Rivista Italsider, n. 1, 1960

Contenuto

Rivista Italsider, n. 1, 1960
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Gino Severini - "Nascita dell'Italsider" (1960)

- Capolavori in ferro al Victoria & Albert Museum, p. 2
- Il futuro dell'acciaio, p. 9
- Un giocattolo di Natale (disegni di Flavio Costantini e Emanuele Luzzati ), p. 16
- Le concentrazioni nella siderurgia europea, p. 22
- Cinema francese e due guerre, p. 30
- Verso una migliore preparazione professionale, p. 35
Data testuale
1960 dicembre - 1961 gennaio
Estremi cronologici
dicembre 1960 – gennaio 1961
Consistenza
pp. 40
Stato di conservazione
Ottimo
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/1
Collocazione
Emeroteca
contenuto
1.

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RIVISTA ITALSIDER







MIVINTA TPALSIDER

divo

la copertina: Gino Severini - «Nascita del-

l’Italsider» (1960)

Gino Severini è nato a Cortona nel 1883 €
vive a Parigi e a Roma. È considerato uno
tra i maggiori artisti contemporanei. Fu con
Balla e Boccioni uno degli ispiratori dell’ e-
stetica e della polemica futurista. La sua
aperta intelligenza, sollecitata dai problemi
della espressione artistica più nuova, ha con-
dotto anche al rinnovamento dell’arte sacra,
avvicinando alle idee religiose, con un gran-
de approfondimento interiore, le più audaci
ricerche moderne. È motivo d’orgoglio che
Gino Severini abbia voluto dedicare una sua
opera originale al primo numero della Rivi-
sta e alla imminente «nascita dell’ Italsider».

2° di copertina: il ferro di cavallo: simbolo di un
artigianato metallurgico che sta scomparendo

3° di copertina: la casa d’acciaio: uno dei sim-
boli della civiltà moderna

g di copertina: antico gallo segnavento fiam-
mingo in ferro battuto

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d'informazione aziendale per
il personale dell’ Ilva e della Cornigliano
Anno I - n° 1 - Natale 1960 - Capodanno 1961
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova n° 516

in data 28 dicembre 1960
abbon. postale - gr. IV - Fuori commercio

Spedizione in

SOMMARIO
Capolavori in ferro al Victo-

ria & Albert Museum pag. 2
Il futuro dell’acciaio » 9
Un giocattolo di Natale » 16
Le concentrazioni nella siderurgia

europea ). 32
Cinema francese e due guerre » 30

Verso una migliore preparazione
g
professionale » 35

A tutto il personale dell'Iva e della Cornigliano, cui è
dedicata la nuova Rivista Italsider, vada il più sincero

augurio di buon Natale e

Il presidente

della Cornigliano

Auguri per

Il varo di una nave, la copertura del tetto di
una casa, la presentazione di una nuova vettura,
il primo numero di un giornale sono, in fondo,
fatti abbastanza frequenti; eppure, ogni volta
che uno di questi avvenimenti si manifesta, c'è
qualcosa che reagisce al pensiero di considerarli
pura e semplice operazione tecnica.

In particolare ciò si manifesta per l'uscita di
un nuovo giornale, nel quale gli scritti sono
espressioni del pensiero anche se passate attra-
verso la cartiera e la tipografia.

Uno specialissimo significato ha infine un
giornale aziendale, nel quale si condensano tutti
i fatti e gli avvenimenti della comune famiglia
e nel quale non ci si rivolge ad estranei, ma ad
amici e collaboratori della vita di ogni giorno.

Il primo numero di “Italsider” è quindi per
tutti noi un fatto sentimentale, al quale anch'io
mi sento pienamente partecipe. Mentre simboli-
camente taglio il nastro per |’ avvio di questa
nuova realizzazione, formulo l'augurio che la
Rivista possa riprodurre la voce, il pensiero e
le aspirazioni delle migliaia dei suoi lettori.

Al comitato di direzione, al direttore ed in
particolare a quel magnifico animatore di que-
ste iniziative che è l'amico Ceccarelli, va il
mio grazie e l’augurio più sincero di pieno
SUCCESSO.

Il presidente
della Finsider



di un felice anno nuovo.

Il presidente

dell’Ilva



la Rivista

Nasce con questo numero la Rivista “Ital-
sider”. Il benvenuto e l'augurio più fervido che
sono lieto di dare al periodico destinato congiun-
tamente a tutto il personale dell’Ilua e della
Cornigliano, rappresentano qualcosa di più del
saluto che si suole rivolgere ad una nuova pub-
blicazione aziendale, ed acquistano un significato
ed una risonanza particolari.

In questo primo numero natalizio, infatti, i0
non vedo soltanto la nascita di una nuova Ri-
vista aziendale, ma anche e soprattutto l'espres-
sione di una nuova e più vasta comunità di la-
voro che sta sorgendo, nella quale converge-
ranno gli interessi di quasi trentamila lavora-
tori italiani, nella quale i depositari di una
lunga e gloriosa tradizione e gli uomini della
nuovissima siderurgia opereranno insieme, legati
strettamente da una stessa attività e dalle
stesse aspirazioni,

Un'unione basata su questi presupposti, ed
în cui si fonderanno, con un impegno solidale,
per un solo fine, le forze preziose dell'esperienza
e della moderna spregiudicatezza, è destinata
a dare i migliori frutti.

Auspico che di questi comuni intenti la Rivista
“Italsider” sia fedele interprete sì che tutti co-
loro ai quali è destinata possano trovare in
essa un valido strumento attraverso il quale
sempre meglio conoscere il mondo di lavoro di
cui sono partecipi e protagonisti.

L'amministratore delegato
dell’ Ilva e della Cornigliano

de

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PP PIRO

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Dal
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Capolavori
in ferro
al Victoria
& Albert

Museum

di Londra

Prendiamo la tela di un fiammingo, un
Van Eyck o un Van der Weyden, per esem-
pio, ed esaminiamo attentamente, minuzio-
samente, il suo contenuto, al di là dell’incan-
to meraviglioso dei volti e dei fascinosi rap-
porti di prospettiva e di colore.

Che cosa vediamo? Accanto agli sposi
Arnolfini, 0 al ritratto del superbo donatore,
ecco un interno domestico, disseminato di
tanti piccoli oggetti minuziosamente descritti:
un calamaio, un portapenne, una lente, una
bilancia, uno scrigno, un parafuoco, una ser-
ratura, delle chiavi, un lampadario; sugli og-
getti, la luce provoca qua e là metallici ri-
flessi.

Grande è l'emozione che provoca in noi
la vista di questi oggetti, di umile uso quo-
tidiano, colti “sul vivo” cinque secoli fa e
fermati per sempre sulla tela.

Ma forse maggiore ancora è l'emozione che
proviamo quando, senza la mediazione del-
l’artista, veniamo a contatto reale con questi
oggetti, sopravvissuti ai secoli e giunti fino
a noi.

Qui a Londra vi è quella che possiamo de-
finire senz'altro la più grande collezione
mondiale di oggetti di ferro, d’uso comune,
e fa parte del Victoria & Albert Museum.

La raccolta si trova nella galleria 114,
che corre su tutta la lunghezza del palazzo,
e contiene migliaia di pezzi di tutti i paesi
e di tutte le epoche, consentendo così un ef-
ficace raffronto, sia per quanto riguarda le
tecniche siderurgiche, sia per il trattamento
artistico degli oggetti.

Se vi è ancora qualcuno che pensa al ferro
come a qualcosa di arido e di bassamente
utilitario, un “genere” inferiore da utilizzare
per determinati scopi pratici ma negato al
mondo sublime dell’arte, visiti questa famosa
galleria 114 del Victoria & Albert Museum,
ed avrà la più totale delle smentite e la più
convincente delle dimostrazioni.



a sinistra: una serratura tedesca costruita in ferro e parzialmente rico-
perta da una lamina d’oro. È del VII secolo, un periodo in cui l'arte
siderurgica veniva definita per antonomasia «arte sassone ».

qui sopra: la porta della chiesa di Dunnington (Yorkshire) che risale
al XIV secolo,

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LI

Qui ogni piccolo oggetto utile, dai cardini
di una porta all’attizzatoio, diventa un pic-
colo capolavoro dove l’artigiano ha potuto
raggiungere piena dignità artistica. Ciò at-
traverso un sapiente trattamento a forgia del
pezzo, ottenendo risultati estetici positivi
utilizzando le sole “forme” funzionali del
pezzo, oppure attraverso decorazioni sovrap-
poste 0 incise. Nel primo caso, più frequente
negli anni del medio evo e fino al cinque-
cento, il lavoro è tutto del fabbro ferraio;
nel secondo caso interviene spesso la mano
di un maestro decoratore che può essere un
incisore, un cesellatore, uno specialista del-
l’ageminatura. Curiosamente possiamo os-
servare che la tecnica ed il gusto dei nostri
giorni hanno riportato ad un sistema più
vicino all’antico, con quell’industrial design
che si propone, in sostanza, di ottenere un
risultato estetico attraverso le parti esclusi-
vamente funzionali del pezzo, mentre il se-
condo sistema è più vicino all’ideale otto-
centesco e “liberty” dell’arte applicata, o
della decorazione.

Cominciamo coi lavori del medio evo in-
glese: i più antichi consistono in portatorcie,
balaustre e ringhiere, cardini e serramenta
di porte.

Ecco una magnifica porta di quercia a due
battenti, del secolo XII, dove i cardini si al-
lungano con semplici strisce di ferro termi-
nanti a punta. Il ferro, col caldo colore della
ruggine, contrasta col legno segnato qua e
là dai tarli del tempo.

Vi è poi la magnifica porta del transetto
dell'Abbazia di St. Albany, pure del XII
secolo. Il trattamento decorativo dei ferri è
rozzo e superficiale, ma un buon effetto este-
tico viene raggiunto facendo eseguire ai ferri
sei spirali simmetriche, mentre nel centro si
accenna a quattro foglie stilizzate.

Del più grande interesse è la porta della
cattedrale di Chichester, del XIII secolo,
consistente in sette pannelli decorati da spi-
rali, variate con rosette e fiordalisi. Di un rude
ed emozionante effetto è invece la porta della
chiesa di Dunnington (Yorkshire), del secolo
XIV.

I lavori del XV secolo risentono più diret-
tamente l'influenza dello stile architettonico,
il gotico, che si traduce più facilmente in
ferro di quanto non si potesse fare, ovvia-
mente, in pietra. Ecco così certe cancellate,
serrature, chiavi, portalanterne con motivi
tratti dalle guglie slanciate, dagli archi acuti,
dai profili trilobati: così la griglia tombale
dalla Snarford Church (Lincolnshire), o la
serratura dalla Beddington House (Surrey)
con le armi di Enrico VIII.

Ma qui occorre osservare che per il gotico
(che negli oggetti in ferro giunse fino al tardo
cinquecento) gli inglesi non raggiunsero mai
la finezza dei lavori italiani, poiché i nostri
artigiani, lavorando con barre sottilissime,



Piedi ditta



Fine. — | +

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dti et

Anche gli oggetti più umili, come questo ferro da cucina, usato per sospendere la pentola
sul fuoco, divenivano pezzi artistici di squisita fattura. Si tratta di un lavoro tedesco della
seconda metà del XVII secolo minuziosamente inciso con figure di animali.



a sinistra: i macellai del *700 usavano, per tagliare le carni, coltelli finemente cesellati.



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La decorazione di questa finestra di
Norimberga a quattro pannelli, del XVII
secolo, non è sovrapposta o incisa.
Essa è ottenuta semplicemente ac-
centuando le forme dei ferri inchio-
dati sui pannelli di legno, o dise-
gnando a motivi vegetali le estre-
mità dei ferri.

riuscirono ad ottenere effetti di leggerezza
inarrivabili. Per il seicento è nettamente av-
vertibile, in tutti i lavori i esi, l'influenza

an Tijou, che introdusse nell’isola l’in-
fluenza del barocco francese, salvo che per
lo stile elegante ed autonomo dei fratelli
Adams, celebri esecutori di balaustre, pan-
nelli, parti di caminetti fino a settecento
inoltrato.

Di tipo particolarmente fine ed appr
bile le serrature e le chiavi inglesi, che veniv
infatti esportate largamente in Francia e nel
resto d’Europa.

Magnifica la banderuola della \Woodcut
House, del 1758, con la struttura a candela-
bro, la bandierina con la data ed i quattro
punti cardinali in grandi lettere ritagliate nella
lamiera.





La sezione tedesca è naturalmente ricchissi-
ma di oggetti, specialmente a partire dal XV
secolo. Si tratta di un periodo in cui, come
noto, l’arte siderurgica si definiva “arte sas-
sone” per antonomasia.

Qui gli oggetti più umili, come un paio
di forbici o un paio di molle, un lungo paio
di molle che serviva per raccogliere la brace
ed accendersi la pipa, diventano pezzi artistici
di prim’ordine, lavorati minuziosamente al
bulino, con figurine quasi miniate, e spesso
decorati con oro. Bisogna però osservare che
questi artisti tedeschi, per quanto abbiano
raggiunto una profonda specializzazione, han-
no spesso esagerato nella decorazione fine a
se stessa, sovraccaricando minuscoli oggetti di
figure fiabesche, maschere fantastiche e com-
plicati intrecci di fogliame.

Certo alcuni pezzi sono bellissimi, e hanno
una carica emotiva indicibile: bracieri per ri-
scaldare le camere, padelle per caldarroste,
cofanetti complicati, con decine di tiretti
tutti riccamente figurati. E ancora compassi,
ferri chirurgici, coltelli da cucina, portacles-
sidre, catene da caminetto, e ancora serrature
e chiavi di ogni tipo.

Fermiamoci un momento a contemplare
questa finestra a quattro pannelli, da Norim-
berga, del XVII secolo, In essa la decorazione
non è sovrapposta o incisa, ma ottenuta sem-
plicemente accentuando le forme dei ferri
inchiodati sui pannelli di legno, o disegnando
a motivi vegetali le estremità dei ferri stessi.
Qui i cardini ed i molloni vengono ad assu-
mere grande valore decorativo, e l’atmosfera
è subito quale ce la tramandono i famosi qua-
dri dell’epoca, o quale l’ha ricostruita il re-
gista Feyder nel film “La Kermesse eroica”.

E che dire dell’ingenua poesia di questo
gallo segnavento da campanile, che sembra
cotto al forno come quelli, di pandolce, che
si fanno nelle campagne italiane per la Pasqua?

Pochi ma emozionanti sono i lavori russi,
naturalmente dei periodi successivi a Pietro
il Grande. Vi sono basi di samovar, bracieri,
incensieri, preferibilmente traforati, ed una
magnifica sedia dove il ferro acquista la tra-
sparenza del merletto.

I lavori francesi sono naturalmente molti e
pregevoli, provenendo da un paese che fin
dai tempi dei Celti sviluppò una raffinata ci-
viltà del ferro.

Accanto ai pezzi di stile gotico e rinasci-
mentale, abbondano qui i pezzi barocchi e
“rococò”, provenienti dai castelli francesi e
dai palazzi di Versaglia e Fontainebleu. Stu-
pendi sono certi servizi ‘“da caminetto”, con
alari, schermo parafuoco, attizzatoio, catene,
griglie: ogni pezzo ripete gli stessi motivi
vegetali, o animali, araldici o mitologici.

Magnifici sono alcuni catenacci in acciaio,

a sinistra: portaspade da una chiesa della City (1816).

a destra: la Francia, che fin dai tempi dei Celti svi-
luppò una raffinata civiltà del ferro, è presente al Mu
seo Victoria & Albert di Londra con molti e pregevoli
lavori. Nella foto, una chiave per serigno del diciasset-
tesimo secolo,

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.

con impressa la “F” di Francesco I°, e de-
corati con cavalli e cavalieri con barda e
armatura.

La sezione spagnola è pure ricchissima, ed
in essa i pannelli di porta, gli scrigni, i cofa-
netti c le serrature denunciano sempre l’in-
fluenza dell’arte araba. Effetti policromi sono
spesso raggiunti con l’aggiunta di altri me-
talli o con la doratura, ma spesso ci troviamo
di fronte a pezzi di un “candore” primitivo,
strettamente imparentati all’art nègre.

Ma la sezione più vasta di tutte è quella
italiana, ricchissima di pezzi eccezionali, spe-
cialmente a partire dal ’500.

I pezzi medievali non sono molti, ma ba-
stano a documentare l’alto grado di perfe-
zione raggiunto dai nostri artisti, che non
hanno mai raggiunto eccessi decorativi né
hanno mai tradito il materiale imitando il
ricamo o la filigrana, ma hanno sempre otte-
nuto pieno risultato artistico sfruttando le
qualità intrinseche del materiale. Ecco così
roste, griglie, campanelle, portafiaccole, e
oggetti domestici d’ogni genere, di inegua-
gliabile finezza e leggerezza. Sono oggetti
che in parte, per fortuna, si possono ancora
vedere al loro posto in certe città italiane, come
Siena, Perugia, Firenze, S. Gimignano. Ma
qui sono offerti tutti insieme, staccati dall’am-
biente, sottoposti ad un esame minuzioso, e
non si può concludere che ricordando le
parole del Vasari « Vedesi in quelle lumiere
meravigliose le cornici, le colonne, i capitel-
li e le mensole saldate di ferro con meraviglioso
magistero: né mai ha lavorato moderno alcuno
di ferro machine sì grandi e sì difficili con
tanta scienza e pratica ».

Molte sono le serrature e chiavi italiane,
specie milanesi e toscane, molte le cancellate
e roste da Siena e da Venezia.

Ma gli oggetti minuti sono anche qui i
più belli ed i più toccanti: coltelli, bilance,
ferri da stiro, cofanetti ecc.

Almeno una cinquantina (mentre in Italia
io ne ho visto assai raramente qualche esem-
plare isolato!) sono quei curiosi ferri da far
cialde, che si chiamano schiacce. Sono arnesi
formati da due dischi di ferro, infissi su due
lunghi manici imperniati a forbice: i dischi
di ferro hanno un disegno in rilievo, in modo
che schiacciando la pasta si ottiene la cialda,
e sulla sua superficie si ha il disegno del
disco. La loro origine pare sia umbra, ma
poi si sono diffusi per tutta la penisola. Le
figure incise sui dischi sono di scene di ge-
nere, è hanno un po’ il gusto delle carte da
tarocchi.

Così, con l’ ampia sezione italiana, può
terminare questa nostra sintetica visita alla
“galleria del ferro” del Victoria & Albert
Museum. Essa ci ha insegnato che la fantasia
dell’artista, lungi dall’incontrare ostacoli nella
durezza del ferro e nella difficoltà della sua
lavorazione, ha potuto ottenere alti risultati
proprio sfruttando abilmente le caratteristiche
del materiale. Vi sono qui dei pezzi che non
hanno davvero nulla da invidiare ad un
pezzo di oreficeria etrusca, o ad una giada
cinese, 0 ad un avorio indiano.





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Panorama
siderurgico

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

Uno sguardo d’insieme alla situazione economica mondiale permette
di considerare il 1960 come un anno di intensa attività per l'industria
siderurgica, sia per l'elevato ritmo produttivo, sia per gli ampliamenti e
le costruzioni di nuovi impianti. Unica eccezione di rilievo è stata costi-
tuita dagli Stati Uniti d’ America. La produzione d'acciaio di questo
paese, dopo un alto livello nel primo semestre, ha infatti registrato un
ritmo di decelerazione, che ha portato gli stabilimenti a un gettito di
produzione pari appena al 50% della loro capacità. La situazione pare
comunque prossima a un miglioramento.

SITUAZIONE ITALIANA

L’Italia nello scorso anno ha registrato un notevole incremento in
quasi tutti i settori industriali, specie in quello siderurgico, incremento
che è stato superiore a tutti i precedenti e alle stesse più ottimistiche pre-
visioni.

La produzione d’acciaio del nostro paese ha superato gli 8,2 milioni
di tonnellate : oltre 1,4 milioni di tonnellate în più rispetto al 1959.

Al nuovo primato annuale di produzione d'acciaio ha corrisposto
un ancor più elevato primato del consumo che, per l'eccedenza delle impor-
tazioni sulle esportazioni, può essere valutato in oltre 8,5 milioni di tonnellate.

Tale consumo, che corrisponde a più di 170 Kg. per abitante contro 65 Kg.
nel 1950, costituisce indubbiamente l'elemento primo per la constatazione
dell'entità del progresso industriale da noî compiuto nell'ultimo decennio.

Le prospettive del nostro mercato siderurgico si presentano inoltre
sempre tali da giustificare appieno l'attuazione di tutti i programmi di
sviluppo.

L’ILVA E LA CORNIGLIANO

Il risultato conseguito dalla siderurgia italiana in questi ultimi anni
è dovuto in gran parte all'Ilva e alla Cornigliano, le due maggiori aziende
della Finsider che sono anche le due maggiori aziende siderurgiche italiane.

Nel 1960 la loro produzione di ghisa si è aggirata su 2.400.000 ton-
nellate e quella d'acciaio su tonn. 3.060.000, pari all'84%, e al 38% delle
corrispettive produzioni nazionali. L'incremento rispetto al 1959, dovuto
in massima parte all'entrata în esercizio di nuove unità di produzione
e a potenziamenti di impianti, ha così potuto raggiungere il 29%, per
la ghisa e il 25%, per l'acciaio.

Al lusinghiero andamento delle produzioni ha corrisposto per l’Ilva
e per la Cornigliano un altrettanto elevato andamento delle vendite. Ma,



più che per questi risultati, nello scorso anno l'Ilva e la Cornigliano hanno
attratto l’attenzione del mondo industriale per l’impegno nell'attuazione
dei loro programmi, nei quali è accentrata, come è noto, la quasi totalità
del grandioso piano della Finsider per portare la produzione d'acciaio
delle proprie aziende a 8,7 milioni di tonnellate nel 1965.

Oltre alla costruzione, demandata all’Ilva, del nuovo centro siderur-
gico a ciclo integrale di Taranto, sono infatti in corso i lavori miranti ad
aumentare notevolmente la capacità produttiva dello stabilimento “Oscar
Sinigaglia” della Cornigliano e di tutti gli stabilimenti a ciclo integrale
dell’Ilva. Quest'ultima azienda continua inoltre ad ulteriormente potenziare
gli altri suoi impianti dislocati in ogni parte d’Italia.

Le principali attuazioni del 1960 sono state :

- presso lo stabilimento “Oscar Sinigaglia”: l'installazione di un
nuovo convogliatore per rotoli, di una modernissima linea di taglio per
lamiere e la costruzione di due ampi magazzini per prodotti finiti ; sono
inoltre stati iniziati lo sbancamento della collina di Forte Monte Croce,
per ottenere il materiale necessario al riempimento di una nuova area
occupata dal mare, le costruzioni di un nuovo altoforno, che potrà produrre
750.000 tonnellate di ghisa all'anno, di due batterie di forni a coke, di
4 nuove coppie di batterie di forni a pozzo, di due nuovi impianti per la
produzione di ossigeno e l'ampliamento dei forni di ricottura.

presso lo stabilimento di Bagnoli: in marzo è entrato in esercizio un
nuovo modernissimo altoforno e nell'aprile un nuovo blooming ; sono anche
stati terminati la costruzione di un quinto convertitore Thomas, di una
quarta batteria di forni a coke, la ricostruzione della prima batteria di
forni a coke, il potenziamento della centrale termoelettrica e il prolunga-
mento di 100 metri del pontile nord ; sono stati iniziati il rifacimento della
seconda batteria di forni a coke, la trasformazione del laminatoio da mm.
920, che potrà produrre non solo grossi profilati ma anche travi ad alî
larghe, il potenziamento del treno per nastri stretti e l'ulteriore prolunga-
mento di 100 metri del pontile nord ;

— presso lo stabilimento di Piombino: nella primavera dello scorso
anno è entrato in esercizio un nuovo e modernissimo altoforno, capace
di produrre 1000 tonnellate di ghisa al giorno; sono stati terminati il
potenziamento della coheria e la deviazione di Corso Italia per ottenere
una nuova area necessaria all'attuazione del programma d'espansione.
Fra i lavori in corso si segnalano il prolungamento del pontile, l’installa-
sione di nuovi scaricatori per materie prime, il potenziamento della cen-
trale termoelettrica e la modifica all’altoforno n. 2.

L’Ilva ha proseguito a ritmo intenso anche l’attuazione dei programmi
per tutti gli altri suoi stabilimenti. Si ricordano l’inizio dei lavori a Novi
Ligure per la costruzione del nuovo centro di laminazione a freddo delle
lamiere sottili, l’entrata in esercizio a Lovere del nuovo impianto di colaggio
sotto vuoto e il potenziamento del reparto fucinatura, il programma del-
aumento della capacità produttiva di ghisa a Trieste che passerà quanto
prima alla fase esecutiva.



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10000 8000 6000

teoria del Piwowarsky si basa su di un principio fondamentalmente
noto: sia i fenomeni biologici che quelli storici sono soggetti alle
leggi dell'evoluzione, ossia presentano una fase di nascita e di crescita
sino ad un massimo, poi una fase di decadimento che porta alla loro
scomparsa. Ma la fine della fase ascendente dà luogo allo sviluppo di
una nuova parabola vitale, spesso più attiva di quella che l’ha preceduta.

Ebbene, queste leggi dell'evoluzione sarebbero valide anche per le
materie prime usate dall'uomo attraverso i secoli, e possono essere
delineate, nel campo tempo-impiego, da curve cronologicamente cor-
rispondenti alle epoche che definiamo in modo grossolano
“età della pietra”, “età del bronzo”, “età del ferro”

Attualmente, noi ci troviamo nel ramo ascendente della curva
“ferro”, ma saremmo già prossimi al suo vertice, prossimi per modo
di dire: il culmine della parabola verrebbe toccato verso l’anno
3000. Nel frattempo è già iniziato il primo ramo di una nuova
curva evolutiva, quella dei metalli leggeri e dei materiali sintetici.

Gli studi del Piwowarsky si basano, in gran parte, su di un ba-
gaglio consuntivo di avvenimenti dei quali non è lecito dubitare;
ripropongono, inoltre, gli estremi di una legge ciclica che si deve ri-
tenere valida. Ma sino a che punto sono attendibili le previsioni future?

Cerchiamo di rispondere a questa domanda, senza perdere di vi-
sta l’entità del fattore tempo.

Vorremmo, anzitutto, scindere l’età antica del “ferro” da quella

nostra — dell’ “acciaio”. La distinzione può essere necessaria non
tanto per inserire nel diagramma dello studioso tedesco una curva
che — al momento attuale — sarebbe al suo primo inizio, quanto per
mettere in evidenza il carattere unico ed eccezionalmente industriale
della siderurgia moderna, in contrapposto a quello alchimistico ed
artigianale del “ferro”, La nascita della siderurgia intesa come scienza
si può far risalire al 1786, anno in cui l'inglese Priestley scoprì la fun-
zione del carbonio nell’acciaio. Da allora, la lega ferro-carbonio si è
andata via via sviluppando e differenziando nelle infinite combina-
zioni dei suoi costituenti principali con quelli aggiuntivi, tanto da
far assumere alla parola “acciaio” un significato di grande vastità.

Insieme al diffondersi delle leghe ferrose, si è avuta una rapida evo-
luzione delle tecniche siderurgiche, passate dai processi “al crogiolo”
e “per puddellaggio” a quelli ‘“Bessemer”, ‘Martin-Siemens” ed



II



1000 2000 a.C. 0 dC. 2000

Questo grafico (n. 1) rappresenta l’impiego relativo dei materiali usati dall’ uomo
nel tempo. Come si vede, la curva superiore tratteggiata, che rappresenta | anda-
mento complessivo della civiltà, comincia ad ascendere con l'apparizione dei metalli
pesanti, circa 8000 anni or sono, e si avvia decisamente verso l'alto quando l’uomo,
2000 anni prima di Cristo, scopre il ferro.

a sinistra: questa è la “ matita fiammeggiante”, l'aereo inglese “ Bristol T. 188”
costruito interamente in acciaio saldato, già in fase di realizzazione. Potrà volare
a velocità superiori ai 2,400 km, orari. Solo un involucro d'acciaio, opportunamente
trattato, può resistere a tali velocità e alla temperatura di oltre 200 gradi svilup-
pata dalla compressione e dall’attrito dell’aria sulle superfici esterne.

in basso: il ponte di Brooklyn, a New York, la cui costruzione fu iniziata nel 1867,
Il progettista, ing. John A. Roebling, si propose con quest'opera mirabile di dimo-
strare le possibilità costruttive offerte dai cavi d'acciaio.

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tonneflatefanno tonnellate/anno

2x 107 2x 108





1x 107







6x 106





4x106





2x106































































































































1x 103
1820 1840 1860 1880 1940 1960 1980 1860 1880 1900 1920 1940 1960

I due grafici in alto (n. 2 e n. 3) illu-
strano lo sviluppo e la decadenza delle
tecniche siderurgiche rispettivamente
nella regione renano-westfalica e negli
Stati Uniti d’ America. In entrambi i
grafici compare, attorno al 1950, il
all’ossigeno la cui
ità di ascesa mai
riscontrata in nessuna delle tecniche
precedenti.
Il grafico in basso (n. 4) è il diagram-
ma delle fonti di energia sfruttate dal-
Puomo nel tempo. Il progresso tecnico
spinge Puomo a cercare di sfruttare
sempre meglio ogni fonte di energia
naturale: anche | aequa e | aria
sono tornate nella nostra epoca ad
essere utilizzate in misura impreve-
dibilmente elevata.





tI

DI

Li

-
PA

Il rotore d'acciaio di un gigantesco turbogeneratore di energia elettrica.

ettrico””, mentre in questi anni con la prepotenza del più forte

va affermando il processo “‘all’ossigeno”,

Ora, se riportiamo in diagramma i tonnellaggi prodotti nel tempo
ndo i suddetti sistemi, ritroviamo una famiglia di “parabole di
izione” il cui andamento, singolo e mutuo, è molto simile a quello
ato dal Piwowarsky per l’impiego dei materiali. Diagrammi di
ti da H. Schenck per la produzione della
a W.S. Debenham per la
merica, e sono riportati rispettivamente

ere sono stati tr:
e renano-westfalica settentrionale,
zione degli Stati Uniti d’,

grafici 2 e 3. Essi sembrano costituire, in un certo modo, una ri-

f

prova della validità delle teorie del Piwowarsky ma, ad un più attento
esame, ne mettono in dubbio la suggestiva logicità. Difatti, mentre
i processi ‘“Martin” ed “elettrico” si stanno avviando al momento
verso il ramo discendente delle loro curve, il processo in
e quando anche questo sarà prossimo
a punto un nuovo mi-
nulla vieta di
ruente

all’os-

attuale
ascesa è quello
al suo culmine, sarà certamente
gliore procedimento destinato a
continuare all’infinito questo modo di ragionare, appare cons
clino della siderurgia. Inoltre,
mmi le «curve di inviluppo» tratteg-

“all’ossigeno”;
stato messo
sostituirlo. Poiché
sostenere l’improbabilità del

servazione che nei due dia





Curva delle produzioni globali di acciaio
nel tempo in milioni di tonnellate (n. 5)

giate (si chiamano così le linee che uniscono le varie curve di un
diagramma e servono a rappresentare l'andamento complessivo delle
curve stesse) denunciano un diminuire progressivo dell’angolo di incli-
nazione, è facile ribattere che il massimo al quale esse tendono potreb-
be essere non un massimo assoluto ma relativo, cioè provvisorio,
suscettibile di ulteriori aumenti in relazione all’evolversi della tecnica
come si è verificato — ad esempio — nel caso delle curve di utilizza-
zione delle energie idraulica ed eolica (pubblichiamo a pagina 12 un
diagramma - n. 4 - delle fonti di energia sfruttate dall’uomo nel tempo)
che hanno avuto, nella nostra epoca, un ritorno quanto mai impre-
vedibile e lusinghiero. Questa ipotesi del massimo relativo è avva-
lorata, del resto, dal particolare andamento della curva dell’acciaio
“‘all’ossigeno”, il cui ramo iniziale, ha una ripidità mai riscontrata
nelle curve delle tecniche precedenti, tanto da far prevedere un
prossimo raddrizzamento della curva di inviluppo. Una ulteriore
conferma ci viene dall’esame della curva delle produzioni globali di
acciaio nel tempo, grafico n. 5, calcolata sulla base dei programmi di
massima e delle previsioni sino al 1975, anno nel quale la produ-
zione mondiale d’acciaio dovrebbe elevarsi a 630 milioni di tonnel-
late. Dal 1975 al 2000 si pensa che la produzione possa raggiungere
il miliardo di tonnellate annue!

Passando a considerare quali cause potrebbero portare all’abbando-
no della siderurgia, esse non possono essere che due: reperimento di



1900

1925





1950 1959 1975 anni

* dato di previsione

L’architetto Eero Saarinen ha pro-
gettato per |’ Università Yale, New
Haven, Connecticut, la nuova pista
per l hockey su ghiaccio. L’ edificio
è costato circa un milione di dollari
ed ha un soffitto flessibile trattenuto
da speciali sospensioni d’ acciaio.
L’interno è illuminato da lampade
fluorescenti, che pendono dal soffit-
to, e la bellezza della pista è resa
ancor più suggestiva dal colore bianco
avorio delle gradinate in cemento.

nella pagina a fianco: particolare di
un giunto composito in elementi
d'acciaio, ideato da K. Wachsmann
per costruzioni prefabbricate.

“n

nuovi materiali più convenienti, o esaurimento delle fonti di minerale.
Di ‘eredi dell’acciaio” si è sempre parlato: leghe metalliche di
basso peso specifico, prodotti chimici di sintesi, resine e polimeri.
Pur senza sminuire il notevolissimo sviluppo di questi nuovi mate-
riali, possiamo affermare con tranquillità che nessuno di essi ha mi-
nimamente messo in pericolo il regno delle leghe ferrose, né si sa come
possa farlo in avvenire. I casi in cui l’acciaio ha avuto dei succedanei
sono molti; ma per ciascuno di essi ve ne sono dieci — nuovi — in
ui “l’essenza siderea” si dimostra di gran lunga la più adatta o la più
economica. Si è calcolato che — nel 1958 — le materie plastiche ab-
ino sostituito non più del 2%, dei prodotti di acciaio, senza tener
nto, naturalmente, dei muovi usi cui l’acciaio è stato destinato.
Lo stesso campo aeronautico — orientato meglio di ogni altro,
r “forma mentis” e per disponibilità di mezzi, verso nuove tecnologie
deve far ricorso alle leghe ferrose per risolvere i gravi problemi
‘onnessi con la necessità di disporre di materiali che mantengano ad
alta temperatura caratteristiche meccaniche di notevole valore. È

caso — per fare un esempio — del nuovissimo bireattore inglese
Bristol 'T-188”, progettato per una velocità di crociera superiore ai
due mach, cioè più di due volte la velocità del suono; ed è — generaliz-
ando — il caso di tutti gli aeromobili e missili dotati di velocità su-

personiche, alle quali, per effetto del calore di attrito con l'atmosfera,
le leghe leggere non resistono. Impieghi dettati da motivi analoghi
a quelli ora detti, si hanno nelle ruote-turbina dei motori a reazione e
nei rotori delle turbine a gas, nonché in quasi tutte le parti costituenti
gli organi essenziali delle centrali nucleari sperimentali e di potenza,
e dei motori atomici.

I nuovi sviluppi della tecnica — acquisita ed avveniristica — sono,
in effetti, funzione diretta dell’acciaio, concepito nella mirabile varietà
delle caratteristiche chimico-fisiche che lo fanno adatto alle esigenze
di qualunque realizzazione. È, appunto, questa versatilità senza limiti
che rende impossibile — a nostro avviso — il ritrovamento di un
“sostituto totale”, e nega la legittimità della curva dei metalli leggeri
e resine, Non va dimenticato, infatti, che nel diagramma n. 1a pag. 11
ciascuna curva è rappresentativa di un materiale che dà — sopra ogni
altro, anche coesistente — una impronta assoluta all’epoca che gli
corrisponde; e ci sembra che, con questi concetti, l’età dei nuovi ma-
teriali non possa ancora dirsi iniziata. Se come abbiamo proposto

la curva dell’acciaio si fa separata da quella del ferro, essa è la
“nuova” curva e, pet le leggi già dette, deve restare la sola sino a che
non si avvicini al suo culmine.

La seconda causa di un possibile declino della siderurgia — quella
dell’esaurimento delle miniere — presenta una mediocre probabilità.
In questo ultimo ventennio, la produzione mondiale di acciaio è stata
di circa quattro miliardi di tonnellate: più di quanto se ne fosse consu-
mato nei millenni precedenti. Ma la produzione prevista per il venten-
nio che va dal 1980 al 2000 dovrebbe superare i quindici miliardi di
tonnellate. Le produzioni di un futuro più lontano sarebbero, quindi,
tali da far temere un effettivo depauperamento dei minerali, se non ci
tosse da attendersi la localizzazione di nuovi giacimenti: molte regioni
del globo sono ancora inesplorate, così come i fondali marini ed il
ucleo stesso della Terra che si ritiene costituito, in buona parte, di

ro,

I





Per coloro che, nonostante le considerazioni fatte, avessero ancora
dei timori circa la longevità della siderurgia, possiamo aggiungere
- per concludere — un ultimo convincente argomento dettato da una
facile constatazione: l’acciaio è un materiale giovane, non ancora piena-
mente conosciuto, ricchissimo di ulteriori sviluppi qualitativi; occor-
rerà un tempo indefinito prima di poterne esaurite le possibilità di
Impiego.
Del resto, nel diagramma di Piwowarsky l’unità di misura è il
millennio, e l'andamento della curva del ferro — ammesso che sia
giusto — fa prevedere, come s’è detto, il culmine non prima dell’anno



L’acciaio ha, dunque, un meraviglioso avvenire dinanzi a sé. Se
dei dubbi possono esserci, essi riguardano — piuttosto — l’avvenire
del genere umano, al quale l’esistenza ed il modo di utilizzazione del
metallo sono legati, ormai, in modo indissolubile.

Ma perché essere pessimisti a tutti i costi?





16

Un
giocattolo

di Natale

Il progresso tecnologico ha raggiunto il mondo
dei giocattoli. Anche i nostri bambini diverranno
«schiavi delle macchine »? Crediamo di no:
niente può imprigionare la fantasia dei bambini
ed ogni robot, per quanto complicato, resterà
sempre il servo fedele dei loro giochi. Saranno
invece, come al solito, i padri a divenire schiavi
dei giocattoli-macchine, sempre più complicati
da smontare, sempre più difficili da riparare.
Protagonista di questo racconto natalizio di Lu-
ciano Rebuffo è proprio uno di questi padri,
già asservito alle macchine dell'infanzia.
(disegni di Flavio Costantini)

« Papà, si è fermata la jeep ».

Mio figlio arriva di corsa, porgendomi la
jeep di latta che gli ho regalato per Natale,
una jeep della polizia, con tanto di faro e di
sirena, e con un poliziotto che ogni tanto
telefona mentre la jeep si ferma per poi ri-
partire con un lungo urlo della sirena; una
macchina magnifica, che quando incontra un
ostacolo si ferma, retrocede e prende una
diversa direzione, facendo tutto questo da
sola.

« Papà, si è fermata la jeep».

Mio figlio tende caparbiamente la jeep verso
di me, e mi guarda con impazienza, sì, ma
anche con totale fiducia.

Io lancio uno sguardo obliquo alla jeep,
e confesso che questa piccola macchina che
si è fermata mi ispira una certa diffidenza.
Chissà poi perché si è fermata! Chissà cosa
avrà! Ma avrà poi veramente qualcosa? Può
darsi che non abbia nulla, che sia un capriccio
passeggero.

Debbo confessare che io ho sempre questo

atteggiamento irrazionale verso le macchine
e i meccanismi che si guastano: penso sem-
pre che possano riprendersi da soli, come una
guarigione, o come il superamento appunto
di un capriccio passeggero.

«Prova ancora, vedrai che la jeep ripartirà.
Scuotila un po’, e lasciami in pace. Non vedi
che papà legge il giornale? ».

In fondo io sono un uomo all’antica, e
quando una cosa non va (la radio, il televisore,
il rasoio elettrico, l'orologio) provo sempre
a scuoterla un po’.

Intanto riprendo la lettura del giornale, ma
non seguo quello che leggo, sento che dalla
camera vicina non giunge alcun rumore, né
di sirena né d’altro, e confesso che sono un
po’ preoccupato.

Ecco infatti che mio figlio si ripresenta
con la jeep in mano: « Papà, la jeep non parte.
Aggiustala, per favore ».

Il suo sguardo è fermo, tranquillo, come
di uno che subisce un piccolo contrattempo
ma sa bene che in breve tutto sarà superato.
Gli prendo di mano la jeep ed egli siede sul
tappeto e aspetta sereno: beato lui!

To cerco di darmi un contegno, guardo la
jeep con autorità, la giro e la rigiro lenta-
mente con la mano, lancio uno sguardo fur-
tivo a mio figlio ma per fortuna egli non
mi guarda.

Sento che comincio a innervosirmi: no!
Ci vuole calma, molta calma. In fondo
non si tratta che di un piccolo giocattolo,
che diamine! Ecco, vediamo un po’ le pi-
le: certamente sono le pile elettriche che
non fanno contatto! Ricordo di aver visto
il venditore quando le inseriva, una per lato:
apro due piccoli sportelli, come due baga-
gliai, ed ecco le pile. Fanno un contatto per-
fetto: le molle, nuove fiammanti, le spingono
con forza verso la linguetta metallica. No,
non sono le pile. Pazienza.

Mio figlio è sempre seduto sul tappeto e
aspetta fiducioso. Posso tradire la sua fiducia?

Ecco un'idea: certamente le pile saranno
scariche. Sono fissato con le pile, forse per-
ché sono la prima cosa che si vede dall’ester-
no.

Nella scatola di cartone che conteneva la
jeep ci sono due pile di riserva, e mando mio
figlio a prenderle. Egli va e torna in un bale-
no, porgendomi le due pile muove. Io le
metto al loro posto, poi dico a mio figlio
di provare la jeep. Mi inginocchio sul tappeto
accanto a lui, e sono piuttosto tranquillo. Ma
la jeep non parte.

«Non erano le pile. C'è un guasto dentro.
Riparalo! ».

Mi sembra che mio figlio cominci a farsi
insolente, glie lo dico e aggiungo anche che
se la jeep non funziona più chissà cosa le
avrà fatto, come l’avrà trattata!

Si mette a piangere, corre da sua madre
che arriva di corsa e mi grida le solite cose:
che io non so trattare con il bambino, che lo
faccio piangere, che sono nervoso ecc. Me-
no male che non ha detto che non so ripa-
rare i giocattoli, che è quello che temevo di
più.






































Rimasto solo, giro e rigiro la jeep da tutti.
i lati: devo assolutamente ripararla, non pi a
so tradire così la fiducia di mio figlio e gio
carmi il mio prestigio. Però, anche a questi.
giapponesi, coi loro giocattoli elettrici ultra-
complicati, che cosa viene loro in mente?
Noi giocavamo con piccole automobiline a
molla, e come ci divertivamo! E anche con
un semplice cavallino di legno dipinto:
volta me ne regalarono uno per Natale, tanti
tanti anni fa, e a me pareva proprio di toc-
care il cielo col dito. Ora, è roba da matti, e
per far divertire un bambino di otto anni ci
vuole una jeep elettrica con le pile a tre volts,
che per ripararla ci vorrebbe un ingegnere,
ci vorrebbe. d

Col cacciavite che tengo nel cassetto della
scrivania, forzo le graffette laterali ed apro
la jeep: più complicato di un apparecchio
telefonico. Lamine ramate, un motorino elet-
trico come quelli veri delle pompe, dieci 0
dodici fili verdi e rossi che corrono in tutte
le direzioni, al centro un disco snodato, che
porta le due ruote motrici piazzate al centro
e invisibili dall'esterno, e sono quelle che
fanno cambiare direzione al veicolo quando
incontra un ostacolo. E questo filo giallo do- |
ve va? Lo seguo e vedo che comanda il brae-
cio dell'agente col telefono. Questi giappo-
nesi, che il diavolo li porti!

Confesso che non so da dove cominciare.
Al massimo provo a tirare un po’ i vari fili,
per vedere se ce ne fosse qualcuno staccato.
Sono tutti a posto. Che fare?

Nel frattempo ritorna mio figlio con sua
madre, si avvicina col sorriso della pace e mi
fa: « Papà, aggiustala in fretta, per favore, |
sii buono ».

Lui ha fretta, chissà cosa pensa, forse
nel momento in cui si è guastata la jeep
stava proprio per afferrare la pericolosa ban-
da delle macchinette a gettone, forse vede.
già i banditi fuggire lontano con la loro.
Supercadillac, fuggire velocissimi verso il
porto, e se arrivano ad imbarcarsi, poi chi li
acchiappa più? Se essi riescono a prendere il
mare, poi ci vorrà l’elicottero, quello radio-
comandato che costa un sacco di soldi... ».

Io credo che lui pensi tutte queste cose,
e tante altre, ma non pensa certamente che
suo padre non sappia riparare la jeep. Ep-
pure dovrebbe saperlo, che io faccio il gior- |
nalista, che scrivo dei racconti come questo,
e che di fronte ad una valvola che si brucia
sono un uomo disarmato, finito. Ma com'è
assoluta la fiducia dei figli nei genitori, fin-.
ché dura! 7

Comunque io devo aggiustare la jeep, pri-
ma che i banditi raggiungano il porto e a lui
venga in mente l’elicottero. »

Vediamo con ordine: lasciamo perdere io
fili colorati. Se la jeep non cammina è questo
disco con le ruote che non funziona, ed è
collegato al motorino da tre o quattro ingra= |
naggi riduttori, tutti dentati. Guardo gli in-
granaggi, guardo i piccoli dentini, li sfioro
delicatamente col pollice, ma capisco, i È
che sono come uno al quale si ferma l’auto-
mobile e lui prova le gomme e il claxon.

= me

a





Smontare i giocattoli per a ve.
dere cc fatti dentro »
è l'aspirazione segreta di ogni
bambino. Il pittore Flavio Co-
stantini si è fatto i erprete

dei loro sogni proibiti, ha
preso un cacciavite e una
pinza e ha aperto le viscere
metalliche dei più complicati
giocattoli mecca un ca,
vallo che galoppa f mente;
un agente della «pi e» che
avvia la sua motocicletta, mon-
ta in sella, scende, si ferma
e riparte a tutta velocità; un
robot che avanza con l’anda-
tura di Frankestein e travolge
senza pietà soldatini di piombo,
indiani di plastica e persino
le bambole che tentano inu-
tilmente di arrestare la sua
marcia inesorabile,

Il cavallo meccanico è un
giocattolo italiano, azionato
con il tra pnale sistema a
molla, mentre il poliziotto e
il robot sono elettrici, e giap-
ponesi.

Il pittore assicura di aver di-
segnato le loro interiora con
assoluta fedeltà, senza dimen»
ticare nemmeno una rotella,



Sono già scoraggiato, e per di più mi
accorgo che mio figlio mi guarda, e mi par
di cogliere nel suo sguardo un lampo d’iro-
nia: che cominci a sospettare?

Ci vuole una decisione eroica, ed autorita-

fetto la jeep nella scatola, prendo il cap-
potto e il cappello ed esco: « Fra poco avrai
la tua jeep in ordine. Il motorino è guasto,



un motorino guasto va sostituito, capis
Vado io a cambiarlo ».

Mi sono ricordato di un mio amico mecca-
nico, che a tempo perso ripara giocattoli.

Riparami questa jeep, per favore, e ripa-

ramela subito, e fammi vedere come diavolo
î I Pa

A quest'ora di sera, così di fretta? ».
Il mio amico non capisce bene, ma è un
vecchio amico, una pasta d’uomo e m

1 ‘AC-

contenta,

Comincia a maneggiare e poco dopo mi
spiega: « Vedi, si è bruciato l’indotto. Si,
nel motorino, come in quelli veri, c'è un
piccolo indotto formato di un piccolissimo
avvolgimento di fili di rame, e uno di questi
fili si è Non dovrebbe succedere,
con una potenza costante di tre volts come
quella data dalle due pile, ma è successo.
Comunque cambiamo l’indotto e tutto è a

bruciato,

P‘ Sto ».

Capito? 1 giapponesi! In un motorino che
è lungo due centimetri e mezzo e largo due,
c'è un indotto cambiabile! E il mio
arriva infatti
difficoltà sulla punta dell’indice, sarà lungo
un centimetro, lo fissa dentro al motorino
con un lavoro da orologiaio, e poco dopo la

amico

con un indotto che sta con

jeep è a posto.
« Grazie. Così, se succede un’altra volta, so
di che si tratta ».

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(I)

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19)

« Ma in questi giocattoli è difficile che si
ripeta due volte lo stesso guasto. Semmai,
si tratterà di un’altra cosa ».

lo, irritato da tutta questa storia giap-
ponese, comincio a girare per la stanza e
a ficcare il
cattoli.

naso in una montagna di gio-

Il mio amico, che è un paziente ed un te-
nace, mi spiega: « Il sistema di questi giocat-
toli elettrici, in gran maggioranza giappo
non hanno altro da

è sempre questo: due pile,

nesi (ma fare, sti
giapponesi?)
e in qualche caso anche tre, un motorino con
piccolo collettore e indotto, un ingranaggio
riduttore che comanda, anziché le ruote po-

disco ruotante,
con le due ruote motrici. È per mezzo della
rotazione di questo disco che la macchina,
toccando un ostacolo, cambia direzione, per-
ché le quattro ruote “normali” sono soltanto
portanti. Così per la jeep, così per il trattore,
così per l'autobus, così per tutte quelle mac-

steriori, questo snodato e

chine che imitano perfettamente gli ultimi
veri tipi della Ford © della Cadillac».

Vedo poi un robot, dove le cinghie mosse
dal motorino muovono antenne e pistoncini,
e quasi non una membranina di
gomma su stantuffo provoca un getto d’aria
che, premendo su una soluzione chimica con-
tenuta in apposita fialetta di plastica sistemata
nel torace del robot, fa uscire dalla bocca un
getto di fumo.

bastasse,

C'è un aereo con tre pile (quindi nove volts)
che, a mezzo di ingranaggi e di una leva,
capriole per il campo, men-
gru a magnete solleva ogni
che trova (spilli, temperini,

continua a fare
tre una grande
pezzo di ferro
chiavi di casa).

C'è un magnifico trenino su rotaie, ita-
liano, della Rivarossi di Milano, che corre
a mezzo della normale corrente elettrica
di casa, ma con un trasformatore che: porta
la stessa dai centoventicinque volts ai sette
o otto necessari,

E poi c'è un’auto radiocomandata: basta
tenere la scatola di comando, che alloggia
tre pile: con un vibratore, sempre entro un
raggio di cinque o sei metri dall'auto, e questa,
captando con l’antenna le vibrazioni e tra-
smettendole al proprio motore con puntine
platinate (il motore è alimentato da altre
tre pile sistemate sull’auto) esegue tutti gli
ordini che riceve.

«C'è anche — dice il mio amico -
grande elicottero, con due rotanti, radioco-

questo

mandato... ».

Ma io lo interrompo, prendo la mia jeep
e mi precipito fuori di corsa: l'elicottero mi
ha ticordato tutta la storia della jeep e di
mio figlio, ed io corro a casa, prima che i
banditi raggiungano il porto e riescano ad
imbarcarsi, costringendo mio figlio a chie-
dermi l’elicottero radiocomandato.

Anche perché spero di convincerlo che non
è vero che i giocattoli dei bimbi di oggi
sono troppo complicati per noi; e spero an-
che che egli non dubiti delle capacità di suo
padre, almeno non ancora.



‘Ep
Si
>
LV
n


composizione in ferro, vetro
e legno di Emanuele Luzzati





22

Le

concentrazioni
nella
siderurgia
europea

In questi ultimi anni, più che in ogni al-
tro periodo storico, l’attenzione degli econo-
misti e degli uomini politici è stata richia-
mata dal problema del processo di concen-
trazione industriale in corso in tutti i paesi
del mondo.

C'è chi si rallegra di tale fenomeno, chi
per contro se ne preoccupa, e le polemiche
in materia divengono sempre più vive perché
sempre più intensa è la tendenza verso una
maggiore dimensione delle imprese.

Le tesi a favore di tali tendenze si basano
sulla considerazione che le maggiori dimen-

sioni delle imprese sono una conseguenza,
positiva e benefica, del progresso tecnologico
e della maggiore ampiezza delle aree di mer-
cato che si sono venute a creare specialmente
dopo l’ultimo conflitto mondiale: positiva e
benefica perché l’introduzione di muovi pro-
cessi tecnologici e la maggiore produzione
in serie permettono di portare sostanziali
riduzioni ai costi di produzione, riduzioni di
costi che permettono a loro volta sostanziali
riduzioni dei prezzi di vendita dei beni di
consumo.

È quindi il consumatore che finisce per
beneficiare delle concentrazioni industriali che
si vanno attuando.

Per gli avversari delle concentrazioni tali
necessità tecnico-economiche, pur inconte-
stabili, non giustificano del tutto il fenomeno
in questione che, per contro, a loro avviso,
può arrecare danno, in seguito al predo-
minio dei più forti, a quel complesso sistema
di libera concorrenza che è essenziale per
spingere tutto il sistema produttivo verso
una costante riduzione dei costi di produ-
zione e dei prezzi di vendita dei beni; se-
condo tale opinione la vera spiegazione del
fenomeno è da ricercarsi nel desiderio di
dominio e nella volontà di potenza di deter-
minati ceti e il fenomeno stesso deve quindi
essere ostacolato ed osteggiato.

Come succede spesso, l’una e l’altra tesi
contengono degli elementi di verità, anche
se sembra incontrovertibile che le concen-
trazioni e le conseguenti specializzazioni del
sistema produttivo — quando non raggiun-
gano dimensioni tali da poter imporre i
prezzi del prodotto sul mercato — costitui-
scano un fattore stimolante per l’espansione
economica e per un conseguente sviluppo
sociale.

In effetti le due tesi in sé e per sé non han-

C.E.C.A. - MEDIA DELLA PRODUZIONE D'ACCIAIO PER AZIENDA NEL 1959

in tonnellate
Germania Belgio
467.000 429.000

Come si vede chiaramente da questo grafico, in Italia, dove il processo di
concentrazione siderurgica non ha aneora avuto attuazione, si registra la
più bassa media produttiva d'acciaio per azienda. Con l'imminente fusione
dell'Ilva e della Cornigliano la media italiana per azienda subirà un forte

balzo in avanti,

no un vero significato sino a quando pet-
mangono delle tesi astratte; i fenomeni socio-
economici, in effetti, non possono essere
giudicati che in concreto, cioè esaminando le
particolari situazioni ambientali di fatto nel-
le quali essi si inseriscono.

In una società profondamente democrati-
cizzata, infatti, nella quale cioè esista un’am-
pia diffusione del potere, difficilmente le con-
centrazioni portano ad effetti deleteri perché
a forti gruppi di pressione si contrappon-
gono altri gruppi, anche di differente natura
e potenza (non solo quindi economici ma
anche politici, sindacali, culturali, religiosi
ecc.). Con la loro azione essi determinano
una situazione di equilibrio dinamico, tale
da evitare la preponderanza degli uni sugli
altri.

Situazioni siffatte si riscontrano, come è
noto, nei paesi di antiche tradizioni demo-
cratiche, quali gli Stati Uniti d’America.
Nei paesi a struttura tendenzialmente tota-
litaria le concentrazioni possono invece pro-
vocare facilmente pericolose situazioni di
squilibrio oltre che economico anche po-
litico.

Negli Stati Uniti d’ America, paese in som-
mo grado democratico, esistono le maggiori
concentrazioni industriali, che è stato pos-
sibile indirizzare verso il buon funziona-
mento dell’economia industriale, e gli Stati
Uniti d'America godono del maggior benes-
sere su scala mondiale.

In Europa il processo di concentrazione
è stato assai vivo dopo l’ultimo conflitto
mondiale ed ha trovato la sua maggiore
spinta con l’attuazione degli ampi mercati
della C.E.C.A. e del MEC. "i;

La realizzazione di tali mercati ha presen-
tato, fra l’altro, il grande vantaggio di di-
minuire progressivamente l'efficienza delle

Francia Italia Lussemburgo Olanda
38.000 98.000 1.222.000 557.000







Germania

Francia

Italia

Belgio

Lussemburgo

Olanda

oltre 3 milioni oltre 2 milioni oltre 1 milione

DI
BIO
BIOIO
Dna
JO

pratiche restrittive che esistevano sui mer-
cati nazionali e di porre a confronto le im-
prese in un mercato più ampio e provvisto
di adeguate regole.

Nel 1959, nella Germania Occidentale,
solo 11 società hanno prodotto il 71% del
gettito nazionale di acciaio, cioè oltre 20
milioni di tonnellate.

In Francia 5 società ne hanno prodotto il
66%, cioè ro milioni di tonnellate.

Nel Belux (Belgio e Lussemburgo) il 75%
della produzione d’acciaio è dovuta a sole
tre imprese.

In Olanda la società Hoogovens produce
la quasi totalità del gettito nazionale d’ac-
ciaio.

In Germania la produzione media d’ac-
ciaio per impresa nel 1959 è stata di 467.000
tonnellate, in Francia di tonnellate 338.000,
in Belgio di tonnellate 429.000, in Lussem-
burgo di tonnellate 1.122.000 e in Olanda
di tonnellate 557.000.

Come si nota, la concentrazione dell’indu-
stria siderurgica nell’ambito della C.E.C.A.
è notevole. Molte imprese hanno raggiunto
una capacità produttiva annua di circa 3 mi-
lioni di tonnellate.

Dalle dimensioni di gruppo di produzione
di 3 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno,
che era l’obiettivo del 1955 per il 1960, ci
si sta orientando verso gruppi per 7 milioni
di tonnellate annue senza peraltro incorre-
re nel pericolo di situazioni di predominio,
date le garanzie esistenti di un sano equili-
brio fra le industrie dei sci paesi.

In Italia il processo di concentrazione del-
l'industria siderurgica, nonostante il pro-
digioso progresso da essa registrato in que-
st’ultimo decennio, non ha finora praticamen-
te avuto attuazione.

Nel 1959 la produzione media d'acciaio
per azienda è stata di appena 98.000 tonnel-
late e solo due società, l’Ilva e la Cornigliano
hanno prodotto ciascuna oltre 1 milione di
tonnellate d’acciaio: l’Ilva tonn. 1.446.000 e
la Cornigliano tonnellate 1.017.000, che rap-
presentano il 27% della produzione globale.

E sono proprio queste due aziende che
ne inizieranno la realizzazione attraverso la
loro fusione.

In base al comune piano di ulteriore svi-
luppo e razionalizzazione degli impianti la
muova società avrà entro il 1965 una capa-
cità produttiva di oltre 7,2 milioni di ton-
nellate d’acciaio, la mèta che, come abbiamo
detto, è considerata ora la più ambita per le
concentrazioni siderurgiche nell’ambito della
C.E.C.A. per tale periodo.

UBICAZIONE DELLE AZIENDE DEI PAESI
DELLA (€.E.C.A. CHE NEL 1959 HANNO
PRODOTTO I MAGGIORI QUANTITATIVI
D'ACCIAIO
in tonnellate

CIONI
di tutti

Per il Natale di quest'anno, l'Ilva e la Cor-
nigliano hanno pensato di offrire in dono a
tutto il personale un libro. Perché proprio un
libro? La risposta si può formulare con un’al-
tra domanda : chi legge in Italia? È la stessa
fomanda che Mario Soldati e Cesare Zavattini,
due dei nostri scrittori più attenti e sensibili ai
problemi della nostra società e della cultura, si
sono posti l'estate scorsa accingendosi insie-
me a svolgere per la televisione una vivacis-
sima inchiesta le cui puntate vengono trasmesse
în queste settimane. Soldati e Zavattini, risa-
lendo l'Italia lungo l'itinerario dei “Mille” e
mescolandosi ai pescatori siciliani, ai pastori
calabresi, aî portuali napoletani, ai butteri di
Varemma, hanno purtroppo trovato alla loro
domanda una risposta che già conoscevano :
pochi, pochissimi leggono in Italia. Ma essi
hanno anche sentito, in ogni luogo in cui hanno
portato gli obbiettivi delle telecamere e î micro-
foni dei registratori, la presenza viva e rincuo-
rante di una umanità ricca di tradizioni e di
confusi fermenti e fertile di promesse.

L’Ilva e la Cornigliano, invitando un gruppo
di scrittori italiani a collaborare ad una anto-
logia di racconti inediti ispirati al mondo del
lavoro e dedicati a tutto il personale, hanno
inteso contribuire alla diffusione del libro e a
stimolare l’amore per la lettura, hanno voluto
dar modo a chi presta la sua opera nelle fabbri-
che e con la quotidiana fatica giustifica gran
parte della sua vita, di prender conoscenza di
alcuni dei problemi e dei rapporti che legano
l'individuo al lavoro. Hanno voluto insomma che



nel disegno: un muratore fiorentino, L'illustrazione è
ispirata al racconto di Vasco Pratolini « Firenze prima di
Metello », nel quale lo scrittore toscano, attraverso i ri-
cordi di un gruppo di vecchi muratori, descrive la vita
della città dopo il trasferimento della capitale a Roma.
Il racconto si riallaccia ad uno dei maggiori romanzi di
Pratolini, « Metello », di cui costituisce una interessante
ed inedita premessa,









Sal

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o op

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nelle case di molti che forse leggono solo qualche
giornale e qualche rivista, entrasse un vero libro
scritto per loro e a loro dedicato.

I quattordici racconti di cui si compone l’an-
tologia sono stati scritti da Giovanni Arpino,
Carlo Bernari, Carlo Betocchi, Dino Buzzati,
Italo Calvino, Carlo Cassola, Luigi Datì,
Beppe Fenoglio, Michele Parrella, Antomio Piz-
suto, Vasco Pratolini, Michele Prisco, Leonardo
Sciascia, Mario Tobino.

La vita che corre è sempre stata l'ispirazione
più felice per uno scrittore; la vita nei suoi
momenti più veri, inattesi e qualche volta grot-
teschi. Il lettore troverà nel libro alcuni di
questi momenti nei personaggi più diversi. È
ancora una volta l'uomo che vien fuori dalla
prosa degli scrittori italiani contemporanei in-
vitati dai curatori della raccolta a narrare i
giorni di tutti.

È la realtà della vita di tutti quella che non
dà tregua all’ansia di chi la vuole scoprire ;
spesso essa è una favola da raccontare e il mondo
allora appare diverso quando la letteratura ne
è mediatrice e î racconti diventano pretesti che
sembrano veri.

Ma il pretesto di Natale, per offrire questo
libro ai trentamila che lavorano nelle due so-
cietà, finisce, a ben guardare, per andare oltre
l’opportunità della circostanza: non è forse il
Natale la scoperta dell'uomo e della vita?

I racconti riuniti nel libro, che è stato stam-
pato a cura di Edindustria per i tipi dell’Ilte
di Torino, sono accompagnati da una serie di
illustrazioni del pittore Giacomo Porzano. Pub-
blichiamo qui i particolari di alcuni tra î più
significativi disegni.






nella pagina accanto, in alto: Peppi-
no, il protagonista del lungo racconto
di Carlo Bernari « Una casa un amo-
re» alle prese con una delle « tenta-
zioni » della sua fabbrica. Peppino è
un operaio napoletano che lavora a
Bari. La figura di questo giovane
partenopeo industrioso, tenace, amico
di tutti e da tutti amato è certamente
una delle più felici cui Bernari abbia
dato vita,

nella pagina accanto, in basso: un
minatore addetto al traforo del Monte
Bianco. I protagonisti di « Due soci »,
il racconto di Giovanni Arpino che
apre l’antologia, si muovono sullo
sfondo della grande impresa che agita
speranze e interessi tra gli abitanti
della Val d'Aosta.

qui a fianco: Brunello, la figura cen-
trale del racconto di Luigi Davì
« Brunello Giovane », è apprendista
in una officina meccanica piemontese
nel periodo della Resistenza. Di gior-
no fabbrica alla fresa tagli-chiavetta,
di notte, con un occhio al « pezzo »
e uno alla porta, costruisce otturatori
per mitra destinati ai partigiani.
Davì è un giovane serittore-operaio
torinese, impiegato alla Fiat.











27



sl
o

Utensili preistorici

Antenati del trapano elettrico e del tornio multimandrino, o almeno
predecessori dello scalpello e della verrina, questi utensili preistorici

trovati nelle caverne del finalese ci giungono dalla lontananza di mi-
gliaia e migliaia di anni.

Nella lotta contro la foresta e contro le belve l’uomo trova che
le proprie membra sono deboli, non bastano; egli si arma quindi di un

ramo d’albero, di un sasso. Poi si vuol dare al ramo d'albero una
forma appropriata, ed esso diventa una clava; al sasso una forma @







Punteruolo lungo 3 em. Consiste in una punta di rame immanicata in un meta-
tarsale di lepre (età del ferro), Nella pagina accanto : (in alto) macina e maci-
nello in tra dura, intrisi di ocra rossa (neolitico); (in basso) accetta di

verde con immanicatura in corno di cervo (neolitico). Tutti questi oggetti
conservati nel Museo Archeologico di Genova-Pegli.

mandorla, ed esso diventa un’ascia. Per lavorare il ramo d'albero e il
sasso occorrono appunto î primi strumenti.

L’uomo li crea: ecco il primo “ operaio” che è insieme inventore,
esecutore, attrezzista, meccanico. Adopera quello che la natura gli offre :
pietre, legno, corna e ossi di animali.

Una grossa pietra di base ed una di formato maneggevole diventano
il primo mulino; un lungo ramo con una pietra a punta diventa la
prima zappa ; con un corno di cervo ed una punta di pietra si ottiene
un’accetta. Ma bisogna ricordare che per trovare il sistema di imma-
nicatura sono occorsi forse secoli.

Poi, grazie a quella grande scoperta che fu il fuoco, e quindi a
quella dei metalli, si hanno pian piano i primi utensili “ composti”,
con parti in bronzo o rame, e poi în fi

(inema
ancese

e due ouerre

L'attività cinematografica del circolo aziendale
della Cornigliano cura ogni anno la presenta-
zione organica di un ciclo dedicato di volta in
volta ad una diversa cinematografia. Lo scorso
anno venne presentato il ciclo ‘Trent'anni di
cinema italiano”. Quest'anno viene dedicato al
cinema francese.

Il ciclo è stato presentato da uno dei più au-
torevoli critici cinematografici italiani, Fernaldo
Di Giammatteo (noto oggi anche al pubblico te-
levisivo attraverso le rubriche «Ritratto di attore»
e «Cinelandia» da lui dirette). Lo abbiamo
pregato di tracciare anche per la Rivista un
sintetico panorama della cinematografia francese.
Riteniamo che esso possa interessare tutti î no-
stri lettori, anche in vista della possibilità che
analoghe iniziative cinematografiche vengano
sviluppate dai circoli dei vari altri stabilimenti.

Sono lunghi quindici anni. Il nostro dopo-
guerra ne ha già tanti, e forse nessuno di
quelli che ci hanno vissuto dentro li ha ascol-
tati correre. Pensate all’altro dopoguerra, e
fate quindici anni dopo la fine delle ostilità:
arrivate al 1935. Noi, 1960, siamo verso la
guerra che abbiamo subito come loro,
1935, verso la guerra che li aveva schiacciati.
Molto avanti, cioè, e non ce ne siamo accorti.

Se guardiamo indietro, noi da questa soglia
del 1961, al 1935 (l'Europa che, appena cu-
rate le ammaccature della crisi economica,
stava marciando verso la guerra nuova),
constatiamo l’esistenza di un abisso fra l’ar-
mistizio del ’19 e quel periodo maledetto che
vedeva imperversare i regimi totalitari. C'era
la guerra in Africa, per noi. Stava per scop-
piare la guerra civile in Spagna. La prima
guerra mondiale appariva lontanissima, di-
menticata. Possiamo fare lo stesso confron-
to, oggi, fra l’instabile pace che ci regalerà il
61 e la guerra che ci regalò il nazismo dal
'39 al ’45? Forse sì. E forse facciamo bene
a farlo.

Chiudiamo questo capitolo del dopoguer-
ra, mettiamoci una pietra sopra, tiriamo i
conti. Vogliamo dire: osserviamo senza pre-
concetti la storia che scivola sotto i nostri
piedi e sopra le nostre teste, e non badiamo
troppo a quel che ci portiamo dentro. I fran-
cesi lo stanno facendo, con il loro cinema
“nouvelle vague”, che più nuovo e spregiu-
dicato non potrebbe essere. Cerchiamo di
capire che cosa vogliono, questi giovanotti
indaffarati e mevrastenici, i Resnais, i Malle,
i Truffaut, gli Chabrol, i Godard. Resnais





parla ancora di guerra, in firoshima mon
amour. Ma è Punico. Gli altri parlano di
donne, di vizi, di instabilità psichiche, di
freddezze sentimentali, di crudeltà, di fami-
glie che vanno a rotoli, di vaghe aspirazioni,
di violenze. Figli del loro tempo, non hanno
tempo da perdere coi rimpianti e col ricordi.
Raccontano le debolezze dei loro contempo-
ranei, senza nemmeno tentare una spiegazione

storica. Registrano, niente altro. Diciamo
qualche titolo? Ascensore per i/ patibolo - Les
amants - I quattrocento colpi - Les cousins - A

doppia mandata - Sino all’ultimo respiro. Non
sanno piangere, questi giovanotti. Non cre-
dono a nulla, 0 quasi. Considerano il mondo
un mucchio di rifiuti. Ci sputano sopra.

Come c'entra la guerra terminata quindici
anni fa, nelle faccende dei giovani registi
francesi? Non c'entra affatto. Non esiste per
nulla (tranne che per il severo Resnais di
Hiroshima mon amour). Come se nessuno l’a-
vesse mai combattuta, e i tedeschi fossero sem-
pre stati quelli di oggi, pacifici e soddisfatti nel
loro “miracolo”, e gli altri popoli europei
gente nata ieri senza peccato e senza soffe-
renza. Oggi, in Francia, c'è De Gaulle, il
demiurgo. Ci sono, anche, mille problemi
non risolti — Algeria e sviluppo economico
— ma sono tutti troppo stanchi per occupar-
sene. Hanno chiamato De Gaulle apposta,
se la veda lui. Passateli in rassegna, gli Cha-
brol, Truffaut, Godard e compagni, € vi ac-
corgerete che proprio questo suggeriscono,
con una coerenza e una unanimità commo-
venti. Sono tutti figli infelici e un poco liti-
giosi del grand’uomo.

Fra il ’30 e il ’40, in Francia, non c'erano
De Gaulle. C'erano molti piccoli francesi che
volevano risolvere, nelle regole della demo-
crazia parlamentare, i problemi della società
nazionale e i guai della scena europea. La
guerra li avrebbe condannati tutti, destre e
sinistre, ma loro ancora non sapevano come
sarebbe andata a finire. Lo intuivano, lo te-
mevano, Sentivano il terremoto, ed erano per
questo tremendamente infelici: avrebbero per-
duto tutto, una civiltà gloriosa, la fiducia negli
uomini, l’amore, la gioia di vivere, e questo
lo sapevano benissimo. Non occorrono spie-
gazioni più complicate per intendere il si-
gnificato del cinema francese di quel de-
cennio, Uno fa i Marcel Carné,
di Jean Renoir, di Julien Duvivier,
stesso René Clair, ed ha davanti a
sé una pattuglia di infelici che inseguono
l’illusione della pace. Sono così coscienti del
l’illasione che l’accettano come tale, a viso
aperto. Z/ porto delle nebbie di Carné narra una
storia senza vie di uscita, un amore impossi-
bile che sfocia nella tragedia. A/ba fragica è
il racconto di una lunga agonia prima del
suicidio. Duvivier passa da Pe/ di carota al
Giglio insanguinato, dalla Bandera alla Bella
brigata, dal Bandito della Casbah al Carnet di
ballo ai Prigionieri del sogno con la lucidità di
un maniaco della disperazione. L’unica sal-
vezza che offre ai suoi personaggi è la morte.

Anche Renoir accetta il clima generale,
seppure non sempre e non incondizionata-

nomi di
dello
subito

mente. \erso la vita e L'angelo del male —
i due film ricavati da romanzi di Gorki e
di Zola partecipano del pessimismo dif-

fuso: sono due storie di degradazione umana,
spinte fino alle conseguenze estreme. Diverso
l'atteggiamento della Grande illusione e della
Marsigliese, perché in essi si rispecchia la spe-
ranza del regista nel “Fronte popolare”. Qui
Renoir trova la forza di sostenere l’inevita-
bilità della guerra e di lanciare un appello al-
l’unione dei francesi onesti per scongiurare i pe-
ricoli del totalitarismo. Sennonché, lo stile stesso
del film finiva per smentire le buone intenzioni:
predica e appello non si traducevano tanto
nel furore di un grido di allarme quanto nella
patetica invocazione ad una solidarietà verso
la quale si nutriva una profonda sfiducia.
Neppure Renoir si opponeva, nel fondo, alla
linea generale seguita dal cinema in Francia.
Anche lui era già, in partenza, uno sconfitto.

E Clair? Il lieve, mordente,
René Clair? Non esiste nulla di più amaro,
sotto il velo ironico, della sua malinconia.

scanzonato

qui accanto: tratto da un racconto di Julies Renard,
« Pel di Carota » (1931) di Julien Duvivier, narra la
storia di un bimbo campagnolo ipersensibile e incom-
preso dal mondo dei grandi.

nella pagina a fianco: una scena del film « A me la
libertà », diretto da René Clair nel 1932. In quest'opera,
come in altre, Clair affrontò con pungente ironia una
serie di temi ispiratigli dalla civiltà di oggi, come la
meccanizzazione e il lavoro a catena,

Prendete Sotto i setti di Parigi o Il milione ©
A me la libertà © Il 14 luglio © L'ultimo mi-
liardario. Non sono film scacciapensieri. Non
sono nemmeno film divertenti nel senso co-
La fragilità insospettabile e crudele
dei sentimenti angustiava Clair in una ma-
niera perfino morbosa, ogni avventura dei
suoi personaggi di periferia svelava le de-
lusioni del regista, il distacco che egli vo
leva frapporre tra il mondo vero (il mondo
delle brutture di tutti i giorni) e la fantasia
che mondo. di-
verso, più gentile e umano. Il sorridente
Clair vive il dramma della Francia, come
gli altri. Se differenza esiste, si tratta di
una differenza di tono. Non di sostanza.
L’attesa della guerra. Le conseguenze della
guerra. Il cinema francese ha espresso, sta
esprimendo tutto questo. Anche nelle mani-
festazioni aberranti, come il caso di Clouzot
e della sua necrofilia (Manon, Vite vendute, I
diabolici, Le spie), giacché solo in un clima
così inquieto possono nascere film che gio-
cano sul compiacimento dell’orrido. Biso-
gna dire che i francesi sono sempre stati molto
sensibili (troppo sensibili, qualche volta) alle
seduzioni del pessimismo. Ne hanno fatto
addirittura una ragione di vita. I giovani
della

mune.

consentiva di sognare un

“nouvelle vague” marciano su questa



td
di

strada, sentono gli stessi pericoli nell'aria, si
esprimono con la medesima crudeltà. Hanno
in casa, oggi, una semidittatura e ne tra-
ducono il disgusto in film come Fino all'u-
fimo respiro o A doppia mandata. Non si ri-
bellano, subiscono pazientemente. E le loro
opere sono il frutto dello schifo che prova-
no ma che sanno rifiutare. In questo
senso, davvero, sono i figli legittimi del
“ grande generale”.

Non vorremmo aver tracciato un quadro
troppo nero, senza sfumature. È chiaro che
non tutto il cinema francese partecipa così
integralmente del clima di angoscia dell’an-
teguerra e del dopoguerra. Ma qui non si
intendeva condurre un’analisi in profondità.
Lo scopo era solo quello di indicare una
linea, la principale, la più significativa. Lo
spettatore potrà, dopo, a suo agio, control-
lare l’esattezza di certe affermazioni e scoprire
nei film ciò che corrisponde e ciò che contrad-
dice quanto è stato detto. Ogni film è un pro-
blema particolare, ogni autore non solo su-
bisce il clima del paese in cui vive ma for-
nisce anche un suo apporto personale, più
o meno grande a seconda del temperamento
che possiede. Sono due cose che vanno viste
insieme, che, insieme, lo spettatore deve
considerare.

non



qui sopra: ancora un film di René Clair, « Per le vie di Parigi » (1933) è un'opera viva
e pittoresca in cui si ritrovano tutti i temi preferiti dall'autore, dal « bal musette » alle
canzonette popolari. La scena ritrae l'uscita per la passeggiata di una famiglia pic-
colo borghese che, durante tutto lo svolgimento del racconto, compare più volte, sempre
in abiti inadatti alle circostanze e alle condizioni atmosferiche.

nella pagina a fianco: (in alto a sinistra) Jean Gabin e Jules Berry in « Alba tragica »,
diretto da Marcel Carné nel 1939. È il film più compiuto di Carné, uno dei maestri del

cinema realista francese che ha il suo caposcuola in Renoir. I temi sono gli stessi di
« Porto delle nebbie » (foto a destra) girato da Carné nel 1938: la morte gella in
entrambi i film il tragico destino del protagonista. « Alba tragica » è la storia di un one-
sto operaio che uccide un ammaestratore di cani, suo presunto rivale in amore, € si
uccide. In « Porto delle nebbie » un disertore viene ucciso da un gangster geloso.

in basso: una scena de «La béte humaine », realizzato da Jean Renoir nel 1938.
Un'altra storia senza speranza, un amore impossibile, una conclusione tragica.



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In queste pagine pubblichiamo le immagini di due tra i più signiftcativi film del do-
poguerra francese.

« Manon », girato da Henry-Georges Clouzot nel 1948( pagina a fianco in alto) è un
adattamento moderno del romanzo dell'abate Prévost. Il compiacimento dell’orrido
che è stato rimproverato a Clouzot, regista « crudele » e « diabolico », si ritrova anche
nel famoso finale di questo film, con il seppellimento della protagonista nella sabbia

del deserto.

«I quattrocento colpi », (foto in basso e qui sopra) girato da Frangois Truffaut nel

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1959 è senz'altro una delle migliori opere della cosiddetta ‘« nouvelle vague ». È forse
il solo film realizzato dal gruppo dei nuovi giovani registi francesi in cui non ci si li-
miti a registrare debolezze ed errori umani. ma si tenti di indicarne, seppur vagamente,
una spiegazione. «I quattrocento colpi » è la storia di un ragazzo sbandato che non
trova nei genitori il calore degli affetti familiari. Chiuso in riformatorio egli fugge e.
in una sequenza di altissimo valore drammatico e di grande sapienza tecnica, raggiun-
ge la riva del mare, Con l’immagine del suo volto di bambino-adulto si chiude questo
film, senza un epilogo, senza una speranza, se non quella di una aspirazione ad una
libertà quasi inconsapevole.





giurisprudenza

lettere è filosotia

scienze politiche

medicina e ehirurgia

enze matematiche
he e natu

chimica industriale

medicina veterinaria

agraria

economia e commercio



scienze stat €
demogratiche e attuari.



istituto navale

accademia di

belle arti





Verso

una migliore
preparazione
professionale

Il concetto di « aprire ai capaci ed ai merite-
voli i più alti gradi dell’istruzione pubblica »
ricorre spesso nei mumerosi scritti e nelle
discussioni che da un po’ di anni si vanno
facendo sulla scuola, È un concetto indub-
biamente giusto perché giusto è che a tutti
i cittadini, senza distinzione di censo e senza
altre discriminazioni, ad eccezione di quelle
stabilite dalle naturali possibilità intellettuali,
sia consentita la preparazione migliore per
far parte della classe dirigente di domani.
Ma, come spesso accade a tutti i concetti ge-
nerali, anche questa affermazione ha bisogno
di essere interpretata e, in un certo senso,
limitata.

Innanzitutto c'è da ricordare che oggi pet
«alto grado della scuola » si intende lo studio
universitario: il gradino appena inferiore,
cioè il liceo, non è infatti che un ponte di
passaggio, uno stadio di preparazione fra la
scuola media e quella universitaria e non for-
nisce una qualificazione professionale suffi-
cientemente stimata sul mercato del lavoro
(tanto è vero che appena il 7,4% della leva
del 1959 era fornito di un titolo di studio
di scuola superiore e codesta percentuale
era composta quasi interamente dai diplomati
degli istituti tecnici). L’« alto grado della
scuola » coincide quindi con il corso di studi
che si conclude con la laurea e se è ben vero
che nel nostro Paese si prevede un ampio
assorbimento di laureati nell’industria, è al-
trettanto vero che nell’università italiana si
nota una cattiva distribuzione degli studenti
che dà origine a quella che si suol chiamare
l’« inflazione delle lauree ». La soluzione del
problema della preparazione professionale uni-
versitaria, vista alla luce del presente e futuro
sviluppo economico e sociale del Paese, con-
siste essenzialmente in una migliore distri-
buzione, fra le facoltà umanistiche e quelle
scientifiche, di quel 2,6% di studenti che
ogni anno escono dagli studi superiori.

Purtroppo i problemi non si esauriscono
qui. Occorre ancora pensare ad altre cose.
Alla necessità, ogni giorno sempre più sentita,
di avere tecnici, ricercatori, progettisti e diri-
genti profondamente preparati, si aggiunge
attualmente la necessità, altrettanto, se non
ancor più sentita, di avere operai qualificati
la cui percentuale, rispetto al totale degli



Ogni giorno diviene sempre più sentita la necessità di avere operai qualificati la cui percentuale, rispetto al to-
tale degli addetti all'industria, dovrà crescere nei prossimi anni dall’attuale 6%, sino al 30%. Da qui la sempre
maggiore importanza degli istituti professionali che, impostati su linee moderne, possono assicurare ai giovani una
preparazione elastica, viva e rispondente alle presenti e future necessità.

addetti all'industria, dovrà crescere nei pros-
simi anni dal 6% di oggi sino al 30%.

La realtà odierna, così come traspare dalle
cifre che sono aride ma significative, offre
lo spunto per una interessante meditazione:
il 36% dei ragazzi di ogni leva scolastica fre-
quenta attualmente una scuola media o di
avviamento e soltanto il 16% le medie su-
periori e gli istituti tecnici.

A soddisfare le esigenze del nostro mercato

- secondo uno studio compiuto dal Ministe-
ro della P. I pare sufficiente che il 20%,
(compiendo una certa media sulle precedenti
cifre) dei giovani dai 14 ai 19 anni attenda
agli studi presso i licei, gli istituti tecnici e
magistrali ecc.; il restante 80% dovrebbe, in
teoria, affluire alla scuola di mestiere, cioè alla
scuola tecnica e alla versione più moderna del-
la scuola tecnica, cioè all’istituto professionale.

In teoria, dunque, oltre tre milioni di ra-
gazzi dovrebbero frequentare ogni anno le
diverse classi degli istituti professionali. La
realtà per fortuna (o per sfortuna) è diversa:
il processo produttivo italiano non è ancora
arrivato a richiedere che tutta la forza di la-
voro sia qualificata. Ma numerosi indizi, an-
che nel settore dell’agricoltura, fanno pensare

che ci si avvia su una strada del genere. Alla
fine di questa strada un’altissima percentuale
di ciascuna leva scolastica dovrà essere qua-
lificata. E nei prossimi anni un'altissima per-
centuale di ciascuna leva scolastica dovrà af-
fluire nelle classi degli istituti professionali.
L’ istituto professionale non appare quindi
più come una scuola “di ripiego”, un “re-
fugium peccatorum” per i ragazzi meno dotati
finanziariamente ed intellettualmente. Si tratta
invece di wr seftore dell'istruzione pubblica es-
senziale allo sviluppo economico e sociale né più
né meno dell’istruzione universitaria, sicché
il concetto, riportato all’inizio, dovrebbe es-
sere così modificato: « aprire ai capaci e ai
meritevoli i più alti gradi dell'istruzione pub-
blica e quelli di una proficua e moderna
istruzione professionale ».

Come ha risposto la società italiana alle
esigenze della situazione? Mentre sta pet es-
sere superato il sistema infelice della scuola
di avviamento che viene assorbita con i prov-
vedimenti legislativi di riforma nella scuola
d’obbligo sino a 14 anni, nell'ordinamento
scolastico attuale esistono due tipi di scuola
di mestiere: la scuola tecnica e l’istituto pro-
fessionale. La scuola tecnica, della durata di

“‘



38



Il problema della scuola, o meglio della scelta della scuola da far frequentare ai ragazzi non va sottovalutato. Si tratta infatti di decidere del loro
avvenire, di dar loro in un domani la possibilità o meno di affrontare con tranquillità il mondo del lavoro.

due anni, è poco adatta a preparare gli allievi
alla tecnologia del mestiere, cioè alla duttile
conoscenza non soltanto dell’aspetto manuale
del mestiere, ma anche di quello tecnico che
consente poi agli stessi allievi di adeguare la
propria preparazione al veloce sviluppo dei me-
todi di lavoro nei settori produttivi. L'istituto
professionale invece, impostato secondo linee
moderne, può assicurare al giovane lavoratore
una preparazione elastica, viva, pronta ad
adattarsi alle riconversioni rese necessarie da
una economia che tende a presentare caratteri
accentuati di notevole mobilità.

Uno dei caratteri più salienti dell’istituto
professionale è l’ampia autonomia di cui
gode. Tale autonomia è garantita dal consiglio
di amministrazione che — come dice lo sta-
tuto che ne regola il funzionamento — «deve
essere l’espressione del locale mondo della
produzione e del lavoro ». Proprio per la

sua specifica formazione, il consiglio d’am-
ministrazione dell’istituto professionale porta
nella vita della scuola e nell’impostazione dei
suoi problemi quella aderenza alla realtà
che deve essere preoccupazione fondamentale
di un moderno insegnamento scolastico.
Ogni istituto si articola in un numero ade-
guato di sezioni, istituite « dove il numero
degli allievi lo consente » e soprattutto « con
le specializzazioni che le locali condizioni eco-
nomiche richiedono ». Prendiamo, ad esem-
pio, l’istituto professionale Volta-Odero di
Genova-Sestri. Nell’ambito di questo istituto
è stata inizialmente realizzata una sezione par-
ticolarmente impegnata nell’insegnamento di
mestieri concernenti i settori dell’elettrotec-
nica e della meccanica automobilistica. Re-
centemente, alla luce di muove esigenze, ne
è stata istituita un’altra con lo scopo preciso
di preparare gli allievi nel campo siderurgico.

Tale scuola, realizzata, in collaborazione con il
Ministero della Pubblica Istruzione, dalla Cor-
nigliano e situata all’interno dello stabilimento
di quest’ultima, presenta alcune felici solu-
zioni non solo nel campo edilizio ma anche e
soprattutto nel campo didattico.

L’importanza che alle scuole professionali
viene data nel Piano Decennale della scuola,
approntato dal Ministero della Pubblica Istru-
zione, è indicata dagli stanziamenti previsti
per questo tipo di scuole: oltre 70 miliardi
per il personale addetto, 50 miliardi per le
attrezzature (da dividere con gli istituti tecnici),
più la quota parte dei 600 miliardi destinati
alle costruzioni edilizie nel settore elementare
e secondario della scuola.

Si tratta indubbiamente di una scelta pre-
cisa, dopo le confusioni e le incertezze che
hanno caratterizzato la preparazione profes-
sionale delle forze di lavoro negli anni passati.

È noto infatti che in questo campo sino al
"59 si operava in Italia con tre tipi di iniziative,
aventi diversi e talvolta contrastanti indirizzi:
quella del Ministero della Pubblica Istruzione
(scuole tecniche), quella del Ministero del
Lavoro (corsi di addestramento professionale)
e quella delle aziende industriali, pubbliche e
private. Nel convegno sull’istruzione profes-
sionale, tenutosi a Gardone, le aziende rico-
nobbero da un lato che i problemi didattici
connessi alla scuola di mestiere erano squisi-
tamente culturali e di conseguenza scolastici;
dall'altro convennero che le esigenze finanzia-
rie per creare una struttura scolastica suffi-
cientemente ampia, organica ed efficiente sa-
rebbero state di gran lunga superiori agli
stanziamenti che le aziende stesse potevano
destinare all’addestramento dei giovani.

Il solo sforzo delle industrie apparve quindi
assolutamente insufficiente a preparare ade-
guaramente la massa sempre crescente di gio-
vani forze del lavoro richieste dallo sviluppo
produttivo e sociale.

Questa presa di posizione, o meglio queste
“chiarificazioni’”’ generarono il timore che le
aziende, pur interessandosi all'importante pro-
blema, tentassero di addossare totalmente allo
Stato le enormi spese per realizzare il colossale
programma della creazione di un forte numero
di istituti professionali. In questo ventilato
“abbandono” da parte delle industrie molti
vedevano inoltre un altro grosso pericolo;
si temeva — anche perché era già accaduto
con la scuola di avviamento — che l’apparato
burocratico statale soffocasse i tentativi di ri-
condurre la scuola professionale alla efficienza
culturale e tecnica, sperimentata in numerosi
paesi europei ed in America, attraverso l’ap-
plicazione della più progredita scienza peda-
gogica.

Lo Stato si è mosso con molta accortezza
nel delicato settore. Al vecchio timore buro-
cratico delle divisioni di competenze si è so-
stituito il concetto più elastico della collabo-
razione. L'istituto professionale, sulla base di
una collaudata struttura, è amministrato infatti
da un consorzio in cui le aziende sono rappre-
sentate ed arrivano direttamente a contatto
con la scuola. Non c’è il senso di distacco,

Gli allievi di un istituto professio-
nale durante le lezioni pratiche.
La stretta fusione fra insegna-
menti teorici e pratici, il rispetto
per la personalità del giovane, la
preoccupazione per il suo futuro
destino professionale fanno della
nuova scuola per le professioni
tecniche un vero centro sociale,
umano e culturale.

la penosa sensazione di impossibilità e di inu-
tilità che talvolta aveva privato d’ogni fiducia
i rappresentanti della produzione economica
nei pur volenterosi consorzi provinciali per
l'istruzione professionale. Il contatto diretto
con ben precisi e individuati problemi pone
indubbiamente a miglior agio i dirigenti delle
industrie impegnate finanziariamente nei con-
sorzi per l’amministrazione degli istituti pro-
fessionali.

Le applicazioni della ricerca pedagogica al-
l'insegnamento professionale sono ormai ar-
rivate ad una tale specializzazione che soltanto
gli uomini “nuovi” della scuola e i tecnici
didattici possono avere di fronte il quadro
completo del giudizio e delle scelte. La stretta
fusione fra insegnamenti teorici e pratici, il
carattere eminentemente formativo attribuito
a questi ultimi, il rispetto per la personalità
umana del giovane, la preoccupazione per il suo
futuro destino professionale, legato ai muta-
menti della congiuntura economica (per cui
la preparazione dovrà essere aperta alle possi-
bili trasformazioni del medesimo lavoro) fan-
no della nuova scuola per le professioni tecni-
che un vero centro sociale, umano e culturale.

È ancora dalle cifre che scaturisce chiara-
mente la trasformazione, tutt'altro che sem-
plice, che la struttura scolastica ha dovuto
affrontare in questo campo. Nel 1957-58 esi-
stevano in Italia 497 scuole tecniche e istituti
professionali, con oltre 75.000 allievi. Nei tre
settori principali, industriale, agrario, commer-
ciale, la divisione era così fatta: 40%, degli
allievi nel settore industriale, 9,8%, in quello
agrario, 44,6% in quello commerciale.

Ora, il difetto della vecchia scuola tecnica
era stato proprio quello di avere dato un forte
impulso alle scuole commerciali, senza tener
conto delle esigenze del mercato del lavoro,
per il semplice ed allettante motivo che una
scuola commerciale costa meno di una scuola
industriale la quale, come tutti sanno, deve
necessariamente disporre di particolari e quasi
sempre costose attrezzature.

Gli istituti professionali hanno corretto que-
sto fondamentale errore di prospettiva. Oggi
il 56% degli allievi frequenta in questo nuovo
tipo di scuola l’indirizzo industriale, mentre

39

l'indirizzo agrario ha visto aumentare la per-
centuale degli allievi ad oltre il 21%. L’indi-
rizzo commerciale è presente soltanto con
8,8% degli iscritti.

La migliore organizzazione scolastica ha
avuto l’effetto di fare aumentare il numero dei
giovani che non si accontentano più dell’in-
sufficiente preparazione fornita loro dalle scuo-
le di avviamento e che salgono così agli isti-
tuti ed alle scuole tecniche. Nel 1953-54, degli
88.000 licenziati dall’avviamento, soltanto
27.000 si iscrissero ai primi anni della scuola
professionale e di questi ragazzi solo una
piccola parte poté essere accolta nel nuovo
istituto professionale, allora ancora poco dif-
fuso. Ma sono bastati due anni per notare
forti progressi: nel 1956-57 su 93.000 licenziati
dall’avviamento, 38.000 proseguirono negli
studi professionali, e fra questi già più della
metà poterono affluire negli istituti professio-
nali rapidamente sviluppatisi.

Sembra dunque si proceda, sia pure con
lentezza, sulla strada giusta. Se qualcuno però
fosse tentato di abbandonarsi all’euforia e ad
una facile soddisfazione, alcune cifre potranno
farlo meditare sulla lunga strada che rimane
ancora da percorrere: si pensi che nel 1959
la nuova leva di lavoro si presentava con
questa preparazione scolastica: il 17,1% privo
di licenza elementare, il 51,3% con la licenza
elementare, il 21,6% con la licenza di scuola
media, il 7,4% con la licenza di scuola supe-
riore, il 2,6% con la laurea universitaria.

Ogni anno, quindi, una forte massa di gio-
vani non qualificati, che non hanno trovato
posto nella scuola professionale o non vi sono
arrivati, si presenta sul mercato del lavoro.
Molti di questi giovani riusciranno, bene o
male, ad inserirsi in quei settori ove la richie-
sta di mano d’opera non qualificata è ancora
forte, ma gli altri resteranno potenzialmente
nella condizione di disoccupati.

È su questa massa sprovveduta di giovani
che non hanno potuto raggiungere una quali-
ficazione che possono agire le varie scuole
aziendali e quelle istituite dal Ministero del
Lavoro, per porre rimedio ad una situazione
che solo il tempo e la nuova struttura scola-
stica contribuiranno a sanare.



Convegno a Taranto sui problemi

del personale nel Mezzogiorno

Il centro siderurgico che sta per sorgere
a Taranto crea non solo problemi di ordi-
ne tecnico ed economico, ma anche problemi
del personale.

Consapevoli dei rilevanti effetti sociali che
il processo di industrializzazione può arre-
care in regioni di preminente civiltà conta-
dina, l’Ilva e la Cornigliano hanno voluto
convalidare i propri metodi di impostazione
nel complesso settore del personale alla luce
delle esperienze acquisite dalle maggiori azien-
de che già da tempo operano nel Mezzo-
giorno.

A tale scopo è stato promosso a Taranto
un incontro con esponenti dell’ IRI, dell’ENI,
dell’ Olivetti, della Gulf-Oil Italia, della Mon-
tecatini, della Navalmeccanica, della Pirelli,
della Sicedison, della SME.

Dalla vivace ed interessante discussione sono
emersi utili insegnamenti per tutti, princi-
palmente per quanto riguarda i «criteri di
reclutamento e di selezione, i problemi del-
l'addestramento, i criteri retributivi, i program-
mi di assistenza e di relazioni col personale
e i problemi sindacali.

Tutti i partecipanti hanno dichiarato di
aver riscontrato difficoltà nel reclutare mae-
stranze qualificate, intendendosi per qualificato
il personale capace di inserirsi nel ciclo produt-
tivo dopo un breve periodo di ambientamento.

È stata inoltre puntualizzata la problema-
tica adattabilità della manodopera agricola al
moderno e complesso lavoro industriale.





Produzioni Ilva e Cornigliano

Ilva

Ilva - seconde lavorazioni

Cornigliano

Alcuni partecipanti al convegno di
Taranto. Nella foto in alto, da destra:
il dr. Franco della Navalmeccanica
(di spalle), il dr. Osti che ha presie-
duto il convegno, il dr. Glisenti del-
PIR.L, il dr. Fantoli; nella foto in
basso, da destra: l'avv. Einaudi, l'ing.
Tufarelli dell’ Olivetti e il dr. Polese
della Pirelli. Erano inoltre presenti
tra gli altri, il dr. Restelli dell’ ENI,
l'ing. Focaccetti della Montecatini,
l'ing. Sala della Sicedison, il dr. Brun
della SME.



novembre
1960

coke tonn. 108.263
ghisa » 126.326
acciaio » 144.980
laminati a caldo » 121.174
getti di ghisa e di acciaio tonn. 7.766
fucinati e stampati » 1.904
rodeggi » 2.763
carpenteria » 2.084
derivati vergella » 3.573
bulloneria » 458
molle » 206
armamento ferroviario » 1.346
altre lavorazioni » 26
coke tonn. 47.415
ghisa » 61.000
acciaio » 115.915
laminati a caldo » 108.857
laminati a freddo » 38.778



RIVISTA ITALSIDER

segreteria di redazione: ufficio Pubbliche Rela-
zioni Ilva - Cornigliano

Via Corsica 4 - Genova - telefono 59.99
La riproduzione degli articoli è libera.

Si prega citare la fonte.

Stampa: AGIS - Stringa - Genova

Clichés a colori: Denz - Berna

Clichés in bianco e nero: Ceriale - Genova







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RIVISTA ITALSIDER







MIVINTA TPALSIDER

divo

la copertina: Gino Severini - «Nascita del-

l’Italsider» (1960)

Gino Severini è nato a Cortona nel 1883 €
vive a Parigi e a Roma. È considerato uno
tra i maggiori artisti contemporanei. Fu con
Balla e Boccioni uno degli ispiratori dell’ e-
stetica e della polemica futurista. La sua
aperta intelligenza, sollecitata dai problemi
della espressione artistica più nuova, ha con-
dotto anche al rinnovamento dell’arte sacra,
avvicinando alle idee religiose, con un gran-
de approfondimento interiore, le più audaci
ricerche moderne. È motivo d’orgoglio che
Gino Severini abbia voluto dedicare una sua
opera originale al primo numero della Rivi-
sta e alla imminente «nascita dell’ Italsider».

2° di copertina: il ferro di cavallo: simbolo di un
artigianato metallurgico che sta scomparendo

3° di copertina: la casa d’acciaio: uno dei sim-
boli della civiltà moderna

g di copertina: antico gallo segnavento fiam-
mingo in ferro battuto

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d'informazione aziendale per
il personale dell’ Ilva e della Cornigliano
Anno I - n° 1 - Natale 1960 - Capodanno 1961
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova n° 516

in data 28 dicembre 1960
abbon. postale - gr. IV - Fuori commercio

Spedizione in

SOMMARIO
Capolavori in ferro al Victo-

ria & Albert Museum pag. 2
Il futuro dell’acciaio » 9
Un giocattolo di Natale » 16
Le concentrazioni nella siderurgia

europea ). 32
Cinema francese e due guerre » 30

Verso una migliore preparazione
g
professionale » 35

A tutto il personale dell'Iva e della Cornigliano, cui è
dedicata la nuova Rivista Italsider, vada il più sincero

augurio di buon Natale e

Il presidente

della Cornigliano

Auguri per

Il varo di una nave, la copertura del tetto di
una casa, la presentazione di una nuova vettura,
il primo numero di un giornale sono, in fondo,
fatti abbastanza frequenti; eppure, ogni volta
che uno di questi avvenimenti si manifesta, c'è
qualcosa che reagisce al pensiero di considerarli
pura e semplice operazione tecnica.

In particolare ciò si manifesta per l'uscita di
un nuovo giornale, nel quale gli scritti sono
espressioni del pensiero anche se passate attra-
verso la cartiera e la tipografia.

Uno specialissimo significato ha infine un
giornale aziendale, nel quale si condensano tutti
i fatti e gli avvenimenti della comune famiglia
e nel quale non ci si rivolge ad estranei, ma ad
amici e collaboratori della vita di ogni giorno.

Il primo numero di “Italsider” è quindi per
tutti noi un fatto sentimentale, al quale anch'io
mi sento pienamente partecipe. Mentre simboli-
camente taglio il nastro per |’ avvio di questa
nuova realizzazione, formulo l'augurio che la
Rivista possa riprodurre la voce, il pensiero e
le aspirazioni delle migliaia dei suoi lettori.

Al comitato di direzione, al direttore ed in
particolare a quel magnifico animatore di que-
ste iniziative che è l'amico Ceccarelli, va il
mio grazie e l’augurio più sincero di pieno
SUCCESSO.

Il presidente
della Finsider



di un felice anno nuovo.

Il presidente

dell’Ilva



la Rivista

Nasce con questo numero la Rivista “Ital-
sider”. Il benvenuto e l'augurio più fervido che
sono lieto di dare al periodico destinato congiun-
tamente a tutto il personale dell’Ilua e della
Cornigliano, rappresentano qualcosa di più del
saluto che si suole rivolgere ad una nuova pub-
blicazione aziendale, ed acquistano un significato
ed una risonanza particolari.

In questo primo numero natalizio, infatti, i0
non vedo soltanto la nascita di una nuova Ri-
vista aziendale, ma anche e soprattutto l'espres-
sione di una nuova e più vasta comunità di la-
voro che sta sorgendo, nella quale converge-
ranno gli interessi di quasi trentamila lavora-
tori italiani, nella quale i depositari di una
lunga e gloriosa tradizione e gli uomini della
nuovissima siderurgia opereranno insieme, legati
strettamente da una stessa attività e dalle
stesse aspirazioni,

Un'unione basata su questi presupposti, ed
în cui si fonderanno, con un impegno solidale,
per un solo fine, le forze preziose dell'esperienza
e della moderna spregiudicatezza, è destinata
a dare i migliori frutti.

Auspico che di questi comuni intenti la Rivista
“Italsider” sia fedele interprete sì che tutti co-
loro ai quali è destinata possano trovare in
essa un valido strumento attraverso il quale
sempre meglio conoscere il mondo di lavoro di
cui sono partecipi e protagonisti.

L'amministratore delegato
dell’ Ilva e della Cornigliano

de

7
)

PP PIRO

Ri

»
È
(C)
Dal
n



Capolavori
in ferro
al Victoria
& Albert

Museum

di Londra

Prendiamo la tela di un fiammingo, un
Van Eyck o un Van der Weyden, per esem-
pio, ed esaminiamo attentamente, minuzio-
samente, il suo contenuto, al di là dell’incan-
to meraviglioso dei volti e dei fascinosi rap-
porti di prospettiva e di colore.

Che cosa vediamo? Accanto agli sposi
Arnolfini, 0 al ritratto del superbo donatore,
ecco un interno domestico, disseminato di
tanti piccoli oggetti minuziosamente descritti:
un calamaio, un portapenne, una lente, una
bilancia, uno scrigno, un parafuoco, una ser-
ratura, delle chiavi, un lampadario; sugli og-
getti, la luce provoca qua e là metallici ri-
flessi.

Grande è l'emozione che provoca in noi
la vista di questi oggetti, di umile uso quo-
tidiano, colti “sul vivo” cinque secoli fa e
fermati per sempre sulla tela.

Ma forse maggiore ancora è l'emozione che
proviamo quando, senza la mediazione del-
l’artista, veniamo a contatto reale con questi
oggetti, sopravvissuti ai secoli e giunti fino
a noi.

Qui a Londra vi è quella che possiamo de-
finire senz'altro la più grande collezione
mondiale di oggetti di ferro, d’uso comune,
e fa parte del Victoria & Albert Museum.

La raccolta si trova nella galleria 114,
che corre su tutta la lunghezza del palazzo,
e contiene migliaia di pezzi di tutti i paesi
e di tutte le epoche, consentendo così un ef-
ficace raffronto, sia per quanto riguarda le
tecniche siderurgiche, sia per il trattamento
artistico degli oggetti.

Se vi è ancora qualcuno che pensa al ferro
come a qualcosa di arido e di bassamente
utilitario, un “genere” inferiore da utilizzare
per determinati scopi pratici ma negato al
mondo sublime dell’arte, visiti questa famosa
galleria 114 del Victoria & Albert Museum,
ed avrà la più totale delle smentite e la più
convincente delle dimostrazioni.



a sinistra: una serratura tedesca costruita in ferro e parzialmente rico-
perta da una lamina d’oro. È del VII secolo, un periodo in cui l'arte
siderurgica veniva definita per antonomasia «arte sassone ».

qui sopra: la porta della chiesa di Dunnington (Yorkshire) che risale
al XIV secolo,

O

LI

Qui ogni piccolo oggetto utile, dai cardini
di una porta all’attizzatoio, diventa un pic-
colo capolavoro dove l’artigiano ha potuto
raggiungere piena dignità artistica. Ciò at-
traverso un sapiente trattamento a forgia del
pezzo, ottenendo risultati estetici positivi
utilizzando le sole “forme” funzionali del
pezzo, oppure attraverso decorazioni sovrap-
poste 0 incise. Nel primo caso, più frequente
negli anni del medio evo e fino al cinque-
cento, il lavoro è tutto del fabbro ferraio;
nel secondo caso interviene spesso la mano
di un maestro decoratore che può essere un
incisore, un cesellatore, uno specialista del-
l’ageminatura. Curiosamente possiamo os-
servare che la tecnica ed il gusto dei nostri
giorni hanno riportato ad un sistema più
vicino all’antico, con quell’industrial design
che si propone, in sostanza, di ottenere un
risultato estetico attraverso le parti esclusi-
vamente funzionali del pezzo, mentre il se-
condo sistema è più vicino all’ideale otto-
centesco e “liberty” dell’arte applicata, o
della decorazione.

Cominciamo coi lavori del medio evo in-
glese: i più antichi consistono in portatorcie,
balaustre e ringhiere, cardini e serramenta
di porte.

Ecco una magnifica porta di quercia a due
battenti, del secolo XII, dove i cardini si al-
lungano con semplici strisce di ferro termi-
nanti a punta. Il ferro, col caldo colore della
ruggine, contrasta col legno segnato qua e
là dai tarli del tempo.

Vi è poi la magnifica porta del transetto
dell'Abbazia di St. Albany, pure del XII
secolo. Il trattamento decorativo dei ferri è
rozzo e superficiale, ma un buon effetto este-
tico viene raggiunto facendo eseguire ai ferri
sei spirali simmetriche, mentre nel centro si
accenna a quattro foglie stilizzate.

Del più grande interesse è la porta della
cattedrale di Chichester, del XIII secolo,
consistente in sette pannelli decorati da spi-
rali, variate con rosette e fiordalisi. Di un rude
ed emozionante effetto è invece la porta della
chiesa di Dunnington (Yorkshire), del secolo
XIV.

I lavori del XV secolo risentono più diret-
tamente l'influenza dello stile architettonico,
il gotico, che si traduce più facilmente in
ferro di quanto non si potesse fare, ovvia-
mente, in pietra. Ecco così certe cancellate,
serrature, chiavi, portalanterne con motivi
tratti dalle guglie slanciate, dagli archi acuti,
dai profili trilobati: così la griglia tombale
dalla Snarford Church (Lincolnshire), o la
serratura dalla Beddington House (Surrey)
con le armi di Enrico VIII.

Ma qui occorre osservare che per il gotico
(che negli oggetti in ferro giunse fino al tardo
cinquecento) gli inglesi non raggiunsero mai
la finezza dei lavori italiani, poiché i nostri
artigiani, lavorando con barre sottilissime,



Piedi ditta



Fine. — | +

e)

dti et

Anche gli oggetti più umili, come questo ferro da cucina, usato per sospendere la pentola
sul fuoco, divenivano pezzi artistici di squisita fattura. Si tratta di un lavoro tedesco della
seconda metà del XVII secolo minuziosamente inciso con figure di animali.



a sinistra: i macellai del *700 usavano, per tagliare le carni, coltelli finemente cesellati.



a

La decorazione di questa finestra di
Norimberga a quattro pannelli, del XVII
secolo, non è sovrapposta o incisa.
Essa è ottenuta semplicemente ac-
centuando le forme dei ferri inchio-
dati sui pannelli di legno, o dise-
gnando a motivi vegetali le estre-
mità dei ferri.

riuscirono ad ottenere effetti di leggerezza
inarrivabili. Per il seicento è nettamente av-
vertibile, in tutti i lavori i esi, l'influenza

an Tijou, che introdusse nell’isola l’in-
fluenza del barocco francese, salvo che per
lo stile elegante ed autonomo dei fratelli
Adams, celebri esecutori di balaustre, pan-
nelli, parti di caminetti fino a settecento
inoltrato.

Di tipo particolarmente fine ed appr
bile le serrature e le chiavi inglesi, che veniv
infatti esportate largamente in Francia e nel
resto d’Europa.

Magnifica la banderuola della \Woodcut
House, del 1758, con la struttura a candela-
bro, la bandierina con la data ed i quattro
punti cardinali in grandi lettere ritagliate nella
lamiera.





La sezione tedesca è naturalmente ricchissi-
ma di oggetti, specialmente a partire dal XV
secolo. Si tratta di un periodo in cui, come
noto, l’arte siderurgica si definiva “arte sas-
sone” per antonomasia.

Qui gli oggetti più umili, come un paio
di forbici o un paio di molle, un lungo paio
di molle che serviva per raccogliere la brace
ed accendersi la pipa, diventano pezzi artistici
di prim’ordine, lavorati minuziosamente al
bulino, con figurine quasi miniate, e spesso
decorati con oro. Bisogna però osservare che
questi artisti tedeschi, per quanto abbiano
raggiunto una profonda specializzazione, han-
no spesso esagerato nella decorazione fine a
se stessa, sovraccaricando minuscoli oggetti di
figure fiabesche, maschere fantastiche e com-
plicati intrecci di fogliame.

Certo alcuni pezzi sono bellissimi, e hanno
una carica emotiva indicibile: bracieri per ri-
scaldare le camere, padelle per caldarroste,
cofanetti complicati, con decine di tiretti
tutti riccamente figurati. E ancora compassi,
ferri chirurgici, coltelli da cucina, portacles-
sidre, catene da caminetto, e ancora serrature
e chiavi di ogni tipo.

Fermiamoci un momento a contemplare
questa finestra a quattro pannelli, da Norim-
berga, del XVII secolo, In essa la decorazione
non è sovrapposta o incisa, ma ottenuta sem-
plicemente accentuando le forme dei ferri
inchiodati sui pannelli di legno, o disegnando
a motivi vegetali le estremità dei ferri stessi.
Qui i cardini ed i molloni vengono ad assu-
mere grande valore decorativo, e l’atmosfera
è subito quale ce la tramandono i famosi qua-
dri dell’epoca, o quale l’ha ricostruita il re-
gista Feyder nel film “La Kermesse eroica”.

E che dire dell’ingenua poesia di questo
gallo segnavento da campanile, che sembra
cotto al forno come quelli, di pandolce, che
si fanno nelle campagne italiane per la Pasqua?

Pochi ma emozionanti sono i lavori russi,
naturalmente dei periodi successivi a Pietro
il Grande. Vi sono basi di samovar, bracieri,
incensieri, preferibilmente traforati, ed una
magnifica sedia dove il ferro acquista la tra-
sparenza del merletto.

I lavori francesi sono naturalmente molti e
pregevoli, provenendo da un paese che fin
dai tempi dei Celti sviluppò una raffinata ci-
viltà del ferro.

Accanto ai pezzi di stile gotico e rinasci-
mentale, abbondano qui i pezzi barocchi e
“rococò”, provenienti dai castelli francesi e
dai palazzi di Versaglia e Fontainebleu. Stu-
pendi sono certi servizi ‘“da caminetto”, con
alari, schermo parafuoco, attizzatoio, catene,
griglie: ogni pezzo ripete gli stessi motivi
vegetali, o animali, araldici o mitologici.

Magnifici sono alcuni catenacci in acciaio,

a sinistra: portaspade da una chiesa della City (1816).

a destra: la Francia, che fin dai tempi dei Celti svi-
luppò una raffinata civiltà del ferro, è presente al Mu
seo Victoria & Albert di Londra con molti e pregevoli
lavori. Nella foto, una chiave per serigno del diciasset-
tesimo secolo,

ns
.

con impressa la “F” di Francesco I°, e de-
corati con cavalli e cavalieri con barda e
armatura.

La sezione spagnola è pure ricchissima, ed
in essa i pannelli di porta, gli scrigni, i cofa-
netti c le serrature denunciano sempre l’in-
fluenza dell’arte araba. Effetti policromi sono
spesso raggiunti con l’aggiunta di altri me-
talli o con la doratura, ma spesso ci troviamo
di fronte a pezzi di un “candore” primitivo,
strettamente imparentati all’art nègre.

Ma la sezione più vasta di tutte è quella
italiana, ricchissima di pezzi eccezionali, spe-
cialmente a partire dal ’500.

I pezzi medievali non sono molti, ma ba-
stano a documentare l’alto grado di perfe-
zione raggiunto dai nostri artisti, che non
hanno mai raggiunto eccessi decorativi né
hanno mai tradito il materiale imitando il
ricamo o la filigrana, ma hanno sempre otte-
nuto pieno risultato artistico sfruttando le
qualità intrinseche del materiale. Ecco così
roste, griglie, campanelle, portafiaccole, e
oggetti domestici d’ogni genere, di inegua-
gliabile finezza e leggerezza. Sono oggetti
che in parte, per fortuna, si possono ancora
vedere al loro posto in certe città italiane, come
Siena, Perugia, Firenze, S. Gimignano. Ma
qui sono offerti tutti insieme, staccati dall’am-
biente, sottoposti ad un esame minuzioso, e
non si può concludere che ricordando le
parole del Vasari « Vedesi in quelle lumiere
meravigliose le cornici, le colonne, i capitel-
li e le mensole saldate di ferro con meraviglioso
magistero: né mai ha lavorato moderno alcuno
di ferro machine sì grandi e sì difficili con
tanta scienza e pratica ».

Molte sono le serrature e chiavi italiane,
specie milanesi e toscane, molte le cancellate
e roste da Siena e da Venezia.

Ma gli oggetti minuti sono anche qui i
più belli ed i più toccanti: coltelli, bilance,
ferri da stiro, cofanetti ecc.

Almeno una cinquantina (mentre in Italia
io ne ho visto assai raramente qualche esem-
plare isolato!) sono quei curiosi ferri da far
cialde, che si chiamano schiacce. Sono arnesi
formati da due dischi di ferro, infissi su due
lunghi manici imperniati a forbice: i dischi
di ferro hanno un disegno in rilievo, in modo
che schiacciando la pasta si ottiene la cialda,
e sulla sua superficie si ha il disegno del
disco. La loro origine pare sia umbra, ma
poi si sono diffusi per tutta la penisola. Le
figure incise sui dischi sono di scene di ge-
nere, è hanno un po’ il gusto delle carte da
tarocchi.

Così, con l’ ampia sezione italiana, può
terminare questa nostra sintetica visita alla
“galleria del ferro” del Victoria & Albert
Museum. Essa ci ha insegnato che la fantasia
dell’artista, lungi dall’incontrare ostacoli nella
durezza del ferro e nella difficoltà della sua
lavorazione, ha potuto ottenere alti risultati
proprio sfruttando abilmente le caratteristiche
del materiale. Vi sono qui dei pezzi che non
hanno davvero nulla da invidiare ad un
pezzo di oreficeria etrusca, o ad una giada
cinese, 0 ad un avorio indiano.





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Panorama
siderurgico

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

Uno sguardo d’insieme alla situazione economica mondiale permette
di considerare il 1960 come un anno di intensa attività per l'industria
siderurgica, sia per l'elevato ritmo produttivo, sia per gli ampliamenti e
le costruzioni di nuovi impianti. Unica eccezione di rilievo è stata costi-
tuita dagli Stati Uniti d’ America. La produzione d'acciaio di questo
paese, dopo un alto livello nel primo semestre, ha infatti registrato un
ritmo di decelerazione, che ha portato gli stabilimenti a un gettito di
produzione pari appena al 50% della loro capacità. La situazione pare
comunque prossima a un miglioramento.

SITUAZIONE ITALIANA

L’Italia nello scorso anno ha registrato un notevole incremento in
quasi tutti i settori industriali, specie in quello siderurgico, incremento
che è stato superiore a tutti i precedenti e alle stesse più ottimistiche pre-
visioni.

La produzione d’acciaio del nostro paese ha superato gli 8,2 milioni
di tonnellate : oltre 1,4 milioni di tonnellate în più rispetto al 1959.

Al nuovo primato annuale di produzione d'acciaio ha corrisposto
un ancor più elevato primato del consumo che, per l'eccedenza delle impor-
tazioni sulle esportazioni, può essere valutato in oltre 8,5 milioni di tonnellate.

Tale consumo, che corrisponde a più di 170 Kg. per abitante contro 65 Kg.
nel 1950, costituisce indubbiamente l'elemento primo per la constatazione
dell'entità del progresso industriale da noî compiuto nell'ultimo decennio.

Le prospettive del nostro mercato siderurgico si presentano inoltre
sempre tali da giustificare appieno l'attuazione di tutti i programmi di
sviluppo.

L’ILVA E LA CORNIGLIANO

Il risultato conseguito dalla siderurgia italiana in questi ultimi anni
è dovuto in gran parte all'Ilva e alla Cornigliano, le due maggiori aziende
della Finsider che sono anche le due maggiori aziende siderurgiche italiane.

Nel 1960 la loro produzione di ghisa si è aggirata su 2.400.000 ton-
nellate e quella d'acciaio su tonn. 3.060.000, pari all'84%, e al 38% delle
corrispettive produzioni nazionali. L'incremento rispetto al 1959, dovuto
in massima parte all'entrata în esercizio di nuove unità di produzione
e a potenziamenti di impianti, ha così potuto raggiungere il 29%, per
la ghisa e il 25%, per l'acciaio.

Al lusinghiero andamento delle produzioni ha corrisposto per l’Ilva
e per la Cornigliano un altrettanto elevato andamento delle vendite. Ma,



più che per questi risultati, nello scorso anno l'Ilva e la Cornigliano hanno
attratto l’attenzione del mondo industriale per l’impegno nell'attuazione
dei loro programmi, nei quali è accentrata, come è noto, la quasi totalità
del grandioso piano della Finsider per portare la produzione d'acciaio
delle proprie aziende a 8,7 milioni di tonnellate nel 1965.

Oltre alla costruzione, demandata all’Ilva, del nuovo centro siderur-
gico a ciclo integrale di Taranto, sono infatti in corso i lavori miranti ad
aumentare notevolmente la capacità produttiva dello stabilimento “Oscar
Sinigaglia” della Cornigliano e di tutti gli stabilimenti a ciclo integrale
dell’Ilva. Quest'ultima azienda continua inoltre ad ulteriormente potenziare
gli altri suoi impianti dislocati in ogni parte d’Italia.

Le principali attuazioni del 1960 sono state :

- presso lo stabilimento “Oscar Sinigaglia”: l'installazione di un
nuovo convogliatore per rotoli, di una modernissima linea di taglio per
lamiere e la costruzione di due ampi magazzini per prodotti finiti ; sono
inoltre stati iniziati lo sbancamento della collina di Forte Monte Croce,
per ottenere il materiale necessario al riempimento di una nuova area
occupata dal mare, le costruzioni di un nuovo altoforno, che potrà produrre
750.000 tonnellate di ghisa all'anno, di due batterie di forni a coke, di
4 nuove coppie di batterie di forni a pozzo, di due nuovi impianti per la
produzione di ossigeno e l'ampliamento dei forni di ricottura.

presso lo stabilimento di Bagnoli: in marzo è entrato in esercizio un
nuovo modernissimo altoforno e nell'aprile un nuovo blooming ; sono anche
stati terminati la costruzione di un quinto convertitore Thomas, di una
quarta batteria di forni a coke, la ricostruzione della prima batteria di
forni a coke, il potenziamento della centrale termoelettrica e il prolunga-
mento di 100 metri del pontile nord ; sono stati iniziati il rifacimento della
seconda batteria di forni a coke, la trasformazione del laminatoio da mm.
920, che potrà produrre non solo grossi profilati ma anche travi ad alî
larghe, il potenziamento del treno per nastri stretti e l'ulteriore prolunga-
mento di 100 metri del pontile nord ;

— presso lo stabilimento di Piombino: nella primavera dello scorso
anno è entrato in esercizio un nuovo e modernissimo altoforno, capace
di produrre 1000 tonnellate di ghisa al giorno; sono stati terminati il
potenziamento della coheria e la deviazione di Corso Italia per ottenere
una nuova area necessaria all'attuazione del programma d'espansione.
Fra i lavori in corso si segnalano il prolungamento del pontile, l’installa-
sione di nuovi scaricatori per materie prime, il potenziamento della cen-
trale termoelettrica e la modifica all’altoforno n. 2.

L’Ilva ha proseguito a ritmo intenso anche l’attuazione dei programmi
per tutti gli altri suoi stabilimenti. Si ricordano l’inizio dei lavori a Novi
Ligure per la costruzione del nuovo centro di laminazione a freddo delle
lamiere sottili, l’entrata in esercizio a Lovere del nuovo impianto di colaggio
sotto vuoto e il potenziamento del reparto fucinatura, il programma del-
aumento della capacità produttiva di ghisa a Trieste che passerà quanto
prima alla fase esecutiva.



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10000 8000 6000

teoria del Piwowarsky si basa su di un principio fondamentalmente
noto: sia i fenomeni biologici che quelli storici sono soggetti alle
leggi dell'evoluzione, ossia presentano una fase di nascita e di crescita
sino ad un massimo, poi una fase di decadimento che porta alla loro
scomparsa. Ma la fine della fase ascendente dà luogo allo sviluppo di
una nuova parabola vitale, spesso più attiva di quella che l’ha preceduta.

Ebbene, queste leggi dell'evoluzione sarebbero valide anche per le
materie prime usate dall'uomo attraverso i secoli, e possono essere
delineate, nel campo tempo-impiego, da curve cronologicamente cor-
rispondenti alle epoche che definiamo in modo grossolano
“età della pietra”, “età del bronzo”, “età del ferro”

Attualmente, noi ci troviamo nel ramo ascendente della curva
“ferro”, ma saremmo già prossimi al suo vertice, prossimi per modo
di dire: il culmine della parabola verrebbe toccato verso l’anno
3000. Nel frattempo è già iniziato il primo ramo di una nuova
curva evolutiva, quella dei metalli leggeri e dei materiali sintetici.

Gli studi del Piwowarsky si basano, in gran parte, su di un ba-
gaglio consuntivo di avvenimenti dei quali non è lecito dubitare;
ripropongono, inoltre, gli estremi di una legge ciclica che si deve ri-
tenere valida. Ma sino a che punto sono attendibili le previsioni future?

Cerchiamo di rispondere a questa domanda, senza perdere di vi-
sta l’entità del fattore tempo.

Vorremmo, anzitutto, scindere l’età antica del “ferro” da quella

nostra — dell’ “acciaio”. La distinzione può essere necessaria non
tanto per inserire nel diagramma dello studioso tedesco una curva
che — al momento attuale — sarebbe al suo primo inizio, quanto per
mettere in evidenza il carattere unico ed eccezionalmente industriale
della siderurgia moderna, in contrapposto a quello alchimistico ed
artigianale del “ferro”, La nascita della siderurgia intesa come scienza
si può far risalire al 1786, anno in cui l'inglese Priestley scoprì la fun-
zione del carbonio nell’acciaio. Da allora, la lega ferro-carbonio si è
andata via via sviluppando e differenziando nelle infinite combina-
zioni dei suoi costituenti principali con quelli aggiuntivi, tanto da
far assumere alla parola “acciaio” un significato di grande vastità.

Insieme al diffondersi delle leghe ferrose, si è avuta una rapida evo-
luzione delle tecniche siderurgiche, passate dai processi “al crogiolo”
e “per puddellaggio” a quelli ‘“Bessemer”, ‘Martin-Siemens” ed



II



1000 2000 a.C. 0 dC. 2000

Questo grafico (n. 1) rappresenta l’impiego relativo dei materiali usati dall’ uomo
nel tempo. Come si vede, la curva superiore tratteggiata, che rappresenta | anda-
mento complessivo della civiltà, comincia ad ascendere con l'apparizione dei metalli
pesanti, circa 8000 anni or sono, e si avvia decisamente verso l'alto quando l’uomo,
2000 anni prima di Cristo, scopre il ferro.

a sinistra: questa è la “ matita fiammeggiante”, l'aereo inglese “ Bristol T. 188”
costruito interamente in acciaio saldato, già in fase di realizzazione. Potrà volare
a velocità superiori ai 2,400 km, orari. Solo un involucro d'acciaio, opportunamente
trattato, può resistere a tali velocità e alla temperatura di oltre 200 gradi svilup-
pata dalla compressione e dall’attrito dell’aria sulle superfici esterne.

in basso: il ponte di Brooklyn, a New York, la cui costruzione fu iniziata nel 1867,
Il progettista, ing. John A. Roebling, si propose con quest'opera mirabile di dimo-
strare le possibilità costruttive offerte dai cavi d'acciaio.

|
JI

i

























tonneflatefanno tonnellate/anno

2x 107 2x 108





1x 107







6x 106





4x106





2x106































































































































1x 103
1820 1840 1860 1880 1940 1960 1980 1860 1880 1900 1920 1940 1960

I due grafici in alto (n. 2 e n. 3) illu-
strano lo sviluppo e la decadenza delle
tecniche siderurgiche rispettivamente
nella regione renano-westfalica e negli
Stati Uniti d’ America. In entrambi i
grafici compare, attorno al 1950, il
all’ossigeno la cui
ità di ascesa mai
riscontrata in nessuna delle tecniche
precedenti.
Il grafico in basso (n. 4) è il diagram-
ma delle fonti di energia sfruttate dal-
Puomo nel tempo. Il progresso tecnico
spinge Puomo a cercare di sfruttare
sempre meglio ogni fonte di energia
naturale: anche | aequa e | aria
sono tornate nella nostra epoca ad
essere utilizzate in misura impreve-
dibilmente elevata.





tI

DI

Li

-
PA

Il rotore d'acciaio di un gigantesco turbogeneratore di energia elettrica.

ettrico””, mentre in questi anni con la prepotenza del più forte

va affermando il processo “‘all’ossigeno”,

Ora, se riportiamo in diagramma i tonnellaggi prodotti nel tempo
ndo i suddetti sistemi, ritroviamo una famiglia di “parabole di
izione” il cui andamento, singolo e mutuo, è molto simile a quello
ato dal Piwowarsky per l’impiego dei materiali. Diagrammi di
ti da H. Schenck per la produzione della
a W.S. Debenham per la
merica, e sono riportati rispettivamente

ere sono stati tr:
e renano-westfalica settentrionale,
zione degli Stati Uniti d’,

grafici 2 e 3. Essi sembrano costituire, in un certo modo, una ri-

f

prova della validità delle teorie del Piwowarsky ma, ad un più attento
esame, ne mettono in dubbio la suggestiva logicità. Difatti, mentre
i processi ‘“Martin” ed “elettrico” si stanno avviando al momento
verso il ramo discendente delle loro curve, il processo in
e quando anche questo sarà prossimo
a punto un nuovo mi-
nulla vieta di
ruente

all’os-

attuale
ascesa è quello
al suo culmine, sarà certamente
gliore procedimento destinato a
continuare all’infinito questo modo di ragionare, appare cons
clino della siderurgia. Inoltre,
mmi le «curve di inviluppo» tratteg-

“all’ossigeno”;
stato messo
sostituirlo. Poiché
sostenere l’improbabilità del

servazione che nei due dia





Curva delle produzioni globali di acciaio
nel tempo in milioni di tonnellate (n. 5)

giate (si chiamano così le linee che uniscono le varie curve di un
diagramma e servono a rappresentare l'andamento complessivo delle
curve stesse) denunciano un diminuire progressivo dell’angolo di incli-
nazione, è facile ribattere che il massimo al quale esse tendono potreb-
be essere non un massimo assoluto ma relativo, cioè provvisorio,
suscettibile di ulteriori aumenti in relazione all’evolversi della tecnica
come si è verificato — ad esempio — nel caso delle curve di utilizza-
zione delle energie idraulica ed eolica (pubblichiamo a pagina 12 un
diagramma - n. 4 - delle fonti di energia sfruttate dall’uomo nel tempo)
che hanno avuto, nella nostra epoca, un ritorno quanto mai impre-
vedibile e lusinghiero. Questa ipotesi del massimo relativo è avva-
lorata, del resto, dal particolare andamento della curva dell’acciaio
“‘all’ossigeno”, il cui ramo iniziale, ha una ripidità mai riscontrata
nelle curve delle tecniche precedenti, tanto da far prevedere un
prossimo raddrizzamento della curva di inviluppo. Una ulteriore
conferma ci viene dall’esame della curva delle produzioni globali di
acciaio nel tempo, grafico n. 5, calcolata sulla base dei programmi di
massima e delle previsioni sino al 1975, anno nel quale la produ-
zione mondiale d’acciaio dovrebbe elevarsi a 630 milioni di tonnel-
late. Dal 1975 al 2000 si pensa che la produzione possa raggiungere
il miliardo di tonnellate annue!

Passando a considerare quali cause potrebbero portare all’abbando-
no della siderurgia, esse non possono essere che due: reperimento di



1900

1925





1950 1959 1975 anni

* dato di previsione

L’architetto Eero Saarinen ha pro-
gettato per |’ Università Yale, New
Haven, Connecticut, la nuova pista
per l hockey su ghiaccio. L’ edificio
è costato circa un milione di dollari
ed ha un soffitto flessibile trattenuto
da speciali sospensioni d’ acciaio.
L’interno è illuminato da lampade
fluorescenti, che pendono dal soffit-
to, e la bellezza della pista è resa
ancor più suggestiva dal colore bianco
avorio delle gradinate in cemento.

nella pagina a fianco: particolare di
un giunto composito in elementi
d'acciaio, ideato da K. Wachsmann
per costruzioni prefabbricate.

“n

nuovi materiali più convenienti, o esaurimento delle fonti di minerale.
Di ‘eredi dell’acciaio” si è sempre parlato: leghe metalliche di
basso peso specifico, prodotti chimici di sintesi, resine e polimeri.
Pur senza sminuire il notevolissimo sviluppo di questi nuovi mate-
riali, possiamo affermare con tranquillità che nessuno di essi ha mi-
nimamente messo in pericolo il regno delle leghe ferrose, né si sa come
possa farlo in avvenire. I casi in cui l’acciaio ha avuto dei succedanei
sono molti; ma per ciascuno di essi ve ne sono dieci — nuovi — in
ui “l’essenza siderea” si dimostra di gran lunga la più adatta o la più
economica. Si è calcolato che — nel 1958 — le materie plastiche ab-
ino sostituito non più del 2%, dei prodotti di acciaio, senza tener
nto, naturalmente, dei muovi usi cui l’acciaio è stato destinato.
Lo stesso campo aeronautico — orientato meglio di ogni altro,
r “forma mentis” e per disponibilità di mezzi, verso nuove tecnologie
deve far ricorso alle leghe ferrose per risolvere i gravi problemi
‘onnessi con la necessità di disporre di materiali che mantengano ad
alta temperatura caratteristiche meccaniche di notevole valore. È

caso — per fare un esempio — del nuovissimo bireattore inglese
Bristol 'T-188”, progettato per una velocità di crociera superiore ai
due mach, cioè più di due volte la velocità del suono; ed è — generaliz-
ando — il caso di tutti gli aeromobili e missili dotati di velocità su-

personiche, alle quali, per effetto del calore di attrito con l'atmosfera,
le leghe leggere non resistono. Impieghi dettati da motivi analoghi
a quelli ora detti, si hanno nelle ruote-turbina dei motori a reazione e
nei rotori delle turbine a gas, nonché in quasi tutte le parti costituenti
gli organi essenziali delle centrali nucleari sperimentali e di potenza,
e dei motori atomici.

I nuovi sviluppi della tecnica — acquisita ed avveniristica — sono,
in effetti, funzione diretta dell’acciaio, concepito nella mirabile varietà
delle caratteristiche chimico-fisiche che lo fanno adatto alle esigenze
di qualunque realizzazione. È, appunto, questa versatilità senza limiti
che rende impossibile — a nostro avviso — il ritrovamento di un
“sostituto totale”, e nega la legittimità della curva dei metalli leggeri
e resine, Non va dimenticato, infatti, che nel diagramma n. 1a pag. 11
ciascuna curva è rappresentativa di un materiale che dà — sopra ogni
altro, anche coesistente — una impronta assoluta all’epoca che gli
corrisponde; e ci sembra che, con questi concetti, l’età dei nuovi ma-
teriali non possa ancora dirsi iniziata. Se come abbiamo proposto

la curva dell’acciaio si fa separata da quella del ferro, essa è la
“nuova” curva e, pet le leggi già dette, deve restare la sola sino a che
non si avvicini al suo culmine.

La seconda causa di un possibile declino della siderurgia — quella
dell’esaurimento delle miniere — presenta una mediocre probabilità.
In questo ultimo ventennio, la produzione mondiale di acciaio è stata
di circa quattro miliardi di tonnellate: più di quanto se ne fosse consu-
mato nei millenni precedenti. Ma la produzione prevista per il venten-
nio che va dal 1980 al 2000 dovrebbe superare i quindici miliardi di
tonnellate. Le produzioni di un futuro più lontano sarebbero, quindi,
tali da far temere un effettivo depauperamento dei minerali, se non ci
tosse da attendersi la localizzazione di nuovi giacimenti: molte regioni
del globo sono ancora inesplorate, così come i fondali marini ed il
ucleo stesso della Terra che si ritiene costituito, in buona parte, di

ro,

I





Per coloro che, nonostante le considerazioni fatte, avessero ancora
dei timori circa la longevità della siderurgia, possiamo aggiungere
- per concludere — un ultimo convincente argomento dettato da una
facile constatazione: l’acciaio è un materiale giovane, non ancora piena-
mente conosciuto, ricchissimo di ulteriori sviluppi qualitativi; occor-
rerà un tempo indefinito prima di poterne esaurite le possibilità di
Impiego.
Del resto, nel diagramma di Piwowarsky l’unità di misura è il
millennio, e l'andamento della curva del ferro — ammesso che sia
giusto — fa prevedere, come s’è detto, il culmine non prima dell’anno



L’acciaio ha, dunque, un meraviglioso avvenire dinanzi a sé. Se
dei dubbi possono esserci, essi riguardano — piuttosto — l’avvenire
del genere umano, al quale l’esistenza ed il modo di utilizzazione del
metallo sono legati, ormai, in modo indissolubile.

Ma perché essere pessimisti a tutti i costi?





16

Un
giocattolo

di Natale

Il progresso tecnologico ha raggiunto il mondo
dei giocattoli. Anche i nostri bambini diverranno
«schiavi delle macchine »? Crediamo di no:
niente può imprigionare la fantasia dei bambini
ed ogni robot, per quanto complicato, resterà
sempre il servo fedele dei loro giochi. Saranno
invece, come al solito, i padri a divenire schiavi
dei giocattoli-macchine, sempre più complicati
da smontare, sempre più difficili da riparare.
Protagonista di questo racconto natalizio di Lu-
ciano Rebuffo è proprio uno di questi padri,
già asservito alle macchine dell'infanzia.
(disegni di Flavio Costantini)

« Papà, si è fermata la jeep ».

Mio figlio arriva di corsa, porgendomi la
jeep di latta che gli ho regalato per Natale,
una jeep della polizia, con tanto di faro e di
sirena, e con un poliziotto che ogni tanto
telefona mentre la jeep si ferma per poi ri-
partire con un lungo urlo della sirena; una
macchina magnifica, che quando incontra un
ostacolo si ferma, retrocede e prende una
diversa direzione, facendo tutto questo da
sola.

« Papà, si è fermata la jeep».

Mio figlio tende caparbiamente la jeep verso
di me, e mi guarda con impazienza, sì, ma
anche con totale fiducia.

Io lancio uno sguardo obliquo alla jeep,
e confesso che questa piccola macchina che
si è fermata mi ispira una certa diffidenza.
Chissà poi perché si è fermata! Chissà cosa
avrà! Ma avrà poi veramente qualcosa? Può
darsi che non abbia nulla, che sia un capriccio
passeggero.

Debbo confessare che io ho sempre questo

atteggiamento irrazionale verso le macchine
e i meccanismi che si guastano: penso sem-
pre che possano riprendersi da soli, come una
guarigione, o come il superamento appunto
di un capriccio passeggero.

«Prova ancora, vedrai che la jeep ripartirà.
Scuotila un po’, e lasciami in pace. Non vedi
che papà legge il giornale? ».

In fondo io sono un uomo all’antica, e
quando una cosa non va (la radio, il televisore,
il rasoio elettrico, l'orologio) provo sempre
a scuoterla un po’.

Intanto riprendo la lettura del giornale, ma
non seguo quello che leggo, sento che dalla
camera vicina non giunge alcun rumore, né
di sirena né d’altro, e confesso che sono un
po’ preoccupato.

Ecco infatti che mio figlio si ripresenta
con la jeep in mano: « Papà, la jeep non parte.
Aggiustala, per favore ».

Il suo sguardo è fermo, tranquillo, come
di uno che subisce un piccolo contrattempo
ma sa bene che in breve tutto sarà superato.
Gli prendo di mano la jeep ed egli siede sul
tappeto e aspetta sereno: beato lui!

To cerco di darmi un contegno, guardo la
jeep con autorità, la giro e la rigiro lenta-
mente con la mano, lancio uno sguardo fur-
tivo a mio figlio ma per fortuna egli non
mi guarda.

Sento che comincio a innervosirmi: no!
Ci vuole calma, molta calma. In fondo
non si tratta che di un piccolo giocattolo,
che diamine! Ecco, vediamo un po’ le pi-
le: certamente sono le pile elettriche che
non fanno contatto! Ricordo di aver visto
il venditore quando le inseriva, una per lato:
apro due piccoli sportelli, come due baga-
gliai, ed ecco le pile. Fanno un contatto per-
fetto: le molle, nuove fiammanti, le spingono
con forza verso la linguetta metallica. No,
non sono le pile. Pazienza.

Mio figlio è sempre seduto sul tappeto e
aspetta fiducioso. Posso tradire la sua fiducia?

Ecco un'idea: certamente le pile saranno
scariche. Sono fissato con le pile, forse per-
ché sono la prima cosa che si vede dall’ester-
no.

Nella scatola di cartone che conteneva la
jeep ci sono due pile di riserva, e mando mio
figlio a prenderle. Egli va e torna in un bale-
no, porgendomi le due pile muove. Io le
metto al loro posto, poi dico a mio figlio
di provare la jeep. Mi inginocchio sul tappeto
accanto a lui, e sono piuttosto tranquillo. Ma
la jeep non parte.

«Non erano le pile. C'è un guasto dentro.
Riparalo! ».

Mi sembra che mio figlio cominci a farsi
insolente, glie lo dico e aggiungo anche che
se la jeep non funziona più chissà cosa le
avrà fatto, come l’avrà trattata!

Si mette a piangere, corre da sua madre
che arriva di corsa e mi grida le solite cose:
che io non so trattare con il bambino, che lo
faccio piangere, che sono nervoso ecc. Me-
no male che non ha detto che non so ripa-
rare i giocattoli, che è quello che temevo di
più.






































Rimasto solo, giro e rigiro la jeep da tutti.
i lati: devo assolutamente ripararla, non pi a
so tradire così la fiducia di mio figlio e gio
carmi il mio prestigio. Però, anche a questi.
giapponesi, coi loro giocattoli elettrici ultra-
complicati, che cosa viene loro in mente?
Noi giocavamo con piccole automobiline a
molla, e come ci divertivamo! E anche con
un semplice cavallino di legno dipinto:
volta me ne regalarono uno per Natale, tanti
tanti anni fa, e a me pareva proprio di toc-
care il cielo col dito. Ora, è roba da matti, e
per far divertire un bambino di otto anni ci
vuole una jeep elettrica con le pile a tre volts,
che per ripararla ci vorrebbe un ingegnere,
ci vorrebbe. d

Col cacciavite che tengo nel cassetto della
scrivania, forzo le graffette laterali ed apro
la jeep: più complicato di un apparecchio
telefonico. Lamine ramate, un motorino elet-
trico come quelli veri delle pompe, dieci 0
dodici fili verdi e rossi che corrono in tutte
le direzioni, al centro un disco snodato, che
porta le due ruote motrici piazzate al centro
e invisibili dall'esterno, e sono quelle che
fanno cambiare direzione al veicolo quando
incontra un ostacolo. E questo filo giallo do- |
ve va? Lo seguo e vedo che comanda il brae-
cio dell'agente col telefono. Questi giappo-
nesi, che il diavolo li porti!

Confesso che non so da dove cominciare.
Al massimo provo a tirare un po’ i vari fili,
per vedere se ce ne fosse qualcuno staccato.
Sono tutti a posto. Che fare?

Nel frattempo ritorna mio figlio con sua
madre, si avvicina col sorriso della pace e mi
fa: « Papà, aggiustala in fretta, per favore, |
sii buono ».

Lui ha fretta, chissà cosa pensa, forse
nel momento in cui si è guastata la jeep
stava proprio per afferrare la pericolosa ban-
da delle macchinette a gettone, forse vede.
già i banditi fuggire lontano con la loro.
Supercadillac, fuggire velocissimi verso il
porto, e se arrivano ad imbarcarsi, poi chi li
acchiappa più? Se essi riescono a prendere il
mare, poi ci vorrà l’elicottero, quello radio-
comandato che costa un sacco di soldi... ».

Io credo che lui pensi tutte queste cose,
e tante altre, ma non pensa certamente che
suo padre non sappia riparare la jeep. Ep-
pure dovrebbe saperlo, che io faccio il gior- |
nalista, che scrivo dei racconti come questo,
e che di fronte ad una valvola che si brucia
sono un uomo disarmato, finito. Ma com'è
assoluta la fiducia dei figli nei genitori, fin-.
ché dura! 7

Comunque io devo aggiustare la jeep, pri-
ma che i banditi raggiungano il porto e a lui
venga in mente l’elicottero. »

Vediamo con ordine: lasciamo perdere io
fili colorati. Se la jeep non cammina è questo
disco con le ruote che non funziona, ed è
collegato al motorino da tre o quattro ingra= |
naggi riduttori, tutti dentati. Guardo gli in-
granaggi, guardo i piccoli dentini, li sfioro
delicatamente col pollice, ma capisco, i È
che sono come uno al quale si ferma l’auto-
mobile e lui prova le gomme e il claxon.

= me

a





Smontare i giocattoli per a ve.
dere cc fatti dentro »
è l'aspirazione segreta di ogni
bambino. Il pittore Flavio Co-
stantini si è fatto i erprete

dei loro sogni proibiti, ha
preso un cacciavite e una
pinza e ha aperto le viscere
metalliche dei più complicati
giocattoli mecca un ca,
vallo che galoppa f mente;
un agente della «pi e» che
avvia la sua motocicletta, mon-
ta in sella, scende, si ferma
e riparte a tutta velocità; un
robot che avanza con l’anda-
tura di Frankestein e travolge
senza pietà soldatini di piombo,
indiani di plastica e persino
le bambole che tentano inu-
tilmente di arrestare la sua
marcia inesorabile,

Il cavallo meccanico è un
giocattolo italiano, azionato
con il tra pnale sistema a
molla, mentre il poliziotto e
il robot sono elettrici, e giap-
ponesi.

Il pittore assicura di aver di-
segnato le loro interiora con
assoluta fedeltà, senza dimen»
ticare nemmeno una rotella,



Sono già scoraggiato, e per di più mi
accorgo che mio figlio mi guarda, e mi par
di cogliere nel suo sguardo un lampo d’iro-
nia: che cominci a sospettare?

Ci vuole una decisione eroica, ed autorita-

fetto la jeep nella scatola, prendo il cap-
potto e il cappello ed esco: « Fra poco avrai
la tua jeep in ordine. Il motorino è guasto,



un motorino guasto va sostituito, capis
Vado io a cambiarlo ».

Mi sono ricordato di un mio amico mecca-
nico, che a tempo perso ripara giocattoli.

Riparami questa jeep, per favore, e ripa-

ramela subito, e fammi vedere come diavolo
î I Pa

A quest'ora di sera, così di fretta? ».
Il mio amico non capisce bene, ma è un
vecchio amico, una pasta d’uomo e m

1 ‘AC-

contenta,

Comincia a maneggiare e poco dopo mi
spiega: « Vedi, si è bruciato l’indotto. Si,
nel motorino, come in quelli veri, c'è un
piccolo indotto formato di un piccolissimo
avvolgimento di fili di rame, e uno di questi
fili si è Non dovrebbe succedere,
con una potenza costante di tre volts come
quella data dalle due pile, ma è successo.
Comunque cambiamo l’indotto e tutto è a

bruciato,

P‘ Sto ».

Capito? 1 giapponesi! In un motorino che
è lungo due centimetri e mezzo e largo due,
c'è un indotto cambiabile! E il mio
arriva infatti
difficoltà sulla punta dell’indice, sarà lungo
un centimetro, lo fissa dentro al motorino
con un lavoro da orologiaio, e poco dopo la

amico

con un indotto che sta con

jeep è a posto.
« Grazie. Così, se succede un’altra volta, so
di che si tratta ».

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(I)

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19)

« Ma in questi giocattoli è difficile che si
ripeta due volte lo stesso guasto. Semmai,
si tratterà di un’altra cosa ».

lo, irritato da tutta questa storia giap-
ponese, comincio a girare per la stanza e
a ficcare il
cattoli.

naso in una montagna di gio-

Il mio amico, che è un paziente ed un te-
nace, mi spiega: « Il sistema di questi giocat-
toli elettrici, in gran maggioranza giappo
non hanno altro da

è sempre questo: due pile,

nesi (ma fare, sti
giapponesi?)
e in qualche caso anche tre, un motorino con
piccolo collettore e indotto, un ingranaggio
riduttore che comanda, anziché le ruote po-

disco ruotante,
con le due ruote motrici. È per mezzo della
rotazione di questo disco che la macchina,
toccando un ostacolo, cambia direzione, per-
ché le quattro ruote “normali” sono soltanto
portanti. Così per la jeep, così per il trattore,
così per l'autobus, così per tutte quelle mac-

steriori, questo snodato e

chine che imitano perfettamente gli ultimi
veri tipi della Ford © della Cadillac».

Vedo poi un robot, dove le cinghie mosse
dal motorino muovono antenne e pistoncini,
e quasi non una membranina di
gomma su stantuffo provoca un getto d’aria
che, premendo su una soluzione chimica con-
tenuta in apposita fialetta di plastica sistemata
nel torace del robot, fa uscire dalla bocca un
getto di fumo.

bastasse,

C'è un aereo con tre pile (quindi nove volts)
che, a mezzo di ingranaggi e di una leva,
capriole per il campo, men-
gru a magnete solleva ogni
che trova (spilli, temperini,

continua a fare
tre una grande
pezzo di ferro
chiavi di casa).

C'è un magnifico trenino su rotaie, ita-
liano, della Rivarossi di Milano, che corre
a mezzo della normale corrente elettrica
di casa, ma con un trasformatore che: porta
la stessa dai centoventicinque volts ai sette
o otto necessari,

E poi c'è un’auto radiocomandata: basta
tenere la scatola di comando, che alloggia
tre pile: con un vibratore, sempre entro un
raggio di cinque o sei metri dall'auto, e questa,
captando con l’antenna le vibrazioni e tra-
smettendole al proprio motore con puntine
platinate (il motore è alimentato da altre
tre pile sistemate sull’auto) esegue tutti gli
ordini che riceve.

«C'è anche — dice il mio amico -
grande elicottero, con due rotanti, radioco-

questo

mandato... ».

Ma io lo interrompo, prendo la mia jeep
e mi precipito fuori di corsa: l'elicottero mi
ha ticordato tutta la storia della jeep e di
mio figlio, ed io corro a casa, prima che i
banditi raggiungano il porto e riescano ad
imbarcarsi, costringendo mio figlio a chie-
dermi l’elicottero radiocomandato.

Anche perché spero di convincerlo che non
è vero che i giocattoli dei bimbi di oggi
sono troppo complicati per noi; e spero an-
che che egli non dubiti delle capacità di suo
padre, almeno non ancora.



‘Ep
Si
>
LV
n


composizione in ferro, vetro
e legno di Emanuele Luzzati





22

Le

concentrazioni
nella
siderurgia
europea

In questi ultimi anni, più che in ogni al-
tro periodo storico, l’attenzione degli econo-
misti e degli uomini politici è stata richia-
mata dal problema del processo di concen-
trazione industriale in corso in tutti i paesi
del mondo.

C'è chi si rallegra di tale fenomeno, chi
per contro se ne preoccupa, e le polemiche
in materia divengono sempre più vive perché
sempre più intensa è la tendenza verso una
maggiore dimensione delle imprese.

Le tesi a favore di tali tendenze si basano
sulla considerazione che le maggiori dimen-

sioni delle imprese sono una conseguenza,
positiva e benefica, del progresso tecnologico
e della maggiore ampiezza delle aree di mer-
cato che si sono venute a creare specialmente
dopo l’ultimo conflitto mondiale: positiva e
benefica perché l’introduzione di muovi pro-
cessi tecnologici e la maggiore produzione
in serie permettono di portare sostanziali
riduzioni ai costi di produzione, riduzioni di
costi che permettono a loro volta sostanziali
riduzioni dei prezzi di vendita dei beni di
consumo.

È quindi il consumatore che finisce per
beneficiare delle concentrazioni industriali che
si vanno attuando.

Per gli avversari delle concentrazioni tali
necessità tecnico-economiche, pur inconte-
stabili, non giustificano del tutto il fenomeno
in questione che, per contro, a loro avviso,
può arrecare danno, in seguito al predo-
minio dei più forti, a quel complesso sistema
di libera concorrenza che è essenziale per
spingere tutto il sistema produttivo verso
una costante riduzione dei costi di produ-
zione e dei prezzi di vendita dei beni; se-
condo tale opinione la vera spiegazione del
fenomeno è da ricercarsi nel desiderio di
dominio e nella volontà di potenza di deter-
minati ceti e il fenomeno stesso deve quindi
essere ostacolato ed osteggiato.

Come succede spesso, l’una e l’altra tesi
contengono degli elementi di verità, anche
se sembra incontrovertibile che le concen-
trazioni e le conseguenti specializzazioni del
sistema produttivo — quando non raggiun-
gano dimensioni tali da poter imporre i
prezzi del prodotto sul mercato — costitui-
scano un fattore stimolante per l’espansione
economica e per un conseguente sviluppo
sociale.

In effetti le due tesi in sé e per sé non han-

C.E.C.A. - MEDIA DELLA PRODUZIONE D'ACCIAIO PER AZIENDA NEL 1959

in tonnellate
Germania Belgio
467.000 429.000

Come si vede chiaramente da questo grafico, in Italia, dove il processo di
concentrazione siderurgica non ha aneora avuto attuazione, si registra la
più bassa media produttiva d'acciaio per azienda. Con l'imminente fusione
dell'Ilva e della Cornigliano la media italiana per azienda subirà un forte

balzo in avanti,

no un vero significato sino a quando pet-
mangono delle tesi astratte; i fenomeni socio-
economici, in effetti, non possono essere
giudicati che in concreto, cioè esaminando le
particolari situazioni ambientali di fatto nel-
le quali essi si inseriscono.

In una società profondamente democrati-
cizzata, infatti, nella quale cioè esista un’am-
pia diffusione del potere, difficilmente le con-
centrazioni portano ad effetti deleteri perché
a forti gruppi di pressione si contrappon-
gono altri gruppi, anche di differente natura
e potenza (non solo quindi economici ma
anche politici, sindacali, culturali, religiosi
ecc.). Con la loro azione essi determinano
una situazione di equilibrio dinamico, tale
da evitare la preponderanza degli uni sugli
altri.

Situazioni siffatte si riscontrano, come è
noto, nei paesi di antiche tradizioni demo-
cratiche, quali gli Stati Uniti d’America.
Nei paesi a struttura tendenzialmente tota-
litaria le concentrazioni possono invece pro-
vocare facilmente pericolose situazioni di
squilibrio oltre che economico anche po-
litico.

Negli Stati Uniti d’ America, paese in som-
mo grado democratico, esistono le maggiori
concentrazioni industriali, che è stato pos-
sibile indirizzare verso il buon funziona-
mento dell’economia industriale, e gli Stati
Uniti d'America godono del maggior benes-
sere su scala mondiale.

In Europa il processo di concentrazione
è stato assai vivo dopo l’ultimo conflitto
mondiale ed ha trovato la sua maggiore
spinta con l’attuazione degli ampi mercati
della C.E.C.A. e del MEC. "i;

La realizzazione di tali mercati ha presen-
tato, fra l’altro, il grande vantaggio di di-
minuire progressivamente l'efficienza delle

Francia Italia Lussemburgo Olanda
38.000 98.000 1.222.000 557.000







Germania

Francia

Italia

Belgio

Lussemburgo

Olanda

oltre 3 milioni oltre 2 milioni oltre 1 milione

DI
BIO
BIOIO
Dna
JO

pratiche restrittive che esistevano sui mer-
cati nazionali e di porre a confronto le im-
prese in un mercato più ampio e provvisto
di adeguate regole.

Nel 1959, nella Germania Occidentale,
solo 11 società hanno prodotto il 71% del
gettito nazionale di acciaio, cioè oltre 20
milioni di tonnellate.

In Francia 5 società ne hanno prodotto il
66%, cioè ro milioni di tonnellate.

Nel Belux (Belgio e Lussemburgo) il 75%
della produzione d’acciaio è dovuta a sole
tre imprese.

In Olanda la società Hoogovens produce
la quasi totalità del gettito nazionale d’ac-
ciaio.

In Germania la produzione media d’ac-
ciaio per impresa nel 1959 è stata di 467.000
tonnellate, in Francia di tonnellate 338.000,
in Belgio di tonnellate 429.000, in Lussem-
burgo di tonnellate 1.122.000 e in Olanda
di tonnellate 557.000.

Come si nota, la concentrazione dell’indu-
stria siderurgica nell’ambito della C.E.C.A.
è notevole. Molte imprese hanno raggiunto
una capacità produttiva annua di circa 3 mi-
lioni di tonnellate.

Dalle dimensioni di gruppo di produzione
di 3 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno,
che era l’obiettivo del 1955 per il 1960, ci
si sta orientando verso gruppi per 7 milioni
di tonnellate annue senza peraltro incorre-
re nel pericolo di situazioni di predominio,
date le garanzie esistenti di un sano equili-
brio fra le industrie dei sci paesi.

In Italia il processo di concentrazione del-
l'industria siderurgica, nonostante il pro-
digioso progresso da essa registrato in que-
st’ultimo decennio, non ha finora praticamen-
te avuto attuazione.

Nel 1959 la produzione media d'acciaio
per azienda è stata di appena 98.000 tonnel-
late e solo due società, l’Ilva e la Cornigliano
hanno prodotto ciascuna oltre 1 milione di
tonnellate d’acciaio: l’Ilva tonn. 1.446.000 e
la Cornigliano tonnellate 1.017.000, che rap-
presentano il 27% della produzione globale.

E sono proprio queste due aziende che
ne inizieranno la realizzazione attraverso la
loro fusione.

In base al comune piano di ulteriore svi-
luppo e razionalizzazione degli impianti la
muova società avrà entro il 1965 una capa-
cità produttiva di oltre 7,2 milioni di ton-
nellate d’acciaio, la mèta che, come abbiamo
detto, è considerata ora la più ambita per le
concentrazioni siderurgiche nell’ambito della
C.E.C.A. per tale periodo.

UBICAZIONE DELLE AZIENDE DEI PAESI
DELLA (€.E.C.A. CHE NEL 1959 HANNO
PRODOTTO I MAGGIORI QUANTITATIVI
D'ACCIAIO
in tonnellate

CIONI
di tutti

Per il Natale di quest'anno, l'Ilva e la Cor-
nigliano hanno pensato di offrire in dono a
tutto il personale un libro. Perché proprio un
libro? La risposta si può formulare con un’al-
tra domanda : chi legge in Italia? È la stessa
fomanda che Mario Soldati e Cesare Zavattini,
due dei nostri scrittori più attenti e sensibili ai
problemi della nostra società e della cultura, si
sono posti l'estate scorsa accingendosi insie-
me a svolgere per la televisione una vivacis-
sima inchiesta le cui puntate vengono trasmesse
în queste settimane. Soldati e Zavattini, risa-
lendo l'Italia lungo l'itinerario dei “Mille” e
mescolandosi ai pescatori siciliani, ai pastori
calabresi, aî portuali napoletani, ai butteri di
Varemma, hanno purtroppo trovato alla loro
domanda una risposta che già conoscevano :
pochi, pochissimi leggono in Italia. Ma essi
hanno anche sentito, in ogni luogo in cui hanno
portato gli obbiettivi delle telecamere e î micro-
foni dei registratori, la presenza viva e rincuo-
rante di una umanità ricca di tradizioni e di
confusi fermenti e fertile di promesse.

L’Ilva e la Cornigliano, invitando un gruppo
di scrittori italiani a collaborare ad una anto-
logia di racconti inediti ispirati al mondo del
lavoro e dedicati a tutto il personale, hanno
inteso contribuire alla diffusione del libro e a
stimolare l’amore per la lettura, hanno voluto
dar modo a chi presta la sua opera nelle fabbri-
che e con la quotidiana fatica giustifica gran
parte della sua vita, di prender conoscenza di
alcuni dei problemi e dei rapporti che legano
l'individuo al lavoro. Hanno voluto insomma che



nel disegno: un muratore fiorentino, L'illustrazione è
ispirata al racconto di Vasco Pratolini « Firenze prima di
Metello », nel quale lo scrittore toscano, attraverso i ri-
cordi di un gruppo di vecchi muratori, descrive la vita
della città dopo il trasferimento della capitale a Roma.
Il racconto si riallaccia ad uno dei maggiori romanzi di
Pratolini, « Metello », di cui costituisce una interessante
ed inedita premessa,









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nelle case di molti che forse leggono solo qualche
giornale e qualche rivista, entrasse un vero libro
scritto per loro e a loro dedicato.

I quattordici racconti di cui si compone l’an-
tologia sono stati scritti da Giovanni Arpino,
Carlo Bernari, Carlo Betocchi, Dino Buzzati,
Italo Calvino, Carlo Cassola, Luigi Datì,
Beppe Fenoglio, Michele Parrella, Antomio Piz-
suto, Vasco Pratolini, Michele Prisco, Leonardo
Sciascia, Mario Tobino.

La vita che corre è sempre stata l'ispirazione
più felice per uno scrittore; la vita nei suoi
momenti più veri, inattesi e qualche volta grot-
teschi. Il lettore troverà nel libro alcuni di
questi momenti nei personaggi più diversi. È
ancora una volta l'uomo che vien fuori dalla
prosa degli scrittori italiani contemporanei in-
vitati dai curatori della raccolta a narrare i
giorni di tutti.

È la realtà della vita di tutti quella che non
dà tregua all’ansia di chi la vuole scoprire ;
spesso essa è una favola da raccontare e il mondo
allora appare diverso quando la letteratura ne
è mediatrice e î racconti diventano pretesti che
sembrano veri.

Ma il pretesto di Natale, per offrire questo
libro ai trentamila che lavorano nelle due so-
cietà, finisce, a ben guardare, per andare oltre
l’opportunità della circostanza: non è forse il
Natale la scoperta dell'uomo e della vita?

I racconti riuniti nel libro, che è stato stam-
pato a cura di Edindustria per i tipi dell’Ilte
di Torino, sono accompagnati da una serie di
illustrazioni del pittore Giacomo Porzano. Pub-
blichiamo qui i particolari di alcuni tra î più
significativi disegni.






nella pagina accanto, in alto: Peppi-
no, il protagonista del lungo racconto
di Carlo Bernari « Una casa un amo-
re» alle prese con una delle « tenta-
zioni » della sua fabbrica. Peppino è
un operaio napoletano che lavora a
Bari. La figura di questo giovane
partenopeo industrioso, tenace, amico
di tutti e da tutti amato è certamente
una delle più felici cui Bernari abbia
dato vita,

nella pagina accanto, in basso: un
minatore addetto al traforo del Monte
Bianco. I protagonisti di « Due soci »,
il racconto di Giovanni Arpino che
apre l’antologia, si muovono sullo
sfondo della grande impresa che agita
speranze e interessi tra gli abitanti
della Val d'Aosta.

qui a fianco: Brunello, la figura cen-
trale del racconto di Luigi Davì
« Brunello Giovane », è apprendista
in una officina meccanica piemontese
nel periodo della Resistenza. Di gior-
no fabbrica alla fresa tagli-chiavetta,
di notte, con un occhio al « pezzo »
e uno alla porta, costruisce otturatori
per mitra destinati ai partigiani.
Davì è un giovane serittore-operaio
torinese, impiegato alla Fiat.











27



sl
o

Utensili preistorici

Antenati del trapano elettrico e del tornio multimandrino, o almeno
predecessori dello scalpello e della verrina, questi utensili preistorici

trovati nelle caverne del finalese ci giungono dalla lontananza di mi-
gliaia e migliaia di anni.

Nella lotta contro la foresta e contro le belve l’uomo trova che
le proprie membra sono deboli, non bastano; egli si arma quindi di un

ramo d’albero, di un sasso. Poi si vuol dare al ramo d'albero una
forma appropriata, ed esso diventa una clava; al sasso una forma @







Punteruolo lungo 3 em. Consiste in una punta di rame immanicata in un meta-
tarsale di lepre (età del ferro), Nella pagina accanto : (in alto) macina e maci-
nello in tra dura, intrisi di ocra rossa (neolitico); (in basso) accetta di

verde con immanicatura in corno di cervo (neolitico). Tutti questi oggetti
conservati nel Museo Archeologico di Genova-Pegli.

mandorla, ed esso diventa un’ascia. Per lavorare il ramo d'albero e il
sasso occorrono appunto î primi strumenti.

L’uomo li crea: ecco il primo “ operaio” che è insieme inventore,
esecutore, attrezzista, meccanico. Adopera quello che la natura gli offre :
pietre, legno, corna e ossi di animali.

Una grossa pietra di base ed una di formato maneggevole diventano
il primo mulino; un lungo ramo con una pietra a punta diventa la
prima zappa ; con un corno di cervo ed una punta di pietra si ottiene
un’accetta. Ma bisogna ricordare che per trovare il sistema di imma-
nicatura sono occorsi forse secoli.

Poi, grazie a quella grande scoperta che fu il fuoco, e quindi a
quella dei metalli, si hanno pian piano i primi utensili “ composti”,
con parti in bronzo o rame, e poi în fi

(inema
ancese

e due ouerre

L'attività cinematografica del circolo aziendale
della Cornigliano cura ogni anno la presenta-
zione organica di un ciclo dedicato di volta in
volta ad una diversa cinematografia. Lo scorso
anno venne presentato il ciclo ‘Trent'anni di
cinema italiano”. Quest'anno viene dedicato al
cinema francese.

Il ciclo è stato presentato da uno dei più au-
torevoli critici cinematografici italiani, Fernaldo
Di Giammatteo (noto oggi anche al pubblico te-
levisivo attraverso le rubriche «Ritratto di attore»
e «Cinelandia» da lui dirette). Lo abbiamo
pregato di tracciare anche per la Rivista un
sintetico panorama della cinematografia francese.
Riteniamo che esso possa interessare tutti î no-
stri lettori, anche in vista della possibilità che
analoghe iniziative cinematografiche vengano
sviluppate dai circoli dei vari altri stabilimenti.

Sono lunghi quindici anni. Il nostro dopo-
guerra ne ha già tanti, e forse nessuno di
quelli che ci hanno vissuto dentro li ha ascol-
tati correre. Pensate all’altro dopoguerra, e
fate quindici anni dopo la fine delle ostilità:
arrivate al 1935. Noi, 1960, siamo verso la
guerra che abbiamo subito come loro,
1935, verso la guerra che li aveva schiacciati.
Molto avanti, cioè, e non ce ne siamo accorti.

Se guardiamo indietro, noi da questa soglia
del 1961, al 1935 (l'Europa che, appena cu-
rate le ammaccature della crisi economica,
stava marciando verso la guerra nuova),
constatiamo l’esistenza di un abisso fra l’ar-
mistizio del ’19 e quel periodo maledetto che
vedeva imperversare i regimi totalitari. C'era
la guerra in Africa, per noi. Stava per scop-
piare la guerra civile in Spagna. La prima
guerra mondiale appariva lontanissima, di-
menticata. Possiamo fare lo stesso confron-
to, oggi, fra l’instabile pace che ci regalerà il
61 e la guerra che ci regalò il nazismo dal
'39 al ’45? Forse sì. E forse facciamo bene
a farlo.

Chiudiamo questo capitolo del dopoguer-
ra, mettiamoci una pietra sopra, tiriamo i
conti. Vogliamo dire: osserviamo senza pre-
concetti la storia che scivola sotto i nostri
piedi e sopra le nostre teste, e non badiamo
troppo a quel che ci portiamo dentro. I fran-
cesi lo stanno facendo, con il loro cinema
“nouvelle vague”, che più nuovo e spregiu-
dicato non potrebbe essere. Cerchiamo di
capire che cosa vogliono, questi giovanotti
indaffarati e mevrastenici, i Resnais, i Malle,
i Truffaut, gli Chabrol, i Godard. Resnais





parla ancora di guerra, in firoshima mon
amour. Ma è Punico. Gli altri parlano di
donne, di vizi, di instabilità psichiche, di
freddezze sentimentali, di crudeltà, di fami-
glie che vanno a rotoli, di vaghe aspirazioni,
di violenze. Figli del loro tempo, non hanno
tempo da perdere coi rimpianti e col ricordi.
Raccontano le debolezze dei loro contempo-
ranei, senza nemmeno tentare una spiegazione

storica. Registrano, niente altro. Diciamo
qualche titolo? Ascensore per i/ patibolo - Les
amants - I quattrocento colpi - Les cousins - A

doppia mandata - Sino all’ultimo respiro. Non
sanno piangere, questi giovanotti. Non cre-
dono a nulla, 0 quasi. Considerano il mondo
un mucchio di rifiuti. Ci sputano sopra.

Come c'entra la guerra terminata quindici
anni fa, nelle faccende dei giovani registi
francesi? Non c'entra affatto. Non esiste per
nulla (tranne che per il severo Resnais di
Hiroshima mon amour). Come se nessuno l’a-
vesse mai combattuta, e i tedeschi fossero sem-
pre stati quelli di oggi, pacifici e soddisfatti nel
loro “miracolo”, e gli altri popoli europei
gente nata ieri senza peccato e senza soffe-
renza. Oggi, in Francia, c'è De Gaulle, il
demiurgo. Ci sono, anche, mille problemi
non risolti — Algeria e sviluppo economico
— ma sono tutti troppo stanchi per occupar-
sene. Hanno chiamato De Gaulle apposta,
se la veda lui. Passateli in rassegna, gli Cha-
brol, Truffaut, Godard e compagni, € vi ac-
corgerete che proprio questo suggeriscono,
con una coerenza e una unanimità commo-
venti. Sono tutti figli infelici e un poco liti-
giosi del grand’uomo.

Fra il ’30 e il ’40, in Francia, non c'erano
De Gaulle. C'erano molti piccoli francesi che
volevano risolvere, nelle regole della demo-
crazia parlamentare, i problemi della società
nazionale e i guai della scena europea. La
guerra li avrebbe condannati tutti, destre e
sinistre, ma loro ancora non sapevano come
sarebbe andata a finire. Lo intuivano, lo te-
mevano, Sentivano il terremoto, ed erano per
questo tremendamente infelici: avrebbero per-
duto tutto, una civiltà gloriosa, la fiducia negli
uomini, l’amore, la gioia di vivere, e questo
lo sapevano benissimo. Non occorrono spie-
gazioni più complicate per intendere il si-
gnificato del cinema francese di quel de-
cennio, Uno fa i Marcel Carné,
di Jean Renoir, di Julien Duvivier,
stesso René Clair, ed ha davanti a
sé una pattuglia di infelici che inseguono
l’illusione della pace. Sono così coscienti del
l’illasione che l’accettano come tale, a viso
aperto. Z/ porto delle nebbie di Carné narra una
storia senza vie di uscita, un amore impossi-
bile che sfocia nella tragedia. A/ba fragica è
il racconto di una lunga agonia prima del
suicidio. Duvivier passa da Pe/ di carota al
Giglio insanguinato, dalla Bandera alla Bella
brigata, dal Bandito della Casbah al Carnet di
ballo ai Prigionieri del sogno con la lucidità di
un maniaco della disperazione. L’unica sal-
vezza che offre ai suoi personaggi è la morte.

Anche Renoir accetta il clima generale,
seppure non sempre e non incondizionata-

nomi di
dello
subito

mente. \erso la vita e L'angelo del male —
i due film ricavati da romanzi di Gorki e
di Zola partecipano del pessimismo dif-

fuso: sono due storie di degradazione umana,
spinte fino alle conseguenze estreme. Diverso
l'atteggiamento della Grande illusione e della
Marsigliese, perché in essi si rispecchia la spe-
ranza del regista nel “Fronte popolare”. Qui
Renoir trova la forza di sostenere l’inevita-
bilità della guerra e di lanciare un appello al-
l’unione dei francesi onesti per scongiurare i pe-
ricoli del totalitarismo. Sennonché, lo stile stesso
del film finiva per smentire le buone intenzioni:
predica e appello non si traducevano tanto
nel furore di un grido di allarme quanto nella
patetica invocazione ad una solidarietà verso
la quale si nutriva una profonda sfiducia.
Neppure Renoir si opponeva, nel fondo, alla
linea generale seguita dal cinema in Francia.
Anche lui era già, in partenza, uno sconfitto.

E Clair? Il lieve, mordente,
René Clair? Non esiste nulla di più amaro,
sotto il velo ironico, della sua malinconia.

scanzonato

qui accanto: tratto da un racconto di Julies Renard,
« Pel di Carota » (1931) di Julien Duvivier, narra la
storia di un bimbo campagnolo ipersensibile e incom-
preso dal mondo dei grandi.

nella pagina a fianco: una scena del film « A me la
libertà », diretto da René Clair nel 1932. In quest'opera,
come in altre, Clair affrontò con pungente ironia una
serie di temi ispiratigli dalla civiltà di oggi, come la
meccanizzazione e il lavoro a catena,

Prendete Sotto i setti di Parigi o Il milione ©
A me la libertà © Il 14 luglio © L'ultimo mi-
liardario. Non sono film scacciapensieri. Non
sono nemmeno film divertenti nel senso co-
La fragilità insospettabile e crudele
dei sentimenti angustiava Clair in una ma-
niera perfino morbosa, ogni avventura dei
suoi personaggi di periferia svelava le de-
lusioni del regista, il distacco che egli vo
leva frapporre tra il mondo vero (il mondo
delle brutture di tutti i giorni) e la fantasia
che mondo. di-
verso, più gentile e umano. Il sorridente
Clair vive il dramma della Francia, come
gli altri. Se differenza esiste, si tratta di
una differenza di tono. Non di sostanza.
L’attesa della guerra. Le conseguenze della
guerra. Il cinema francese ha espresso, sta
esprimendo tutto questo. Anche nelle mani-
festazioni aberranti, come il caso di Clouzot
e della sua necrofilia (Manon, Vite vendute, I
diabolici, Le spie), giacché solo in un clima
così inquieto possono nascere film che gio-
cano sul compiacimento dell’orrido. Biso-
gna dire che i francesi sono sempre stati molto
sensibili (troppo sensibili, qualche volta) alle
seduzioni del pessimismo. Ne hanno fatto
addirittura una ragione di vita. I giovani
della

mune.

consentiva di sognare un

“nouvelle vague” marciano su questa



td
di

strada, sentono gli stessi pericoli nell'aria, si
esprimono con la medesima crudeltà. Hanno
in casa, oggi, una semidittatura e ne tra-
ducono il disgusto in film come Fino all'u-
fimo respiro o A doppia mandata. Non si ri-
bellano, subiscono pazientemente. E le loro
opere sono il frutto dello schifo che prova-
no ma che sanno rifiutare. In questo
senso, davvero, sono i figli legittimi del
“ grande generale”.

Non vorremmo aver tracciato un quadro
troppo nero, senza sfumature. È chiaro che
non tutto il cinema francese partecipa così
integralmente del clima di angoscia dell’an-
teguerra e del dopoguerra. Ma qui non si
intendeva condurre un’analisi in profondità.
Lo scopo era solo quello di indicare una
linea, la principale, la più significativa. Lo
spettatore potrà, dopo, a suo agio, control-
lare l’esattezza di certe affermazioni e scoprire
nei film ciò che corrisponde e ciò che contrad-
dice quanto è stato detto. Ogni film è un pro-
blema particolare, ogni autore non solo su-
bisce il clima del paese in cui vive ma for-
nisce anche un suo apporto personale, più
o meno grande a seconda del temperamento
che possiede. Sono due cose che vanno viste
insieme, che, insieme, lo spettatore deve
considerare.

non



qui sopra: ancora un film di René Clair, « Per le vie di Parigi » (1933) è un'opera viva
e pittoresca in cui si ritrovano tutti i temi preferiti dall'autore, dal « bal musette » alle
canzonette popolari. La scena ritrae l'uscita per la passeggiata di una famiglia pic-
colo borghese che, durante tutto lo svolgimento del racconto, compare più volte, sempre
in abiti inadatti alle circostanze e alle condizioni atmosferiche.

nella pagina a fianco: (in alto a sinistra) Jean Gabin e Jules Berry in « Alba tragica »,
diretto da Marcel Carné nel 1939. È il film più compiuto di Carné, uno dei maestri del

cinema realista francese che ha il suo caposcuola in Renoir. I temi sono gli stessi di
« Porto delle nebbie » (foto a destra) girato da Carné nel 1938: la morte gella in
entrambi i film il tragico destino del protagonista. « Alba tragica » è la storia di un one-
sto operaio che uccide un ammaestratore di cani, suo presunto rivale in amore, € si
uccide. In « Porto delle nebbie » un disertore viene ucciso da un gangster geloso.

in basso: una scena de «La béte humaine », realizzato da Jean Renoir nel 1938.
Un'altra storia senza speranza, un amore impossibile, una conclusione tragica.



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(11)

In queste pagine pubblichiamo le immagini di due tra i più signiftcativi film del do-
poguerra francese.

« Manon », girato da Henry-Georges Clouzot nel 1948( pagina a fianco in alto) è un
adattamento moderno del romanzo dell'abate Prévost. Il compiacimento dell’orrido
che è stato rimproverato a Clouzot, regista « crudele » e « diabolico », si ritrova anche
nel famoso finale di questo film, con il seppellimento della protagonista nella sabbia

del deserto.

«I quattrocento colpi », (foto in basso e qui sopra) girato da Frangois Truffaut nel

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1959 è senz'altro una delle migliori opere della cosiddetta ‘« nouvelle vague ». È forse
il solo film realizzato dal gruppo dei nuovi giovani registi francesi in cui non ci si li-
miti a registrare debolezze ed errori umani. ma si tenti di indicarne, seppur vagamente,
una spiegazione. «I quattrocento colpi » è la storia di un ragazzo sbandato che non
trova nei genitori il calore degli affetti familiari. Chiuso in riformatorio egli fugge e.
in una sequenza di altissimo valore drammatico e di grande sapienza tecnica, raggiun-
ge la riva del mare, Con l’immagine del suo volto di bambino-adulto si chiude questo
film, senza un epilogo, senza una speranza, se non quella di una aspirazione ad una
libertà quasi inconsapevole.





giurisprudenza

lettere è filosotia

scienze politiche

medicina e ehirurgia

enze matematiche
he e natu

chimica industriale

medicina veterinaria

agraria

economia e commercio



scienze stat €
demogratiche e attuari.



istituto navale

accademia di

belle arti





Verso

una migliore
preparazione
professionale

Il concetto di « aprire ai capaci ed ai merite-
voli i più alti gradi dell’istruzione pubblica »
ricorre spesso nei mumerosi scritti e nelle
discussioni che da un po’ di anni si vanno
facendo sulla scuola, È un concetto indub-
biamente giusto perché giusto è che a tutti
i cittadini, senza distinzione di censo e senza
altre discriminazioni, ad eccezione di quelle
stabilite dalle naturali possibilità intellettuali,
sia consentita la preparazione migliore per
far parte della classe dirigente di domani.
Ma, come spesso accade a tutti i concetti ge-
nerali, anche questa affermazione ha bisogno
di essere interpretata e, in un certo senso,
limitata.

Innanzitutto c'è da ricordare che oggi pet
«alto grado della scuola » si intende lo studio
universitario: il gradino appena inferiore,
cioè il liceo, non è infatti che un ponte di
passaggio, uno stadio di preparazione fra la
scuola media e quella universitaria e non for-
nisce una qualificazione professionale suffi-
cientemente stimata sul mercato del lavoro
(tanto è vero che appena il 7,4% della leva
del 1959 era fornito di un titolo di studio
di scuola superiore e codesta percentuale
era composta quasi interamente dai diplomati
degli istituti tecnici). L’« alto grado della
scuola » coincide quindi con il corso di studi
che si conclude con la laurea e se è ben vero
che nel nostro Paese si prevede un ampio
assorbimento di laureati nell’industria, è al-
trettanto vero che nell’università italiana si
nota una cattiva distribuzione degli studenti
che dà origine a quella che si suol chiamare
l’« inflazione delle lauree ». La soluzione del
problema della preparazione professionale uni-
versitaria, vista alla luce del presente e futuro
sviluppo economico e sociale del Paese, con-
siste essenzialmente in una migliore distri-
buzione, fra le facoltà umanistiche e quelle
scientifiche, di quel 2,6% di studenti che
ogni anno escono dagli studi superiori.

Purtroppo i problemi non si esauriscono
qui. Occorre ancora pensare ad altre cose.
Alla necessità, ogni giorno sempre più sentita,
di avere tecnici, ricercatori, progettisti e diri-
genti profondamente preparati, si aggiunge
attualmente la necessità, altrettanto, se non
ancor più sentita, di avere operai qualificati
la cui percentuale, rispetto al totale degli



Ogni giorno diviene sempre più sentita la necessità di avere operai qualificati la cui percentuale, rispetto al to-
tale degli addetti all'industria, dovrà crescere nei prossimi anni dall’attuale 6%, sino al 30%. Da qui la sempre
maggiore importanza degli istituti professionali che, impostati su linee moderne, possono assicurare ai giovani una
preparazione elastica, viva e rispondente alle presenti e future necessità.

addetti all'industria, dovrà crescere nei pros-
simi anni dal 6% di oggi sino al 30%.

La realtà odierna, così come traspare dalle
cifre che sono aride ma significative, offre
lo spunto per una interessante meditazione:
il 36% dei ragazzi di ogni leva scolastica fre-
quenta attualmente una scuola media o di
avviamento e soltanto il 16% le medie su-
periori e gli istituti tecnici.

A soddisfare le esigenze del nostro mercato

- secondo uno studio compiuto dal Ministe-
ro della P. I pare sufficiente che il 20%,
(compiendo una certa media sulle precedenti
cifre) dei giovani dai 14 ai 19 anni attenda
agli studi presso i licei, gli istituti tecnici e
magistrali ecc.; il restante 80% dovrebbe, in
teoria, affluire alla scuola di mestiere, cioè alla
scuola tecnica e alla versione più moderna del-
la scuola tecnica, cioè all’istituto professionale.

In teoria, dunque, oltre tre milioni di ra-
gazzi dovrebbero frequentare ogni anno le
diverse classi degli istituti professionali. La
realtà per fortuna (o per sfortuna) è diversa:
il processo produttivo italiano non è ancora
arrivato a richiedere che tutta la forza di la-
voro sia qualificata. Ma numerosi indizi, an-
che nel settore dell’agricoltura, fanno pensare

che ci si avvia su una strada del genere. Alla
fine di questa strada un’altissima percentuale
di ciascuna leva scolastica dovrà essere qua-
lificata. E nei prossimi anni un'altissima per-
centuale di ciascuna leva scolastica dovrà af-
fluire nelle classi degli istituti professionali.
L’ istituto professionale non appare quindi
più come una scuola “di ripiego”, un “re-
fugium peccatorum” per i ragazzi meno dotati
finanziariamente ed intellettualmente. Si tratta
invece di wr seftore dell'istruzione pubblica es-
senziale allo sviluppo economico e sociale né più
né meno dell’istruzione universitaria, sicché
il concetto, riportato all’inizio, dovrebbe es-
sere così modificato: « aprire ai capaci e ai
meritevoli i più alti gradi dell'istruzione pub-
blica e quelli di una proficua e moderna
istruzione professionale ».

Come ha risposto la società italiana alle
esigenze della situazione? Mentre sta pet es-
sere superato il sistema infelice della scuola
di avviamento che viene assorbita con i prov-
vedimenti legislativi di riforma nella scuola
d’obbligo sino a 14 anni, nell'ordinamento
scolastico attuale esistono due tipi di scuola
di mestiere: la scuola tecnica e l’istituto pro-
fessionale. La scuola tecnica, della durata di

“‘



38



Il problema della scuola, o meglio della scelta della scuola da far frequentare ai ragazzi non va sottovalutato. Si tratta infatti di decidere del loro
avvenire, di dar loro in un domani la possibilità o meno di affrontare con tranquillità il mondo del lavoro.

due anni, è poco adatta a preparare gli allievi
alla tecnologia del mestiere, cioè alla duttile
conoscenza non soltanto dell’aspetto manuale
del mestiere, ma anche di quello tecnico che
consente poi agli stessi allievi di adeguare la
propria preparazione al veloce sviluppo dei me-
todi di lavoro nei settori produttivi. L'istituto
professionale invece, impostato secondo linee
moderne, può assicurare al giovane lavoratore
una preparazione elastica, viva, pronta ad
adattarsi alle riconversioni rese necessarie da
una economia che tende a presentare caratteri
accentuati di notevole mobilità.

Uno dei caratteri più salienti dell’istituto
professionale è l’ampia autonomia di cui
gode. Tale autonomia è garantita dal consiglio
di amministrazione che — come dice lo sta-
tuto che ne regola il funzionamento — «deve
essere l’espressione del locale mondo della
produzione e del lavoro ». Proprio per la

sua specifica formazione, il consiglio d’am-
ministrazione dell’istituto professionale porta
nella vita della scuola e nell’impostazione dei
suoi problemi quella aderenza alla realtà
che deve essere preoccupazione fondamentale
di un moderno insegnamento scolastico.
Ogni istituto si articola in un numero ade-
guato di sezioni, istituite « dove il numero
degli allievi lo consente » e soprattutto « con
le specializzazioni che le locali condizioni eco-
nomiche richiedono ». Prendiamo, ad esem-
pio, l’istituto professionale Volta-Odero di
Genova-Sestri. Nell’ambito di questo istituto
è stata inizialmente realizzata una sezione par-
ticolarmente impegnata nell’insegnamento di
mestieri concernenti i settori dell’elettrotec-
nica e della meccanica automobilistica. Re-
centemente, alla luce di muove esigenze, ne
è stata istituita un’altra con lo scopo preciso
di preparare gli allievi nel campo siderurgico.

Tale scuola, realizzata, in collaborazione con il
Ministero della Pubblica Istruzione, dalla Cor-
nigliano e situata all’interno dello stabilimento
di quest’ultima, presenta alcune felici solu-
zioni non solo nel campo edilizio ma anche e
soprattutto nel campo didattico.

L’importanza che alle scuole professionali
viene data nel Piano Decennale della scuola,
approntato dal Ministero della Pubblica Istru-
zione, è indicata dagli stanziamenti previsti
per questo tipo di scuole: oltre 70 miliardi
per il personale addetto, 50 miliardi per le
attrezzature (da dividere con gli istituti tecnici),
più la quota parte dei 600 miliardi destinati
alle costruzioni edilizie nel settore elementare
e secondario della scuola.

Si tratta indubbiamente di una scelta pre-
cisa, dopo le confusioni e le incertezze che
hanno caratterizzato la preparazione profes-
sionale delle forze di lavoro negli anni passati.

È noto infatti che in questo campo sino al
"59 si operava in Italia con tre tipi di iniziative,
aventi diversi e talvolta contrastanti indirizzi:
quella del Ministero della Pubblica Istruzione
(scuole tecniche), quella del Ministero del
Lavoro (corsi di addestramento professionale)
e quella delle aziende industriali, pubbliche e
private. Nel convegno sull’istruzione profes-
sionale, tenutosi a Gardone, le aziende rico-
nobbero da un lato che i problemi didattici
connessi alla scuola di mestiere erano squisi-
tamente culturali e di conseguenza scolastici;
dall'altro convennero che le esigenze finanzia-
rie per creare una struttura scolastica suffi-
cientemente ampia, organica ed efficiente sa-
rebbero state di gran lunga superiori agli
stanziamenti che le aziende stesse potevano
destinare all’addestramento dei giovani.

Il solo sforzo delle industrie apparve quindi
assolutamente insufficiente a preparare ade-
guaramente la massa sempre crescente di gio-
vani forze del lavoro richieste dallo sviluppo
produttivo e sociale.

Questa presa di posizione, o meglio queste
“chiarificazioni’”’ generarono il timore che le
aziende, pur interessandosi all'importante pro-
blema, tentassero di addossare totalmente allo
Stato le enormi spese per realizzare il colossale
programma della creazione di un forte numero
di istituti professionali. In questo ventilato
“abbandono” da parte delle industrie molti
vedevano inoltre un altro grosso pericolo;
si temeva — anche perché era già accaduto
con la scuola di avviamento — che l’apparato
burocratico statale soffocasse i tentativi di ri-
condurre la scuola professionale alla efficienza
culturale e tecnica, sperimentata in numerosi
paesi europei ed in America, attraverso l’ap-
plicazione della più progredita scienza peda-
gogica.

Lo Stato si è mosso con molta accortezza
nel delicato settore. Al vecchio timore buro-
cratico delle divisioni di competenze si è so-
stituito il concetto più elastico della collabo-
razione. L'istituto professionale, sulla base di
una collaudata struttura, è amministrato infatti
da un consorzio in cui le aziende sono rappre-
sentate ed arrivano direttamente a contatto
con la scuola. Non c’è il senso di distacco,

Gli allievi di un istituto professio-
nale durante le lezioni pratiche.
La stretta fusione fra insegna-
menti teorici e pratici, il rispetto
per la personalità del giovane, la
preoccupazione per il suo futuro
destino professionale fanno della
nuova scuola per le professioni
tecniche un vero centro sociale,
umano e culturale.

la penosa sensazione di impossibilità e di inu-
tilità che talvolta aveva privato d’ogni fiducia
i rappresentanti della produzione economica
nei pur volenterosi consorzi provinciali per
l'istruzione professionale. Il contatto diretto
con ben precisi e individuati problemi pone
indubbiamente a miglior agio i dirigenti delle
industrie impegnate finanziariamente nei con-
sorzi per l’amministrazione degli istituti pro-
fessionali.

Le applicazioni della ricerca pedagogica al-
l'insegnamento professionale sono ormai ar-
rivate ad una tale specializzazione che soltanto
gli uomini “nuovi” della scuola e i tecnici
didattici possono avere di fronte il quadro
completo del giudizio e delle scelte. La stretta
fusione fra insegnamenti teorici e pratici, il
carattere eminentemente formativo attribuito
a questi ultimi, il rispetto per la personalità
umana del giovane, la preoccupazione per il suo
futuro destino professionale, legato ai muta-
menti della congiuntura economica (per cui
la preparazione dovrà essere aperta alle possi-
bili trasformazioni del medesimo lavoro) fan-
no della nuova scuola per le professioni tecni-
che un vero centro sociale, umano e culturale.

È ancora dalle cifre che scaturisce chiara-
mente la trasformazione, tutt'altro che sem-
plice, che la struttura scolastica ha dovuto
affrontare in questo campo. Nel 1957-58 esi-
stevano in Italia 497 scuole tecniche e istituti
professionali, con oltre 75.000 allievi. Nei tre
settori principali, industriale, agrario, commer-
ciale, la divisione era così fatta: 40%, degli
allievi nel settore industriale, 9,8%, in quello
agrario, 44,6% in quello commerciale.

Ora, il difetto della vecchia scuola tecnica
era stato proprio quello di avere dato un forte
impulso alle scuole commerciali, senza tener
conto delle esigenze del mercato del lavoro,
per il semplice ed allettante motivo che una
scuola commerciale costa meno di una scuola
industriale la quale, come tutti sanno, deve
necessariamente disporre di particolari e quasi
sempre costose attrezzature.

Gli istituti professionali hanno corretto que-
sto fondamentale errore di prospettiva. Oggi
il 56% degli allievi frequenta in questo nuovo
tipo di scuola l’indirizzo industriale, mentre

39

l'indirizzo agrario ha visto aumentare la per-
centuale degli allievi ad oltre il 21%. L’indi-
rizzo commerciale è presente soltanto con
8,8% degli iscritti.

La migliore organizzazione scolastica ha
avuto l’effetto di fare aumentare il numero dei
giovani che non si accontentano più dell’in-
sufficiente preparazione fornita loro dalle scuo-
le di avviamento e che salgono così agli isti-
tuti ed alle scuole tecniche. Nel 1953-54, degli
88.000 licenziati dall’avviamento, soltanto
27.000 si iscrissero ai primi anni della scuola
professionale e di questi ragazzi solo una
piccola parte poté essere accolta nel nuovo
istituto professionale, allora ancora poco dif-
fuso. Ma sono bastati due anni per notare
forti progressi: nel 1956-57 su 93.000 licenziati
dall’avviamento, 38.000 proseguirono negli
studi professionali, e fra questi già più della
metà poterono affluire negli istituti professio-
nali rapidamente sviluppatisi.

Sembra dunque si proceda, sia pure con
lentezza, sulla strada giusta. Se qualcuno però
fosse tentato di abbandonarsi all’euforia e ad
una facile soddisfazione, alcune cifre potranno
farlo meditare sulla lunga strada che rimane
ancora da percorrere: si pensi che nel 1959
la nuova leva di lavoro si presentava con
questa preparazione scolastica: il 17,1% privo
di licenza elementare, il 51,3% con la licenza
elementare, il 21,6% con la licenza di scuola
media, il 7,4% con la licenza di scuola supe-
riore, il 2,6% con la laurea universitaria.

Ogni anno, quindi, una forte massa di gio-
vani non qualificati, che non hanno trovato
posto nella scuola professionale o non vi sono
arrivati, si presenta sul mercato del lavoro.
Molti di questi giovani riusciranno, bene o
male, ad inserirsi in quei settori ove la richie-
sta di mano d’opera non qualificata è ancora
forte, ma gli altri resteranno potenzialmente
nella condizione di disoccupati.

È su questa massa sprovveduta di giovani
che non hanno potuto raggiungere una quali-
ficazione che possono agire le varie scuole
aziendali e quelle istituite dal Ministero del
Lavoro, per porre rimedio ad una situazione
che solo il tempo e la nuova struttura scola-
stica contribuiranno a sanare.



Convegno a Taranto sui problemi

del personale nel Mezzogiorno

Il centro siderurgico che sta per sorgere
a Taranto crea non solo problemi di ordi-
ne tecnico ed economico, ma anche problemi
del personale.

Consapevoli dei rilevanti effetti sociali che
il processo di industrializzazione può arre-
care in regioni di preminente civiltà conta-
dina, l’Ilva e la Cornigliano hanno voluto
convalidare i propri metodi di impostazione
nel complesso settore del personale alla luce
delle esperienze acquisite dalle maggiori azien-
de che già da tempo operano nel Mezzo-
giorno.

A tale scopo è stato promosso a Taranto
un incontro con esponenti dell’ IRI, dell’ENI,
dell’ Olivetti, della Gulf-Oil Italia, della Mon-
tecatini, della Navalmeccanica, della Pirelli,
della Sicedison, della SME.

Dalla vivace ed interessante discussione sono
emersi utili insegnamenti per tutti, princi-
palmente per quanto riguarda i «criteri di
reclutamento e di selezione, i problemi del-
l'addestramento, i criteri retributivi, i program-
mi di assistenza e di relazioni col personale
e i problemi sindacali.

Tutti i partecipanti hanno dichiarato di
aver riscontrato difficoltà nel reclutare mae-
stranze qualificate, intendendosi per qualificato
il personale capace di inserirsi nel ciclo produt-
tivo dopo un breve periodo di ambientamento.

È stata inoltre puntualizzata la problema-
tica adattabilità della manodopera agricola al
moderno e complesso lavoro industriale.





Produzioni Ilva e Cornigliano

Ilva

Ilva - seconde lavorazioni

Cornigliano

Alcuni partecipanti al convegno di
Taranto. Nella foto in alto, da destra:
il dr. Franco della Navalmeccanica
(di spalle), il dr. Osti che ha presie-
duto il convegno, il dr. Glisenti del-
PIR.L, il dr. Fantoli; nella foto in
basso, da destra: l'avv. Einaudi, l'ing.
Tufarelli dell’ Olivetti e il dr. Polese
della Pirelli. Erano inoltre presenti
tra gli altri, il dr. Restelli dell’ ENI,
l'ing. Focaccetti della Montecatini,
l'ing. Sala della Sicedison, il dr. Brun
della SME.



novembre
1960

coke tonn. 108.263
ghisa » 126.326
acciaio » 144.980
laminati a caldo » 121.174
getti di ghisa e di acciaio tonn. 7.766
fucinati e stampati » 1.904
rodeggi » 2.763
carpenteria » 2.084
derivati vergella » 3.573
bulloneria » 458
molle » 206
armamento ferroviario » 1.346
altre lavorazioni » 26
coke tonn. 47.415
ghisa » 61.000
acciaio » 115.915
laminati a caldo » 108.857
laminati a freddo » 38.778



RIVISTA ITALSIDER

segreteria di redazione: ufficio Pubbliche Rela-
zioni Ilva - Cornigliano

Via Corsica 4 - Genova - telefono 59.99
La riproduzione degli articoli è libera.

Si prega citare la fonte.

Stampa: AGIS - Stringa - Genova

Clichés a colori: Denz - Berna

Clichés in bianco e nero: Ceriale - Genova







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