Rivista Italsider, n. 4, 1962
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Spoleto, agosto 1962. Lo scultore americano Alexander Calder sotto il suo grande "stabile" d'acciaio, realizzato nello stabilimento Italsider di Savona per la mostra "Sculture nella città" di Spoleto. Si tratta della più grande scultura d'acciaio esistente nel mondo. Calder l'ha chiamata "Teodolapio", ispirandosi al nome di un duca longobardo che governò Spoleto nel Medioevo (fotografia di Ugo Mulas)
Seconda di copertina: disegno tecnico del giunto prefabbricato in elementi d'acciaio ideato da Konrad Wachsmann per un hangar destinato all'aeronautica militare statunitense.
Terza di copertina: disegno esecutivo di uno dei pilastri in acciaio e cemento ideato da Pier Luigi Nervi per il Palazzo del Lavoro di Torino.
Quarta di copertina: antico picchiotto in ferro (Basilica di Gracanica, Serbia)
Immagini interne:
Calder e il Teodolapio (p. 5)
Calder e "la Vedova Nera" realizzata nello stabilimento Italsider di Savona (p. 6)
"Spoleto 1962" di Nino Franchina realizzata nello stabilimento Italsider di Cornigliano Oscar Sinigaglia (p. 7)
"Colloquio con il vento" di Pietro Consagra realizzata nello stabilimento Italsider di Savona (p. 8)
"Due figure alate" di Lynn Chadwick realizzata nello stabilimento Italsider di Cornigliano Oscar Sinigaglia (p. 8)
Pietro Consagra durante la realizzazione di "Colloquio con il vento" nello stabilimento Italsider di Savona (p. 9)
Lynn Chadwick durante la realizzazione di "Due figure alate" nello stabilimento Italsider di Cornigliano Oscar Sinigaglia (p. 9)
"Voltri VI" di David Smith realizzata nello stabilimento Italsider di Voltri (p. 10)
"Rilievo 1962" di Eugenio Carmi realizzata nello stabilimento Italsider di Cornigliano Oscar Sinigaglia (p. 10)
"Voltri ***" di David Smith realizzata nello stabilimento Italsider di Voltri (p. 11)
"Colonna del Viaggiatore" di Arnaldo Pomodoro realizzata nello stabilimento Italsider di Lovere (p. 11)
Ettore Cola durante la realizzazione di "La grande spirale" realizzata nello stabilimento Italsider di Bagnoli (p. 12)
Beverly Pepper durante la realizzazione di "Leda" o di "The Gift of Icarus" entrambe realizzate nello stabilimento Italsider di Piombino (p. 12)
Carlo Lorenzetti durante la realizzazione della sua scultura spoletina nello stabilimento Italsider di Savona (p. 13)
Sommario:
- Il Ministero per le Partecipazioni Statali, p. 3
- Sculture in città, p. 5
- La siderurgia olandese, p. 15
- La XXXI Biennale di Venezia, p. 19
- Gli ingegneri dell'Italsider, p. 25
- I colori dei minerali di ferro, p. 31
- Il museo del cinema a Torino, p. 32
- Il 25° bilancio della Finsider, p. 38 - Data testuale
- 1962 agosto - settembre
- Consistenza
- pp. 40
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/11
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
PERIODICIVedi tutti i contenuti con questo valore
-
RIVISTA ITALSIDERVedi tutti i contenuti con questo valore
- Collocazione
- Emeroteca
- contenuto
-
RIVISTA ITALSIDER
dl ROTTA FTA
la copertina: Spoleto, agosto 1962. Lo scul-
tore americano Alexander Calder sotto il suo
grande “stabile” d'acciaio, realizzato nello
stabilimento Italsider di Savona per la mo-
stra “Sculture nella città” di Spoleto. Si
tratta della più grande scultura d'acciaio esi-
stente nel mondo. Vi può passare sotto anche
un autotreno. Calder l'ha chiamata « Teodela-
pio», ispirandosi al nome di un duca lon-
gobardo che governò Spoleto nel Medioevo,
(Fotografia di Ugo Mulas),
interni di copertina: duc disegni tecnici, due
immagini suggestive, due momenti impor-
tanti per la storia dell'impiego dell’acciaio
nell’architettura.
x di copertina: disegno tecnico. del giunto
prefabbricato in elementi d'acciaio ideato da
Konrad Wachsmann per un hangar destinato
all'aeronautica. militare statunitense.
3° di copertina: disegno esecutivo di uno dei
pilastri in acciaio e cemento ideato da Pier
Luigi Nervi per ii Palazzo del Lavoro di
Torino,
$' di copertina: antico picchiotto in ferro (Ba-
silica di Gradanica, Serbia)
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d'informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - alti forni e acciaie-
rie riunite Ilva e Cornigliano
Anno II - n. 4 - agosto-settembre
comitato. di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
ilirettore responsabile» Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova
n 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Il Ministero per le Partecipazioni
Statali pag: 3
Sculture nella città » $
La siderurgia olandese è 158
La XXXI Biennale di Venezia » 19
Gli ingegneri dell'Italsider »: 35
I colori dei minerali di ferro » 31
Il museo del cinema a Torino » 32
Il 24° bilancio della Finsider » 38
L'ingegnere, oggi
L'ingegnere è oggi al centro della moderna società industriale: Non c'è infatti professione
che sia più essenziale a significare progresso di un paese, tant'è vero che uno dei primi elementi che
st considerano per valutare se un paese è în linea con i tempi, è la sua dispomibilità di ingegneri.
L'ingegnere industriale opera în una serie di settori © di attività, diversi ed egualmente fon-
damentali : egli è impiegato infatti nella progettazione delle macchine e degli impianti, nella pro-
grammazione è nell'esecuzione del lavoro, nella ricerca e applicazione scientifica. Le specializ-
saszioni dell'ingegneria coprono le più numerose esigenze della struttura produttiva ; l’adeguarsi
sincrono dell'ingegneria al rinnovamento e alle trasformazioni di cotesta struttura, ne spiegano
il ruolo decisivo nella società odierna.
L'economista studia il mercato, le possibilità della domanda e dell'offerta ; il politico deter-
mina gli indirizzi generali; ma è l'ingegnere, nelle varie specializzazioni, che conduce, realizza,
controlla e verifica il ritmo di lavoro delle macchine e degli uomini, che în ultima analisi possiede gli
strumenti per realizzare i fini prestabiliti. Pur senza ricorrere all'ormai famoso luogo comune
delta « rivoluzione dei tecnici », si può affermare che, a causa dell'incremento nelle funzioni tec-
niche e nel prestigio sociale, una importante trasformazione è avvenuta nella figura e nella men-
talità dell'ingegnere moderno.
Le «carriere» degli ingegneri nel processo produttivo di una grande azienda si sistemano
lungo una scala direzionale che a ogni gradino presenta prospettive di comando e di antonomia.
Questo decentramento di responsabilità specializzata indica il carattere veramente nuovo della
organizzazione industriale dei nostri tempi : la democratizzazione dell'attività direzionale. Le
decisioni che si elaborano sui vari aspetti della vita aziendale, risentono infatti del contributo
di una serie di specialisti, in notevole parte ingegneri, che affrontano con una discussione sempre
più ampia questioni non soltanto tecniche ma di direzione del personale, di conduzione econo»
mica, di amministrazione èecetera.
Le attività industriali non possono essere più condotte da poche persone perché una per-
sona non sarebbe nelle condizioni di esprimere un giudizio definitivo su scelte al di fuori della
sua preparazione. È necessario il contributo di molti settori, attraverso un sistema che restringe
la possibilità delle decistoni personali e permette a tutti gli interessati di essere a comascenza delle
varie proposte. L'adozione di un tale sistema esige dagli uomini che vi partecipano, una attitu-
dine non comune alla vita democratica, alla discussione, all'autocritica, all'esame delle idee con-
trastanti, alla prudenza nell'avanzare le proprie opinioni, nel saperle sostenere al momento giusto
o riserbarle per tempo più maturo,
Alla figura dell'ingegnere tecnico che ubbidiva alle parole del capo e restringeva le proprie
opinioni all'orticello della sua responsabilità, si è sostituita quella dell'ingegnere moderno, che
non teme di affrontare un’ attività complessa, con spirito umanistico, critico, capace d' inqua-
drare ed elaborare i problemi nuovi affacciantisi all'orizzonte. La cosa più essenziale, in questo
senso, che si richiede all'odierno ingegnere industriale, è proprio la predisposizione intelligente
ad afferrare l'essenza di cotesti problemi, la sensibilità a conoscere le realtà che sono attorno a luî,
a ricercare © sollecitare, quindi a fare propri, i più aggiornati comsigli che gli provengono dagli
esperti messi a disposizione dall'azienda per aiutarlo nella difficile opera del dirigere.
Il cambiamento nella conduzione dell'azienda in forme collegiali e il nuovo carattere che
ne consegue alla figura dell'ingegnere, sono stati causati, rispetto alla situazione di vent'anni fa,
dalle stesse dimensioni assunte dalla produzione e dall'attività industriale. Di quattro volte è
cresciuto il consumo dei prodotti siderurgici ; di sei volte l'elettricità ; di dodici volte il settore
dell'automobile. Questo incremento sta conducendo l’Italia a essere una nazione industriale, ma
determina uno sforzo di rinnovamento in molti settori, in modo principale nell'ingegneria, che ha
richiesto la trasformazione della vecchia mentalità.
Un altro fattore, ad esempio, che ha contribuito a cambiare la conduzione aziendale e nel
contempo la funzione e la forma mentis dell'invegnere, è rappresentato dall'importanza oggi
attribuita all'aspetto sociale del lavoro.
In una conferenza sull'argomento tenuta recentemente alla Camera di Commercio di
Genova, l'ing. Marchesi, presidente dell'Italsider — nel quadro dei ricordi è confronti della
to
sua vita professionale, che abbraccia l'epoca pinnieristica e l'attuale tra-
sformazioni ha affermato che il problema sociale vent'anni fa non
era di primaria importanza. Oggi, invece, il problema appare diret-
tamente
ha detto l'ing.
collevato all'idea dell'attività industriale.
Marchesi
più approfondita per comprendere la necessità e il metodo di contempe-
è Qecorre dunque —
che l'ingegnere abbia una sensibilità molto
rare la spinta sociale con le esigenze economiche è industriali. Tutto ciò
richiede una mentalità protesa verso un costante progresso ».
Aticora un tema che non può nom contribuire ai caratteri innovatori
nella figura del moderno ingegnere, si ritrova nella programmazione, sia
al livello aziendale sia sul piano della comunità. Non è più possibile, oggi,
avviare un'iniziativa, una trasformazione, un ampliamento senza avere
studiato e discusso tutti i particolari dell’opera. Quando si elaborano dei
salari,
del costo delle materie prime, del progredire della teenica. Nella figura
de ll’ingegnere si comcentra così, e si esalta, un carattere eminente della vita
piani a lungo termine, si deve tenere conto dell'evoluzione dei
moderna: la cibernetica. E sotto questo profilo, la formula cibernetica
conduzione del-
l'azienda - nuova figura dell'ingegnere, viene sottolineata dalla comples-
sità dei problemi che, nell'industria, si è venuta sostituendo alla vecchia
semplicità, a cansa del rapido rinnovamento tecnologico, condotto ormai
dell'indissolubile binomio : democratica © collegiale
sino alle soglie dell'automazione, L'automazione sarà il prossimo impor
tante passo che metterà severamente alla prova le capacità tecniche e cri-
tiche del significa infatti
balzo, quantitativo e qualitativo, nella dotazione tecnica €
dell'industria.
muovo ingegnere i l'automazione un grandi
scentifica
della comunità
L'ultimo prodotto del rinnovamento tecnologico presenta problemi
che non possono essere risolti soltanto dall'ingegnere, ma prevedono l'in-
tervento dei matematici, dei logici, dei fisici, dei chimici, dei sociologi.
Giustamente l'ing. Marchesi, nella sua conferenza ha accennato all'esem-
pio del cervello elettronico. Per sfruttare il cervello
usare un cervello acuto, tanto acuto che può essere fornito soltanto dal-
lettronico, occorre
l'impiego sincrono di numerosi cervelli umani. Allo stesso modo sarà ne-
cessarin porsi di fronte all'impiego dell'automazione. L'ingegnere dovrà
imparare a collaborare con il matematico, per l'elaborazione di calcoli
sempre più complicati, con il logico per l'impostazione corretta dei pro-
blemi, con il fisico per risolvere î complessi quesiti sperimentali, con il so-
ciologo è lo psicologo, per affrontare le conseguenze psicologiche e sociali
delle tecniche,
C'è infine da aggiungere che con l'introduzione dell'automazione, le
INRODAZIONI
attività di ricerca, di ritrovamento nel campo dell'ingegneria, sino ad oggi
trascurate in Italia, dovranno essere sviluppate in rapporto alla dimensio-
ne delle imprese e all'importanza delle iniziative.
l'industria italiana în molti settori ha studiato e applicato î più felici risul-
tati dell'esperienza compiuta in altri paesi.
Stino ad ogpi, infatti,
Nei prossimi tempi il nuovo ingegnere dovrà prepararsi edè un al-
"as
tro aspetto che lo distingue a ricercare © ad elaborare sistemi produttivi
originali, sta nei centri scientifici dell'Università sia in quelli delle grandi
aziende,
Si puo veramente sottolineare come i vasti ed estesi compiti
scientifici, di politica aziendale e sociale, comportino a tutti i livelli della
direzione aziendale un lavoro sempre più di squadra, a "team", collegiale,
Tecnici,
democratico,
Per costituire coteste squadre vccorrano molti ingegneri, La Finsider,
che ne inquadra circa settecento, ne aumenta la sua dotazione di circa cento
unità all'anno. Ma è probabile che tra breve gli ingegneri siano molto contesi
nel nostro paese. Per i prossimi otto 0 dieci anni si calcola infatti che. li
necessità di cotesto prezioso personale, determinate dall'impe tnoso soiluppo
industriale, mon potranno essere interamente sodilisfatte. Oggi le Università
curano la preparazione degli ingegneri con una serietà forse maggiore di
quanto non avvenisse nel passato. Ma il problema della preparazione di
un soddisfacente numero di ingegneri si risolve soltanto con l'affrontare
tutto il problema della scuola néi suoi indirizzi e metodi, dalle elementari
sino all'istruzione superiore. La Finsider conta molto sulle giovani leve,
sull'immissione nell'attività produttiva di nuovi elementi pieni di energi
vergini, non appesantiti da concetti superati nel raggiungimento di una
mentalità orientata verso le mete suddette,
I giovani hanno soprattutto da rammentare che l'ingegnere, nella ci-
viltà delle macchine, gode ili un grande prestigio che gli viene dalla prepa-
razione è dalla competenza tecnica. Questo prestigio si trasforma natural-
mente in una proporzionale responsabilità, sociale ed umana. L'ingegnere
amministra e controlla il rapporto uomo-macchina, sotto il profilo della
programmazione, della lavorazione, dell'addestramento, determinando si-
tuazioni umane e sociali. Egli contribuisce in misura notevole a creare il
rapporto individuo - collettività, fondamentale della odierna convivenza
comunitaria. Non è più quindi un semplice ingranaggio del processo produt-
tivo, legato soltanto agli aspetti tecnici della produzione, ma un elemento
più importante ;
uomini e di quadri, di esperienze sociali e di lavoro determinanti il pro-
creatore di macchine e di impianti, e mel contempo di
gresso civile ed economico.
Ì
-— =
Jl Ministero
per le
Partecipazioni
Statali
Iniziamo con questo articolo | illustrazione
della struttura e delle funzioni degli enti che,
ai varblivelli è nei diversi settori, indirizzano
e coordinano l'industria italiana a partecipa»
sione statale.
Seguiranno gli articoli dedicati all'IRI e alle
sue società finanziarie, all'ENI ecc., in modo
da fornire ai nostri lettori un panorama di questo
vasto campo dell'industria è dei suoi problemi,
A che cosa serve il Ministero per le Parteci-
pazioni Statali? Quando fu approvata la legge
che istituiva il Ministero e nei due anni che
ne precedettero la effettiva formazione, la do-
manda aveva assunto un tono chiaramente po-
lemico. Ci si chiedeva, negli ambienti econo-
mici: non esiste già un Ministero dell’ Indu-
stria per realizzare la volontà politica dei
governi nel campo economico? Non ci sono
forse, per soddisfare più concretamente tale
volontà nel settore delle industrie a partecipa-
zione statale, l' IRI e 1° ENI?
Quattro anni di vita del Ministero hanno ri-
sposto in notevole misura a queste domande.
Economia mista
La costituzione, la funzione del Ministero
per le Partecipazioni Statali in Italia si situa nel
superamento, ormai avvenuto in numerosi pae
sì europei © atlantici, del vecchio contrasto
teorico tra liberismo e dirigismo. È diffusa-
mente accolta, dai moderni teorici del capita-
lismo (anzi studiata e resa omogenca al siste-
ma), la presenza dello stato nella difesa e nel-
la sollecitazione del tradizionale equilibrio del
mercato. Le grandi spese per le infrastrutture
— opere pubbliche, strade, ferrovie, ospedali,
scuole, assistenza ecc. — oltre a rappresentare
investimenti necessari al conseguimento del
comune benessere, sono veri e propri stru-
menti di intervento economico per modificare
gli aspetti più difficili della congiuntura, al-
la parì, ad esempio, della manovra del tasso di
sconto da parte delle banche controllate dal
pubblico potere.
In alcuni paesi curopei, come la Francia e
l'Italia, forse a causa di certe radici molto
simili, e non sempre commendevoli, dei siste-
mi statali dei due paesi (l'accentramento buro-
cratico), a coreste funzioni dello stato attore
nel processo economico, si è aggiunta, per va-
rie ragioni e in diverse successioni di tempo,
una diretta attività imprenditoriale. In Inghil-
terra le nazionalizzazioni laburiste hanno in-
dotto lo stato ad amministrare interi settori
produttivi. Si è così determinata a poco a po-
co, in una parte dell’ Europa, una economia
né interamente fondata sulla impresa privata,
né del tutto dominata dal principio della na-
zionalizzazione: una economia “mista” che ha
rapidamente acquistato il carattere di un equi-
librio politico e sociale antimonopolistico e an-
tiautoritario nel contempo, idoneo a risolvere
gli appassionanti e ineluttabili problemi comu-
nitari della nostra epoca. Questo aspetto della
formula, naturalmente, non si è rivelato agli
osservatori e ai dirigenti delle industrie di
stato in modo chiaro ed essenziale sin dal-
l'inizio. Si è trattato di una lenta conquista
concettuale e pratica, che a un certo punto pa-
reva contraddetta dal successo vorticoso del
puro sistema capitalistico in alcuni paesi cu-
ropei oppure dalla energica spinta dei sistemi
economici collettivistici, ai primi gradini dello
sviluppo economico.
La necessità e opportunità della programma-
zione democratica e non autoritaria per com-
battere ed eliminare le crisi congiunturali han-
no invece assicurato definitivamente la vittoria
alla presenza imprenditoriale dello stato nella
struttura economica.
Programmazione
Nei paesi a sistema democratico, infatti, la
programmazione non può essere del tutto im-
perativa, semmai ha da risultare concordata:
incentivi e prudenti manovre del credito co-
stituiscono efficaci strumenti nelle mani dello
stato per fornire alla programmazione la forza
orientatrice indispensabile a conseguire gli ef-
fetti operativi stabiliti. ‘Tra questi strumenti,
tuttavia, le industrie a partecipazione statale
consentono ai pubblici poteri di realizzare di-
rettamente, nei limiti di una gestione avveduta,
risultati economici utili alla realizzazione della
politica del piano.
Oggi le industrie di stato coordinate dal Mi-
nistero per le Partecipazioni Statali si appresta-
no ad affrontare questi compiti, nel quadro del-
la pianificazione che si viene delineando. Ma
nel 1956, quando il Parlamento votò la legge
istitutiva del Ministero, non tanto si pensava
alla programmazione generale, quanto a for-
nite un principio unitario di politica economi-
ca alle numerose attività industriali del potere
pubblico. Lo stato da una parte doveva preoc-
cuparsi che la gestione delle proprie aziende
fosse ordinata e reddlitizia (e sotto questo pro-
filo si può senz'altro ammettere che la situaz'o-
ne non fosse a quel tempo affatto uniforme);
dall'altro lato intendeva adoperare le sue par-
tecipazioni industriali come uno strumento di
politica economica.
Questa duplice caratteristica, economica è
politica, ha finito per essere riconosciuta come
3
il carattere più peculiare delle aziende a parteci-
pazione statale rispetto al quadro più consueto
dell'industria privata.
Riordinamento
La prima questione, del riordinamento eco-
nomico, fu risolta con la riforma dell’ IRI. Il
secondo problema, dell'indirizzo politico uni-
tario, fu invece affrontato con la costituzione
del Ministero per le Partecipazioni Statali. La
struttura organizzativa di queste industrie ri-
sultò quindi sistemata a quattro livelli: il Mi-
nistero; gli enti di gestione (IRI, ENI ed altri
progettati); le società finanziarie dell’IRI
(Finmeccanica, Finmare, Finsider ecc.) e le
capogruppo dell'ENI; infine le aziende.
Attraverso l’esperienza, la funzione del Mi-
nistero per le Partecipazioni Statali si è preci-
sata nei rapporti con gli enti di gestione. C'era
a questo proposito il timore, energicamente
respinto dallo stesso Ministro per le Parteci-
pazioni Statali, sen. Bo, nel discorso alla
Camera dello scorso anno, che il nuovo Mi-
nistero si riducesse a un organismo di con-
trollo, oppure di collegamento tra gli enti €
il Parlamento, senza una volontà di indirizzo
cconomico rispetto alle attività imprendito-
riali poste sotto Ja sua tutela. Nella realtà,
il campo di azione, di programma e di coor-
dinamento del Ministero ha avuto la più
valida e concreta definizione nel confronto
tra il carattere “pubblico” delle aziende di
stato e la questione, quotidianamente dibat-
tuta, dei criteri da seguire per la loro
gestione.
Aziende ed enti
La presenza dello stato nelle attività pro-
duttive è infatti giustificata, in un sistema a
cconomia mista, dal conseguimento di obiet-
tivi generali cui non può tendere l'iniziativa
privata, come l’agire in senso antimonopoli-
stico, sostenere i settori produttivi di base,
correggere gli squilibri territoriali e le stroz-
zature strutturali del sistema economico, con-
correre allo sviluppo dello stesso mondo im-
prenditoriale,
Ma le aziende a partecipazione statale, per
motivi finanziari e giuridici, non possono ri-
nunciare, proprio per non venire meno ai
medesimi principi dell'economia mista su cui
si regge, per gran parte, l'armonia e il fun-
zionamento del sistema produttivo italiano,
al rispetto della economicità delle gestioni.
Ciascuna azienda è autonoma nella ricerca
di cotesta economicità, e non è compito del
Ministero l'intervento in cotesta sfera di de-
cisioni operative. A questo livello i criteri am-
ministrativi delle aziende di stato non presen-
tano differenze rispetto alle imprese della ini-
ziativa privata, Come accade di frequente nelle
aziende private è possibile che talvolta un com-
plesso produttivo appena sorto non offra ga-
ranzie di redditi immediati, ma debba atten-
dere di vedere sorgere un mercato ai suoi pro-
dotti, Ma pure in questo caso non ci sono dif-
ferenze nella prospettiva degli investimenti tra
l'industria di stato e quella privata.
4
L’opera di programmazione ec di investi.
mento delle aziende viene inquadrata e orien-
tata dalle finanziarie e dalle società capo-
gruppo, secondo le direttive provenienti dagli
enti di gestione, i grandi mediatori della strut-
tura produttiva di stato con il potere politico.
Gli enti di gestione, alla pari delle grandi
concentrazioni private, accordano tutte le
varie iniziative c le riferiscono a un grande
bilancio generale, espressione della politica
economica indicata dal Governo e dal Parla-
mento ma concretamente articolata e diretta,
per quanto concerne le aziende di stato, dal
Ministero per le Partecipazioni Statali.
Funzione del Ministero
Si ha a questo punto la risposta alla do-
manda ‘qual'è la funzione del Ministero
per le Partecipazioni Statali”, Esso controlla e
amministra le direttive generali indicate dal
Governo e in particolare modo dal Comitato
permanente dei ministri alle attività industriali
dello stato. Questo controllo e indirizzo da
parte del Ministero si esercita nei confronti
degli enti di gestione, che sono i proprie-
tari delle quote di partecipazione azionaria
nelle società operative,
Il Ministero controlla gli atti contabili, am-
ministrativi e finanziari degli enti; accerta
che gli enti perseguano i fini di pubblica
utilità, nella loro gestione, e rispettino le
direttive generali; che i programmi concor
dati siano eseguiti; che persistano le condi-
zioni essenziali per la presenza delle parte
cipazioni statali in un determinato settore
produttivo; che siano osservate le regole
stabilite dagli atti costitutivi e negli statuti.
Può sembrare a prima vista che il Ministero
per le Partecipazioni Statali, nei-confronti degli
enti di gestione, eserciti delle funzioni di con-
trollo € di indirizzo che costituiscono in realtà
prerogative del Parlamento (controllo), 0 del
Governo e del Comitato permanente dei mi-
nistri (indirizzo). Ad esempio, la decisione di
costituire nuove partecipazioni, consentita alla
autonomia degli enti di gestione quando
risponde ad esigenze tecnico-economiche, deve
essere invece approvata dal Comitato perma-
nente dei ministri nel caso che sia suggerita
da ana opportunità di politica economica;
oppure dal Parlamento, ove tale nuova ini-
ziativa debba operare in un settore non com-
preso tra quelli prescritti all'ente di gestione.
Lo stesso discorso vale per la liquidazione,
l'estinzione, la concentrazione o la trasforma-
zione delle società a partecipazione statale.
Ma questi organi, e cioè il Comitato perma-
nente dei ministri e il Parlamento, sia pure pro-
‘stando alle attività industriali dello stato una
notevole attenzione, non possono seguire,
coordinare e studiare i problemi suaccennati
con l’assiduità necessaria trattandosi di que-
stioni imprenditoriali, e con Ì diretti strumenti
di intervento. Si è per questa ragione apposita-
mente istituito il Ministero per le Partecipa-
zioni Statali, dotato dei seguenti poteri:
1) per il controllo amministrativo, conta-
bile e finanziario degli enti di gestione il
Ministro per le Partecipazioni si serve dei
collegi sindacali. Il collegio sindacale del-
l'ente di gestione è infatti costituito da un
funzionario del Ministero, che ha la carica
di presidente e interviene pertanto alle riu-
nioni del comitato esecutivo dello stesso
ente e da altri quattro sindaci, di cui due
supplenti, iscritti nell'albo dei revisori dei
conti, nominati dal Ministro.
2) per l'indirizzo politico-economico, il
Ministro per le Partecipazioni Statali ammini-
stra i rapporti tra gli enti di gestione e il
comitato permanente dei ministri, nelle ma-
terie di competenza di cotesto organo; coor-
dina Je attività delle partecipazioni azionarie
con quelle degli altri settori dello stato; pro-
pone al Consiglio dei ministri la nomina
dei presidenti e dei vicepresidenti degli enti
di gestione; propone al Presidente del Consiglio
la nomina degli altri membri dei consigli di
amministrazione.
I provvedimenti circa la costituzione di nuo-
ve partecipazioni o concentrazioni o liquida-
zioni 0 trasformazioni di società devono essere
comunicati al Ministero dagli enti di gestione,
anche nel caso che l'ente consideri di sua com-
petenza la decisione. La valutazione delle
sfere di competenza è quindi riservata al
Ministro, che ne riferisce al Comitato perma-
nente dei ministri e al Governo.
Secondo Je conclusioni del Consiglio Na-
zionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL),
nei casi di grave irregolarità 0 per la mancata
attuazione del fine pubblico, al Ministro per le
Partecipazioni Statali dovrebbe essere ricono.
sciuto il potere di proporre al Presidente
della Repubblica lo scioglimento anticipato
dei consigli di amministrazione degli enti,
sentito il parere del Consiglio dei ministri.
Rapporto dialettico
] fini generali così prescritti dall'organo po-
litico, frutto di precise scelte di politica eco-
nomica, sono di competenza c di responsabi-
lità del Ministero per le Partecipazioni Statali;
gli enti di gestione ne curano, con propri pro-
grammi, l'attuazione e lo sviluppo nel modo
più economico ed efficiente.
In sostanza, tra Ministero, enti di gestione,
finanziarie e aziende si è creato un rapporto
reciproco di influssi: le direttive generali che
partono dal Ministero sono tradotte in termi-
ni di indicazioni operative alle aziende. Dalle
direttive generali, che sono delincate natural-
mente attraverso un incontro, a livello mini-
steriale, tra le scelte politiche del Ministero e
quelle tecniche delle aziende, rappresentate
dall'ente di gestione, hanno origine i piani
degli investimenti, ‘aggiuntivi o sostitutivi ri-
spetto a quelli elaborati sul piano aziendale.
Le aziende e gli enti studiano queste lince,
i riflessi negativi c positivi, le esperienze rea-
lizzate; e propongono al Minister i necessari
emendamenti 0 le nuove iniziative da adottare.
Il complesso lavoro, sistemato organicamen-
te nel contesto del programma ministeriale,
concordato con la politica generale economica
del Governo (e tra breve con il Piano), for-
ma infine la base della relazione programma»
tica. sottoposta dal Ministro per le Partecipa-
zioni Statali al controllo e all'approvazione del
Parlamento.
Economicità
Si è detto del confronto costante tra i criteri
di economicità che devono essere adottati dalle
attività imprenditoriali pubbliche e l'esigenza
di realizzare fini collettivi che ne contraddi-
stinguono e ne giustificano l'esistenza; con-
fronto costante che rappresenta l’attività di scel-
ta più grave e importante per il Ministero per
le Partecipazioni Statali. AI proposito contiene
interessanti, anche sc discusse, affermazioni il
documento elaborato dal CNEL per conto del
Governo sull'ordinamento delle partecipazioni
statali.
In questo documento, ove è sottolineata
la finalità pubblica delle aziende a partecipa-
zione statale, si è dell'avviso che i criteri di
economicità, concretati nci bilanci attivi o
comunque non passivi, devono costituire la
base amministrativa delle aziende e degli enti
di gestione. Mentre al livello aziendale —
secondo il CNEL — la formula del bilancio
in pareggio, o attivo, ha da essere tuttavia
considerata il metodo di conduzione più
semplice ed efficace, sul piano dell’ente di
gestione (che tra le altre cose non deve ren-
dere conto dei suoi bilanci a soci privati),
il criterio di economicità deve essere con-
frontato con i fini pubblici perseguiti, in un
ragionevole periodo di tempo, sino al conse-
guimento dei risultati utili sia sotto il profilo
del bilancio sia sotto quello dell'interesse
econumico comunitario, Più chiaramente, l’en-
te di gestione, con gli utili ricavati dalle altre
aziende sotto il suo controllo, può fare fronte
ai maggiori oneri causati da interventi nei
settori di base, in quelli monopolistici op-
pure nelle situazioni economico-sociali da
avviare allo sviluppo o da difendere dagli
effetti di una recessione.
L'ente di gestione si assume così la re-
sponsabilità di realizzare i fini pubblici de-
terminati dal Governo, quando tali fini esi-
gano un onere incompatibile con i criteri di
gestione economica. della società. operatrice.
L'ente di gestione provvede a questa società
i mezzi finanziari occorrenti. E il Governo
ha poi da reintegrare gli enti di questi oneri
causati dal conseguimento dei fini pubblici.
Naturalmente assumono un grande rilievo
i compiti di valutazione e di orientamento
affidati, in tale circostanza, al Ministero per le
Partecipazioni.
C'è però ancora qualcosa che merita di es-
sere segnalato nell'attività del Ministero per le
Partecipazioni Statali, Si è detto che la gestio-
ne economica delle aziende di stato non deve
differirsi da quella delle imprese private. Nel
campo dei rapporti con i dipendenti, le azien-
de di stato, senza ricercare motivi di divisio-
ne con le aziende private, hanno tuttavia il
compito di essere all'avanguardia nel tentati
vo di soddisfare le prescrizioni, contenute nel-
la carta costituzionale, rispetto ai rapporti tra
datori di lavoro e prestatori d’opera.
L'Italsider a Spoleto
Sculture
nella città
Ancora in'immagine di eTeodelapio», lo “stabile” di
Calder che sorge come una moderna “porta trionfale”
a Spoleto. La scultura è alta diciotto metri e larga quat-
toridici, Le lastre di ferro hanno uno spessore di undici
millimetri. Complessivamente, l'enorme scultura pesa
trenta tonnellate, Per realizzaria, Calder preparò un mo-
dello che i tecnici dello stabilimento Italsider di Savona,
sperialineati nella costruzione di carpenteria pesante,
hanno ingrandito ventisette volte. Calder è poi interve»
uuto persamalmente nella fase del montaggio per perfe»
zionare tutte le strutture aggiuntive ehe dovevano esse-
re sistemato per assicurare la perfetta stabilità dell'enor-
me ‘arco rampante”, Quando Calder giunse a Spoleto,
il montaggio della sua scultura era già in corso: « quan-
ile ho scorto «Teodelapio» dal treno - egli ci ha detto
- sono rimasto io stesso impressionato e deliziato ve-
tendo quant'era grande, Deliziato ed impressionato sono
tuttora, e desidero ringraziare per questa l'Italsider... ».
Ila mostra «Sculture nella città», allestita
quest estate a Spoleto in concomitanza con îl
quinto Festival dei Due Mondi, l' Italsider ha
contribuito ospitando rei suoi stabilimenti dieci
scultori, Essi hanno creato grandi opere in ac-
ciato con la collaborazione dei tecnici e degli
operai, II critico Marco Valsecchi è stato a
Spoleto mentre fervevano i lavori di montaggio
delle sculture e ha scritto per la nostra Rivista
le sue impressioni su questa originale mostra, al-
lestita nelle vie e nelle piazze dell'antica città
medioevale.
La prima scultura la incontro a pochi pas-
st fuori della stazione. È una specie di staf-
fetta in avanguardia del numeroso pattuglione
di statue che ha preso possesso della città di
Spoleto. Spuntano da ogni parte, in cima
alla scalinata, all'angolo di un vicolo, sotto
un archivolto, nell'ombra di un portico; sul
sagrato di una chiesa, all'ingresso di un
teatro, © addirittura in mezzo a una strada
per cuì gli spoletini, per camminare, debbono
tarsi da parte. Ne è invaso persino il vecchio
teatro romano. David Smith, per una specie
di privilegio, s'è presa quella vasta cavea
tutta per sé e vi ha collocato una ventina di
sculture sue; una mostra personale dentro la
grande esposizione cittadina. E naturalmente
se ne trovano anche in piazza, davanti al
Duomo, che è quanto dire in uno degli am-
bienti cittadini più belli è nobili che esistano
al mondo, Tanto è vero che alcuni spoletini,
che pur hanno compreso e accettato di buon
animo questa pacifica e artistica. invasione,
ne sono vagamente perplessi.
Fuori della stazione c'è un breve viale che
conduce verso la porta di città; al centro di
un quadrivio è stata collocata, ripeto, la prima
statua di questa radunata di sculture interna-
zionali, che è cresciuta man mano di numero,
da contarne oggi già più di cento, E qual-
cuna è ancora in arrivo o si sta montando,
Difatti una grossa gru e alcuni Operai cotti
dal sole e in tuta come fossero in un'officina,
stanno rizzando certe larghe lamiere pesan-
tissime, per montare una nuova scultura del-
l'americano Alexander Calder, che ne ha già
altre due in giro per la città. Non c'è tema di
sbagliare se dico che è la più vasta esposizione
di sculture contemporanee che si sia mai
realizzata al mondo. E questa collocazione
nel seno di una città, all'aria aperta, tra la
gente occupata nelle sue faccende quotidiane,
non credo possa essere ripetuta, con uguali
effetti, in altra località della terra. Si direbbe
che Spoleto sia nata, con le sue strade e i
muri. a perpendicolo, e le torri, e gli antri
bui, c i selciati medioevali, città di pietra,
città solida come un'antica fortezza, proprio
per accogliere in una cornice ideale le scul-
x Molte delle quali, per essere di
ferro, di lamiere, di acciaio, sembrano an-
apposta per testimoniare un
tempo duro, una situazione drammatica, una
condizione d'assedio dell'uomo moderno, e
quindi adatte a sposarsi con i solidi e aspri
profili di questa antica città,
Quella prima statua, dicevo, che il viaggia-
tore incontra al suo primo apparire, è di
Arnaldo Pomodoro, un giovane di
talento, e sembra, da come è stata messa,
uno spartitraffico. Un po’ sproporzionato a
dire il vero, perché è alto alcuni metri. Mal-
grado la sua mole, è una scultura condotta
con un piacere del particolare sottile, intaglia-
ta com'è di lamelle, di brevi rilievi che le
conferiscono un’aria di opera cesellata.
Il regista della mostra, Giovanni Carandente
della Soprintendenza di Roma, ha fatto molto
bene il suo lavoro, e quasi sempre ha trovato
per le cento sculture l'ambiente giusto. Nei
suoi panni è dinanzi alle grosse difficoltà di
un incarico del ypenere, chissà cosa avrebbe
fatto altri nella stessa situazione. L'importante
ture d'oggi.
ch'esse nate
molto
è che. si ssa rotto, come si dice, il ghiaccio tra
pubblico e scultori d'oggi.
Spoleto, a dir il vero, non è alle sue prime
prove. Da anni coltiva un premio di pittura,
che rivelò alcuni tra i più interessanti giovani
pittori italiani. Ma è un premio che si svolge
al chiuso, nelle stanze nobili di palazzo Col
licola e per vedere le pitture, il pubblico deve
varcare la soglia, salire lo scalone e sfilare
dinanzi alle pareti. Stavolta invece le ‘opere
sono scese in piazza, sono entrate nella vita
quotidiana del pubblico, affrontano il con-
fronto diretto con la vita e l'esistenza delle
cose antiche, e anche chi non vuole se le trova
accanto, le sbircia con la coda dell'occhio
vicino a case, murì, archi, facciate cono-
sciute direi per abitudine familiare,
Un grande rispetto, e anzi una prova che
ridesta la commozione di tutti, cultori d’arte
e gente semplice, suscita la erande scultura
dell'inglese Henry Moore, Figar
di fianco alla facciata del Duomo, in cima a
una spazia sulla
città e sull'ampio panorama della valle verso
Foligno e Assisi. E la scultura più dominante
di tutta all'aperto. I
volumi incombenti rivelano un profondo sen
Isfesa, Messa
scalinata laterale da cui si
questa mx stra suo
timento che sì avverte subito. Non è un'eser
citazione accademica, è un
freddo, Anche la azzardata, le
dilatazioni dei particolari, il franare improv-
viso delle cavità di contro alla massa dura
non capre co a
sua torma
di certi gonfiori paiono subito dominate da
urgere
di pensieri drammatici e nello stesso tempo
una necessità rappresentativa, da un
toccati da un'antica nostalgia di amore umano,
di misura classica, che ciascuno ne rimane af
ferrato, come dinanzi a talune sculture antiche
di eroi o di deirtà giacenti. Succede anche alla
Pomona, un prosperoso nudo femminile, calmo
e solenne nella sua grazia arcaica, scolpito in
bronzo da Marini: appare dalla strettoia di
un ‘vicolo come incedesse e vale come l'ap
parizione di una grazia che sembrava smarrita
di Manzù,
ai rempi attuali. Anche il Card
chiuso nel suo piviale come in una corazza,
fervore di
gemello delle
tutto un religioso ardire figurale,
appare antiche statue gotiche
che diventano colonne e ornano i portali delle
vecchie cattedrali. Quel che colpisce infatti,
in questo confronto diretto con l'antico am
biente di città italiana, è realtà
pale
mente le
e all'ardire formale d’
una questa
che la vera scultura, anche se stretta
a alle vicende e ai sentimenti
Oggi, trova per istinto,
quasi lo sgorgare di una sapienza naturale
che si tramanda attraverso i secoli, la misura,
la forza, laura degli antichi esempi.
Fd è chiaro che un senso simile si raccoglie
al di fuori del pregio materiale delle sculture.
Davanti a San Giovanni e Paolo, l'inglese
Paolozzi ha specie di
gigantesco, mentre in via Filitteria ha rizzato
collocato una rospo
la figura conturbante, una specie di fantasma
ossessivo d'uomo, però più vicino al robot
che alle fattezze umane; e suscita, con queste
due sculture, specie col robot, un'autentica
impressione di. profonda angoscia che s'in
carna in un'immagine che non più
uscire dalla mente. E sono sculture fatte di
vuole
d’officina, di
Qui la materia dav-
pezzi raccogliticci, di rottami
relitti bellici © rugginosi
vero non poteva essere differente; è il paral
lelo immediato del sentimento irridente e
Ancoscioso
che ha generato quell'immagine,
diciamo pure quei “mostri” col tono antico
che si diceva per le sfingi c per i draghi. La
mitologia della paura e dell'inferno, anche se
non più teologica ma altrettanto e prote ’nda-
mente umana nei tempi d'oggi, trova qui le sue
incarnazioni più significative. Ed è chiaro
cioè che non basta sal
ritagli di ferro per
anche il contrario, c
dare insieme rottami €
raggiungere lo stesso acme di spirituale in-
venzione poetica, ll già citato. Smith, che
ha invaso la cavea del teatro romano, ha co-
struito le sue sculture raccogliendo i pezzi
eterogenci di un'officina. Ne ha cavato com
posizioni di un curioso effetto: a volte di una
preziosa decoratività, altre volte di un sor
prendente accento d'ironia inventiva che ri
corda l’apgressiva rivolta del dadaismo. Ma
volta
pezzi
altre volte lo scultore è stato a sua
dominato dall'occasionale forma dei
utilizzati,
E in quest'aria di spiriti allarmati dirci che
molte racunate qui a
Spoleto. Forse gli incubi della nostra società
sono più lucidi e resistenti della speranza?
Mille non più mille, verrchbbe da ripetere
con l’antico profeta di sventure. Ma sarà
poi vero? Ad ogni modo diamo per scontata
la verità di questo assunto; infine l'artista ha
tutta la libertà non solo del suo esistere ma
sono sorte sculture
anche del suo immaginare e gli chiediamo solo
di rendere palese anche a noi, con l’icasticità
ineffabile della rivelazione
poeti
ceco ancora sulla
suoi pensieri. Ed
piazza, quasi occhieggiante dietro le tre ab-
mirabili della dugentesca chiesa di Santa
Fufemia, la cupa figura dell'uomo-pipistrel
lo d
agnolo Chil
l'inglese Chadwick. Lo
con i suoi ferri da tàuromachia, tramanda
addirittura un crudo senso di tortura; e per
ino l'ironico, divertito nella sua innocenza,
Alexander Calder, inseguitore di labili, sottili
whiriporì lirici con i suoi “mobili”
più d'aria,
sospesi c
londolanti al lieve sotto quasi
fronde sensibilissime di un frondoso elicine,
ha mutato ispirazione, ha lasciato il bosco,
il giardino e si è addentrato nella foresta dei
simboli paurosi, tra i meandri dell'anima uma-
na c ne ha cavato figure di ragni, giganteschi
” insetti tentacolari, uno dei quali esplicitamente
chiama Vera: © davvero
ossessivi e macabri se non sfiorasse il sospetto
Vedova sarebbero
di una sottile ironia, una specie di giuoco
giocato vertici dell'intellicenza.
In cima a una scalea, verso il Municipio,
appare all'improvviso un aculéo, una guglia
di accizio, un tortile pinnacolo
tesca brandita
alto: otto dieci metri? È
fa spettacolo con la
Anche Somaini ha avuto
munaccioso
lancia contro
come
una pig
Quanto è
di Franchina, è
sacttante verticalità,
nile, con una Parto che si rizza ac
sua
un'idt n N
canto a una balaustrata, Un'altra figura appren
iva è quella scolpita dal giovane napoletano
Perez, il Ae, una figura di arcaico capotribù,
o un uomo spodestato dalle sue nobiltà ideali
umane?) che avanza sul selciato a schegec
in vicolo nella parte vecchia della città,
E come cedere all'angoscia dinanzi alle
luce figure di Germaine Richier, artista morta
he
una
nor
no fa, che recano anch'esse î segni
morte, di una dissoluzione atomica,
inte volte sfruttati dopo di lci?
che li accanto c'è l'allegro
feo. del vecchio Zadkine. 0 la trionfale
tura in bronzo dorato di Alberto Viani,
a forma chiara, un lieto espandersi nello
cupi
Ma il giro è lungo, tortuoso, abbraccia tutto
giro delle vecchie mura, percorre i
viali attorno alla rocca, scende nelle vallette,
cnetra fra i meandri della città per chilometri
chil $
po! viste tutte: ecco il Riliemo di acciaio inos-
: idabile di
i strada quasi campagnola, tra macchie d'alberi e
facciate di quiete case, che vi giocano un'aerca
Per fortuna
pazio, senza ombre di presentimenti.
pio
etri e chissà mai se le sculture le ho
Carmi collocato In mezzo a una
prospettiva; 1 /e/ew di Mirko non troppo bar-
barici in verità,
: shirigoro, librato come un draeo cinese sul
I di Beverh Pepper; la costruzione
parictale del Kengjro Azum
Gilioli;. la erande ‘ala
sa di Ghermandi;
piuttosto decorativi; il bel
KIApponecsc
9 astratto «i
l'allegro éèd
di Minguzzi; le
Leoncillo;
estroaso
j de due figure di
orts. di
quarta
ritmi geometrici di
belle co_sontuose SOVrAPppos:izioni
iltoree di Consagra, che riescono a cr
ina vasta superficie
mossa, a rilievi luminosi
ui corrisponde una controfigura d'ombra, in
Nino Franchina accanto a «Spoleto 1962», la scultura che eglì ha realizzato nell'ofticina del centro siderurgico “Oscar
Sinigaglia” di Cornigliano dove l'artista aveva già lavorato nel 1959. Quella prima esperienza di Franchina nella no-
stra officina di Cornigliano, si può dire abbia amicipato quanto l'italsider ha su più vasta scala realizzato quest'anno
collaborando alla mostra di Spoleto. Nel 1959, come si ricorderà, Franchina realizzò in collaborazione con gli operni e
i teeniei dell’ «Oscar Sinigaglia" una scultura in ferro alta quindici metrì intitolata «Commessa 60124», attualmente
sistemata sul lungamare di Genova, « Sono ritornato all'appuntamento con l'officina di Cornigliano, dopo quasi tre anni,
con la stessa emoziane che avevo provato alla mia prima esperienza, quando avevo realizzato la Commessa 60124»
— ha dichiarato per la mostra Rivista Franchina, «Sono ritornato nello stesso capannone dell'officina riparazioni e ho
ritrovato i miei amici carpentieri, brasatori, mibisti, gruisti. Come la prima volta, non avevo un vero e proprio bozzetto,
pensavo a Spoleto e alla sua dimensione, avevo deciso che la scultura avrebbe dovuto aggirarsi intorno agli otto metri
di altezza: per jl resto mi sarci lasciato trasportare dall'atmosfera di quel mondo per me così esaltante...: e così, con le
mie due squadre a turno, al lavoro per venti giorni, senza mai perdere la tensione, è nuta la scultura Spoleto 1962 »,
nella pagina accanto: a Spoleto Calder ha esposto anche un'altra sua celebre scultura in ferro: «La Vedova Neran. Col-
locata accanto alla piccola chiesa medioevale di San Domenico, « La Vedova Nera» appare al visitatore come un enorme
insetto minaccioso, una creatura di un altro mondo. Calder è nato mel 1898 a Filadelfia. Terminati gli studi di inge-
gnerin, frequentò a New York, nel 1922, una seuola serale per imparare il disegno. Più tardi, a Parigi, cominciò ad
eseguire le sue prime sculture în filo di ferro, piccoli personaggi, animali, giocattoli ingegnosamente animati, esposti
anche al Salon des Humoristes. La sua prima mostra personale a New York è del 1928. Ma una svolta nella carriera
di Calder si ebbe nel 1931 quando, aderendo al movimento Abstraetion-Création, egli esegui le sue prime sculture astratte
chiamate stabili”. Vennero poi le costruzioni “amimate’’, cioè dotate di un motore che lo spettatore stesso poteva azio-
nare, Poco dopo, respinto ogni intervento meccanico, l'artista ereò le sue famose “sculture mobili”: leggere, aeree
strutture in ferro mosse esclusivamente dal soffio dell'aria. Erano i primi esemplari di quella strana, metallica fauna
che oggi ormai tutto il mondo conosce, opera di un fantastico fabbro, che è al tempo stesso artista vigoroso e delicato
poeta, Tra le sue opere più famose del dopoguerra ricordiamo la seultura mobile che si innalza dtavanti al Palazzo del-
l'Unesco a Parigi e le seulture stabili presentate, sempre a Parigi, alla Galerie Macght nel 1959.
La scultura «Colloquio col vento» di Pietro Consagra è
sistemata in piazza del Mercato davanti all'imbocco di
via dei Duchi, È statu realizzata nell'oflicina del nostro
stabilimento di Savona insieme ad un'altra scultura in-
titolata «Colloquio spoletino», collocata sugli scalomi di
via Minervio.
nella pagina a fianco in alte: nell'officina di Savona,
mentre nì realizzava «Colloquio col vento», Consagra è
l'uomo a sinistra con nna mola a smeriglio sotto Il braccio.
Pietro Consagra è nato nel 1920 a Mazara del Vallo in
Sicilia, © ha studiato alla scuola di Belle Arti di Palermo,
Nell'immediato dopoguerra, ha partecipato a Roma alla
vivacissima discussione artistica di quegli anni fondando,
con amici pittori, il groppo “Forma” che pubblicò anche
un giornale dal titolo omonimo, Organizzò inoltre la prima
esposizione d'arte non figurativa nel quadro dell'Art
Cub, Da quelle esperienze parte il Consagra che tutti oggi
conoscono, con le sue costruzioni spaziali composte di
steli, aste e placche di ferro che sono, per lui, altrettante
testimonianze dell'uomo che vive nello spazio. Una ina-
niera, insomma, per “esprimere la realtà dei nostri tem»
pi in modo suggestivo”, Infatti, le sue sculture si chia»
mano «Colloquio col tempo», «Colloquio umano» e così via.
Numerose le sue esposizioni personali, e particolarmente
importante la sua partecipazione alla Biennale di Vene-
zia del 1950 e del 1956, a quella di San Paolo del Brasile
del 1955 e all'esposizione Carnegie di Pittoburgh del 1953,
«Due figure alate» di Lynn Chadwick. Questa grande
composizione in acciaio è stata eseguita sotto la dire-
rione dell'artista inglese nell'officina dell' +Oscar Siniga»
glia” di Cornigliano.
nella pagina accanto in basso: le «Due figure alate»
sullo sfondo deglì altiforni. Chadwick, nato mel 1914 a
Londra, dopo l'iniziale attività architettonica si dedicò
alla scultura nel 1945, Le sue prime “sealture mobili”
sono una sorta di omaggio a Calder. Alla sua prima espo-
sizione a Londra nel 1950, seguirono varie partecipazioni
alla Biennale di Venezia (1952 e 1956), alle Esposizioni
Internazionali di scultura all'aria aperta a Londra e a
Parigi. al Museum of Modern Art di New York, alla IV
Biennale di San Paolo del Brasile © all'Esposizione In-
ternazionale di Bruxelles. Chadwick è stato premiato al
Concorso Internazionale indetto nel 1953 per una scul-
tura «nl tema “il prigioniero politico ignoto”, Con le sue
opere, di un'eleganza raffinata ed acuta, Chadwick ha
potentemente contribuito a ercare il linguaggio delle
forme più caratteristico di questo dopoguerra. Le sue
opere, dominate dalla figura geometrica, vedono spesso
l'impiego di una mistura di gesso e di limatara di ferro
(quella stessa limatura impiegata nell'industria per i ba-
samenti delle macchine pesanti), Un altro scultore, dune
que, “Industriale” e +metallurgico”, Chadwick cì ha
scritto: na Spoleto abbiamo visto come sia possibile ai-
stemuare una seultora contemporanea, non come una
mostra ma come un'ulteriore integrazione tra un'antica
città e le opere dell'uomo, È notevole il fatto che una si-
mile esperienza «i «ia potuta organizzare, ed è degno di
gratitadine trovare un'industria come l'Italsider disposta
a dare all'artista una così valida collaborazione per ma-
nifestazioni di questo tipow.
qui a fianco: una delle sculture dell'americano Dasid
ella» Voltri. Smith
avrebbe dovuto lavorare a Cornigliano, ma per non so-
igaglia"”, dove già
era al lavoro Chadwick, si decise di mettere a sua disposi»
Sith costruite stra oflicina «
vracenricare l'otticina dell’ “Oscar Si
zione la sezione di Voltri. LÀ, Smith trovò molto mate-
riale che stava per essere avviato all'acciaieria come
rottame. Profondamente impressionato dalla bellezza delle
forme e della materia, Smith prese a lavorare con mazza,
saldatrice elettrica e mola a «meriglio. dall'alba al tra-
di tregua. Come colto
monto, senza ronceedersìi un attin
da un delirio eroativo, egli realizzò in trenta giorni, an-
ziché le due previste opere, hen venticinque sculture,
che intitolò tutte *Voltri”, differenziandole con un nu-
mero progressivo, A Spoleto, le sculture realizzate a
Voltrì sono state quasi Intte riunite nel teatro roma-
darisxir ade
i da formare una sing
mostra pers
in alto, una veduta not.
all'aperto (nella pagina aecante
turna del teatro con le sculture di Smith). David
Smith è nat 1 1906 a Decatur nell'Indiana, Dopo
eli studi all'Università dell'Ohio, lavorò come ribattitore
nelle nfficine di automobili Studebaker, Nel 1926 sì
trasferì a New York dove segui dei consì serali all'Art
Studente League. Dopo un periodo di scalture in legno
policromo, cominciò ad utilizzare il ferro saldato nel
1933, e dopo un lungo viaggio in Enropa iniziò nel suo
di sculture in bronzo intitolate “Medaglie
paese una seri
del disonore”. Durante la guerra lavorò nuovamente
come operaio saldatore in una fabbrica di carri armati
e locamotive. Dal 1940 abita a Bolton Landing. nello
stato di New York, dove «i è costruito uno studio che è
Meo importante è stata la
una vera olficina. Particolarm
sun partecipazione alla Biennale di Venezia del 1958,
Voltri è stata per Smith una delle esperienze più esal.
tanti della sua esistenza. Del su
lavoro, fa fede quanto egli ci ha scritto; « ... il risultato
ilel mio grande interesse nel lavoro all'Italsider è dimo»
ritissansno per questo
strato dalle venticingue opere che ho eseguito in trenta
mi. Questo è stato il periodo più produttivo della mia
ì
vita. lo sono riconoscente all'Italsider per la libortà
azione che he trovato in fabbrica, per Vinteresse verso il
» lavoro con la messa a disposizione di abbondante mate-
riale. Il fatto che tutti i lavori sono chiamati *Veltri!” di-
mostra il mio particolare affettuoso ricordo per la fabbrica
dell'Italsider e per tutti esloro che non hanto soutanto
lavorato con mne, ina mi hanne dato la loro devozione».
enio Carmi, collocato
qui accanto: «Rilievo 1962» di È
in piazza Campello, È stato eseguito a (
officina
a Spe
gliano. « Per mo mon era una novità lavorare È
— dice armi — perché da un p
interesse nvevo passato dei periodi in stabilimento a fare
io di anni con emor
dei quadri in ferro e acciaio con Valuto degli operai,
Ma questa era la primn volta che facevo una scultura:
in fabbrica
è stata un'esperienza molto interessante fa
in mezzo agli operai, Secondo me credo sia un'esperienza
che conta malto por Vartista di oggi, perché l'opera nasce
in ana dimensione” più giusta e più vicina al ritmo del
è in uno “studio
. Nasce €
tempo nel quale vivia
muovo, che nom è più la stanza di una velta, ma è ap-
punto un'officina dove si muovono nomini e marchine ».
nella pagina accanto în basso: una visione notturiza della
I Viac
cata all'inerocio di viale Trento e Trieste e di via Nur-
sintoren di Arnaldo Pomodoro; callo-
«Lolonna
sina, accoglie } visitatori che giungono a Spoleto. La
"colonna", un cilindro d'acciaio alto circa sei metri, è stata
realizzata da Por
wo nel reparto fonderia del nostro
ulture ercate per
di Pomo.
senbilimento di Lovere. Tra tutte le
Spoleto in collaborazione con l'Italsider, quell
daro è l'unica che sla opera di fusione (una grande cu-
lata d'acciaio © la fusione a staffa per le parti scol-
pite). Le forme per la scultura sono state proparate
“formaturi” dello stabili»
dall'artista indeme ai più ali
mento di Lovere che è specializzato, tra l'altro, nella
oduzione di grandi getti e fucinati di acciaio,
Mai
LAV
ss a E o
n sinistra: «La grande spirale» di Ettore Colla alta dodici metri e sistermata
in viale Guglielmo Marconi, ipsasi a costituire uno spartitralitco, proprio
all'ingresso di Spoleto, sul tronco della via Flaminia che penetra nell'interno
dell'abitato.
qui sotto: Colla (l'uomo con il grembiule bianco) insieme sd un gruppo di
operai nell'officina del centro siderurgico di Bagnoli durante la realizzazio-
ne della sua scultura.
PFitore Colla è nato a Partna nel 1899, Diplomatosi in
quella Accademia di Belle Arti, ha vissuto dal 1923 al
19%5 a Parigi. Bruxelles, Monaco e Vienna lavorando
cone scultore ma anche come minatore, fotografo am-
halaute e aiuto istruttore di elefanti, Colla vive e lavora
Roma dal 1941, anno in cui abbandonò la scultura
hanurativa per passare a quella astratta in ferro, una scul-
tura che potrenumo cllamare veramente “composizione”
polehé artista utilizza perzi usati di vecchie macchine,
oguetti trovati per la strada, rottami, ruote rugginose e
imili cose che egli raccvglie per via, specie alla perife-
ria della città, o nelle vicinanze delle fabbriche, o com-
ara in vecchie catapecchie quando scorge la seritta “ac-
quieto ferro vecchio e n + Le sue sculture, costruite
appunto con ka saldatura di questi vecchi ferri, acquistano
aspetto di fantastici “totem” della nostra epoca.
In un personaggio di questo genere non stupisor l'entu-
lano provato di fronte all'enorme stabilimento di Ba-
enoli, tante è vero che egli stesso ci ha detto: « invitato
dall'Itniider a realizzare una sceultara di grandi dimen-
lani nello stabilimento siderurgico di Bagnoli, mì sono
trovato subito di fronte « materiali e altri clementi straor-
dinarì adatti al mio lavoro. La sorpresa più forte l'ho
avute dagli “idrowoltes" installati in uno dei tanti edi.
hei dell'immenso cantiere: queste vertiginose costruzioni
metalliche mi hunno dato l'idea di librare nello spazio
in'interminabile fascia elicoidale. Ho continciato a la-
rorare romuliuvato da quattro operai unendo con appositi
settoni e anzolari il tubo di maggiore ampiezza a quel»
le minore per ottenere dal primo la «pirale e dal secondo
l'asse... Trecento metri di saldatura praticata esterna»
mente sono stati appena sufficienti per mettere la scul-
tura in condizioni di essere sollevata dalla gru e collo»
rata nella sua definitiva posizione al centro del cortile sn.
tea in alto: lo seultore Carlo Lorenzetti al lavoro
nell'officina dello stabilimento di Savona per preparare
t eita scultura esposta n Spoleto in piazza Campello,
metti è un glovanfesimo scultore romano. A
proposito della scultura da lui eseguita a Savona, egli ci
ia seritto: « trovarmi per la prima volta in un ambiente
prative ed affascinanti offi-
ne dell'Italsider, è stata per me un'esperienza fa
vitalità e il largo respiro delle officine di Savona, pres-
le quali ho potuto realizzare la senltura per Spoleto,
diuvato dalla partecipazione entusiasta degli operai,
ino lasciato dentro di me un'impronta veramente viva
rigorosa. Ogni aspetto di questo mondo meccanico,
pparentemente incomunieabile ed impenetrabile, mi ha
Invece rivelato attraverso l'opera dell'uomo tutto il suo
profimdo significato. Lo spirito di collaborazione în cui
tuto realizzato il mio lavoro mi ha ripertato alla me-
nuria esempi significativi di espressione collettiva di
nidi civiltà »,
Varlo Ler
eale di lavoro, come le «
llu pagina accanto in basso: la scultrice ansericana
Iheverty Pepper durante la realizzazione di una delle sue
eutture sell'officina del crntro siderurgico Italsider di
lombina, Anche per Beverly Pepper l'incontro con la
faklbrica ha costituito un'esperienza eccezionale. In una
intervista, ha diekiarato: « Un giudizio sugli operai
he hanno collaborato con inc? Meravigliosi! Basti pen
ire che dopo pochi giorni sono rinseiti ad intuire quello
le dovevano faro ancora prima di avere una spiega»
ine... Mi hanno parlato con orgoglio della tradizione
Mermrgiea della loro terra © posso dire che non «i tratta
Mella solita leggenda, ma di una cosa reale; sono tutti
lei provetti artigiani che conuscano il “imratiere del fer-
come pochi
lepper ha donato all'Italsider tre sculture realizzate a
mmbino, di eni una grandissima, ottenuta da una vec-
Ma aiviera, è stata collocata nel piazzale al centro dello
tabilimento, A destra: il “mobile” di Beverly Pepper è
peo a Spoleto su via Filitteria. Beverly Pepper ha
tadiato pittura a Parigi come allieva di Léger e di André
LUMate, Si è poi trasferita a Roma dove vive ormai da
Nec anni e dove ha iniziato a lavorare nel campo della
Meltura in metallo e legno, incoraggiata in ciò da Lio.
metto Venturi.
:
î
p
a
siderurgia
olandese
Emanuele Gazzo continua, con questa puntata
dedicata all'Olanda, la storia della siderurgia
europea. L'industria siderurgica olandese, che
è stata definita «un fiore di serra. divenuto
ma pianta vigorosa», mon ha radici antiche
e profonde come quelle del Belgio è del Lus-
semburgo : la sua principale caratteristica è di
nom aver conosciuto i tempi eroici e avventurosi,
i tenpi del “ferro”, ma solo quelli dell'acciaio
e dei moderni sistemi di lavorazione.
La storia della siderurgia belga e di quella
lussemburghese si identifica con la storia eco-
nomica di un secolo, € riflette, nella sua evo-
luzione, le vicissitudini, gli alti e bassi, le vit-
torie della tecnica che hanno caratterizzato il
passaggio dall’èra artigianale a quella indu-
striale e, in seguito, la formazione della gran-
dissima industria moderna su scala continen-
tale. Del tutto diverso è il caso della siderur-
gia olandese che, in un certo qual modo, è il
frutto artificiale — ma non per questo meno
sano e razionalmente efficiente — della altrui
esperienza e il risultato di considerazioni e di
circostanze prevalentemente extraeconomiche.
La storia della siderurgia olandese copre non
un secolo ma pochissimi decenni, e non ha
certo conosciuto il periodo “ervico” ed av-
venturoso che ha segnato il passaggio dalle
ui è fianco: ad Ijmuiden, sul litorale del mare del Nord,
nen lontano da Amsterdam, sorgono gli impianti della
© Hoogovens", la grande azienda olandese,
N può dire che la storia della siderurgia in Otanda (»e di
moria si può parlare dato che essa copre solo pochi
decenni) sì identifichi con quella di questa grande
rocietà. Nella fote, un aspetto della zona industriale
di Ijonsiden, sviluppatasi lungo il mure attorno allo
stabilimento siderurgico, con impianti ad eso collegati.
ha
antiche forge ancestrali ai primi altiforni a le-
gna e poi agli altiforni a coke, e ai procedi-
menti più moderni di trasformazione «ella
ghisa in acciaio e dell'acciaio in prodotti finiti.
Con una sola frase si può dire che la siderur-
gia olandese non ha conosciuto l'epoca del
ferro ma solo quella dell'acciaio e non ha co-
nosciuto l'èra dei «maitres de forge» ma solo
quella dei «managers» investiti di responsabilità
collettive più che della tutela di interessi pri-
vati.
Ci si può dunque porre il quesito se questa
siderurgia, caratterizzata in questi ultimi anni
da un tasso eccezionale di espansione, trovi
una sua giustificazione nell'economia e nella
geopolitica, Una risposta può essere data so-
lo dall'analisi delle circostanze storiche della
sua nascita e del suo sviluppo; analisi per la
quale converrà risalire lontano assai nel tempo.
Un paese di negozianti
Mentre un po" dovunque in Europa la civiltà
del legno, tipica dell'Alto Medioevo (quando
perfino le àncore erano costituite da un'arma-
tura di legno appesantita da una grossa pie-
tra), cedeva lentamente il posto alla metallurgia
del ferro, e nelle vicinanze di vene ferrifere e
di boschi fornitori dell'indispensabile com-
bustibile sorgevano numerose le forge (con
straordinaria simultaneità se ne registrano nu-
merosissimi esempi nei primi decenni della se-
conda metà del dodicesimo secolo), rarissime
o nulle sono le tracce di analoghe iniziative
nel territorio dell'odierno regno d'Olanda, Ov-
vio fenomeno, perché nessuna delle condizioni
necessarie al sorgere di un tal genere di pro-
duzione possono ritrovarsi in codesto territo-
rio. Non solo, ma all'assenza assoluta di gia-
cimenti ferriferi (c'è il carbone nel Limburgo,
ma solo al principio del ventesimo secolo se
ne inizierà lo sfruttamento) si unisce la facili
tà estrema delle comunicazioni e dei commerci
con le regioni dove le prime “ferramenta”
vengono prodotte e dalle quali sono esportate.
Già a quei tempi le popolazioni della Zelanda
sono orientate fronte al mare, e la loro voca-
zione è il traffico, la finanza, il trasporto e lo
scambio. Le comunicazioni marittime sono fa-
cili, frequenti e redditizie: le Fiandre e Ja Ze-
landa fanno parte di quella fascia atlantica nel-
la quale il ferro delle provincie basche e quel-
lo svedese (in minor misura) dettano legge.
Questo nonostante la relativa vicinanza delle
propaggini settentrionali del sistema continen-
tale europeo che dal Delfinato e dal Piemonte,
attraverso la Lorena c la Westfalia, si spingeva
fino al Limburgo ele cui forge dominavano
il mercato dell’ Europa continentale, dell Eu-
ropa mediterranea e del prospero Levante. Sin
dal 1282 il fer d'Espagne fa la sua apparizione
nelle statistiche portuali delle Fiandre e prin-
cipalmente, in un primo tempo almeno, in
quelle di Bruges, seguito da Anversa e dal-
l'insieme dei piccoli porti zelandesi. Bruges
decade e i porti zelandesi passano al primo
posto e diventano nel cinquecento il centro
principale di smistamento, non solo del ferro
spagnuolo, ma anche di quello proveniente
dalla Germania e dalla Svezia, in gran parte
=”
15
rispedito verso un mercato che diviene sempre
più interessante: le isole britanniche. L'In-
ghilterra difatti rimase, fino alla rivoluzione
industriale della seconda metà del settecento,
un grande paese importatore, ed il ferro delle
provincie basche solo sul tardi fu sostituito
da quello svedese e russo,
Si formava così, e sì confermava, la voca-
zione olandese, che non è certo quella dell'in-
dustria pesante od estrattiva, ma quella del
commercio di transito e della intermediazio-
ne, corrispondente alle condizioni geografiche
e storiche del paese e delle popolazioni. È
agevole immaginare come approfittasse delle
possibilità offerte da questi intensi traffici e
della disponibilità di prodotti finiti o semila-
vorati © di materie prime a bassissimo prezzo,
la piccola industria e l'artigianato dei fervidi
centri comunali delle Fiandre.
La situazione non muta quando, nei primi
decenni dell'ottocento, sì moltiplicano in Eu-
ropa le iniziative tendenti a stabilire una side-
rurgia industrialmente efficiente, grazie all'av-
vento del vapore, ed allo sfruttamento dei
grandi giacimenti carboniferi, La storia di quei
primi decenni è dominata, dopo la caduta di
Napoleone, dalla figura di Guglielmo d’Oran-
ge. Questi trovò, nel suo nuovo reame, una
situazione economica difficile, dovuta al fat-
to che, durante il blocco continentale, certe
regioni, e principalmente quella di Liegi, ave-
vano preso uno sviluppo industriale eccezio-
nale: Liegi vendeva ghisa, ferro ed armi al.
l' Europa intera, Caduto Napoleone, 1 Inghil-
terra impose al continente i suoi prodotti,
particolarmente la ghisa che essa produceva
nei nuovissimi altiforni a coke, sconosciuti al-
lora sul continente. Si determinava quindi
una grave crisi nelle regioni dove l'industria
pesante si era sviluppata forse al di là dei li-
miti imposti da una rigorosa economicità, ma
questa crisi non era affatto risentita in altre re-
gioni dove il liberoscambismo, al contrario, ap-
portava germi di sviluppo e di prosperità, c
fra codeste regioni si trovavano appunto le
regioni zelandesi del reame. Il saggio e intra-
prendente Guglielmo, premuroso delle sorti di
tutte le regioni del suo regno, concentrò par-
ticolarmente la sua attenzione sulla situazione
esistente nell'industria pesante belga e soprat-
tutto in quella di Liegi, ed inviò in Inghilterra
un messo particolarmente competente (un cer-
to Reutgen, ufficiale di marina e inventore)
perché vi studiasse i nuovissimi metodi di fab-
bricazione del ferro: gli affidò anche lo stu-
dio della localizzazione migliore, in Belgio, di
codesta fabbricazione. Fu in seguito ai risultati
di questa missione, &d ai mezzi messi a dispo-
sizione da Guglielmo d'Orange, associati all'in-
traprendenza dell'industriale Cockerill, che a
Seraing funzionò il primo altoforno d'Europa.
Parlando della siderurgia belga abbiamo già ri-
cordato l'importanza dell'apporto dato dalla
Société Générale des Pays-Bas pow fasoriser
l'industrie. nationale: è interessante constatare
che dall'epoca della sua creazione al 1830
(quando il Belgio si separò dall'Olanda eri-
gendosi in stato indipendente), la detta Société
Générale aveva erogato in tutto cinque milioni
Una veduta dal mare degli stabitimenti della +Hoogovens" ad Ijinuiden, La +Hoogovens®” venne fondata nel 1918,
anno în cul l'Olanda si risolve ad affrontare su nuove basi i problemi della sua siderurgia. La guerra aveva
aperto gli occhi a molti ed aveva dimostrato quanto fosse difficile per un parse neutrale difendere la propria
neutralità senza possedere una autonomia nell'industria di base.
di fiorini, dei quali quattro milioni e rrecento-
mila erano stati spesi solo nel Belgio,
Un episodio dell’epoca merita di essere co-
nosciuto, perché conferma come l’azione *pro-
tettrice” di Guglielmo si esetcitasse efficace.
mente ma nel pieno rispetto delle strutture esi-
stenti e delle leggi economiche, manifestandosi
piuttosto come quella che si chiamerebbe oggi
una politica di riadattamento € di stimolo re-
gionale che come un indiscriminato aiuto al
sorgere di industrie nuove. Nel corso della sua
missione, l'ingegner Reutgen aveva suggerito
di installare presso Amsterdam, sul litorale
marittimo, una grande officina di costruzioni
meccaniche, che potesse affrontare la concor-
renza dei prodotti meccanici e dell'utensileria
inglese: Cockerill, di Seraing, offri allora la sua
azienda, c l’aiuto morale e materiale dello sta-
to andò a lui, che si trovava in una zona in-
dustrialmente già attrezzata © minacciata dalla
depressione economica: Amsterdam non ebbe
così un'industria che forse avrebbe rappresen-
tato un ònere permanente per l’economi: olan-
dese,
Sicché, mentre in tutta Europa, assisa sul
carbone o sul minerale, una potente industria
pesante andava sviluppandosi, ingigantendo a
misura dei progressi recnici, c divenendo un
settore base della vita economica nonché uno
strumento Importante di potere politico, in
Olanda il consumatore aveva piena libertà di
approvvigionamento, in assenza di alcuna pro-
tezione doganale, e beneficiava della lunga se
rie di prezzi in diminuzione che caratterizza il
mercato della chisa dal 1845 fino almeno al
188<. La costituzione graduale dei grandi car-
telli europei nel settore siderurgico costituiva,
è ben vero, una minaccia costante, e intr ydu-
ceva un fattore politico preoccupante, ma dal
punto di vista economico l'Olanda nc benefi-
ciò molto più di quanto potesse soffrirne. Sco-
po del cartello era infatti essenzialmente di
rendere impossibile lo sviluppo di industrie si-
derurgiche potenti ed autonome al di fuori del
suo controllo: il «dumping» esercitato sui mer-
cati terzi era spesso lo strumento indispensa-
bile per spegnere in embrione qualsiasi vel-
leità. Al cartello interessava mantenere ad un
livello sufficientemente elevato i prezzi per il
grosso del suo mercato, cioè sul mercato in-
terno dei paesi grandi produttori, Situazione
quindi ideale per l'Olanda, che non solo be-
neficiava per il proprio consumo dei bassi
prezzi accordati ai mercati marginali, ma lu-
crava sui transiti, sulle operazioni di trasporto,
di finanziamento, di assicurazione, c così via.
Arche dal punto di vista tecnico l'Olanda si
trovava În posizione vantaggiosa, potendo trar-
re beneficio dal progresso altrui, senza averne
subito i pesanti oneti iniziali. La posizione
geografica del paese giocava inoltre, ancora
una volta, un ruolo fondamentale, perché PO.
landa sì trovò sempre in condizione di poter
scegliere per il proprio approvvigionamento
l'industria continentale, fortemente cartellizza-
ta, c l’ Inghilterra: è facile intuire, pertanto,
quale beneficio risultò dal trovarsi in un così
strategico punto di incontro di concorrenze
spietate.
Economia e strategia
Ma questa medaglia aveva il suo rovescio.
Il rischio di un'azione cartellistica che improv
visamente privasse il paese dell'indispensabile
APprovvigionamento, sussisteva, © andava ae-
eravandosi a mano a mano che l’industria del
paese si sviluppava. Inoltre, sul finire del se-
colo, incominciavano a delincarsi nuovi orien-
tamenti quanto alla localizzazione dell'industria
siderurgica in Europa: diveniva ormai chiaro
che fra le due soluzioni classiche, sul carbone
o sul minerale, una terza soluzione, quella del-
la siderurgia sul litorale, approvvigionata da
fonti esterne, poteva essere la soluzione del-
l'avvenire, Fervide discussioni si svilupparo-
no negli ambienti economici e politici olan-
desi: sì indicavano gli esempi recentissimi di
Amburgo, Brema c Lubecca. Il Governo isti-
tui un’appe ssita commissione che nel 1898 pub-
blicò un suo rapporto, favorevole alla. crea-
zione di un'industria siderurgica nazionale sul
litorale; si chbe anche un inizio di realizzazio-
ne, a Terneuzen, senza però risultati positivi,
e il grande progetto fu riposto negli armadi.
Parve dimenticato anche se nel 1902 una pic-
cola industria siderurgica, la Koninklijke Ne-
derlandsche Staalfabriek |. M. de Muink
Keizer, più nota sotto la siela DEMKRA, ini-
ziò una piccola produzione a Mertenshock-
lez-Groningue. Sì trattava prevalentemente di
trasformazione di ghisa e di semiprodotti im
portati. In realtà, nessuna produzione indu-
striale di acciaio figura nelle statistiche olan-
desi fino agli anni della prima guerra mondia-
le: d'altronde, il consumo apparente di ghisa
in Olanda era, al principio del secolo, dell'or-
dine di tonnellate annue, c quello di
acciaio di 214.000 ronnellate. Per avere una
idea di quest'ordine di grandezza, ricordiamo
che alla stessa cpoca il limitrofo Belgio pro-
duceva oltre un milione di tonnellate di ghi-
sa e 655.000 tonnellate di acciaio grezzo.
dunque chiaro che le velleità siderurgiche erano
state rapidamente sconfitte dall'orientamento
mercantile dell'economia olandese e dell’indu-
stria trasformatrice che non intendeva per nulla
rinunciare alla possibilità della libera scelta delle
fonti di approvvigionamento: orientamento
ralforzato dalle note tendenze del capitale fi-
nanziario olandese, strutturalmente cosmopo-
lita.
16.000
La produzione di acciaio figura nelle stati
stiche, con cifre quasi simboliche, fra le mille
e le tremila tonnellate, tra il 1915 c-il 1920.
Fatto oltremodo significativo, e che dimostra
come l'Olanda si sia risolta ad affrontare una
produzione che sembrava in contrasto con la
sua vocazione, solo per ragioni di natura po-
litica € strategica. La guerra ha aperto gli occhi
a molti ed ha dimostrato quanto sia difficile
anche per un paese neutrale difendere la pro-
pria neutralità senza possedere una certa au-
tonomia nel settore delle industrie di base.
Queste considerazioni finiscono per prevalere
e vincono le tenaci resistenze dei ceti econo-
mici: il zo settembre 1918, in seguito a una
iniziativa del voverno olandese, è creata la
«Società degli altiforni e acciaierie reali olan-
desi» (Koninklijke Nederlandsche Hoogovens
en Staalfabrieken) con un capitale di 25 mi-
lioni di fiorini dei quali 7 è mezzo sottoscritti
dallo stato e 17 e mezzo da privati e preva-
lentemente da grandi gruppi finanziari di Am-
sterdam e, a quanto pare, da certi interessi fi-
nanziari è industriali stranieri.
A parte le considerazioni strategiche, gli am-
bienti interessati avevano preso in considera-
zione anche i dati cconomici, che permetteva=
no di predire una certa prosperità per una
vreanizzata ed cco-
vigilia
consumo apparente
Iuzione razionalmente
iomicamente sana. Infatti, alla della
xa cucrra mondiale,
ciaio in Olanda si
ti tonnellate ce numerose ed efficienti erano le
avvicinava al milione
fonderie dì ghisa sulle quali si poteva pensare
future clienti. La realtà fu molto diver-
i le ipotesi formulate dagli esperti nel chiu-
cabinetti. La sfavorevole congiuntura
i primi anni del dopoguerra, l'aumento ful-
mibco ce massiocio dei prezzi delle miterie
+, le difficoltà d'ordine sociale e politico,
ero una severa battuta d'arresto alla rea-
zione del programma delle KNHS, il cui
ipitale si rivelò ridicolmente esiguo rispetto
necessari. Un caso analogo
ili investimenti
be in Italia a Genova: quello degli altiforni
rettati e cei quali si iniziò la costruzione a
Cornigliano per iniziativa dei fratelli Perrone
re della guerra, € che dovettero essere
bbandonati in seguito alla grave crisi politico-
mica apertasi immediatamente dopo l'ar-
del novembre 1918.
lo .a una prc xiuzione di acciaio su sca-
idustriale fu dato invece
destissimma ma
lilla DEMKA, che mise in produzione, nel
x Zuilen-lez-Utrecht, due forni Martin
la =5 tonnellate ciascuno, i quali si aggiunse-
i utuco forno elettrico che aveva rappre.
a quel momento la sua attrezza-
reica. La produzione, si è detto, ri-
r tonnellate nel 1923, an
irtante perché vedeva la messa in mar
{ lel primo laminatoto olandese, apparte-
lia stessa DEMKA, e che compren.
mm a due
tro FIDO È
19,000
treno sgrossatore da 60
o mm per barre e pro-
questo treno, alimentato
n parte da semiprodotti dell'acciaieria
ibra sia stata molto irregolare; il mer-
iderurgico olandese non solo era molto
(consumo apparente del 1921, circa
ecun rreno da 3C
La marcia di
i, Se
o milione di tonnellate) ma era alla mer-
jella concorrenza internazionale che era in
al consumatore olandese
*, a quelli che pagavano
msumatori situati negli stessi paesi produt-
di far pagare
i inferiori del 30
ri, A che pro’ far funzionare un'industria si-
rgica i cui costi di produzione non erano
tto inferiori a quelli dei potenti vicini?
Nel frattempo, le KNHS avevano preso la
CCSIOne importante di realizzare una prima
arte del loro programma originario (che com
idev a la costruzione di un centro «iderur
dall’altofor
.
:eliendo la località di Ijmuiden, sul litorale
co integrale nòo al laminatoio),
on lontano da Amsterdam, per impiantarvi
a batteria di forni a coke ed un primo al-
torno. La scelta della località aveva permes-
» dii ottenere una partecipazione del Comu
\msterdam al capitale della società, che
ine aumentato a 3
ua %
milioni di fiorini, dei
erino stati sottoscritti dal Comune,
notare che nel frattempo le KNHS non
) rimaste inattive ed avevano provveduto
assicurarsi una clientela di base per la tra
tormazione dei propri semiprodotti, prenden-
do una partecipazione maggioritaria
DEMKA, e associandosi alla Phoenix
nella
tede-
sca che impegnava ad acquistare chisa ca
fornire laminati.
La scelta di Hr
len sembrò particolarm
te felice e non avvenne senza contrasti dato
che una forte pressione era esercitata (anche
in seno agli organismi di stato) perché la sccl-
ta cadesse sul Limburgo, secondo la tesi clas
sica dell'i ilazione sul carbone, ovvero sul-
la zona di Rotterdam, la più intensamente in
dustrializzata. La località di Iimuiden si tro
vava alla periferia di una zona altamente in
dustrializzata, ciò che doveva permettere di
isolvere i problemi di manodopera, di col
locamento dei prodotti e di reperimento dei
rottami «i ferro indispensabili alla siderurgia.
Inoltre il porto era attrezzato per lo sbarco di
grossi battelli recanti carbone e minerale dal-
l'oltremare, e la disponibilità di una via di na
vigazione interna cefticiente come il Nordzec
kanaal ottimali sia
l'approvvigionamento che per lo
prodotti.
creava le condizioni per
smercio dei
Nascita lenta della grande industria
n batteria di
Verso la fi
forni a coke cominciava a funzior
den, e la prima colata di ghisa era ottenuta al-
e del 1923, la prim
a limui
l'inizio del 1924. In questo anno l'altoforno
numero uno funzionò per 344 giorni con una
produzione di 91.000 tonnellate di
L'Olanda entrava così nella storia della side-
rurgia. E da quel
derurgia olandese si identifica con la storia di
un’azienda,
Il secondo ‘altoforno delle KNHS entrava
in funzione nella seconda metà del 1926, ed
il terzo nella seconda metà del 1930: lenta gra-
dualità che si spiega se si pensa che ci si tro-
ghisa.
momento la storia della si-
vava in piena crisi economica mondiale. In
realtà, gli altiforni in funzione furono sempre
due soltanto. Essi erano alimentati in preva
Laminatoio n caldo
della Broedband, ad
ljmniden, Questa a-
zienda, affiliata alla
SHoogorens", è ape
ciatizzata nella pro-
duzione delle lamiere
a caldo, n freddo è
della banda stagnata.
Oitre i 900, del capi.
tale della Breedband
è di proprietà dello
stato,
I7
lenza da minerale di ferro ricco di provenien
za svedese, © da coke ottenuto con carbone
proveniente per un terzo circa dalle miniere
del Limburgo olandese (miniere in eran parte
appartenenti allo stato olandese), per un altro
terzo circa dalla Ruhr e per il resto dall’In-
ghilterra. Questa composizione dell'approvvi
i
I
ento decli.
ento 10 n
carbone, salvo u
gioni
no dell'origine inglese a vantaggio di quella
olandese, rimarrà invariata fino alla seconda
cuerra mondiale:
nei primi anni del dopoguer-
ra il carbone te
teramente quello inelese per cedere in seguito
esco sostituirà pressoché in
il posto ai fini da coke americani che giungo
no a bassissimi prezzi In questi ultimi tempi
situazione si è legwermente modificata a fa
vore dei carboni del Limburgo,
che la
presenza di questo nuovo grande produttore
Il rilievo più interessante cia farsi è
di ghisa non modificò profondamente la strut-
tura del mercato siderurgico olandese, fedele
ai fornitori tradizionali, La produzione di ghi
sa delle KNHS dovette essere per la massima
parte esportata, almeno durante i primi anni:
il cartello all'esportazione non voleva lasciar
sì stupgrire questo mercato e almeno fino al
1935 continuò a praticarvi prezzi inferiori a
quelli del mercato continentale, La produzi
ne di ghisa passava dalle 91.000 tonnellate del
1924 alle 312,000 tonnellate del 1937 (anno di
massima produzione anteguerra) ma nel frat-
tempo la produzione di acciaio continuava ad
oscillare fra le 143. le 30
punte minime di 7.0
sime di 39.000 nel 1937: si trattava quindi di pro-
duzioni soggette a fattori puramente congiun-
turali. sliorare la propria situazione c
assicurarsi uno sbocco interno sicuro, le KNHS
tonnellate, con
tonnellate nel 19320 mas-
Per mii
avevano creato nel 1936 una fonderia di tubi
di ghisa, che sviluppò una notevole produzio-
ne e soltanto alla vigilia della seconda suerra
18
mondiale decisero la creazione di una propria
acciaieria. Avevano creato nel frattempo indu-
strie collegate per la utilizzazione dei sotto-
prodotti: la MEKOG per lo sfruttamento del
gas di cokeria e la CEMI]J per la produzione
di cemento metallurgico.
Anche le capacità di laminazione, pur rima-
nendo indirette, venivano sviluppate. La
DEMKA cra passata interamente sotto il con-
trollo delle KNHS, le quali avevano incorag-
giato la creazione in Ijmuiden stessa della Van
Leer's Walsberijven, che gestiva un laminatoio
creato nel 1937 e che fu poi incorporato nelle
KNHS. Questa azienda possedeva nel 1939 un
treno sbozzatore e per profilati della capacità
di 70.000 tonnellate, un treno per lamiere sor-
tili (45.000 tonn. anno) e un treno per barre.
Tutte queste attrezzature divenivano poi un
reparto delle KNHS, per essere in seguito de-
molite (nel 19t3) dopo la costituzione, nel
1932, della Breedband, azienda di laminazione
di proprietà del gruppo.
Come si vede, la caratteristica della si-
derurgia olandese fra le due guerre è co-
stituita. da ‘una lenta, stentata evoluzione
verso il ciclo integrale, ostacolata dalle ten-
denze naturali del mercato che è e rimane un
mercato aperto, un mercato del consumatore,
Questa lenta evoluzione si identifica faralmen-
te con una concentrazione attorno al complesso
delle KNHS: difficile è concepire una produ-
zione competitiva al di fuori di un complesso
integrale e al di fuori di una concentrazione
razionale delle produzioni. I fattori decisivi,
che hanno dato nascita prima e che hanno poi
permesso il passaggio alla vera grande produ-
zione integrata sono stati, bisogna riconoscer-
lo, le guerre.
È infatti nel 1939 che entra in funzione l’ac-
ciaieria delle KNHS, progettata fin dal 1918:
due forni Martin-Siemens sono in funzione, un
terzo vi sì aggiunge nel 1941 cd un quarto alla
fine della guerra: la capacità di produzione è al-
lora di 230.000 tonnellate di acciaio. Per quel
che riguarda la laminazione, a parte le attrez-
zature delle aziende collaterali o associate, le
KNHS installano un grande laminatoio per la-
miere grosse da 3 a 60 mm, ma, analogamente
a quel che avvenne a Genova per il laminatoio
quarto della SIAC, i tedeschi lo smontarono
trasportandolo in Germania, Tuttavia, già nel
1947, ricuperato e rimesso in efficienza, il lami-
natoio poteva funzionare nella sua sede origi-
nale ad Ijmuiden. Un quadro completo della si-
derurgia olandese dell’epoca non può trascura»
re l’esistenza della sola industria che abbia man-
tenuto una certa autonomia, anche oggi, al di-
fuori delle KNHS, vale a dire la Nederlandsche
Kabelfabrieken, cercata nel 1938 e che ad Alblas-
serdam eserciva tre forni Martin della capaci-
tà di 35.000 tonnellate ciascuno, ai quali se ne
aggiungevano in seguito due altri (elettrici)
per 25.000 tonnellate, completati da un lami-
natoio per lamiere sottili della capacità di
40.000 tonnellate annue.
Obiettivi ambiziosi
In Olanda come ovunque, il periodo post-
bellico è caratterizzato da una paurosa flessio-
né; causata non solo dal marasma del mercato,
ma soprattutto dalla inefficienza dell'apparato
produttivo, dalia penuria di materie prime,
dalle difficoltà nei trasporti, La produzione di
acciaio è assolutamente nulla negli anni 1944
c 1945, quella della ghisa scende a cifre irriso-
rie: 25.000 tonnellate nel 1945. Ma la ripresa
è rapida: quel che più importa, la direzione, è
ora decisamente fissata e la-strada scelta viene
imboccata con risoluzione: si sviluppano pa-
rallelamente cd armoniosamente lc capacità nel
settore dell’altoforno, dell’acciaieria e della la-
minazione. Il programma di ampliamento e di
rinnovamento è radicalmente applicato: la pro-
duzione giornaliera per altoforno, che era ri-
masta intorno alle 340 tonnellate negli anni
*30, passa a 400 tonnellate subito dopo la guer-
ra per superare le 600 tonnellate a partite dal
1915. Le produzioni degli anni "30 vengono
rapidamente superate ma, quel che è più ca-
ratteristico, scompare lo squilibrio tradiziona-
le fra produzione di ghisa e produzione di ac-
ciaio: il ciclo è capovolto ed ora la produzio-
ne di ghisa è prevalentemente destinata alla
produzione di acciaio, sebbene l’impiego dei
rottami rimanga molto importante. L'esporta-
zione sussiste ma non è più un fattore deci-
sivo, e l'industria utilizzatrice di acciaio si ri-
fornisce presso il grande produttore naziona-
le: l'Olanda diviene essa stessa un esportatore
di accinio. Vivacissimo lo sviluppo delle la-
vorazioni successive, Significativo è il seguen-
îe confronto di alcune cifre riferite all'ultimo
anno normale di anteguerra e all'anno che ha
preceduto l’entrata in vigore del mercato co-
mune dell'acciaio:
anno ghisa acciaio laminati
grezzo a caldo
1938 tonn. 267.000 37.000 40.000
1952 » 39.000 685.000 440.000
La produzione di ghisa compete interamen-
te alle KNHS, mentre a quella di acciaio con-
tribuiscono con circa il 25%, in parti appros-
simativamente eguali, la DEMKA (toralmen-
te controllata dalle KNHS) e Ja Nederlandsche
Kabelfabrieken.
La costituzione del mercato comune carbosi-
derurgico, con la soppressione delle frontiere
doganali interne, il leggero aumento della pro-
tezione doganale esterna, l'istituzione della pe-
requazione dei rottami e dei vari meccanismi
inerenti alle nuove strutture curopec, non può
che favorire gli orientamenti della siderurgia
olandese che attinge produzioni e formula
programmi dei quali non sarebbe stato possi-
bile immaginare l'importanza. E ciò anche co-
me conseguenza di una trasformazione strut
turale dell'economia olandese che, avendo do-
vuto rinunciare a certi orientamenti anteriori
determinati dal possesso di un ricco impero co-
loniale, si orienta verso una più intensa in-
dustrializzazione, accentuata specialmente nel
settore della trasformazione dei metalli. In-
fatti, se la produzione industriale olandese si
è sviluppata fra il 1946 c il 1952 al tasso annuò
dell’ 11,2%, particolarmente rapida è stata l’e-
spansione nel settore metallico il cui indice, da
100 nel 1938, si trova al livello di 256 nel 1955,
contro 202 per la produzione industriale nel
suo insieme.
L'industria siderurgica è per l'Olanda una
industria giovane, non legata a schemi, inte-
ressi c localizzazioni tradizionali: per quattro
quinti la produzione finale è costituita da la-
minati piatti. Il gruppo delle KNHS crea nel
1952 la Breedband, industria di pura lamina-
zione, nella quale la maggioranza del capitale
è di proprietà dello stato. La prima fase del
programma di espansione, ormai realizzato, è
stata concepita partendo dalla constatazione
che la capacità massima di laminazione è di
1,9 milioni di tonnellate e che essa può essere
portata, senza sforzi eccessivi, a 2,7 milioni, A
questa capacità bisogna adeguare le capacità
“a monte” nel settore altoforno c in quello
acciaieria. E difatti, nel 1960, la. produzione di
ghisa sale a 1.347.000 tonnellate (totalmente
prodotte dal gruppo KNHS) e di questo quan-
titativo 162.000 sono esportate, Per quel che
riguarda l'acciaio grezzo la produzione è, nel-
lo stesso anno, di 1.941.000 tonnellate, delle
quali 1.609.000 prodotte dal gruppo. Per quel
che riguarda i laminati, la produzione totale
della Breedband superava nel 1960 il milione di
tonnellate, delle quali 207.000 di semipro-
dotti ceduti ad altre officine siderurgiche per
la rilaminazione.
Un secondo centro siderurgico?
Ma non ci si ferma qui. Il programma dichia-
rato del gruppo (c che il consiglio di ammi-
nistrazione ha reso pubblico nella sua rela-
zione annuale del 1959) è di raggiungere entro
il decennio una capacità di produzione, nelle
aziende del gruppo, di 5 milioni all'anno di
acciaio grezzo: al tempo stesso, sarà persegui-
ta una maggiore differenziazione nei prodotti
finiti.
E questo non basta: due anni or sono le
KNHS, le miniere statali del Limburgo, ele
Kabelfabricken incaricavano il prof. P. P. van
Berkum di studiare l'opportunità e la possibi-
lità di creare ex-novo un secondo centro side-
rurgico integrato in Olanda. Erano stati decisi
da poco Taranto e Dunkerque. Il rapporto
concludeva però che, vista la situazione del
mercato e la posizione dell'Olanda nell'insie-
me della CECA e nel mondo, la creazione di |
un tale impianto appariva ingiustificata: ag
giungeva anche che sarebbe stato inopportuno
riesaminare il problema prima del 1963. Tut-
tavia, la situazione si evolve: nonostante la re-
lativa battuta di arresto subita dall’espansio-
ne siderurgica durante gli ultimi mesi, sempre
più insistenti si fanno le voci relative a nuove
iniziative in questo campo. Importanti gruppi
finanziari e di utilizzatori premono in questa
direzione e recentemente si è sentito parlare
con insistenza di un'iniziativa americana gra-
zie alla quale un'unità che dovrebbe produrre
inizialmente mezzo milione di tonnellate di ac-
ciaio, aumentabili rapidamente a due milioni,
verrebbe costruita sulle coste.
La siderurgia olandese ha una strada e non
si lascia fuorviare: non mancano né l’audacia,
né le capacità tecniche né i mezzi finanziari
immensi che richiedono oggi simili imprese.
a XXXI
Biennale
di Venezia
neora una volta Venezia ha visto quest'anno
Iumati artisti e critici di ogni paese per la
nale d'Arte giunta alla trentunesima edi-
me, Di questa mostra, che fornisce ovni due
nti panorama più completo dell'arte con-
ranca mel mondo, ci parla il critico
arte è finita, ha dato tutto
\ a dare, che l’astrattismo hi
| suo ter IDO, che
Kiece, Kandinsk
Mi Cc più nessuno 18)
nvece, ogni volta, almeno sè o tre
) muovi 1 valla r ta, fann t
i la marca anonimato, riescono
ite ui Ist lì primo, ilmeno di
artt fuano nei panorama attuale. \nck
uesta volta solo
©, sono ormai
Giuseppe Capogrossi: « Superficie 388» (1960). A Capogrossi è stato asse.
guato il magrior premio della Biennale per la pittura, ex aequo con Merlotti.
ce pentrale quanti
n sono
‘orandi
nel periodo tra
pressoché
, qualche
mancare
nomi”
nu
RC generazioni
Vo
realtà
per
poi soft
Ci Y
questa
ici Cc
pittoni
n c
} Co
plta
nsucro
Ca}
|»
i anziano
rtat 5
alcuni di ess
en
MENO
Spagn
felicemente
pittore (€
a
troppo
rappre
t,}
Ver
UCI
Arshile Gorki (USA): «L'irraggiangibile» (1945). La Biennale
ha dedicato una mostra particolare a questo pittore armeno»
americano, morto mel 1948, che viene considerato uno dei
uelassici» della pittura moderna statunitense.
stri presentati nelle precedenti edizioni: per
la Jugoslavia (che, tra le nazioni minori, è
da alcuni anni una delle meglio rappresentate),
» c Bernik; per l'Olanda i due
ttimi pittori Corseille e Wasemaker, e lo
i pittori G4
scultore di origine giapponese 7ujiti. Pur-
troppo dobbiamo riconoscere che la Francia
a parte la dignitosa mostra di Poliakaf
è stata molto mal rappresentata da artisti di
second'ordine e del pari la Germania, a pre-
scindere dalla piovane € vigorosa scultrice
Meier- Denninghof, dall'anziano incisore Aerke/
c dal ben noto, ma in fase di involuzione,
Vebumach
er. Sono state del pari scarse le prove
degli stati nordici (di cui si è ammirato il
nuovo padiglione), a parte l'ottimo scultore
inlandese. Aaiw Tapper, e il vecchio espres-
sionista danese Pedersen, progenitore degli
artisti del sruppo «Cobra ». Non ci è possibile
soffermarci sui diversi padiglioni che non
presentano artisti di particolare rilievo come
quelli del Belgio, della Svizzera, di Isracle
ecc. e vorremmo invece dare un cenno più
ampio di due artisti particolarmente interes-
santi soprattutto perla novità della loro impo-
stazione: l'austriaco //nderiwasser (che occupa
tutto il padiglione dell'Austria assieme allo
scultore Airemidiz) e l'americana Lowise Ne-
velson.
Fino a che punto dobbiamo considerare le
Cc mx ISIZIONIE del pitt re ausernaco come espres-
sioni d’un’autentica vena allucinata, come proie-
zioni d’una necessità di rafficurare una sua
particolare visione labirintica della nostra età?
Sta di fatto che le sale di Anndertmaser,
in questa alquanto scialba Biennale, appaiono
come le uniche, forse, a darci un immediato
ed efficace shock cromatico. L’austriaco. sì
vale, infatti, di quei particolari colori, acidi
ed aspri, ma vivacemente timbrici che ri-
specchiano la tipica tavolozza della seresiion
viennese; che: ricordano, dunque, da un lato
i grandi precursori Klimt e Schiele, dall'altro
certi aspetti del folklore tirolese; proprio
quei colori che ebbero tanta parte nella for-
mulazione di quell'atmosfera espressionista
instauratasi mei paesi tedeschi nell'immediato
primo dopoguerra. Queste tinte ambigue ma
avvincenti sono fissate entro gli inesautibili
ghirigori di composizioni, in parte vaste in
parte minute, quasi sempre accompagnate da
bizzarre aggiunte decorative, che insieme con-
corrono a costruire alcuni motivi ricorrenti
dell'artista: spirali, ‘i, labirinti, rappeti
magici, In tutte queste composizioni do-
mina sovrano l'elemento decorativo, ma non
manca la ricerca d'una nuova strutturazione,
basata sopra la ripetizione costante di alcuni
motivi dominanti e quasi parossistici,
Se Hindertwasser assieme a Perilli, A
Riopelle, a Gorky — è forse il pittore più
interessante di questa mostra veneta, Certa-
mente la scultrice più curiosa e “nuova” per
l'Europa è l'americana, di origine ucraina,
Nevelson,
L'opera di questa artista ormai sulla
sessantina - ce cosunuita in prevalenza da
casse di legno a loro volta stipate di pezzi di
legno amortì, di birilli, colonnine, e altri cle-
alto Louise Nevebsaon (USA) «Il viaggion
1962. particolare), 11 padiglione degli Stati Uniti è
quest'anno dedicato in gran parte alla «inyo-
opera della Nevelson, un'anziana americana
iine rumsa, Si tratta di mia serie di pareti,
cane e altre costruzioni di legno, dipinte in nero,
inco e oro, Tutte le composizioni erano formate
oggetti di legno, per lo più residui di veechie
e del Sud in stile « coloniale », spesso stipati in
apparente disordine destro eassette di birra.
qui accanto: Gianni Dova « Sahara » (1962), La sala
ledicata a Dova (una serie di tele popolate di
ta
irtiebe figure) è stata considerata dalla critica
elle più interessanti del padiglione italiano,
Alberto Giacometti (Svizzera): « La foresta »
(1950). Lo svizzero-italiano Giacometti è
considerato fra le maggiori personalità ar-
tistiche del nostro tempo. A Venezia gli è
stata dedicata una grande mostra di scul-
tura e pittura, La Biennale gli ha conferito
quest'anno il massìmo premio per la senltura.
qui a fianco: Mario Deluigi «&. V, 22»
(1962)
nella pagina accanto in altor Rafael Cano
gar (Spagna) «Cerchio» (1962)
in husso: Hundertwassor (Austria) « Tri-
sterza » (1962), Ai quadri dai colori samua-
glianti di questo giovane pittore era dedicata
buona parte del padiglione austriaco, Egli
predilige ornamenti rigogliosi, campi dorati
come nelle favole, colori di pietre preziose.
nenti di
I tutt }
re COMO (
1 Colori nero tai ricopri
trat initorm La NMNevelion ha
"rente COr questa Una part lari m
un'atmostera lel tutt unare
testi Ì itato telle tr lette d
Que america ha la netta IRSAZIONM
1 trar i lu limer mme temporale
ita dal resto della mostra; una dimet
» decantat ricordi du p
LUI } a A ce forse t schiudon cl
: nisterio* futuro, La costanti
. el cot tr di lor inal }
Î incora più cefficace il particolare me
{ it ma ricami, chi ( Litu:scoc
1 del tutt inico tra gli artisti ch
ono dell' “oggetto trovato” per
ì tu ia
cultor i anziano ? sieno di
e ha rinnovato negli ult an il
i un ò lo pagnol rrett che
Venezia un'intera sala pri a celle
itic i Ira for
b. for irebbe meglio chiamarle
{ mo.
pittori più sienificativi dopo
Nsogna notare Ri
teramente dedicato il padiglione del
che merita di essere rammentat
enza della sua < pera c
pittura. La particolare
cementa in sottili marcez
di
cd insolita et
[ riproposto a
ta Biennale per l'originalità e per il ca
rc ‘ » delle suc tele è il romano
rand Î iti a colori
co ì di ruadri ben
I Oro ccupati da disegni
iltmente colorati, Si tratta, realtà,
I ria i { Poi 1a1 I SSCrt
tail ) orizzontalmente, ap
PZZEIANE de
1 a Co essi urc capaci di
r L st Che però tali figure fini
} C( x Ì carattere li Ver c
pri “racconti” < tolo un’'apparenza.
} che sorprende e «stimola in quest
dipinti, è la loro parentela cos un
{ ratico e ops tamuliare è
i quanti, quello appunto trasmesso quo
lianamente dalle pagine dei ci Ì
I ini cartoni
turo se questa nuova “maniera” di Perilli
ulteriori e importanti sviluppi.
\n w, nell'incessante invenzione di
love figurazioni fantastithe che p« polano
tele, riuscito a differenziare netta
te la sua sala dalla m ;Ìnorona sfilata delle
" del liglione italiano, "Tuttavia, per la
nza loro ricerche, è piusto è do
O ricordare qui anco
l'anziano Delwizi,
che ha sfruttato al massimo l’effetto ottenuto
alla zexiare del colore nelle sue vaste su-
ci quasi monocrome), cil piovane Pereiai
suo allucinati fantasmi onirici; mentre
da
più a lungo sulla sala
| Aa gun
1 creatore di MUOVI
troppo noto. ormai anche fuori
se ne debba discorrere ancora.
*raltro, riconoscere. come,
19 manera seguita Ormai con
"una deci
IMPpOrsi con una
rinnovata cihcacia.
Tre tercssant sono stati scelti
questa volta I figurativo
Verbi o folkloristico
serbo, il croato Gia, che, nelle suc costanti
mu
rimere un suo sua-
ic slov eno
Bernik to im re € Ita anche
sensi di teriche.
| ent costretti a sorvolare sui
giapp A LE fagimata, sugli
arcentini Vesta, Sabai, Berni, sui belgi Ser
vranckx, Caillle; Milo, sugli americani. Ma
Iver, Muller, Fladvi, non possiamo chiu-
dere questa breve rassceu senza ricordare
le duc importanti mostre celebrative, ordi-
nate nel padiglione italiano, del grigionese
ec dell'armeno-americano
irsbile Gorà
Il secondo è ormai passato dopo la sua
i” della mo-
morte recente tra i *“clas
derna pittura statunitense, e, indiscutibilmente,
che
lezione di Miro e di certo surrealismo curopeo
la sua arte, se in parte memore della
ha delle caratteristiche che nettamente la
distinguono. L'intrecciarsi delle numerose fi
nbrano in uno stato di continua
metamorfosi, c l'uso d'un colore ora vivace
ora sfumato nelle più varie tonalità, conferisce
alla sua opera quell'atmosfera di mistero, che
lui ir vica AVEVA circondato anche
l'uomo,
Quanto a G tti, il grande scultore
svizzero-italiano, è certo da considerare come
tzatori d'un'arte hgu-
tutto
ie ed alla resa pura
ficura umana. Le sue
uno clei MIGLEETOr rcal
attuale in
rativa che riesce ad €
uito alla scarniticaz
mente metaiorica
sagome filitormi
voler rappresen
tare, an la “buccia
lo “scheletro spi-
rituale” dell’uomo moderno, immerse. come
sono entro un alone di patetica sensibilità, di
tragica, © insieme umoristica, pregnanza, c st
possono se considerare come simboliche
+}
me esistenziale
di tutta la singolare situazi
Ì
nostri tempi.
sopra: Pablo Serrano (Spagna) eValte per gi
(1962)
el'astronaunta » (1961)
sotto: Achille Perilli «I trionfo
(li ingegneri
dell’Italsider
1 - All'«Oscar Sinigaglia »
di Cornigliano
Che fanno gli ingegneri dell’ Italsider?
Questo interrogativo certo si presenta alla
mente dei laureandi e dei giovani laureati
in ingegneria, che sono nel momento difficile
della scelta: oggi molte sono le strade che si
aprono davanti al giovane ingegnere ; egli è
attratto da una quantità di offerte, che spesso
non è in grado di valutare. Gli “stages, cioè
quegli utilissimi periodi che gli studenti co-
minciano a compiere anche in Italia durante
le vacanze presso questa o quell'azienda (e
lItalsider è stata lo scorso anno tra le primis-
sime ‘ad aprire la porta), servono indubbiamente
a chiarire qualche idea sulle fabbriche e sul
lavoro dell'ingegnere in fabbrica. Ma non
possono bastare a dare un quadro complessivo ;
ciò che si svolge nei capannoni, negli uffici, €
in genere nel raggio d'azione dell'azienda,
continua ad essere argomento della curiosità
di coloro che un giorno potrebbero trovarsi
immessi nel gran giro del processo produttivo.
Nell'intento di contribuire anche con la nostra
Rivista ad una migliore conoscenza del lavoro
degli ingegneri (e degli altri tecnici laureati)
all'Italsider, abbiamo incaricato un giornalista
(che è anche ingevnere), Alberto Mondini, di
scrivere sull'argomento una serie di «reportages»
dai vari stabilimenti. Iniziamo in questo nu-
mero da Cornigliano.
(fotografie di Francesco Leoni)
Cornigliano, agosto
È specialmente per i giovani Ingegneri, c
anche per i chimici e i fisici che ad essi si
affiancano, che noi compiamo queste visite c
scriviamo queste pagine, perché possano orien-
tarsi nella scelta. E un po' scriviamo anche
per i colleghi non più giovanissimi, che sono
già parte delle aziende, perché trovino in que-
ste rithe un affrettato ritratto di se stessi in
tenuta di lavoro.
Era quasi di prammatica che il giro comin-
ciasse da Comnigliano, dove lo stabilimento
«Oscar Sinigaglia» si estende su un'arca di
oltre un milione di metri quadrati, di cui set-
tecentomila strappati al mare, (altri quattro.
centomila sono in corso di riempimento). €
dove il terzo ‘altoforno ha cominciato da
poco a funzionare.
All' «Oscar Sinigaglia » la materia prima in-
forme diviene acciaio con ciclo completo, cioè
diventa il soggetto di ogni lavorazione mec-
canica e di ogni macchina; anche per questo
abbiamo cominciato le visite di qui: 365 gior-
ni all'anno, 24 ore al giorno, come una forza
della natura, questa fabbrica è attiva nella sua
opera di trasformazione.
I compiti degli ingegneri impegnati in una
azienda come quella di Cornigliano sì possono
dividere in due grandi categorie: vi sono quelli
della linea di produzione che parte dalla co-
keria e dagli ‘altiforni, passa per l'acciaieria c
finisce con la laminazione a caldo e a freddo e
con i rivestimenti, « vi sono quelli che coadiu-
La
i
Gli ingegneri Giancarlo Carretti e Leopoldo Castello
deli" Ancora um po’ di sapore ili leggenda.
arclaieria,
il ricevitore mi spiega. La
di cui si parla è la cosiddetta
la coke”, che permette di scaricare il coke
forno; se si arresta la macchina per fare
xamzioni alla linea elettrica, il capo reparto
ole la garanzia che poi, per dieci giorni al-
saranno altre fermate, « Non
concedere esperimenti, un risultato ne-
significa perdita di produzione ». Que
igione della produttività è dappertutto;
richiesta è alta, tutti i reparti debbono lavo-
non vi
tare a pieno regime e senza interruzioni che
10 indispensabili. Una batteria di forni
rimane accesa circa venticinque anni
che in caso di sciopero generale ci sono
comandate, riconosciute da tutti
fra l'altro la batteria è
rasometro dello stabilimento, se vi fossero
le] int
quadre
dacati; collegata
erruzioni di funzionamento vi sarch-
ti cli pressione pericolosi per il gaso-
si dan-
sono soste, quindi; gli oper
tumo, ]
gli ingegneri? Parodi, che abi
i Genova ed è sposato, si stringe nelle spalle:
lavoriamo tutta la settimana, spesso sia-
nica mattina » dice, e si
qui anche la dom
che gli secca dirlo, quasi temesse di
i, « Ma è un lavoro che mi
è tono diverso —
piace
il lavoro di eser-
diverse attività
rrdinamento delle
L'ing. Enrico Rossi, capo della sezione laminatoio a
caldo e il suo assistente ing. Bruno Spirito. Dal lin-
gotto al prodotto
che determinano la produttività. Il lavoro di
esercizio abitua all'analisi e alla sintesi, forma
capacità sfruttabili in ogni ramo della profes
sione »
x E il prossimo gradino? »
d affe » Re rod E
dirigenza, spero » afferma l'ing. Parodi senza
esitare, Poi si congeda da noi e scompare die-
chiediamo. « La
tro enormi mucchi di carbone,
L'ing. Bottero, capo reparto agglomerazio-
ne c preparazione minerali, è occupatissimo
con le navi in arrivo. « Devo dar da mangia-
re ai forni — arrivano le navi col
minerale, e io preparo il minerale, cioè essicco,
frantumo, vaglio, porto il minerale ai silos,
recupero È “fini” e procedo all'agglomerazio
ne.» Ma il telefono e le navi non gli lasciano
tregua. Del resto è tempo che seguiamo la
strada dell'acciaio; la ghisa cola dall’altoforno
nel “sottomarino”, il grande recipiente su ruo-
te che la porta in acciaieria,
spiega
Più acciaio a minor prezzo
Gli ingegneri della linca di produzione so-
no proprio come gli ufficiali alle truppe schie-
rate in linca, quando sul fronte ci fa caldo.
Quelli che vanno a visitarli per qualche ora
dagli alti comandi, li lodano palesemente e li
compiangono in segreto; ma ignorano, anzi
non immaginano neppure, le soddisfazioni del
L'ing. Egisto Santucci e il sig. Aurelio Chelli del ser-
vizio manutenzione, L'olio alle ruote.
fronpier, Così sul fronte dell'acciaio abbiamo
visto gente gravata di lavoro e di responsa-
bilità, ma nonostante questo, anzi forse pro-
prio per questo soddisfatta c contenta
Capo sezione acciaieria è l'ing. Manlio Trot-
ta, laurcato a Roma nel *57; sotto di sé ha sei
reparti: parco rottami, forni Martin, fossa di
colata, preparazione lingottiere, controllo com-
bustione € manutenzione muraria.
Collaborano con l'ing. Trotta gli ingceneri
Giancarlo Carretti, laureato a Genova nel ?59
e Leopoldo Castello, laureato pure a Genova
nel ’6c
«Vi è — ci spiega l'ing. Trotta un la-
voro di routine, di esecuzione della program-
mazione, e anche in quello sorgono problemi.
Poi vi sono lavori a più largo raggio; tutto
ciò che può riguardare il mi
titativo € qualitativo della produzione ci inte-
ressa. Ogni tanto si prova qualche nuovo ti-
po di acciaio; in sintesi noî cerchiamo di otte
nere più acciaio, di qualità migliore e 7 minor
prezzo. Il controllo della qualità e tutti gli altri
enti di ““staff”* collaborano con noi ». L'ing.
Carretti annuisce; malgrado il salto dall’ uni-
versità alla vita di fabbrica sia grande, si è
ambientato presto, « La soddisfazione che c'è
nella parte produttiva è reale e palpabile —
prosegue Trotta forse noi siamo ingenui
ma ci vediamo qualcosa in cui l'intervento
lioramento quan-
L'ing. Marcello Chinazlia, capo sezione cokeria e alti-
forni. Con l'elmetto, al + comando tattico”, in zona
d’operazioni.
vano la produzione, con attività quali: la pri
grammazione, il controllo della qualità, il cal
colo degli incentivi c la valutazione del lavoro,
la contabilità, l’organizzazione, la sicurezza,
Fanno parte della produzione anche coloro
che si occupano della manutenzione € dei ser
vizi ausiliari.
Cokeria e altiforni
Come tutti sanno, l'acciaio si fa partendo
dalla ghisa e dal rottame di ferro; il rottame
arriva in fabbrica, quasi pronto per essere pet-
tato nel gran fuoco dei forni Martin; la ghisa
invece arriva dall'altoforno. All'inizio della li
nea di produzione troviamo perciò la sezio-
ne “cokeria e altiforni", di cui è a capo
l'ing. Marcello Chinaglia, laureato a Genova
nel 1949 in ingegneria industriale meccanica.
Chinaglia, che ha alle sue dipendenze due chi-
mici industriali e duc ingegneri, ci riceve nel suo
ufficio posto nella zona degli altiforni, una
specie di “comando tattico” in zona d’opera-
zioni. Non per nulla sulla semplice scrivania
è appoggiato l’elmetto.
« Qui si fanno il coke e la ghisa », ci spiega
l’ing, Chinaglia, « la sezione si divide in cinque
reparti, la cokeria tenuta dall'ing. Parodi, l’ag-
glomerazione e preparazione minerali agli or-
dini dell'ing. Bottero, gli
altiforni sotto il
Il dr, Ernesto Di Poggio del reparto altiforni. Il primo
passo della materia prima informe.
dr. Di Poggio, gli studi e ricerche sotto il
dr. Barbagelata attualmente in training al
l'estero; il coordinamento della sezione è affi
dato al Barbieri ». Mentre parliamo
Barbieri entra e sottopone alcuni. problemi
signor
relativi ad un altoforno, Poi un soffio tremen-
do copre le nostre parole: « E il colpo di ven-
to!» ci dice l'ing, Chinaglia. Per mezzo minuto
stiamo in silenzio, lasciando la parola al fra-
stuono; quando questo si placa, l'ing. Chi-
naglia mi spiega che per far muovere le. cari.
che a strati di coke è di minerale che sono
nel forno occorre a volte scaricare nell’atmo-
sfera una certa quantità dell’aria, cioè del
«vento” che dovrebbe passare attraverso 1
Cowpers: per introdursi nell’altoforno,
Ventisei periti industriali e cinquecentoqua-
ranta operai sono alle dipendenze dell’ing. Chi
naglia, c si alternano in un lavoro che non
conosce mai soste. Gli opera Sono divisi in
quattro squadre, tre delle quali si danno tumo
sulle 24 ore, mentre una serve peri rimpiazzi,
quando vi sono assenze dovute a ferie 0
malattie.
Gli uffici sono disadorni, tutto v'è ridotto al-
l'éssenziale; cominciamo da quello dell'ing. Gian
Giorgio Parodi, capo della cokeria; su
questo giovane di 32 anni, laurcato a Genova
nel *$6, pesa già una cospicua responsabilità;
egli sovraintende ‘all'esercizio di impianti che
L'ing. Mario Bottero del reparto agglomerazione è
preparazione minerali. Dar da mangiare agli altiforni.
so tonnellate di coke al giorno,
producono 2
40.000 metri cubì di gas all'ora, più tutta una
gamma di prodotti derivati dalla depurazione
del pas, come il benzolo, la nattalina, il sc rltato
ammonico, l'acido solforico e il catrame. Una
fabbrica nella fabbrica, con ducecentotrenta 0-
perai,
dalla grande vetrata un po' fuligginosa sì ve-
dieci periti, e un complesso macchinario:
de uno scenario da grande film industriale. 11
quadro è tagliato diagonalmente da un impo-
nente viadotto sul quale viaggiano 1 nastri
trasportatori che recano il carbone dal molo;
più in là si scorgono le batterie dei forni a
coke, che di tanto in tanto scaricano coke,
cOn acc namento di fiammate rossastre
Impa
e di nuvole spesse di fumo nero che si arram»
picano sull’esterno di una ciminiera; un va-
gone speciale porta il coke incandescente allo
spegnimento, Questo, attuato con acqua, pro-
voca la liberazione di nuvole bianchissime di
vapore, che in parte ricacle subito dopo a ter
ra in forma di pioggia.
Mentre osservo questo quadro terribile c
affascinante, che più di ogni discorso mi rac-
conta di cosa sia fatta la vita di questo giovane
trilla volte.
L'ing. Parodi parla con decisione,
professionista, il telefono più
vuc ile dal
suo interlocutore la garanzia per una certa
i Se facciamo una fermata voglio
roi»
macchina.
una garanzia di almeno una decina di gio
Ling. Umberto Cerboncini del reparto sicurezza. Una
mentalità antinfortunistica.
diretto dell'uomo ha ancora un peso determi
nante; © gli operai
questo. Comunque anche se il
non sono insensibili a
lavoro è bel-
lo ora è un po" troppo; siamo in fase di grande
lavoro, speriamo sta di transizione; abbiamo
certi obiettivi da raggiungere c quando lì
avremo raggiunti speriamo di poter respira-
re »; Poi si scusa © si accinge a partire: per
il matuno seguente è prevista una colata spe-
rimentale.
Passiamo attraverso l’acciaieria, con l'ing.
Carretti: il “sottomarino” è appena arrivato
dall’altoforno © si appresta a versare la ghisa
nella siviera. Sulla torre di comando lampeggia
ammonitrice una lampadina rossa. Arriva il
treno del rottame, un treno vero, con ranti
vagoni: davanti ai sei forni Martin da 250 ton-
nellare ciascuno, un magnete fa pulizia. dei
rottami, c sembra un ragno immenso. c orrenì
do. Lame di luce da cattedrale scendono nel
lungo 317 metri in cui rim
bombano i ruggiti delle gru a ponte e il
rombo continuo dei forni. Sento ora appie-
no l’attrattiva di questo lavoro di cui parlava
l'ing. Trotta,
A_capo della
troviamo un puovance ny
che ha appena 28 anni. E
essere passato per l'Istituto Finsider e lo sta
bilimento di Piombino. La laminazione a cal
capanne ine
sezione laminatoio a caldo
nere, Enrico Rossi,
arrivato qui dopo
La dottoressa Silvana Michelucci del controllo qualità.
La chimica al servizio dell'accizio.
do è una delle lavorazioni più tipiche, ec più
volte descritte, degli stabilimenti di
tipo; basti dire che si tratta di una linca di
produzione lunga più di un chilometro
(1200-m.) dai forni a pozzo alla spedizione ro-
toli a caldo, più lo strippaggio (cioè l’opera-
zione di togliere la lingottiera da sopra il lin-
cotto). « Partiamo dal lingotto, arriviamo al
prodotto finito » ci ha detto l'ing. Rossi, che
questo
»
ìì
Ù
è coadiuvato dal giovanissimo ing. Spirito,
assunto da quattro mesi, ed ha alle sue di
pendenze una decina di dipiomati la cui età
varia dai 34 ai 45 anni, e ottocento operai. « Vi
sono sempre problemi muovi ha prose-
guito si fanno modifiche alle lavorazioni,
si passa alla lavorazione dei nuovi prodotti
come, ad esempio, l'acciaio inc issidabile. E bi-
sogna sentire il parere di tutti, specie dei vec
chi capi-reparto; quando c'è necessità i0 non
esito a portarmi un capo-reparto ad una
riunione di dirigenti ».
Lavori squisitamente tecnici come il calcolo
delle rese (rapporto fra lingotto e prodotto
finito) si alternano in questo compito a mo-
difiche pratiche che vogliono l'occhio clinico,
e a non facili problemi di personale, dovuti se
non altro alla presenza di un numero così ele-
vato di dipendenti impegnati in una lavora-
difficile.
laminazione a
zione
Alla freddo è preposto
Il dr. Giuseppe Fiorio, La ricerca scientifica applicata.
l'ing. Oreste Ceccopieri, laurcato a Pisa nel
1954, coadiuvato dall'ing. Rollino e dall’ ing,
Roncan; ottocentotrenta persone lavorano nel
capannone imm so, da cui escono in quantità
le lamicre che servono fra l'altro a fare le au-
to e gli elettrodomestici.
L'olio alle ruote
In certe cose l’Italsider fa io stesso effetto
che fa l'elefante ai bambini che tempestano di
domande il puardiano dello 200; quanto man-
gia? quanto beve? guarda con quale siringa
gli fanno l'iniezione! e via dicendo, L'Italsider
tonnellate di lubrificante al
mese, ha dieci miliardi di materiale immagaz-
zinato, con uno schedario di sessantamila voci.
La sola un altoforno, che
dura un mese c mezzo, costa un miliardo.
Tanto costa dar l'olio alle ruote di questo
immane ingranaggio; ed è, naturalmente, una
impresa di prima grandezza. Vi sovraintende
l'ing. Renato Porlezza, laurcato a Genova in
ingegneria meccanica nel 1946; è
stato alla Siac dal 1947 al 1952, sempre nel-
le lavorazioni meccaniche, poi ai servizi ausi-
liari della Cornigliano fino al 1949, c quindi
al servizio manutenzione. « Il nostro compito,
in breve cì dice — è di conservare funzio-
nante tutto il complesso. Abbiamo problemi
consuma. cento
ricostruzione di
navale €
I dr. Bruno Sommacal. Un fisico tra i metalli.
rizzazione e problemi tecnici; data la
vastità, gli impianti richiedono di
ramenti e modifiche, che di nor-
no noi, Quando il problema richie-
le un grosso studio, allora ci rivolgiamo al-
manutenzione impe
llecinguecento uomini, di cui ottocento co-
” manutenzione
ata", decentrata alle zone in cui è diviso lo
ile e la
al
ffiicio tecnico, La
tituiscono la cosiddetta asse-
tbilimento, ciascuna sotto un perito, e ser
tecento sono nelle officine di manutenzione:
i l'alero c'è da mantenere in efficienza una
rete terroviaria di 70 km, vi sono 700 carri
ferroviari, locomotori, locomotive, 200 mezzi
di sollevamento e trasporto su strada e
terrovia
Coadiuva l'ing, Porlezza un giovane inge
ere, Egisto Santucci, laureato a Genova n
IQbt ema perfettamente ambientato nelli
icile cialità.
Un altro attraversamento di spiazzo asso-
lato c una rampa di scale ci portano nell'ufficio
icurezza, Capo reparto sicurezza è l'ing. Um
lerto Cerboncini, laureato a Genova nel
1960, « Il mio compito ci spiega cordial-
nente è quello di sovraintendere alla sicu-
rezza dello stabilimento, assicurare che siano
rispettate le norme, & anche dettare nuove
norme di per determinati lavori.
Qualunque cosa nuova progetti l'ufficio tec-
sicurezza
e. 02
L'ing. Aldo De Thierry, capo dell'organizzazione della
produzione. Una quan di diagrammi.
nico, esiste un aspetto “sicurezza” del proble-
ma, e di questo mi occupo io, Un esempio?
Subito: citerò la bonifica di quelle tubazioni
c di quei serbatoi contenenti fluidi che pos-
sono formare una miscela esplosiva. Io pas
seggio per la fabbrica con l'occhio attento a
scoprire i pericoli; ho fatto il mio addestra
mento con l'ing. Mercadante e l'ing. Talini,
esperti di sicurezza a livello nazionale, c mi
sono fatto la mentalità tipica della sicurezza,
che consiste nell'analizzare le possibilità di
pericolo in 1
L'incarico gli piace, lo trova vario; non si na-
nodo da prevenire l'infortunio ».
sconde le difficoltà, prima fra tutte quella di
formare una mentalità anunfortunistix n.
Dare l'olio alle ruote, in un'azienda come
questa, può essere interpretato in senso va
stissimo; moì pensiamo che vi rientri anche
ciò che va sotto il nome di “controllo della qua-
lità”, un lavoro che tende al mantenimento e
al miglioramento dei livelli di qualità. Si
tratta di un servizio, di cui è a capo l'ing.
Bruno Som-
macal, Inurcato a Padova nel 1951, e da uno
i dottori Portà, Picasso, Cat-
tanco, la dottoressa Michelucci, i dottori Fio-
rio, Modica, Goretti, Di Marco e l'ing. Ai-
nis. Tre di questi sono in addestramento. È
questo un lavoro. nel quale sì fa veramente
della ricerca scientifica applicata,
Ambrosetti, assistito dal fisico
stuolo di chimici:
L'ing. Giorgio Giribaldi, assistente all'organizzazione
della produzione, Sempre a caccia di ingegneri.
Come del resto se ne fa nel vasto ufficio
di organizzazione della produzione che dipen-
de dall'i \do De Thierry, laureato a Pa-
dova nel Questo ufficio svolge un'atti
1915.
vità consultiva; per prima cosa mira a stabi-
lire un wvetro di produzie ine e di costo, poi cer-
ca di stabilire gl è infine sì occupa
della rc
L'ing. De Thierry ha sedici ingegneri sotto
di sé, più una sessantina di periti, più sei in-
ecometri in addestramento. E
fut
gegneri è sei
sempre a caccia di ingegneri: « Non mi inte-
ressa tanto il centodieci e lode dice ma
pretendo che il giovane ingegnere sappia fare;
la gente che ho mi dà tranquillità, e non sono
disposto a farne a meno, A me basta che co
lui che esce dall'università abbia la sua prepa
razione scolastica normale, più voglia di fare
e di apprendere ».
Una quantità di diagrammi attende l'ing. De
Thierry, che si scusa con noi e si tuffa nel
suo lavoro. Tutti qui sono “ingegneri a ciclo
integrale", se si può usare questa definizione
per degli uomini e dei professionisti, Ogni ca
rattere, Ogni tipo di ingegnere puo trovare
a Cornigliano il modo di “farsi”, di formarsi
come uomo e come inecenere, mantenendo
viva quella carica di entusiasmo che, per usare
un termine tecnico, è un eccellente indice di
qualità, sia per l'individuo sia per l'ambiente.
i
È
I
A
i)
Li
Re,
o
»
Pa bull: î
© d°% P
® | 2% la ra “ 4 a Loi Ò po
- “ET
Pa,
PI
ES
n°
Cristalli di pirite (solfuro di ferro) con quarzo e calcite
Qligistor una varietà «di ematite cristallizzato, tipica dell'Elba
silito di ferro in concerezioni di cabeare
Tracce di ©
| colori
dei minerali
di ferro
Proseguiamo il nostro. viaggio tra i colori
del ferro. Dedichiamo queste pagine ai colori
eravigliosi che la natura dà ai minerali di
alle altre sostanze che talvolta ad
si accompagnano.
Un tecnico dell'Italsider, l'ing. Dario An-
lreani, ha un «hobby» coltivato in lunghi
inni di consuetudine con le materie prime
che interessano gli altiforni: la raccolta dei
minerali. Egli è riuscito a mettere insieme
una. ricca. collezione, particolarmente vasta
per quel che riguarda i minerali dell'isola
l'Elba. Riproduciamo alcuni esemplari della
accolta ed un testo che l'ing. Andreani ha
critto per la nostra Rivista,
terro €
l'uomo ha condotto attraverso î secoli una
continua e instancabile ricerca mel sottasuolo di
lementi atti ad aiutarlo nella lotta per l'esisten-
ua. E la terra in cui viviamo si è dimostrata
larga nel mettere a disposizione materiali che
nel tipo è mella misura hanno consentito, nel tem-
po, 1 grandi sviluppi della civiltà, pur richie-
dendo dall'uomo, per entrarne in possesso, un
luro lavoro e sempre crescenti energie,
Dalla pietra che servi nella preistoria a pre-
parare armi ed utensili e poi a costruire opere di
difesa e abitazione, si passò ai minerali metalli
ci del rame, del ferro, dello stagno, dell'allumi-
mio eccetera ; vennero poi trovati : il carbone, il
petrolio e ai nostri giorni i minerali degli elementi
fissili come quelli di uranio, capaci di fornire
quantità praticamente illimitate di energie.
Nel ricercare i minerali indispensabili alla vita,
l’uomo incontrò anche i metalli nobili e le gemme,
che per la loro bellezza e rarità vennerò usati
quali preziosi ornamenti e furono raccolti e ac-
cumulati sino a formare ricchezze favolose.
Tuttavia, non soltanto î minerali preziosi ma
anche quelli di tipo comune spesso st trovano în
natura in forme e in tonalità cromatiche attraen-
ti, quasi a rivelare che la stessa opera creatrice
che ci fa ammirare gli aspetti magnificamente mu-
tevoli del cielo, del mare, della vegetazione, nelle
ore del giorno e della notte, ha saputo anche mera-
vigliosamente plasmare la materia cosiddetta iner-
te, quale è la pietra", in cristalli, geodî, conere-
sioni, stalattiti dalle tinte più varie e brillanti.
Il ferro, la cui scoperta si perde nella notte
idei tempi, è sempre stato alla hase del progresso
e della potenza dei popoli. Il minerale di ferro,
che in origine era estratto da modesti giacimenti,
venne trovato successivamente in strati 0 in am-
massi sempre più grandiosi, atti a soddisfare le
esigenze crescenti dell'industria siderurgica, chia-
mata a produzioni di ghisa e di acciaio che stan-
no raggiungendo rapidamente livelli altissimi, che
a una previsione di solo qualche decennio addie-
tro sarebbero apparsi irrealizzabili.
Eppure, anche nell'interno 0 ai margini delle
masse compatte di minerali ferriferi per uso in-
dustriale, si possono trovare localizzate venatu-
re e raggruppamenti cristallini degli ossidi di
ferro 0 di casuali impurezze di bellissimo aspetto
per la forma e per il colore.
Incaricato per tanti anni della conduzione de-
gli altiforni, ebbi occasione di osservare è con-
trollare i grandi quantitativi di minerali di ferro
che affuivano ai magazzini e ai sili, provenienti
dai giacimenti dell'isola d'Elba e da quelli di
paesi lontani; e richiamato dalla presenza di
qualche piccolo cristallo che si vedeva talvolta
luccicare nella pezzatura uniforme del materiale
marrivo, fui preso dall' hobby del collezionista
e gradualmente, nel corso di alcuni anni, misi în-
sieme una raccolta personale dî minerali caratte-
ristici, che formano un complesso abbastanza or-
dinato è completo, specie degli esemplari della
vasta gamma mineralogica elbana.
Limitatamente ai minerali di ferro ed ai suoi
occasionali accompagnatori vengono qui presen-
tate della mîa raccolta, le fotografie di alcuni
fipi più caratteristici e meno comuni, per la for-
ma cristallina © per la varietà dei colori.
L'ematite (la cui formula è Fe,O,), normal-
mente escavata in pezzatura color bruno 0 giallo
per presenza di limonite, è qui riportata in forma
di oligisto, in cristalli colorati in tinte varie
in seguito alla formazione, sulle loro superfici
speculari, di sottili spessori di ostido idrato.
La limonite [Fe (OM1),] sì presenta in forme
concrezionale è a patina iridescente.
Interessanti per la colorazione verde-azzurra
o rossiccia sono pure alcune inclusioni eccezionali
di composti del rame (malachite, crisocolla,
cuprite, rame nativo ecc.)
IH calcare in forme stalattitiche 0 concrezionate
accompagna il minerale di ferro ed è qui ritratto
a titola di curiosità mineralogica.
La pirite, nemica del processo tecnologico al-
l’altoforno, perché apportatrice di zolfo, dannoso
ai requisiti richiesti per la ghisa e per l'acciaio,
è qui presentata in cristalli aventi un colore e
una lucentezza che ricordano l'oro, accompagnati
da piccoli cristalli di quarzn e calcite.
Da quanto molto limitatamente esposto è pre-
sentato si può quindi affermare che î minerali
di ferro veri e propri è quelli accompagnatori,
come il quarzo, la calcite, la pirite, il rame ecc.,
si manifestano talvolta în forme naturali di rara
bellezza, regolari o bizzarre per linea è per co-
lore, che appagano il senso estetico umano e po-
trebbero anche offrire ispirazione all'opera di
moderni artisti.
Tre esemplari di limonite: uma stalattite ricoperta di calcite (a sini.
stra) e forme conerezionate a patina iridescente.
Minerali di rame, eccezionali uccompagiatori del ferro, sotto farma
ti malachite, erisocolla, cuprite, rame nativo,
Il museo
del cinema
a Torino
Fra i molti musei esistenti in Italia uno dei
più curiosi è senza dubbio quello del cinema
che raccoglie a Torino, a palazzo Chiablese,
preziosi cimeli della settima arte che, in meno
di settant'anni di vita, ha già una ricca storia
ed una preistoria non meno interessante. Nelle
sale di questo museo è stato presentato al pub-
blico torinese, insieme alla nostra più recente
produzione cinematografica, il
«Col ferro e col fuoco», girato nel 1926 negli
dell'Ilva €
documentario
stabilimenti siderurgici fortunasa-
Una lanterna magica cpidiascopica della fine del "700 a due lanterne. Si trova, come
tutti gli mltri cimeli riprodotti melle pagine seguenti, nelle sale del museo del cinema
di Torino che bu sede a palazzo Chiablese, La lanterna magica, che ricorda | odierno
proiettore di diapositive, è une degli apparecchi precursori del cinematografo,
mente ritrovato pochi anni fa in un magazzino,
Una copia del film, che costituisce un docu-
mento rarissimo del cinema industriale di quel
tempo, è stata donata al museo, entrando così
a far parte della sua cineteca. Del museo del
cinema ci parla in questo articolo il critico
Claudio Bertieri.
Può sembrare
museo prezioso € tra i p« 1chis-
sno 0, quanto Meno, 10-
che i
solito
simi esistenti al mondo (se né contano solo
altri tre è di minore Praga,
a Parigi ca Rochester), quello del cinema di
efi le//
Torino, sia nato al “Balbn", un “‘avercaro <
- primi
importanza: a
puici”*, ove vennero racimolati i pezzi
di una raccolti
andata
“unicum” eccezionale.
Chi girava allora tra robivecchi, antiquari,
rara
arricchendo e
che, nel tempo, si è
trasformando: in un
cantine, soffitte è magazzini polverosi era una
giovane professoressa torintsc, fanatica ap-
passionata di cinema, colta, sensibile, che s'era
messa in mente, nonostante tutte le difficoltà,
di radunare i cimeli ed i ricordi degli anni
pionieristici. del cinematografo italiano.
Tempo .è È cinque
lustri, ma Maria Adriana Prolo non ha perso
fiuto che le ha consentito di
erosso modo
passato
singolare
mettere le
i
que
prandissimo
Il suo en-
nani su ogretti di
valore storico ed anche artistico.
tusiasmo, temperato dalle lunghe e sirancanti
battaglie che ha dovuto sostenere per vincere
l'ostilità di chi non credeva molto nella sua
idea (talvolta piudicata stravagante) e, in
seguito, per ottenere una sede degna per il
"suo” musco, non è mutato ed ancor oggi
la si vede talvolta arrivare a palazzo Chia-
musco) con un
contenente un
blesc sistemato il
farottello
“fenatiscopio” piuttosto che una “prospettiva”
Ì
del “mondo niovo”, una serie di lastrine per
COVE c
sotto il braccio
lanterna. magica piuttosto che una “affiche”
degli anni ‘eroici’.
La storia di «questa eccezionale valleria,
non ancora completata perché altre sale do-
'
vranno aggiungersi alle sedici ordinate €
certune di queste dovranno essere risistemate,
izia nell'ottobre 1938 quando la Prolo mise
ver ja prima volta sulla carta il suo progetto.
Le ambizioni, allora, erano più modeste c,
rrobabilmente, sarebbero rimaste tali se dal-
‘incontro di questa donna volitiva con al-
ini dei protagonisti della storia del cinema
raliano non fossero nate nuove idee c l'ini-
riale proposito non si fosse via via dilatato
sino ad assumere la forma attuale.
primi sensibili collaboratori
Tra 1 della
appassionata partecipazione ad una avven-
tura in quel tempo ritenuta pazzesca.
Ma venne la seconda guerra mondiale ed
il piano primitivo, che aveva ormai preso
corpo (nel giugno 1941 il Municipio di To-
rino concesse le sale del primo piano della
Mole Antonelliana mentre alcuni
cietà diedero un complessivo contributo fi-
nanziario «i diecimila lire), subi un logico
accantonamento. Il molto materiale radunato
dalla Prolo con la collaborazione dell'ex
enti © so-
Un curioso collage del *700. Su uno sfondo rococò, accanto a nani mosirasi e signore sontnosamente
vestite, figura un «mondo niovo», Questo collage serviva quale « prospettiva » appunto per il «mondo niovo».
Prolo vanno ricordati il regista Giovanni
Pastrone (quello di “Cabiria”, per ricordare
il suo film più popolare), Arrigo Frusta, Luigi
Maggi, Charles Lépine (uno dei primi res
tester en scént «di Pathé), Ettore Ridoni (uno
del primi scenografi dell'équipe Ambrosio),
Giovanni Vitrotti (regista-operatore che negli
anni del muto vagabondò in ogni angolo
della terra riportando eccezionali testimonian-
ze e servizi che ancor oggi sono considerati
esemplari) c qualche altro, i quali recarono il
contributo della diretta esperienza e della
“Pittaluga” è, in particolare, dell'ing. De
Rossi (un “bric à brac” di macchine da presa
e di proiezione dei più vetusti moxielli, di
stampatrici, di lanterne magiche, di diapo-
sitive, di fotografie, di affiches, di pellicole
risalenti ai primissimi esperimenti, di model.
lini e di tanto altro vario materiale tecnico c
artistico) venne trasportato nei. fondi della
Mole e vi rimase sino al 1946.
Fortunatamente le azioni belliche non re-
carono danni consistenti alla già ricca collezio-
ne ma dovette passare qualche tempo prima
dI
de
che la Prolo potesse presentare al pubblico par-
te del suo minuzioso lavoro di raccoglitrice.
L'occasione si presentò nel 1949 quando venne
allestita a Torino, nella Galleria Metropoli-
tana, la «I Mostra retrospettiva del cinema»;
ebbe moltissimo successo e servì a riunire,
dopo tanti anni, tutti coloro che erano stati
protagonisti del periodo aureo della cinema-
tografia torinese e quanti si interessavano ad
un suo doveroso riconoscimento.
La situazione del musco non era tra le più
confortanti: mancava di una sede ed il nuovo
materiale acquisito non poteva essere presen-
tato agli studiosi né al pubblico curioso.
Anicora una volta emerse lo spiccato spirito
organizzativo e l'accanimento, a tratti persino
ingenuo, della Prolo la quale non solamente
non si perse d'animo quando chiunque
avrebbe abbandonato l'impresa, ma rinnovò
i suoi sforzi e le sue peregrinazioni di utficio
in ufficio alfine di ottenere quell'appoggio
che troppe volte le era stato promesso e mai
mantenuto.
Comun uc. il musco Don Manco di Ussere
presente alle massime iniziative culturali €
specialistiche: la «Il Esposizione internazionale
della teenic
a cinematografica» di Torino ove
tita una ridotta mostra retrospet-
tiva: la «Triennale di Milano» cui il museo
collaborò per la sezione «scenogratta cinema-
togratica »; la «XIII Mostra internazionale
d'arte cinematografica di Venezia» cui con
tribuì nell'allestimento di una “retrospettiva”
italiana con i film /.a cameriera è troppo bella
(1907) e Le farfalle, un documentario scienti-
fico di Omegna (1911).
La precaria situazione parve sbloccarsi nel
t95s quando si decise che il museo doveva
essere ordinato nella prima galleria quadran-
solare della Mole. Un tremendo tornado,
nella notte del 2
) 1953, fece pero
crollare la guglia della costruzione e, pertanto,
la sistemazione venne nuovamente procrà
stinata. Qualche mese più tardi, onde dare
uno stato giuridico e civile all'istituzione, sì
costituì 1" « Associazione musco del cinema»
la cui presidenza fu affidata a Carlo Giacheri
e la vicepresidenza a Mario Gromo,
Nei quattro anni che seguirono, la Prolo
ce Gromo (il quale aveva sostenuto da tempo
con calore e autorevolezza il problema del
museo) cercarono, in ogni forma, di rendere
sempre più attivo l'inserimento di questo isti.
tuto nell'ambito culturale europeo.
Tra le molte iniziative vanno poste im ri-
salto la « Mostra retrospettiva» a Parigi su
invito della “Cinémathèque Frangaise" (1954),
la serie di proiezioni FELrospertive per la
il Esposizione internazionale dello sporte a
Torino (1955), la partecipazione alla mostra
«Go ans de cinéma» al museo d'arte moderna
di Parigi (1955), l'esposizione di alcune pre-
ziose collezioni alla V Comunale di Mi-
lano (1956).
Si giunse così al 1957 quando, anche per
l'interessamento della sopraintendenza ai mo-
numenti, venne finalmente risolta la questio
ne della sede: eli furono destinati i locali al
pianterreno dello storico. palazzo Chiablese,
in pieno centro di Torino, locali che offrivano
il notevole vantaggio di poter ospitare una
a di proiezione accessibile direttamente
l'esterno.
La preparazione degli ambienti, su progetto
degli architetti Nicola e Leonardo Mosso,
fu piuttosto laboriosa c il definitivo allesti-
mento delle sedici sale richiese il generoso
apporto di un gruppo di amici del museo, il
quale vide coronati i suoi sforzi la sera del
27 settembre 1968 quando fu ufficialmente
inaugurato il «museo del cinemas.
sopra: pantoscopio, detto «mondo niovo» di tipo vene»
ziano del "700, Munito di cinque lenti serviva per la
visione di + prospettive",
qui a fianco: l'apparecchio da ripresa usato nel 1913
da Giovanni Pastrone all'Itala Film, Sullo sfondo il
modellino originale del film «Cabiria» per la scena del
tempio.
nella pagina accanto: una lanterna magica «Bonne
Presse» per effetti teatrali, usata al Teatro dell'Opera di
Roma nei primi anni del Novecento, Serviva a proiettare
a colori su schermi sistemati sul palcoscenico cieli, nu-
vole e panorami fantastici, secondo una moda molto
diffusa a quell'epoca,
Gli saloni e le piccole eleganti
salette di palazzo Chiablese offrono oggi al
vastissima documentazione
volte curiosa
della storia del cinema: dai primi traballanti
congegni sino a quelli più perfezionati attu
mente in uso, Ins
stupendi
Visitatore un
oltremodo interessante e a
ri personaggi sono passati
in queste sale: René ( lair, Alfred Hitchcock,
Aleksandtov © altri.
trovato in minuziosa
Grigori Ognuno ha
questa collezione un
motivo di personale suggestione: Clair. nel
l'angolo riservato al suo antico “patron”, Léon
Gaumonti Hitchoock non sapendo frenare il
suo ‘humour di fronte ai piccoli film dei
Lumière presentati nel “teatrino” a lui dedi-
cato: Aleksandrov entusiasmandosi per i ci
meli di ‘*Cabiria"'.
Ma moltissimi sono i visitatori e gli studiosi
che ogni anno si rivolgono al musco per ot
tenere un documento, una informazione, per
scorrere la ricca emeroteca, per consultare la
biblioteca od ancora per visionare qualche
raro pezzo (in copia unica) che la passione
della Prolo ha salvato dalla distruzione.
Ampia, in ogni campo, è stata l’attività del
musco negli anni recenti ed ogni volta il suo
La lanterna magica «(;, Mondo» dell'inizio del XX secolo, Essa costituisce l'unico
esempio di combinazione tra la lanterna magica e le proiezioni cinematografiche.
seuno di intelli
ntervento ha recato il una
gente c VIVA partecipazione (che, ovviamente,
non: si esaurisce in una sterile ricerca da ri
più
mondo moderno, Un giro nelle sale permet
domante) ai fenomeni inquietanti del
te di conoscere a fondo la recente storia del
cinema, non escluse alcune puntate nel mondo
della fotografia e degli spettacoli circensi che
hanno precorso, per così dire, la magia delle
immagini in movimento.
Già nella seconda sala salta agli occhi la
completezza delle raccolte: copie dei più anti
chi volumi
della camera oscura ed alla lanterna magica, il
che si riferiscono all'invenzione
prezioso Loco seriorum artis
sive magia naturalis » di Gaspar Schott (1661)
e “La vision parfaite" del padre Chérubin
d'Orléans (1681). Ed ancora la ‘Magia Na-
turalis" di G.B, Della Porta (1589) c la “Ars
Magna Lucis ct Umbra" dell'abate Atanasio
Kircher (16406).
I tre pantoscopi settecenteschi, detti ‘mon
do niovo”, introducono all'antecinema; con
loro, le * prospettive”, le sues ponr opfigite a
colori, le ombre cinesi, le lanterne magiche,
il teatrino cinese di Carlo Alberto di Savoia.
natura et
i
l
Le origini della fotografia sono documen-
tate da una importantissima raccolta di testi
(“Les Physionotraces” di Chretien e Quenedey),
apparecchi italiani e stramieri, € di speciali
congegni come il “Polyorama Panoptique”.
Le opere di Muvbridge e Marey, di Oreste
Pasquarelli, di Vittorio Sella, di Nadar e di
Carjat (oltre ad una ricca esposizione di pras-
(
sinoscopi, di stercoscopi € di altri insoliti
strumenti) immettono ai pionieri del cinema:
} Lumière, Edison, Gaumont, Pathé, de Cho-
mon, Lépine, Calcina,
Poi la erande stagione del cinema italiano
da scritti,
dellini, scenari originali, fotografie di
muto testimoniato «atfiches», mo-
scena,
Rivivono i miti delle grandi amatrici, di quel
tempo che fu detto « dei cuori infranti e dei
robusti divani »: la Borelli, la Bertini,la Gal
lone, la Menichelli, la Jacobini, E
“amanti”: Collo,
Serena, Ghione.
por gli
Gallone, Serventi, Mari,
Un panorama, dunque, esteso € solleticante
che nasconde miserie ce nobiltà, improvvise
follie © amari declini. In altre parole, uno
stimolante e particolare aspetto del costume
della nostra epoca.
Altro interessante esempio di lanterna magica della prima metà dell'800, Ap-
parteneva alla «Perrcau Fils» di Parigi (dono della famiglia Agnesi di Imperia).
Libri e mestieri
La professione
dell'ingegnere
l'ingegnere, ovvero il personaggio chiave del
mondo odierno. L'uomo che si incontra a sovrin-
tendere ad ogni suo avanzamento nel tempo, che
studia è realizza le nuove forme della vita, che
spreme dalla natura i succhi asprigni delle sue
leggi più segrete e gelose. Dev'essere partecipe di
ogni altra umana facoltà ed esperienza. Dev'esse-
re scienziato e poeta, tecnico e artista. In quanto
ogni sua realizzazione costituisce un'interpreta-
sione — schematica o stilizzata o cifrata che sia
- dell'ambiente naturale che lo circonda, l'inge-
guere è anche filosofo. Ma soprattutto è il mago
della civiltà contemporanea. Non esiste contrad-
dizione in codesti due termini, In epoche più ir-
razionali ed oscure, in cui l'elemento misterioso e
indecifrabile del cosmo veniva sentito dagli uomi-
ni come preponderante e terribile, con una sorta
di sacro orrore, di sgomenta religiosità, nessuna
creazione, nessun progresso potevano venir raffi-
gurati al di fuori di questo inquietante e fumoso
alone di segretezza soprannaturale, E il creatore,
l'artefice, l'interprete di quelle civiltà era il ma-
go, colui che sapeva il linguaggio degli astri o le
forze del fuoco o gli umori e î trasalimenti delle
viscere della terra. Oggi che l'uomo possiede una
ben più orgogliosa fiducia nelle proprie forze è
nelle proprie capacità razionali, che è ragionevol-
mente convinto di poter teorizzare ogni fenomeno,
servendosi poi di siffatte teorizzazioni come ce
altrettante basi © leggi per le proprie opere :
il creatore, l'artefice — e cioè il mago — è Tim in
gegnere. Né, a rigore, potremmo sostenere, per il
solo fatto di non conoscerne l' entità e la struttura,
che le officine, le apparecchiature, le macchine,
gli strumenti è gli alambicchi dei vecchi maghi
fossero meno perfezionati è potenti di quelli dei
maghi nuovi.
Del resto, cosa siamo soliti aspettarci, ormai,
dagli ingegneri se non degli altri miracoli? Con
l'eccezionale stadio raggiunto dal progresso tecno-
scientifico, ogni ulteriore tappa non fa che avwi-
cinarci sempre di più all'estremo confine dell'uma-
no. È probabile che non passeranno molti anni e
ad ogni notizia di nuovi risultati in questo campo,
proveremo un'altra volta una sensazione di shi-
gottito timore e dietro ad ogni conquista’ della
scienza e della tecnica, ci sorprenderemo a sospet-
tare chi sa quale trucco metafisico, quale stre-
goneria bella e buona.
Forse, a ben guardare, l'unico segno che è ma-
ghi odierni hanno a proprio vantaggio, nei con-
fronti dei loro colleghi del passato, è quello di
poter sfruttare nel lavoro i vantaggi dell'azione
collettiva, dell'organizzazione d' “équipe”. In-
dividualistica per cecellenza era la professione
del mago. Il quale anche con i discepoli e gli
scolari doveva camminare con i piedi di piombo,
basti ricordare i guasti e gli sconquassi causati
dal famoso ‘“ apprendista stregone". Oggi, in-
vece, pensare ad un ingegnere staccato dagli in-
gramaggi di una potente organizzazione collet-
tiva è quasi un non senso. Nel volume dedicato
a questa professione che Alberto Mondini ha di
recente pubblicato nella collana di saggi e inchie-
ste professionali “Il Bersaglio" (Vallecchi edito-
re), è minutamente esaminata e descritta la nuova
condizione di sottile equilibrio che i maghi mo-
derni debbono raggiungere, conciliando la voca-
zione alla libera professione con le esigenze e i
caratteri deî grossi organismi che forniscono loro
i più efficienti mezzi di lavoro. Anche coloro che
maggiormente sembrerebbero poter conservare un
margine alla propria indipendenza, cioè gli in-
gegneri edili, sono poi vincolati all'organizzazione
del lavoro collettivo : né di questo sembrano, per
verità lamentarsi, poiché quel tanto di nobile è
astratta anarchia che contraddistingue la libera
professione, con una sorta di compiacimento in-
tellettuale, gli edili la lasciano volentieri agli ar-
chitetti.
È evidente, che su tale terreno le grandi indu-
strie fanno la parte del leone, La loro preoccupa-
sione di alimentare continuamente i quadri con
ingegneri preparati ed efficienti î quali, ciascu-
no perfezionando la propria tessera, diano vita
a quel preciso e sorprendente mosaico che è la
produzione industriale, si spinge fino nell'univer-
sità ad individuare per un rapido inquadramen-
to post-laurea gli studenti più meritevoli. E le
industrie più aperte agli evoluti criteri del ren-
dimento, prolungano il periodo di preparazione
offrendo al neolaureato quei corsi di pratica
aziendale, senza dei quali tutta la teoria imma-
gazzinata durante gli anni accademici sarebbe de-
stinata a restare improduttiva perché inapplica-
ta. D'altra parte, poiché i maghi di oggi son
maghi razionali, sono tutti quanti assai contenti
di tale stato di cose che reputano il più favore-
vole alla buona riuscita delle loro future stre-
gonerie; E Mondini ci informa che, caso mai, si
rammaricano soltanto del fatto che i vantaggi
del lavoro organizzato collettivo non siano stati
alla loro portata anche in precedenza, durante
gli anni dell'università, sia mediante una più ra-
37
dicale attività di ricerca è d'esperienze articola-
ta a piccoli gruppi di studenti, assistenti e docenti,
sia mediante più assidui contatti con il mando
industriale.
Con lo scrupolo e la rigorosità d'informazione
che gli deriva anche dallo svolgere una qualifi-
cata attività di giornalista, Alberto Mondini ha
incominciato, infatti, questa inchiesta sulla pro-
fessione dell'ingegnere proprio dalle fondamenta,
ossia dal periodo degli studi universitari. Esigenze
e propositi degli studenti, piani di studio e orga-
nizzazione dei corsi teorici è delle prove pratiche,
problemi e pensieri sono stati fatti oggetto di una
indagine accurata che Mondini ha svolto attra-
verso una serie di sopralluoghi è di interviste con
professori © allievi in sei importanti sedi accade-
miche : è politecwici di Milano e Torino e le uni-
versità di Padova, Pisa, Genova, Napoli. È un
discorso preliminare che serve benissimo all'auto-
re per introdursi nel vivo della professione, per
cogliere tutti i sottili e molteplici aspetti di essa
(la facoltà di ingegneria contiene infatti in Italia
hen nove differenti corsi di laurea : civile, mec-
canica, elettrotecnica, chimica, navale, aero-
naulica, mineraria, elettronica, nucleare ; è quella
civile si divide a sua volta in sezione edile, se-
sione idraulica, sezione trasporti), per enucleare
© prospettare i punti controversi, dei quali il più
recente è quello inerente all'apertura della profes-
sione d'ingegnere aî geometri e periti, e il più
scottante è quello della riforma del piano di stu-
di secondo un sistema a doppio titolo di laurea
(dottore in ingegneria è ingegnere) che riecheggia
l'ordinamento in vigore megli istituti superiori
inglesi e nordamericani.
Prima di addentrarsi nell'illustrazione di quel-
la che potrà essere concretamente la carriera del-
l'ingegnere italiano, a seconda che scelga l'indu-
stria privata, quella a partecipazione statale 0
le telecomunicazioni, î cantieri edilizi o la co-
struzione di ponti e di dighe, Mondini si soffer-
ma ad esaminare la formazione teorica e profes-
sionale dell'ingegnere negli Stati Uniti e în Fran-
cia, in Inghilterra, in Germania, nell'Unione So-
vietica. E ancora un breve capitolo lo dedica
alle possibilità di lavoro che l'ingegnere italiano
può trovare all'estero. In realtà, quest'ultima pos-
sibilità è assai remota per il neolaureato, poiché
da noi l'assorbimento nell'impiego segue presso-
ché immediatamente la laurea e la facoltà di
ingegneria è quella che, più di ogni altra, garan-
tisce la rapida occupazione ai suoi iscritti. NÉ,
per diverso tempo, la cosa pare destinata a mu-
tare. Nonostante dalle università italiane, nel-
l'anno accademico 1960 siano usciti 16.934 în-
gegneri, noi siamo ancora lontani dai quasi
300.000 ingegneri în attività nella Germania
federale o dai 650.000 su cui punta l'Unione
Sovietica (108.000 laureati al termine dello
scorso anno accademico). Ma dello scrupolo di
completezza e di verità che ha mosso Mondini,
si è già detto. Al che va aggiunta l'ottima qua-
lità della scrittura e la profonda sostanza delle
riflessioni che il volume mette in vetrina. Sarà
forse il caso di aggiungere anche il suo all'elenco
dei nomi di ingegneri-umanisti che Mondini trac-
cia nelle prime pagine della sua inchiesta è che
comprende letterati illustri : da Burzio a Gadda,
da Sinisgalli a Olivetti. (M. M.)
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Sul mercato mondiale dell'acciaio la concor-
renza continua a manifestarsi vivace; la ri-
chiesta, pur segnando una lieve ripresa, perma-
ne in complesso debole e basse le quotazioni,
Anche i paesi della CECA che con l'Inghilter-
ra, il Giappone e gli Stati Uniti sono i maggiori
fornitori di prodotti siderurgici al mercato inter-
nazionale, risentono di questa situazione ma în
misura minore ‘del previsto perché compensati
dal soddisfacente andamento della richiesta in-
terna. Questa sembra anzi giustificare un au-
mento del livello produttivo, che finora è stato
inferiore a quello del 1961, allo scopo di ade-
quare l'offerta alla domanda permettendo nello
stesso tempo la costituzione di un confacente
carico di ordini.
Nei primi otto mesi dell'anno in corso le
aziende siderurgiche della Comunità hanno ri-
Produzioni Italsider
cevuto ordinazioni per 35.584.000 tonnellate di
laminati contro 34.754.000 tonnellate nello stesso
periodo del 1961. Le ordinazioni provenienti
dal mercato interno sono aumentate di oltre
il 5% e quelle dai mercati esteri sono dimi-
nuite del 9%.
Negli Stati Uniti l'attività produttiva del-
l'industria siderurgica non ha registrato varia-
sioni sostanziali perché l'afflusso delle ordina-
sioni subisce il freno costituito dalle riserve
esistenti presso i consumatori che non sono an-
cora scese, come era da alcuni previsto, ad un
livello normale.
SITUAZIONE ITALIANA
In Italia la richiesta di prodotti siderurgici
permane soddisfacente. Si prevede che quest'anno
il consumo d'acciaio supererà del 10 lo il li-
vello raggiunto nel 1961. La necessaria corrente
d'importazione è favorita dalla disponibilità di
prodotti sui mercati esteri che determina, fra
l’altro, una forte pressione concorrenziale so-
prattutto da parte dei paesi della CECA.
La produzione della nostra siderurgia è, dal
canto suo, in aumento ed i programmi d'im-
pianti sono stati accelerati nei limiti degli in-
comprimibili tempi tecnici.
luglio agosto
1962 1962
coke tonn, 190.804 198,706*
ghisa 292,994* 285.623
acciaio 355,395* 344.310
laminati a caldo 272.058" 218.814
laminati a freddo 42,140 39.173
getti di ghisa 8.650 4.843
getti d'acciaio, fucinati e rodeggi 7.321 6.062
armamento ferroviario 1.458 1,584
derivati vergella 3.933 2.779
carpenteria 1.848 1.511
tubi saldati 17.429 20.016
altri prodotti T4 T6
* muovi record mensili
L’incisione di Pierre Soulages riprodotta sulla copertina del n. 2-62 è stata edita dalla
«Galerie Berggruen e Cie» di Parigi e pubblicata per sua gentile concessione,
RIVISTA ITALSIDER > segreteria di redazione; ufficio pubbliche relazioni Italsider - via Corsica 4 - Genova
telefono 59:99. La riproduzione degli articoli è libera. Si prega citare la fonte. Stampa: AGIS -
Stringa - Genova, Clichés a colori: Denz - Berna. Clichés in bianco e nero:
Ceriale - Genova
L'Italsider
Sede centrale
via Corsica 4, Genova - telefono
19.99
Centri siderurgici e stabilimenti
Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435
telefono 302.024
tondo - vergella - bordione - mastri stretti
laminati a caldo - travi HE (ad ali larghe) -
travi IPE - profilati - funi - reti saldate -
derivati dalla vergella.
Oscar Sinigaglia - via San Giovanni d'Acri 6
Genova-Cornigliano - telefono 41.07
laminati piani a caldo e a freddo - lamicrini
zincati - banda stagnata elettrolitica e ad
immersione.
Piombino (Livorno) - corso Italia 218 -
telefono 22.041
rotaie - barre e profilati - materiali per ar-
mamento ferroviario fisso.
Taranto - via Statte 1 - telefono 68.20
tubi di acciaio saldati di grande c medio
diametro.
Trieste - via di Servola 1 - telefono 93.027
ghise da acciaieria e da fonderia - lamiere
grosse,
Lovere (Bergamo) - via G. Paglia - telefono 10
rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di
acciaio.
Marghera (Venezia) - via del Commercio s
telefono 50.334
profilati
San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza
Giacomo Matteotti 7 - telefono 80.030
profilati - materiali per armamento ferroviario
mobile.
Savona - corso Giuseppe Mazzini 3
telefono 27.941
getti e tubi di ghisa
Sfac - corso F. M. Perrone 13 Genova-Campi -
telefono 469,091
fucinati e getti di acciaio - lamiere grosse e
placcate,
Uffici vendita
Bologna, via Guglielmo Marconi 29/2
telefono 269.865
via Luigi Garaventa 2
telefono 592.831
corso di Porta Nuova 1
telefono 643.889
via Gugliecimo Marconi ss
telefono 312.448
galleria Porte Contarine 4
telefono 51.644
Palermo, via di Villa Trabia 3/4
telefono 291.540
Genova,
Milano,
Napoli,
Padova,
Roma, via Barberini so
telefono 489.061
Torino, corso Sebastopoli 34
telefono 673.918
PALAZZO DEL LAVORO
torno
Pri BSIBONI - dara Ra See
SEZEE VERTICHAI
I ro sarai
dr » È o z ” 5
dogra (»)(e) 1 ; dog rta (a)(e)
|euera quo pesemag cessast@na
— RITA PARTEDARI Dli CAITO devia Menta”
Nec Dei MiRITRO ressm rar dle
e sà
ammi ii a pt
en dada
Mira deprtone FA DeL Patto 5
i
3 Spes (e)
a
ji ‘9h fd)
n
sz
2
A -
2036 (e)
ad
DI rase + Qrmomcm DI Caspafcama
deo
Pad Bpa0 (#) (av)
T_quere
43
dda
PO Pasi » 2 taoncni re Carparonma
APGITODE DD IA na
s amis pagsneanie
| urta è avena desio comerstne
get
= è
.
sino sr
apt
- extracted text
-
RIVISTA ITALSIDER
dl ROTTA FTA
la copertina: Spoleto, agosto 1962. Lo scul-
tore americano Alexander Calder sotto il suo
grande “stabile” d'acciaio, realizzato nello
stabilimento Italsider di Savona per la mo-
stra “Sculture nella città” di Spoleto. Si
tratta della più grande scultura d'acciaio esi-
stente nel mondo. Vi può passare sotto anche
un autotreno. Calder l'ha chiamata « Teodela-
pio», ispirandosi al nome di un duca lon-
gobardo che governò Spoleto nel Medioevo,
(Fotografia di Ugo Mulas),
interni di copertina: duc disegni tecnici, due
immagini suggestive, due momenti impor-
tanti per la storia dell'impiego dell’acciaio
nell’architettura.
x di copertina: disegno tecnico. del giunto
prefabbricato in elementi d'acciaio ideato da
Konrad Wachsmann per un hangar destinato
all'aeronautica. militare statunitense.
3° di copertina: disegno esecutivo di uno dei
pilastri in acciaio e cemento ideato da Pier
Luigi Nervi per ii Palazzo del Lavoro di
Torino,
$' di copertina: antico picchiotto in ferro (Ba-
silica di Gradanica, Serbia)
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d'informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - alti forni e acciaie-
rie riunite Ilva e Cornigliano
Anno II - n. 4 - agosto-settembre
comitato. di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
ilirettore responsabile» Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova
n 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
Il Ministero per le Partecipazioni
Statali pag: 3
Sculture nella città » $
La siderurgia olandese è 158
La XXXI Biennale di Venezia » 19
Gli ingegneri dell'Italsider »: 35
I colori dei minerali di ferro » 31
Il museo del cinema a Torino » 32
Il 24° bilancio della Finsider » 38
L'ingegnere, oggi
L'ingegnere è oggi al centro della moderna società industriale: Non c'è infatti professione
che sia più essenziale a significare progresso di un paese, tant'è vero che uno dei primi elementi che
st considerano per valutare se un paese è în linea con i tempi, è la sua dispomibilità di ingegneri.
L'ingegnere industriale opera în una serie di settori © di attività, diversi ed egualmente fon-
damentali : egli è impiegato infatti nella progettazione delle macchine e degli impianti, nella pro-
grammazione è nell'esecuzione del lavoro, nella ricerca e applicazione scientifica. Le specializ-
saszioni dell'ingegneria coprono le più numerose esigenze della struttura produttiva ; l’adeguarsi
sincrono dell'ingegneria al rinnovamento e alle trasformazioni di cotesta struttura, ne spiegano
il ruolo decisivo nella società odierna.
L'economista studia il mercato, le possibilità della domanda e dell'offerta ; il politico deter-
mina gli indirizzi generali; ma è l'ingegnere, nelle varie specializzazioni, che conduce, realizza,
controlla e verifica il ritmo di lavoro delle macchine e degli uomini, che în ultima analisi possiede gli
strumenti per realizzare i fini prestabiliti. Pur senza ricorrere all'ormai famoso luogo comune
delta « rivoluzione dei tecnici », si può affermare che, a causa dell'incremento nelle funzioni tec-
niche e nel prestigio sociale, una importante trasformazione è avvenuta nella figura e nella men-
talità dell'ingegnere moderno.
Le «carriere» degli ingegneri nel processo produttivo di una grande azienda si sistemano
lungo una scala direzionale che a ogni gradino presenta prospettive di comando e di antonomia.
Questo decentramento di responsabilità specializzata indica il carattere veramente nuovo della
organizzazione industriale dei nostri tempi : la democratizzazione dell'attività direzionale. Le
decisioni che si elaborano sui vari aspetti della vita aziendale, risentono infatti del contributo
di una serie di specialisti, in notevole parte ingegneri, che affrontano con una discussione sempre
più ampia questioni non soltanto tecniche ma di direzione del personale, di conduzione econo»
mica, di amministrazione èecetera.
Le attività industriali non possono essere più condotte da poche persone perché una per-
sona non sarebbe nelle condizioni di esprimere un giudizio definitivo su scelte al di fuori della
sua preparazione. È necessario il contributo di molti settori, attraverso un sistema che restringe
la possibilità delle decistoni personali e permette a tutti gli interessati di essere a comascenza delle
varie proposte. L'adozione di un tale sistema esige dagli uomini che vi partecipano, una attitu-
dine non comune alla vita democratica, alla discussione, all'autocritica, all'esame delle idee con-
trastanti, alla prudenza nell'avanzare le proprie opinioni, nel saperle sostenere al momento giusto
o riserbarle per tempo più maturo,
Alla figura dell'ingegnere tecnico che ubbidiva alle parole del capo e restringeva le proprie
opinioni all'orticello della sua responsabilità, si è sostituita quella dell'ingegnere moderno, che
non teme di affrontare un’ attività complessa, con spirito umanistico, critico, capace d' inqua-
drare ed elaborare i problemi nuovi affacciantisi all'orizzonte. La cosa più essenziale, in questo
senso, che si richiede all'odierno ingegnere industriale, è proprio la predisposizione intelligente
ad afferrare l'essenza di cotesti problemi, la sensibilità a conoscere le realtà che sono attorno a luî,
a ricercare © sollecitare, quindi a fare propri, i più aggiornati comsigli che gli provengono dagli
esperti messi a disposizione dall'azienda per aiutarlo nella difficile opera del dirigere.
Il cambiamento nella conduzione dell'azienda in forme collegiali e il nuovo carattere che
ne consegue alla figura dell'ingegnere, sono stati causati, rispetto alla situazione di vent'anni fa,
dalle stesse dimensioni assunte dalla produzione e dall'attività industriale. Di quattro volte è
cresciuto il consumo dei prodotti siderurgici ; di sei volte l'elettricità ; di dodici volte il settore
dell'automobile. Questo incremento sta conducendo l’Italia a essere una nazione industriale, ma
determina uno sforzo di rinnovamento in molti settori, in modo principale nell'ingegneria, che ha
richiesto la trasformazione della vecchia mentalità.
Un altro fattore, ad esempio, che ha contribuito a cambiare la conduzione aziendale e nel
contempo la funzione e la forma mentis dell'invegnere, è rappresentato dall'importanza oggi
attribuita all'aspetto sociale del lavoro.
In una conferenza sull'argomento tenuta recentemente alla Camera di Commercio di
Genova, l'ing. Marchesi, presidente dell'Italsider — nel quadro dei ricordi è confronti della
to
sua vita professionale, che abbraccia l'epoca pinnieristica e l'attuale tra-
sformazioni ha affermato che il problema sociale vent'anni fa non
era di primaria importanza. Oggi, invece, il problema appare diret-
tamente
ha detto l'ing.
collevato all'idea dell'attività industriale.
Marchesi
più approfondita per comprendere la necessità e il metodo di contempe-
è Qecorre dunque —
che l'ingegnere abbia una sensibilità molto
rare la spinta sociale con le esigenze economiche è industriali. Tutto ciò
richiede una mentalità protesa verso un costante progresso ».
Aticora un tema che non può nom contribuire ai caratteri innovatori
nella figura del moderno ingegnere, si ritrova nella programmazione, sia
al livello aziendale sia sul piano della comunità. Non è più possibile, oggi,
avviare un'iniziativa, una trasformazione, un ampliamento senza avere
studiato e discusso tutti i particolari dell’opera. Quando si elaborano dei
salari,
del costo delle materie prime, del progredire della teenica. Nella figura
de ll’ingegnere si comcentra così, e si esalta, un carattere eminente della vita
piani a lungo termine, si deve tenere conto dell'evoluzione dei
moderna: la cibernetica. E sotto questo profilo, la formula cibernetica
conduzione del-
l'azienda - nuova figura dell'ingegnere, viene sottolineata dalla comples-
sità dei problemi che, nell'industria, si è venuta sostituendo alla vecchia
semplicità, a cansa del rapido rinnovamento tecnologico, condotto ormai
dell'indissolubile binomio : democratica © collegiale
sino alle soglie dell'automazione, L'automazione sarà il prossimo impor
tante passo che metterà severamente alla prova le capacità tecniche e cri-
tiche del significa infatti
balzo, quantitativo e qualitativo, nella dotazione tecnica €
dell'industria.
muovo ingegnere i l'automazione un grandi
scentifica
della comunità
L'ultimo prodotto del rinnovamento tecnologico presenta problemi
che non possono essere risolti soltanto dall'ingegnere, ma prevedono l'in-
tervento dei matematici, dei logici, dei fisici, dei chimici, dei sociologi.
Giustamente l'ing. Marchesi, nella sua conferenza ha accennato all'esem-
pio del cervello elettronico. Per sfruttare il cervello
usare un cervello acuto, tanto acuto che può essere fornito soltanto dal-
lettronico, occorre
l'impiego sincrono di numerosi cervelli umani. Allo stesso modo sarà ne-
cessarin porsi di fronte all'impiego dell'automazione. L'ingegnere dovrà
imparare a collaborare con il matematico, per l'elaborazione di calcoli
sempre più complicati, con il logico per l'impostazione corretta dei pro-
blemi, con il fisico per risolvere î complessi quesiti sperimentali, con il so-
ciologo è lo psicologo, per affrontare le conseguenze psicologiche e sociali
delle tecniche,
C'è infine da aggiungere che con l'introduzione dell'automazione, le
INRODAZIONI
attività di ricerca, di ritrovamento nel campo dell'ingegneria, sino ad oggi
trascurate in Italia, dovranno essere sviluppate in rapporto alla dimensio-
ne delle imprese e all'importanza delle iniziative.
l'industria italiana în molti settori ha studiato e applicato î più felici risul-
tati dell'esperienza compiuta in altri paesi.
Stino ad ogpi, infatti,
Nei prossimi tempi il nuovo ingegnere dovrà prepararsi edè un al-
"as
tro aspetto che lo distingue a ricercare © ad elaborare sistemi produttivi
originali, sta nei centri scientifici dell'Università sia in quelli delle grandi
aziende,
Si puo veramente sottolineare come i vasti ed estesi compiti
scientifici, di politica aziendale e sociale, comportino a tutti i livelli della
direzione aziendale un lavoro sempre più di squadra, a "team", collegiale,
Tecnici,
democratico,
Per costituire coteste squadre vccorrano molti ingegneri, La Finsider,
che ne inquadra circa settecento, ne aumenta la sua dotazione di circa cento
unità all'anno. Ma è probabile che tra breve gli ingegneri siano molto contesi
nel nostro paese. Per i prossimi otto 0 dieci anni si calcola infatti che. li
necessità di cotesto prezioso personale, determinate dall'impe tnoso soiluppo
industriale, mon potranno essere interamente sodilisfatte. Oggi le Università
curano la preparazione degli ingegneri con una serietà forse maggiore di
quanto non avvenisse nel passato. Ma il problema della preparazione di
un soddisfacente numero di ingegneri si risolve soltanto con l'affrontare
tutto il problema della scuola néi suoi indirizzi e metodi, dalle elementari
sino all'istruzione superiore. La Finsider conta molto sulle giovani leve,
sull'immissione nell'attività produttiva di nuovi elementi pieni di energi
vergini, non appesantiti da concetti superati nel raggiungimento di una
mentalità orientata verso le mete suddette,
I giovani hanno soprattutto da rammentare che l'ingegnere, nella ci-
viltà delle macchine, gode ili un grande prestigio che gli viene dalla prepa-
razione è dalla competenza tecnica. Questo prestigio si trasforma natural-
mente in una proporzionale responsabilità, sociale ed umana. L'ingegnere
amministra e controlla il rapporto uomo-macchina, sotto il profilo della
programmazione, della lavorazione, dell'addestramento, determinando si-
tuazioni umane e sociali. Egli contribuisce in misura notevole a creare il
rapporto individuo - collettività, fondamentale della odierna convivenza
comunitaria. Non è più quindi un semplice ingranaggio del processo produt-
tivo, legato soltanto agli aspetti tecnici della produzione, ma un elemento
più importante ;
uomini e di quadri, di esperienze sociali e di lavoro determinanti il pro-
creatore di macchine e di impianti, e mel contempo di
gresso civile ed economico.
Ì
-— =
Jl Ministero
per le
Partecipazioni
Statali
Iniziamo con questo articolo | illustrazione
della struttura e delle funzioni degli enti che,
ai varblivelli è nei diversi settori, indirizzano
e coordinano l'industria italiana a partecipa»
sione statale.
Seguiranno gli articoli dedicati all'IRI e alle
sue società finanziarie, all'ENI ecc., in modo
da fornire ai nostri lettori un panorama di questo
vasto campo dell'industria è dei suoi problemi,
A che cosa serve il Ministero per le Parteci-
pazioni Statali? Quando fu approvata la legge
che istituiva il Ministero e nei due anni che
ne precedettero la effettiva formazione, la do-
manda aveva assunto un tono chiaramente po-
lemico. Ci si chiedeva, negli ambienti econo-
mici: non esiste già un Ministero dell’ Indu-
stria per realizzare la volontà politica dei
governi nel campo economico? Non ci sono
forse, per soddisfare più concretamente tale
volontà nel settore delle industrie a partecipa-
zione statale, l' IRI e 1° ENI?
Quattro anni di vita del Ministero hanno ri-
sposto in notevole misura a queste domande.
Economia mista
La costituzione, la funzione del Ministero
per le Partecipazioni Statali in Italia si situa nel
superamento, ormai avvenuto in numerosi pae
sì europei © atlantici, del vecchio contrasto
teorico tra liberismo e dirigismo. È diffusa-
mente accolta, dai moderni teorici del capita-
lismo (anzi studiata e resa omogenca al siste-
ma), la presenza dello stato nella difesa e nel-
la sollecitazione del tradizionale equilibrio del
mercato. Le grandi spese per le infrastrutture
— opere pubbliche, strade, ferrovie, ospedali,
scuole, assistenza ecc. — oltre a rappresentare
investimenti necessari al conseguimento del
comune benessere, sono veri e propri stru-
menti di intervento economico per modificare
gli aspetti più difficili della congiuntura, al-
la parì, ad esempio, della manovra del tasso di
sconto da parte delle banche controllate dal
pubblico potere.
In alcuni paesi curopei, come la Francia e
l'Italia, forse a causa di certe radici molto
simili, e non sempre commendevoli, dei siste-
mi statali dei due paesi (l'accentramento buro-
cratico), a coreste funzioni dello stato attore
nel processo economico, si è aggiunta, per va-
rie ragioni e in diverse successioni di tempo,
una diretta attività imprenditoriale. In Inghil-
terra le nazionalizzazioni laburiste hanno in-
dotto lo stato ad amministrare interi settori
produttivi. Si è così determinata a poco a po-
co, in una parte dell’ Europa, una economia
né interamente fondata sulla impresa privata,
né del tutto dominata dal principio della na-
zionalizzazione: una economia “mista” che ha
rapidamente acquistato il carattere di un equi-
librio politico e sociale antimonopolistico e an-
tiautoritario nel contempo, idoneo a risolvere
gli appassionanti e ineluttabili problemi comu-
nitari della nostra epoca. Questo aspetto della
formula, naturalmente, non si è rivelato agli
osservatori e ai dirigenti delle industrie di
stato in modo chiaro ed essenziale sin dal-
l'inizio. Si è trattato di una lenta conquista
concettuale e pratica, che a un certo punto pa-
reva contraddetta dal successo vorticoso del
puro sistema capitalistico in alcuni paesi cu-
ropei oppure dalla energica spinta dei sistemi
economici collettivistici, ai primi gradini dello
sviluppo economico.
La necessità e opportunità della programma-
zione democratica e non autoritaria per com-
battere ed eliminare le crisi congiunturali han-
no invece assicurato definitivamente la vittoria
alla presenza imprenditoriale dello stato nella
struttura economica.
Programmazione
Nei paesi a sistema democratico, infatti, la
programmazione non può essere del tutto im-
perativa, semmai ha da risultare concordata:
incentivi e prudenti manovre del credito co-
stituiscono efficaci strumenti nelle mani dello
stato per fornire alla programmazione la forza
orientatrice indispensabile a conseguire gli ef-
fetti operativi stabiliti. ‘Tra questi strumenti,
tuttavia, le industrie a partecipazione statale
consentono ai pubblici poteri di realizzare di-
rettamente, nei limiti di una gestione avveduta,
risultati economici utili alla realizzazione della
politica del piano.
Oggi le industrie di stato coordinate dal Mi-
nistero per le Partecipazioni Statali si appresta-
no ad affrontare questi compiti, nel quadro del-
la pianificazione che si viene delineando. Ma
nel 1956, quando il Parlamento votò la legge
istitutiva del Ministero, non tanto si pensava
alla programmazione generale, quanto a for-
nite un principio unitario di politica economi-
ca alle numerose attività industriali del potere
pubblico. Lo stato da una parte doveva preoc-
cuparsi che la gestione delle proprie aziende
fosse ordinata e reddlitizia (e sotto questo pro-
filo si può senz'altro ammettere che la situaz'o-
ne non fosse a quel tempo affatto uniforme);
dall'altro lato intendeva adoperare le sue par-
tecipazioni industriali come uno strumento di
politica economica.
Questa duplice caratteristica, economica è
politica, ha finito per essere riconosciuta come
3
il carattere più peculiare delle aziende a parteci-
pazione statale rispetto al quadro più consueto
dell'industria privata.
Riordinamento
La prima questione, del riordinamento eco-
nomico, fu risolta con la riforma dell’ IRI. Il
secondo problema, dell'indirizzo politico uni-
tario, fu invece affrontato con la costituzione
del Ministero per le Partecipazioni Statali. La
struttura organizzativa di queste industrie ri-
sultò quindi sistemata a quattro livelli: il Mi-
nistero; gli enti di gestione (IRI, ENI ed altri
progettati); le società finanziarie dell’IRI
(Finmeccanica, Finmare, Finsider ecc.) e le
capogruppo dell'ENI; infine le aziende.
Attraverso l’esperienza, la funzione del Mi-
nistero per le Partecipazioni Statali si è preci-
sata nei rapporti con gli enti di gestione. C'era
a questo proposito il timore, energicamente
respinto dallo stesso Ministro per le Parteci-
pazioni Statali, sen. Bo, nel discorso alla
Camera dello scorso anno, che il nuovo Mi-
nistero si riducesse a un organismo di con-
trollo, oppure di collegamento tra gli enti €
il Parlamento, senza una volontà di indirizzo
cconomico rispetto alle attività imprendito-
riali poste sotto Ja sua tutela. Nella realtà,
il campo di azione, di programma e di coor-
dinamento del Ministero ha avuto la più
valida e concreta definizione nel confronto
tra il carattere “pubblico” delle aziende di
stato e la questione, quotidianamente dibat-
tuta, dei criteri da seguire per la loro
gestione.
Aziende ed enti
La presenza dello stato nelle attività pro-
duttive è infatti giustificata, in un sistema a
cconomia mista, dal conseguimento di obiet-
tivi generali cui non può tendere l'iniziativa
privata, come l’agire in senso antimonopoli-
stico, sostenere i settori produttivi di base,
correggere gli squilibri territoriali e le stroz-
zature strutturali del sistema economico, con-
correre allo sviluppo dello stesso mondo im-
prenditoriale,
Ma le aziende a partecipazione statale, per
motivi finanziari e giuridici, non possono ri-
nunciare, proprio per non venire meno ai
medesimi principi dell'economia mista su cui
si regge, per gran parte, l'armonia e il fun-
zionamento del sistema produttivo italiano,
al rispetto della economicità delle gestioni.
Ciascuna azienda è autonoma nella ricerca
di cotesta economicità, e non è compito del
Ministero l'intervento in cotesta sfera di de-
cisioni operative. A questo livello i criteri am-
ministrativi delle aziende di stato non presen-
tano differenze rispetto alle imprese della ini-
ziativa privata, Come accade di frequente nelle
aziende private è possibile che talvolta un com-
plesso produttivo appena sorto non offra ga-
ranzie di redditi immediati, ma debba atten-
dere di vedere sorgere un mercato ai suoi pro-
dotti, Ma pure in questo caso non ci sono dif-
ferenze nella prospettiva degli investimenti tra
l'industria di stato e quella privata.
4
L’opera di programmazione ec di investi.
mento delle aziende viene inquadrata e orien-
tata dalle finanziarie e dalle società capo-
gruppo, secondo le direttive provenienti dagli
enti di gestione, i grandi mediatori della strut-
tura produttiva di stato con il potere politico.
Gli enti di gestione, alla pari delle grandi
concentrazioni private, accordano tutte le
varie iniziative c le riferiscono a un grande
bilancio generale, espressione della politica
economica indicata dal Governo e dal Parla-
mento ma concretamente articolata e diretta,
per quanto concerne le aziende di stato, dal
Ministero per le Partecipazioni Statali.
Funzione del Ministero
Si ha a questo punto la risposta alla do-
manda ‘qual'è la funzione del Ministero
per le Partecipazioni Statali”, Esso controlla e
amministra le direttive generali indicate dal
Governo e in particolare modo dal Comitato
permanente dei ministri alle attività industriali
dello stato. Questo controllo e indirizzo da
parte del Ministero si esercita nei confronti
degli enti di gestione, che sono i proprie-
tari delle quote di partecipazione azionaria
nelle società operative,
Il Ministero controlla gli atti contabili, am-
ministrativi e finanziari degli enti; accerta
che gli enti perseguano i fini di pubblica
utilità, nella loro gestione, e rispettino le
direttive generali; che i programmi concor
dati siano eseguiti; che persistano le condi-
zioni essenziali per la presenza delle parte
cipazioni statali in un determinato settore
produttivo; che siano osservate le regole
stabilite dagli atti costitutivi e negli statuti.
Può sembrare a prima vista che il Ministero
per le Partecipazioni Statali, nei-confronti degli
enti di gestione, eserciti delle funzioni di con-
trollo € di indirizzo che costituiscono in realtà
prerogative del Parlamento (controllo), 0 del
Governo e del Comitato permanente dei mi-
nistri (indirizzo). Ad esempio, la decisione di
costituire nuove partecipazioni, consentita alla
autonomia degli enti di gestione quando
risponde ad esigenze tecnico-economiche, deve
essere invece approvata dal Comitato perma-
nente dei ministri nel caso che sia suggerita
da ana opportunità di politica economica;
oppure dal Parlamento, ove tale nuova ini-
ziativa debba operare in un settore non com-
preso tra quelli prescritti all'ente di gestione.
Lo stesso discorso vale per la liquidazione,
l'estinzione, la concentrazione o la trasforma-
zione delle società a partecipazione statale.
Ma questi organi, e cioè il Comitato perma-
nente dei ministri e il Parlamento, sia pure pro-
‘stando alle attività industriali dello stato una
notevole attenzione, non possono seguire,
coordinare e studiare i problemi suaccennati
con l’assiduità necessaria trattandosi di que-
stioni imprenditoriali, e con Ì diretti strumenti
di intervento. Si è per questa ragione apposita-
mente istituito il Ministero per le Partecipa-
zioni Statali, dotato dei seguenti poteri:
1) per il controllo amministrativo, conta-
bile e finanziario degli enti di gestione il
Ministro per le Partecipazioni si serve dei
collegi sindacali. Il collegio sindacale del-
l'ente di gestione è infatti costituito da un
funzionario del Ministero, che ha la carica
di presidente e interviene pertanto alle riu-
nioni del comitato esecutivo dello stesso
ente e da altri quattro sindaci, di cui due
supplenti, iscritti nell'albo dei revisori dei
conti, nominati dal Ministro.
2) per l'indirizzo politico-economico, il
Ministro per le Partecipazioni Statali ammini-
stra i rapporti tra gli enti di gestione e il
comitato permanente dei ministri, nelle ma-
terie di competenza di cotesto organo; coor-
dina Je attività delle partecipazioni azionarie
con quelle degli altri settori dello stato; pro-
pone al Consiglio dei ministri la nomina
dei presidenti e dei vicepresidenti degli enti
di gestione; propone al Presidente del Consiglio
la nomina degli altri membri dei consigli di
amministrazione.
I provvedimenti circa la costituzione di nuo-
ve partecipazioni o concentrazioni o liquida-
zioni 0 trasformazioni di società devono essere
comunicati al Ministero dagli enti di gestione,
anche nel caso che l'ente consideri di sua com-
petenza la decisione. La valutazione delle
sfere di competenza è quindi riservata al
Ministro, che ne riferisce al Comitato perma-
nente dei ministri e al Governo.
Secondo Je conclusioni del Consiglio Na-
zionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL),
nei casi di grave irregolarità 0 per la mancata
attuazione del fine pubblico, al Ministro per le
Partecipazioni Statali dovrebbe essere ricono.
sciuto il potere di proporre al Presidente
della Repubblica lo scioglimento anticipato
dei consigli di amministrazione degli enti,
sentito il parere del Consiglio dei ministri.
Rapporto dialettico
] fini generali così prescritti dall'organo po-
litico, frutto di precise scelte di politica eco-
nomica, sono di competenza c di responsabi-
lità del Ministero per le Partecipazioni Statali;
gli enti di gestione ne curano, con propri pro-
grammi, l'attuazione e lo sviluppo nel modo
più economico ed efficiente.
In sostanza, tra Ministero, enti di gestione,
finanziarie e aziende si è creato un rapporto
reciproco di influssi: le direttive generali che
partono dal Ministero sono tradotte in termi-
ni di indicazioni operative alle aziende. Dalle
direttive generali, che sono delincate natural-
mente attraverso un incontro, a livello mini-
steriale, tra le scelte politiche del Ministero e
quelle tecniche delle aziende, rappresentate
dall'ente di gestione, hanno origine i piani
degli investimenti, ‘aggiuntivi o sostitutivi ri-
spetto a quelli elaborati sul piano aziendale.
Le aziende e gli enti studiano queste lince,
i riflessi negativi c positivi, le esperienze rea-
lizzate; e propongono al Minister i necessari
emendamenti 0 le nuove iniziative da adottare.
Il complesso lavoro, sistemato organicamen-
te nel contesto del programma ministeriale,
concordato con la politica generale economica
del Governo (e tra breve con il Piano), for-
ma infine la base della relazione programma»
tica. sottoposta dal Ministro per le Partecipa-
zioni Statali al controllo e all'approvazione del
Parlamento.
Economicità
Si è detto del confronto costante tra i criteri
di economicità che devono essere adottati dalle
attività imprenditoriali pubbliche e l'esigenza
di realizzare fini collettivi che ne contraddi-
stinguono e ne giustificano l'esistenza; con-
fronto costante che rappresenta l’attività di scel-
ta più grave e importante per il Ministero per
le Partecipazioni Statali. AI proposito contiene
interessanti, anche sc discusse, affermazioni il
documento elaborato dal CNEL per conto del
Governo sull'ordinamento delle partecipazioni
statali.
In questo documento, ove è sottolineata
la finalità pubblica delle aziende a partecipa-
zione statale, si è dell'avviso che i criteri di
economicità, concretati nci bilanci attivi o
comunque non passivi, devono costituire la
base amministrativa delle aziende e degli enti
di gestione. Mentre al livello aziendale —
secondo il CNEL — la formula del bilancio
in pareggio, o attivo, ha da essere tuttavia
considerata il metodo di conduzione più
semplice ed efficace, sul piano dell’ente di
gestione (che tra le altre cose non deve ren-
dere conto dei suoi bilanci a soci privati),
il criterio di economicità deve essere con-
frontato con i fini pubblici perseguiti, in un
ragionevole periodo di tempo, sino al conse-
guimento dei risultati utili sia sotto il profilo
del bilancio sia sotto quello dell'interesse
econumico comunitario, Più chiaramente, l’en-
te di gestione, con gli utili ricavati dalle altre
aziende sotto il suo controllo, può fare fronte
ai maggiori oneri causati da interventi nei
settori di base, in quelli monopolistici op-
pure nelle situazioni economico-sociali da
avviare allo sviluppo o da difendere dagli
effetti di una recessione.
L'ente di gestione si assume così la re-
sponsabilità di realizzare i fini pubblici de-
terminati dal Governo, quando tali fini esi-
gano un onere incompatibile con i criteri di
gestione economica. della società. operatrice.
L'ente di gestione provvede a questa società
i mezzi finanziari occorrenti. E il Governo
ha poi da reintegrare gli enti di questi oneri
causati dal conseguimento dei fini pubblici.
Naturalmente assumono un grande rilievo
i compiti di valutazione e di orientamento
affidati, in tale circostanza, al Ministero per le
Partecipazioni.
C'è però ancora qualcosa che merita di es-
sere segnalato nell'attività del Ministero per le
Partecipazioni Statali, Si è detto che la gestio-
ne economica delle aziende di stato non deve
differirsi da quella delle imprese private. Nel
campo dei rapporti con i dipendenti, le azien-
de di stato, senza ricercare motivi di divisio-
ne con le aziende private, hanno tuttavia il
compito di essere all'avanguardia nel tentati
vo di soddisfare le prescrizioni, contenute nel-
la carta costituzionale, rispetto ai rapporti tra
datori di lavoro e prestatori d’opera.
L'Italsider a Spoleto
Sculture
nella città
Ancora in'immagine di eTeodelapio», lo “stabile” di
Calder che sorge come una moderna “porta trionfale”
a Spoleto. La scultura è alta diciotto metri e larga quat-
toridici, Le lastre di ferro hanno uno spessore di undici
millimetri. Complessivamente, l'enorme scultura pesa
trenta tonnellate, Per realizzaria, Calder preparò un mo-
dello che i tecnici dello stabilimento Italsider di Savona,
sperialineati nella costruzione di carpenteria pesante,
hanno ingrandito ventisette volte. Calder è poi interve»
uuto persamalmente nella fase del montaggio per perfe»
zionare tutte le strutture aggiuntive ehe dovevano esse-
re sistemato per assicurare la perfetta stabilità dell'enor-
me ‘arco rampante”, Quando Calder giunse a Spoleto,
il montaggio della sua scultura era già in corso: « quan-
ile ho scorto «Teodelapio» dal treno - egli ci ha detto
- sono rimasto io stesso impressionato e deliziato ve-
tendo quant'era grande, Deliziato ed impressionato sono
tuttora, e desidero ringraziare per questa l'Italsider... ».
Ila mostra «Sculture nella città», allestita
quest estate a Spoleto in concomitanza con îl
quinto Festival dei Due Mondi, l' Italsider ha
contribuito ospitando rei suoi stabilimenti dieci
scultori, Essi hanno creato grandi opere in ac-
ciato con la collaborazione dei tecnici e degli
operai, II critico Marco Valsecchi è stato a
Spoleto mentre fervevano i lavori di montaggio
delle sculture e ha scritto per la nostra Rivista
le sue impressioni su questa originale mostra, al-
lestita nelle vie e nelle piazze dell'antica città
medioevale.
La prima scultura la incontro a pochi pas-
st fuori della stazione. È una specie di staf-
fetta in avanguardia del numeroso pattuglione
di statue che ha preso possesso della città di
Spoleto. Spuntano da ogni parte, in cima
alla scalinata, all'angolo di un vicolo, sotto
un archivolto, nell'ombra di un portico; sul
sagrato di una chiesa, all'ingresso di un
teatro, © addirittura in mezzo a una strada
per cuì gli spoletini, per camminare, debbono
tarsi da parte. Ne è invaso persino il vecchio
teatro romano. David Smith, per una specie
di privilegio, s'è presa quella vasta cavea
tutta per sé e vi ha collocato una ventina di
sculture sue; una mostra personale dentro la
grande esposizione cittadina. E naturalmente
se ne trovano anche in piazza, davanti al
Duomo, che è quanto dire in uno degli am-
bienti cittadini più belli è nobili che esistano
al mondo, Tanto è vero che alcuni spoletini,
che pur hanno compreso e accettato di buon
animo questa pacifica e artistica. invasione,
ne sono vagamente perplessi.
Fuori della stazione c'è un breve viale che
conduce verso la porta di città; al centro di
un quadrivio è stata collocata, ripeto, la prima
statua di questa radunata di sculture interna-
zionali, che è cresciuta man mano di numero,
da contarne oggi già più di cento, E qual-
cuna è ancora in arrivo o si sta montando,
Difatti una grossa gru e alcuni Operai cotti
dal sole e in tuta come fossero in un'officina,
stanno rizzando certe larghe lamiere pesan-
tissime, per montare una nuova scultura del-
l'americano Alexander Calder, che ne ha già
altre due in giro per la città. Non c'è tema di
sbagliare se dico che è la più vasta esposizione
di sculture contemporanee che si sia mai
realizzata al mondo. E questa collocazione
nel seno di una città, all'aria aperta, tra la
gente occupata nelle sue faccende quotidiane,
non credo possa essere ripetuta, con uguali
effetti, in altra località della terra. Si direbbe
che Spoleto sia nata, con le sue strade e i
muri. a perpendicolo, e le torri, e gli antri
bui, c i selciati medioevali, città di pietra,
città solida come un'antica fortezza, proprio
per accogliere in una cornice ideale le scul-
x Molte delle quali, per essere di
ferro, di lamiere, di acciaio, sembrano an-
apposta per testimoniare un
tempo duro, una situazione drammatica, una
condizione d'assedio dell'uomo moderno, e
quindi adatte a sposarsi con i solidi e aspri
profili di questa antica città,
Quella prima statua, dicevo, che il viaggia-
tore incontra al suo primo apparire, è di
Arnaldo Pomodoro, un giovane di
talento, e sembra, da come è stata messa,
uno spartitraffico. Un po’ sproporzionato a
dire il vero, perché è alto alcuni metri. Mal-
grado la sua mole, è una scultura condotta
con un piacere del particolare sottile, intaglia-
ta com'è di lamelle, di brevi rilievi che le
conferiscono un’aria di opera cesellata.
Il regista della mostra, Giovanni Carandente
della Soprintendenza di Roma, ha fatto molto
bene il suo lavoro, e quasi sempre ha trovato
per le cento sculture l'ambiente giusto. Nei
suoi panni è dinanzi alle grosse difficoltà di
un incarico del ypenere, chissà cosa avrebbe
fatto altri nella stessa situazione. L'importante
ture d'oggi.
ch'esse nate
molto
è che. si ssa rotto, come si dice, il ghiaccio tra
pubblico e scultori d'oggi.
Spoleto, a dir il vero, non è alle sue prime
prove. Da anni coltiva un premio di pittura,
che rivelò alcuni tra i più interessanti giovani
pittori italiani. Ma è un premio che si svolge
al chiuso, nelle stanze nobili di palazzo Col
licola e per vedere le pitture, il pubblico deve
varcare la soglia, salire lo scalone e sfilare
dinanzi alle pareti. Stavolta invece le ‘opere
sono scese in piazza, sono entrate nella vita
quotidiana del pubblico, affrontano il con-
fronto diretto con la vita e l'esistenza delle
cose antiche, e anche chi non vuole se le trova
accanto, le sbircia con la coda dell'occhio
vicino a case, murì, archi, facciate cono-
sciute direi per abitudine familiare,
Un grande rispetto, e anzi una prova che
ridesta la commozione di tutti, cultori d’arte
e gente semplice, suscita la erande scultura
dell'inglese Henry Moore, Figar
di fianco alla facciata del Duomo, in cima a
una spazia sulla
città e sull'ampio panorama della valle verso
Foligno e Assisi. E la scultura più dominante
di tutta all'aperto. I
volumi incombenti rivelano un profondo sen
Isfesa, Messa
scalinata laterale da cui si
questa mx stra suo
timento che sì avverte subito. Non è un'eser
citazione accademica, è un
freddo, Anche la azzardata, le
dilatazioni dei particolari, il franare improv-
viso delle cavità di contro alla massa dura
non capre co a
sua torma
di certi gonfiori paiono subito dominate da
urgere
di pensieri drammatici e nello stesso tempo
una necessità rappresentativa, da un
toccati da un'antica nostalgia di amore umano,
di misura classica, che ciascuno ne rimane af
ferrato, come dinanzi a talune sculture antiche
di eroi o di deirtà giacenti. Succede anche alla
Pomona, un prosperoso nudo femminile, calmo
e solenne nella sua grazia arcaica, scolpito in
bronzo da Marini: appare dalla strettoia di
un ‘vicolo come incedesse e vale come l'ap
parizione di una grazia che sembrava smarrita
di Manzù,
ai rempi attuali. Anche il Card
chiuso nel suo piviale come in una corazza,
fervore di
gemello delle
tutto un religioso ardire figurale,
appare antiche statue gotiche
che diventano colonne e ornano i portali delle
vecchie cattedrali. Quel che colpisce infatti,
in questo confronto diretto con l'antico am
biente di città italiana, è realtà
pale
mente le
e all'ardire formale d’
una questa
che la vera scultura, anche se stretta
a alle vicende e ai sentimenti
Oggi, trova per istinto,
quasi lo sgorgare di una sapienza naturale
che si tramanda attraverso i secoli, la misura,
la forza, laura degli antichi esempi.
Fd è chiaro che un senso simile si raccoglie
al di fuori del pregio materiale delle sculture.
Davanti a San Giovanni e Paolo, l'inglese
Paolozzi ha specie di
gigantesco, mentre in via Filitteria ha rizzato
collocato una rospo
la figura conturbante, una specie di fantasma
ossessivo d'uomo, però più vicino al robot
che alle fattezze umane; e suscita, con queste
due sculture, specie col robot, un'autentica
impressione di. profonda angoscia che s'in
carna in un'immagine che non più
uscire dalla mente. E sono sculture fatte di
vuole
d’officina, di
Qui la materia dav-
pezzi raccogliticci, di rottami
relitti bellici © rugginosi
vero non poteva essere differente; è il paral
lelo immediato del sentimento irridente e
Ancoscioso
che ha generato quell'immagine,
diciamo pure quei “mostri” col tono antico
che si diceva per le sfingi c per i draghi. La
mitologia della paura e dell'inferno, anche se
non più teologica ma altrettanto e prote ’nda-
mente umana nei tempi d'oggi, trova qui le sue
incarnazioni più significative. Ed è chiaro
cioè che non basta sal
ritagli di ferro per
anche il contrario, c
dare insieme rottami €
raggiungere lo stesso acme di spirituale in-
venzione poetica, ll già citato. Smith, che
ha invaso la cavea del teatro romano, ha co-
struito le sue sculture raccogliendo i pezzi
eterogenci di un'officina. Ne ha cavato com
posizioni di un curioso effetto: a volte di una
preziosa decoratività, altre volte di un sor
prendente accento d'ironia inventiva che ri
corda l’apgressiva rivolta del dadaismo. Ma
volta
pezzi
altre volte lo scultore è stato a sua
dominato dall'occasionale forma dei
utilizzati,
E in quest'aria di spiriti allarmati dirci che
molte racunate qui a
Spoleto. Forse gli incubi della nostra società
sono più lucidi e resistenti della speranza?
Mille non più mille, verrchbbe da ripetere
con l’antico profeta di sventure. Ma sarà
poi vero? Ad ogni modo diamo per scontata
la verità di questo assunto; infine l'artista ha
tutta la libertà non solo del suo esistere ma
sono sorte sculture
anche del suo immaginare e gli chiediamo solo
di rendere palese anche a noi, con l’icasticità
ineffabile della rivelazione
poeti
ceco ancora sulla
suoi pensieri. Ed
piazza, quasi occhieggiante dietro le tre ab-
mirabili della dugentesca chiesa di Santa
Fufemia, la cupa figura dell'uomo-pipistrel
lo d
agnolo Chil
l'inglese Chadwick. Lo
con i suoi ferri da tàuromachia, tramanda
addirittura un crudo senso di tortura; e per
ino l'ironico, divertito nella sua innocenza,
Alexander Calder, inseguitore di labili, sottili
whiriporì lirici con i suoi “mobili”
più d'aria,
sospesi c
londolanti al lieve sotto quasi
fronde sensibilissime di un frondoso elicine,
ha mutato ispirazione, ha lasciato il bosco,
il giardino e si è addentrato nella foresta dei
simboli paurosi, tra i meandri dell'anima uma-
na c ne ha cavato figure di ragni, giganteschi
” insetti tentacolari, uno dei quali esplicitamente
chiama Vera: © davvero
ossessivi e macabri se non sfiorasse il sospetto
Vedova sarebbero
di una sottile ironia, una specie di giuoco
giocato vertici dell'intellicenza.
In cima a una scalea, verso il Municipio,
appare all'improvviso un aculéo, una guglia
di accizio, un tortile pinnacolo
tesca brandita
alto: otto dieci metri? È
fa spettacolo con la
Anche Somaini ha avuto
munaccioso
lancia contro
come
una pig
Quanto è
di Franchina, è
sacttante verticalità,
nile, con una Parto che si rizza ac
sua
un'idt n N
canto a una balaustrata, Un'altra figura appren
iva è quella scolpita dal giovane napoletano
Perez, il Ae, una figura di arcaico capotribù,
o un uomo spodestato dalle sue nobiltà ideali
umane?) che avanza sul selciato a schegec
in vicolo nella parte vecchia della città,
E come cedere all'angoscia dinanzi alle
luce figure di Germaine Richier, artista morta
he
una
nor
no fa, che recano anch'esse î segni
morte, di una dissoluzione atomica,
inte volte sfruttati dopo di lci?
che li accanto c'è l'allegro
feo. del vecchio Zadkine. 0 la trionfale
tura in bronzo dorato di Alberto Viani,
a forma chiara, un lieto espandersi nello
cupi
Ma il giro è lungo, tortuoso, abbraccia tutto
giro delle vecchie mura, percorre i
viali attorno alla rocca, scende nelle vallette,
cnetra fra i meandri della città per chilometri
chil $
po! viste tutte: ecco il Riliemo di acciaio inos-
: idabile di
i strada quasi campagnola, tra macchie d'alberi e
facciate di quiete case, che vi giocano un'aerca
Per fortuna
pazio, senza ombre di presentimenti.
pio
etri e chissà mai se le sculture le ho
Carmi collocato In mezzo a una
prospettiva; 1 /e/ew di Mirko non troppo bar-
barici in verità,
: shirigoro, librato come un draeo cinese sul
I di Beverh Pepper; la costruzione
parictale del Kengjro Azum
Gilioli;. la erande ‘ala
sa di Ghermandi;
piuttosto decorativi; il bel
KIApponecsc
9 astratto «i
l'allegro éèd
di Minguzzi; le
Leoncillo;
estroaso
j de due figure di
orts. di
quarta
ritmi geometrici di
belle co_sontuose SOVrAPppos:izioni
iltoree di Consagra, che riescono a cr
ina vasta superficie
mossa, a rilievi luminosi
ui corrisponde una controfigura d'ombra, in
Nino Franchina accanto a «Spoleto 1962», la scultura che eglì ha realizzato nell'ofticina del centro siderurgico “Oscar
Sinigaglia” di Cornigliano dove l'artista aveva già lavorato nel 1959. Quella prima esperienza di Franchina nella no-
stra officina di Cornigliano, si può dire abbia amicipato quanto l'italsider ha su più vasta scala realizzato quest'anno
collaborando alla mostra di Spoleto. Nel 1959, come si ricorderà, Franchina realizzò in collaborazione con gli operni e
i teeniei dell’ «Oscar Sinigaglia" una scultura in ferro alta quindici metrì intitolata «Commessa 60124», attualmente
sistemata sul lungamare di Genova, « Sono ritornato all'appuntamento con l'officina di Cornigliano, dopo quasi tre anni,
con la stessa emoziane che avevo provato alla mia prima esperienza, quando avevo realizzato la Commessa 60124»
— ha dichiarato per la mostra Rivista Franchina, «Sono ritornato nello stesso capannone dell'officina riparazioni e ho
ritrovato i miei amici carpentieri, brasatori, mibisti, gruisti. Come la prima volta, non avevo un vero e proprio bozzetto,
pensavo a Spoleto e alla sua dimensione, avevo deciso che la scultura avrebbe dovuto aggirarsi intorno agli otto metri
di altezza: per jl resto mi sarci lasciato trasportare dall'atmosfera di quel mondo per me così esaltante...: e così, con le
mie due squadre a turno, al lavoro per venti giorni, senza mai perdere la tensione, è nuta la scultura Spoleto 1962 »,
nella pagina accanto: a Spoleto Calder ha esposto anche un'altra sua celebre scultura in ferro: «La Vedova Neran. Col-
locata accanto alla piccola chiesa medioevale di San Domenico, « La Vedova Nera» appare al visitatore come un enorme
insetto minaccioso, una creatura di un altro mondo. Calder è nato mel 1898 a Filadelfia. Terminati gli studi di inge-
gnerin, frequentò a New York, nel 1922, una seuola serale per imparare il disegno. Più tardi, a Parigi, cominciò ad
eseguire le sue prime sculture în filo di ferro, piccoli personaggi, animali, giocattoli ingegnosamente animati, esposti
anche al Salon des Humoristes. La sua prima mostra personale a New York è del 1928. Ma una svolta nella carriera
di Calder si ebbe nel 1931 quando, aderendo al movimento Abstraetion-Création, egli esegui le sue prime sculture astratte
chiamate stabili”. Vennero poi le costruzioni “amimate’’, cioè dotate di un motore che lo spettatore stesso poteva azio-
nare, Poco dopo, respinto ogni intervento meccanico, l'artista ereò le sue famose “sculture mobili”: leggere, aeree
strutture in ferro mosse esclusivamente dal soffio dell'aria. Erano i primi esemplari di quella strana, metallica fauna
che oggi ormai tutto il mondo conosce, opera di un fantastico fabbro, che è al tempo stesso artista vigoroso e delicato
poeta, Tra le sue opere più famose del dopoguerra ricordiamo la seultura mobile che si innalza dtavanti al Palazzo del-
l'Unesco a Parigi e le seulture stabili presentate, sempre a Parigi, alla Galerie Macght nel 1959.
La scultura «Colloquio col vento» di Pietro Consagra è
sistemata in piazza del Mercato davanti all'imbocco di
via dei Duchi, È statu realizzata nell'oflicina del nostro
stabilimento di Savona insieme ad un'altra scultura in-
titolata «Colloquio spoletino», collocata sugli scalomi di
via Minervio.
nella pagina a fianco in alte: nell'officina di Savona,
mentre nì realizzava «Colloquio col vento», Consagra è
l'uomo a sinistra con nna mola a smeriglio sotto Il braccio.
Pietro Consagra è nato nel 1920 a Mazara del Vallo in
Sicilia, © ha studiato alla scuola di Belle Arti di Palermo,
Nell'immediato dopoguerra, ha partecipato a Roma alla
vivacissima discussione artistica di quegli anni fondando,
con amici pittori, il groppo “Forma” che pubblicò anche
un giornale dal titolo omonimo, Organizzò inoltre la prima
esposizione d'arte non figurativa nel quadro dell'Art
Cub, Da quelle esperienze parte il Consagra che tutti oggi
conoscono, con le sue costruzioni spaziali composte di
steli, aste e placche di ferro che sono, per lui, altrettante
testimonianze dell'uomo che vive nello spazio. Una ina-
niera, insomma, per “esprimere la realtà dei nostri tem»
pi in modo suggestivo”, Infatti, le sue sculture si chia»
mano «Colloquio col tempo», «Colloquio umano» e così via.
Numerose le sue esposizioni personali, e particolarmente
importante la sua partecipazione alla Biennale di Vene-
zia del 1950 e del 1956, a quella di San Paolo del Brasile
del 1955 e all'esposizione Carnegie di Pittoburgh del 1953,
«Due figure alate» di Lynn Chadwick. Questa grande
composizione in acciaio è stata eseguita sotto la dire-
rione dell'artista inglese nell'officina dell' +Oscar Siniga»
glia” di Cornigliano.
nella pagina accanto in basso: le «Due figure alate»
sullo sfondo deglì altiforni. Chadwick, nato mel 1914 a
Londra, dopo l'iniziale attività architettonica si dedicò
alla scultura nel 1945, Le sue prime “sealture mobili”
sono una sorta di omaggio a Calder. Alla sua prima espo-
sizione a Londra nel 1950, seguirono varie partecipazioni
alla Biennale di Venezia (1952 e 1956), alle Esposizioni
Internazionali di scultura all'aria aperta a Londra e a
Parigi. al Museum of Modern Art di New York, alla IV
Biennale di San Paolo del Brasile © all'Esposizione In-
ternazionale di Bruxelles. Chadwick è stato premiato al
Concorso Internazionale indetto nel 1953 per una scul-
tura «nl tema “il prigioniero politico ignoto”, Con le sue
opere, di un'eleganza raffinata ed acuta, Chadwick ha
potentemente contribuito a ercare il linguaggio delle
forme più caratteristico di questo dopoguerra. Le sue
opere, dominate dalla figura geometrica, vedono spesso
l'impiego di una mistura di gesso e di limatara di ferro
(quella stessa limatura impiegata nell'industria per i ba-
samenti delle macchine pesanti), Un altro scultore, dune
que, “Industriale” e +metallurgico”, Chadwick cì ha
scritto: na Spoleto abbiamo visto come sia possibile ai-
stemuare una seultora contemporanea, non come una
mostra ma come un'ulteriore integrazione tra un'antica
città e le opere dell'uomo, È notevole il fatto che una si-
mile esperienza «i «ia potuta organizzare, ed è degno di
gratitadine trovare un'industria come l'Italsider disposta
a dare all'artista una così valida collaborazione per ma-
nifestazioni di questo tipow.
qui a fianco: una delle sculture dell'americano Dasid
ella» Voltri. Smith
avrebbe dovuto lavorare a Cornigliano, ma per non so-
igaglia"”, dove già
era al lavoro Chadwick, si decise di mettere a sua disposi»
Sith costruite stra oflicina «
vracenricare l'otticina dell’ “Oscar Si
zione la sezione di Voltri. LÀ, Smith trovò molto mate-
riale che stava per essere avviato all'acciaieria come
rottame. Profondamente impressionato dalla bellezza delle
forme e della materia, Smith prese a lavorare con mazza,
saldatrice elettrica e mola a «meriglio. dall'alba al tra-
di tregua. Come colto
monto, senza ronceedersìi un attin
da un delirio eroativo, egli realizzò in trenta giorni, an-
ziché le due previste opere, hen venticinque sculture,
che intitolò tutte *Voltri”, differenziandole con un nu-
mero progressivo, A Spoleto, le sculture realizzate a
Voltrì sono state quasi Intte riunite nel teatro roma-
darisxir ade
i da formare una sing
mostra pers
in alto, una veduta not.
all'aperto (nella pagina aecante
turna del teatro con le sculture di Smith). David
Smith è nat 1 1906 a Decatur nell'Indiana, Dopo
eli studi all'Università dell'Ohio, lavorò come ribattitore
nelle nfficine di automobili Studebaker, Nel 1926 sì
trasferì a New York dove segui dei consì serali all'Art
Studente League. Dopo un periodo di scalture in legno
policromo, cominciò ad utilizzare il ferro saldato nel
1933, e dopo un lungo viaggio in Enropa iniziò nel suo
di sculture in bronzo intitolate “Medaglie
paese una seri
del disonore”. Durante la guerra lavorò nuovamente
come operaio saldatore in una fabbrica di carri armati
e locamotive. Dal 1940 abita a Bolton Landing. nello
stato di New York, dove «i è costruito uno studio che è
Meo importante è stata la
una vera olficina. Particolarm
sun partecipazione alla Biennale di Venezia del 1958,
Voltri è stata per Smith una delle esperienze più esal.
tanti della sua esistenza. Del su
lavoro, fa fede quanto egli ci ha scritto; « ... il risultato
ilel mio grande interesse nel lavoro all'Italsider è dimo»
ritissansno per questo
strato dalle venticingue opere che ho eseguito in trenta
mi. Questo è stato il periodo più produttivo della mia
ì
vita. lo sono riconoscente all'Italsider per la libortà
azione che he trovato in fabbrica, per Vinteresse verso il
» lavoro con la messa a disposizione di abbondante mate-
riale. Il fatto che tutti i lavori sono chiamati *Veltri!” di-
mostra il mio particolare affettuoso ricordo per la fabbrica
dell'Italsider e per tutti esloro che non hanto soutanto
lavorato con mne, ina mi hanne dato la loro devozione».
enio Carmi, collocato
qui accanto: «Rilievo 1962» di È
in piazza Campello, È stato eseguito a (
officina
a Spe
gliano. « Per mo mon era una novità lavorare È
— dice armi — perché da un p
interesse nvevo passato dei periodi in stabilimento a fare
io di anni con emor
dei quadri in ferro e acciaio con Valuto degli operai,
Ma questa era la primn volta che facevo una scultura:
in fabbrica
è stata un'esperienza molto interessante fa
in mezzo agli operai, Secondo me credo sia un'esperienza
che conta malto por Vartista di oggi, perché l'opera nasce
in ana dimensione” più giusta e più vicina al ritmo del
è in uno “studio
. Nasce €
tempo nel quale vivia
muovo, che nom è più la stanza di una velta, ma è ap-
punto un'officina dove si muovono nomini e marchine ».
nella pagina accanto în basso: una visione notturiza della
I Viac
cata all'inerocio di viale Trento e Trieste e di via Nur-
sintoren di Arnaldo Pomodoro; callo-
«Lolonna
sina, accoglie } visitatori che giungono a Spoleto. La
"colonna", un cilindro d'acciaio alto circa sei metri, è stata
realizzata da Por
wo nel reparto fonderia del nostro
ulture ercate per
di Pomo.
senbilimento di Lovere. Tra tutte le
Spoleto in collaborazione con l'Italsider, quell
daro è l'unica che sla opera di fusione (una grande cu-
lata d'acciaio © la fusione a staffa per le parti scol-
pite). Le forme per la scultura sono state proparate
“formaturi” dello stabili»
dall'artista indeme ai più ali
mento di Lovere che è specializzato, tra l'altro, nella
oduzione di grandi getti e fucinati di acciaio,
Mai
LAV
ss a E o
n sinistra: «La grande spirale» di Ettore Colla alta dodici metri e sistermata
in viale Guglielmo Marconi, ipsasi a costituire uno spartitralitco, proprio
all'ingresso di Spoleto, sul tronco della via Flaminia che penetra nell'interno
dell'abitato.
qui sotto: Colla (l'uomo con il grembiule bianco) insieme sd un gruppo di
operai nell'officina del centro siderurgico di Bagnoli durante la realizzazio-
ne della sua scultura.
PFitore Colla è nato a Partna nel 1899, Diplomatosi in
quella Accademia di Belle Arti, ha vissuto dal 1923 al
19%5 a Parigi. Bruxelles, Monaco e Vienna lavorando
cone scultore ma anche come minatore, fotografo am-
halaute e aiuto istruttore di elefanti, Colla vive e lavora
Roma dal 1941, anno in cui abbandonò la scultura
hanurativa per passare a quella astratta in ferro, una scul-
tura che potrenumo cllamare veramente “composizione”
polehé artista utilizza perzi usati di vecchie macchine,
oguetti trovati per la strada, rottami, ruote rugginose e
imili cose che egli raccvglie per via, specie alla perife-
ria della città, o nelle vicinanze delle fabbriche, o com-
ara in vecchie catapecchie quando scorge la seritta “ac-
quieto ferro vecchio e n + Le sue sculture, costruite
appunto con ka saldatura di questi vecchi ferri, acquistano
aspetto di fantastici “totem” della nostra epoca.
In un personaggio di questo genere non stupisor l'entu-
lano provato di fronte all'enorme stabilimento di Ba-
enoli, tante è vero che egli stesso ci ha detto: « invitato
dall'Itniider a realizzare una sceultara di grandi dimen-
lani nello stabilimento siderurgico di Bagnoli, mì sono
trovato subito di fronte « materiali e altri clementi straor-
dinarì adatti al mio lavoro. La sorpresa più forte l'ho
avute dagli “idrowoltes" installati in uno dei tanti edi.
hei dell'immenso cantiere: queste vertiginose costruzioni
metalliche mi hunno dato l'idea di librare nello spazio
in'interminabile fascia elicoidale. Ho continciato a la-
rorare romuliuvato da quattro operai unendo con appositi
settoni e anzolari il tubo di maggiore ampiezza a quel»
le minore per ottenere dal primo la «pirale e dal secondo
l'asse... Trecento metri di saldatura praticata esterna»
mente sono stati appena sufficienti per mettere la scul-
tura in condizioni di essere sollevata dalla gru e collo»
rata nella sua definitiva posizione al centro del cortile sn.
tea in alto: lo seultore Carlo Lorenzetti al lavoro
nell'officina dello stabilimento di Savona per preparare
t eita scultura esposta n Spoleto in piazza Campello,
metti è un glovanfesimo scultore romano. A
proposito della scultura da lui eseguita a Savona, egli ci
ia seritto: « trovarmi per la prima volta in un ambiente
prative ed affascinanti offi-
ne dell'Italsider, è stata per me un'esperienza fa
vitalità e il largo respiro delle officine di Savona, pres-
le quali ho potuto realizzare la senltura per Spoleto,
diuvato dalla partecipazione entusiasta degli operai,
ino lasciato dentro di me un'impronta veramente viva
rigorosa. Ogni aspetto di questo mondo meccanico,
pparentemente incomunieabile ed impenetrabile, mi ha
Invece rivelato attraverso l'opera dell'uomo tutto il suo
profimdo significato. Lo spirito di collaborazione în cui
tuto realizzato il mio lavoro mi ha ripertato alla me-
nuria esempi significativi di espressione collettiva di
nidi civiltà »,
Varlo Ler
eale di lavoro, come le «
llu pagina accanto in basso: la scultrice ansericana
Iheverty Pepper durante la realizzazione di una delle sue
eutture sell'officina del crntro siderurgico Italsider di
lombina, Anche per Beverly Pepper l'incontro con la
faklbrica ha costituito un'esperienza eccezionale. In una
intervista, ha diekiarato: « Un giudizio sugli operai
he hanno collaborato con inc? Meravigliosi! Basti pen
ire che dopo pochi giorni sono rinseiti ad intuire quello
le dovevano faro ancora prima di avere una spiega»
ine... Mi hanno parlato con orgoglio della tradizione
Mermrgiea della loro terra © posso dire che non «i tratta
Mella solita leggenda, ma di una cosa reale; sono tutti
lei provetti artigiani che conuscano il “imratiere del fer-
come pochi
lepper ha donato all'Italsider tre sculture realizzate a
mmbino, di eni una grandissima, ottenuta da una vec-
Ma aiviera, è stata collocata nel piazzale al centro dello
tabilimento, A destra: il “mobile” di Beverly Pepper è
peo a Spoleto su via Filitteria. Beverly Pepper ha
tadiato pittura a Parigi come allieva di Léger e di André
LUMate, Si è poi trasferita a Roma dove vive ormai da
Nec anni e dove ha iniziato a lavorare nel campo della
Meltura in metallo e legno, incoraggiata in ciò da Lio.
metto Venturi.
:
î
p
a
siderurgia
olandese
Emanuele Gazzo continua, con questa puntata
dedicata all'Olanda, la storia della siderurgia
europea. L'industria siderurgica olandese, che
è stata definita «un fiore di serra. divenuto
ma pianta vigorosa», mon ha radici antiche
e profonde come quelle del Belgio è del Lus-
semburgo : la sua principale caratteristica è di
nom aver conosciuto i tempi eroici e avventurosi,
i tenpi del “ferro”, ma solo quelli dell'acciaio
e dei moderni sistemi di lavorazione.
La storia della siderurgia belga e di quella
lussemburghese si identifica con la storia eco-
nomica di un secolo, € riflette, nella sua evo-
luzione, le vicissitudini, gli alti e bassi, le vit-
torie della tecnica che hanno caratterizzato il
passaggio dall’èra artigianale a quella indu-
striale e, in seguito, la formazione della gran-
dissima industria moderna su scala continen-
tale. Del tutto diverso è il caso della siderur-
gia olandese che, in un certo qual modo, è il
frutto artificiale — ma non per questo meno
sano e razionalmente efficiente — della altrui
esperienza e il risultato di considerazioni e di
circostanze prevalentemente extraeconomiche.
La storia della siderurgia olandese copre non
un secolo ma pochissimi decenni, e non ha
certo conosciuto il periodo “ervico” ed av-
venturoso che ha segnato il passaggio dalle
ui è fianco: ad Ijmuiden, sul litorale del mare del Nord,
nen lontano da Amsterdam, sorgono gli impianti della
© Hoogovens", la grande azienda olandese,
N può dire che la storia della siderurgia in Otanda (»e di
moria si può parlare dato che essa copre solo pochi
decenni) sì identifichi con quella di questa grande
rocietà. Nella fote, un aspetto della zona industriale
di Ijonsiden, sviluppatasi lungo il mure attorno allo
stabilimento siderurgico, con impianti ad eso collegati.
ha
antiche forge ancestrali ai primi altiforni a le-
gna e poi agli altiforni a coke, e ai procedi-
menti più moderni di trasformazione «ella
ghisa in acciaio e dell'acciaio in prodotti finiti.
Con una sola frase si può dire che la siderur-
gia olandese non ha conosciuto l'epoca del
ferro ma solo quella dell'acciaio e non ha co-
nosciuto l'èra dei «maitres de forge» ma solo
quella dei «managers» investiti di responsabilità
collettive più che della tutela di interessi pri-
vati.
Ci si può dunque porre il quesito se questa
siderurgia, caratterizzata in questi ultimi anni
da un tasso eccezionale di espansione, trovi
una sua giustificazione nell'economia e nella
geopolitica, Una risposta può essere data so-
lo dall'analisi delle circostanze storiche della
sua nascita e del suo sviluppo; analisi per la
quale converrà risalire lontano assai nel tempo.
Un paese di negozianti
Mentre un po" dovunque in Europa la civiltà
del legno, tipica dell'Alto Medioevo (quando
perfino le àncore erano costituite da un'arma-
tura di legno appesantita da una grossa pie-
tra), cedeva lentamente il posto alla metallurgia
del ferro, e nelle vicinanze di vene ferrifere e
di boschi fornitori dell'indispensabile com-
bustibile sorgevano numerose le forge (con
straordinaria simultaneità se ne registrano nu-
merosissimi esempi nei primi decenni della se-
conda metà del dodicesimo secolo), rarissime
o nulle sono le tracce di analoghe iniziative
nel territorio dell'odierno regno d'Olanda, Ov-
vio fenomeno, perché nessuna delle condizioni
necessarie al sorgere di un tal genere di pro-
duzione possono ritrovarsi in codesto territo-
rio. Non solo, ma all'assenza assoluta di gia-
cimenti ferriferi (c'è il carbone nel Limburgo,
ma solo al principio del ventesimo secolo se
ne inizierà lo sfruttamento) si unisce la facili
tà estrema delle comunicazioni e dei commerci
con le regioni dove le prime “ferramenta”
vengono prodotte e dalle quali sono esportate.
Già a quei tempi le popolazioni della Zelanda
sono orientate fronte al mare, e la loro voca-
zione è il traffico, la finanza, il trasporto e lo
scambio. Le comunicazioni marittime sono fa-
cili, frequenti e redditizie: le Fiandre e Ja Ze-
landa fanno parte di quella fascia atlantica nel-
la quale il ferro delle provincie basche e quel-
lo svedese (in minor misura) dettano legge.
Questo nonostante la relativa vicinanza delle
propaggini settentrionali del sistema continen-
tale europeo che dal Delfinato e dal Piemonte,
attraverso la Lorena c la Westfalia, si spingeva
fino al Limburgo ele cui forge dominavano
il mercato dell’ Europa continentale, dell Eu-
ropa mediterranea e del prospero Levante. Sin
dal 1282 il fer d'Espagne fa la sua apparizione
nelle statistiche portuali delle Fiandre e prin-
cipalmente, in un primo tempo almeno, in
quelle di Bruges, seguito da Anversa e dal-
l'insieme dei piccoli porti zelandesi. Bruges
decade e i porti zelandesi passano al primo
posto e diventano nel cinquecento il centro
principale di smistamento, non solo del ferro
spagnuolo, ma anche di quello proveniente
dalla Germania e dalla Svezia, in gran parte
=”
15
rispedito verso un mercato che diviene sempre
più interessante: le isole britanniche. L'In-
ghilterra difatti rimase, fino alla rivoluzione
industriale della seconda metà del settecento,
un grande paese importatore, ed il ferro delle
provincie basche solo sul tardi fu sostituito
da quello svedese e russo,
Si formava così, e sì confermava, la voca-
zione olandese, che non è certo quella dell'in-
dustria pesante od estrattiva, ma quella del
commercio di transito e della intermediazio-
ne, corrispondente alle condizioni geografiche
e storiche del paese e delle popolazioni. È
agevole immaginare come approfittasse delle
possibilità offerte da questi intensi traffici e
della disponibilità di prodotti finiti o semila-
vorati © di materie prime a bassissimo prezzo,
la piccola industria e l'artigianato dei fervidi
centri comunali delle Fiandre.
La situazione non muta quando, nei primi
decenni dell'ottocento, sì moltiplicano in Eu-
ropa le iniziative tendenti a stabilire una side-
rurgia industrialmente efficiente, grazie all'av-
vento del vapore, ed allo sfruttamento dei
grandi giacimenti carboniferi, La storia di quei
primi decenni è dominata, dopo la caduta di
Napoleone, dalla figura di Guglielmo d’Oran-
ge. Questi trovò, nel suo nuovo reame, una
situazione economica difficile, dovuta al fat-
to che, durante il blocco continentale, certe
regioni, e principalmente quella di Liegi, ave-
vano preso uno sviluppo industriale eccezio-
nale: Liegi vendeva ghisa, ferro ed armi al.
l' Europa intera, Caduto Napoleone, 1 Inghil-
terra impose al continente i suoi prodotti,
particolarmente la ghisa che essa produceva
nei nuovissimi altiforni a coke, sconosciuti al-
lora sul continente. Si determinava quindi
una grave crisi nelle regioni dove l'industria
pesante si era sviluppata forse al di là dei li-
miti imposti da una rigorosa economicità, ma
questa crisi non era affatto risentita in altre re-
gioni dove il liberoscambismo, al contrario, ap-
portava germi di sviluppo e di prosperità, c
fra codeste regioni si trovavano appunto le
regioni zelandesi del reame. Il saggio e intra-
prendente Guglielmo, premuroso delle sorti di
tutte le regioni del suo regno, concentrò par-
ticolarmente la sua attenzione sulla situazione
esistente nell'industria pesante belga e soprat-
tutto in quella di Liegi, ed inviò in Inghilterra
un messo particolarmente competente (un cer-
to Reutgen, ufficiale di marina e inventore)
perché vi studiasse i nuovissimi metodi di fab-
bricazione del ferro: gli affidò anche lo stu-
dio della localizzazione migliore, in Belgio, di
codesta fabbricazione. Fu in seguito ai risultati
di questa missione, &d ai mezzi messi a dispo-
sizione da Guglielmo d'Orange, associati all'in-
traprendenza dell'industriale Cockerill, che a
Seraing funzionò il primo altoforno d'Europa.
Parlando della siderurgia belga abbiamo già ri-
cordato l'importanza dell'apporto dato dalla
Société Générale des Pays-Bas pow fasoriser
l'industrie. nationale: è interessante constatare
che dall'epoca della sua creazione al 1830
(quando il Belgio si separò dall'Olanda eri-
gendosi in stato indipendente), la detta Société
Générale aveva erogato in tutto cinque milioni
Una veduta dal mare degli stabitimenti della +Hoogovens" ad Ijinuiden, La +Hoogovens®” venne fondata nel 1918,
anno în cul l'Olanda si risolve ad affrontare su nuove basi i problemi della sua siderurgia. La guerra aveva
aperto gli occhi a molti ed aveva dimostrato quanto fosse difficile per un parse neutrale difendere la propria
neutralità senza possedere una autonomia nell'industria di base.
di fiorini, dei quali quattro milioni e rrecento-
mila erano stati spesi solo nel Belgio,
Un episodio dell’epoca merita di essere co-
nosciuto, perché conferma come l’azione *pro-
tettrice” di Guglielmo si esetcitasse efficace.
mente ma nel pieno rispetto delle strutture esi-
stenti e delle leggi economiche, manifestandosi
piuttosto come quella che si chiamerebbe oggi
una politica di riadattamento € di stimolo re-
gionale che come un indiscriminato aiuto al
sorgere di industrie nuove. Nel corso della sua
missione, l'ingegner Reutgen aveva suggerito
di installare presso Amsterdam, sul litorale
marittimo, una grande officina di costruzioni
meccaniche, che potesse affrontare la concor-
renza dei prodotti meccanici e dell'utensileria
inglese: Cockerill, di Seraing, offri allora la sua
azienda, c l’aiuto morale e materiale dello sta-
to andò a lui, che si trovava in una zona in-
dustrialmente già attrezzata © minacciata dalla
depressione economica: Amsterdam non ebbe
così un'industria che forse avrebbe rappresen-
tato un ònere permanente per l’economi: olan-
dese,
Sicché, mentre in tutta Europa, assisa sul
carbone o sul minerale, una potente industria
pesante andava sviluppandosi, ingigantendo a
misura dei progressi recnici, c divenendo un
settore base della vita economica nonché uno
strumento Importante di potere politico, in
Olanda il consumatore aveva piena libertà di
approvvigionamento, in assenza di alcuna pro-
tezione doganale, e beneficiava della lunga se
rie di prezzi in diminuzione che caratterizza il
mercato della chisa dal 1845 fino almeno al
188<. La costituzione graduale dei grandi car-
telli europei nel settore siderurgico costituiva,
è ben vero, una minaccia costante, e intr ydu-
ceva un fattore politico preoccupante, ma dal
punto di vista economico l'Olanda nc benefi-
ciò molto più di quanto potesse soffrirne. Sco-
po del cartello era infatti essenzialmente di
rendere impossibile lo sviluppo di industrie si-
derurgiche potenti ed autonome al di fuori del
suo controllo: il «dumping» esercitato sui mer-
cati terzi era spesso lo strumento indispensa-
bile per spegnere in embrione qualsiasi vel-
leità. Al cartello interessava mantenere ad un
livello sufficientemente elevato i prezzi per il
grosso del suo mercato, cioè sul mercato in-
terno dei paesi grandi produttori, Situazione
quindi ideale per l'Olanda, che non solo be-
neficiava per il proprio consumo dei bassi
prezzi accordati ai mercati marginali, ma lu-
crava sui transiti, sulle operazioni di trasporto,
di finanziamento, di assicurazione, c così via.
Arche dal punto di vista tecnico l'Olanda si
trovava În posizione vantaggiosa, potendo trar-
re beneficio dal progresso altrui, senza averne
subito i pesanti oneti iniziali. La posizione
geografica del paese giocava inoltre, ancora
una volta, un ruolo fondamentale, perché PO.
landa sì trovò sempre in condizione di poter
scegliere per il proprio approvvigionamento
l'industria continentale, fortemente cartellizza-
ta, c l’ Inghilterra: è facile intuire, pertanto,
quale beneficio risultò dal trovarsi in un così
strategico punto di incontro di concorrenze
spietate.
Economia e strategia
Ma questa medaglia aveva il suo rovescio.
Il rischio di un'azione cartellistica che improv
visamente privasse il paese dell'indispensabile
APprovvigionamento, sussisteva, © andava ae-
eravandosi a mano a mano che l’industria del
paese si sviluppava. Inoltre, sul finire del se-
colo, incominciavano a delincarsi nuovi orien-
tamenti quanto alla localizzazione dell'industria
siderurgica in Europa: diveniva ormai chiaro
che fra le due soluzioni classiche, sul carbone
o sul minerale, una terza soluzione, quella del-
la siderurgia sul litorale, approvvigionata da
fonti esterne, poteva essere la soluzione del-
l'avvenire, Fervide discussioni si svilupparo-
no negli ambienti economici e politici olan-
desi: sì indicavano gli esempi recentissimi di
Amburgo, Brema c Lubecca. Il Governo isti-
tui un’appe ssita commissione che nel 1898 pub-
blicò un suo rapporto, favorevole alla. crea-
zione di un'industria siderurgica nazionale sul
litorale; si chbe anche un inizio di realizzazio-
ne, a Terneuzen, senza però risultati positivi,
e il grande progetto fu riposto negli armadi.
Parve dimenticato anche se nel 1902 una pic-
cola industria siderurgica, la Koninklijke Ne-
derlandsche Staalfabriek |. M. de Muink
Keizer, più nota sotto la siela DEMKRA, ini-
ziò una piccola produzione a Mertenshock-
lez-Groningue. Sì trattava prevalentemente di
trasformazione di ghisa e di semiprodotti im
portati. In realtà, nessuna produzione indu-
striale di acciaio figura nelle statistiche olan-
desi fino agli anni della prima guerra mondia-
le: d'altronde, il consumo apparente di ghisa
in Olanda era, al principio del secolo, dell'or-
dine di tonnellate annue, c quello di
acciaio di 214.000 ronnellate. Per avere una
idea di quest'ordine di grandezza, ricordiamo
che alla stessa cpoca il limitrofo Belgio pro-
duceva oltre un milione di tonnellate di ghi-
sa e 655.000 tonnellate di acciaio grezzo.
dunque chiaro che le velleità siderurgiche erano
state rapidamente sconfitte dall'orientamento
mercantile dell'economia olandese e dell’indu-
stria trasformatrice che non intendeva per nulla
rinunciare alla possibilità della libera scelta delle
fonti di approvvigionamento: orientamento
ralforzato dalle note tendenze del capitale fi-
nanziario olandese, strutturalmente cosmopo-
lita.
16.000
La produzione di acciaio figura nelle stati
stiche, con cifre quasi simboliche, fra le mille
e le tremila tonnellate, tra il 1915 c-il 1920.
Fatto oltremodo significativo, e che dimostra
come l'Olanda si sia risolta ad affrontare una
produzione che sembrava in contrasto con la
sua vocazione, solo per ragioni di natura po-
litica € strategica. La guerra ha aperto gli occhi
a molti ed ha dimostrato quanto sia difficile
anche per un paese neutrale difendere la pro-
pria neutralità senza possedere una certa au-
tonomia nel settore delle industrie di base.
Queste considerazioni finiscono per prevalere
e vincono le tenaci resistenze dei ceti econo-
mici: il zo settembre 1918, in seguito a una
iniziativa del voverno olandese, è creata la
«Società degli altiforni e acciaierie reali olan-
desi» (Koninklijke Nederlandsche Hoogovens
en Staalfabrieken) con un capitale di 25 mi-
lioni di fiorini dei quali 7 è mezzo sottoscritti
dallo stato e 17 e mezzo da privati e preva-
lentemente da grandi gruppi finanziari di Am-
sterdam e, a quanto pare, da certi interessi fi-
nanziari è industriali stranieri.
A parte le considerazioni strategiche, gli am-
bienti interessati avevano preso in considera-
zione anche i dati cconomici, che permetteva=
no di predire una certa prosperità per una
vreanizzata ed cco-
vigilia
consumo apparente
Iuzione razionalmente
iomicamente sana. Infatti, alla della
xa cucrra mondiale,
ciaio in Olanda si
ti tonnellate ce numerose ed efficienti erano le
avvicinava al milione
fonderie dì ghisa sulle quali si poteva pensare
future clienti. La realtà fu molto diver-
i le ipotesi formulate dagli esperti nel chiu-
cabinetti. La sfavorevole congiuntura
i primi anni del dopoguerra, l'aumento ful-
mibco ce massiocio dei prezzi delle miterie
+, le difficoltà d'ordine sociale e politico,
ero una severa battuta d'arresto alla rea-
zione del programma delle KNHS, il cui
ipitale si rivelò ridicolmente esiguo rispetto
necessari. Un caso analogo
ili investimenti
be in Italia a Genova: quello degli altiforni
rettati e cei quali si iniziò la costruzione a
Cornigliano per iniziativa dei fratelli Perrone
re della guerra, € che dovettero essere
bbandonati in seguito alla grave crisi politico-
mica apertasi immediatamente dopo l'ar-
del novembre 1918.
lo .a una prc xiuzione di acciaio su sca-
idustriale fu dato invece
destissimma ma
lilla DEMKA, che mise in produzione, nel
x Zuilen-lez-Utrecht, due forni Martin
la =5 tonnellate ciascuno, i quali si aggiunse-
i utuco forno elettrico che aveva rappre.
a quel momento la sua attrezza-
reica. La produzione, si è detto, ri-
r tonnellate nel 1923, an
irtante perché vedeva la messa in mar
{ lel primo laminatoto olandese, apparte-
lia stessa DEMKA, e che compren.
mm a due
tro FIDO È
19,000
treno sgrossatore da 60
o mm per barre e pro-
questo treno, alimentato
n parte da semiprodotti dell'acciaieria
ibra sia stata molto irregolare; il mer-
iderurgico olandese non solo era molto
(consumo apparente del 1921, circa
ecun rreno da 3C
La marcia di
i, Se
o milione di tonnellate) ma era alla mer-
jella concorrenza internazionale che era in
al consumatore olandese
*, a quelli che pagavano
msumatori situati negli stessi paesi produt-
di far pagare
i inferiori del 30
ri, A che pro’ far funzionare un'industria si-
rgica i cui costi di produzione non erano
tto inferiori a quelli dei potenti vicini?
Nel frattempo, le KNHS avevano preso la
CCSIOne importante di realizzare una prima
arte del loro programma originario (che com
idev a la costruzione di un centro «iderur
dall’altofor
.
:eliendo la località di Ijmuiden, sul litorale
co integrale nòo al laminatoio),
on lontano da Amsterdam, per impiantarvi
a batteria di forni a coke ed un primo al-
torno. La scelta della località aveva permes-
» dii ottenere una partecipazione del Comu
\msterdam al capitale della società, che
ine aumentato a 3
ua %
milioni di fiorini, dei
erino stati sottoscritti dal Comune,
notare che nel frattempo le KNHS non
) rimaste inattive ed avevano provveduto
assicurarsi una clientela di base per la tra
tormazione dei propri semiprodotti, prenden-
do una partecipazione maggioritaria
DEMKA, e associandosi alla Phoenix
nella
tede-
sca che impegnava ad acquistare chisa ca
fornire laminati.
La scelta di Hr
len sembrò particolarm
te felice e non avvenne senza contrasti dato
che una forte pressione era esercitata (anche
in seno agli organismi di stato) perché la sccl-
ta cadesse sul Limburgo, secondo la tesi clas
sica dell'i ilazione sul carbone, ovvero sul-
la zona di Rotterdam, la più intensamente in
dustrializzata. La località di Iimuiden si tro
vava alla periferia di una zona altamente in
dustrializzata, ciò che doveva permettere di
isolvere i problemi di manodopera, di col
locamento dei prodotti e di reperimento dei
rottami «i ferro indispensabili alla siderurgia.
Inoltre il porto era attrezzato per lo sbarco di
grossi battelli recanti carbone e minerale dal-
l'oltremare, e la disponibilità di una via di na
vigazione interna cefticiente come il Nordzec
kanaal ottimali sia
l'approvvigionamento che per lo
prodotti.
creava le condizioni per
smercio dei
Nascita lenta della grande industria
n batteria di
Verso la fi
forni a coke cominciava a funzior
den, e la prima colata di ghisa era ottenuta al-
e del 1923, la prim
a limui
l'inizio del 1924. In questo anno l'altoforno
numero uno funzionò per 344 giorni con una
produzione di 91.000 tonnellate di
L'Olanda entrava così nella storia della side-
rurgia. E da quel
derurgia olandese si identifica con la storia di
un’azienda,
Il secondo ‘altoforno delle KNHS entrava
in funzione nella seconda metà del 1926, ed
il terzo nella seconda metà del 1930: lenta gra-
dualità che si spiega se si pensa che ci si tro-
ghisa.
momento la storia della si-
vava in piena crisi economica mondiale. In
realtà, gli altiforni in funzione furono sempre
due soltanto. Essi erano alimentati in preva
Laminatoio n caldo
della Broedband, ad
ljmniden, Questa a-
zienda, affiliata alla
SHoogorens", è ape
ciatizzata nella pro-
duzione delle lamiere
a caldo, n freddo è
della banda stagnata.
Oitre i 900, del capi.
tale della Breedband
è di proprietà dello
stato,
I7
lenza da minerale di ferro ricco di provenien
za svedese, © da coke ottenuto con carbone
proveniente per un terzo circa dalle miniere
del Limburgo olandese (miniere in eran parte
appartenenti allo stato olandese), per un altro
terzo circa dalla Ruhr e per il resto dall’In-
ghilterra. Questa composizione dell'approvvi
i
I
ento decli.
ento 10 n
carbone, salvo u
gioni
no dell'origine inglese a vantaggio di quella
olandese, rimarrà invariata fino alla seconda
cuerra mondiale:
nei primi anni del dopoguer-
ra il carbone te
teramente quello inelese per cedere in seguito
esco sostituirà pressoché in
il posto ai fini da coke americani che giungo
no a bassissimi prezzi In questi ultimi tempi
situazione si è legwermente modificata a fa
vore dei carboni del Limburgo,
che la
presenza di questo nuovo grande produttore
Il rilievo più interessante cia farsi è
di ghisa non modificò profondamente la strut-
tura del mercato siderurgico olandese, fedele
ai fornitori tradizionali, La produzione di ghi
sa delle KNHS dovette essere per la massima
parte esportata, almeno durante i primi anni:
il cartello all'esportazione non voleva lasciar
sì stupgrire questo mercato e almeno fino al
1935 continuò a praticarvi prezzi inferiori a
quelli del mercato continentale, La produzi
ne di ghisa passava dalle 91.000 tonnellate del
1924 alle 312,000 tonnellate del 1937 (anno di
massima produzione anteguerra) ma nel frat-
tempo la produzione di acciaio continuava ad
oscillare fra le 143. le 30
punte minime di 7.0
sime di 39.000 nel 1937: si trattava quindi di pro-
duzioni soggette a fattori puramente congiun-
turali. sliorare la propria situazione c
assicurarsi uno sbocco interno sicuro, le KNHS
tonnellate, con
tonnellate nel 19320 mas-
Per mii
avevano creato nel 1936 una fonderia di tubi
di ghisa, che sviluppò una notevole produzio-
ne e soltanto alla vigilia della seconda suerra
18
mondiale decisero la creazione di una propria
acciaieria. Avevano creato nel frattempo indu-
strie collegate per la utilizzazione dei sotto-
prodotti: la MEKOG per lo sfruttamento del
gas di cokeria e la CEMI]J per la produzione
di cemento metallurgico.
Anche le capacità di laminazione, pur rima-
nendo indirette, venivano sviluppate. La
DEMKA cra passata interamente sotto il con-
trollo delle KNHS, le quali avevano incorag-
giato la creazione in Ijmuiden stessa della Van
Leer's Walsberijven, che gestiva un laminatoio
creato nel 1937 e che fu poi incorporato nelle
KNHS. Questa azienda possedeva nel 1939 un
treno sbozzatore e per profilati della capacità
di 70.000 tonnellate, un treno per lamiere sor-
tili (45.000 tonn. anno) e un treno per barre.
Tutte queste attrezzature divenivano poi un
reparto delle KNHS, per essere in seguito de-
molite (nel 19t3) dopo la costituzione, nel
1932, della Breedband, azienda di laminazione
di proprietà del gruppo.
Come si vede, la caratteristica della si-
derurgia olandese fra le due guerre è co-
stituita. da ‘una lenta, stentata evoluzione
verso il ciclo integrale, ostacolata dalle ten-
denze naturali del mercato che è e rimane un
mercato aperto, un mercato del consumatore,
Questa lenta evoluzione si identifica faralmen-
te con una concentrazione attorno al complesso
delle KNHS: difficile è concepire una produ-
zione competitiva al di fuori di un complesso
integrale e al di fuori di una concentrazione
razionale delle produzioni. I fattori decisivi,
che hanno dato nascita prima e che hanno poi
permesso il passaggio alla vera grande produ-
zione integrata sono stati, bisogna riconoscer-
lo, le guerre.
È infatti nel 1939 che entra in funzione l’ac-
ciaieria delle KNHS, progettata fin dal 1918:
due forni Martin-Siemens sono in funzione, un
terzo vi sì aggiunge nel 1941 cd un quarto alla
fine della guerra: la capacità di produzione è al-
lora di 230.000 tonnellate di acciaio. Per quel
che riguarda la laminazione, a parte le attrez-
zature delle aziende collaterali o associate, le
KNHS installano un grande laminatoio per la-
miere grosse da 3 a 60 mm, ma, analogamente
a quel che avvenne a Genova per il laminatoio
quarto della SIAC, i tedeschi lo smontarono
trasportandolo in Germania, Tuttavia, già nel
1947, ricuperato e rimesso in efficienza, il lami-
natoio poteva funzionare nella sua sede origi-
nale ad Ijmuiden. Un quadro completo della si-
derurgia olandese dell’epoca non può trascura»
re l’esistenza della sola industria che abbia man-
tenuto una certa autonomia, anche oggi, al di-
fuori delle KNHS, vale a dire la Nederlandsche
Kabelfabrieken, cercata nel 1938 e che ad Alblas-
serdam eserciva tre forni Martin della capaci-
tà di 35.000 tonnellate ciascuno, ai quali se ne
aggiungevano in seguito due altri (elettrici)
per 25.000 tonnellate, completati da un lami-
natoio per lamiere sottili della capacità di
40.000 tonnellate annue.
Obiettivi ambiziosi
In Olanda come ovunque, il periodo post-
bellico è caratterizzato da una paurosa flessio-
né; causata non solo dal marasma del mercato,
ma soprattutto dalla inefficienza dell'apparato
produttivo, dalia penuria di materie prime,
dalle difficoltà nei trasporti, La produzione di
acciaio è assolutamente nulla negli anni 1944
c 1945, quella della ghisa scende a cifre irriso-
rie: 25.000 tonnellate nel 1945. Ma la ripresa
è rapida: quel che più importa, la direzione, è
ora decisamente fissata e la-strada scelta viene
imboccata con risoluzione: si sviluppano pa-
rallelamente cd armoniosamente lc capacità nel
settore dell’altoforno, dell’acciaieria e della la-
minazione. Il programma di ampliamento e di
rinnovamento è radicalmente applicato: la pro-
duzione giornaliera per altoforno, che era ri-
masta intorno alle 340 tonnellate negli anni
*30, passa a 400 tonnellate subito dopo la guer-
ra per superare le 600 tonnellate a partite dal
1915. Le produzioni degli anni "30 vengono
rapidamente superate ma, quel che è più ca-
ratteristico, scompare lo squilibrio tradiziona-
le fra produzione di ghisa e produzione di ac-
ciaio: il ciclo è capovolto ed ora la produzio-
ne di ghisa è prevalentemente destinata alla
produzione di acciaio, sebbene l’impiego dei
rottami rimanga molto importante. L'esporta-
zione sussiste ma non è più un fattore deci-
sivo, e l'industria utilizzatrice di acciaio si ri-
fornisce presso il grande produttore naziona-
le: l'Olanda diviene essa stessa un esportatore
di accinio. Vivacissimo lo sviluppo delle la-
vorazioni successive, Significativo è il seguen-
îe confronto di alcune cifre riferite all'ultimo
anno normale di anteguerra e all'anno che ha
preceduto l’entrata in vigore del mercato co-
mune dell'acciaio:
anno ghisa acciaio laminati
grezzo a caldo
1938 tonn. 267.000 37.000 40.000
1952 » 39.000 685.000 440.000
La produzione di ghisa compete interamen-
te alle KNHS, mentre a quella di acciaio con-
tribuiscono con circa il 25%, in parti appros-
simativamente eguali, la DEMKA (toralmen-
te controllata dalle KNHS) e Ja Nederlandsche
Kabelfabrieken.
La costituzione del mercato comune carbosi-
derurgico, con la soppressione delle frontiere
doganali interne, il leggero aumento della pro-
tezione doganale esterna, l'istituzione della pe-
requazione dei rottami e dei vari meccanismi
inerenti alle nuove strutture curopec, non può
che favorire gli orientamenti della siderurgia
olandese che attinge produzioni e formula
programmi dei quali non sarebbe stato possi-
bile immaginare l'importanza. E ciò anche co-
me conseguenza di una trasformazione strut
turale dell'economia olandese che, avendo do-
vuto rinunciare a certi orientamenti anteriori
determinati dal possesso di un ricco impero co-
loniale, si orienta verso una più intensa in-
dustrializzazione, accentuata specialmente nel
settore della trasformazione dei metalli. In-
fatti, se la produzione industriale olandese si
è sviluppata fra il 1946 c il 1952 al tasso annuò
dell’ 11,2%, particolarmente rapida è stata l’e-
spansione nel settore metallico il cui indice, da
100 nel 1938, si trova al livello di 256 nel 1955,
contro 202 per la produzione industriale nel
suo insieme.
L'industria siderurgica è per l'Olanda una
industria giovane, non legata a schemi, inte-
ressi c localizzazioni tradizionali: per quattro
quinti la produzione finale è costituita da la-
minati piatti. Il gruppo delle KNHS crea nel
1952 la Breedband, industria di pura lamina-
zione, nella quale la maggioranza del capitale
è di proprietà dello stato. La prima fase del
programma di espansione, ormai realizzato, è
stata concepita partendo dalla constatazione
che la capacità massima di laminazione è di
1,9 milioni di tonnellate e che essa può essere
portata, senza sforzi eccessivi, a 2,7 milioni, A
questa capacità bisogna adeguare le capacità
“a monte” nel settore altoforno c in quello
acciaieria. E difatti, nel 1960, la. produzione di
ghisa sale a 1.347.000 tonnellate (totalmente
prodotte dal gruppo KNHS) e di questo quan-
titativo 162.000 sono esportate, Per quel che
riguarda l'acciaio grezzo la produzione è, nel-
lo stesso anno, di 1.941.000 tonnellate, delle
quali 1.609.000 prodotte dal gruppo. Per quel
che riguarda i laminati, la produzione totale
della Breedband superava nel 1960 il milione di
tonnellate, delle quali 207.000 di semipro-
dotti ceduti ad altre officine siderurgiche per
la rilaminazione.
Un secondo centro siderurgico?
Ma non ci si ferma qui. Il programma dichia-
rato del gruppo (c che il consiglio di ammi-
nistrazione ha reso pubblico nella sua rela-
zione annuale del 1959) è di raggiungere entro
il decennio una capacità di produzione, nelle
aziende del gruppo, di 5 milioni all'anno di
acciaio grezzo: al tempo stesso, sarà persegui-
ta una maggiore differenziazione nei prodotti
finiti.
E questo non basta: due anni or sono le
KNHS, le miniere statali del Limburgo, ele
Kabelfabricken incaricavano il prof. P. P. van
Berkum di studiare l'opportunità e la possibi-
lità di creare ex-novo un secondo centro side-
rurgico integrato in Olanda. Erano stati decisi
da poco Taranto e Dunkerque. Il rapporto
concludeva però che, vista la situazione del
mercato e la posizione dell'Olanda nell'insie-
me della CECA e nel mondo, la creazione di |
un tale impianto appariva ingiustificata: ag
giungeva anche che sarebbe stato inopportuno
riesaminare il problema prima del 1963. Tut-
tavia, la situazione si evolve: nonostante la re-
lativa battuta di arresto subita dall’espansio-
ne siderurgica durante gli ultimi mesi, sempre
più insistenti si fanno le voci relative a nuove
iniziative in questo campo. Importanti gruppi
finanziari e di utilizzatori premono in questa
direzione e recentemente si è sentito parlare
con insistenza di un'iniziativa americana gra-
zie alla quale un'unità che dovrebbe produrre
inizialmente mezzo milione di tonnellate di ac-
ciaio, aumentabili rapidamente a due milioni,
verrebbe costruita sulle coste.
La siderurgia olandese ha una strada e non
si lascia fuorviare: non mancano né l’audacia,
né le capacità tecniche né i mezzi finanziari
immensi che richiedono oggi simili imprese.
a XXXI
Biennale
di Venezia
neora una volta Venezia ha visto quest'anno
Iumati artisti e critici di ogni paese per la
nale d'Arte giunta alla trentunesima edi-
me, Di questa mostra, che fornisce ovni due
nti panorama più completo dell'arte con-
ranca mel mondo, ci parla il critico
arte è finita, ha dato tutto
\ a dare, che l’astrattismo hi
| suo ter IDO, che
Kiece, Kandinsk
Mi Cc più nessuno 18)
nvece, ogni volta, almeno sè o tre
) muovi 1 valla r ta, fann t
i la marca anonimato, riescono
ite ui Ist lì primo, ilmeno di
artt fuano nei panorama attuale. \nck
uesta volta solo
©, sono ormai
Giuseppe Capogrossi: « Superficie 388» (1960). A Capogrossi è stato asse.
guato il magrior premio della Biennale per la pittura, ex aequo con Merlotti.
ce pentrale quanti
n sono
‘orandi
nel periodo tra
pressoché
, qualche
mancare
nomi”
nu
RC generazioni
Vo
realtà
per
poi soft
Ci Y
questa
ici Cc
pittoni
n c
} Co
plta
nsucro
Ca}
|»
i anziano
rtat 5
alcuni di ess
en
MENO
Spagn
felicemente
pittore (€
a
troppo
rappre
t,}
Ver
UCI
Arshile Gorki (USA): «L'irraggiangibile» (1945). La Biennale
ha dedicato una mostra particolare a questo pittore armeno»
americano, morto mel 1948, che viene considerato uno dei
uelassici» della pittura moderna statunitense.
stri presentati nelle precedenti edizioni: per
la Jugoslavia (che, tra le nazioni minori, è
da alcuni anni una delle meglio rappresentate),
» c Bernik; per l'Olanda i due
ttimi pittori Corseille e Wasemaker, e lo
i pittori G4
scultore di origine giapponese 7ujiti. Pur-
troppo dobbiamo riconoscere che la Francia
a parte la dignitosa mostra di Poliakaf
è stata molto mal rappresentata da artisti di
second'ordine e del pari la Germania, a pre-
scindere dalla piovane € vigorosa scultrice
Meier- Denninghof, dall'anziano incisore Aerke/
c dal ben noto, ma in fase di involuzione,
Vebumach
er. Sono state del pari scarse le prove
degli stati nordici (di cui si è ammirato il
nuovo padiglione), a parte l'ottimo scultore
inlandese. Aaiw Tapper, e il vecchio espres-
sionista danese Pedersen, progenitore degli
artisti del sruppo «Cobra ». Non ci è possibile
soffermarci sui diversi padiglioni che non
presentano artisti di particolare rilievo come
quelli del Belgio, della Svizzera, di Isracle
ecc. e vorremmo invece dare un cenno più
ampio di due artisti particolarmente interes-
santi soprattutto perla novità della loro impo-
stazione: l'austriaco //nderiwasser (che occupa
tutto il padiglione dell'Austria assieme allo
scultore Airemidiz) e l'americana Lowise Ne-
velson.
Fino a che punto dobbiamo considerare le
Cc mx ISIZIONIE del pitt re ausernaco come espres-
sioni d’un’autentica vena allucinata, come proie-
zioni d’una necessità di rafficurare una sua
particolare visione labirintica della nostra età?
Sta di fatto che le sale di Anndertmaser,
in questa alquanto scialba Biennale, appaiono
come le uniche, forse, a darci un immediato
ed efficace shock cromatico. L’austriaco. sì
vale, infatti, di quei particolari colori, acidi
ed aspri, ma vivacemente timbrici che ri-
specchiano la tipica tavolozza della seresiion
viennese; che: ricordano, dunque, da un lato
i grandi precursori Klimt e Schiele, dall'altro
certi aspetti del folklore tirolese; proprio
quei colori che ebbero tanta parte nella for-
mulazione di quell'atmosfera espressionista
instauratasi mei paesi tedeschi nell'immediato
primo dopoguerra. Queste tinte ambigue ma
avvincenti sono fissate entro gli inesautibili
ghirigori di composizioni, in parte vaste in
parte minute, quasi sempre accompagnate da
bizzarre aggiunte decorative, che insieme con-
corrono a costruire alcuni motivi ricorrenti
dell'artista: spirali, ‘i, labirinti, rappeti
magici, In tutte queste composizioni do-
mina sovrano l'elemento decorativo, ma non
manca la ricerca d'una nuova strutturazione,
basata sopra la ripetizione costante di alcuni
motivi dominanti e quasi parossistici,
Se Hindertwasser assieme a Perilli, A
Riopelle, a Gorky — è forse il pittore più
interessante di questa mostra veneta, Certa-
mente la scultrice più curiosa e “nuova” per
l'Europa è l'americana, di origine ucraina,
Nevelson,
L'opera di questa artista ormai sulla
sessantina - ce cosunuita in prevalenza da
casse di legno a loro volta stipate di pezzi di
legno amortì, di birilli, colonnine, e altri cle-
alto Louise Nevebsaon (USA) «Il viaggion
1962. particolare), 11 padiglione degli Stati Uniti è
quest'anno dedicato in gran parte alla «inyo-
opera della Nevelson, un'anziana americana
iine rumsa, Si tratta di mia serie di pareti,
cane e altre costruzioni di legno, dipinte in nero,
inco e oro, Tutte le composizioni erano formate
oggetti di legno, per lo più residui di veechie
e del Sud in stile « coloniale », spesso stipati in
apparente disordine destro eassette di birra.
qui accanto: Gianni Dova « Sahara » (1962), La sala
ledicata a Dova (una serie di tele popolate di
ta
irtiebe figure) è stata considerata dalla critica
elle più interessanti del padiglione italiano,
Alberto Giacometti (Svizzera): « La foresta »
(1950). Lo svizzero-italiano Giacometti è
considerato fra le maggiori personalità ar-
tistiche del nostro tempo. A Venezia gli è
stata dedicata una grande mostra di scul-
tura e pittura, La Biennale gli ha conferito
quest'anno il massìmo premio per la senltura.
qui a fianco: Mario Deluigi «&. V, 22»
(1962)
nella pagina accanto in altor Rafael Cano
gar (Spagna) «Cerchio» (1962)
in husso: Hundertwassor (Austria) « Tri-
sterza » (1962), Ai quadri dai colori samua-
glianti di questo giovane pittore era dedicata
buona parte del padiglione austriaco, Egli
predilige ornamenti rigogliosi, campi dorati
come nelle favole, colori di pietre preziose.
nenti di
I tutt }
re COMO (
1 Colori nero tai ricopri
trat initorm La NMNevelion ha
"rente COr questa Una part lari m
un'atmostera lel tutt unare
testi Ì itato telle tr lette d
Que america ha la netta IRSAZIONM
1 trar i lu limer mme temporale
ita dal resto della mostra; una dimet
» decantat ricordi du p
LUI } a A ce forse t schiudon cl
: nisterio* futuro, La costanti
. el cot tr di lor inal }
Î incora più cefficace il particolare me
{ it ma ricami, chi ( Litu:scoc
1 del tutt inico tra gli artisti ch
ono dell' “oggetto trovato” per
ì tu ia
cultor i anziano ? sieno di
e ha rinnovato negli ult an il
i un ò lo pagnol rrett che
Venezia un'intera sala pri a celle
itic i Ira for
b. for irebbe meglio chiamarle
{ mo.
pittori più sienificativi dopo
Nsogna notare Ri
teramente dedicato il padiglione del
che merita di essere rammentat
enza della sua < pera c
pittura. La particolare
cementa in sottili marcez
di
cd insolita et
[ riproposto a
ta Biennale per l'originalità e per il ca
rc ‘ » delle suc tele è il romano
rand Î iti a colori
co ì di ruadri ben
I Oro ccupati da disegni
iltmente colorati, Si tratta, realtà,
I ria i { Poi 1a1 I SSCrt
tail ) orizzontalmente, ap
PZZEIANE de
1 a Co essi urc capaci di
r L st Che però tali figure fini
} C( x Ì carattere li Ver c
pri “racconti” < tolo un’'apparenza.
} che sorprende e «stimola in quest
dipinti, è la loro parentela cos un
{ ratico e ops tamuliare è
i quanti, quello appunto trasmesso quo
lianamente dalle pagine dei ci Ì
I ini cartoni
turo se questa nuova “maniera” di Perilli
ulteriori e importanti sviluppi.
\n w, nell'incessante invenzione di
love figurazioni fantastithe che p« polano
tele, riuscito a differenziare netta
te la sua sala dalla m ;Ìnorona sfilata delle
" del liglione italiano, "Tuttavia, per la
nza loro ricerche, è piusto è do
O ricordare qui anco
l'anziano Delwizi,
che ha sfruttato al massimo l’effetto ottenuto
alla zexiare del colore nelle sue vaste su-
ci quasi monocrome), cil piovane Pereiai
suo allucinati fantasmi onirici; mentre
da
più a lungo sulla sala
| Aa gun
1 creatore di MUOVI
troppo noto. ormai anche fuori
se ne debba discorrere ancora.
*raltro, riconoscere. come,
19 manera seguita Ormai con
"una deci
IMPpOrsi con una
rinnovata cihcacia.
Tre tercssant sono stati scelti
questa volta I figurativo
Verbi o folkloristico
serbo, il croato Gia, che, nelle suc costanti
mu
rimere un suo sua-
ic slov eno
Bernik to im re € Ita anche
sensi di teriche.
| ent costretti a sorvolare sui
giapp A LE fagimata, sugli
arcentini Vesta, Sabai, Berni, sui belgi Ser
vranckx, Caillle; Milo, sugli americani. Ma
Iver, Muller, Fladvi, non possiamo chiu-
dere questa breve rassceu senza ricordare
le duc importanti mostre celebrative, ordi-
nate nel padiglione italiano, del grigionese
ec dell'armeno-americano
irsbile Gorà
Il secondo è ormai passato dopo la sua
i” della mo-
morte recente tra i *“clas
derna pittura statunitense, e, indiscutibilmente,
che
lezione di Miro e di certo surrealismo curopeo
la sua arte, se in parte memore della
ha delle caratteristiche che nettamente la
distinguono. L'intrecciarsi delle numerose fi
nbrano in uno stato di continua
metamorfosi, c l'uso d'un colore ora vivace
ora sfumato nelle più varie tonalità, conferisce
alla sua opera quell'atmosfera di mistero, che
lui ir vica AVEVA circondato anche
l'uomo,
Quanto a G tti, il grande scultore
svizzero-italiano, è certo da considerare come
tzatori d'un'arte hgu-
tutto
ie ed alla resa pura
ficura umana. Le sue
uno clei MIGLEETOr rcal
attuale in
rativa che riesce ad €
uito alla scarniticaz
mente metaiorica
sagome filitormi
voler rappresen
tare, an la “buccia
lo “scheletro spi-
rituale” dell’uomo moderno, immerse. come
sono entro un alone di patetica sensibilità, di
tragica, © insieme umoristica, pregnanza, c st
possono se considerare come simboliche
+}
me esistenziale
di tutta la singolare situazi
Ì
nostri tempi.
sopra: Pablo Serrano (Spagna) eValte per gi
(1962)
el'astronaunta » (1961)
sotto: Achille Perilli «I trionfo
(li ingegneri
dell’Italsider
1 - All'«Oscar Sinigaglia »
di Cornigliano
Che fanno gli ingegneri dell’ Italsider?
Questo interrogativo certo si presenta alla
mente dei laureandi e dei giovani laureati
in ingegneria, che sono nel momento difficile
della scelta: oggi molte sono le strade che si
aprono davanti al giovane ingegnere ; egli è
attratto da una quantità di offerte, che spesso
non è in grado di valutare. Gli “stages, cioè
quegli utilissimi periodi che gli studenti co-
minciano a compiere anche in Italia durante
le vacanze presso questa o quell'azienda (e
lItalsider è stata lo scorso anno tra le primis-
sime ‘ad aprire la porta), servono indubbiamente
a chiarire qualche idea sulle fabbriche e sul
lavoro dell'ingegnere in fabbrica. Ma non
possono bastare a dare un quadro complessivo ;
ciò che si svolge nei capannoni, negli uffici, €
in genere nel raggio d'azione dell'azienda,
continua ad essere argomento della curiosità
di coloro che un giorno potrebbero trovarsi
immessi nel gran giro del processo produttivo.
Nell'intento di contribuire anche con la nostra
Rivista ad una migliore conoscenza del lavoro
degli ingegneri (e degli altri tecnici laureati)
all'Italsider, abbiamo incaricato un giornalista
(che è anche ingevnere), Alberto Mondini, di
scrivere sull'argomento una serie di «reportages»
dai vari stabilimenti. Iniziamo in questo nu-
mero da Cornigliano.
(fotografie di Francesco Leoni)
Cornigliano, agosto
È specialmente per i giovani Ingegneri, c
anche per i chimici e i fisici che ad essi si
affiancano, che noi compiamo queste visite c
scriviamo queste pagine, perché possano orien-
tarsi nella scelta. E un po' scriviamo anche
per i colleghi non più giovanissimi, che sono
già parte delle aziende, perché trovino in que-
ste rithe un affrettato ritratto di se stessi in
tenuta di lavoro.
Era quasi di prammatica che il giro comin-
ciasse da Comnigliano, dove lo stabilimento
«Oscar Sinigaglia» si estende su un'arca di
oltre un milione di metri quadrati, di cui set-
tecentomila strappati al mare, (altri quattro.
centomila sono in corso di riempimento). €
dove il terzo ‘altoforno ha cominciato da
poco a funzionare.
All' «Oscar Sinigaglia » la materia prima in-
forme diviene acciaio con ciclo completo, cioè
diventa il soggetto di ogni lavorazione mec-
canica e di ogni macchina; anche per questo
abbiamo cominciato le visite di qui: 365 gior-
ni all'anno, 24 ore al giorno, come una forza
della natura, questa fabbrica è attiva nella sua
opera di trasformazione.
I compiti degli ingegneri impegnati in una
azienda come quella di Cornigliano sì possono
dividere in due grandi categorie: vi sono quelli
della linea di produzione che parte dalla co-
keria e dagli ‘altiforni, passa per l'acciaieria c
finisce con la laminazione a caldo e a freddo e
con i rivestimenti, « vi sono quelli che coadiu-
La
i
Gli ingegneri Giancarlo Carretti e Leopoldo Castello
deli" Ancora um po’ di sapore ili leggenda.
arclaieria,
il ricevitore mi spiega. La
di cui si parla è la cosiddetta
la coke”, che permette di scaricare il coke
forno; se si arresta la macchina per fare
xamzioni alla linea elettrica, il capo reparto
ole la garanzia che poi, per dieci giorni al-
saranno altre fermate, « Non
concedere esperimenti, un risultato ne-
significa perdita di produzione ». Que
igione della produttività è dappertutto;
richiesta è alta, tutti i reparti debbono lavo-
non vi
tare a pieno regime e senza interruzioni che
10 indispensabili. Una batteria di forni
rimane accesa circa venticinque anni
che in caso di sciopero generale ci sono
comandate, riconosciute da tutti
fra l'altro la batteria è
rasometro dello stabilimento, se vi fossero
le] int
quadre
dacati; collegata
erruzioni di funzionamento vi sarch-
ti cli pressione pericolosi per il gaso-
si dan-
sono soste, quindi; gli oper
tumo, ]
gli ingegneri? Parodi, che abi
i Genova ed è sposato, si stringe nelle spalle:
lavoriamo tutta la settimana, spesso sia-
nica mattina » dice, e si
qui anche la dom
che gli secca dirlo, quasi temesse di
i, « Ma è un lavoro che mi
è tono diverso —
piace
il lavoro di eser-
diverse attività
rrdinamento delle
L'ing. Enrico Rossi, capo della sezione laminatoio a
caldo e il suo assistente ing. Bruno Spirito. Dal lin-
gotto al prodotto
che determinano la produttività. Il lavoro di
esercizio abitua all'analisi e alla sintesi, forma
capacità sfruttabili in ogni ramo della profes
sione »
x E il prossimo gradino? »
d affe » Re rod E
dirigenza, spero » afferma l'ing. Parodi senza
esitare, Poi si congeda da noi e scompare die-
chiediamo. « La
tro enormi mucchi di carbone,
L'ing. Bottero, capo reparto agglomerazio-
ne c preparazione minerali, è occupatissimo
con le navi in arrivo. « Devo dar da mangia-
re ai forni — arrivano le navi col
minerale, e io preparo il minerale, cioè essicco,
frantumo, vaglio, porto il minerale ai silos,
recupero È “fini” e procedo all'agglomerazio
ne.» Ma il telefono e le navi non gli lasciano
tregua. Del resto è tempo che seguiamo la
strada dell'acciaio; la ghisa cola dall’altoforno
nel “sottomarino”, il grande recipiente su ruo-
te che la porta in acciaieria,
spiega
Più acciaio a minor prezzo
Gli ingegneri della linca di produzione so-
no proprio come gli ufficiali alle truppe schie-
rate in linca, quando sul fronte ci fa caldo.
Quelli che vanno a visitarli per qualche ora
dagli alti comandi, li lodano palesemente e li
compiangono in segreto; ma ignorano, anzi
non immaginano neppure, le soddisfazioni del
L'ing. Egisto Santucci e il sig. Aurelio Chelli del ser-
vizio manutenzione, L'olio alle ruote.
fronpier, Così sul fronte dell'acciaio abbiamo
visto gente gravata di lavoro e di responsa-
bilità, ma nonostante questo, anzi forse pro-
prio per questo soddisfatta c contenta
Capo sezione acciaieria è l'ing. Manlio Trot-
ta, laurcato a Roma nel *57; sotto di sé ha sei
reparti: parco rottami, forni Martin, fossa di
colata, preparazione lingottiere, controllo com-
bustione € manutenzione muraria.
Collaborano con l'ing. Trotta gli ingceneri
Giancarlo Carretti, laureato a Genova nel ?59
e Leopoldo Castello, laureato pure a Genova
nel ’6c
«Vi è — ci spiega l'ing. Trotta un la-
voro di routine, di esecuzione della program-
mazione, e anche in quello sorgono problemi.
Poi vi sono lavori a più largo raggio; tutto
ciò che può riguardare il mi
titativo € qualitativo della produzione ci inte-
ressa. Ogni tanto si prova qualche nuovo ti-
po di acciaio; in sintesi noî cerchiamo di otte
nere più acciaio, di qualità migliore e 7 minor
prezzo. Il controllo della qualità e tutti gli altri
enti di ““staff”* collaborano con noi ». L'ing.
Carretti annuisce; malgrado il salto dall’ uni-
versità alla vita di fabbrica sia grande, si è
ambientato presto, « La soddisfazione che c'è
nella parte produttiva è reale e palpabile —
prosegue Trotta forse noi siamo ingenui
ma ci vediamo qualcosa in cui l'intervento
lioramento quan-
L'ing. Marcello Chinazlia, capo sezione cokeria e alti-
forni. Con l'elmetto, al + comando tattico”, in zona
d’operazioni.
vano la produzione, con attività quali: la pri
grammazione, il controllo della qualità, il cal
colo degli incentivi c la valutazione del lavoro,
la contabilità, l’organizzazione, la sicurezza,
Fanno parte della produzione anche coloro
che si occupano della manutenzione € dei ser
vizi ausiliari.
Cokeria e altiforni
Come tutti sanno, l'acciaio si fa partendo
dalla ghisa e dal rottame di ferro; il rottame
arriva in fabbrica, quasi pronto per essere pet-
tato nel gran fuoco dei forni Martin; la ghisa
invece arriva dall'altoforno. All'inizio della li
nea di produzione troviamo perciò la sezio-
ne “cokeria e altiforni", di cui è a capo
l'ing. Marcello Chinaglia, laureato a Genova
nel 1949 in ingegneria industriale meccanica.
Chinaglia, che ha alle sue dipendenze due chi-
mici industriali e duc ingegneri, ci riceve nel suo
ufficio posto nella zona degli altiforni, una
specie di “comando tattico” in zona d’opera-
zioni. Non per nulla sulla semplice scrivania
è appoggiato l’elmetto.
« Qui si fanno il coke e la ghisa », ci spiega
l’ing, Chinaglia, « la sezione si divide in cinque
reparti, la cokeria tenuta dall'ing. Parodi, l’ag-
glomerazione e preparazione minerali agli or-
dini dell'ing. Bottero, gli
altiforni sotto il
Il dr, Ernesto Di Poggio del reparto altiforni. Il primo
passo della materia prima informe.
dr. Di Poggio, gli studi e ricerche sotto il
dr. Barbagelata attualmente in training al
l'estero; il coordinamento della sezione è affi
dato al Barbieri ». Mentre parliamo
Barbieri entra e sottopone alcuni. problemi
signor
relativi ad un altoforno, Poi un soffio tremen-
do copre le nostre parole: « E il colpo di ven-
to!» ci dice l'ing, Chinaglia. Per mezzo minuto
stiamo in silenzio, lasciando la parola al fra-
stuono; quando questo si placa, l'ing. Chi-
naglia mi spiega che per far muovere le. cari.
che a strati di coke è di minerale che sono
nel forno occorre a volte scaricare nell’atmo-
sfera una certa quantità dell’aria, cioè del
«vento” che dovrebbe passare attraverso 1
Cowpers: per introdursi nell’altoforno,
Ventisei periti industriali e cinquecentoqua-
ranta operai sono alle dipendenze dell’ing. Chi
naglia, c si alternano in un lavoro che non
conosce mai soste. Gli opera Sono divisi in
quattro squadre, tre delle quali si danno tumo
sulle 24 ore, mentre una serve peri rimpiazzi,
quando vi sono assenze dovute a ferie 0
malattie.
Gli uffici sono disadorni, tutto v'è ridotto al-
l'éssenziale; cominciamo da quello dell'ing. Gian
Giorgio Parodi, capo della cokeria; su
questo giovane di 32 anni, laurcato a Genova
nel *$6, pesa già una cospicua responsabilità;
egli sovraintende ‘all'esercizio di impianti che
L'ing. Mario Bottero del reparto agglomerazione è
preparazione minerali. Dar da mangiare agli altiforni.
so tonnellate di coke al giorno,
producono 2
40.000 metri cubì di gas all'ora, più tutta una
gamma di prodotti derivati dalla depurazione
del pas, come il benzolo, la nattalina, il sc rltato
ammonico, l'acido solforico e il catrame. Una
fabbrica nella fabbrica, con ducecentotrenta 0-
perai,
dalla grande vetrata un po' fuligginosa sì ve-
dieci periti, e un complesso macchinario:
de uno scenario da grande film industriale. 11
quadro è tagliato diagonalmente da un impo-
nente viadotto sul quale viaggiano 1 nastri
trasportatori che recano il carbone dal molo;
più in là si scorgono le batterie dei forni a
coke, che di tanto in tanto scaricano coke,
cOn acc namento di fiammate rossastre
Impa
e di nuvole spesse di fumo nero che si arram»
picano sull’esterno di una ciminiera; un va-
gone speciale porta il coke incandescente allo
spegnimento, Questo, attuato con acqua, pro-
voca la liberazione di nuvole bianchissime di
vapore, che in parte ricacle subito dopo a ter
ra in forma di pioggia.
Mentre osservo questo quadro terribile c
affascinante, che più di ogni discorso mi rac-
conta di cosa sia fatta la vita di questo giovane
trilla volte.
L'ing. Parodi parla con decisione,
professionista, il telefono più
vuc ile dal
suo interlocutore la garanzia per una certa
i Se facciamo una fermata voglio
roi»
macchina.
una garanzia di almeno una decina di gio
Ling. Umberto Cerboncini del reparto sicurezza. Una
mentalità antinfortunistica.
diretto dell'uomo ha ancora un peso determi
nante; © gli operai
questo. Comunque anche se il
non sono insensibili a
lavoro è bel-
lo ora è un po" troppo; siamo in fase di grande
lavoro, speriamo sta di transizione; abbiamo
certi obiettivi da raggiungere c quando lì
avremo raggiunti speriamo di poter respira-
re »; Poi si scusa © si accinge a partire: per
il matuno seguente è prevista una colata spe-
rimentale.
Passiamo attraverso l’acciaieria, con l'ing.
Carretti: il “sottomarino” è appena arrivato
dall’altoforno © si appresta a versare la ghisa
nella siviera. Sulla torre di comando lampeggia
ammonitrice una lampadina rossa. Arriva il
treno del rottame, un treno vero, con ranti
vagoni: davanti ai sei forni Martin da 250 ton-
nellare ciascuno, un magnete fa pulizia. dei
rottami, c sembra un ragno immenso. c orrenì
do. Lame di luce da cattedrale scendono nel
lungo 317 metri in cui rim
bombano i ruggiti delle gru a ponte e il
rombo continuo dei forni. Sento ora appie-
no l’attrattiva di questo lavoro di cui parlava
l'ing. Trotta,
A_capo della
troviamo un puovance ny
che ha appena 28 anni. E
essere passato per l'Istituto Finsider e lo sta
bilimento di Piombino. La laminazione a cal
capanne ine
sezione laminatoio a caldo
nere, Enrico Rossi,
arrivato qui dopo
La dottoressa Silvana Michelucci del controllo qualità.
La chimica al servizio dell'accizio.
do è una delle lavorazioni più tipiche, ec più
volte descritte, degli stabilimenti di
tipo; basti dire che si tratta di una linca di
produzione lunga più di un chilometro
(1200-m.) dai forni a pozzo alla spedizione ro-
toli a caldo, più lo strippaggio (cioè l’opera-
zione di togliere la lingottiera da sopra il lin-
cotto). « Partiamo dal lingotto, arriviamo al
prodotto finito » ci ha detto l'ing. Rossi, che
questo
»
ìì
Ù
è coadiuvato dal giovanissimo ing. Spirito,
assunto da quattro mesi, ed ha alle sue di
pendenze una decina di dipiomati la cui età
varia dai 34 ai 45 anni, e ottocento operai. « Vi
sono sempre problemi muovi ha prose-
guito si fanno modifiche alle lavorazioni,
si passa alla lavorazione dei nuovi prodotti
come, ad esempio, l'acciaio inc issidabile. E bi-
sogna sentire il parere di tutti, specie dei vec
chi capi-reparto; quando c'è necessità i0 non
esito a portarmi un capo-reparto ad una
riunione di dirigenti ».
Lavori squisitamente tecnici come il calcolo
delle rese (rapporto fra lingotto e prodotto
finito) si alternano in questo compito a mo-
difiche pratiche che vogliono l'occhio clinico,
e a non facili problemi di personale, dovuti se
non altro alla presenza di un numero così ele-
vato di dipendenti impegnati in una lavora-
difficile.
laminazione a
zione
Alla freddo è preposto
Il dr. Giuseppe Fiorio, La ricerca scientifica applicata.
l'ing. Oreste Ceccopieri, laurcato a Pisa nel
1954, coadiuvato dall'ing. Rollino e dall’ ing,
Roncan; ottocentotrenta persone lavorano nel
capannone imm so, da cui escono in quantità
le lamicre che servono fra l'altro a fare le au-
to e gli elettrodomestici.
L'olio alle ruote
In certe cose l’Italsider fa io stesso effetto
che fa l'elefante ai bambini che tempestano di
domande il puardiano dello 200; quanto man-
gia? quanto beve? guarda con quale siringa
gli fanno l'iniezione! e via dicendo, L'Italsider
tonnellate di lubrificante al
mese, ha dieci miliardi di materiale immagaz-
zinato, con uno schedario di sessantamila voci.
La sola un altoforno, che
dura un mese c mezzo, costa un miliardo.
Tanto costa dar l'olio alle ruote di questo
immane ingranaggio; ed è, naturalmente, una
impresa di prima grandezza. Vi sovraintende
l'ing. Renato Porlezza, laurcato a Genova in
ingegneria meccanica nel 1946; è
stato alla Siac dal 1947 al 1952, sempre nel-
le lavorazioni meccaniche, poi ai servizi ausi-
liari della Cornigliano fino al 1949, c quindi
al servizio manutenzione. « Il nostro compito,
in breve cì dice — è di conservare funzio-
nante tutto il complesso. Abbiamo problemi
consuma. cento
ricostruzione di
navale €
I dr. Bruno Sommacal. Un fisico tra i metalli.
rizzazione e problemi tecnici; data la
vastità, gli impianti richiedono di
ramenti e modifiche, che di nor-
no noi, Quando il problema richie-
le un grosso studio, allora ci rivolgiamo al-
manutenzione impe
llecinguecento uomini, di cui ottocento co-
” manutenzione
ata", decentrata alle zone in cui è diviso lo
ile e la
al
ffiicio tecnico, La
tituiscono la cosiddetta asse-
tbilimento, ciascuna sotto un perito, e ser
tecento sono nelle officine di manutenzione:
i l'alero c'è da mantenere in efficienza una
rete terroviaria di 70 km, vi sono 700 carri
ferroviari, locomotori, locomotive, 200 mezzi
di sollevamento e trasporto su strada e
terrovia
Coadiuva l'ing, Porlezza un giovane inge
ere, Egisto Santucci, laureato a Genova n
IQbt ema perfettamente ambientato nelli
icile cialità.
Un altro attraversamento di spiazzo asso-
lato c una rampa di scale ci portano nell'ufficio
icurezza, Capo reparto sicurezza è l'ing. Um
lerto Cerboncini, laureato a Genova nel
1960, « Il mio compito ci spiega cordial-
nente è quello di sovraintendere alla sicu-
rezza dello stabilimento, assicurare che siano
rispettate le norme, & anche dettare nuove
norme di per determinati lavori.
Qualunque cosa nuova progetti l'ufficio tec-
sicurezza
e. 02
L'ing. Aldo De Thierry, capo dell'organizzazione della
produzione. Una quan di diagrammi.
nico, esiste un aspetto “sicurezza” del proble-
ma, e di questo mi occupo io, Un esempio?
Subito: citerò la bonifica di quelle tubazioni
c di quei serbatoi contenenti fluidi che pos-
sono formare una miscela esplosiva. Io pas
seggio per la fabbrica con l'occhio attento a
scoprire i pericoli; ho fatto il mio addestra
mento con l'ing. Mercadante e l'ing. Talini,
esperti di sicurezza a livello nazionale, c mi
sono fatto la mentalità tipica della sicurezza,
che consiste nell'analizzare le possibilità di
pericolo in 1
L'incarico gli piace, lo trova vario; non si na-
nodo da prevenire l'infortunio ».
sconde le difficoltà, prima fra tutte quella di
formare una mentalità anunfortunistix n.
Dare l'olio alle ruote, in un'azienda come
questa, può essere interpretato in senso va
stissimo; moì pensiamo che vi rientri anche
ciò che va sotto il nome di “controllo della qua-
lità”, un lavoro che tende al mantenimento e
al miglioramento dei livelli di qualità. Si
tratta di un servizio, di cui è a capo l'ing.
Bruno Som-
macal, Inurcato a Padova nel 1951, e da uno
i dottori Portà, Picasso, Cat-
tanco, la dottoressa Michelucci, i dottori Fio-
rio, Modica, Goretti, Di Marco e l'ing. Ai-
nis. Tre di questi sono in addestramento. È
questo un lavoro. nel quale sì fa veramente
della ricerca scientifica applicata,
Ambrosetti, assistito dal fisico
stuolo di chimici:
L'ing. Giorgio Giribaldi, assistente all'organizzazione
della produzione, Sempre a caccia di ingegneri.
Come del resto se ne fa nel vasto ufficio
di organizzazione della produzione che dipen-
de dall'i \do De Thierry, laureato a Pa-
dova nel Questo ufficio svolge un'atti
1915.
vità consultiva; per prima cosa mira a stabi-
lire un wvetro di produzie ine e di costo, poi cer-
ca di stabilire gl è infine sì occupa
della rc
L'ing. De Thierry ha sedici ingegneri sotto
di sé, più una sessantina di periti, più sei in-
ecometri in addestramento. E
fut
gegneri è sei
sempre a caccia di ingegneri: « Non mi inte-
ressa tanto il centodieci e lode dice ma
pretendo che il giovane ingegnere sappia fare;
la gente che ho mi dà tranquillità, e non sono
disposto a farne a meno, A me basta che co
lui che esce dall'università abbia la sua prepa
razione scolastica normale, più voglia di fare
e di apprendere ».
Una quantità di diagrammi attende l'ing. De
Thierry, che si scusa con noi e si tuffa nel
suo lavoro. Tutti qui sono “ingegneri a ciclo
integrale", se si può usare questa definizione
per degli uomini e dei professionisti, Ogni ca
rattere, Ogni tipo di ingegnere puo trovare
a Cornigliano il modo di “farsi”, di formarsi
come uomo e come inecenere, mantenendo
viva quella carica di entusiasmo che, per usare
un termine tecnico, è un eccellente indice di
qualità, sia per l'individuo sia per l'ambiente.
i
È
I
A
i)
Li
Re,
o
»
Pa bull: î
© d°% P
® | 2% la ra “ 4 a Loi Ò po
- “ET
Pa,
PI
ES
n°
Cristalli di pirite (solfuro di ferro) con quarzo e calcite
Qligistor una varietà «di ematite cristallizzato, tipica dell'Elba
silito di ferro in concerezioni di cabeare
Tracce di ©
| colori
dei minerali
di ferro
Proseguiamo il nostro. viaggio tra i colori
del ferro. Dedichiamo queste pagine ai colori
eravigliosi che la natura dà ai minerali di
alle altre sostanze che talvolta ad
si accompagnano.
Un tecnico dell'Italsider, l'ing. Dario An-
lreani, ha un «hobby» coltivato in lunghi
inni di consuetudine con le materie prime
che interessano gli altiforni: la raccolta dei
minerali. Egli è riuscito a mettere insieme
una. ricca. collezione, particolarmente vasta
per quel che riguarda i minerali dell'isola
l'Elba. Riproduciamo alcuni esemplari della
accolta ed un testo che l'ing. Andreani ha
critto per la nostra Rivista,
terro €
l'uomo ha condotto attraverso î secoli una
continua e instancabile ricerca mel sottasuolo di
lementi atti ad aiutarlo nella lotta per l'esisten-
ua. E la terra in cui viviamo si è dimostrata
larga nel mettere a disposizione materiali che
nel tipo è mella misura hanno consentito, nel tem-
po, 1 grandi sviluppi della civiltà, pur richie-
dendo dall'uomo, per entrarne in possesso, un
luro lavoro e sempre crescenti energie,
Dalla pietra che servi nella preistoria a pre-
parare armi ed utensili e poi a costruire opere di
difesa e abitazione, si passò ai minerali metalli
ci del rame, del ferro, dello stagno, dell'allumi-
mio eccetera ; vennero poi trovati : il carbone, il
petrolio e ai nostri giorni i minerali degli elementi
fissili come quelli di uranio, capaci di fornire
quantità praticamente illimitate di energie.
Nel ricercare i minerali indispensabili alla vita,
l’uomo incontrò anche i metalli nobili e le gemme,
che per la loro bellezza e rarità vennerò usati
quali preziosi ornamenti e furono raccolti e ac-
cumulati sino a formare ricchezze favolose.
Tuttavia, non soltanto î minerali preziosi ma
anche quelli di tipo comune spesso st trovano în
natura in forme e in tonalità cromatiche attraen-
ti, quasi a rivelare che la stessa opera creatrice
che ci fa ammirare gli aspetti magnificamente mu-
tevoli del cielo, del mare, della vegetazione, nelle
ore del giorno e della notte, ha saputo anche mera-
vigliosamente plasmare la materia cosiddetta iner-
te, quale è la pietra", in cristalli, geodî, conere-
sioni, stalattiti dalle tinte più varie e brillanti.
Il ferro, la cui scoperta si perde nella notte
idei tempi, è sempre stato alla hase del progresso
e della potenza dei popoli. Il minerale di ferro,
che in origine era estratto da modesti giacimenti,
venne trovato successivamente in strati 0 in am-
massi sempre più grandiosi, atti a soddisfare le
esigenze crescenti dell'industria siderurgica, chia-
mata a produzioni di ghisa e di acciaio che stan-
no raggiungendo rapidamente livelli altissimi, che
a una previsione di solo qualche decennio addie-
tro sarebbero apparsi irrealizzabili.
Eppure, anche nell'interno 0 ai margini delle
masse compatte di minerali ferriferi per uso in-
dustriale, si possono trovare localizzate venatu-
re e raggruppamenti cristallini degli ossidi di
ferro 0 di casuali impurezze di bellissimo aspetto
per la forma e per il colore.
Incaricato per tanti anni della conduzione de-
gli altiforni, ebbi occasione di osservare è con-
trollare i grandi quantitativi di minerali di ferro
che affuivano ai magazzini e ai sili, provenienti
dai giacimenti dell'isola d'Elba e da quelli di
paesi lontani; e richiamato dalla presenza di
qualche piccolo cristallo che si vedeva talvolta
luccicare nella pezzatura uniforme del materiale
marrivo, fui preso dall' hobby del collezionista
e gradualmente, nel corso di alcuni anni, misi în-
sieme una raccolta personale dî minerali caratte-
ristici, che formano un complesso abbastanza or-
dinato è completo, specie degli esemplari della
vasta gamma mineralogica elbana.
Limitatamente ai minerali di ferro ed ai suoi
occasionali accompagnatori vengono qui presen-
tate della mîa raccolta, le fotografie di alcuni
fipi più caratteristici e meno comuni, per la for-
ma cristallina © per la varietà dei colori.
L'ematite (la cui formula è Fe,O,), normal-
mente escavata in pezzatura color bruno 0 giallo
per presenza di limonite, è qui riportata in forma
di oligisto, in cristalli colorati in tinte varie
in seguito alla formazione, sulle loro superfici
speculari, di sottili spessori di ostido idrato.
La limonite [Fe (OM1),] sì presenta in forme
concrezionale è a patina iridescente.
Interessanti per la colorazione verde-azzurra
o rossiccia sono pure alcune inclusioni eccezionali
di composti del rame (malachite, crisocolla,
cuprite, rame nativo ecc.)
IH calcare in forme stalattitiche 0 concrezionate
accompagna il minerale di ferro ed è qui ritratto
a titola di curiosità mineralogica.
La pirite, nemica del processo tecnologico al-
l’altoforno, perché apportatrice di zolfo, dannoso
ai requisiti richiesti per la ghisa e per l'acciaio,
è qui presentata in cristalli aventi un colore e
una lucentezza che ricordano l'oro, accompagnati
da piccoli cristalli di quarzn e calcite.
Da quanto molto limitatamente esposto è pre-
sentato si può quindi affermare che î minerali
di ferro veri e propri è quelli accompagnatori,
come il quarzo, la calcite, la pirite, il rame ecc.,
si manifestano talvolta în forme naturali di rara
bellezza, regolari o bizzarre per linea è per co-
lore, che appagano il senso estetico umano e po-
trebbero anche offrire ispirazione all'opera di
moderni artisti.
Tre esemplari di limonite: uma stalattite ricoperta di calcite (a sini.
stra) e forme conerezionate a patina iridescente.
Minerali di rame, eccezionali uccompagiatori del ferro, sotto farma
ti malachite, erisocolla, cuprite, rame nativo,
Il museo
del cinema
a Torino
Fra i molti musei esistenti in Italia uno dei
più curiosi è senza dubbio quello del cinema
che raccoglie a Torino, a palazzo Chiablese,
preziosi cimeli della settima arte che, in meno
di settant'anni di vita, ha già una ricca storia
ed una preistoria non meno interessante. Nelle
sale di questo museo è stato presentato al pub-
blico torinese, insieme alla nostra più recente
produzione cinematografica, il
«Col ferro e col fuoco», girato nel 1926 negli
dell'Ilva €
documentario
stabilimenti siderurgici fortunasa-
Una lanterna magica cpidiascopica della fine del "700 a due lanterne. Si trova, come
tutti gli mltri cimeli riprodotti melle pagine seguenti, nelle sale del museo del cinema
di Torino che bu sede a palazzo Chiablese, La lanterna magica, che ricorda | odierno
proiettore di diapositive, è une degli apparecchi precursori del cinematografo,
mente ritrovato pochi anni fa in un magazzino,
Una copia del film, che costituisce un docu-
mento rarissimo del cinema industriale di quel
tempo, è stata donata al museo, entrando così
a far parte della sua cineteca. Del museo del
cinema ci parla in questo articolo il critico
Claudio Bertieri.
Può sembrare
museo prezioso € tra i p« 1chis-
sno 0, quanto Meno, 10-
che i
solito
simi esistenti al mondo (se né contano solo
altri tre è di minore Praga,
a Parigi ca Rochester), quello del cinema di
efi le//
Torino, sia nato al “Balbn", un “‘avercaro <
- primi
importanza: a
puici”*, ove vennero racimolati i pezzi
di una raccolti
andata
“unicum” eccezionale.
Chi girava allora tra robivecchi, antiquari,
rara
arricchendo e
che, nel tempo, si è
trasformando: in un
cantine, soffitte è magazzini polverosi era una
giovane professoressa torintsc, fanatica ap-
passionata di cinema, colta, sensibile, che s'era
messa in mente, nonostante tutte le difficoltà,
di radunare i cimeli ed i ricordi degli anni
pionieristici. del cinematografo italiano.
Tempo .è È cinque
lustri, ma Maria Adriana Prolo non ha perso
fiuto che le ha consentito di
erosso modo
passato
singolare
mettere le
i
que
prandissimo
Il suo en-
nani su ogretti di
valore storico ed anche artistico.
tusiasmo, temperato dalle lunghe e sirancanti
battaglie che ha dovuto sostenere per vincere
l'ostilità di chi non credeva molto nella sua
idea (talvolta piudicata stravagante) e, in
seguito, per ottenere una sede degna per il
"suo” musco, non è mutato ed ancor oggi
la si vede talvolta arrivare a palazzo Chia-
musco) con un
contenente un
blesc sistemato il
farottello
“fenatiscopio” piuttosto che una “prospettiva”
Ì
del “mondo niovo”, una serie di lastrine per
COVE c
sotto il braccio
lanterna. magica piuttosto che una “affiche”
degli anni ‘eroici’.
La storia di «questa eccezionale valleria,
non ancora completata perché altre sale do-
'
vranno aggiungersi alle sedici ordinate €
certune di queste dovranno essere risistemate,
izia nell'ottobre 1938 quando la Prolo mise
ver ja prima volta sulla carta il suo progetto.
Le ambizioni, allora, erano più modeste c,
rrobabilmente, sarebbero rimaste tali se dal-
‘incontro di questa donna volitiva con al-
ini dei protagonisti della storia del cinema
raliano non fossero nate nuove idee c l'ini-
riale proposito non si fosse via via dilatato
sino ad assumere la forma attuale.
primi sensibili collaboratori
Tra 1 della
appassionata partecipazione ad una avven-
tura in quel tempo ritenuta pazzesca.
Ma venne la seconda guerra mondiale ed
il piano primitivo, che aveva ormai preso
corpo (nel giugno 1941 il Municipio di To-
rino concesse le sale del primo piano della
Mole Antonelliana mentre alcuni
cietà diedero un complessivo contributo fi-
nanziario «i diecimila lire), subi un logico
accantonamento. Il molto materiale radunato
dalla Prolo con la collaborazione dell'ex
enti © so-
Un curioso collage del *700. Su uno sfondo rococò, accanto a nani mosirasi e signore sontnosamente
vestite, figura un «mondo niovo», Questo collage serviva quale « prospettiva » appunto per il «mondo niovo».
Prolo vanno ricordati il regista Giovanni
Pastrone (quello di “Cabiria”, per ricordare
il suo film più popolare), Arrigo Frusta, Luigi
Maggi, Charles Lépine (uno dei primi res
tester en scént «di Pathé), Ettore Ridoni (uno
del primi scenografi dell'équipe Ambrosio),
Giovanni Vitrotti (regista-operatore che negli
anni del muto vagabondò in ogni angolo
della terra riportando eccezionali testimonian-
ze e servizi che ancor oggi sono considerati
esemplari) c qualche altro, i quali recarono il
contributo della diretta esperienza e della
“Pittaluga” è, in particolare, dell'ing. De
Rossi (un “bric à brac” di macchine da presa
e di proiezione dei più vetusti moxielli, di
stampatrici, di lanterne magiche, di diapo-
sitive, di fotografie, di affiches, di pellicole
risalenti ai primissimi esperimenti, di model.
lini e di tanto altro vario materiale tecnico c
artistico) venne trasportato nei. fondi della
Mole e vi rimase sino al 1946.
Fortunatamente le azioni belliche non re-
carono danni consistenti alla già ricca collezio-
ne ma dovette passare qualche tempo prima
dI
de
che la Prolo potesse presentare al pubblico par-
te del suo minuzioso lavoro di raccoglitrice.
L'occasione si presentò nel 1949 quando venne
allestita a Torino, nella Galleria Metropoli-
tana, la «I Mostra retrospettiva del cinema»;
ebbe moltissimo successo e servì a riunire,
dopo tanti anni, tutti coloro che erano stati
protagonisti del periodo aureo della cinema-
tografia torinese e quanti si interessavano ad
un suo doveroso riconoscimento.
La situazione del musco non era tra le più
confortanti: mancava di una sede ed il nuovo
materiale acquisito non poteva essere presen-
tato agli studiosi né al pubblico curioso.
Anicora una volta emerse lo spiccato spirito
organizzativo e l'accanimento, a tratti persino
ingenuo, della Prolo la quale non solamente
non si perse d'animo quando chiunque
avrebbe abbandonato l'impresa, ma rinnovò
i suoi sforzi e le sue peregrinazioni di utficio
in ufficio alfine di ottenere quell'appoggio
che troppe volte le era stato promesso e mai
mantenuto.
Comun uc. il musco Don Manco di Ussere
presente alle massime iniziative culturali €
specialistiche: la «Il Esposizione internazionale
della teenic
a cinematografica» di Torino ove
tita una ridotta mostra retrospet-
tiva: la «Triennale di Milano» cui il museo
collaborò per la sezione «scenogratta cinema-
togratica »; la «XIII Mostra internazionale
d'arte cinematografica di Venezia» cui con
tribuì nell'allestimento di una “retrospettiva”
italiana con i film /.a cameriera è troppo bella
(1907) e Le farfalle, un documentario scienti-
fico di Omegna (1911).
La precaria situazione parve sbloccarsi nel
t95s quando si decise che il museo doveva
essere ordinato nella prima galleria quadran-
solare della Mole. Un tremendo tornado,
nella notte del 2
) 1953, fece pero
crollare la guglia della costruzione e, pertanto,
la sistemazione venne nuovamente procrà
stinata. Qualche mese più tardi, onde dare
uno stato giuridico e civile all'istituzione, sì
costituì 1" « Associazione musco del cinema»
la cui presidenza fu affidata a Carlo Giacheri
e la vicepresidenza a Mario Gromo,
Nei quattro anni che seguirono, la Prolo
ce Gromo (il quale aveva sostenuto da tempo
con calore e autorevolezza il problema del
museo) cercarono, in ogni forma, di rendere
sempre più attivo l'inserimento di questo isti.
tuto nell'ambito culturale europeo.
Tra le molte iniziative vanno poste im ri-
salto la « Mostra retrospettiva» a Parigi su
invito della “Cinémathèque Frangaise" (1954),
la serie di proiezioni FELrospertive per la
il Esposizione internazionale dello sporte a
Torino (1955), la partecipazione alla mostra
«Go ans de cinéma» al museo d'arte moderna
di Parigi (1955), l'esposizione di alcune pre-
ziose collezioni alla V Comunale di Mi-
lano (1956).
Si giunse così al 1957 quando, anche per
l'interessamento della sopraintendenza ai mo-
numenti, venne finalmente risolta la questio
ne della sede: eli furono destinati i locali al
pianterreno dello storico. palazzo Chiablese,
in pieno centro di Torino, locali che offrivano
il notevole vantaggio di poter ospitare una
a di proiezione accessibile direttamente
l'esterno.
La preparazione degli ambienti, su progetto
degli architetti Nicola e Leonardo Mosso,
fu piuttosto laboriosa c il definitivo allesti-
mento delle sedici sale richiese il generoso
apporto di un gruppo di amici del museo, il
quale vide coronati i suoi sforzi la sera del
27 settembre 1968 quando fu ufficialmente
inaugurato il «museo del cinemas.
sopra: pantoscopio, detto «mondo niovo» di tipo vene»
ziano del "700, Munito di cinque lenti serviva per la
visione di + prospettive",
qui a fianco: l'apparecchio da ripresa usato nel 1913
da Giovanni Pastrone all'Itala Film, Sullo sfondo il
modellino originale del film «Cabiria» per la scena del
tempio.
nella pagina accanto: una lanterna magica «Bonne
Presse» per effetti teatrali, usata al Teatro dell'Opera di
Roma nei primi anni del Novecento, Serviva a proiettare
a colori su schermi sistemati sul palcoscenico cieli, nu-
vole e panorami fantastici, secondo una moda molto
diffusa a quell'epoca,
Gli saloni e le piccole eleganti
salette di palazzo Chiablese offrono oggi al
vastissima documentazione
volte curiosa
della storia del cinema: dai primi traballanti
congegni sino a quelli più perfezionati attu
mente in uso, Ins
stupendi
Visitatore un
oltremodo interessante e a
ri personaggi sono passati
in queste sale: René ( lair, Alfred Hitchcock,
Aleksandtov © altri.
trovato in minuziosa
Grigori Ognuno ha
questa collezione un
motivo di personale suggestione: Clair. nel
l'angolo riservato al suo antico “patron”, Léon
Gaumonti Hitchoock non sapendo frenare il
suo ‘humour di fronte ai piccoli film dei
Lumière presentati nel “teatrino” a lui dedi-
cato: Aleksandrov entusiasmandosi per i ci
meli di ‘*Cabiria"'.
Ma moltissimi sono i visitatori e gli studiosi
che ogni anno si rivolgono al musco per ot
tenere un documento, una informazione, per
scorrere la ricca emeroteca, per consultare la
biblioteca od ancora per visionare qualche
raro pezzo (in copia unica) che la passione
della Prolo ha salvato dalla distruzione.
Ampia, in ogni campo, è stata l’attività del
musco negli anni recenti ed ogni volta il suo
La lanterna magica «(;, Mondo» dell'inizio del XX secolo, Essa costituisce l'unico
esempio di combinazione tra la lanterna magica e le proiezioni cinematografiche.
seuno di intelli
ntervento ha recato il una
gente c VIVA partecipazione (che, ovviamente,
non: si esaurisce in una sterile ricerca da ri
più
mondo moderno, Un giro nelle sale permet
domante) ai fenomeni inquietanti del
te di conoscere a fondo la recente storia del
cinema, non escluse alcune puntate nel mondo
della fotografia e degli spettacoli circensi che
hanno precorso, per così dire, la magia delle
immagini in movimento.
Già nella seconda sala salta agli occhi la
completezza delle raccolte: copie dei più anti
chi volumi
della camera oscura ed alla lanterna magica, il
che si riferiscono all'invenzione
prezioso Loco seriorum artis
sive magia naturalis » di Gaspar Schott (1661)
e “La vision parfaite" del padre Chérubin
d'Orléans (1681). Ed ancora la ‘Magia Na-
turalis" di G.B, Della Porta (1589) c la “Ars
Magna Lucis ct Umbra" dell'abate Atanasio
Kircher (16406).
I tre pantoscopi settecenteschi, detti ‘mon
do niovo”, introducono all'antecinema; con
loro, le * prospettive”, le sues ponr opfigite a
colori, le ombre cinesi, le lanterne magiche,
il teatrino cinese di Carlo Alberto di Savoia.
natura et
i
l
Le origini della fotografia sono documen-
tate da una importantissima raccolta di testi
(“Les Physionotraces” di Chretien e Quenedey),
apparecchi italiani e stramieri, € di speciali
congegni come il “Polyorama Panoptique”.
Le opere di Muvbridge e Marey, di Oreste
Pasquarelli, di Vittorio Sella, di Nadar e di
Carjat (oltre ad una ricca esposizione di pras-
(
sinoscopi, di stercoscopi € di altri insoliti
strumenti) immettono ai pionieri del cinema:
} Lumière, Edison, Gaumont, Pathé, de Cho-
mon, Lépine, Calcina,
Poi la erande stagione del cinema italiano
da scritti,
dellini, scenari originali, fotografie di
muto testimoniato «atfiches», mo-
scena,
Rivivono i miti delle grandi amatrici, di quel
tempo che fu detto « dei cuori infranti e dei
robusti divani »: la Borelli, la Bertini,la Gal
lone, la Menichelli, la Jacobini, E
“amanti”: Collo,
Serena, Ghione.
por gli
Gallone, Serventi, Mari,
Un panorama, dunque, esteso € solleticante
che nasconde miserie ce nobiltà, improvvise
follie © amari declini. In altre parole, uno
stimolante e particolare aspetto del costume
della nostra epoca.
Altro interessante esempio di lanterna magica della prima metà dell'800, Ap-
parteneva alla «Perrcau Fils» di Parigi (dono della famiglia Agnesi di Imperia).
Libri e mestieri
La professione
dell'ingegnere
l'ingegnere, ovvero il personaggio chiave del
mondo odierno. L'uomo che si incontra a sovrin-
tendere ad ogni suo avanzamento nel tempo, che
studia è realizza le nuove forme della vita, che
spreme dalla natura i succhi asprigni delle sue
leggi più segrete e gelose. Dev'essere partecipe di
ogni altra umana facoltà ed esperienza. Dev'esse-
re scienziato e poeta, tecnico e artista. In quanto
ogni sua realizzazione costituisce un'interpreta-
sione — schematica o stilizzata o cifrata che sia
- dell'ambiente naturale che lo circonda, l'inge-
guere è anche filosofo. Ma soprattutto è il mago
della civiltà contemporanea. Non esiste contrad-
dizione in codesti due termini, In epoche più ir-
razionali ed oscure, in cui l'elemento misterioso e
indecifrabile del cosmo veniva sentito dagli uomi-
ni come preponderante e terribile, con una sorta
di sacro orrore, di sgomenta religiosità, nessuna
creazione, nessun progresso potevano venir raffi-
gurati al di fuori di questo inquietante e fumoso
alone di segretezza soprannaturale, E il creatore,
l'artefice, l'interprete di quelle civiltà era il ma-
go, colui che sapeva il linguaggio degli astri o le
forze del fuoco o gli umori e î trasalimenti delle
viscere della terra. Oggi che l'uomo possiede una
ben più orgogliosa fiducia nelle proprie forze è
nelle proprie capacità razionali, che è ragionevol-
mente convinto di poter teorizzare ogni fenomeno,
servendosi poi di siffatte teorizzazioni come ce
altrettante basi © leggi per le proprie opere :
il creatore, l'artefice — e cioè il mago — è Tim in
gegnere. Né, a rigore, potremmo sostenere, per il
solo fatto di non conoscerne l' entità e la struttura,
che le officine, le apparecchiature, le macchine,
gli strumenti è gli alambicchi dei vecchi maghi
fossero meno perfezionati è potenti di quelli dei
maghi nuovi.
Del resto, cosa siamo soliti aspettarci, ormai,
dagli ingegneri se non degli altri miracoli? Con
l'eccezionale stadio raggiunto dal progresso tecno-
scientifico, ogni ulteriore tappa non fa che avwi-
cinarci sempre di più all'estremo confine dell'uma-
no. È probabile che non passeranno molti anni e
ad ogni notizia di nuovi risultati in questo campo,
proveremo un'altra volta una sensazione di shi-
gottito timore e dietro ad ogni conquista’ della
scienza e della tecnica, ci sorprenderemo a sospet-
tare chi sa quale trucco metafisico, quale stre-
goneria bella e buona.
Forse, a ben guardare, l'unico segno che è ma-
ghi odierni hanno a proprio vantaggio, nei con-
fronti dei loro colleghi del passato, è quello di
poter sfruttare nel lavoro i vantaggi dell'azione
collettiva, dell'organizzazione d' “équipe”. In-
dividualistica per cecellenza era la professione
del mago. Il quale anche con i discepoli e gli
scolari doveva camminare con i piedi di piombo,
basti ricordare i guasti e gli sconquassi causati
dal famoso ‘“ apprendista stregone". Oggi, in-
vece, pensare ad un ingegnere staccato dagli in-
gramaggi di una potente organizzazione collet-
tiva è quasi un non senso. Nel volume dedicato
a questa professione che Alberto Mondini ha di
recente pubblicato nella collana di saggi e inchie-
ste professionali “Il Bersaglio" (Vallecchi edito-
re), è minutamente esaminata e descritta la nuova
condizione di sottile equilibrio che i maghi mo-
derni debbono raggiungere, conciliando la voca-
zione alla libera professione con le esigenze e i
caratteri deî grossi organismi che forniscono loro
i più efficienti mezzi di lavoro. Anche coloro che
maggiormente sembrerebbero poter conservare un
margine alla propria indipendenza, cioè gli in-
gegneri edili, sono poi vincolati all'organizzazione
del lavoro collettivo : né di questo sembrano, per
verità lamentarsi, poiché quel tanto di nobile è
astratta anarchia che contraddistingue la libera
professione, con una sorta di compiacimento in-
tellettuale, gli edili la lasciano volentieri agli ar-
chitetti.
È evidente, che su tale terreno le grandi indu-
strie fanno la parte del leone, La loro preoccupa-
sione di alimentare continuamente i quadri con
ingegneri preparati ed efficienti î quali, ciascu-
no perfezionando la propria tessera, diano vita
a quel preciso e sorprendente mosaico che è la
produzione industriale, si spinge fino nell'univer-
sità ad individuare per un rapido inquadramen-
to post-laurea gli studenti più meritevoli. E le
industrie più aperte agli evoluti criteri del ren-
dimento, prolungano il periodo di preparazione
offrendo al neolaureato quei corsi di pratica
aziendale, senza dei quali tutta la teoria imma-
gazzinata durante gli anni accademici sarebbe de-
stinata a restare improduttiva perché inapplica-
ta. D'altra parte, poiché i maghi di oggi son
maghi razionali, sono tutti quanti assai contenti
di tale stato di cose che reputano il più favore-
vole alla buona riuscita delle loro future stre-
gonerie; E Mondini ci informa che, caso mai, si
rammaricano soltanto del fatto che i vantaggi
del lavoro organizzato collettivo non siano stati
alla loro portata anche in precedenza, durante
gli anni dell'università, sia mediante una più ra-
37
dicale attività di ricerca è d'esperienze articola-
ta a piccoli gruppi di studenti, assistenti e docenti,
sia mediante più assidui contatti con il mando
industriale.
Con lo scrupolo e la rigorosità d'informazione
che gli deriva anche dallo svolgere una qualifi-
cata attività di giornalista, Alberto Mondini ha
incominciato, infatti, questa inchiesta sulla pro-
fessione dell'ingegnere proprio dalle fondamenta,
ossia dal periodo degli studi universitari. Esigenze
e propositi degli studenti, piani di studio e orga-
nizzazione dei corsi teorici è delle prove pratiche,
problemi e pensieri sono stati fatti oggetto di una
indagine accurata che Mondini ha svolto attra-
verso una serie di sopralluoghi è di interviste con
professori © allievi in sei importanti sedi accade-
miche : è politecwici di Milano e Torino e le uni-
versità di Padova, Pisa, Genova, Napoli. È un
discorso preliminare che serve benissimo all'auto-
re per introdursi nel vivo della professione, per
cogliere tutti i sottili e molteplici aspetti di essa
(la facoltà di ingegneria contiene infatti in Italia
hen nove differenti corsi di laurea : civile, mec-
canica, elettrotecnica, chimica, navale, aero-
naulica, mineraria, elettronica, nucleare ; è quella
civile si divide a sua volta in sezione edile, se-
sione idraulica, sezione trasporti), per enucleare
© prospettare i punti controversi, dei quali il più
recente è quello inerente all'apertura della profes-
sione d'ingegnere aî geometri e periti, e il più
scottante è quello della riforma del piano di stu-
di secondo un sistema a doppio titolo di laurea
(dottore in ingegneria è ingegnere) che riecheggia
l'ordinamento in vigore megli istituti superiori
inglesi e nordamericani.
Prima di addentrarsi nell'illustrazione di quel-
la che potrà essere concretamente la carriera del-
l'ingegnere italiano, a seconda che scelga l'indu-
stria privata, quella a partecipazione statale 0
le telecomunicazioni, î cantieri edilizi o la co-
struzione di ponti e di dighe, Mondini si soffer-
ma ad esaminare la formazione teorica e profes-
sionale dell'ingegnere negli Stati Uniti e în Fran-
cia, in Inghilterra, in Germania, nell'Unione So-
vietica. E ancora un breve capitolo lo dedica
alle possibilità di lavoro che l'ingegnere italiano
può trovare all'estero. In realtà, quest'ultima pos-
sibilità è assai remota per il neolaureato, poiché
da noi l'assorbimento nell'impiego segue presso-
ché immediatamente la laurea e la facoltà di
ingegneria è quella che, più di ogni altra, garan-
tisce la rapida occupazione ai suoi iscritti. NÉ,
per diverso tempo, la cosa pare destinata a mu-
tare. Nonostante dalle università italiane, nel-
l'anno accademico 1960 siano usciti 16.934 în-
gegneri, noi siamo ancora lontani dai quasi
300.000 ingegneri în attività nella Germania
federale o dai 650.000 su cui punta l'Unione
Sovietica (108.000 laureati al termine dello
scorso anno accademico). Ma dello scrupolo di
completezza e di verità che ha mosso Mondini,
si è già detto. Al che va aggiunta l'ottima qua-
lità della scrittura e la profonda sostanza delle
riflessioni che il volume mette in vetrina. Sarà
forse il caso di aggiungere anche il suo all'elenco
dei nomi di ingegneri-umanisti che Mondini trac-
cia nelle prime pagine della sua inchiesta è che
comprende letterati illustri : da Burzio a Gadda,
da Sinisgalli a Olivetti. (M. M.)
Panorama
siderurgico
SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Sul mercato mondiale dell'acciaio la concor-
renza continua a manifestarsi vivace; la ri-
chiesta, pur segnando una lieve ripresa, perma-
ne in complesso debole e basse le quotazioni,
Anche i paesi della CECA che con l'Inghilter-
ra, il Giappone e gli Stati Uniti sono i maggiori
fornitori di prodotti siderurgici al mercato inter-
nazionale, risentono di questa situazione ma în
misura minore ‘del previsto perché compensati
dal soddisfacente andamento della richiesta in-
terna. Questa sembra anzi giustificare un au-
mento del livello produttivo, che finora è stato
inferiore a quello del 1961, allo scopo di ade-
quare l'offerta alla domanda permettendo nello
stesso tempo la costituzione di un confacente
carico di ordini.
Nei primi otto mesi dell'anno in corso le
aziende siderurgiche della Comunità hanno ri-
Produzioni Italsider
cevuto ordinazioni per 35.584.000 tonnellate di
laminati contro 34.754.000 tonnellate nello stesso
periodo del 1961. Le ordinazioni provenienti
dal mercato interno sono aumentate di oltre
il 5% e quelle dai mercati esteri sono dimi-
nuite del 9%.
Negli Stati Uniti l'attività produttiva del-
l'industria siderurgica non ha registrato varia-
sioni sostanziali perché l'afflusso delle ordina-
sioni subisce il freno costituito dalle riserve
esistenti presso i consumatori che non sono an-
cora scese, come era da alcuni previsto, ad un
livello normale.
SITUAZIONE ITALIANA
In Italia la richiesta di prodotti siderurgici
permane soddisfacente. Si prevede che quest'anno
il consumo d'acciaio supererà del 10 lo il li-
vello raggiunto nel 1961. La necessaria corrente
d'importazione è favorita dalla disponibilità di
prodotti sui mercati esteri che determina, fra
l’altro, una forte pressione concorrenziale so-
prattutto da parte dei paesi della CECA.
La produzione della nostra siderurgia è, dal
canto suo, in aumento ed i programmi d'im-
pianti sono stati accelerati nei limiti degli in-
comprimibili tempi tecnici.
luglio agosto
1962 1962
coke tonn, 190.804 198,706*
ghisa 292,994* 285.623
acciaio 355,395* 344.310
laminati a caldo 272.058" 218.814
laminati a freddo 42,140 39.173
getti di ghisa 8.650 4.843
getti d'acciaio, fucinati e rodeggi 7.321 6.062
armamento ferroviario 1.458 1,584
derivati vergella 3.933 2.779
carpenteria 1.848 1.511
tubi saldati 17.429 20.016
altri prodotti T4 T6
* muovi record mensili
L’incisione di Pierre Soulages riprodotta sulla copertina del n. 2-62 è stata edita dalla
«Galerie Berggruen e Cie» di Parigi e pubblicata per sua gentile concessione,
RIVISTA ITALSIDER > segreteria di redazione; ufficio pubbliche relazioni Italsider - via Corsica 4 - Genova
telefono 59:99. La riproduzione degli articoli è libera. Si prega citare la fonte. Stampa: AGIS -
Stringa - Genova, Clichés a colori: Denz - Berna. Clichés in bianco e nero:
Ceriale - Genova
L'Italsider
Sede centrale
via Corsica 4, Genova - telefono
19.99
Centri siderurgici e stabilimenti
Bagnoli (Napoli) - via Nuova Bagnoli 435
telefono 302.024
tondo - vergella - bordione - mastri stretti
laminati a caldo - travi HE (ad ali larghe) -
travi IPE - profilati - funi - reti saldate -
derivati dalla vergella.
Oscar Sinigaglia - via San Giovanni d'Acri 6
Genova-Cornigliano - telefono 41.07
laminati piani a caldo e a freddo - lamicrini
zincati - banda stagnata elettrolitica e ad
immersione.
Piombino (Livorno) - corso Italia 218 -
telefono 22.041
rotaie - barre e profilati - materiali per ar-
mamento ferroviario fisso.
Taranto - via Statte 1 - telefono 68.20
tubi di acciaio saldati di grande c medio
diametro.
Trieste - via di Servola 1 - telefono 93.027
ghise da acciaieria e da fonderia - lamiere
grosse,
Lovere (Bergamo) - via G. Paglia - telefono 10
rodeggi ferrotramviari - getti e fucinati di
acciaio.
Marghera (Venezia) - via del Commercio s
telefono 50.334
profilati
San Giovanni Valdarno (Arezzo) - piazza
Giacomo Matteotti 7 - telefono 80.030
profilati - materiali per armamento ferroviario
mobile.
Savona - corso Giuseppe Mazzini 3
telefono 27.941
getti e tubi di ghisa
Sfac - corso F. M. Perrone 13 Genova-Campi -
telefono 469,091
fucinati e getti di acciaio - lamiere grosse e
placcate,
Uffici vendita
Bologna, via Guglielmo Marconi 29/2
telefono 269.865
via Luigi Garaventa 2
telefono 592.831
corso di Porta Nuova 1
telefono 643.889
via Gugliecimo Marconi ss
telefono 312.448
galleria Porte Contarine 4
telefono 51.644
Palermo, via di Villa Trabia 3/4
telefono 291.540
Genova,
Milano,
Napoli,
Padova,
Roma, via Barberini so
telefono 489.061
Torino, corso Sebastopoli 34
telefono 673.918
PALAZZO DEL LAVORO
torno
Pri BSIBONI - dara Ra See
SEZEE VERTICHAI
I ro sarai
dr » È o z ” 5
dogra (»)(e) 1 ; dog rta (a)(e)
|euera quo pesemag cessast@na
— RITA PARTEDARI Dli CAITO devia Menta”
Nec Dei MiRITRO ressm rar dle
e sà
ammi ii a pt
en dada
Mira deprtone FA DeL Patto 5
i
3 Spes (e)
a
ji ‘9h fd)
n
sz
2
A -
2036 (e)
ad
DI rase + Qrmomcm DI Caspafcama
deo
Pad Bpa0 (#) (av)
T_quere
43
dda
PO Pasi » 2 taoncni re Carparonma
APGITODE DD IA na
s amis pagsneanie
| urta è avena desio comerstne
get
= è
.
sino sr
apt
Position: 173 (81 views)