi e bugiardi ».
Un impiegato sacrificato, levatone il patetico
del motivo sacrificale, è semplicemente un im-
piegato male adoperato o costretto a far ciò
che non può.
Tramite — Il latino si sa o non si sa. Se non
si sa, perché incomodare il latinismo #razzizte
(sentiero), quando basta Per mezzo, Mediante
e simili? «Per il #razife di questo o quell’uf-
ficio »: vedi dove va a ficcarsi la poesia pasto-
rale!
Urgenzare — Quella di far derivati a tutti i
costi è una malattia che conduce a questo e
a peggio.
Volturare — Per far /a voltura è inutile, po-
tendosi dire, rimanendo in lingua, Voltare.
L’uovo di Colombo!
34
Racconti
del
Risorgimento
L’anno scorso l'Italsider inviò in dono per le
Feste a tutto il personale un libro di racconti
ispirati al mondo del lavoro, scritti da alcuni
tra î più noti autori italiani contemporanei.
L'interesse suscitato dal volume, e l’apprez-
zamento dei lettori, hanno indotto la società a
rinnovare quest'anno l'iniziativa.
Anche stavolta si è voluto che le pagine del
secondo “libro dell’Italsider” raccogliessero una
serie di testi narrativi legati da un motivo co-
mune. E nell’anno in cui si celebra il centenario
dell'Unità è sembrato opportuno prendere ispi-
razione dalle vicende risorgimentali.
Se la scelta del filo conduttore è stata facile,
e poteva anzi apparire ovvia, nel clima di in-
numerevoli rievocazioni cui il 1961 ha dato
occasione, difficile era operare, nel panorama
della nostra letteratura ispirata al Risorgimento,
una scelta che fosse per qualche aspetto originale,
che rappresentasse un contributo nuovo. Si vo-
leva insomma che ne nascesse un libro “vero”
non un pretenzioso surrogato culturale.
Testi scolastici e antologie hanno fissato du-
revolmente nel ricordo degli italiani pagine ri-
sorgimentali degne di essere tramandate. Com-
porre oggi una raccolta di brani di romanzi
famosi, di annotazioni, di testimonianze e di
ricordi non sarebbe stato che ripetere un'espe-
rienza già ampiamente approfondita da altri
con eccellenti risultati.
,
rr -
in alto: una barricata. Disegno di Bruno Caruso per il racconto «Il volontario di
Palestro». L'illustrazione è servita anche per la copertina del volume strenna di
«Racconti del Risorgimento» donato quest'anno a tutto il personale dell’ Italsider.
nella pagina a fianco: il disegno che illustra il racconto «Il tamburino sardo» di
Edmondo de Amicis.
Si decise allora che il nuovo “libro dell’Ital-
sider” dovesse riunire testi narrativi non estrat-
ti da più ampie composizioni letterarie, ma che
avessero in origine struttura e dimensioni ben
definite di racconto, di novella.
II compito, non ancora affrontato prima
d'ora, di scegliere criticamente gli autori e i
racconti per una simile raccolta, è stato affidato
a Carlo Bo, studioso di letteratura tra î più
autorevoli che conti oggi l’Italia.
È nato così questo libro di Racconti del Ri-
sorgimento in cui il lettore troverà, accanto
ad autori notissimi come de Amicis, Verga e
Fucini, autori dimenticati o quasi, come Cac-
cianiga, Faldella e Caterina Percòto. Gli altri
autori della raccolta sono: Cesare Balbo, Ca-
millo Boito, Vittorio Bersezio, Mario Pratesi,
Olindo Guerrini, Roberto Sacchetti, Edoardo
Calandra, Nicola Misasi, Adolfo Albertazzi.
Il risultato dell’opera è quello che ci si propo-
neva di raggiungere? Costituisce questo libro
in qualche modo un contributo alla migliore
conoscenza della letteratura italiana dell’Ot-
tocento ?
«Un libro di rottura» lo definisce Bo nel
suo saggio critico introduttivo, sottolineando
come i racconti în esso riuniti — legati per
motivi diversissimi al mondo, al clima risorgi-
mentale — rappresentino la testimonianza di
una letteratura viva e non accademica. Se non
portò grandi novità, essa significò tuttavia qual-
cosa dî nuovo, e se non poté rivoluzionare il
campo delle lettere (come gli eventi ai quali
sî ispirò significarono una rivoluzione nel campo
politico, economico e sociale), essa mostra chia-
ramente, attraverso questi racconti, come lungo
tutto il cammino del secolo scorso vi sia stata
nella narrativa italiana una precisa, costante
linea di evoluzione.
Crediamo dunque di non peccare di presun-
zione affermando che le considerazioni cui il
nostro libro ha dato motivo sembrano rappre-
sentare un risultato positivo, un valido contri-
buto critico,
Lo scorso anno i racconti del mondo del la-
voro erano accompagnati da una serie di tavole
di Giacomo Porzano. Quest'anno l'illustrazione
dei quindici racconti riuniti è stata affidata
ad un giovane pittore siciliano, Bruno Caruso.
Interpretando i personaggi e i fatti di cui si
narra in questo libro, l'artista sembra talvolta,
più che voler rievocare i costumi dell’epoca,
voler trovare un legame con avvenimenti più
recenti del nostro Paese, e ancora dolorosamente
vivi in molti italiani : le crudeltà della guerra
e della sopraffazione, soprattutto, che sono
crudeltà di ogni tempo.
In questo senso, si può dire che anche î disegni
di Caruso completino il libro con un loro origi-
nale contributo.
Alessandro
Magno
ed io,
tornitori
Conosciamo almeno tre scrittori che hanno
lavorato in fabbrica come tornitori : Luciano
Rebuffo, Luigi Dazì e Arriso Bugiani.
L'esperienza di lavoro di quest'ultimo è
particolarmente vicina agli interessi dei nostri
lettori. Bugiani, maremmano di Follonica, en-
trò in quel vecchio stabilimento Ilva all’età di
dodici anni. Operaio e poi impiegato, ha lavora-
to successivamente nei nostri stabilimenti di
Cogoleto e Torre Annunziata. Autodidatta con
una tenace e chiara vocazione di scrittore, en-
trò a far parte del gruppo della rivista “ Fron-
tespizio”, il gruppo di Betocchi, Bargellini «
Lisi. Ha scritto vari libri (* La Stella”, “ L'omo
inutile”, “ L'altalena degli adulti” e “Annata
felice”), ha vinto il premio “ Elba” e ha fon-
dato una sua rivista, “ Mal’aria”, di cui escono
ora, di tanto in tanto, i “libretti” stampati
con amore e raffinato gusto. Di questo “ an-
sianissimo” dell’Italsider, che oggi vive pen-
stonato a Sampierdarena, pubblichiamo un rac-
conto ispirato alla sua esperienza operaia.
disegni di Maria A
Mia madre profetava «imparerai e così
giungerai a lavorare il ferro come io lavoro
di bianco ».
«Se fosse vero, — rispondevo io — se
fosse vero quello che dici, nessuno mi po-
trebbe competere ».
«Guarda, ti conosco; se ti scoraggi da
principio — diceva — t’assicuro che ti tro-
verai male. Datti cuore; vedrai, nulla è im-
possibile ».
« Non è che mi scoraggio; è che sono di-
giuno di tutto, — dicevo io — e come farò
a toccare le macchine? ».
Toccare le macchine doveva essere come
toccare la carne intatta di una fanciulla;
qualcosa di simile, e va’ e vieni era tutto un
discorrere, chissà cosa dovesse avvenire. I
discorsi occupavano le giornate del marzo in
attesa dell’aprile che era fissato per il mio
ingaggio: il marzo ventoso che è matto o vir-
tuoso a seconda dei corsi, il mese che serve
a seminare i melograni. Erano tutti discorsi
di supposizioni, di progetti, di ansie, di im-
pazienze e timori di disdetta, mentre si svol-
gevano i preparativi per la mia entrata. Essa
cuciva le bluse turchine divisa e distinzione
d’operaio; i calzoni che arrivassero fino sotto
il ginocchio; essa smagliettava la sciarpa di
lana pecorina, perché a uscire di prima mat-
tina il fresco mi poteva arrecare i malanni; e
io argomentavo il contegno mio futuro, co-
me fare a non smarrirmi nelle novità del la-
voro e nel pelago delle macchine.
Se tanto tanto mi abbandonava la paura,
subito mi si generava addosso una ilare cu-
riosità e una condizione contenta di antive-
dere me stesso nel comportamento di ope-
raio degno del cibo suo, sovraintendente al-
tresì alle opere creative. Mutava il mio stato
di ragazzo; sorgeva la dignità ovvero la di-
gnità che era stata finora solamente intimo
possesso e struttura, prendeva forma e fi-
gura e mi donava l’aspetto maestoso del
genio.
Succedeva, in certi momenti, che sorride-
vo al sole dell’avvenire ed a figure fluttuanti
toccabili e mia madre o allarmata 0 commos-
sa domandava di che ridi e io negavo (« Co-
s'hai da ridere? » — « Di nulla; francamente
di nulla ».) ma la verità era quella che sor-
ridevo dell’orario e della dipendenza, strani
vincoli che mi promettevano la libertà.
L’orario e la dipendenza stavano in posi-
zione di alto grado. Appartenevano, ambedue,
alla più elevata gerarchia e attendevano la
sottomissione del coscritto; distanti da me
ormai il tempo breve di soli pochi giorni,
m’interrogavano sulla volenterosità degli in-
tendimenti e sulla capacità delle prestazioni
mentali.
Domanda dell’Orario: « Cosa esige l’ora-
rio? ».
Risposta del Coscritto: «Il rispetto ».
Domanda della Dipendenza: « Cosa s'in-
tende per dipendenza? ».
Risposta del Coscritto: « L'effetto di una
musica ».
Domanda dell’Orario: « Cosa indica l’ora-
rio? ».
Risposta del Coscritto: « Mutazioni e ob-
bligazioni; ossia, ordine ».
Domanda della Dipendenza: « Cosa deriva
dalla dipendenza? ».
Risposta del Coscritto: « La partigianeria ».
Tali gli esami; e altri e altri esami non me-
no sottili, indagatori, diligenti, mettevano a
prova la sagacia mia di ragazzo tuttora rin-
chiuso nel bozzolo della casa e nell’inviluppo
della protezione. Eppure li sostenevo bene.
Direi che li sostenevo con baldanza e sicura
spavalderia, in vista della libertà condotta
incontro dai legami della dipendenza e del-
l’orario, (voglio dire della libertà dal bisogno);
in vista della bravura raggiungibile e soprat-
tutto per causa dell'amore cocente che mi
ardeva a riguardo del mestiere eletto.
Parlo di elezione, non già di scelta; e forse
fui già, allora, per benefico istinto, scrupoloso
della sostanziale differenza tra quel modo e
quell’altro modo di agire. La scelta è atto
che non impegna totalmente; su di essa uno
ritorna a piacimento suo, anche per una op-
posta decisione. Per contrapposto l’elezione,
pervenendo da eminente potere, rende la
decisione eccellente ed eccellente l’effetto di
essa.
37
Così, coscienziosamente, (lo racconto sen-
za noia perché nella coscienza di allora con-
servavo quasi tutte le innocenze e quasi tut-
te le luminosità), elessi il mio mestiere. Il mio.
Di tornitore. E dico che a quella distinzione
mi condusse e indirizzò un senso gentile di
poesia ed un veemente impulso cavalleresco.
Il senso gentile mi si era rivelato dal sentir
sempre dire che belle gambe, e, che belle
braccia, e, che belle mani, e, che busti, (os-
sia la sostanziale bellezza femminile della quale
il gusto si invaghisce e pazzia, della quale la
fantasia s'ammala per formare nella sua al-
terazione il castello della propria contentez-
za, della quale i giovani s’inalberano e si
nutrono). Dal sentir dire delle mani, gambe,
braccia e busti, «belli rotondeggianti che
sembrano fatti al tornio». Allora, pensavo
io, se il tornio era capace di tali opere sublimi,
il torniare (curioso, mi rifiutavo di scendere
a dir tornire) costituiva un’arte che poteva
rivaleggiare valentemente con quella del pit-
turare dello scolpire, in una parola cantare
poeticamente la bellezza. Non è, beninteso,
che a dodici anni, quanti ne avevo al tempo
di quella elezione, io fossi capace di sotti-
gliezze sentimentali; ma la poesia insinua la
sua vena in ogni età e illumina, senza mani-
festarsi, qualunque ignoranza. Perciò nel me-
stiere, sentivo la misteriosa via della parentela
di sangue col piacere e con la meraviglia.
Questo che ho detto, è quanto al lato gra-
zioso del mestiere di buon maestro da fat-
ture armoniose; perché quanto all'aspetto
cavalleresco sapevo di già che sottile, nell’arte
del tornio, era stato Alessandro. Allora,
successe che all'amore esaltato dalla creati-
vità della bellezza si associarono i sentimenti
della grandiosità e l'ambizione della virile po-
tenza. Grandiosità non sciocca e virilità non
oziosa; cioè tendenze lodevoli per uno che
prendeva le mosse dell’utilità, e valide af-
finché l’imparare a fare andasse di passo col-
l’imparare a vivere.
Quale giovamento! L’inimitabile Alessan-
dro che spingeva, la sera, dopo la giornata
piena di conquiste, il pedale del suo tornio
per torniare all’aria il bel vaso fittile. L’invin-
cibile Alessandro che dava di sua mano, sul
tornio, la passata di adattamento all’asse per
la ruota della sua Dea Fortuna.
Davvero, per me, quale giovamento! Al-
tro mestiere differente da quello di tornitore,
m’avrebbe senza scampo isolato, forse dimi-
nuito di personalità, mortificato nelle rela-
zioni. Invece, ecco, io partivo confortato da
una somma compagnia e quasi quasi se mi
consideravo bene e scrutavo, se facevo l’in-
dagine meticolosa delle fantasie vaganti den-
tro di me, quasi quasi potevo concludere
d’essere magno, inimitabile, invincibile, tale
e tanto è il potere degli intimi contatti.
Mio argomento, dunque, e soddisfazione e
termine di confronto, Alessandro. Non ram-
mentai, ormai, uno qualunque, mettiamo il
più abile tornitore, quello che aveva rinoman-
za in tutto lo stabilimento e nell’intero paese
e quando si nominava lui, di meglio non si
poteva dire. Macché. Dicevo Alessandro e
38
dicevo tutto quello che potevo di grandioso,
Facevo la Mamma, anche
intagliava. »
voce solenne:
Alessandro Magno torniva e
Lei sembrava incredula. Restava
sempre
perplessa. Forse concepiva meglio un mestiere
modesto, pP u semplice, O di sarto, 0 di oro
logiaio; forse, giudiziosamente, faceva per
dissuadermi dagli entusiasmi ingannatori, co
me aveva fatto per incoraggiarmi, € vole
riportare e tenere sul piano del x
CI
Ascoltava, € pol veniva fuori insidiosa,
te l’ha detto, figliolo mi
detto Plutarco.
Non
co nemmeno di vista: le
ne bugia. Plutar-
erano
CONOSscevo
conoscenze
limitate, erano minime in un paese quale a
quei tempi era il mio paese di Follonica, pro
gredito solamente rispetto al lavoro di fon-
deria, quello più signorile di officina e quello
Ù ] di modelli di legno. Di Plutarco,
di qualche narrazione di Plutarco e di quella
piu scelto
che ci tramanda la passione di Alessandro, chi
mi aveva ammaest
ato era stato Giovanni,
e siccome Giovanni era sapiente più del corvo,
era vecchio, anarchico, educatissimo, riguar-
onesto € tutto
doso, timore, per me Plu
tarco o Giovanni era lo stesso.
Me l’ha detto Plutarco. »
Mia mac
bugia. Mi
faceva finta di non capire la
panneggiava addosso l’ultima
bluse, s'inumidiva il dito colla saliva per sfi-
lare le filze residue e io mi pavoneggiavo den-
tro la bluse come se avvenisse che invece
d’indossare la bluse indossassi il mantello
svolazzante di Alessandro e come se avessi
anch'io il fulr
e in pugno.
lo: « Cos’avrà fatto oggi Alessandro? >
Mia madre: « Ma pensa, finalmente, per te. »
lo: « Cos’avrà fatto? l’elsa? prima di tornio
e poi d’intaglio?
Mia madre: « Lascialo perdere.
lo: «Il mappamondo?
Mia madre: « Che mappamondo e mappa
mondo! ce l’ax ceva elà fatto e sortomesso. »
lo: « Tu sapessi quanto conta! »
Mia madre: « È che ti distrai. »
lo: « No. Vado preparato meglio.
Mia
lo: «Quando farò sapere di
tutti
madre: « Speriamo. »
Alessandro,
resteranno stupiti. »
Mia madre: « Ti prenderanno in giro. »
lo: «Lo vedi come sei? sei spietata. »
Ella
pazioni
taceva. /tteggiava il viso a preoccu
futuro
che avanzava con passo d’animale da preda,
dolorose e scrutava verso il
vertiginoso, Segnava di no, leggermente, col
capo. Voleva far capire che non era spietata;
era pratica e pavida, madre amorosa e tute
latrice.
Mi ammoniva di nuovo « ti berteeseranno »
Infatti, che dire alcunché
delle magnifiche cose che mi ero proposte,
senza potessi
al mio primo nell’officina trovai la
della
arrivo
sorpre maniglia lordata e la canzo-
natura dei Entrai male.
compagni maggiori,
Entrai con le mani di già sporche, mani umi-
liate, e giudizi, nella mente allarmata, di com-
patimento.
Compatimento vòlto a chi? non a me stes-
so perché mantenni imperterrito l’aria d’Ales
sandro; vòlto, allora, alla società che sor-
’nte sincera con le lordure invece
prende la
di esercitarsi coll’accoglienza e, devo dire,
se mi sono riconciliato volentieri con i respon-
sabili, riruardo alla società non ho cambiato
parere.
\Andammo, Alessandro avanti, secondo la
sua regola di gran condottiero, col proprio
spirito magno e la perizia di torniatore deli-
cato; io dietro dietro come un cane all’appa
renza avvilito, pieno, però, di riserbi generosi.
Entrammo senza alcun trionfo, ‘Tutti i la-
voratori che trovammo impegnati, avreb-
bero fatto veramente bene a meno di noi.
Questa fu l’amara certificazione, e più me-
schina non poteva essere perché manifestava
solamente il tedio, la passività e sopporta-
zione di condanna, invece di come pensavo
io fossero gli effetti dell’opera, della vita,
dell’arte, e le gioie della bravura.
in filo
AZZUrro
Lo scrittore Mario Soldati ha dedicato uno dei
suoi “notes”, pubblicati periodicamente sul “Giorno”,
ai nuovi cavalcavia dell'autostrada Viaregzio-F
renze, che egli ha additato come esempio di armoniz-
cazione delle moderne costruzioni al paesaggio,
; > : »_1.3 ;
Che cosa abbia tanto colpito Soldati in codesti
viadotti è presto detto : un filo azzurro, una pennellata
0 toscano
come
il pa
{paese
del “notes
Marocco S.7., mio
Soldati «soleva dire che
Bernardino antico
subito
im Toscana due mattoni mes in croce sono
arte riferiva al
passato, certo; ma, ricordo,
anche al presente. E ne ho avuto una riprova l’altro
rrendo l'autostrada Viareggi
peri
ia di raddoppio
Questo
architetto, o questi architetti: non so
siano >, Sta di
chi siano, e neanche se toscani, 0 1
fatto che la loro opera sorge in territorio toscano,
nelle provincie di Lucca è Firenze. Parlo dei nuovi
al
ponti, dei nuovi sovrappassi, carrozz î e pedonali,
che cavalcano le corsie affiancate della nuova auto-
strada
Ebbene,
capito un i
o questi architetti,
Hanno
questo
to fondamentale,
I
nanno capito
che le costruzioni in cemento armato, specialmente
quando sorgono in aperta campagna, sugli sfondi
verdi o verdegialli di prati e di alberi, hanno sempre
quale osa di atroce L di fiere bre N crematorio. E hanno
tingendo tutte le strutture metalliche di
provveduto,
un bellissimo azz
come
spedito,
sentimento” note a
dise gno di ogni struttura è sé mplice é
una di quelle “curve a
delle
penna. Ma ciò che
Ì,
c I
guizzo, e, di fontano, I
tracciator sagome na ali, e pare quasi un It
erazia del
co piace, con la
a nota decisa e leggera di una
sbarra azzurra tra l'asfalto grigio e grande verde
intorno. Azzurro, verde : l'accordo chiave
degl
grigio e
macchiaioli.
impressionisti e dei
ratezza, che basta
Se poi questa incantevole raf
a riconciliare, per qualche ora, con tutta l’architet-
tura moderna, non fu pensata né cercata nè ricono»
sciuta, ma fu soltanto casuale scelta di qualche capo-
mastro od effetto di un vecchio contratto con qualche
colorificio che aveva da smaltire una partita dî ver-
nice proprio di quel colore, ancora meglio l'arte
dei ù andi secoli, quella tanto adorata dal mio caro
Padre Marocco, era anch'essa, molte volte, così
frutto naturale, inconscio e collettivo di un ambiente
e di un'epoca felicemente civili.
Due
mattoni messi in croce... Correvo a 150 al-
l'ora verso Firenze; guardavo il paesaggio a occhi
semichiusi, vinto da quella sonnolenza in cui il com-
agno del cade volentieri : e in-
quidatore spesso
contravo, di tratto in tratto, le snelle sbarre azzurre
che mi venivano incontro quasi a ritmo di danza
ere nel futuro.
fan hé, per un attimo, mi parve di
anto, la visione non era apocalittica.
Una volta t
Fra, al contrario, tenera, festosa. La libertà e la
scerezza di quelle note azzurre annunciavano che
f , } ,
il massiccio progresso tecmico del secolo passato, cioi
del '900, cominciava a essere digerito e superato nel
rispetto dell'arte e della grazia : così come i confor-
mismi e i moralismi imposti da tutte le politiche
le angosce e le tutte le letterature
rinunce imposte da
commmoavano a SCO cominciavano a svanire
nersi,
nella semplicità suprema di una nuova fede
S
I
tI
dell'attenzione e
lella
zati dalla società
Finsider
quella
mo grati a Mario Soldati
dell'elogio fatto ai cavalcavia
nio-F
mandataria
cinquantasette
reali 3
“Costruzioni Metalliche
metallica di tali
stabilimenti Italsider
Viareg
renze progettati e
nostra
C.M.F.
dipinta color cielo, è uscita dag
La parte opere,
di Marghera e di Savona e l'idea di impiegare una
l’acciaio al
colorazione azzurra che sposasse paesag-
Bottura FA
la C.M.F. ha usato anche su altre
della
» è dell’architetto Franco
un'idea che
sull'Autostrada del Sole. La
arterie, com fotografia
che pubblichiamo è appunto una veduta del duplice
viadotto Coretta, costruito ‘în acciaio e cemento nella
sona di Cisterna, sul tronco autostradale Bologna-
Il “misterioso”
processo L. D.
Molto spesso nuovi procedimenti tecnici na-
scono sotto la spinta di ben determinate condi-
zioni economiche. « La nécessité est mère d’in-
dustrie» : questo proverbio si adatta perfettamente
al caso dei nuovi processi all’ossigeno per la
produzione di acciaio che sono stati sviluppati
in questi ultimi anni ed in particolare al «pro-
cesso L. D.» che è il più noto ed il più dif-
fuso tra essi.
Tutti noi parliamo del processo L. D. e sap-
piamo che di acciaierie L. D. saranno dotati
alcuni nostri centri siderurgici. Ma in che cosa
consiste questo ‘* misterioso” processo L. D., que-
sta specie di formula magica della siderurgia,
lo sanno solo i tecnici. Ed è ai tecnici che
abbiamo chiesto di illuminarci sul nuovo mo-
dernissimo sistema per produrre l'acciaio.
Gli anni successivi al termine della seconda
guerra mondiale hanno visto continuamente
crescere in tutti i paesi la domanda di pro-
dotti laminati e conseguentemente di acciaio
grezzo. Questa circostanza ha spinto gli ac-
ciaieri ad estendere al massimo la capacità di
produzione degli impianti esistenti e a creare
nuovi impianti sfruttando nuove possibilità e
nuove tecniche. Lo sviluppo dei processi di
produzione di ossigeno ha consentito l’im-
piego di notevoli quantitativi di questo gas
nella produzione dell’acciaio a prezzi econo-
micamente accettabili, permettendo in tal mo-
do considerevoli aumenti di produzione negli
impianti tradizionali (acciaieria Martin-Siemens,
elettrica, convertitore Thomas) e la diffusione
di nuove tecniche, i cosiddetti processi di affi-
nazione all’ossigeno (L.D., Kaldo, Rotor ecc.).
Il consumo dell’ossigeno, che è ormai im-
piegato su larga scala in tutta l’industria side-
rurgica, è così cresciuto enormemente in que-
sti ultimi anni. Il grafico (pubblicato nella
pagina seguente in basso) mostra il con-
sumo di ossigeno per tonnellata di acciaio
prodotto in alcuni paesi dal 1950 in poi, e dà
così un’idea di questo fenomeno.
Le tendenze che guidano da tempo l’evo-
luzione della produzione di acciaio e che han-
no condotto allo sviluppo del processo L.D.
si possono così riassumere:
1) accrescimento della produzione oraria degli
impianti;
2) abbassamento delle spese di installazione e
di conversione per tonnellata di acciaio
prodotto;
3) adattabilità alle materie prime di base di-
sponibili (ad esempio ghisa liquida, rot-
tame, minerale);
4) soddisfazione delle esigenze sempre più ri-
gorose relative alla qualità dell’acciaio
prodotto.
Il “misterioso” processo L.D. non è che un nuovo sistema per
produrre l’acciaio più semplicemente ed economicamente che
non con i sistemi già esistenti (Martin -Siemens, elettrico,
Thomas). Ecco uno schizzo esplicativo del nuovo processo.
Sviluppo della
produzione annuale di lingotti in ac-
ciaio L.D., nel mondo
milioni di tonr
Consumo speci
consumo d'ossigeno in m3/t di acciaio
7.8
6,0
4,5 _
3.0 _
1.5
1 1961
1953 1955 957 1959 1963 1965
1952 1954 1956 1958 1960 1962 1964
(previsioni in base
ai programmi noti)
ico di ossigeno nella produzione di acc
25
20
Belgio
e Lussemburgo
15
10
5
Gran Bretagna
1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959
di fabbricazione dell’ace
Produzione oraria in tonnellate dei diversi procedimenti
10
2101 + ’ ti. i
200 Ai 3 i i
190. Ì i i
180. i | | i + . + + i Ì Ì À. i Ì i
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130.
120 .
110
100
90
produzione oraria in tonnellate
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20 40 60 80 100 120 140 160 180 200
so 50 70 90 110 130 150 170 190
capacità in tonnellate
Dati tecnici relativi al convertitore L.D.
consumo di ossigeno 54--60 m?'/t di acciaio
durata dell’operazione (da 30--60 minuti (16--30 di sofliaggio)
colata a colata)
resa in acciaio
90--91%,
aggiunte di calce 50-60 Kg./t di acciaio
consumo di refrattari di 5,5--8,5 Kg./t di acciaio
dolomite
durata media del rivesti- da 150 a oltre 400 colate
mento refrattario
I processi classici di produzione dell’acciaio:
forno Martin-Siemens, convertitore Thomas e
forno elettrico soddisfano solo parzialmente 2
queste tendenze.
Gli alti investimenti di capitale e la limitata
produzione oraria rispetto alla capacità dei
forni nelle acciaierie Martin-Siemens, gli eleva-
ti costi di trasformazione del forno elettrico e
la qualità non eccezionale degli acciai Thomas
sono i limiti principali dei tre processi
convenzionali.
Può essere interessante rilevare come anche
Krusciov, in uno dei rapporti da lui tenuti
a Mosca in occasione del recente XXII
congresso del PCUS, abbia ad un certo
punto osservato testualmente: «Di non scar-
so interesse economico è, per esempio, il
problema dei criteri da seguire per sviluppare
la produzione dell’acciaio. L'esperienza di-
mostra che la produzione dell’acciaio nei
convertitori con l’impiego dell’ossigeno è
notevolmente più vantaggiosa della produ-
zione nei forni Martin: su ogni milione di
tonnellate di acciaio si ha un risparmio di
circa sei milioni di rubli soltanto negli in-
vestimenti e di oltre un milione nell’esercizio.
‘Tuttavia, nonostante gli evidenti vantaggi,
ci preoccupiamo in modo assolutamente in-
sufficiente di estendere la produzione del-
l’acciaio in convertitori ».
La buona qualità dell’acciaio prodotto e la
possibilità di adattamento a tutte le materie
prime hanno determinato la grande diffusione
del processo Martin-Siemens, ma da tempo
si sentiva l’esigenza di un metodo per la
produzione di acciaio che rispondesse meglio
ai requisiti dell'industria moderna.
È a questa condizione che hanno cercato di
soddisfare i tecnici austriaci che hanno messo
a punto il processo L.D.
Si deve ricordare infatti la situazione parti-
colare dell'Austria dopo il 1945, comune del
resto a molti paesi, che comportava la neces-
sità di aumentare la produzione di acciaio, te-
nendo conto della scarsità di capitali a dispo-
sizione, della carenza di rottame sul mercato
austriaco e della esigenza della qualità, carat-
teristica tradizionale, questa, della produzione
austriaca. Questo complesso di circostanze ha
senz’altro favorito e spinto la nascita del pro-
cesso L.D.
Storia del processo L. D.
I primi esperimenti sull’affinazione della ghisa
con ossigeno puro si devono al professor
Durrer, ma la prima apparizione nella letteratura
di un brevetto in merito risale al 1939, dovuto
all’austriaco professor Schwarz. Questo bre-
vetto rimase inutilizzato a lungo, finché nel
1945 la fondazione della ‘Brassert Oxygen
Technik A.G.” (BOT), il cui capitale è ripar-
tito nelle due grandi industrie siderurgiche
austriache, la Voest di Linz e l’Osterreichische-
Alpine Montangesellschaft di Donawitz, non
diede il via allo sviluppo pratico ed alla valo-
rizzazione di questo processo.
È appunto dalle iniziali delle due città
Linz e Donawitz che deriva il nome L.D.
Le prove iniziarono nel 1949 con un
convertitore sperimentale da 2 tonnellate di
capacità. Le prime esperienze diedero risul-
tati così favorevoli che nel tempo straor-
dinariamente breve di due anni fu possibile
passare alla costruzione delle prime acciaierie
su scala industriale.
Sia a Linz che a Donawitz tra la fine del
1952 e i primi mesi del 1953 entrarono in
funzione due acciaierie entrambe con due con-
vertitori da 30 tonnellate.
Descrizione del processo L.D.
Il processo L.D. è in sostanza quanto mai
semplice. Esso consiste nel far avvenire l’affi-
nazione della ghisa fusa, cioè la sua decarbu-
razione e trasformazione in acciaio, mediante
un getto di ossigeno tecnicamente puro.
L’ossigeno, per mezzo di una lancia raffred-
data ad acqua, viene soffiato dall’alto contro
la superficie della ghisa fusa che è contenuta
in un recipiente a forma di pera analogo ai con-
vertitori Bessemer e Thomas, ma a fondo chiuso.
La parte superficiale del bagno esposta al
getto di ossigeno reagisce rapidamente data
l'elevata temperatura (oltre 2000° C).
Si ha una reazione “metallo-fase gassosa”
molto energica con una decarburazione rapida
del bagno, e, a causa dell’alta temperatura che
si sviluppa, una reazione ‘metallo-scoria”
quasi immediata con formazione di una sco-
ria molto reattiva.
La temperatura è tanto alta che si ha la
vaporizzazione di una piccola parte del ferro
e del manganese. È dovuta ad essa la forma-
zione dei caratteristici fumi bruni-rossastri.
Il rivestimento dei convertitori è basico,
ed è di solito costituito da un impasto di
dolomite e catrame.
Per l’affinazione della ghisa liquida si ag-
giungono rottame o minerale come elemento
raffreddante e calce come materiale scorificante.
La condotta delle operazioni è molto sem-
plice. Nel convertitore vengono caricati pri-
Schema di una acciaieria L.D.
ma i rottami e poi versata la ghisa liquida. Si
raddrizza quindi il convertitore, si aggiunge
la calce, si abbassa la lancia fino ad una certa
altezza (da 30 a 180 cm.) dalla superficie del
bagno e si inizia il soffiaggio di ossigeno la
cui durata può oscillare da 16 a 30 minuti
primi a seconda della capacità del convertitore.
La colorazione della fiamma permette all’oc-
chio esperto di seguire l'andamento della de-
carburazione. Si ritira quindi la lancia, si
inclina il convertitore, si prendono dei provini,
si scorifica e, dopo aggiunta di calce, si cola
l'acciaio in siviera. Il complesso delle opera-
zioni richiede da 30 a 60 minuti.
Un problema importante in una acciaieria
L.D. è quello dei fumi rossi che si sviluppano
durante l’affinazione. I fumi trascinano infatti
particelle finissime di ossido di ferro. Per
questo, oltre a costituire un elemento di inqui-
nazione dell’atmosfera attorno =ll’acciaieria,
rappresentano anche una considerevole perdita
di ferro (circa lo 0,6% del peso della carica).
Le acciaierie L.D. sono dotate di solito di
un’attrezzatura particolare per la depolvera-
zione e lo sfruttamento dei fumi. Questi ven-
gono fatti passare in genere dapprima attra-
verso una caldaia di ricupero del calore per
la produzione di vapore surriscaldato, quindi
attraverso depuratori ad umido o elettro
statici ed infine avviati al camino.
L’acciaio prodotto al convertitore L.D. ha
caratteristiche di qualità ottime che lo rendono
pari e talvolta superiore al miglior acciaio
Martin.
Per la sua purezza, ed in particolare per il
basso contenuto di azoto, esso presenta carat-
teristiche meccaniche del tutto soddisfacenti.
Le società austriache hanno condotto a Linz
e a Donawitz un programma di prove assai
esteso, accoppiato ad analoghi controlli all’ac-
ciaieria Martin, alla presenza di rappresentanti
delle più importanti società mondiali di con-
trollo dei materiali navali: queste prove hanno
condotto all’accettazione praticamente illimi-
tata degli acciai L.D. nelle costruzioni navali.
del
Caratteristiche tecniche ed economiche
processo L. D.
Il processo L.D. si sta dunque diffondendo
rapidamente in tutti i paesi produttori di acciaio
perché presenta alcuni dei vantaggi economici
del processo Thomas assicurando all’acciaio
prodotto caratteristiche qualitative paragona-
bili a quelle degli acciai Martin.
I vantaggi del processo L.D. si possono
così riassumere:
1) costi di investimento e di esercizio bassi;
2) rifornimento più continuo e regolare di
lingotti al laminatoio;
3) non sono richiesti combustibili;
4) produzione oraria maggiore.
Si deve tener conto anche che il converti-
tore L.D. sebbene non raggiunga l’adattabi-
lità alle varie materie prime del forno Martin
è senza dubbio più flessibile del convertitore
Thomas, potendo arrivare al 30% di rottame
in carica in confronto ad un massimo del
10%, del Thomas. Nella tabella pubblicata
a pagina 42 abbiamo riassunto i più recenti
dati tecnici relativi al convertitore L.D.
Il costo totale di una nuova acciaieria L.I
è il 70% di quello di una acciaieria Mart
della stessa capacità. I costi di fabbricazior
dell’ acciaio L.D. sono soltanto dal 50 al 60°
di quelli dell’acciaio Martin-Siemens (nc
tenendo naturalmente conto delle mater
prime: ghisa, rottame, minerale, il cui cost
e la cui convenienza possono variare molt
da paese a paese).
Esistono anche altri processi di affinazior
ad ossigeno oltre a quello L.D. I principa
tra essi sono il Kaldo (svedese) ed il Rot
(tedesco). Questi processi possono trattare,
differenza di quello L.D., anche ghise ad alt
fosforo.
Tuttavia essi sono relativamente più con
plicati del processo L.D., richiedono un ma;
gior consumo di refrattari ed hanno una pri
duttività più bassa. Il loro impiego semb
perciò destinato a casi limitati mentre quel
L.D. si sta diffondendo in tutto il mondo.
Già 20 milioni di tonnellate di acciaio sor
prodotti nel mondo secondo il processo L.I
Nuove acciaierie L.D. sono in costruzior
ovunque. Anche in Italia i nostri centri sid
rurgici di Taranto, di Bagnoli e di Piombir
saranno dotati di modernissime acciaierie L.I
In diversi paesi, intanto, si studiano migli:
ramenti e modifiche del processo L.D. orig
nale per renderlo adatto a trattare economic.
mente le ghise ad alto fosforo e a produrre
acciai ad alto carbonio e legati. Doppia scori-
ficazione, insufflazione insieme all’ossigeno di
calce polverizzata, questi sono gli artefici prin-
cipali dei nuovi procedimenti (OLP, L.D.A.C.
ecc.) ma la via è ancora aperta e nuovi studi
porteranno a perfezionare questo processo che,
fatto unico nella storia della siderurgia, ha tro-
vato una così larga diffusione nel giro di po-
chissimi anni.
RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
prega citare la fonte. Stampa: AGIS - Stringa - Genova.
libera. Si
articoli è
L'Italsider al primo
posto
fra le aziende siderurgiche europee
Dall'esame dei dati di produzione del 196I
risulta che l’Italsider, con 3.510.000 tonnellate
d'acciaio, ha raggiunto il primo posto nella
graduatoria delle aziende siderurgiche dell’ Eu-
ropa occidentale.
L’Italsider figura anche al primo posto in
Europa per l'entità del suo programma di
espansione produttiva. Tale programma, già
in attuazione, prevede, come è noto, di conse-
guire entro il 1965 una potenzialità di 7,3 mi-
lioni di tonnellate di ghisa e di 7,8 milioni di
tonnellate d’acciaio mediante l'ampliamento dei
centri di Cornigliano, Piombino e Bagnoli e la
Toronto
annturmniona dal sunmna anta Ai
vemene see /4%I
late. La nuova punta massima annuale è dovuta
all'Italia e, in minor misura, alla Francia e
all’Olanda.
Nella graduatoria dei maggiori produttori
mondiali troviamo sempre al primo posto gli
Stati Uniti d'America, seguiti da Russia,
Germania Occidentale, Giappone, Inghilterra,
Cina, Francia e Italia. Ad essi è dovuto l" 80,4%,
della produzione mondiale d’acciaio.
Clichés a colori:
tonn. 490.000 di laminati a freddo, tonn. 89.000
di banda stagnata e tonn. 85.000 di lamiere e
rotoli zincati.
Anche nel settore delle seconde lavorazioni si
rilevano massimi annuali in pressoché tutta la
gamma delle produzioni : tonn. 108.000 di getti
di ghisa e di acciaio, tonn. 28.000 di fucinati
e stampati, tonnellate 57.000 di materiale fer-
roviario, tonn. 46.000 di derivati vergella, tonn.
30.000 di tubi saldati (produzione iniziata a
Taranto nello scorso ottobre) e tonn. 9.000 di
altri prodotti.
I soddisfacenti risultati raggiunti dall’Ital-
Rin ’ ” mie: +
MILA RNPIANIARIZANI NILE FFRRCI LOBELS RIERLII SUL5 RIPOLI sana arsagori sesso
tutte le più rosee previsioni, richiedendo un ri-
corso all'importazione dell’ordine di 3 milioni
di tonnellate.
Sempre maggiore si è rivelato l’apporto della
siderurgia IRI-Finsider per l’entrata in esercizio
di nuovi impianti. La produzione d'acciaio delle
aziende del gruppo Finsider ha raggiunto
5 milioni di tonnellate, il 54,5% del gettito
complessivo nazionale.
Via Corsica 4 - Genova - telefono 59.99. La riproduzione degli
Denz-Berna.
Clichés in bianco e nero: Ceriale- Genova
26,112
1808
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6 1961 RIVISTA ITALSIDER
la copertina: Ettore Colla - «Concavo e
Convesso » (1956) - (composizione in ferro)
Lo scultore Ettore Colla è nato 62 anni fa
a Parma. Diplomatosi in quell’ Accademia di
Belle Arti, visse dal ’23 al ’26 a Parigi,
Bruxelles, Monaco e Vienna, lavorando co-
me scultore ma anche come minatore, fo-
tografo ambulante e aiuto-istruttore di ele-
fanti. Abbandonò la scultura figurativa nel
1941. Colla usa il ferro per creare perso-
naggi e composizioni ma anziché servirsi
di parti nuove e di merce commerciale
standard, come Gonzales e David Smith,
utilizza pezzi usati, rottami, oggetti che
abbiano una storia. Li cerca nei magazzini
e depositi di residuati e se li porta a casa
col suo motofurgone per elaborarli e riu-
nirli. Ha esposto le sue opere in tutto il
mondo. Vive e lavora a Roma.
2° di copertina: meridiana del XVII secolo
(museo storico di Zurigo)
3° di copertina: «Oggetto» (1961), compo-
sizione d’orologeria dello scultore Rotella.
s° di copertina: fibbia di cinturone in ferro
della Cavalleria franca del TV secolo d. C.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’ informazione aziendale per
il personale dell’ Italsider, alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva-Cornigliano.
Anno II - n° 6 - novembre-dicembre
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genovan. 516
in data 28 dicembre 1960 - Spedizione in
abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Le meravigliose macchine del tempo pag. 2
I presepi di Umberto Piombino » 14
Una realtà per Trieste » 17
Arte e polemica » 2
L’Italsider aumenta il capitale a 200
miliardi » 30
L’italiano negli uffici » 31
Alessandro Magno ed io, tornitori » 36
Il “misterioso” processo L.D. » 41
A tutto il personale dell’ Italsider e alle loro famiglie
giungano i più fervidi auguri di un felice 1962.
L’ amministratore delegato
Il presidente
Una
Pubblichiamo il messaggio augurale che il presidente della Finsider, Ernesto Manuelli, ha
inviato, come di consueto, in occasione delle feste di fine anno a tutti i lavoratori del Gruppo.
coscienza aziendale unitaria
In occasione delle festività di fine anno del 1959 e del 1960, Vi informai circa le realizza-
sioni compiute in quegli esercizi e sui programmi che avevamo allo studio per dare all’intero
Gruppo un migliore equilibrio tecnico-economico e per adeguare le nostre capacità produttive
alle esigenze di sviluppo dell’economia italiana.
I risultati conseguiti nel biennio sono stati, per generale riconoscimento, superiori ad ogni
aspettativa ; ciò malgrado, nel corso del 1961 ulteriori traguardi sono stati raggiunti, tanto che
rispetto ad una produzione globale della siderurgia italiana che si aggirerà quest'anno su 9 mi-
lioni di tonnellate di acciaio — l'apporto del gruppo Finsider si concreterà in 5 milioni di ton-
nellate, con un aumento del 13 per cento rispetto allo scorso anno. Ad esso hanno contribuito tutte
le aziende del Gruppo, efficacemente affiancate dalle Organizzazioni sussidiarie.
Contemporaneamente è continuata l’opera di riordinamento e di potenziamento delle strut-
ture organizzative : a questo riguardo, il fatto più significativo del 1961 è stato la fusione del-
PIlva e della Cornigliano nell’Italsider, società che porta nel suo nome le premesse della funzione
che dovrà assolvere nel quadro dell'economia del Paese.
L'espansione dell'economia italiana, tuttora in atto, e le possibilità insite nelle realizzazioni
da noi compiute gli scorsi anni, ci hanno pertanto indotto a rivedere i programmi fissati per il
quadriennio 1961-64, aggiornandoli fino al 1965 ; in base a questi aggiornamenti, la potenzialità
produttiva del Gruppo entro il 1965 sarà di oltre 9 milioni di tonnellate per l'acciaio e di oltre
7 milioni di tonnellate per la ghisa con un rapporto — rispetto alla presunta produzione naziona-
le di quel momento — rispettivamente del 67 e del 92 per cento, a fronte degli attuali 55 e 85 per
cento ; gli investimenti saranno dell'ordine di 700 miliardi di lire e l'incremento complessivo della
manodopera, a programma ultimato, si aggirerà sulle 10.000 unità. Uno sforzo particolare sarà
compiuto a favore del Mezzogiorno, con una incidenza sugli investimenti previsti per l’intero
Gruppo intorno al 49 per cento, superiore quindi alla percentuale di legge, e con un incremento
occupazionale a fine programma di oltre 5.000 unità.
Il nuovo tubificio di Taranto, inaugurato nell’ ottobre scorso dopo meno di 15 mesi dall’inizio
dei lavori, è la conferma della piena efficienza tecnica e funzionale dei quadri e delle maestranze
del Gruppo e della nostra volontà di assolvere entro i tempi previsti gli impegni assunti.
I risultati conseguiti debbono essere attribuiti allo sforzo concorde dei collaboratori di ogni
ordine e grado, oltreché alla costante assistenza dell’ Autorità di Governo e dell’ IRI e alla fidu-
cia che ci è stata concretamente manifestata da parte di finanziatori italiani ed esteri ; questi
elementi sono la premessa per consentirci di guardare fiduciosi all’avvenire e per darci la certezza
che sapremo superare le difficoltà che i nuovi e maggiori impegni ci prospettano per il prossimo
quadriennio.
Assolto il doveroso debito di un vivo ringraziamento per tutti Voi, voglio però sottolineare
quest'anno un particolare aspetto del nuovo programma, che intende integrare — in una conce-
zione unitaria — l’espansione tecnologica ed economica del Gruppo con un più approfondito e
fecondo sviluppo dei rapporti di collaborazione interna.
Già negli ultimi tempi sono state operate molteplici iniziative a vantaggio dei lavoratori. Ad
alcune — anche importanti — di carattere economico si è cercato di far corrispondere una migliore
efficienza produttiva, unico modo per renderle possibili. Altre sono state invece riconoscimenti
delle aziende in situazioni che andavano meglio regolate.
N
Ma il fatto più importante che merita di es-
sere segnalato per il perfetto bilancio sotto gli
aspetti materiali e, soprattutto, morali che in
esso hanno riconosciuto sia le aziende che i la-
voratori, è la tregua sindacale raggiunta nelle
nostre maggiori società con tutte le organizza-
zioni interessate. Essa ha avuto una larga riso-
nanza în Italia ed all’estero e sta ad additarci
che su questa linea dobbiamo proseguire per far
sì che gli aspetti economici del rapporto del
lavoro si integrino con altri fattori capaci di
migliorarne il contenuto umano e sociale. Infatti,
siamo convinti che se anche le strutture funzionali
delle aziende raggiungessero una perfetta
cienza, non bene operato ss
fossero utilizzate in modo da nulla aggiungere
alla personalità di coloro che le impiegano.
Confidiamo di trovare tutti solidali negli
sforzi necessari per il conseguimento di questo
obiettivo, sforzi che vanno perseguiti sia nei
contatti della quotidiana attività operativa, che
nella prospettiva di una più agevole collabora-
zione con gli Organismi attraverso cui i lavora-
tori esprimono le loro aspirazioni.
Per quanto ci concerne, senza interferire in
convinzioni ed impostazioni di carattere indi-
viduale che restano patrimonio e scelta di cia-
scuno, vogliamo adeguarci a quella concezione
di rapporti che, fra ‘altro, ha avuto di recente
la più valida sanzione nell’altissimo insegnamento
di un Ente, che per la sua natura e per i suoi
fini, è al di sopra di ogni contesa umana.
Attraverso l'apporto di ciascuno e di tutti
dobbiamo quindi realizzare una coscienza azien-
dale sempre più unitaria e tale da trascendere
il contenuto strettamente materiale delle rispettive
prestazioni ; ciascuno, pur nel distacco delle
funzioni e delle responsabilità, deve sentirsi
partecipe dell’opera quotidiana, con piena so-
lidarietà di diritti e di doveri; la voce dei la-
voratori, anche come fattore di collaborazione
concreta per il migliore sviluppo del processo
produttivo, sia ascoltata a tutti i livelli e nelle
sedi proprie. I capi ricordino di usare con i
dipendenti lo stesso metro che vorrebbero vedere
applicato per se stessi e, se necessario, abbiano
la forza di guardare indietro alla severità della
propria vita passata per comprendere la durezza
di quella degli altri e derivarne il dovere dell’am-
maestramento e dell'amore.
I lavoratori, a loro volta, abbiano coscienza
dell'alto valore della funzione direzionale e
dimostrino di saperne comprendere le esigenze, e,
non di rado, le difficoltà ; sappiano infine man-
tenere il senso del limite per quanto concerne
ogni loro pur legittima aspirazione, e considerino
il grande valore della continuità aziendale,
che oltre a rispondere ad un loro diretto inte-
resse, è fattore determinante di quel generale
progresso del paese a cui tutti vogliamo contri-
buire.
È con questo auspicio ed è con questi propo-
siti che formulo per Voi e per tutti i Vostri
familiari ogni più fervido augurio per un felice
e prospero 1962.
avremmo ove
e
meravigliose
macchine
del tempo
In questo numero di fine d’anno parliamo del
Tempo, che una volta era un gran vecchio con
la barba, la clessidra e la falce, mentre oggi
viaggia sui satelliti artificiali, si rade elettri-
camente e si lamenta perché il suo strumento
preferito, l'orologio atomico, sbaglia di un mil-
lesimo di secondo all'anno. L'orologio atomico :
uno dei simboli della nostra civiltà, un miracolo
della scienza. Ma tutta la storia dei tentativi
dell’uomo per misurare con sempre maggior pre-
cisione il tempo è una testimonianza mirabile
di genialità e di ingegnosità. Ce ne parla il
giornalista ingegnere Alberto Mondini. Quasi
tutti gli strumenti riprodotti in queste pagine,
fotografati da Kurt Blum, sono conservati nel
museo svizzero d’orologeria che ha sede nel
Chateau des Monts, a Le Locle. Per la documen-
tazione ci siamo serviti anche del materiale
della collezione “Time measurement” del Science
Museum di Londra.
Sed fugit interea
fugit irreparabile tempus.
(Virgilio, Georgiche, III)
Alcuni filosofi negano l’esistenza del tempo,
l’uomo moderno è sempre a corto di tempo,
il mercato si accresce ogni giorno di congegni
che vantano come loro pregio principale il
fatto che «fanno risparmiare il tempo »; la
scienza lo considera il parametro fondamen-
tale di tutte le sue equazioni, la terza dimen-
sione del quadrimensionale spazio relativi-
stico. Il tempo è l’astrazione più facile a
comprendere, più immediata da intuire; non
v'è persona tanto ignorante o tanto sprov-
veduta da non riuscire ad afferrare le nozioni
di “prima” e di “poi”, da non accorgersi
che il tempo passa, che esiste, anche se non
lo si può vedere, toccare, udire, 0 assaporare;
perché il primo orologio è in noi, la prima
misura del tempo è nel divenire organico del
nostro essere.
E il secondo orologio è l’universo intorno
a noi: la nozione del tempo, che a noi è chiara
quantitativamente per mezzo dell’orologio, era
chiara all'uomo primitivo in virtù delle sta-
gioni, delle fasi della luna, del cammino diur-
no del sole nel cielo; queste osservazioni
erano importantissime per popoli che vi-
vevano quasi esclusivamente di agricoltura
e di pastorizia, che credevano negli influssi
buoni o cattivi degli astri, e per i quali l’astro-
nomia non era una scienza pura, ma un’atti-
vità squisitamente pratica. I Babilonesi mi-
suravano la marcia del sole e della luna in
danna; v’erano dodici danna nel giorno,
È agli Egizi che dobbiamo la divisione del-
l’anno in dodici mesi, 365 giorni, e in dodici
ore diurne e notturne. Gli Egizi comincia-
rono anche a misurare le ore dallo sposta-
mento dell'ombra, cioè costruirono le prime
meridiane.
La forma in cui nacque la meridiana fu
quella dello grozzone (dal greco gnomon);
l’obelisco è uno gnomone, qualunque asta
piantata a terra verticalmente è uno gnomone;
nelle tribù selvagge del Borneo gli indigeni
adoperano ancora lo gnomone per avere una
certa indicazione, dall’ombra proiettata a terra
da quel bastone, circa la stagione dell’anno
più adatta alla piantagione del riso.
Il cammino dell'ombra di un oggetto è
diverso a seconda dell’ora del giorno, e della
stagione dell’anno; gli antichi facevano molta
attenzione a questo viaggio annuale dell’om-
bra e del sole, e spesso orientavano i loro
monumenti tenendo conto di questo: il più
famoso esempio in proposito è lo Stonebenge,
monumento ciclopico che si trova in Inghil-
terra, a circa sette miglia da Salisbury in
direzione nord, ed è orientato esattamente
verso il punto dell’orizzonte in cui sorge il
sole al solstizio d’estate.
Scorrendo la storia della misura del tempo
si apprezza di quanto sia diverso il nostro
concetto di tempo da quello degli antichi.
Per noi abitanti delle città moderne è il con-
cetto quantitativo del tempo che conta: estate
o inverno, giorno o notte, la nostra ora di
sessanta minuti è scandita da centinaia di
migliaia di orologi; è un’ora convenzionale,
e solo gli astronomi sanno in che rapporto
sta con l’ora astronomica, e a loro spetta
mettere in relazione i nostri orologi con il
grande orologio dell’universo. Per gli anti-
chi, per i popoli primitivi di oggi, e entro
certi limiti anche per gli abitanti delle
campagne, il tempo che conta è quello scan-
dito dal sole, dalla luna e dalle stelle; è il
levar del sole che dà la sveglia, più presto
d’estate e più tardi d'inverno; è il tramonto
che segna il termine del lavoro:
Lo giorno se n'andava, e l’aer bruno
}
l'oglieva animai che sono in terra
Dalle fatiche loro, ed io sol uno
M’apparecchiava a sostener la QUETTa...
In questi versi dell’Inferno (II 1-4) c'è un
quadretto valido non soltanto per la Toscana
del ‘Trecento, ma per ogni tempo ed ogni
luogo della terra, fatta eccezione per le illu-
minatissime città moderne; l’oscurità manda
a dormire
cioè tutti gli esseri animati, meno il gufo,
la civetta, i grilli d’estate, e padre Dante:
con l’aiuto di una lucerna egli traccia i suoi
gli animai che sono in terra”,
endecasillabi, e questo vegliare nella notte,
oltre a procurargli il silenzio e il raccoglimento
indispensabili all’opera di poesia, lo fa sen-
tire più solo, unico, staccato e diverso dagli
altri, tanto che sottolinea questo concetto
in alto: queste pietre disposte in semicerchio
sono «menhirs » preistorici. Si trovano nel
Wiltshire (Gran Bretagna). Permettevano di
determinare le stagioni attraverso l'osservazione
della posizione del sole all'alba e al tramonto.
Monumenti megalitici del genere. risalenti al-
l’età del rame, si trovano anche in Puglia, in
Sardegna e in Francia.
in basso: questa pietra è un orologio solare primi-
tivo, in uso presso gli antichi popoli peruviani,
nel periodo precolombiano. Si tratta, per usare
un termine tecnico, di uno «gnomone», Lo
gnomone è il più semplice strumento per misu-
rare l'altezza del sole sull’orizzonte. Ogni asta
infissa nel suolo e che riflette la sua ombra sul
terreno è uno gnomone, e così pure ogni obe-
lisco, Il principio dello gnomone era applicato
in Cina già ventiquattro secoli prima di Cristo.
Meridiana romana a emiciclo trovata a Civita Lavinia.
Questo tipo di meridiana sarebbe stato ideato, attorno FIGVRA VII:
al 300 prima di Cristo, dall’astronomo caldeo Berosus. a
La prima meridiana sembra sia stata portata a Roma N Ella prefente figura fi vede la maeftria di far vn'horo
verso il 290 a.C. L'architetto Vitruvio, nel 30 dopo logiocon pochilsima fatica, quale hauendo acqua cor-
Cristo, descriveva più di dieci tipi di meridiana. rente in qualfiuoglia poca quantità pur che lia perenne , fer
” ue per perperuo motore à quelto bifogno; Le due palle C.
fono vafi deatro a' quali entra l'acqua per ilcanaletto G. &
attaccateal timpano , nella parte di A. fi attacca neltimpano:
B. dalla medefima parte il contrapefo , che ferue anco per fe.
gno D. & mentre fi vanno empiendo le due palle di acqua,
vengono calando, e fegnando con il contrapeto l'hore, come:
fi vede; quali palle picne arrivate in E, verlano nel canaletto
E. verfando l'acqua nelvafe F. & vuote, chefono, il contra»
pefo le torna ad alto di nuouo, e così gira fempre, auertendo,
che la groflezza deltimpano, in A. & B. vuole efler pro.
portionata al‘bifogno, & così il contrapefo D. alle due pal-
le C. &c.
a destra: illustrazione di mec-
canismo per orologio azionato
dal peso dell’acqua, dal libro
«Le Machine» di Giovanni
Branca, inventore pesarese
del Seicento,
y 3
PAT: RIT CIRCA DOT RITIRI PEN OAERI PIER RI" 7I
—
qui sopra: un curioso orologio a fuoco cinese del diciottesimo secolo, a forma di drago, emblema della Cina.
bustibil indicando l'ora
Il corpo allungato sostiene un bastoncino di materiale ibile che si e
in modo abbastanza esatto. Questo orologio serviva da sveglia. Si sospendevano a cavallo del «drago», nel pun-
to in cui era segnata l'ora desiderata, due piccoli pesi legati tra loro da un filo. Quando esso veniva tagliato
dalla combustione del bastoncino, i pesi cadevano in una bacinella di rame e il rumore destava il dormiente.
con i due monosillabi “sol uno”, sull’ultimo
dei quali cade uno degli accenti principali del
verso.
Per i lavori dei campi, l’attività artigianale,
la vita familiare, e anche per l’esistenza di
gruppi organizzati quali la tribù, la polis
greca, il comune medievale non ha utilità
estrema un’esatta misura del tempo. Già
per una scienza primitiva può occorrere però,
indipendentemente dal tempo astronomico,
di dover misurare con precisione un certo
intervallo, corrispondente alla durata di un
evento, o alla separazione fra due avvenimenti
successivi che si vogliono porre in relazione;
per queste misure si trovò particolarmente
adatto servirsi di un liquido o di sabbia:
acqua o sabbia che debbano passare da uno
stretto orifizio impiegano molto tempo ad
uscire da un recipiente, e il livello superiore
scende di lunghezze uguali in tempi uguali.
La misura delle lunghezze è molto più antica
di quella del tempo, e il riportare la misura
del tempo ad una misura di lunghezza ne ri-
velava la natura quantitativa: il più antico
strumento di misura del tempo a fluido che
sia arrivato fino a noi è un orologio-vaso
ad acqua egizio, del 1400 a.C.; è di alabastro,
decorato con figure simboliche all’esterno,
mentre all’interno è diviso in ore. Si trova al
Museo Egizio del Cairo. Da questi primitivi
strumenti nacquero le c/essidre, che presero
la forma più nota solo piuttosto tardi; le
usarono i Cinesi prima del X secolo a.C., i
Greci e i Romani; verso il 100 a.C. una cles-
sidra posta nei pressi dell’Agorà indicava
l’ora agli Ateniesi, e già due secoli prima il
famoso medico Erofilo di Alessandria misu-
rava le pulsazioni dei suoi pazienti servendosi
di una piccola clessidra.
I due sistemi di misurare il tempo, quello
dell’astronomia che si regolava sul sole (e
quindi sull’ombra) sulla luna e sulle stelle,
e l’altro che si fondava sullo scorrimento di
un liquido o della sabbia, vennero messi ben
presto in rapporto fra loro: già i Greci antichi
impiegavano le clessidre per dedurre i dia-
metri apparenti del sole e della luna dalla mi-
sura dei loro tempi di passaggio, da una estre-
mità all’altra, rispetto a una linea visuale di
riferimento.
Agli orologi ad acqua e a sabbia, nell'Alto
Medio Evo, si aggiunsero quelli a cera; se
ne fa risalire l’origine a Re Alfredo del Wessex,
che verso la fine del IX secolo avrebbe mar-
cato una candela con divisioni orizzontali
corrispondenti alle ore. Noi oggi siamo co-
stretti a tenere i nostri quarzi-piloti in am-
biente ad aria condizionata, e l’antico sovrano
scoprì ben presto di trovarsi in una condizione
simile: la combustione della candela, infatti,
variava notevolmente a seconda dell’aria che
investiva la fiamma, e questo toglieva ogni
valore alla misura. Egli racchiuse perciò la
candela in una lanterna di legno, munita di
finestrine di corno translucido, realizzando
probabilmente il primo esempio di isola-
mento di uno strumento di misura del tempo
dal suo ambiente esterno allo scopo di garan-
tire una maggior precisione della misura stessa.
La parentela più stretta fra orologi a de-
flusso e tempo solare fu stabilita dai Romani,
con il loro orologio ad acqua: un sistema di
galleggianti faceva ruotare una lancetta su
un quadrante diviso in parti uguali. Queste
realizzazioni erano particolarmente difficili
in quanto le ore degli antichi non erano uguali.
Essi misuravano il tempo in ore temporali;
di queste ore ve n’erano dodici nell’intervallo
fra l’alba e il tramonto, e quindi la loro lun-
ghezza effettiva variava con la stagione.
Negli orologi ad acqua il deflusso del liquido
doveva essere variato a seconda della stagione,
perché l’indicazione delle ore temporali fosse
esatta.
Questo progresso meccanico aprì la strada
ai primi orologi mossi da pesi, la cui origine
è tutt'altro che chiara. Secondo il Ward
(F. A. B. Ward, “Time Measurement”, H. M.
Stationery Office, London, 1958) i primi oro-
logi meccanici appaiono nella prima metà del
XIV secolo; secondo una leggenda l’inventore
dell’orologio meccanico è il monaco francese
Gerbert d’Aurillac, eletto poi papa col nome
di Silvestro II (secolo X). Francois Le Lionnais
(Frangois Le Lionnais, “Il Tempo”, Il Saggia-
tore, Milano, 1959) cita come orologio più
antico quello costruito per la cattedrale di
Sens nel 1176; Umberto Forti (Umberto Forti,
“Storia della Tecnica”, Sansoni, Firenze, 1957)
elenca le date seguenti per i più famosi orologi
antichi: 1344 Padova; 1348 Castello di Dover;
1350 Pavia; 1350 Douai; 1351 Orvieto; 1352
Strasburgo; 1353 Genova; 1354 Firenze; 1356
Bologna; 1356-61 Norimberga; 1358 Ratisbona.
Pare che il merito dell’invenzione dello
scappamento sia da attribuirsi a Villard de
Honnecourt (secolo XIII); nel quaderno di
Orologio gotico a pesi, Strumenti di questo tipo
(sono qui raffigurati la cassa e il meccanismo)
cominciarono ad essere fabbricati nel quindice-
simo secolo.
6
schizzi di questo architetto francese si trova
infatti un disegnino rappresentante una ruota
sul cui avvolta una corda cui
attaccati dei pesi: la discesa del peso, e la
rotazione uniforme dell’albero che da essa
è comandato sono regolati dal movimento di
andata e ritorno della ruota, cioè dalla sua
asse è sono
oscillazione; il periodo di questa oscillazione
dipende da molti fattori, fra cui primeggiano
il suo momento d’inerzia, l’attrito sui cuscinetti,
e la coppia di rotazione applicata al suo asse.
Ma, se sono fissi questi fattori, il periodo è
costante, e l’elemento regolatore è trovato;
esso cambierà forma, ma invariata rimarrà la
sua funzione, che è quella di regolare la marcia,
impedendo che i pesi imprimano a tutto il
congegno un moto naturalmente accelerato,
come è quello di tutti i corpi che cadono.
Dante parla già delle ruote degli orioli,
nel Paradiso, e del loro effetto di moltiplica-
zione della velocità, tanto che la prima
appare come ferma, e l’ultima
sembra che voli: dal Trecento in poi le torri
dei palazzi di città cominciano ad ornarsi di
grandi orologi. La perizia dei meccanici vi
fa prodezze; automi in gran quantità e va-
rietà vi compaiono a battere le ore. E il tempo
poco a poco cambia significato, comincia a
diventare simile a quello che è per noi.
egli dice
L'orologio meccanico è la prima delle
invenzioni del rinascimento meccanico-in-
dustriale: esso diviene preciso con il pendolo,
il cui isocroniszzo fu scoperto da Galileo, e che
fu applicato all'orologio da Huygens nel 1656.
Nel 1582 Galileo, che allora aveva diciassette
anni, osservando una lampada oscillare nel
Duomo di Pisa scopri che le oscillazioni del
pendolo,
piezza
è funzione della lunghezza del pendolo stesso.
Nel 1641, già cieco, dettò al figlio Vincenzo
i principi costruttivi di un orologio a pendolo;
ma otto anni dopo, durante un delirio di
febbre, Vincenzo distrusse una specie di oro-
indipendentemente dalla loro am-
hanno la stessa durata e che il periodo
>
logio a pendolo che egli aveva costruito
applicando i principi dettatigli da suo padre.
E la gloria di aver applicato il pendolo
all’orologio passò all’olandese Huygens.
Secondo Lewis Mumford (Lewis Mumford
“Tecnica e Civiltà” Il Saggiatore, Milano 1961)
l'applicazione dei metodi quantitativi allo stu-
dio della natura trova la sua prima manife-
stazione nella misura regolare del tempo; e la
nuova concezione meccanica del tempo
afferma
egli
sorse in parte dalla regolarità della
vita monastica. I
dine e di regolarità in un mondo in cui preva-
leva la legge della forza: la ferrea disciplina
della regola all’interno si contrapponeva al
disordine esterno; già nel settimo secolo una
bolla di papa Sabiniano prescrive che le cam-
pane dei monasteri suonino sette volte nelle
ventiquattro ore. Si doveva tener conto delle
ore canoniche, rispettarne la scadenza e quindi
conoscerla; da questo deriva da un lato la
necessità di avere un modo sicuro per conteg-
giare il tempo, dall’altro l’abitudine a rispet-
tare un orario che non è più legato stretta-
mente al sorgere ed al tramontare del sole.
monasteri erano isole di or-
Sombart afferma addirittura che i Benedettini
furono i primi fondatori del capitalismo mo-
derno: certo essi furono i primi a distinguere
il lavoro dal riposo ed a fissare un orario della
giornata.
Avviene quindi dell’orologio ciò che av-
viene di tutte le grandi invenzioni dell’uomo:
cioè una molteplicità di rimbalzi, di riflessi
in cui l’uomo agisce sull’invenzione e l’in-
venzione sull'uomo, fino a creare una rela-
zione fittissima. Gli esempi sono infiniti ed
ovvi; citeremo a caso la nave, che creata dal-
l’uomo ne influenza profondamente il destino,
crea un tipo umano, il marinaio, un tipo di
comunità, la nazione, l’impero, l’associazione
di imperi fondati sull’uso e il dominio del ma-
re (dai Fenici al Commonwealth britannico);
strumento musicale, che crea
un’arte e un'attività umana, nonché tipi umani
citeremo lo
inconfondibili, e il miracolo d’insieme della
musica sinfonica; citeremo il microscopio che
ha creato la batteriologia, la paura dei microbi,
l’igiene, la metallografia e una discreta gam-
ma di tipi umani. L’orologio, macchina uni-
versale, ha influsso universale; costruito per
servirci, ci obbliga a servirlo, a rispettarne
gli ordini.
Senza l’orologio è impossibile concepire
l’industria, con i suoi orari imposti dalla di-
sciplina, ed è impossibile concepire il primo
mezzo di trasporto di massa: la ferrovia. Il
treno è anzi il grande popolarizzatore del
concetto dell’ora esatta, ancora poco diffuso
agli inizi dell’Ottocento; alle stazioni delle
ferrovie russe per molti anni, i mugiki anda-
vano nelle prime ore del mattino anche quan-
do dovevano prendere un treno nel pome-
riggio, perché erano abituati a regolarsi uni-
camente sul sole. Ma in Occidente nell’Otta-
cento la regolarità del treno è compresa, ap-
prezzata, ed imitata; tutti
ciare in orario”: l’orgoglio di ogni uomo
che ha raggiunto o crede di aver raggiunto
una posizione è l’orologio da tasca, messo
ben in vista nel panciotto, munito di una
vistosa catena d’oro che ne segnala a tutti
la presenza. Sull’orologio spesso figura il
disegnino di un treno, emblema di precisione
e di modernità, richiamo all’esempio che l’uo-
mo deve imitare: dopo gli automi che imitano
l’uomo, nell'Ottocento l’uomo comincia in-
fatti a considerare la macchina come fonte di
ispirazione.
Quando passa Emanuele Kant, a Koenigs-
regola tanto il
filosofo è noto per la sua precisione; ciò che
senza dubbio nel segreto lo inorgoglisce non
meno della Critica della
Non è senza significato che all’origine del-
l’industria moderna stia una macchina appa-
rentemente inutile, come l’orologio; dico inu-
tile nel senso che la coppia motrice fornita
da questa prima macchina che non si serve
dell’acqua o del vento, ma ha un motore a
pesi o a molla, non viene sfruttata per nessun
lavoro, ma fa soltanto ruotare due lancette.
In altre parole essa fornisce un’informazione;
delle che dà
vogliono “mar-
berg, la gente l'orologio,
g E 5
Ragion Pura.
solo la teoria informazioni,
Orologio a olio del Seicento. Il piede e la lampada
sono di stagno. L'ampolla si riempiva d'olio che, bru-
ciando, scendeva di livello, segnando lora.
Clessidra a tamburo ideata da Dom Charles
Vuilly e realizzata nel 1690. I capi di una funi»
cella sono avvolti sull'asse del tamburo di sta-
gno che tende a scendere in forza del suo peso.
Ma nell'interno è imprigionata dell’acqua che,
passando da uno scompartimento ad un altro
attraverso un piccolo foro, fa da contrappeso e
rallenta la discesa del tamburo che avviene in
ventiquattro ore.
(ISS e mera iL
COFAIIO tei re d
Pendola a muro giapponese. Questo tipo di
orologio si costruiva in Giappone nel XVII e
XIX secolo. Il peso, scendendo regolarmente, in-
dicava le ore, che non avevano però niente in
com con le nostre. La di
era legata ai segni dello Zodiaco, come li ave-
vano concepiti i cinesi, per i quali il giorno
iniziava al crepuscolo e finiva al crepuscolo
successivo. Dal crepuscolo all'alba il tempo era
diviso in sei parti uguali, e così pure dall’alba
al crepuscolo.
sione del giorno
La clessidra a sabbia fu uno dei più diffusi
sistemi di misurazione del tempo nell'antichità.
Questa, costruita nel XVIII secolo, si distin-
endo tre
gueva dalle comuni clessidre perché, a
rigonfiamenti, permetteva di dividere in due il
tempo totale necessario alla discesa della sabbia.
La clessidra ha origini antichissime:
cento anni prima di Cristo il famoso medico
greco Erofilo d'Alessandria misurava le pulsa-
zioni dei suoi pazienti servendosi di una pic-
cola clessidra.
tre-
qui sopra: il meccanismo di un orologio costruito ver- nella pagina a fianco: «Religiosa» a molla del 1680.
so la metà del "700. E a tre corpi di ingranaggi: per In questo orologio si è cercato di sostituire i pesi mo-
il movimento, per le suonerie dei quarti e delle ore e tori con molle di forma particolare.
per la data,
fara
si
di
IO
nuova luce alla vecchia storia, è in grado di
spiegare pienamente questo fatto sia
estremamente significativo. Prima di applicare
la forza bisogna sapere come e dove, e quando;
tutto è funzione del tempo: sul primo asse
motore disponibile, l’uomo nuovo del Rina-
scimento mette ancora
macchina operatrice, mette uno strumento
di informazione, traccia
dell? ascisse del primo diagramma cartesiano
capace di illustrare le funzioni di T, il tempo.
Per le infinite macchine che seguiranno,
l'orologio crea la meccanica di precisione; il
suo distacco dall’utilità pratica, propria di
come
meccanico non una
idealmente l’asse
quelle macchine che debbono fornire una
coppia notevole, come un bue da lavoro,
sul proprio asse motore, fa dell'orologio una
specie di piccolo laboratorio dove la mecca-
nica si compiace di sé e s’affina. Allo svoltare
del secolo, quando automobile e aeroplano
irrompono nel mondo, e già sui fronti di
guerra crepitano le prime mitragliatrici, l’oro-
logio è tanto piccolo e resistente alle scosse
da poter essere portato al polso; è sull’orologio
da polso che i combattenti della Grande
Guerra guarderanno l’ora per i concentra-
menti d’artiglieria, i brillamenti delle mine,
e soprattutto per saltar fuori dalla trincea,
tutti insieme su un fronte di chilometri, in
un frastuono che voce potrebbe
dominare, e andare all’assalto,
Nel XX secolo al Tempo sono successe
un'infinità di cose. Einstein gli ha tolto ogni
valore assoluto, ma lo ha nobilitato facen-
nessuna
Il notturlabio, di cui questo disegno
schematico illustra il funzionamento
serviva a ricavare l'ora durante la
notte, con l’aiuto della Stella Polare,
Si traguardava questa stella fissa (P)
dal foro centrale dello strumento (C).
Facendo ruotare il braccio A fino a
porlo in linea con le stelle X e Y
dell'Orsa Maggiore, si poteva leggere
l’ora indicata sul quadrante, preven-
tivamente regolato secondo la
gione e l’anno.
sta-
done la quarta dimensione dello spazio; e
nuovi mezzi sono stati trovati per misurarlo
con stupefacente precisione. Nel 1921 Cady
applicò l’effetto piezoelettrico del quarzo alla
stabilizzazione della radiofrequenza. Nel 1927
Morrison, in America, costruiva il primo
cronografo a quarzo, fondato sul fatto che le
oscillazioni di questi cristalli sono notevolmente
costanti e possono esser mantenute tali se il
quarzo è posto nel vuoto, a temperatura re-
golata in modo che non si abbiano variazioni
sensibili; per mezzo di un quarzo ben cali-
brato si possono pilotare le oscillazioni di
un circuito state ottenute
precisioni di wua parte su un miliardo in wi
elettronico. Sono
giorno, cioè qualche decimillesimo di secondo.
Ma il quarzo doveva essere battuto dal-
l'orologio atomico. Il primo fu costruito a
Washington D.C. (USA) dall’ufficio pesi e
misure, nel 1948; in esso un quarzo veniva
sincronizzato dalle vibrazioni della molecola
di ammoniaca. Maggior precisione raggiunse
l’orologio fondato sulla frequenza naturale di
risonanza dell'atomo di cesio, costruito in
Inghilterra al National Physical Laboratory nel
1955 sotto la direzione del DR. L. I
di J.V.L. Parry. La sua precisione arriva ad
una parte su dieci miliardi, cioè a un cen-
tomillesimo di secondo al giorno, e si pre-
vede di poterla migliorare.
Precisioni di questo genere servono quando
si ha a che fare con i satelliti artificiali, o si
deve misurare la “mezza vita” di un elemento
radioattivo (e ve ne sono di quelli che de-
cadono in frazioni minime di secondo) per
non dire delle particelle elementari, la cui
vita, come nell’esempio dello Xi-zero, può
durare # decimiliardesimo di secondo.
Se a tanto si è giunti con la misura, a qual-
cosa di più ancora si è forse giunti con il cine-
matografo; questo mezzo straordinario sem-
bra avere il potere di capovolgere il corso del
tempo: fin dal primo film dei fratelli Lumière
si è vista gente camminare per indietro, e
l’acqua rientrare nelle pompe, i mattoni di
un muro demolito risalire e ricomporsi in
un muro intero. Le scene del passato rivivono,
con voci e colori, sullo schermo; gli attori
morti continuano a recitare per una o due
stagioni, in grazia di questo miracolo del
cinema. E ognuno di noi, grazie alla diffusione
dell’otto millimetri, si fa una piccola raccolta
di scene vive, perché sia meno vero il detto di
Virgilio: sed fugit interea, fugit irreparabile tempus
(ma fugge frattanto, fugge irreparabilmente il
tempo). Ma per quanto si faccia, non è stato
trovato ancora il modo di strozzare la cles-
sidra per impedire che la nostra razione di
sabbia, la cui entità per fortuna ci è ignota,
continui a fluire irreparabilmente. Forse a
bordo delle astronavi lanciate a velocità pros-
sime a quella della luce, se è vero questo
aspetto della relatività, il tempo
pianissimo, in modo impercettibile,
effetto provvidenziale se è scritto che l’uomo,
il quale misura la sua vita in anni, possa
giungere attraverso i secoli e i milioni d’anni
luce all’esplorazione dell’universo.
scorrerà
quasi
qui sotto: un moderno strumento di misurazione del tempo è l’oro-
logio a quarzo. In esso viene applicato il principio secondo il
quale le vibrazioni dei cristalli di quarzo sono accompagnate da ef-
fetti elettrici. Le oscillazioni possono essere mantenute molto costanti
ponendo il
modo si sono ottenute precisioni prima inconcepi
quarzo nel vuoto a temperatura sempre uguale. In tal
nella misurazione
del tempo. L'orologio a quarzo che si vede nella foto è installato presso
l'Osservatorio di Neuchîtel in Svizzera.
® Mortoge a quariz
ATITUDINE
DECLINAZIONE CAI
vu 1
£
Uy LEVA
qui sopra: una grande meridiana costruita nel 1829 si
trova sulla facciata del palazzo del Comune di Parma,
in piazza Garibaldi. Essa indica, attraverso l'ombra
proiettata da tre gnomoni, l’ora in cui sorge e tra-
monta il sole in ogni giorno dell’anno, e ora
corrispondente a quella locale nelle varie parti del
mondo,
Il pur precisissimo orologio a quarzo è stato battuto
per precisione dall’orologio atomico, La fotografia
in alto a destra mostra l’orologio atomico costruito
dal laboratorio svizzero di ricerche d’orologeria di
Neuchatel. Esso utilizza la frequenza di risonanza
dell'atomo di cesio. Ha una precisione di un mil.
lesimo di secondo all'anno,
nella foto qui a fianco a destra: particolare di un altro
orologio atomico costruito dallo stesso laboratorio di
Neuchîtel. Esso utilizza la frequenza di risonanza del.
l'atomo di azoto contenuto nell’ammoniaca isoto-
pica. Anche questo orologio è preciso al millesimo
di secondo all’ anno.
L’astrolabio
Già nell'aspetto questo antico strumento, ormai scomparso da secoli, ha qualcosa di magico,
di favoloso. Sembra un orologio, ma fa pensare ad un talismano ; è preciso come una macchina, ma
bello come un monile. Viene dal vicino oriente : di arabo, infatti, non ha soltanto i caratteri incisi
sul metallo, ma anche la fantasia, la decorazione.
Araba è la forma mentale e la speculazione che gli ha dato vita : nel pieno fiorire della civiltà
islamica, infatti, e dei suoi studi matematici ed astronomici, attorno all’ XI° secolo, è nato ed è
stato trasmesso all’occidente, l’astrolabio.
“Astrolabio”, cioè strumento per prendere le stelle : che nome poetico e fascinoso !
L’astrolabio, piccolo strumento portatile, piatto e di forma circolare (molto simile ad un mo-
derno orologio da tasca, con un diametro di 10-15 centimetri) serviva infatti ai naviganti, così come
ai carovanieri in pieno deserto, per determinare l'altezza del sole o di un astro qualsiasi rispetto al-
l’orizzonte.
Il suo funzionamento era basato sulla proiezione stereografica della sfera celeste sopra un piano.
Questo strumento era solitamente di rame 0 di ottone, inciso con una punta.
Esso serviva, ovviamente, per stabilire la propria posizione in mare aperto 0 in mezzo al de-
serto, e le marine di tutto il mondo lo hanno impiegato per secoli, finché non è stato sostituito dal se-
stante. Ma era anche uno strumento per misurare il tempo seguendo una tecnica analoga a quella usa-
ta per il notturlabio : presa l'altezza del sole 0 di una stella sull’orizzonte, stando fermi nello stesso punto
e tornando a rilevare l'altezza dell’astro dopo un certo tempo, si aveva il calcolo delle ore trascorse.
Questo strumento era costituito dalle seguenti parti (come si vede nella foto in alto):
1) la madre. Disco dal bordo rialzato e graduato, nel quale come in una cassetta si collocavano
varie lamine circolari. La superficie esterna della madre aveva l'orlo graduato.
2) la rete o aranca. Yraforata come una tela di ragno, questa lamina circolare era collocata nella
madre e sopra le altre lamine, e il più possibile intagliata per lasciar leggere le indicazioni della
lamina sottostante.
3) altri dischi o lamine. Ognuno di essi, collocato nella madre, in ciascuna delle due facce dava,
per una determinata latitudine, la proiezione stereografica dei circoli verticali azimuttali, dell’e-
quatore celeste e dell’ellittica. Ovviamente, si cambiava la lamina a seconda della latitudine
presunta.
4) l’alidada o diottra. Era un doppio traguardo girante sul dorso della madre, intorno al centro
comune di questa e di tutte le lamine e che serviva appunto a prendere l'altezza dell’astro voluto.
5) l’asse o polo. Era un chiodo che attraversava il centro di tutte le parti dello strumento, per man-
tenerle insieme.
Per più di dieci secoli l’astrolabio fu il più prezioso strumento dei naviganti, degli astro-
nomi e degli astrologhi del Medioevo. Il principio dell’ astrolabio non è del resto superato: i
piloti degli aerei che devono risolvere istantaneamente certi problemi di posizione astronomica si
servono di strumenti perfezionati ma analoghi.
L’astrolabio qui pubblicato appartiene alla collezione del genovese Giacomo Patrone.
Merone
id
presepi di
mberto
iombino
Umberto Piombino, genovese, è un uomo
candido. Non per aver incontrato il professor
Pangloss, ma candido per natura. La vita,
quella tumultuosa e strombazzante dei giorni
nostri, fatta di neon, di cilindrate, di tele-
visori e, perché no?, di cambiali sembra
non sfiorarlo neppure, gli passa alta, sopra
i capelli.
Umberto Piombino è nato nel 1920: da
quando lo conosco io è sempre uguale, con
quell’aria asciutta, sorridente. Non l’ho mai
visto adirato.
Quella dell’artista, in lui più che in altri,
è una vocazione. Dopo la guerra si mise a
fare altri lavori, tentò anche le vie bancarie,
ma si annoiava. Piantò tutto e si mise a di-
segnare, perché lo divertivi
Poi andò a Parigi, ma la ‘capitale’ artistica
non lo conquistò, non guastò il suo candore,
tanto che un giorno si stancò e se ne tornò
ai “caruggi” della Superba, e al sole della
riviera.
Per il Piccolo Teatro Duse ha disegnato dei
costumi, e qualche scena. Ora lavora a Ge-
nova e ad Albisola, a fare ceramiche.
Ma Piombino è uno che disegna con tutto:
un giorno con la matita, un altro col filo di
ferro, un altro con la carta ritagliata.
Bisogna vedere le sue figurine che escono
fuori, vive e come in movimento, dalla carta
o dal filo di ferro.
Così nella ceramica: figurine semplici, po-
polari, che sembrano venute da tanto, tanto
lontano.
ro: uno dei Re
to Piomb
per il presepe di io dell’Italsi
con un sempli » di lamierino
da profondo stamp:
a destra: Umberto Piombino al lavo-
ro, I person del presepe d’ace
sono stati saldati elettricamente.
Uno dei poetici presepi in ceramica
16
Un legionario romano e, nel-
lo sfondo, i tre Re Magi.
Il San Giuseppe e la Madonna
del presepio d’acciaio. Per
Umberto Piombino ogni ma-
teriale, come lamiera, fil di
ferro, t
per creare figure
felicità espressiva,
a e carta, è buono
di grande
Gli chiedo: « Perché fai
Ora fa 1 sé
santi? >
« Perché
sono simpatici. I santi so
no buoni, non fanno male a nessuno
Ed ecco questi santi di Piombino riconosci-
bili tra mille, così umili, così buoni, e così
antichi, che sembrano nati nella terra.
L’altro giorno ho veduto uno dei suoi
piccoli presepi in una casa del vecchio borgo
di Boccadasse: semplicemente commovente.
Del resto, fu proprio con un presepe in
ceramica che Piombino x
alla Mostra nazionale del presepe a Palazzo
Braschi in Roma, nel 1959.
Se un’industria del nostro tempo, un’in
a dell’acciaio come la nostra, chiama
dustri
Piombino e gli dice: « Mi faccia qualcosa
per il Natale dei nostri dipendenti », lui co-
sa
Va in ofh
glia figurine, stelle, comete, motivi per
ina, sceglie della latta e ne rita
n
gigantesco albero di Natale, come l’anno
SCOrso.
Quest'anno, invece, Piombino è andato allo
stabilimento «Oscar Sinigaglia» e si è fatto con-
segnare alcuni fogli di lamierino da profondo
stampaggio (da 4/10, per intenderci); poi se lo
è ritagliato come fosse carta, con la fiamma, e a
forza di ripiegare e di saldare ne ha ottenuto un
presepe. Con la stalla, il Bambino, il bue e
l’asino, ed i pastori e tutto quanto, con fi-
gurine alte circa 60 centimetri.
Così, grazie al candore di Umberto Piom-
bino, una cosa così antica e semplice, come il
presepe, ha preso vita da un materiale così
moderno e così smaliziato come l’acciaio.
Una realtà
per Trieste
Il 19 novembre scorso sono iniziati i lavori
di rinnovo e di ampliamento dello stabilimento
Italsider di Trieste che trova così, finalmente,
la sua giusta fisionomia e il suo logico ruolo
nel programma di espansione della nostra so-
cietà. Il ministro delle Partecipazioni Statali
senatore Bo, i presidenti dell’IRI professor
Petrilli e della Finsider professor Manuelli, le
autorità triestine e i massimi dirigenti dell’ Ital-
sider hanno assistito all’inizio del riempimento
di un vasto tratto di mare prospiciente gli im-
pianti, opera indispensabile al nuovo assetto di
questo nostro centro siderurgico che viene oggi a
chiudere, anche geograficamente, lungo il litorale
della penisola, l’arco delle grandi unità produttive
dell’ Italsider da Genova a Piombino e Bagnoli
sul Tirreno, a Taranto sullo fonio, a Trieste
sull’ Adriatico.
La nostra società ha voluto sottolineare l’im-
portanza dell’avvenimento con una pubblicazione
dal titolo significativo : « Una realtà per Trieste».
Ne riportiamo qui il saggio introduttivo di Ar-
rigo Ortolani, giornalista e scrittore sensibile ai
problemi dell’ industria e dell’ economia come ai
richiami della cultura. Ci sembra che, tracciando
una sintesi della storia siderurgica di Trieste,
egli abbia trovato il giusto punto di fusione
tra le vicende del nostro stabilimento e quelle
della città di Italo Svevo, in cui la vecchia
«ferriera di Servola» ha sempre rappresentato
una parte così importante.
fotografie di Federico Patellani
Ecco, dall’alto, Trieste. La larga strada che
viene da Monfalcone si affaccia a un tratto sul
quieto golfo azzurro, e tutta la città appare
distesa là in basso, nitida, ordinata, serena,
sotto un cielo appena appannato dal vento di
scirocco. Distesa, e minutamente trapunta co-
me un merletto messo ad asciugare al sole.
Vediamo, che cosa è cambiato? Da tanti anni,
da tanti, non salivo quassù a vedere Trieste.
Che me l’abbiano guastata, con la solita ma-
ledetta scusa del progresso?
No, Dio sia lodato, è la stessa. Un poco
più grande, con qualche quartiere nuovo che
viene arrampicandosi verso le colline, ma quie-
tamente, senza atteggiamenti chiassosi e of-
fensivi. La stessa, col suo profilo dolce e i
suoi rasserenanti toni di pastello e la sua luce
tranquilla e chiara.
« La città con le sue bianche case alla riva
in largo semicerchio abbracciava il mare e
sembrava che tale forma le fosse stata data da
un'onda enorme che l’avesse respinta al cen-
18
TAR I ai
Targa fusa nel 1907 con la prima ghisa spillata dal secondo altoforno dello stabilimento di Trieste. La scritta, i
LI
Ò TAV È ì D P;
PAPPA RI
Lonliiampaizinatei
DI meta
tedesco, reca il mar-
chio della «Krainische Industrie Geselischaft» di Lubiana, la società che aveva fondato lo stabilimento, entrato in esercizio nel 1897.
Alla ercazione della «ferriera di Servola » partecipò anche | antica impresa triestina dei fratelli Alessandro e Demetrio Eulabio.
tro ». Sì, Svevo. È destino che ogni incontro
ga, in qualche modo, sotto
con Trieste avve
il segno della letteratura.
E adesso posso scendere tranquillamente
verso il mare, sapendo che vado incontro a
una città, non al solito « luna park » in techni-
color che oggigiorno si usa chiamare « cen-
tro moderno ». Una città che ha conservato
il suo stile, il suo spirito, la sua dignità antica.
Nelle case, prima di tutto. Sarà che non ci
sono quattrini da buttar via, sarà che i bom-
bardamenti della guerra qui hanno aperto me-
no vuoti che altrove: ma il fatto è che nel
centro i tronfi baracconi « moderni » si con-
tano sulle dita, e ancora strade e piazze son
dominate dai palazzotti del tempo austriaco,
dal tono « ufficiale » e sussiegoso, un poco
buffi e patetici come i tubini e le « velade »
nere dei vecchi banchieri, ma pieni di dignità;
e dal garbato liberty delle case d’abitazione
della « buona borghesia » (sicché anche il mez-
zo grattacielo di via Carducci e la scalinata
«monumentale » davanti alla stupenda chiesa
medioevale di San Silvestro, si finisce per per-
donarli facilmente).
E poi negli usi, che son quelli di sempre,
il caffè e la passeggiata al corso, la domenica
mattina a piazza Unità; e persino il grande
mercato di piazza del Ponterosso e di via
Bellini, dove puoi trovare ogni cosa, dai car-
dellini in gabbia alle « papusse » friulane (sì,
ancora quella Trieste: « ... Attraversò la piazza
in mezzo al frastuono delle venditrici di frut-
ta e di erbaggi. Si trovava circondato da croc-
chi di domestiche che facevano le loro prov-
viste. Tranquille, avevano l’aspetto franco cui
l’oretta d’indipendenza dava loro diritto... »);
e i caldarrostai ad ogni angolo di via, e le
triglie fritte di piazza Cavana, e il buon odore
di caffè tostato che dalle infinite « torrefazioni »
si spande dovunque per le vie.
Quella "Trieste. Un po’ malinconica, alla sera,
con quelle strade semideserte e poco illuminate
che vanno verso il porto.
« La casa Maller, bruna come tutte le altre
e triste nel colore indeciso della sera a cielo
annuvolato. Nella via grigia, vuota, essa con-
servava l’aspetto signorile essendo di soli due
piani, le finestre più larghe, con qualche ten-
tativo di ornato, del resto privo di grazia ».
Quante case Maller si allineano, per esem-
pio, nella vecchia via Roma, che arriva fino
a piazza della Borsa, ai piedi della città antica?
Quante case a due piani, brune e un po’ tristi,
con quell’ « aspetto signorile » che ormai gli
intonachi macchiati e scrostati mettono alquanto
in dubbio? « Era là dentro, in quell’alveare,
che la gente si affannava per l’oro ».
Ecco il confine fra la città di Svevo e quella
d’oggi. La Trieste moderna ha tutte le grazie
e il sorriso, e la dolce austerità, e la cordiali-
tà pacata e arguta, e l’irrequieta voglia di vi-
vere di quella ottocentesca. Ma non si affanna
più per l’oro. S'ingegna, semmai, per non per-
dere anche gli ultimi spiccioli di quel grande
patrimonio che il destino le ha strappato di
mano: e che oggi è solo un ricordo senza
un ricordo che duole.
Ah, riecco ma per un solo momento,
quasi per un ultimo saluto la città di Sve-
vo, aggraziata e opulenta, « signorile » e pa-
tetica: in quel gran viale orlato di siepi di
bosso e inghirlandato d’acacie che dalla stra-
da di Servola conduce, con qualche curva gra-
ziosa e gentile, alla palazzina dove ha sede la
direzione dello stabilimento Italsider: un viale
da villa patrizia, quale nessuno stabilimento
industriale credo possa vantare, e che riesce a
dare un tocco di grazia ottocentesca persino
al fumoso panorama della fabbrica. Lo sta-
bilimento è sul mare, ai piedi della verde col-
lina di Servola, e costituisce l’ultima propag-
gine del cosiddetto porto industriale, cioè del
nuovo porto triestino, il vecchio essendo ormai
dolcezza
servato quasi esclusivamente al pomposo at-
tracco dei transatlantici del Lloyd. Non sarà
bellissimo a vedersi (se non nell’ora del tra-
monto, quando la patina rugginosa dell’alto-
forno, dei capannoni, delle ciminiere s’ac-
cende d’una strana e affascinante luce vermi-
glia) perché il vecchio vi si mescola al nuovo
in apparente confusione, e il rinnovamento in
corso non gli ha ancora conferito quel senso
d’ordine rigoroso e di nitore formale che ren-
de belle, a modo loro, le fabbriche moderne.
Ma i triestini lo amano egualmente, per quel
ch'è stato in passato e per quel che sarà nel
futuro; amano il suo spigoloso profilo nero e
il suo perenne pennacchio di fumo riconoscen-
dovi una forza, una certezza, un punto fermo
nel debole tessuto dell'economia cittadina.
La sua storia è travagliatissima, come quel-
la di quasi tutte le imprese triestine, passate
attraverso tante sconvolgenti bufere. Fu fon-
dato nel 1896 dalla Krainische Industrie Ge-
sellschaft, una grossa azienda siderurgica che
aveva sede a Lubiana e possedeva numerosi
stabilimenti sparsi un po’ in tutto il territorio
dell’impero. Piazzare a Trieste una fabbrica di
grande mole, per quei tempi, e di notevole
importanza, era stato tutt'altro che facile; evi-
dentemente il boccone faceva gola ad altri
centri industriali austriaci, che avevano a lungo
lottato prima di lasciarselo sfuggire.
Gli altarini dell’imperial-regia siderurgia fu-
rono candidamente scoperti da un giornale
triestino, il « Triester Zeitung », il giorno in
cui vinta la lunga battaglia lo stabili-
mento venne inaugurato: « È stata una strada
spinosa che la Krainische Industrie Gesell-
schaft dovette percorrere prima che le riuscisse
di tradurre in realtà questo importantissimo
progetto. Innumerevoli difficoltà state
sollevate contro questa impresa da parte di
certi circoli industriali dell’interno i cui inte-
ressi particolari erano alimentati da una impe-
tuosa politica campanilistica. La Krainische
Industrie Gesellschaft ha felicemente superato
queste difficoltà e ne ha riportato una vittoria...
Avevamo sempre segnalato l’importanza di
una tale iniziativa non soltanto nell’interesse
di Trieste ma anche per l’industria del ferro,
per gli istituti del traffico e, con ciò, anche
per il benessere economico di un’intera metà
dell'impero. Poiché non solo la città e la po-
polazione stessa potranno averne un beneficio:
il favorire la navigazione a mezzo dell’impor-
tazione di minerali e di materiale carbonifero
avrà per conseguenza il ravvivarsi del traffico
portuale, il che potrà essere di grande giova-
sono
mento anche per gli altri settori; il fabbisogno
di materiali ferrosi grezzi, il quale non è di
gran lunga ancora coperto dalla produzione
indigena, potrà essere d’ora in poi almeno
parzialmente soddisfatto dalla propria indu-
stria... ».
Il giornale aveva perfettamente ragione. Lo
adibito alla produzione di ghi-
sa e di ferroleghe, segnatamente di ferro-man-
stabilimento
ganese — aveva una sua precisa funzione eco-
nomica e doveva nascere lì, in riva al mare,
per preparare i semilavorati da smistare poi
ai vari stabilimenti della Società e risparmiare
l’inutile € trasporto
ferroviario del minerale e del carbone fino al
sito dell’ultima lavorazione. Doveva nascere lì
perché era giusto che nascesse E difatti
prc ISper ; DI
Cominciò con un altoforno da 200 tonnel-
late che fu acceso il 24 novembre del 1897.
L’anno dopo entrò in esercizio la prima bat-
teria di forni a coke, raddoppiata sei anni do-
po. Nel 1906 sorse un secondo altoforno e
insieme una terza batteria di forni capace, con
le due prime, di assicurare l’intero fabbisogno
di carbone allo stabilimento.
Nel 1913, infine, la ferriera (così la si chia-
mava allora) allargò decisamente la propria
così gravosa spesa del
sfera d’azione: furono installati un terzo alto-
ciaieria dotata di due forni Martin
e due treni di laminazione, di cui uno per la
fabbricaz ne di lamiere grosse e l’altro di
billette. Così, sia pure su non nde scala
era arrivati al ciclo integrale.
Era il tempo della maggior fortuna econo-
mica della città. Da ‘Trieste, porto ipe
dell’ Adriatico, passava la maggior parte delle
:rci che andavano a rifornire l'immenso ter-
ritorio dell’ ro, € ditte commerciali e ban-
che e imprese armatoriali fiorivano, dilatando
continuamente il giro dei propri affari. Era il
tempo in cui veramente, nell’alveare della vec
chia città ronzante intorno a piazza della Bor-
sa e ai moli e agli empori dell’antico porto,
la gente «si affar :r l’oro ».
La città cresceva; centinaia di « case Maller »,
austere ma comode e con qualche non troppo
appariscente pretesa d’eleganza, andavano alli-
neandosi lungo le nuove strade, regno incon-
trastato d’u borghesia ricca, spensierata,
amante del quieto e buon vivere, orgogliosa-
mente cosciente della propria potenza.
Era il tempo dell’oro (e delle crudeli dispa
sociali). Ma anc po in cui una ge-
nerazione d’intellettuali, cresciuta nel culto del-
libertà, and
va accanitamente preparando
negli spiriti non potendolo ancora con le
armi il riscatto della propria città: conscia,
ma sdegnosamente incurante, del prezzo altis
simo che il ronzante e felice alveare avrebbe
dovuto pagare per questo.
Millenovecentoquindici. La ; ra bloc
ogni traffico nell'Adriatico e a Trieste non
arriva più un solo ammo di minerale f
roso e di carbone. Lo stabilimento di Servola
lere i battenti e per lungo tempo i
deve chiuc
triestini non vedranno levarsi dalle nere torri
degli altiforni l’antica fumata.
Ma essi se ne accorgono appena, i loro oc
chi sono rivolti altrove: verso il bianco alto-
piano dove due eserciti si affrontano in un’in-
terminabile feroce battaglia; e verso il mare
donde un giorno, ecco, spunterà la sagoma
dimessa d’una piccola nave grigia che verrà
lenta a riva, e ne scenderanno, pieni di smar
rimento e di commozione, pochi giovanotti
vestiti d’un liso abituccio grigio-verde: l’Italia.
Trieste è pazza di gioia. Ma l’Italia non porta
solo la libertà, non solo l’esaltante sensazione
i essere finalmente a casa propria, lroni di
i, tra fratelli; porta anche non perché lo
voglia, ma perché così è fatale che sia dei
grossi problemi che bisogna subito affrontare.
E il primo è questo: Trieste, la città dei traffi-
ci che ha puntato il novanta per cento delle
proprie carte sulle attività terziarie, ha perduto
per sempre il suo immenso « hinterland »;
dunque il commercio non può più bastare alla
sua vita, bisogna trovare altre vie, altri sboc
chi, altre attività.
Nel disorientamento generale, qualcuno si
ricorda che gli altiforni di Servola sono spenti
Il piano di rinnovamento dello stabilimento comporterà
una spesa di 20 miliardi. Entro il 1965 il complesso
siderurgico triestino produrrà 280.000 tonnellate di coke,
380.000 tonnellate di ghisa e 80.000 tonnellate di lin-
gottiere. L'incremento manodopera addetta sarà, en-
tro tale anno, di circa il 20%.
DO
Po
da anni e che ciò rappresenta una perdita sec-
ca di ricchezza. Ma rimetterli in attività è
tutt'altro che facile. La Krainische Industrie
Gesellschaft, per suo conto, è assolutamente
impotente a farlo; dopo la guerra si è venuta
a trovare con tre dei propri stabilimenti
(Jesenice, Javornik e Dobrava) situati nel ter-
ritorio del nuovo stato jugoslavo, uno (Fei-
stritz) situato in Austria, e uno (Servola) in
Italia; la sua situazione riproduce in piccolo il
dramma dell’antico impero, crollato e smem-
brato.
Occorre dunque che qualcuno rilevi lo sta-
bilimento triestino e lo gestisca separatamente
dagli altri: e a tal fine viene costituita a Trieste
la Società Altiforni e Acciaierie della Venezia
Giulia. Ma non basta ancora: devono interve-
nire i governi italiano e jugoslavo per con-
cordare le modalità della spartizione del vec-
chio organismo aziendale, e le trattative, al so-
lito, vanno alle lunghe; sicché è solo nel 1924
che lo stabilimento può riaprire le porte e nel
cielo di Servola torna a levarsi il classico pen-
nacchio di fumo.
L’inizio è modesto. Si rimette in attività uno
degli altiforni e la cokeria, soprattutto allo
scopo di fornire il gas illuminante alla città.
Poi, via via, tutti gli impianti vengono revi-
sionati e un altro altoforno può venir rimesso
in esercizio, mentre si installano trentatré for-
ni a coke del tipo Becker per far fronte al-
l’aumentata richiesta di gas.
Il 1931 vede uno dei tanti movimenti di
assestamento della siderurgia italiana: la So-
cietà Altiforni e Acciaierie della Venezia Giulia
scompare, assorbita dall’ Ilva, e lo stabilimento
di Servola cambia nome una seconda volta.
E vengono anni un po’ meno difficili, gra-
zie all'aumentato ritmo delle costruzioni na-
vali. La richiesta di lamiere grosse rende pos-
sibile la riattivazione dell’acciaieria e del la-
minatoio; e frattanto lo stabilimento viene do-
tato di un nuovo impianto di depurazione del
gas illuminante. Si arriva anche a progettare
la costruzione di una cementeria che dovrebbe
utilizzare la loppa degli altiforni. Ma questo
e altri progetti restano a mezz'aria, l'Europa
precipita un’altra volta in guerra.
Su Servola si abbattono alcuni pesanti bom-
bardamenti e lo stabilimento viene gravemente
danneggiato in più punti. Ma non è questo
il peggio. Trieste va incontro alle ore più
buie della sua storia: occupazione tedesca, oc-
cupazione jugoslava, occupazione anglo-ame-
ricana, quotidiano tambureggiare di minacce,
incerto il pane, incertissimo il futuro, par di
vivere su un vulcano sempre in procinto di
spalancare la sua bocca d'inferno; e l’Italia
appare lontana, l’Italia non può, stavolta, far
giungere al molo Audace la sua piccola nave
grigia, avanguardia di libertà. Bisogna vivere
alla giornata, sperando nello « stellone », se
ancora esiste; e intanto arrabattarsi per vivere.
A Servola il lavoro riprende, parecchie at-
trezzature vengono rimodernate, altre impian-
tate ex novo. Il fumo dell’altoforno diventa
per i triestini una visione rassicurante e amica.
Quando tutto minaccia d’andare in pezzi, ecco
là qualcosa che non si è fermato, che marcia
e produce. Lavoro per più di mille famiglie,
navi per il porto. E speranza per il domani.
Domani: ecco la parola che nessuno riesce
a pronunciare, a Trieste, senza un più o me-
no velato senso d’inquietudine. È vero che il
lungo incubo, ormai, si è dissolto, e nessun
pericoloso diaframma separa più la città dal
resto d’Italia. È vero che certe situazioni par-
ticolarmente gravi e amare son venute man
mano sanandosi o — come ad esempio quella
della manodopera disoccupata — hanno per-
duto almeno in parte la primitiva drammaticità.
È vero anche che la vita triestina ha tutte le
apparenze della perfetta normalità, e non man-
cano neppure certi sintomi tipici di un certo
benessere: come dire che la civiltà del televi-
sore, del frigorifero e della seicento è pene-
trata qui non meno che altrove (di più anzi,
dice qualcuno, ma non è vero; sono i soliti
scherzi della statistica).
E tuttavia questa parola: domani, qui sem-
bra avere un suono e un senso molto diverso
che a Milano, poniamo, o a Torino. È una
parola che pesa e quasi trattiene il discorso.
Trieste sembra non aver fiducia nel suo do-
mani. Trieste è una convalescente che, supe-
rata la crisi acuta del male, stenta a ritrovare
l’antico vigore fisico e spirituale.
Sembra riflettere sulla propria sorte con sor-
ridente e rassegnata amarezza e rimpiangere,
non certo il suo passato in blocco, ma taluni
suoi aspetti incontestabilmente felici.
Per esempio: gli operatori economici più
attivi e intelligenti conoscono benissimo i mali
della loro città e vedono con grande chiarezza
le possibili vie di guarigione; ma v'è chi so-
stiene che essi dovrebbero formulare insieme
un programma di ricostruzione economica
concreto e ragionevole che si armonizzi con
i piani del governo.
Per esempio: i capitali — che non hanno
forse più la consistenza di un tempo, ma che
certo non mancano — o restano inattivi, o
emigrano a Milano; ma è raro, troppo raro,
che vengano impiegati in muove intraprese
industriali.
Per esempio: il traffico portuale è in declino
per tante ragioni fin troppo ovvie: non ultima
la concorrenza accanita dei porti jugoslavi
vecchi e nuovi (Fiume e Capodistria in prima
linea). Eppure, come ipnotizzato dalle memo-
rie di un tempo che non tornerà più perché
non può più tornare, c'è chi si ostina a ve-
dere la soluzione d’ogni problema nella con-
cessione di fondi e provvidenze per il porto.
Crisi di stanchezza, dunque. E, per sfuggire
lo sconforto, Trieste si affida alle poche realtà
che, nel quadro della sua attuale economia,
rappresentano un punto fermo, una consolan-
te certezza.
Una di queste realtà è lo stabilimento side-
rurgico dell’Italsider, che oggi nella vita trie-
stina ha un posto di primo piano; tant'è vero
che il traffico mercantile ch’esso da solo ali-
menta con la propria attività (rifornimento di
materie prime, spedizione di prodotti) rap-
presenta addirittura il trenta per cento dell’in-
tero traffico portuale.
Lo stabilimento è alla vigilia di un radicale
2I
rinnovamento strutturale. La sua sorte è stata
a lungo in discussione, a lungo e minuziosa-
mente ponderata. Era infatti difficile dare a
questa unità una struttura che fosse non sol-
tanto economicamente valida di per sé e nel
quadro dell’economia triestina ma che si ar-
monizzasse anche con i piani di sviluppo gene-
rale predisposti dalla Finsider. Era d’altronde
chiaro che non si poteva chiedere a Trieste
un altro sacrificio, Si sarebbe inferto un colpo
grave, per non dir mortale, alla vita della città,
alla vita dei milleduecento lavoratori che sono,
tra l’altro, i validissimi eredi di una lunga,
sana e preziosa tradizione siderurgica.
Restare, dunque, allo status quo? Lo si è
fatto per alcuni anni, investendo capitali di
notevole consistenza nella costruzione di nuo-
vi impianti e nella sistematica revisione dei
vecchi. Senonché la struttura stessa dello sta-
bilimento e le caratteristiche della sua produ-
zione sono in netta antitesi con le esigenze
della nuova siderurgia, che deve obbedire a
rigidissime regole di economicità.
S'imponeva dunque una riforma, basata su
due fondamentali concetti. Produzione non più
marginale, ma razionalmente e durevolmente
inserita nel grande quadro produttivo Finsi-
der con dimensioni giustamente proporzio-
nate all’area economica triestina.
Da queste premesse è scaturito il piano che
sta per essere attuato e che prevede la specia-
lizzazione dello stabilimento nella produzione
di ghisa (con particolare riguardo alla fabbri-
cazione di lingottiere, per cui verrà impie-
gato uno speciale, nuovissimo impianto di co-
lata diretta dall’altoforno che Trieste sarà la
prima a possedere nel nostro paese). Ciò com-
porterà l’installazione di un secondo altoforno,
di nuovi impianti d’agglomerazione e di pre-
parazione del minerale, di una nuova centrale
termoelettrica e di numerosi servizi ausiliari,
oltre che l'ampliamento della cokeria. L'area
dello stabilimento sarà allargata con un riem-
pimento a mare. Una nuova banchina di sca-
rico, dotata di potenti mezzi di sollevamento,
consentirà finalmente l’attracco di grandi navi.
La produzione di ghisa sarà raddoppiata e i
nuovi impianti potranno fornire alla città gas
ed energia elettrica in quantità assai rilevanti.
Questo fervore di rinnovamento avrà una
favorevole influenza sull’occupazione: l’am-
pliamento creerà infatti la possibilità di au-
mentare, entro il 1965, la manodopera addetta
al complesso siderurgico. Ed è, questa, una
prospettiva che, da sola, potrebbe bastare a
dare un senso preciso a quanto l’Italsider sta
realizzando a Trieste.
Così, con una modernizzazione radicale che
la metterà in linea con le più efficienti unità
produttive della nuova siderurgia nazionale, la
vecchia « ferriera » di Trieste vivrà, dopo tan-
te e così diverse traversie, una seconda gio-
vinezza.
Per questo, il potenziamento degli impianti
triestini dell’Italsider assume il significato di
un auspicio: che la città ritrovi il fervore, l’ot-
timismo, la forza giovane e viva che la condus-
sero, nel corso di tutta la sua drammatica
storia, a vincere ogni battaglia e ogni dolore.
Il ferro interessa anche gli scenografi. Di questo inte-
resse diamo qui due significative, seppur diversissime
testimonianze. La foto a sinist ostra una ra del-
ata al Burgtheater
ienna nella
Gustav Rudolf Sel
Fritz Wotruba
lamiere d'acciaio.
si vede nella suggestiva f ia di Josef Dap
centua il so di tra à che sovr
destino della figlia di i foto è tratta dal vo-
lume documentari i »» Residenzverlag, Sali-
sburgo).
su
(pi ; ’
ot
A
Arte
e polemica
Quando visitiamo i musei e le chiese, quando
ammiriamo i capolavori dei grandi artisti del
passato, sui quali ci sembra che non si debba
più discutere, pochi di noi si chiedono: ma i
contemporanei di questi maestri, li videro come
li vediamo noi? Ebbero sempre per essi la nostra
stessa ammirazione? A queste domande risponde
qui il critico d’arte Marco Valsecchi.
La consuetudine di considerare tutti gli ar-
tisti del passato come dei maestri e spesso come
dei giganti dell’arte, e le loro opere quasi sem-
pre alla misura del capolavoro, ci ha fatto di-
menticare che invece hanno anch'essi subito
commenti poco favorevoli o addirittura avversi
da parte dei loro contemporanei e in più di
un caso le loro opere non giunsero a compi-
mento o furono scavalcate dal gradimento da-
to ad altre opere, non dico più facili, ma me-
no problematiche e già più abituali al gusto
corrente del pubblico di allora. Insomma la
questione è sempre uguale: e cioè che l’arti-
sta, tanto più grande sia, tanto più facilmente
è esposto all’incomprensione, per cui deve tro-
var fatica a imporre la sua personalità. Per
bella che sia un’opera, deve sempre passare
sotto giudizio del pubblico; e se oltre alla sua
bellezza contiene idee e fermenti di novità
espressive che scavalcano le abitudini visive
dei riguardanti, l’urto o quanto meno l’incom-
prensione si determina.
Non è successo solo a Picasso o a Cézanne,
per dire di alcuni casi clamorosi odierni; è suc-
cesso anche ai grossi artisti del passato. Basta
sfogliare le pagin® della storia, e i casi emer-
gono numerosi. A cominciare da Leonardo
da Vinci quasi sempre ramingo di corte in
corte, apprezzato in sulle prime meglio come
ingegnere, idraulico, tecnico d’armi, che non
come pittore.
Anche Brunelleschi, pur già avanti negli
anni e circondato di stima da parte dei suoi
contemporanei, deve durar fatica a convincere
in alto: queste due formelle hanno una storia. Quella
a destra è del Ghiberti, quella a sinistra del Brunelle-
schi. Raffigurano entrambe il « Sacrificio di Abramo »
e vennero presentate al concorso (tenuto a Firenze nel
1402) per le due nuove porte d’oro del Battistero che si
volevano aggiungere a quella creata da Andrea Pisano
più di mezzo secolo prima. Oggi il Brunelleschi, che
intendeva con quella sua opera rompere la tradizione
gotica, è giudicato artista assai superiore al Ghiberti,
ma fu quest'ultimo a vincere il concorso: la sua for-
mella piacque di più perché si discostava meno dal
gusto del tempo.
nella pagina a fianco: «La musa metafisica», dipi
da Carlo Carrà nel 1917. Con De Chirico, Carrà fu |
ziatore della pittura metafisica di cui il quadro qui ripro-
dotto è uno dei più significativi esempi. Esposto a Roma
nel 1918, raccolse molti dileggi. Piacque invece moltis»
simo a un pittore tradizionalista come Armando Spa-
dini che lo volle acquistare: «Ho mille lire... fa conto
che te lo paghi un milione» scrisse a Carrà. Il quadro,
morto Spadini, scomparve e fu ritrovato solo pochi
anni fa in un solaio (collezione Jesi, Milano).
i fiorentini di costruire la cupola di Santa Maria
del Fiore nel modo da lui indicato. Le discus-
sioni e le polemiche dureranno molti anni e
infine il grande architetto non avrà nemmeno
la soddisfazione di vedere l’opera compiuta
per intero, perché la morte lo rapì anzitempo.
E ancora il Brunelleschi pati i segni dell'in
comprensione dei suoi concittadini, al con-
corso per le porte d’oro del Battistero. Si era
nel 1402 e la Signoria di Firenze, in unione
con l’Arte dei Mercanti, decise di aggiungere
26
« La Trasfigurazione », che Raffaello, morendo nel 1520,
lasciò incompiuta e che fu terminata dall’allievo Giulio
Romano. Il quadro era stato commissionato all’ Urbinate
quattro anni prima dal cardinale De Medici per la cat-
tedrale di Narbona. Impegnatissimo, Raffaello tardava
a consegnare l’opera, per cui il committente incaricò
mente un altro pittore, Sebastiano Del Piombo,
re lo stesso quadro, probabilmente pensando
di acquistare quello dei due che fosse stato pronto
prima, La cosa, risaputa da Raffaello, lo amareggiò
moltissimo.
«Barche presso la chiusa di Bougival» dipinto nel 1873
dall’inglese Alfred Sisley, uno dei pittori che partecipa»
rono, nell’aprile del 1874, a Parigi, alla memorabile
prima mostra degli Impressionisti, organizzata nei locali
prestati dal fotografo Nadar, sul Boulevard des Capu-
cines, Il pubblico vi andò soprattutto per ridere delle
opere esposte, I giudizi dei critici furono severissimi.
Sisley, per vivere, pagava con quadri come questo (che
allora pochissimi volevano e che o
favolose) il conto del fornaio, Il dipinto riprodotto è a
Louvre, nella collezione Moreau-Nélaton.
valgono somme
le due porte a quell’unica compiuta più di
mezzo secolo prima da Andrea Pisano; e ban-
di il relativo concorso; sette furono gli artisti
concorrenti, tre fiorentini € quattro toscani,
tra cui il Ghiberti, Jacopo della Quercia,
Francesco di Valdambrino, il Vasari dice an-
che Donatello (ma allora aveva appena sc-
dici anni) e il Brunelleschi. Il soggetto della
formella da presentare ai giudici era il Sacri
ficio di Abramo e un anno di tempo venne dato
ai concorrenti per la presentazione del lavoro.
Ora, come posteri, siamo tutti convinti che
il meglio di tutti quegli scultori è il Brunelle-
schi; e la formella presentata al concorso, ora
esposta al Museo del Bargello, mostra come
Brunelleschi fosse molto innanzi a tutti con le
idee e le intuizioni artistiche. La scelta invece
cadde sopra il Ghiberti, non dico sopra il
peggior scultore, perché erano tutti bravi, ma
sopra chi meno degli altri si era discostato dal
modello ancora gotico della porta già esistente.
Brunelleschi rompeva quella tradizione, im-
poneva una nuova interpretazione; e fu bat-
tuto. Non importa se poi, più di venti anni
dopo, lo stesso Ghiberti, per la terza porta
che Michelangelo defini del Paradiso, avrebbe
raccolto il suggerimento e le idee del Brunel-
leschi: il rifiuto rimaneva, e non credo che l’ar-
tista sia rimasto con la bocca sorridente.
Anche Michelangelo ebbe le sue disavven-
ture; non riuscì infatti a portare a compimento
la grande tomba di Giulio II. Le cause sono
state molte: la lunghezza del lavoro, il ritardo
a consegnare i vari pezzi scolpiti, le difficoltà
finanziarie del papato; ma anche l’ostilità ma-
nifestatasi da diverse parti per un’opera del
genere; e difatti non venne mai compiuta, con
nostro danno, naturalmente, perché sarebbe
stata senz'altro l’opera maggiore di Michelan-
gelo, non solo, ma di tutto il suo tempo. E
l'impossibilità per il Borromini di lavorare in
Vaticano? D'accordo, in Vaticano lavorava
già quell’altro genio dell’architettura barocca
che si chiama Bernini, e questi non lasciava
certo che altri venissero a metter mano nelle
fabbriche ordinate dal papa. Ma l’astio, o di-
ciamo solo l’invidia, fu tale che il Bernini si
sfogò più volte in satire e beffe; come quella
che tutti possono ancora vedere in piazza Na-
vona, dove una statua della fontana berniniana
si ritrae con moto di spavento e alza le mani,
a salvarsi, si disse, dall’imminente ruina della
facciata della chiesa dirimpettaia, costruita ap-
punto dal Borromini. Ed è solo uno dei casi
d’urto tra i due; e il Borromini, più fragile di
nervi, già di per sé minato dalla malinconia,
finì per perdere la poca serenità che gli rima-
neva, e a cacciarsi una spada nel fianco, da
morirne dopo pochi giorni di delirio.
Persino Raffaello non ebbe tutti i suoi gior-
ni tranquilli. Certamente non perché gli man-
casse l'ammirazione dei suoi contemporanei;
semmai per la ragione opposta, che tutti ri-
corressero a lui e a un certo momento, negli
ultimi anni di sua vita, il papa lo incaricasse
di stendere la pianta di Roma antica. Un la-
voro al quale il Sanzio si appassionò forte-
mente, da trascurare altri impegni. Qualche
tempo prima, nel 1516, il cardinale Giulio De
Particolare del quadro « Promenade (sou-
venir du jardin à Etten) » (1888) di Vin-
cent Van Gogh, il grande pittore
olandese, 0; riconosciuto come uno
dei massimi innovatori della pittura
europea. È noto che egli non riuscì a
vendere, mentre visse, uno solo dei suoi
quadri. Oggi le colle
tutto il mondo sono disposti a pagare
fortune per avere una sua opera. Van
Gogh morì suicida nel 1890,
e i musei di
2
«La casa dell’impiccato» di Paul Cézanne fu il solo dipinto venduto alla
prima mostra degli Impressionisti del 1874. Lo acquistò un italiano, il conte
Doria, Questo quadro fu uno dei bersagli preferiti da coloro che considera-
vano gli Impressionisti dei pazzi o, peggio, dei truffatori. Il critico del
«Charivari», Louis Leroy, descrisse le reazioni di un pittore accademico
davanti ai quadri esposti alla mostra: il suo cervello classico, scrisse l’arti-
colista, non resse allo spettacolo e il poveretto si mise ad eseguire la danza
di guerra degli indiani gridando: « Hugh! Hugh!”
Albert Wolff, critico d’arte del Figaro, scrisse che la pittura degli Impres-
sionisti gli sembrava quella «di una scimmia impadronitasi di una scatola
di colori». «La casa dell’impiccato» è oggi esposto al Louvre.
nella pagina a fianco a sinistra: «Ragazza seduta »
(collezione A. Fila, Biella) di Auguste Renoir, un altro
dei maestri dell'Impressionismo. Dopo la mostra del
1874, venne organizzata un’asta alla quale dieci quadri
di Renoir non superarono le offerte di cento franchi l'uno.
a destra: «Olympia» di Edouard Manet, dipinto
nel 1863. Il quadro venne esposto al Salon di Parigi
del 1865, dove suscitò aspre riprovazioni. «Chi è
questa odalisca dal ventre giallo, ignobile modella
raccolta non so dove?...» serisse un critico.
Medici lo aveva incaricato di dipingere la pala
della Trasfigurazione per la cattedrale di Nar-
bona; ma poiché l’opera tardava e già si sa-
peva dei larghi aiuti che l’Urbinate chiedeva
ai pennelli di suoi allievi o collaboratori, il
cardinale faceva ripetuti solleciti e finalmente
si decise di scegliere altro pittore, che ese-
guisse la pala all'insaputa di Raffaello. Proba-
bilmente avrebbe acquistato quella che prima
sarebbe venuta pronta. La scelta cadde su Se-
bastiano Del Piombo e finì che Raffaello lo
seppe. Ne fu amareggiato e lo fece sapere in
giro, tanto che una lettera di Leonardo Sellaio
del 19 gennaio 1517 a Michelangelo, che pro-
teggeva Scbastiano, riferisce del disappunto di
Raffaello per quella gara. L’anno dopo è il
Vasari che ci fa sapere che Raffaello aveva
cominciato con impegno il dipinto; e si può
immaginare la sua ansia, preso com'era fra di-
versi e tutti grossi impegni. Purtroppo nel
1520 Raffaello chiuse per sempre gli occhi e
l’opera rimase incompiuta, sicché dovette finir-
la l’allievo suo, Giulio Romano. Ma a Narbona
arrivò l’altra pala, quella nel frattempo ese-
guita da Sebastiano.
Ancora un altro esempio, e stavolta riguar-
da Lorenzo Lotto, pittore veneziano. Non ebbe
vita facile nella sua città, per il dominio pre-
potente di Tiziano e della sua corte di ammi-
ratori, né ebbe temperamento battagliero come
Tintoretto. Sicché, salvo pochissime commis-
sioni per un paio di chiese veneziane, lavorò
quasi sempre a Bergamo e nelle Marche, cioè
in terra di provincia. Ed evidentemente senza
ricavarci gran che, se in vecchiaia si ridusse
a dover mettere alla riffa un gruppo di suoi
dipinti, per ricavarci un gruzzoletto che gli
permettesse di chiudere tranquillo i suoi occhi.
Si trova infatti ad Ancona per eseguire, mal-
grado i suoi settant'anni, la grande pala del-
l’ Assunta per la chiesa di San Francesco. Oltre
che vecchio è malandato in salute. ‘Trenta so-
no i dipinti messi in lotteria, tutti con sog-
getti relativi al Vecchio Testamento; ma il ri-
cavo è irrisorio, segno che nessuno fu tenta-
to di acquistare in blocco quella fortuna in
quadri. E il povero pittore decise allora di
riti arsi nel convento degli oblati di Loreto,
dove rimase fino al 1556, anno in cui morì
carico di solitudine e di malinconie.
Questa storia della riffa disertata del vecchio
pittore veneziano non è molto differente da
quella vissuta da Paul Gauguin, quando decise
di lasciare la Francia per le isole del Pacifico,
a Tahiti. Per pagare i suoi debiti e comperare
il biglietto di viaggio Gauguin mise all’asta
anche lui trenta dipinti il 23 febbraio 1891
all’Hòtel Drouot di Parigi; ma il ricavo com-
plessivo è inferiore a diecimila franchi. Due
anni resterà nelle isole, ammalandosi. Nel giu-
gno del ’93 è di nuovo di ritorno a Marsiglia
con appena quattro franchi in tasca e per rag-
giungere Parigi gli amici gli mandano duecen-
tocinquanta franchi. Nel novembre di quel-
l’anno, sollecitata da Degas, la galleria Du-
rand-Ruel espone una mostra di Gauguin, con
trentotto tele di ‘Tahiti, due sculture e altri
sei dipinti bretoni, Ne vende undici e il ri-
cavo è appena bastante per coprire le spese.
Oggi, uno solo di quei dipinti, vale centi-
naia di milioni di franchi.
E come dimenticare che la grande prima
mostra dei pittori Impressionisti a Parigi, nel
1874, presso il salone del fotografo Nadar dato
in prestito, dove apparivano i maggiori arti-
sti di quel movimento, che fu il maggiore del
secolo, venne accolta dagli schiamazzi del pub-
blico e della critica? Esponevano Degas, Mo-
net, Cézanne, Renoir, Pissarro, Sisley, Morisot;
ma il pubblico fu ostile. Un solo dipinto ven-
ne venduto in quella mostra, La casa dell’im-
piccato di Cézanne, che ora si trova al Louvre,
e l’acquirente fu un italiano che frequentava i
salotti eleganti di Parigi, il conte Doria. Se
sfogliamo la cronaca dei pittori impressioni-
sti francesi, è una storia tutta di fatiche e di
miseria. L'inglese Sisley riusciva a pagare il
conto del fornaio, solo perché questi gli ac-
cettava, in cambio del pane, i dipinti man
mano eseguiti. L'olandese Vincent Van Gogh
doveva rivoluzionare tra il 1885 e il ”90, anno
del suo suicidio, la pittura europea; ma non
riuscì mai a vendere, lui in vita, uno solo dei
suoi quadri. Ora si trovano tutti nei musei o
nelle grandi collezioni e basta un solo dipinto
di Van Gogh per costituire una fortuna.
29
Si potrebbe continuare per un pezzo, con
Fattori che a breve tempo dalla morte, avve-
nuta nel 1908, ancora si rammarica di non
essere riuscito a pagare, con tutta la pittura
fatta, un debito di settemila lire; oppure con
Modigliani, che negli ultimi anni di sua vita
vendeva al poeta polacco Zborowsky i dipinti
per poche decine di franchi. Anche Carrà ha
raccontato un episodio da cui si intravvede il
grado di indifferenza del pubblico romano ver-
so il 1918 per i suoi dipinti « metafisici ».
Narra infatti nel suo libro di memorie che
nella primavera del 1918 portò questi suoi di-
pinti a Roma, in esposizione presso una gal-
leria «L’Epoca», che da molti anni non c’è
più. Raccolse molti dileggi, pochissimi con-
sensi; e tra questi ve ne fu uno singolare, del
pittore Armando Spadini, che tutti avrebbero
potuto immaginare avversario di quella nuova
pittura. Ecco infatti la lettera che gli spedi in
occasione di quella mostra: « Caro Carrà, seb-
bene trovi ancora giustificato il motivo che
mi spinge a dipingere, detesto i miei risultati.
L'indifferenza che ho avuto per la pittura con-
temporanea è scossa per la prima volta dalle
tue opere. Amo queste tue pitture. Ho mille
lire da darti per un tuo quadro (di preferenza
L’ovale delle apparizioni, La musa metafisica
o quello della lavagna). Fa conto che te lo
paghi un milione e pensa che lo terrò come
cosa santa ». L’opera scelta da Spadini fu in-
fatti La wusa metafisica. A un certo mo-
mento, morto Spadini, se ne perse le tracce.
Venne ritrovato pochi anni fa in un solaio e
ora si trova nella collezione Jesi di Milano.
Naturalmente, con questi pochi casi, varia-
mente avventurosi, non voglio dire che tutti
gli artisti o le opere che incontrano difficoltà
o incomprensione presso il pubblico contem-
poraneo, siano maestri e capolavori. Ma solo
che la vita degli artisti, chiunque sia, non è
mai facile; e proprio perché l’artista intrav-
vede situazioni e verità con ‘anticipo sugli
altri, come fosse un veggente, è facilmente
scambiato per un visionario. Ma
da dire che il vero cammino dell’arte è aper-
to soltanto dai visionari, oggi ieri,
forse è
come
come sempre.
30
L'Italsider
aumenta
il capitale
a 200 miliardi
Il 12 dicembre 1961 si è tenuta a Genova,
sotto la presidenza del cav. del lav. dr. Anto-
nio Ernesto Rossi, l'assemblea straordinaria e
ordinaria dell’Italsider per deliberare la pro-
posta di aumento a pagamento del capitale
sociale da 142,6 miliardi a 200 miliardi di lire.
Tale proposta, come è stato spiegato nella
relazione del Consiglio, è connessa al vasto
programma di investimenti per il potenziamento
e ammodernamento degli impianti produttivi
della società nel quadro delle favorevoli pro-
spettive di sviluppo della siderurgia negli anni
futuri.
L'assemblea, in sede straordinaria, ha ap-
provato all’unanimità l’ordine del giorno propo-
sto dal Consiglio relativo all'aumento del capi-
tale sociale che avverrà mediante l'emissione
di 57.400.000 nuove azioni del valore nomi-
nale di lire 1.000 ciascuna.
In occasione di questo aumento di capitale,
anche al personale dell’Italsider viene offerta,
come già era avvenuto nel 1959 alla Cornigliano,
la possibilità di acquistare, dal 16 gennaio al
28 febbraio 1962, un pacchetto da 25 0 50 0 75
azioni al prezzo di favore di 1300 lire ciascuna,
con pagamento rateale in tre anni.
Lo scopo dell’operazione è quello di garantire
al personale, attraverso la proprietà di azioni,
un'efficace forma di risparmio e la partecipa-
sione ai risultati economici dell'attività pro-
duttiva della propria azienda.
Pubblichiamo qui di seguito la parte generale
della relazione presentata dal Consiglio di
amministrazione dell’ Italsider all’ assemblea
straordinaria degli azionisti.
Signori azionisti,
a pochi mesi dalla nascita dell’ Italsider, vi
abbiamo oggi convocati per la prima assem-
blea della nuova società.
Prima di tutto ci sia dunque consentito di
portare il nostro saluto ai vecchi azionisti
dell’ Ilva e della Cornigliano; gli uni e gli
altri ci hanno sempre sostenuto con il loro
consenso ed è proprio la loro fiducia che lega
un passato fecondo ad un promettente av-
venire.
Nelle assemblee del 22 marzo e 27 aprile
dell’ Ilva e della Cornigliano, furono illu-
strati i programmi di espansione delle due
società ora riunite nell’ Italsider.
La proposta di aumentare il capitale sociale
da lire 142,6 miliardi a lire 200 miliardi, sulla
quale oggi siete chiamati a deliberare, ne è
la logica conseguenza: che ciò avvenga alla
prima assemblea dell’ Italsider è di parti-
colare significato, poiché prova la grande
vitalità della vostra azienda. Inserita ormai
a giusto titolo nel gruppo dei maggiori produt-
tori mondiali di acciaio, essa è oggi impegnata
in un vasto programma di potenziamento
produttivo che costituisce la miglior conferma
delle sue ampie prospettive di sviluppo.
Le prospettive della siderurgia italiana
Anche quest'anno, infatti, in Italia il tasso
di espansione della produzione siderurgica ri-
sulterà il più elevato della C.E.C.A. La pro-
duzione di acciaio, passata da 3,5 milioni di
tonnellate nel 1953 a 8,2 nel 1960, supererà
i 9 milioni di tonnellate.
All’aumento della produzione siderurgica
ha fatto riscontro, ed in misura ragguardevo-
le, quello ancora più elevato del consumo
interno. Esso raggiungerà i 10,8 milioni di
tonnellate, meta che ancora poco tempo fa
si prevedeva conseguibile soltanto fra qualche
anno.
Sta di fatto, peraltro, che il consumo di ac-
ciaio per abitante, uno degli indici più signi-
ficativi del grado di industrializzazione di
un paese, solo nel 1961 supererà in Italia i
200 chilogrammi e cioè la media C.E.C.A.
del 1953. La media comunitaria frattanto ha
raggiunto i 350 chilogrammi.
Vi è ancora, quindi, un notevole squilibrio
fra i consumi di acciaio pro capite all’interno
dell’area integrata.
I più recenti ed accurati studi compiuti
dagli uffici della vostra azienda in collabora-
zione con la capogruppo Finsider, e convali-
dati da quelli svolti anche in sede internazio
nale, prevedono che nel 1965 la produzione
italiana di acciaio debba raggiungere i 14
milioni di tonnellate.
E difatti, le possibilità offerte dall'economia
italiana allo sviluppo della produzione side-
rurgica sono ancora molto ampie, più ampie
nella realtà che nelle stesse previsioni. La
nostra industria dell’acciaio deve quindi porsi
in grado, con le proprie attrezzature tecnico-
produttive ed organizzative, di assolvere ai
compiti sempre più impegnativi che l’atten-
dono.
Le prospettive, specie a lungo termine, si
presentano dunque favorevoli, sia in ordine
al naturale aumento del tenore di vita delle
zone già industrializzate, sia — ed è questo
elemento di capitale importanza — per la
dinamica economica delle aree sottosviluppate.
Le prospettive dell’ Italsider
Signori azionisti,
questi sono i motivi per cui appare oppor-
tuno non solo mantenere, ma anzi accelerare,
l’attuale ritmo di coordinato accrescimento
delle attività produttive della vostra azienda,
secondo le premesse a voi già note.
Si tratta di raggiungere entro il 1965 una
capacità annua di circa 7,3 milioni di tonnel-
late di ghisa e di circa 7,8 milioni di tonnellate
di acciaio, con conseguente adeguamento de-
gli impianti nel settore della laminazione.
Per conseguire questi risultati si farà logica-
mente perno sui grandi centri a ciclo inte-
grale e cioè su quella siderurgia marittima che
è non solo alla base delle fortune dell’ Ital-
sider ma anche delle nostre affermazioni eco-
nomiche.
Presupposto del nostro programma è, sì,
l’espansione della produzione, ma anche, co-
me è naturale, l’adozione di tutte le più mo-
derne tecnologie intese a migliorare la produ-
zione stessa qualitativamente ed economica-
mente.
Basterà, per questo, citare l’installazione nei
principali centri di acciaierie L.D. e l’esten-
sione di nuovi laminatoi continui, automatiz-
zati e specializzati, al settore dei profilati.
Entro il 1965 Cornigliano potrà produrre
I milione 550 mila tonnellate di ghisa, Piom-
bino 2 milioni, Bagnoli 1 milione soo mila e
Taranto 1 milione 800 mila.
Per quanto riguarda l’acciaio, Bagnoli sarà
in grado di produrre 1 milione 650 mila ton-
nellate, Cornigliano, Piombino e Taranto
2 milioni di tonnellate ciascuno.
L’ Italsider completerà poi la propria strut-
tura ampliando e rendendo più razionali le
attrezzature degli stabilimenti minori, ai quali
verranno forniti tutti i mezzi tecnico-produt-
tivi necessari per raggiungere l’efficienza mi-
gliore e una più spinta capacità concorrenziale
sia sul mercato nazionale che su quelli esteri.
I piani predisposti permetteranno non solo
di conseguire grandi vantaggi di ordine strut-
turale ed economico, ma anche di operare
concretamente nella sfera sociale, con un con-
tributo all'occupazione che nel 1965 si tra-
durrà in un aumento di oltre 9 mila unità
rispetto all’attuale forza del personale.
Ma è da dire che il nostro programma fa
parte, come sempre, del più vasto piano predi-
sposto dalla Finsider e dall’ I.R.I. per por-
tare la potenzialità produttiva di acciaio del
Gruppo a 9,4 milioni di tonnellate entro il
1965: ad un livello, cioè, sensibilmente su-
periore all’attuale produzione nazionale.
L'esercizio
Signori azionisti,
già nell’anno in corso questo nostro pro-
gramma ha avuto concrete attuazioni. Basterà
citare due avvenimenti che hanno avuto
vasta risonanza anche sul piano nazionale: l’en-
trata in esercizio, il 15 ottobre scorso, del
tubificio di Taranto, prima unità del nuovo
grande centro in costruzione, e l’inizio dei
lavori di ampliamento dello stabilimento di
Trieste il 19 novembre. Né va taciuta la cospi-
cua attività nel settore dei trasporti marittimi
— fattore fondamentale, ormai, della nostra
politica aziendale — che si è concretata nel
varo di due grandi unità: la motonave ‘“Cen-
tauro” da 35.000 tonnellate di portata lorda,
la maggiore della flotta Italsider, e la moto-
nave “Fenice” da 22.400 tonnellate. La flotta
sociale ha raggiunto così una consistenza di
ro unità oceaniche, per una portata lorda
complessiva di oltre 218.000 tonnellate.
I risultati raggiunti nell’anno che volge al
termine sono stati per la vostra azienda con-
fortanti. Le produzioni di ghisa e di acciaio
raggiungeranno rispettivamente 2,6 milioni
e 3,5 milioni di tonnellate. Si tratta di un au
mento di oltre il 15%, dovuto allo sviluppo
di tutta la gamma delle produzioni in relazione
all'entrata in esercizio di nuovi impianti ed
all’accresciuta richiesta del mercato interno.
L'ampio ventaglio dei nostri prodotti ha
poi permesso di avvertire in minore misura
talune flessioni di prezzo determinate soprat-
tutto dalla concorrenza degli altri paesi della
C.E.C.A.. Per delle
produzioni e per la costante azione intesa a
perfezionare le tecniche, il fatturato risulterà
superiore a quello del 1960, anno in cui venne
raggiunto, con 241 miliardi di lire, il massimo
risultati economici, dal canto
loro, corrispondono alle favorevoli previsioni
questo, per l’aumento
aziendale. I
fatte all’inizio dell’esercizio.
Signori azionisti,
il nostro piano di sviluppo prevede un im-
pegno di circa 600 miliardi di lire.
Durante l’anno in corso, come vi abbiamo
illustrato, l’attività della azienda è
stata singolarmente ricca di opere e di risultati.
Tutto fa prevedere che gli anni avvenire
non saranno avari di soddisfazioni, specie per
quanto riguarda i tempi e i modi delle realiz-
Zazioni programmate.
Nel 1961 si è già in parte provveduto al fab-
bisogno finanziario, mediante ricorso alle ri-
sorse interne ed ai finanziamenti di terzi con
acquisizione di mutui a lungo termine contratti
a buone condizioni, ma molte spese dovran-
no ancora essere sostenute da oggi al 1965.
In dipendenza di ciò occorre assicurarsi i
mezzi finanziari atti a garantire la regolare
prosecuzione del nostro piano industriale,
non trascurando il necessario adeguamento
delle scorte ai nuovi livelli produttivi.
È stato pertanto predisposto un piano finan-
ziario di provvista dei fondi, avendo cura di
mantenere quell’armonica situazione degli im-
pegni che è sempre stata alla base della nostra
politica di gestione. Oltre che l’utilizzazione
dei possibili autofinanziamenti ed il ricorso
ad altro capitale di prestito, è prevista, infatti,
un'adeguata graduale partecipazione degli azio-
nisti da attuarsi mediante aumenti di capitale.
Ed è appunto in coerenza a tale linea di
azione che oggi vi proponiamo di portare il
capitale azienda dalle
attuali lire 142,6 miliardi a lire 200 miliardi,
mediante l’emissione di 57 milioni e 400 mila
vostra
sociale della
vostra
azioni da offrire in opzione agli azionisti in
ragione di due azioni nuove per ogni cinque
possedute. Una tale ripartizione lascia un re-
mila azioni da collocarsi sul
mercato: ciò deriva dalla intenzione di arro-
tondare la cifra del capitale sociale a 200 mi
liardi e dalla impossibilità tecnica di ripartire
tale quantitativo esattamente fra tutti i soci.
siduo di 360
i giu
i |
i
}
4
Illustriamo questo articolo con due immagini tratte
dal film «Il posto» di Ermanno Olmi. Per esprimere
la realtà degli uffici il regista si è servito anche
di quel particolare gergo burocratico che nasce dietro
le scrivanie, dalle pratiche, dai rapporti di lavoro.
L'italiano
negli uffici
Come si esprimono, come scrivono gli italiani
in ufficio ? Piuttosto male, afferma Leo Pestelli,
ben noto ai lettori della «Stampa» per le sue
argute e precise considerazioni sulla nostra lin-
gua, ora in parte raccolte nel volume « Parlare
italiano», che dovremmo tutti consultare più
spesso. Pestelli in questo articolo punta la sua
caustica penna contro i più vieti luoghi comu-
ni del linguaggio burocratico, contro î neologi-
smi, i barbarismi, gli errori nei quali cadiamo
ogni giorno, mentre scriviamo una lettera «a
riscontro della pregiata Vs. emarginata».
da
ni
La lingua degli uffici, 0 più generalmente la
lingua commerciale, come fu uno dei princi-
pali bersagli dei puristi (insieme con la buro-
cratica, da cui mal si distingue, e la giornali
stica), così è ancora oggi una discreta bandita
di errori per gli zelatori del buon italiano.
La sua colpa, volendo rovesciare una cele-
bre espressione dei padri, è di essere una lin-
gua « fatta e non nata », cioè quasi interamente
composta di freddi termini anziché di calde
parole, e pertanto soggetta a tutte le goffag-
gini e improprietà in cui cade l’uomo quando
parla una lingua di riporto, quando s'esprime
secondo porta la consuetudine della sua classe
e non, semplicemente, come « ditta dentro ».
Lo stesso individuo, che in famiglia o con
gli amici o con la morosa, parla la lingua im-
parata dalla mamma, giunto in ufficio adotta
un gergo che quelli non intenderebbero, o
anche intendendolo, li farebbe ridere. E a chi
dicesse: affar suo, si risponde che i vari usi
linguistici stanno fra loro come vasi comuni-
canti, e che è impossibile che ciò che di vi
zioso è in alcuni di essi non si proj
paghi anche
agli altri, e che la barbarie dei pochi non di-
venti alla lunga la barbarie dei molti. Non si
vede di giorno in giorno voci impiegatizie,
lin-
guaggio comune ed insediarvisi? infettare per-
burocratiche, cancelleresche, risalire al
sino la galanteria (« Ti prevezgo che mio ma-
rito torna stasera
. »)? Nell’immane rimescolio
della vita moderna, il brutto ha moltiplicato il
suo potere d’espansione; talché ci sa di male
aver scritto di sopra che l’impiegato si espri-
me in una lingua incomprensibile ai suoi inti-
mi: la comprendono invece benissimo, e, quel
che è peggio, se ne servono anche loro.
32
L’antica ferocia linguaiola non ammetteva
scuse. Noi sì. Prima di tutto l’oscuro gergo
burocratico è chiarissimo per quelli a cui deve
servire, e conformandosi nei minimi partico-
lari a una convenzione universalmente posta
e accettata, si fa intendere con velocità più
che telegrafica, senza lasciare adito a dubbi
d’interpretazione. Che avverrebbe se una dat-
tilografa che vuole un aumento di stipendio,
scrivesse al superiore (giacché il nostro discorso
versa principalmente intorno alla lingua scritta)
ex abundantia cordis? Delle due l’una. O il su-
periore, spaventato di dover leggere una vera
lettera, la mette da parte (0 nel cestino); op-
pure la legge, e provandoci un vero gusto di
lettore, ci si indugia per modo che rallenta e
fa rallentare il ritmo di lavoro. Generalmente
le dattilografe carine non scrivono affatto, ma
semplicemente espongono per verba o occhiate;
che è la rettorica migliore.
Ma la scusa più valida è che la lingua del
lavoro è soggetta alla pigrizia, alla consuetu-
dine, alla monotonia, ed esclude da sé quella
svegliatezza, quella vigilanza, quel senso d’in-
venzione, che fanno il bello della lingua pro-
priamente detta. La noia, quando non sia sen-
tita da un Leopardi, difficilmente inventa; è
ben contenta di ricevere e trasmettere parole
e frasi fatte. E non si venga a dire che gli
antichi mercanti si esprimevano tanto bene,
con così individuale energia, da averci lasciato,
in loro wacebette ed epistolari, aurei testi di
lingua. Essi erano come gli esploratori di un
mondo nuovo: non bollavano cartoline, non
ripetevano ogni giorno gli stessi atti, non s’im-
bambolavano sul ventisette; tra i negozi, la loro
natura di uomini, non soltanto si conservava,
ma rinfieriva.
Detto questo, ci sarebbe pure un rimedio
per migliorare la lingua d’ufficio, specialmente
nella corrispondenza; un rimedio semplicissi-
mo e tutto negativo. Consiste nel rifiutarsi di
credere che ci abbia a essere una lingua, uno
stile ad hoc, e nel ricondurre l’epistolografia
commerciale e burocratica nei termini di quel-
lo che gli antichi retori chiamavano « stile fa-
migliare ».
È appena il caso di avvertire che in Ret-
torica il concetto di « famiglia » è piuttosto
sostenuto, di fondo latino e ciceroniano, e che
lo stile ch’essa le prescrive esclude sciatterie
indecenze brutture care ai veristi, ma vuol
Il protagonista del
film «Il posto» è
un giovane che si
presenta timida-
mente agli uscieri
per essere assunto,
col suo italiano
pieno di inflessioni
lombarde. Per ot-
tenere un effetto
più realistico, Olmi
ha registrato diret-
tamente i dialoghi
d’ ufficio.
semplicemente dire un modo di esprimersi pia-
no, diretto, succinto, fondato sul salutare prin-
cipio di « chiamare la gatta, gatta ».
Ora prendiamo alcuni dei più usati attacchi
di lettera commerciale. A seguito della pregiata
vostra ecc. Questo non è stile famigliare e nem-
meno aulico; direbbe un grammatico (per via
di quell’ segzizo) che è soltanto una sgramma-
ticatura. Ad ogni modo, chi volesse dar luogo
alla matura, troverebbe subito la forma cor-
retta: Dopo la vostra lettera, Ricevuta la vo-
stra lettera ecc. Tolto il caso del balbuziente
o di colui che abbia speciali intercalari, ogni
impiegato trova in sé, nel suo linguaggio vi-
vo, quanto occorre per scrivere una buona
lettera d’ufficio senza che debba sollevarsi ai
manuali di bello scrivere o inabissarsi nei
gerghi.
Gli uffici sono generalmente luoghi chiusi e
ben riparati, eppure i riscontri vi si fanno sen-
tire come e più che in una gola alpina. A
riscontro della pregiata Vs., ci premuriamo infor-
marvi che a datare dal... 11 modo Riscontrare una
lettera trovò il Tommaseo in un buon mo-
mento. « Gli è quasi un andar incontro alla
risposta che altri chiede, dall'immagine figu-
rata della via che le lettere fanno. » Non così
il Rigutini: « Prima di tutto la maniera cor-
retta è Dar riscontro ad uno di una lettera ©
roba spedita e vale: dargli notizia, avviso, per
iscritto, che la lettera o roba ci è pervenuta;
quindi, ma non bene, si fece anche Dar riscontro
a una lettera, sempre nello stesso senso ma non
mai in quello di Rispondere; perché si può
benissimo Dar riscontro di una lettera, e ri-
serbarsi di rispondere in appresso ed anche
mai al suo contenuto; finalmente, e con mag-
giore improprietà, si fece Riscontrare una let-
fera ». E più fieramente il Fanfani: « No, e poi
no. Riscontrare non vuol dire Rispondere.
Riscontra una cosa con nW'altra quando entrambe
sono fra loro conformi, o simili (il far pex-
dant dei francesi); ma la risposta, sì material-
mente, sì nel suo contenuto, può non essere
conforme alla lettera cui si risponde, dunque
riscontro non ci è ». (Come è vero! Tante ri-
sposte sono del tipo: Dove vai? Le son cipolle).
E in quanto a Prewurarsi è una di quelle ele-
ganze burocratiche, come e più di Urgenziare,
Assiemare, Periziare, e simili, in cui un desti-
natario intelligente avverte un principio di
sfottitura; dunque « controproducenti ».
Finalmente Dazare si dice per Segnare di
data una lettera o un atto, ma non nel senso
di Cominciare come nell’espressione: @ datare
da... (anno mese giorno). In questi e altri infi-
niti esempi che si potrebbero recare, c'è una
gonfiezza che vela la veduta della semplice
« gatta »,
E si badi che questa è lingua di interessi e
perciò di passioni; e che molte di queste let-
tere possono fermare il cuore di chi le riceve.
Eppure nel dettato non hanno quasi nulla di
umano. Si risponde che così scrivendo impie-
gati e commercianti s'intendono fra loro, e
tanto basta. Ma perché di una lingua per tutti
fare un gergo per pochi? E i terzi? e i posteri?
non ci dovranno capir niente? Gli antichi ri-
manevano in lingua anche quando trattavano
i più arruffati interessi; e perciò molti di essi
vanno oggi nelle antologie. Non altro che la
semplicità del dire li ha fatti arrivare fino a
noi. Ecco, per esempio, come Michelangelo
«toccava il tempo» a un marmista. «Io mi
meraviglio molto di voi, perché avendomi
scritto già tanto tempo fa avere a ordine tanti
marmi, e avendo avuto tanti mesi di tempo
mirabile e buono per navicare; avendo avuto
da me cento ducati d’oro; non vi mancando
di cose nessuna; non so da che si venga che
voi non mi servite ». Un esposto preciso di
fatti, ma nella sintassi si sente l’indignazione
che sale; e il marmo fu certamente spedito.
Ora di questi movimenti tutti naturali ne
avrebbero anche i nostri burocrati che pur
non sono Michelangelo; ma li raggela il pre-
giudizio che scrivendo d’affari si debba scri-
vere in un modo prestabilito.
Abolire quegli aggettivi che non aggiungono
nulla e che non si userebbero parlando, me-
lensi avanzi di seicentisteria: pregiata stimata
onorata distinta; dar tregua ogni tanto agli eufe-
mismi che spargono il falso, sì che il furto
non abbia sempre a diventare amzzanco 0 vuoto
di cassa, il comando invito e la morte decesso;
resistere alla pazza coniazione di voci derivate
o composte e alla piena dei francesismi; smet-
tere il culto della parola unica e non avere in
conto di prolissità ogni perifrasi necessaria a
sciogliere italiamamente un crudo tecnicismo;
badare un po’ più alla grammatica e alla sin-
tassi e un po’ meno all’uso, un po’ più alle
etimologie e un po’ meno ai suoni: ecco, fra
i primi che ci vengono alla penna, alcuni buo-
ni mezzi per migliorare la lingua burocratica.
Qui è dove si saltano le congiunzioni (estratto
conto, ufficio personale), dove si fanno astratti da-
gli astratti (momzinativo, quotità), dove si abusa
delle figure, le quali che figura facciano su
quel fondo così naturalmente secco, Dio vel
dica per noi. Il tale impiegato è a//’altezza del
suo compito, dove gli riuscirebbe tanto più ita-
liano essere semplicemente pari al suo ufficio;
il talaltro si dice sacrificato (s'intende sull’altare
dell’ingiustizia, e il sacerdote con la coltella
fumante in mano sarebbe il capufficio), un
altro digiuno di questa o quella pratica; e tutti
poi hanno o non hanno referenze (e se le hanno,
si dicono referenziati), e coprono una carica (per-
ché non pigli freddo), e a un disgusto danzo
le dimissioni (quante, non si è mai potuto sa-
pere), diventando così diissionari. Qui i pro-
getti, non contenti di dirsi così, invece che Di-
segni, spesso abortiscono, e l'abito di controllare
e compulsare a più non posso contraddistingue
lo zelo. Giacché in nessuna lingua, come in
questa, si vede tanta affezione portata alle stesse
parole (per lo più sbagliate), senza che vi si
dia mai il ristoro d’un sinonimo. Campione si
dice sempre, e non mai, più italianamente,
Mostra (onde l’antico proverbio mercantile:
dalla mostra si conosce la balla); e gli estrezzi
son sempre estremi, e Condizioni, Dati, mai.
Forse perché l’inconscio vi ha la sua parte,
l'inconscio che sente l’ufficio come una casa
di pena, merita qualche indulgenza l’abuso che
gl’impiegati fanno del verbo evadere: non po-
tendo loro, che almeno la corrispondenza sia
erasa. E un altro famoso traslato, entrato nella
lingua di tutti, può essere difeso senza scherzo:
carriera. Il « Lessico dell’infima e corrotta ita-
lianità », richiamandosi all’accezione: corsa di
quadrupede, vi spese intorno facili ironie; ma
Carriera, come ricordò il Rigutini, ha il primo
senso e più proprio di Lizza, Arringo, onde
come figuratamente si dice carriera delle lettere
così si può dire carriera degli impieghi, che,
nonché animalesco, è un modo molto bello e
poetico di cui l'impiegato può tenersi. Se mai,
pare un po’ troppo dire abbracciare una carriera,
quasi fosse una bella donna o la cassaforte. A
proposito della quale è mera pignoleria soste-
nere, come facevano i puristi, che invece che
cassaforte (francese coffre-fort) si debba dire Cassa
a muro, Cassa a segreto o meglio ancora Cas-
sa ferrata, quando si consideri che la cassa-
forte è cosa diversa da quelle altre casse, poi-
ché non è a muro, ma fuori del muro; e in-
vece d’essere ferrata è tutta di ferro. Gli anti-
chi avevano il Casson forte, secondo che atte-
sta un passo dei Bandi di Toscana: « Tenga il
camarlingo un cassone forte per li denari ».
Si vede che di casseforti i puristi s'intendevano
poco.
Non è invece pedanteria, ma buona e santa
correzione, quella che ci ricorda come So/r-
bile, in italiano, voglia dire «che si può pa-
gare », onde sarà ben detto debito solvibile. Ma
l’usarlo riferito a persona è uno sproposito,
sicché i tanti debitori insolvibili che ricorrono
nella lingua commerciale hanno il diritto di
non intendere e di non rispondere. Si cominci
dal chiamarli in buona lingua debitori insolventi,
e allora si potrà ragionare. Lo stesso vale per
gli astratti so/vibilità e insolvibilità, che sempre e
soltanto riguardano il debito; dove del debi-
tore si dirà correttamente so/venza e insolvenza.
Concludendo dopo aver appena spigolato
nel vastissimo campo, ma non senza ricordare
che il segnatario (francese signataire)è meglio detto
Soscrivente e Soscrittore, l’odierna lingua bu-
rocratica non s'è purtroppo di molto allonta-
nata da quel /ow travettiano che riscosse tanta
infamia presso i nostri padri: quello appunto
del fravret, che tolta nel proprio cancello ia
pratica dalla camicia, si dispone a ewarginare il
foglio controdistinto. Ancora nella sua totalità es-
sa parla e non dice, ripete un suo verso mec-
canico in cui meglio dell’uomo si fa conoscere
il robot.
La colonna infame
Burocrazia — È un mostro facitore di mo-
stri. Composto di francese (burear) e di greco
(eràfos, potere), viene a dire il tutto insieme,
la schiera degli ufficiali pubblici. Ma chi, tro-
vandosi in senno, oserebbe toccarlo? Quello
stesso (ci fu davvero, e si chiamava Ferdinan-
do Ranalli) che in luogo di Polizia voleva
Buon governo. « Benvenuta disgrazia, se vie-
ni sola! » Burocrazia ha fatto burocratico (e pas-
si), ma ha fatto anche burocrafizzare (per lo
più nel senso di Regolare pedantescamente,
Rimpiccinire, Essere seccante meticoloso, Ba-
dare a tutte le minuzie), che è veramente il
colmo del brutto,
Compulsare — Consultare, sfogliare, scarta-
bellare. Compulsare (com-pu/sare) vale etimolo-
gicamente Forzare altrui a comparire in giu-
dizio.
Contabile — Italiamamente Computista, Im-
piegato computista.
Contempo (nel) - Goffa eleganza per: in que-
sto 0 in quel mezzo, frattanto.
Controllo -— Censura, revisione,
esame. Idem per Controllare.
ispezione,
Dimissionare — «Si vede usato attivamente
per Esonerare da una carica o da un ufficio,
le più volte fingendo che le dimissioni siano
state date spontaneamente », nota argutamente
il Palazzi, e conclude: brutto e inutile neolo-
gismo. Così dimissionario ha soppiantato Rinun-
ciatario, e dare le dimissioni il semplice Dimer-
tersi. Forza dell’uso.
Disbrigo — Dirai meglio: spedizione, spaccio.
Elemento — « È un cattivo e/ezzento », « Que-
sti clementi non ce li voglio ». Così, nelle
alte sfere burocratiche, s'ode dire spesso. Vi
agguantasse il fuoco, che è, lui sì, un elemento!
Si chiami il dipendente dipendente, e si la-
scino stare gli elementi.
Emarginare — Santi lanternoni! Basterà dire
Segnare Annotare al margine e sarà evitata
una brutta parola. Così di Ewmarginato.
Entità - Una di quelle parole che fanno ef-
fetto e perciò si pronunciano volentieri dagli
uomini di comando. Ma fuor di filosofia,
l’entità d'un patrimonio e generalmente d’una
cosa, non è altro che la sua importanza, il suo
valore.
Esonerare — Francesismo inutile per Libe-
rare, sgravare, scaricare.
Evadere — Anche questa gioia può esserci ri-
sparmiata, usando Rispondere Adempiere
Compiere Spacciare Disbrigare Trattare, se-
condo i casi.
Introitare — Mettilo nel cestino dei rifiuti
(negli uffici non mancano) e usa tranquilla-
mente Riscuotere, incassare.
Pensionato -— Il pensionato che ha sentimen-
to di lingua, sappia che il Machiavelli i pen-
33
sionati li diceva più italianamente Provvisio-
nati o Provvigionati.
Periziare — Brutto neologismo per Sotto-
porre a perizia, stimare. (Vedi quel che s’è
detto a proposito di prewsrarsi).
Prassi — « Questa è la prassi ». « Così vuole
la prassi ». E non si nega che per tappare la
bocca ai fastidiosi non sia una parola energica.
Ma fino a quando? Ormai la prassi è scesa ai
cani, che portati a passeggio in luoghi alberati,
hanno appunto per prassi di accostarsi ai tron-
chi e irrorarli. Le parole arcane, se troppo stro-
finate, perdono d’autorità, e in questo eccesso
di strofinamento ha molta parte, di solito, la
lingua burocratica.
Pratica — Affare, negozio.
Premurarsi -— Quant'è carino! E conveniente,
perché ci fa risparmiare il giro « darsi premu-
ra». Così per evitare una giusta e necessaria
parola in più, c'è chi scerpa la lingua di Dante.
Prevenire - Cattivo per Avvisare, dare av-
viso; e infame per Informare, Partecipare cosa
già accaduta.
Preventivare — Vociaccia per Stanziare, as-
segnare una somma, porla nel bilancio di pre-
visione.
Previo — L'aggettivo previo (precedente) ci
viene dall’aureo latino, ma non è da strapaz-
zarlo in locuzione assoluta come previo esazze,
previo avviso e simili, bastando dire: « l’affare
si risolverà dopo esser stato esaminato o dan-
done prima avviso ».
Richiamare all’ordine - O non si vorrà invece
dire Richiamare al rispetto, all’osservanza?
Rilasciare — S’usa indifferentemente per cef-
foni e ricevute; ma è più italiano Dare e Con-
cedere.
Riscontrare — Si dà riscontro di una lettera
per « accusarne ricevuta ». Quando si risponde
a una lettera con un’altra lettera, si risponde
e non s/ riscontra,
Sacrificare e Sacrificato — Voci comunis-
sime negli uffici, e, come vuole prudenza, più
frequenti nella lingua parlata o susurrata che
non nella scritta. Osservava già un vecchio
purista ai tempi suoi che per l’abuso di que-
sto verbo nel senso religioso sembrava tor-
nato «il tempo degli Dei falsi e bugiardi ».
Un impiegato sacrificato, levatone il patetico
del motivo sacrificale, è semplicemente un im-
piegato male adoperato o costretto a far ciò
che non può.
Tramite — Il latino si sa o non si sa. Se non
si sa, perché incomodare il latinismo #razzizte
(sentiero), quando basta Per mezzo, Mediante
e simili? «Per il #razife di questo o quell’uf-
ficio »: vedi dove va a ficcarsi la poesia pasto-
rale!
Urgenzare — Quella di far derivati a tutti i
costi è una malattia che conduce a questo e
a peggio.
Volturare — Per far /a voltura è inutile, po-
tendosi dire, rimanendo in lingua, Voltare.
L’uovo di Colombo!
34
Racconti
del
Risorgimento
L’anno scorso l'Italsider inviò in dono per le
Feste a tutto il personale un libro di racconti
ispirati al mondo del lavoro, scritti da alcuni
tra î più noti autori italiani contemporanei.
L'interesse suscitato dal volume, e l’apprez-
zamento dei lettori, hanno indotto la società a
rinnovare quest'anno l'iniziativa.
Anche stavolta si è voluto che le pagine del
secondo “libro dell’Italsider” raccogliessero una
serie di testi narrativi legati da un motivo co-
mune. E nell’anno in cui si celebra il centenario
dell'Unità è sembrato opportuno prendere ispi-
razione dalle vicende risorgimentali.
Se la scelta del filo conduttore è stata facile,
e poteva anzi apparire ovvia, nel clima di in-
numerevoli rievocazioni cui il 1961 ha dato
occasione, difficile era operare, nel panorama
della nostra letteratura ispirata al Risorgimento,
una scelta che fosse per qualche aspetto originale,
che rappresentasse un contributo nuovo. Si vo-
leva insomma che ne nascesse un libro “vero”
non un pretenzioso surrogato culturale.
Testi scolastici e antologie hanno fissato du-
revolmente nel ricordo degli italiani pagine ri-
sorgimentali degne di essere tramandate. Com-
porre oggi una raccolta di brani di romanzi
famosi, di annotazioni, di testimonianze e di
ricordi non sarebbe stato che ripetere un'espe-
rienza già ampiamente approfondita da altri
con eccellenti risultati.
,
rr -
in alto: una barricata. Disegno di Bruno Caruso per il racconto «Il volontario di
Palestro». L'illustrazione è servita anche per la copertina del volume strenna di
«Racconti del Risorgimento» donato quest'anno a tutto il personale dell’ Italsider.
nella pagina a fianco: il disegno che illustra il racconto «Il tamburino sardo» di
Edmondo de Amicis.
Si decise allora che il nuovo “libro dell’Ital-
sider” dovesse riunire testi narrativi non estrat-
ti da più ampie composizioni letterarie, ma che
avessero in origine struttura e dimensioni ben
definite di racconto, di novella.
II compito, non ancora affrontato prima
d'ora, di scegliere criticamente gli autori e i
racconti per una simile raccolta, è stato affidato
a Carlo Bo, studioso di letteratura tra î più
autorevoli che conti oggi l’Italia.
È nato così questo libro di Racconti del Ri-
sorgimento in cui il lettore troverà, accanto
ad autori notissimi come de Amicis, Verga e
Fucini, autori dimenticati o quasi, come Cac-
cianiga, Faldella e Caterina Percòto. Gli altri
autori della raccolta sono: Cesare Balbo, Ca-
millo Boito, Vittorio Bersezio, Mario Pratesi,
Olindo Guerrini, Roberto Sacchetti, Edoardo
Calandra, Nicola Misasi, Adolfo Albertazzi.
Il risultato dell’opera è quello che ci si propo-
neva di raggiungere? Costituisce questo libro
in qualche modo un contributo alla migliore
conoscenza della letteratura italiana dell’Ot-
tocento ?
«Un libro di rottura» lo definisce Bo nel
suo saggio critico introduttivo, sottolineando
come i racconti în esso riuniti — legati per
motivi diversissimi al mondo, al clima risorgi-
mentale — rappresentino la testimonianza di
una letteratura viva e non accademica. Se non
portò grandi novità, essa significò tuttavia qual-
cosa dî nuovo, e se non poté rivoluzionare il
campo delle lettere (come gli eventi ai quali
sî ispirò significarono una rivoluzione nel campo
politico, economico e sociale), essa mostra chia-
ramente, attraverso questi racconti, come lungo
tutto il cammino del secolo scorso vi sia stata
nella narrativa italiana una precisa, costante
linea di evoluzione.
Crediamo dunque di non peccare di presun-
zione affermando che le considerazioni cui il
nostro libro ha dato motivo sembrano rappre-
sentare un risultato positivo, un valido contri-
buto critico,
Lo scorso anno i racconti del mondo del la-
voro erano accompagnati da una serie di tavole
di Giacomo Porzano. Quest'anno l'illustrazione
dei quindici racconti riuniti è stata affidata
ad un giovane pittore siciliano, Bruno Caruso.
Interpretando i personaggi e i fatti di cui si
narra in questo libro, l'artista sembra talvolta,
più che voler rievocare i costumi dell’epoca,
voler trovare un legame con avvenimenti più
recenti del nostro Paese, e ancora dolorosamente
vivi in molti italiani : le crudeltà della guerra
e della sopraffazione, soprattutto, che sono
crudeltà di ogni tempo.
In questo senso, si può dire che anche î disegni
di Caruso completino il libro con un loro origi-
nale contributo.
Alessandro
Magno
ed io,
tornitori
Conosciamo almeno tre scrittori che hanno
lavorato in fabbrica come tornitori : Luciano
Rebuffo, Luigi Dazì e Arriso Bugiani.
L'esperienza di lavoro di quest'ultimo è
particolarmente vicina agli interessi dei nostri
lettori. Bugiani, maremmano di Follonica, en-
trò in quel vecchio stabilimento Ilva all’età di
dodici anni. Operaio e poi impiegato, ha lavora-
to successivamente nei nostri stabilimenti di
Cogoleto e Torre Annunziata. Autodidatta con
una tenace e chiara vocazione di scrittore, en-
trò a far parte del gruppo della rivista “ Fron-
tespizio”, il gruppo di Betocchi, Bargellini «
Lisi. Ha scritto vari libri (* La Stella”, “ L'omo
inutile”, “ L'altalena degli adulti” e “Annata
felice”), ha vinto il premio “ Elba” e ha fon-
dato una sua rivista, “ Mal’aria”, di cui escono
ora, di tanto in tanto, i “libretti” stampati
con amore e raffinato gusto. Di questo “ an-
sianissimo” dell’Italsider, che oggi vive pen-
stonato a Sampierdarena, pubblichiamo un rac-
conto ispirato alla sua esperienza operaia.
disegni di Maria A
Mia madre profetava «imparerai e così
giungerai a lavorare il ferro come io lavoro
di bianco ».
«Se fosse vero, — rispondevo io — se
fosse vero quello che dici, nessuno mi po-
trebbe competere ».
«Guarda, ti conosco; se ti scoraggi da
principio — diceva — t’assicuro che ti tro-
verai male. Datti cuore; vedrai, nulla è im-
possibile ».
« Non è che mi scoraggio; è che sono di-
giuno di tutto, — dicevo io — e come farò
a toccare le macchine? ».
Toccare le macchine doveva essere come
toccare la carne intatta di una fanciulla;
qualcosa di simile, e va’ e vieni era tutto un
discorrere, chissà cosa dovesse avvenire. I
discorsi occupavano le giornate del marzo in
attesa dell’aprile che era fissato per il mio
ingaggio: il marzo ventoso che è matto o vir-
tuoso a seconda dei corsi, il mese che serve
a seminare i melograni. Erano tutti discorsi
di supposizioni, di progetti, di ansie, di im-
pazienze e timori di disdetta, mentre si svol-
gevano i preparativi per la mia entrata. Essa
cuciva le bluse turchine divisa e distinzione
d’operaio; i calzoni che arrivassero fino sotto
il ginocchio; essa smagliettava la sciarpa di
lana pecorina, perché a uscire di prima mat-
tina il fresco mi poteva arrecare i malanni; e
io argomentavo il contegno mio futuro, co-
me fare a non smarrirmi nelle novità del la-
voro e nel pelago delle macchine.
Se tanto tanto mi abbandonava la paura,
subito mi si generava addosso una ilare cu-
riosità e una condizione contenta di antive-
dere me stesso nel comportamento di ope-
raio degno del cibo suo, sovraintendente al-
tresì alle opere creative. Mutava il mio stato
di ragazzo; sorgeva la dignità ovvero la di-
gnità che era stata finora solamente intimo
possesso e struttura, prendeva forma e fi-
gura e mi donava l’aspetto maestoso del
genio.
Succedeva, in certi momenti, che sorride-
vo al sole dell’avvenire ed a figure fluttuanti
toccabili e mia madre o allarmata 0 commos-
sa domandava di che ridi e io negavo (« Co-
s'hai da ridere? » — « Di nulla; francamente
di nulla ».) ma la verità era quella che sor-
ridevo dell’orario e della dipendenza, strani
vincoli che mi promettevano la libertà.
L’orario e la dipendenza stavano in posi-
zione di alto grado. Appartenevano, ambedue,
alla più elevata gerarchia e attendevano la
sottomissione del coscritto; distanti da me
ormai il tempo breve di soli pochi giorni,
m’interrogavano sulla volenterosità degli in-
tendimenti e sulla capacità delle prestazioni
mentali.
Domanda dell’Orario: « Cosa esige l’ora-
rio? ».
Risposta del Coscritto: «Il rispetto ».
Domanda della Dipendenza: « Cosa s'in-
tende per dipendenza? ».
Risposta del Coscritto: « L'effetto di una
musica ».
Domanda dell’Orario: « Cosa indica l’ora-
rio? ».
Risposta del Coscritto: « Mutazioni e ob-
bligazioni; ossia, ordine ».
Domanda della Dipendenza: « Cosa deriva
dalla dipendenza? ».
Risposta del Coscritto: « La partigianeria ».
Tali gli esami; e altri e altri esami non me-
no sottili, indagatori, diligenti, mettevano a
prova la sagacia mia di ragazzo tuttora rin-
chiuso nel bozzolo della casa e nell’inviluppo
della protezione. Eppure li sostenevo bene.
Direi che li sostenevo con baldanza e sicura
spavalderia, in vista della libertà condotta
incontro dai legami della dipendenza e del-
l’orario, (voglio dire della libertà dal bisogno);
in vista della bravura raggiungibile e soprat-
tutto per causa dell'amore cocente che mi
ardeva a riguardo del mestiere eletto.
Parlo di elezione, non già di scelta; e forse
fui già, allora, per benefico istinto, scrupoloso
della sostanziale differenza tra quel modo e
quell’altro modo di agire. La scelta è atto
che non impegna totalmente; su di essa uno
ritorna a piacimento suo, anche per una op-
posta decisione. Per contrapposto l’elezione,
pervenendo da eminente potere, rende la
decisione eccellente ed eccellente l’effetto di
essa.
37
Così, coscienziosamente, (lo racconto sen-
za noia perché nella coscienza di allora con-
servavo quasi tutte le innocenze e quasi tut-
te le luminosità), elessi il mio mestiere. Il mio.
Di tornitore. E dico che a quella distinzione
mi condusse e indirizzò un senso gentile di
poesia ed un veemente impulso cavalleresco.
Il senso gentile mi si era rivelato dal sentir
sempre dire che belle gambe, e, che belle
braccia, e, che belle mani, e, che busti, (os-
sia la sostanziale bellezza femminile della quale
il gusto si invaghisce e pazzia, della quale la
fantasia s'ammala per formare nella sua al-
terazione il castello della propria contentez-
za, della quale i giovani s’inalberano e si
nutrono). Dal sentir dire delle mani, gambe,
braccia e busti, «belli rotondeggianti che
sembrano fatti al tornio». Allora, pensavo
io, se il tornio era capace di tali opere sublimi,
il torniare (curioso, mi rifiutavo di scendere
a dir tornire) costituiva un’arte che poteva
rivaleggiare valentemente con quella del pit-
turare dello scolpire, in una parola cantare
poeticamente la bellezza. Non è, beninteso,
che a dodici anni, quanti ne avevo al tempo
di quella elezione, io fossi capace di sotti-
gliezze sentimentali; ma la poesia insinua la
sua vena in ogni età e illumina, senza mani-
festarsi, qualunque ignoranza. Perciò nel me-
stiere, sentivo la misteriosa via della parentela
di sangue col piacere e con la meraviglia.
Questo che ho detto, è quanto al lato gra-
zioso del mestiere di buon maestro da fat-
ture armoniose; perché quanto all'aspetto
cavalleresco sapevo di già che sottile, nell’arte
del tornio, era stato Alessandro. Allora,
successe che all'amore esaltato dalla creati-
vità della bellezza si associarono i sentimenti
della grandiosità e l'ambizione della virile po-
tenza. Grandiosità non sciocca e virilità non
oziosa; cioè tendenze lodevoli per uno che
prendeva le mosse dell’utilità, e valide af-
finché l’imparare a fare andasse di passo col-
l’imparare a vivere.
Quale giovamento! L’inimitabile Alessan-
dro che spingeva, la sera, dopo la giornata
piena di conquiste, il pedale del suo tornio
per torniare all’aria il bel vaso fittile. L’invin-
cibile Alessandro che dava di sua mano, sul
tornio, la passata di adattamento all’asse per
la ruota della sua Dea Fortuna.
Davvero, per me, quale giovamento! Al-
tro mestiere differente da quello di tornitore,
m’avrebbe senza scampo isolato, forse dimi-
nuito di personalità, mortificato nelle rela-
zioni. Invece, ecco, io partivo confortato da
una somma compagnia e quasi quasi se mi
consideravo bene e scrutavo, se facevo l’in-
dagine meticolosa delle fantasie vaganti den-
tro di me, quasi quasi potevo concludere
d’essere magno, inimitabile, invincibile, tale
e tanto è il potere degli intimi contatti.
Mio argomento, dunque, e soddisfazione e
termine di confronto, Alessandro. Non ram-
mentai, ormai, uno qualunque, mettiamo il
più abile tornitore, quello che aveva rinoman-
za in tutto lo stabilimento e nell’intero paese
e quando si nominava lui, di meglio non si
poteva dire. Macché. Dicevo Alessandro e
38
dicevo tutto quello che potevo di grandioso,
Facevo la Mamma, anche
intagliava. »
voce solenne:
Alessandro Magno torniva e
Lei sembrava incredula. Restava
sempre
perplessa. Forse concepiva meglio un mestiere
modesto, pP u semplice, O di sarto, 0 di oro
logiaio; forse, giudiziosamente, faceva per
dissuadermi dagli entusiasmi ingannatori, co
me aveva fatto per incoraggiarmi, € vole
riportare e tenere sul piano del x
CI
Ascoltava, € pol veniva fuori insidiosa,
te l’ha detto, figliolo mi
detto Plutarco.
Non
co nemmeno di vista: le
ne bugia. Plutar-
erano
CONOSscevo
conoscenze
limitate, erano minime in un paese quale a
quei tempi era il mio paese di Follonica, pro
gredito solamente rispetto al lavoro di fon-
deria, quello più signorile di officina e quello
Ù ] di modelli di legno. Di Plutarco,
di qualche narrazione di Plutarco e di quella
piu scelto
che ci tramanda la passione di Alessandro, chi
mi aveva ammaest
ato era stato Giovanni,
e siccome Giovanni era sapiente più del corvo,
era vecchio, anarchico, educatissimo, riguar-
onesto € tutto
doso, timore, per me Plu
tarco o Giovanni era lo stesso.
Me l’ha detto Plutarco. »
Mia mac
bugia. Mi
faceva finta di non capire la
panneggiava addosso l’ultima
bluse, s'inumidiva il dito colla saliva per sfi-
lare le filze residue e io mi pavoneggiavo den-
tro la bluse come se avvenisse che invece
d’indossare la bluse indossassi il mantello
svolazzante di Alessandro e come se avessi
anch'io il fulr
e in pugno.
lo: « Cos’avrà fatto oggi Alessandro? >
Mia madre: « Ma pensa, finalmente, per te. »
lo: « Cos’avrà fatto? l’elsa? prima di tornio
e poi d’intaglio?
Mia madre: « Lascialo perdere.
lo: «Il mappamondo?
Mia madre: « Che mappamondo e mappa
mondo! ce l’ax ceva elà fatto e sortomesso. »
lo: « Tu sapessi quanto conta! »
Mia madre: « È che ti distrai. »
lo: « No. Vado preparato meglio.
Mia
lo: «Quando farò sapere di
tutti
madre: « Speriamo. »
Alessandro,
resteranno stupiti. »
Mia madre: « Ti prenderanno in giro. »
lo: «Lo vedi come sei? sei spietata. »
Ella
pazioni
taceva. /tteggiava il viso a preoccu
futuro
che avanzava con passo d’animale da preda,
dolorose e scrutava verso il
vertiginoso, Segnava di no, leggermente, col
capo. Voleva far capire che non era spietata;
era pratica e pavida, madre amorosa e tute
latrice.
Mi ammoniva di nuovo « ti berteeseranno »
Infatti, che dire alcunché
delle magnifiche cose che mi ero proposte,
senza potessi
al mio primo nell’officina trovai la
della
arrivo
sorpre maniglia lordata e la canzo-
natura dei Entrai male.
compagni maggiori,
Entrai con le mani di già sporche, mani umi-
liate, e giudizi, nella mente allarmata, di com-
patimento.
Compatimento vòlto a chi? non a me stes-
so perché mantenni imperterrito l’aria d’Ales
sandro; vòlto, allora, alla società che sor-
’nte sincera con le lordure invece
prende la
di esercitarsi coll’accoglienza e, devo dire,
se mi sono riconciliato volentieri con i respon-
sabili, riruardo alla società non ho cambiato
parere.
\Andammo, Alessandro avanti, secondo la
sua regola di gran condottiero, col proprio
spirito magno e la perizia di torniatore deli-
cato; io dietro dietro come un cane all’appa
renza avvilito, pieno, però, di riserbi generosi.
Entrammo senza alcun trionfo, ‘Tutti i la-
voratori che trovammo impegnati, avreb-
bero fatto veramente bene a meno di noi.
Questa fu l’amara certificazione, e più me-
schina non poteva essere perché manifestava
solamente il tedio, la passività e sopporta-
zione di condanna, invece di come pensavo
io fossero gli effetti dell’opera, della vita,
dell’arte, e le gioie della bravura.
in filo
AZZUrro
Lo scrittore Mario Soldati ha dedicato uno dei
suoi “notes”, pubblicati periodicamente sul “Giorno”,
ai nuovi cavalcavia dell'autostrada Viaregzio-F
renze, che egli ha additato come esempio di armoniz-
cazione delle moderne costruzioni al paesaggio,
; > : »_1.3 ;
Che cosa abbia tanto colpito Soldati in codesti
viadotti è presto detto : un filo azzurro, una pennellata
0 toscano
come
il pa
{paese
del “notes
Marocco S.7., mio
Soldati «soleva dire che
Bernardino antico
subito
im Toscana due mattoni mes in croce sono
arte riferiva al
passato, certo; ma, ricordo,
anche al presente. E ne ho avuto una riprova l’altro
rrendo l'autostrada Viareggi
peri
ia di raddoppio
Questo
architetto, o questi architetti: non so
siano >, Sta di
chi siano, e neanche se toscani, 0 1
fatto che la loro opera sorge in territorio toscano,
nelle provincie di Lucca è Firenze. Parlo dei nuovi
al
ponti, dei nuovi sovrappassi, carrozz î e pedonali,
che cavalcano le corsie affiancate della nuova auto-
strada
Ebbene,
capito un i
o questi architetti,
Hanno
questo
to fondamentale,
I
nanno capito
che le costruzioni in cemento armato, specialmente
quando sorgono in aperta campagna, sugli sfondi
verdi o verdegialli di prati e di alberi, hanno sempre
quale osa di atroce L di fiere bre N crematorio. E hanno
tingendo tutte le strutture metalliche di
provveduto,
un bellissimo azz
come
spedito,
sentimento” note a
dise gno di ogni struttura è sé mplice é
una di quelle “curve a
delle
penna. Ma ciò che
Ì,
c I
guizzo, e, di fontano, I
tracciator sagome na ali, e pare quasi un It
erazia del
co piace, con la
a nota decisa e leggera di una
sbarra azzurra tra l'asfalto grigio e grande verde
intorno. Azzurro, verde : l'accordo chiave
degl
grigio e
macchiaioli.
impressionisti e dei
ratezza, che basta
Se poi questa incantevole raf
a riconciliare, per qualche ora, con tutta l’architet-
tura moderna, non fu pensata né cercata nè ricono»
sciuta, ma fu soltanto casuale scelta di qualche capo-
mastro od effetto di un vecchio contratto con qualche
colorificio che aveva da smaltire una partita dî ver-
nice proprio di quel colore, ancora meglio l'arte
dei ù andi secoli, quella tanto adorata dal mio caro
Padre Marocco, era anch'essa, molte volte, così
frutto naturale, inconscio e collettivo di un ambiente
e di un'epoca felicemente civili.
Due
mattoni messi in croce... Correvo a 150 al-
l'ora verso Firenze; guardavo il paesaggio a occhi
semichiusi, vinto da quella sonnolenza in cui il com-
agno del cade volentieri : e in-
quidatore spesso
contravo, di tratto in tratto, le snelle sbarre azzurre
che mi venivano incontro quasi a ritmo di danza
ere nel futuro.
fan hé, per un attimo, mi parve di
anto, la visione non era apocalittica.
Una volta t
Fra, al contrario, tenera, festosa. La libertà e la
scerezza di quelle note azzurre annunciavano che
f , } ,
il massiccio progresso tecmico del secolo passato, cioi
del '900, cominciava a essere digerito e superato nel
rispetto dell'arte e della grazia : così come i confor-
mismi e i moralismi imposti da tutte le politiche
le angosce e le tutte le letterature
rinunce imposte da
commmoavano a SCO cominciavano a svanire
nersi,
nella semplicità suprema di una nuova fede
S
I
tI
dell'attenzione e
lella
zati dalla società
Finsider
quella
mo grati a Mario Soldati
dell'elogio fatto ai cavalcavia
nio-F
mandataria
cinquantasette
reali 3
“Costruzioni Metalliche
metallica di tali
stabilimenti Italsider
Viareg
renze progettati e
nostra
C.M.F.
dipinta color cielo, è uscita dag
La parte opere,
di Marghera e di Savona e l'idea di impiegare una
l’acciaio al
colorazione azzurra che sposasse paesag-
Bottura FA
la C.M.F. ha usato anche su altre
della
» è dell’architetto Franco
un'idea che
sull'Autostrada del Sole. La
arterie, com fotografia
che pubblichiamo è appunto una veduta del duplice
viadotto Coretta, costruito ‘în acciaio e cemento nella
sona di Cisterna, sul tronco autostradale Bologna-
Il “misterioso”
processo L. D.
Molto spesso nuovi procedimenti tecnici na-
scono sotto la spinta di ben determinate condi-
zioni economiche. « La nécessité est mère d’in-
dustrie» : questo proverbio si adatta perfettamente
al caso dei nuovi processi all’ossigeno per la
produzione di acciaio che sono stati sviluppati
in questi ultimi anni ed in particolare al «pro-
cesso L. D.» che è il più noto ed il più dif-
fuso tra essi.
Tutti noi parliamo del processo L. D. e sap-
piamo che di acciaierie L. D. saranno dotati
alcuni nostri centri siderurgici. Ma in che cosa
consiste questo ‘* misterioso” processo L. D., que-
sta specie di formula magica della siderurgia,
lo sanno solo i tecnici. Ed è ai tecnici che
abbiamo chiesto di illuminarci sul nuovo mo-
dernissimo sistema per produrre l'acciaio.
Gli anni successivi al termine della seconda
guerra mondiale hanno visto continuamente
crescere in tutti i paesi la domanda di pro-
dotti laminati e conseguentemente di acciaio
grezzo. Questa circostanza ha spinto gli ac-
ciaieri ad estendere al massimo la capacità di
produzione degli impianti esistenti e a creare
nuovi impianti sfruttando nuove possibilità e
nuove tecniche. Lo sviluppo dei processi di
produzione di ossigeno ha consentito l’im-
piego di notevoli quantitativi di questo gas
nella produzione dell’acciaio a prezzi econo-
micamente accettabili, permettendo in tal mo-
do considerevoli aumenti di produzione negli
impianti tradizionali (acciaieria Martin-Siemens,
elettrica, convertitore Thomas) e la diffusione
di nuove tecniche, i cosiddetti processi di affi-
nazione all’ossigeno (L.D., Kaldo, Rotor ecc.).
Il consumo dell’ossigeno, che è ormai im-
piegato su larga scala in tutta l’industria side-
rurgica, è così cresciuto enormemente in que-
sti ultimi anni. Il grafico (pubblicato nella
pagina seguente in basso) mostra il con-
sumo di ossigeno per tonnellata di acciaio
prodotto in alcuni paesi dal 1950 in poi, e dà
così un’idea di questo fenomeno.
Le tendenze che guidano da tempo l’evo-
luzione della produzione di acciaio e che han-
no condotto allo sviluppo del processo L.D.
si possono così riassumere:
1) accrescimento della produzione oraria degli
impianti;
2) abbassamento delle spese di installazione e
di conversione per tonnellata di acciaio
prodotto;
3) adattabilità alle materie prime di base di-
sponibili (ad esempio ghisa liquida, rot-
tame, minerale);
4) soddisfazione delle esigenze sempre più ri-
gorose relative alla qualità dell’acciaio
prodotto.
Il “misterioso” processo L.D. non è che un nuovo sistema per
produrre l’acciaio più semplicemente ed economicamente che
non con i sistemi già esistenti (Martin -Siemens, elettrico,
Thomas). Ecco uno schizzo esplicativo del nuovo processo.
Sviluppo della
produzione annuale di lingotti in ac-
ciaio L.D., nel mondo
milioni di tonr
Consumo speci
consumo d'ossigeno in m3/t di acciaio
7.8
6,0
4,5 _
3.0 _
1.5
1 1961
1953 1955 957 1959 1963 1965
1952 1954 1956 1958 1960 1962 1964
(previsioni in base
ai programmi noti)
ico di ossigeno nella produzione di acc
25
20
Belgio
e Lussemburgo
15
10
5
Gran Bretagna
1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959
di fabbricazione dell’ace
Produzione oraria in tonnellate dei diversi procedimenti
10
2101 + ’ ti. i
200 Ai 3 i i
190. Ì i i
180. i | | i + . + + i Ì Ì À. i Ì i
iii lin dn LA ih aa
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130.
120 .
110
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produzione oraria in tonnellate
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ico iaia] }
20 40 60 80 100 120 140 160 180 200
so 50 70 90 110 130 150 170 190
capacità in tonnellate
Dati tecnici relativi al convertitore L.D.
consumo di ossigeno 54--60 m?'/t di acciaio
durata dell’operazione (da 30--60 minuti (16--30 di sofliaggio)
colata a colata)
resa in acciaio
90--91%,
aggiunte di calce 50-60 Kg./t di acciaio
consumo di refrattari di 5,5--8,5 Kg./t di acciaio
dolomite
durata media del rivesti- da 150 a oltre 400 colate
mento refrattario
I processi classici di produzione dell’acciaio:
forno Martin-Siemens, convertitore Thomas e
forno elettrico soddisfano solo parzialmente 2
queste tendenze.
Gli alti investimenti di capitale e la limitata
produzione oraria rispetto alla capacità dei
forni nelle acciaierie Martin-Siemens, gli eleva-
ti costi di trasformazione del forno elettrico e
la qualità non eccezionale degli acciai Thomas
sono i limiti principali dei tre processi
convenzionali.
Può essere interessante rilevare come anche
Krusciov, in uno dei rapporti da lui tenuti
a Mosca in occasione del recente XXII
congresso del PCUS, abbia ad un certo
punto osservato testualmente: «Di non scar-
so interesse economico è, per esempio, il
problema dei criteri da seguire per sviluppare
la produzione dell’acciaio. L'esperienza di-
mostra che la produzione dell’acciaio nei
convertitori con l’impiego dell’ossigeno è
notevolmente più vantaggiosa della produ-
zione nei forni Martin: su ogni milione di
tonnellate di acciaio si ha un risparmio di
circa sei milioni di rubli soltanto negli in-
vestimenti e di oltre un milione nell’esercizio.
‘Tuttavia, nonostante gli evidenti vantaggi,
ci preoccupiamo in modo assolutamente in-
sufficiente di estendere la produzione del-
l’acciaio in convertitori ».
La buona qualità dell’acciaio prodotto e la
possibilità di adattamento a tutte le materie
prime hanno determinato la grande diffusione
del processo Martin-Siemens, ma da tempo
si sentiva l’esigenza di un metodo per la
produzione di acciaio che rispondesse meglio
ai requisiti dell'industria moderna.
È a questa condizione che hanno cercato di
soddisfare i tecnici austriaci che hanno messo
a punto il processo L.D.
Si deve ricordare infatti la situazione parti-
colare dell'Austria dopo il 1945, comune del
resto a molti paesi, che comportava la neces-
sità di aumentare la produzione di acciaio, te-
nendo conto della scarsità di capitali a dispo-
sizione, della carenza di rottame sul mercato
austriaco e della esigenza della qualità, carat-
teristica tradizionale, questa, della produzione
austriaca. Questo complesso di circostanze ha
senz’altro favorito e spinto la nascita del pro-
cesso L.D.
Storia del processo L. D.
I primi esperimenti sull’affinazione della ghisa
con ossigeno puro si devono al professor
Durrer, ma la prima apparizione nella letteratura
di un brevetto in merito risale al 1939, dovuto
all’austriaco professor Schwarz. Questo bre-
vetto rimase inutilizzato a lungo, finché nel
1945 la fondazione della ‘Brassert Oxygen
Technik A.G.” (BOT), il cui capitale è ripar-
tito nelle due grandi industrie siderurgiche
austriache, la Voest di Linz e l’Osterreichische-
Alpine Montangesellschaft di Donawitz, non
diede il via allo sviluppo pratico ed alla valo-
rizzazione di questo processo.
È appunto dalle iniziali delle due città
Linz e Donawitz che deriva il nome L.D.
Le prove iniziarono nel 1949 con un
convertitore sperimentale da 2 tonnellate di
capacità. Le prime esperienze diedero risul-
tati così favorevoli che nel tempo straor-
dinariamente breve di due anni fu possibile
passare alla costruzione delle prime acciaierie
su scala industriale.
Sia a Linz che a Donawitz tra la fine del
1952 e i primi mesi del 1953 entrarono in
funzione due acciaierie entrambe con due con-
vertitori da 30 tonnellate.
Descrizione del processo L.D.
Il processo L.D. è in sostanza quanto mai
semplice. Esso consiste nel far avvenire l’affi-
nazione della ghisa fusa, cioè la sua decarbu-
razione e trasformazione in acciaio, mediante
un getto di ossigeno tecnicamente puro.
L’ossigeno, per mezzo di una lancia raffred-
data ad acqua, viene soffiato dall’alto contro
la superficie della ghisa fusa che è contenuta
in un recipiente a forma di pera analogo ai con-
vertitori Bessemer e Thomas, ma a fondo chiuso.
La parte superficiale del bagno esposta al
getto di ossigeno reagisce rapidamente data
l'elevata temperatura (oltre 2000° C).
Si ha una reazione “metallo-fase gassosa”
molto energica con una decarburazione rapida
del bagno, e, a causa dell’alta temperatura che
si sviluppa, una reazione ‘metallo-scoria”
quasi immediata con formazione di una sco-
ria molto reattiva.
La temperatura è tanto alta che si ha la
vaporizzazione di una piccola parte del ferro
e del manganese. È dovuta ad essa la forma-
zione dei caratteristici fumi bruni-rossastri.
Il rivestimento dei convertitori è basico,
ed è di solito costituito da un impasto di
dolomite e catrame.
Per l’affinazione della ghisa liquida si ag-
giungono rottame o minerale come elemento
raffreddante e calce come materiale scorificante.
La condotta delle operazioni è molto sem-
plice. Nel convertitore vengono caricati pri-
Schema di una acciaieria L.D.
ma i rottami e poi versata la ghisa liquida. Si
raddrizza quindi il convertitore, si aggiunge
la calce, si abbassa la lancia fino ad una certa
altezza (da 30 a 180 cm.) dalla superficie del
bagno e si inizia il soffiaggio di ossigeno la
cui durata può oscillare da 16 a 30 minuti
primi a seconda della capacità del convertitore.
La colorazione della fiamma permette all’oc-
chio esperto di seguire l'andamento della de-
carburazione. Si ritira quindi la lancia, si
inclina il convertitore, si prendono dei provini,
si scorifica e, dopo aggiunta di calce, si cola
l'acciaio in siviera. Il complesso delle opera-
zioni richiede da 30 a 60 minuti.
Un problema importante in una acciaieria
L.D. è quello dei fumi rossi che si sviluppano
durante l’affinazione. I fumi trascinano infatti
particelle finissime di ossido di ferro. Per
questo, oltre a costituire un elemento di inqui-
nazione dell’atmosfera attorno =ll’acciaieria,
rappresentano anche una considerevole perdita
di ferro (circa lo 0,6% del peso della carica).
Le acciaierie L.D. sono dotate di solito di
un’attrezzatura particolare per la depolvera-
zione e lo sfruttamento dei fumi. Questi ven-
gono fatti passare in genere dapprima attra-
verso una caldaia di ricupero del calore per
la produzione di vapore surriscaldato, quindi
attraverso depuratori ad umido o elettro
statici ed infine avviati al camino.
L’acciaio prodotto al convertitore L.D. ha
caratteristiche di qualità ottime che lo rendono
pari e talvolta superiore al miglior acciaio
Martin.
Per la sua purezza, ed in particolare per il
basso contenuto di azoto, esso presenta carat-
teristiche meccaniche del tutto soddisfacenti.
Le società austriache hanno condotto a Linz
e a Donawitz un programma di prove assai
esteso, accoppiato ad analoghi controlli all’ac-
ciaieria Martin, alla presenza di rappresentanti
delle più importanti società mondiali di con-
trollo dei materiali navali: queste prove hanno
condotto all’accettazione praticamente illimi-
tata degli acciai L.D. nelle costruzioni navali.
del
Caratteristiche tecniche ed economiche
processo L. D.
Il processo L.D. si sta dunque diffondendo
rapidamente in tutti i paesi produttori di acciaio
perché presenta alcuni dei vantaggi economici
del processo Thomas assicurando all’acciaio
prodotto caratteristiche qualitative paragona-
bili a quelle degli acciai Martin.
I vantaggi del processo L.D. si possono
così riassumere:
1) costi di investimento e di esercizio bassi;
2) rifornimento più continuo e regolare di
lingotti al laminatoio;
3) non sono richiesti combustibili;
4) produzione oraria maggiore.
Si deve tener conto anche che il converti-
tore L.D. sebbene non raggiunga l’adattabi-
lità alle varie materie prime del forno Martin
è senza dubbio più flessibile del convertitore
Thomas, potendo arrivare al 30% di rottame
in carica in confronto ad un massimo del
10%, del Thomas. Nella tabella pubblicata
a pagina 42 abbiamo riassunto i più recenti
dati tecnici relativi al convertitore L.D.
Il costo totale di una nuova acciaieria L.I
è il 70% di quello di una acciaieria Mart
della stessa capacità. I costi di fabbricazior
dell’ acciaio L.D. sono soltanto dal 50 al 60°
di quelli dell’acciaio Martin-Siemens (nc
tenendo naturalmente conto delle mater
prime: ghisa, rottame, minerale, il cui cost
e la cui convenienza possono variare molt
da paese a paese).
Esistono anche altri processi di affinazior
ad ossigeno oltre a quello L.D. I principa
tra essi sono il Kaldo (svedese) ed il Rot
(tedesco). Questi processi possono trattare,
differenza di quello L.D., anche ghise ad alt
fosforo.
Tuttavia essi sono relativamente più con
plicati del processo L.D., richiedono un ma;
gior consumo di refrattari ed hanno una pri
duttività più bassa. Il loro impiego semb
perciò destinato a casi limitati mentre quel
L.D. si sta diffondendo in tutto il mondo.
Già 20 milioni di tonnellate di acciaio sor
prodotti nel mondo secondo il processo L.I
Nuove acciaierie L.D. sono in costruzior
ovunque. Anche in Italia i nostri centri sid
rurgici di Taranto, di Bagnoli e di Piombir
saranno dotati di modernissime acciaierie L.I
In diversi paesi, intanto, si studiano migli:
ramenti e modifiche del processo L.D. orig
nale per renderlo adatto a trattare economic.
mente le ghise ad alto fosforo e a produrre
acciai ad alto carbonio e legati. Doppia scori-
ficazione, insufflazione insieme all’ossigeno di
calce polverizzata, questi sono gli artefici prin-
cipali dei nuovi procedimenti (OLP, L.D.A.C.
ecc.) ma la via è ancora aperta e nuovi studi
porteranno a perfezionare questo processo che,
fatto unico nella storia della siderurgia, ha tro-
vato una così larga diffusione nel giro di po-
chissimi anni.
RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider -
prega citare la fonte. Stampa: AGIS - Stringa - Genova.
libera. Si
articoli è
L'Italsider al primo
posto
fra le aziende siderurgiche europee
Dall'esame dei dati di produzione del 196I
risulta che l’Italsider, con 3.510.000 tonnellate
d'acciaio, ha raggiunto il primo posto nella
graduatoria delle aziende siderurgiche dell’ Eu-
ropa occidentale.
L’Italsider figura anche al primo posto in
Europa per l'entità del suo programma di
espansione produttiva. Tale programma, già
in attuazione, prevede, come è noto, di conse-
guire entro il 1965 una potenzialità di 7,3 mi-
lioni di tonnellate di ghisa e di 7,8 milioni di
tonnellate d’acciaio mediante l'ampliamento dei
centri di Cornigliano, Piombino e Bagnoli e la
Toronto
annturmniona dal sunmna anta Ai
vemene see /4%I
late. La nuova punta massima annuale è dovuta
all'Italia e, in minor misura, alla Francia e
all’Olanda.
Nella graduatoria dei maggiori produttori
mondiali troviamo sempre al primo posto gli
Stati Uniti d'America, seguiti da Russia,
Germania Occidentale, Giappone, Inghilterra,
Cina, Francia e Italia. Ad essi è dovuto l" 80,4%,
della produzione mondiale d’acciaio.
Clichés a colori:
tonn. 490.000 di laminati a freddo, tonn. 89.000
di banda stagnata e tonn. 85.000 di lamiere e
rotoli zincati.
Anche nel settore delle seconde lavorazioni si
rilevano massimi annuali in pressoché tutta la
gamma delle produzioni : tonn. 108.000 di getti
di ghisa e di acciaio, tonn. 28.000 di fucinati
e stampati, tonnellate 57.000 di materiale fer-
roviario, tonn. 46.000 di derivati vergella, tonn.
30.000 di tubi saldati (produzione iniziata a
Taranto nello scorso ottobre) e tonn. 9.000 di
altri prodotti.
I soddisfacenti risultati raggiunti dall’Ital-
Rin ’ ” mie: +
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tutte le più rosee previsioni, richiedendo un ri-
corso all'importazione dell’ordine di 3 milioni
di tonnellate.
Sempre maggiore si è rivelato l’apporto della
siderurgia IRI-Finsider per l’entrata in esercizio
di nuovi impianti. La produzione d'acciaio delle
aziende del gruppo Finsider ha raggiunto
5 milioni di tonnellate, il 54,5% del gettito
complessivo nazionale.
Via Corsica 4 - Genova - telefono 59.99. La riproduzione degli
Denz-Berna.
Clichés in bianco e nero: Ceriale- Genova
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